X.

Nessuna lingua al mondo potrebbe dipingere lʼannichilimento che piombò su di noi e ci accasciò. Assisi attorno al fuoco, noi ci guardavamo senza trovar parola, non curandoci nè di mangiare nè di bere. Si figuri un uomo nella mia posizione, che ha preso in custodia la vita di una fanciulla potentemente amata, a duemila e quattrocento chilometri lontano dal termine del suo viaggio, in pieno verno, in mezzo ad un deserto di ghiaccio, dovendo diffidare di tutto, privo ad un tratto dei suoi mezzi di trasporto, ridotto allʼalternativa di morire presto o tardi sul sito, di miseria e di disperazione, o di morire per via, di fame e fatica! Non più salvezza, nè libertà, nè fuga in prospettiva, ma forse, o presto o tardi, la cattività di nuovo. Le prime ore furono una spaventevole agonia di silenzio e di visioni desolanti. Infine, Metek dimandò:

—Padrone, quale è il vostro avviso per cavarci di qui?

—Lo so io forse? risposi col singhiozzo nella voce, guardando Cesara, coricata sotto le pelliccie.

—Bisogna nondimeno tirarci di qui, riprese Metek. Si muore anco, ma si deve lottare contro la morte.

—Conoscete voi bene la contrada ove abbiamo naufragato?

—Perfettamente. Siamo a centocinquanta verste da Verknè-Kolimsk, il solo sito, nel giro di mille o millecinquecento verste, in cui potessimo trovare un aiuto qualunque.

—Bisogna recarvisi a piedi, risposi io. Se noi cadiamo spossati, voi vi salverete.

—Non si tratta di noi, vale a dire voi e me, padrone. Gli uomini della nostra tempera muoiono sotto la mano di Dio, di raro sotto i colpi della sventura. Ma vostra sorella?

—Ah! sclamai io, che fare?

—Ebbene, proviamo, disse Metek. Le yurte sulla Kolima erano altravolta numerose; ora lʼepizoozia, la miseria le hanno deserte. Non ne troveremo una ogni sera al termine della nostra marcia, ma ne troveremo ancora, senza dubbio, per riposarci un giorno, di tempo in tempo. La giovane padrona può percorrere sei o sette verste al dì?

—Ne dubito.

—Lo posso, rispose Cesara, che ascoltava la nostra conversazione, rialzando la testa; senza la neve ed il freddo, potrei camminare anche di più.

—Allora proviamo. Chi ci dice che non troveremo in una di queste yurte una narta con una muta di cani?

—Io sarò pronta fra due giorni, disse Cesara. Non domani: sono troppo affranta.

—Ci occorre questo tempo, riprese Metek. Noi non trascineremo certo dietro a noi tutto ciò che possediamo. Prenderemo dunque quanto potremo di viveri, ciascuno secondo le sue forze, qualche pelliccia, le nostre armi, lʼaccetta, il calderino...... e seppelliremo il resto sotto la neve, per venirlo a prendere quando avremo cani o cavalli. Bisogna sottrarre il nostro tesoro alla ricerca dei lupi: i Jakuti non sono da temere.

—E voi pensate che troveremo cani o cavalli?

—Non so se ne troveremo, che vogliano adattarsi a seguirci fino al mare di Behring. Ma non dubito punto che ne troveremo per una parte almeno della via. Dormiamo adesso. Lʼuomo non è padrone del suo domani; è dunque inutile preoccuparsene.

Due giorni dopo, eravamo in cammino, sopraccarichi, coi piedi armati di pattini. Non avevamo fatto una versta, che il tempo ci dichiarò la guerra. Uno spaventevole caccia-neve ci avviluppò. Il turbine ci prese nel suo grembo: noi giravamo sopra noi stessi, acciecati, soffocati, ci sentivamo innalzare dal suolo storditi.

—Faccia a terra, gridò Metek, che ci apriva la strada, dandoci lʼesempio.

