SCENA II
LUZIO, PRUDENZIO, MALFATTO, MINIO.
LUZIO. Oimè! Mastro mio, perdonateme, ché io non lo farò mai piú.
PRUDENZIO. Pigliate, pigliate quel capestrunculo.
LUZIO. Eh! mastro mio, non me ammazetis.
PRUDENZIO. Giotto! cinedulo! A questo modo si fuge dal gimnasio, eh?
Latruncolo! inimico del romano eloquio!
LUZIO. Eh! mastro mio bonus, perdonateme.
PRUDENZIO. No, no. Io te voglio dare mille vapulature acciò che tu essemplifichi gli altri condiscipuli tuoi. Olá! o Minio!
MINIO. Che ve piace?
PRUDENZIO. Postulame Malfatto.
MINIO. Misser sí.
LUZIO. Oimè, mastro! oimè!
PRUDENZIO. «Qui parcit virge odit filium». Tacci, giottonciculo! ché chi non riprende con degne castigazioni el figliuolo l'ha in odio e non lo dilige.
LUZIO. Eh! non me datis in vias, de grazia.
PRUDENZIO. Immo, in via publica te volemo vapulare.
MINIO. Ecco Malfatto, mastro.
PRUDENZIO. Veni, accede, ambula.
MALFATTO. Sí, sí, lo farò; misser sí.
LUZIO. Oimè! oimè! oimè!
PRUDENZIO. Malfatto, non odi, no? Vien qui.
MALFATTO. Oh! parlate, parlate, ché non ve adormirete.
PRUDENZIO. Camina, dico.
LUZIO. Oh mamma mia!
MALFATTO. Che volete adesso?
PRUDENZIO. Piglia costui a cavallo.
LUZIO. Oh Dio! oh Dio!
PRUDENZIO. Sdelacciali prima le callighe.
LUZIO. Eh! per lo amor de Dio! Io me ve aricomando.
PRUDENZIO. Ché non gli sdelacci le calze, igniavio, insultissimo?
MALFATTO. Non vole, vedete.
LUZIO. Eh! mastro mio, audiatis una parola.
PRUDENZIO. Quid vis? che vòi?
LUZIO. Non me sdelacciate le calze, di grazia, c'ho cacato nella camisa.
PRUDENZIO. Alzalo dunque a quel modo, ché volo ut tu discas che totiens quotiens…
MALFATTO. Non ce vole venire, vedete.
PRUDENZIO. Alla fé, che, quando te do a fare i latini, voglio che tu li facci meglio che se fussino in vernacula lingua.
LUZIO. Oimè! oimè! oimè! oimè!
MALFATTO. Non me date a io, che ve venga lo cancaro!
LUZIO. Oimè! oimè! Dio mio!
MALFATTO. Oh potta del diavolo!
PRUDENZIO. Molto l'hai lassato.
MALFATTO. Perché m'ha mozzicato li denti co la rechia.
PRUDENZIO. A questo modo, eh? tristo, venefico!
LUZIO. Eh! mastro, vel prometto che 'l farò bene alla fedis.
MALFATTO. Guarda scrizi da cani!
PRUDENZIO. E quando?
LUZIO. Quando voletis voi.
MALFATTO. So c'ha fatto piú male a me ch'a io. Mastro, guardate.
PRUDENZIO. Non vòi obmutescere, publico lupanare? E tu com'è possibile, uomo nefario, ch'in tanti cotidiani lustri non abbi imparato a latinare un cosí dotto et elegante epilogo ch'un bubalo se ne sarebbe giá fatto ampiamente capace?
MALFATTO. Mastro, date un po' la frusta a esso e io alzarò voi e lui ve dará un cavallo e poi tutti doi me cacciarete lo naso.
PRUDENZIO. Poltrone ribaldo!
MALFATTO. Non me agiognerete, no.
PRUDENZIO. In nomine Domini, et tu fac istud tema. E avvertisci ch'io non ritorni nella pristina còlera, ché non sunt in potestate nostra primi motus.
MALFATTO. Le prime mete, sí, sono in potestate vostra.
PRUDENZIO. Alla fé, che te farò trepidare innanzi a noi.
MALFATTO. Cancaro! Guarda li piedi!
PRUDENZIO. E tu, Luzio, fa' che te ricordi ch'è verecundia alli optimi discipuli ignorare le cose del preceptore che disce e doce le buone educazioni. Fa' questo latino: «Mentre che lo mastro me dá li cavalli io tiro le corregge».
LUZIO. «Inter… inter mastrum…».
PRUDENZIO. Di' un'altra volta.
LUZIO. Hem! hem!
MALFATTO. Quelli con che si magna lo pane.
PRUDENZIO. Lassalo dire. Attendi a te.
LUZIO. «Inter magistrum me dat caballos cum nerbo…».
MALFATTO. Quando andarasti al monte e quando.
PRUDENZIO. Non vòi tacere, arcula de ignoranzia, latibulo di sporcizie, cloaca di fecce? Ma non curare, che