Noi ci lasciammo cadere lʼuno accosto allʼaltro, col viso contro lʼimmensa nappa di neve. Qualche minuto dopo, eravamo seppelliti. Per avere un poʼ di aria e respirare, elevavamo il braccio alla superficie dello strato di neve che ci copriva. Quando il fardello diveniva troppo pesante, noi ci sollevavamo di un grado. Faceva caldo. Udivamo stridere sul nostro capo come milioni di seghe di giganti, che addentassero il granito. Impossibile dire o far intendere una parola. Ci toccavamo la mano, sotto un metro di neve, per farci deʼ segni. Ciò durò sette o otto ore. Quando il turbinio si acquetò, noi uscimmo dalle nostre tane, ed il freddo intenso che incontrammo alla superficie, allʼaria aperta, cʼirrigidì di un colpo come una verga di acciaio. Ci rimettemmo in cammino per ripigliare un poʼ di calorico; ma il cuore era più ghiacciato ancora che il corpo.

Facemmo così cinque verste; poi Cesara cadde sulla neve. Cercammo un ricovero sotto un cespuglio di spine, ed a forza di grattare, sbarazzammo il sito fino alla superficie del suolo: vi posammo la nostra lamina di rame, secondo il solito, ed accendemmo il fuoco. Il caldarino, pieno di neve, cantò; il pemmican ci offrì un brodo rifocillante. Ma come passare la notte? Non avevamo più la tenda. Scavammo, dietro un ciuffo di pini nani, un tunnel sotto la neve, assicurandoci bene chʼessa era solidamente gelata, affinchè la vôlta non ci cadesse sopra; poi ci calammo sotto quellʼarcata, a moʼ dei Samojedi, coi piedi verso il fuoco, bene avvolti nelle nostre pellicce. Poco dopo, avevamo, per così dire, troppo caldo.

Viaggiammo in questa guisa tre giorni, e facemmo circa venti verste. Al quarto giorno, Cesara cadde ai miei piedi, e sclamò:

—Uccidimi, e salvatevi. Io non posso andare più oltre.

Mi sentii annientato. Mi lasciai piombar sulla neve, e gridai alla mia volta:

—Ebbene, figliuola, moriamo insieme.

Metek ci guardò senza proferir sillaba, e si assise accosto a noi. Il silenzio, lʼinerzia disperata durò quindici minuti: quindici secoli! a traverso i quali lʼanima valicò abissi di dolore senza nome, terrori frenetici. Infine Metek si levò, e disse:

—Padrone, ecco il mio pensiero. Ritorneremo là donde movemmo tre giorni sono. Rizzeremo la tenda, e la guarentiremo di una bella difesa. Il fuoco non mancherà. Di provvisioni ve nʼè ancora abbastanza. La cacciagione è rara, ma non manca del tutto. Voi resterete là, e mi aspetterete. Io andrò solo a Verknè-Kolimsk, e vi condurrò una narta e dei cani. Mi occorrono per andare e tornare quindici giorni al più. Troverò in quel villaggio il delegato dellʼispravnik—il commissario del distretto di Kolimsk dimora a 350 verste più al nord, a Srednè-Kolimsk—ovvero il capo del vecchio ostrog, che resta ancora in piedi, ovvero lʼesaule, lʼuomo di confidenza della tappa di Verknè. Io mʼindirizzerò loro. In nome di chi debbo loro domandare soccorso e protezione?

In nome di chi? Ecco dunque lʼuomo, chiamato ad intervenire a sua volta per complicare il disastro del destino! Io riflettei un istante, poi dissi a Metek:

—Ricordatevi bene questo, che io non voglio nulla per prestazione forzata, se ciò può essere. Voglio comperare una narta ed una muta di dodici cani. Caricherete la narta di ciò che occorre per nudrire i cani per un mese, di un poco di provvigioni per noi, soprattutto polvere e piombo, se ne trovate. Aggiogheremo la slitta alla narta.

—Sarebbe troppo pesante. Bisognerebbero ventiquattro cani, ed in questa stagione dubito che troverò nel borgo pesce secco, quanto basti per nutrire una così numerosa muta. Riflettetevi.

—Farete ciò che potrete. Partiamo tosto.

Costruimmo una specie di barella per trasportare Cesara sul nostro dorso, quando ella si sentisse troppo stanca. Il di più del peso non era enorme, e noi procedevamo più spediti. Due giorni dopo, arrivammo al nostro accampamento, e disotterrammo la slitta, la tenda, le provvigioni. Siccome noi dovevamo restare in quel sito un mese circa, così scegliemmo un posto convenevole, bene ricoverato. Rizzammo la tenda; ed affinchè fosse più solida, ci mettemmo allʼindomani a rinchiuderla in una specie di casa—una casa costrutta di aste e rami intrecciati, spalmata di strati di neve, sui quali versammo dellʼacqua, che, gelandosi, le fece uno splendido intonaco di diamante. La slitta fu collocata nella casa, di cui assicurai lʼapproccio, praticandovi feritoie. Eravamo, insomma, confortevolmente alloggiati.

Metek calzò le sue lija—pattini da neve—e partì il dì seguente. Prese alcuni viveri, un poʼ di tabacco e di acquavite, e 300 rubli: più, un fucile. La speranza ritornò in noi. Ma, calcolando tutto al meglio, Metek non poteva esser di ritorno che alla fine di gennaio. Venti giorni di angoscia, rallegrata da qualche raggio di fiducia nella giustizia e misericordia di Dio.... Non ridete, o signori, io sono Polacco: dunque cattolico.

Nellʼintervallo, io cacciai molto e con qualche fortuna: cicogne, lepri, linci, argali, una renna selvaggia, volpi...; ne avrei ucciso ancora, ma non rischiavo mai un colpo per un solo uccello—gli uccelli, del resto, erano rarissimi. Praticai un buco nella riviera, e pescai qualche salmone larareto, che tagliai a fette sottilissime, le quali, gelate, ci somministrarono una squisita struganina. Presi, nei cavi, dei topi e delle marmotte, una buona bica di radici di sanguis-orba e di rubus chamemorus, il cui gusto zuccherino è gradevolissimo. Cesara si rimise della sua immensa stanchezza e della terribile emozione che le aveva cagionato lʼorso. Che scena!

Ella si sentì presa alle spalle, allʼimprovviso, e rovesciata sulla neve, mentre che lʼalito bruciante e fetido del bruto lʼasfissiava. Si dibattè a lungo, e riescì a sottrarsi alla stretta ed a cercar rifugio nella tenda. Ma lʼorso lʼatterrò, posandovisi sopra; ripresa poi Cesara, la trasportò a due passi sulla neve, leccandola orridamente, e brontolando una specie di ruru lamentevole e modulato. Cesara, terrificata, cacciò le sue unghie negli occhi dellʼorso, il quale, sentendosi acciecare, montò in collera, mandò un urlo spaventevole, e cominciò a pigiarla colle sue quattro zampe, che sembravano quattro martelli a pilone di un opificio di ferro. Quella gola schiumante, quel fiato appestato, quella testa mostruosa, inchinata sulla testa livida della fanciulla, davano il racapriccio. Lʼorso esitava tra la smania di divorarla e quella di carezzarla. Il grido di Cesara lo faceva fremere.... Due detonazioni, simili al fulmine di Dio, avevano posto fine a quella orribile scena e salvato Cesara.

Godemmo degli splendidi effetti del miraggio, prodotto dalla refrazione. La piccola foresta ci sembrò, animata da raggi azzurri e violetti, camminare intorno a noi. Le montagne, ora rovesciate, ora ritte in piedi, prendevano forme di fortezze o di cattedrali dai mille comignoli. Le sponde della Kolima si ravvicinavano. Un giorno, una nuvola isolata, grigia, in mezzo ad un cielo turchino profondo, sʼinfiammò di un tratto, e lanciò intorno, nellʼinterminabile firmamento, vapori biancastri. Un altro giorno, il sole si mostrò con un corteggio di quattro altri soli, legati fra loro da un arcobaleno dai colori stupendi. Il fenomeno durò due ore.

Io feci una corsa ad una yurta lontanissima dalla nostra isba—se mi è permesso piaggiare così la nostra tana.—Il povero cacciatore si affrettò di gran cuore a regalarmi della sua polenta di larice—la parte tenera e delicata della scorza di un giovine larice bollita nellʼacqua, ma senza sale nè pepe. Il Siberiano abborre il sale.

E dire che il Governo russo esige da questi affamati il yosak, ossia tributo in pellicce di circa nove franchi per testa!

Quindici giorni scorsero senza troppa ansietà. Ma, da quel momento, non fu più che unʼagonia spasmodica la nostra. Ciò durò quattro giorni. La sera del quinto dì, ci eravamo già ritirati nella nostra casa, attorno al sciuuvale fiammeggiante, il focolaio, quando udimmo un rumore alla nostra porta.

Hurrà! era Metek, che arrivava con due narte, di cui una tirata da ventiquattro cani, lʼaltra da dodici. Ma quale non fu la mia sorpresa, quando vidi discendere da quei veicoli due Cosacchi!

Ecco di che trattavasi.

Metek non aveva potuto compiere la sua commissione senza attirare la curiosità dellʼesaule, il capo della truppa di Verknè-Kolimsk, il quale faceva le funzioni di delegato di Srednè-Kolimsk. Era stato mestieri allora dire il mio nome al rappresentante dello Czar. La strada straordinaria che percorrevamo, il racconto un poʼ gascon che Metek fece forse delle nostre avventure—i Russi sono essenzialmente esageratori—parvero sospetti allʼesaule. Eʼ non volle permettere il reclutamento dei cani e la compera delle provvisioni, ma somministrò una narta per condurci a Verknè, e mandò due dei suoi cinque Cosacchi per far eseguire lʼordine, promettendo, del resto, di occuparsi egli stesso dei nostri apparecchi.

Se Metek avesse portato di che nudrire la nostra muta di ventiquattro cani per due mesi, egli è certo che mi sarei sbarazzato dei due Cosacchi in un modo o in un altro, ed avrei continuato il mio viaggio. Ma, senza scorta, noi non potevamo marciare che un giorno e poi restare seppelliti nelle tundras. E le zanzare ci avrebbero succhiati vivi lʼestate. Bisognò dunque fare buon viso, avvegnacchè il cuore battesse con violenza.

Partimmo allʼindomani, una delle narte tirando al rimorchio la slitta, ove Cesara ed io ci tenevamo.

Tre dì più tardi arrivammo a Verknè-Kolimsk, miserabile borgo, ove evvi un piccolo ostrog, esile fortezza in legno, circondata di palizzata e grossi tronchi. Lʼostrog, cadendo in ruina, ricoverava male i cinque Cosacchi che lʼoccupavano per dare mano forte allʼoffiziale del bailo nella esazione del yusak nel distretto.

esaule era un Russo, invecchiato nel paese, lupo un dì formidabilmente affamato, ora un poʼ addimestichito.

Presi immediatamente con lui unʼaria insolente ed in collera, lo minacciai di portare i miei lamenti al governatore della Siberia orientale. Lʼesaule non si mostrò però troppo turbato, e mi chiese il mio passaporto. Io glielo presentai. Ei lo lesse e rilesse, lo voltò e rivoltò nelle sue mani, mi guardò in maniera sospettosa, mi squadrò con insolenza.

—Il passaporto è in regola, disse egli alla fine. Vediamo adesso la lettera di commissione dellʼAmmiragliato di Pietroburgo.

—Ciò non vi riguarda, risposi io; il vostro officio si limita alla visita del passaporto.

—Ciò è vero, replicò lʼesaule.

—Nondimeno, soggiunsi io, non ho alcuna difficoltà a mostrarvi il dispaccio del ministro della marina.

—Vi chieggo scusa, mormorò lʼesaule, leggendo la lettera dellʼAmmiragliato. Ma il governatore di Jakutsk ci ha segnalato la fuga di un Polacco deportato, col quale, per disgrazia, voi avete qualche tratto di somiglianza.

—Ciò non mi stupisce: io sono dellʼUkrania.

—Dʼaltronde, perchè, in una stagione come questa, vi scostate voi dalla strada ordinaria?

—Gli è semplicissimo, risposʼio. Io sono incaricato dal generale Ozerof di fare uno studio geologico della catena degli Stanovoy-Grebete, ove prendono la sorgente lʼIndighirka, la Kolima e lʼOmolone. E siccome io ritorno in Russia pel Kamtsciatka, imbarcandomi a Petropaolowki, così non potevo osservare queste montagne che costeggiandole il più dʼappresso possibile.

—Avete voi questa commissione in iscritto?

—No: nè ciò era necessario.

—Eppure! disse lʼesaule. Poi, perchè avete voi un passaporto datato da Jakutsk, mentre la commissione del ministro della marina viene da Pietroburgo?

—Per la ragione che io mi trovava ad Olekminsk, quando la commissione mi è giunta, e che Jakutsk è, mi sembra, più vicino di Pietroburgo per farmi dare questo passaporto.

—Per unʼaltra strana coincidenza, continuò lʼesaule, il Polacco fuggito è accompagnato da una giovinetta, i cui connotati corrispondono a quelli di vostra sorella.

—Che posso farci?

—Voi, niente. Ma io debbo fare ciò che la prudenza esige in queste circostanze: io vi arresto, e scrivo al governatore di Jakutsk per domandargli delle istruzioni.

Io era fulminato. Nonostante feci uno sforzo su me stesso, e risposi:

—Voi compirete il vostro dovere come lʼintendete. Ma nel medesimo tempo che il corriere porterà le vostre lettere al governatore di Jakutsk, egli porterà altresì la mia protesta contro la violenza che mi fate, e i miei dispacci al ministro della marina, in cui gli racconterò gli ostacoli che un esaule si permette di opporre ai suoi ordini. Non vi sarà che un anno perduto e qualche migliaio di rubli sciupati pel Governo; ma, al postutto, io mi riposo.... ed avrò lʼonore di fare il vostro ritratto.

esaule, a sua volta, mi sembrò perdere staffa. Io aveva aperta la breccia; perciò continuai:

—Infrattanto, mentre il vostro corriere si reca a Jakutsk, io vi consiglio ad occuparvi dei preparativi pel mio viaggio—di cui intendo, del resto, compensarvi largamente. Vorrei arrivare allo stretto di Behring prima del mese di giugno, onde non essere per via divorato dai tafani.

La venalità dei funzionarii russi è proverbiale in Europa, a causa dellʼimpudenza chʼessi vi mettono. La parola ricompensa suonò dolce allʼorecchio dellʼesaule.

Eravi nella stanza ove parlavamo un vecchio prete, che, senza lo strepito e la iattanza dei missionari cattolici, converte ogni anno, allʼepidermide egli è vero, numerosi Tungusi e Jukaguiri al cristianesimo, e fa ogni anno un viaggio di 2500 verste a cavallo per visitare i suoi catecumeni. Lʼesaule parlò qualche minuto allʼorecchio del prete, il quale gli rispose, mi sembrò, con vivacità. Da quel colloquio segreto risultò questo:

—Io comincio ad occuparmi da domani, disse lʼesaule, per procurarvi una buona narta e la migliore muta di cani, che sarà possibile riunire in questa stagione. Resterete in casa mia. Io farò partire, fra un giorno o due, un Cosacco per Jakutsk, che porterà il mio rapporto al generale Ozerof e le vostre lettere per lʼAmmiragliato. Saremo così in regola tutti due, e, se ho fatto male arrestandovi, ne subirò le conseguenze.

Io sospettai un tranello in questa risoluzione. Quindi risposi alteramente:

—Sta bene. I miei dispacci saranno pronti fra un paio di ore. Solamente, siccome il carceriere ed il prigioniere non potrebbero vivere insieme in un eccellente accordo, così pregovi di assegnarmi unʼaltra dimora, fosse anche nellʼostrog, come conviensi ad un forzato fuggito dal Bagno. Non domando alcuna concessione, alcuna transazione al vostro dovere che vʼimpone un sospetto, pel quale mettete impedimento agli ordini dello Czar.

Questo linguaggio lo scosse. Il colloquio dellʼesaule e del prete ricominciò. Côlsi in aria questa frase del prete: Chi lo saprà?

—Lʼostrog è inabitabile per persone come voi e vostra sorella, rispose lʼesaule. Restate qui per oggi. Domani procurerò di avere una casipola per voi.

Io non dimandava di meglio che restare, onde compiere la compera del mio uomo.

Per ben rappresentare la mia parte, sollecitai a scrivere al ministro della marina, e la sera, prima di pranzo, diedi il mio plico allʼesaule, sollecitandolo a far partire il corriere. Eʼ si mostrò poco pressato. Al contrario, esagerò la pena che doveva darsi per somministrarmi i mezzi di viaggio. Avevo detto che io non infliggeva alcuna prestazione forzosa ai poveri e poco numerosi indigeni, e che pagherei—imprudenza da mia parte, essendo ciò insolito agli uffiziali del Governo! Questo però allettò lʼesaule. Eʼ poteva esigere una commissione dalle persone cui impiegava. In breve, io passai a Verknè-Kolimsk tre giorni in una viva ansietà quantunque constatassi che il corriere non partiva, e che gli approvvigionamenti pel mio viaggio si eseguivano. Ebbi una nuova conversazione collʼesaule, nella quale mi lamentavo delle sofferenze che avrei a subire in un viaggio di primavera, a causa della sosta che si metteva alla mia partenza.

—Il bel vantaggio, soggiunsi io, quando saprò che sarete stato severamente punito per il vostro abuso di autorità! Ciò mi risparmierà forse una sola puntura di zanzara, un tundras, lo scioglimento del ghiaccio delle riviere, le difficoltà infinite della via, che, la contrada essendo gelata, sono in parte rimosse in questo momento?

—Che posso farci adesso? rispose lʼesaule, con accento significativo?

—Non far nulla, per Dio! non saper nulla, non veder nulla, e....

Apersi il portamonete, facendo vista di cercarvi alcun che.

—Sia, riprese lʼesaule. Non manderò corriere. Ripartite domani. Obliate tutto. Schizzate il ritratto di mia moglie, stasera.... Tutto è in punto onde partiate domani.

Infatti, partii allʼindomani. Una narta, carica di viveri, di pesce secco per i cani e di una parte delle nostre provvigioni, ci precedeva. Era tirata da dieciotto magri cani di Siberia, dalle orecchie rotonde come gli orsi. La slitta, allestita con otto altri cani, seguiva la narta. Cesara ed io conservavamo il nostro veicolo.

Viaggiammo con celerità incredibile.

I pattini delle vetture erano guarniti di osso di balena; e siccome le asperità dei paludi gelati che traversavamo occasionavano qualche ritardo, così si feʼ uso dei pattini di ghiaccio—vale a dire, si versava dellʼacqua sui pattini, la quale, gelando la notte, li copriva di una crosta di solido cristallo, che sdrucciolava celere e diminuiva lo stropiccio. Io aveva indossato un abito di pelliccia più caldo, per mettermi al coperto dal freddo, e Cesara era, alla lettera, seppellita sotto pelli di orso, di volpe polare e di renna. Qualche giorno dopo, arrivammo alle sponde dellʼOmolone, al sito ove la Knodutuna sbocca nella riviera.

Percorrevamo una solitudine di neve. Il salice cessa di vegetare allʼOmolone. Fummo assaliti dalle medesime bufere di neve, le quali divenivano tanto più veementi, inquantochè la contrada non era più frastagliata di alte catene di montagne. Era una rete di prominenze ora nude, ora gremite di sterpio, nelle spaccature, di cedri nani, la cui piccola bacca saporosa forma la delizia degli orsi, degli scoiattoli e deglʼindigeni. I lupi ci dettero ancora una caccia vigorosa; ma questa volta non lasciammo loro il tempo di formarsi in battaglione: quando ne vedevamo tre o quattro riuniti, tiravamo sopra di loro. Ogni tre giorni facemmo sosta per cacciare e far riposare i nostri cani, che soffrivano molto pel freddo. Avevamo dugento verste da percorrere ancora, prima di arrivare allʼAvadyr.

Il paese abitato dai Tungusi e dai Jakuti restava indietro. Eravamo già nella regioni dei Kosiaki e dei Tsciuktscias, tribù indipendenti, gelose della loro libertà, sospettose, feroci, viventi di caccia, di pesca, delle loro renne, e, quando possono, di furto. Avevamo avuto la buona ventura di cansar lʼincontro dei banditi, vale a dire i forzati evasi, che percorrono le foreste vivendo di brigantaggio e mettendo a ruba le yurte sparpagliate ed i villaggi. Avremmo noi questa cattiva sorte, traversando steppe inesplorate e inospitali? Parlavamo di ciò con Cesara, quando un giorno, verso il mezzodì, entrando in una gola di colline, la nostra guida, che conduceva la narta, fece osservare a Metek delle tracce di racchette da neve, che mostravano la loro riga cristallizzata sulla neve della notte precedente.

—Tenete le armi in ordine, mi disse Metek, sporgendo la testa nella slitta; ci va dinanzi un selvaggiume, che potria essere pericoloso.

—Che selvaggiume?

—Ma, che so io! I Tsciuktscias forse, i Kosiaki, peggio ancora, i vors scappati da Okhotsk o da Ayan.... qui non si è sicuri di nulla.

Malgrado lʼallarme, viaggiammo il giorno intero senza accidenti, trovando sempre però le orme dei pattini da neve dei viaggiatori che passano per la contrada.

Eravamo nel febbraio 1866. Il tempo era orribile: il vento e la neve ci davano battaglia. Non avevamo potuto percorrere più di cinquanta verste. Uomini e bestie cadevano di spossamento. Il conduttore della narta aveva scôrto un sito sotto una sporgenza di roccia, ai limiti di una steppa di spine, di parecchie decine di verste, cui avevamo a traversare, ed erasi vôlto a Metek per dimandargli se non gli sembrasse conveniente di accampar quivi la notte. Di un tratto, udimmo un sibilo seguìto da un grido. Il sibilo era prodotto da una freccia: il grido partiva dalla nostra guida, che sclamava:

—Sono morto!

La spiegazione di questo avvenimento non si fece attendere. Di dietro i macigni, vicino alle steppe, sbucarono come un turbinio dodici uomini vestiti di pelle di renne, che si precipitarono sopra di noi. Un nugolo di freccie fischiò allora intorno a Metek, che saltò di botto dalla predella della slitta, e prese il fucile. Io pure uscii fuori. Cesara si alzò, tenendo in mano i due revolver muniti di capsula per passarceli. I due colpi di Metek ed i miei partirono insieme. Quattro briganti caddero supini. Gli altri non pensarono a continuare la lotta: si gettarono sulla narta ancora attaccata ai cani, e scomparvero. Noi scaricammo sopra di loro i revolver, ne ferimmo forse taluno, ma il più chiaro della disgrazia era questo: avevamo perduta la narta, caricata della parte più considerevole delle nostre provvigioni.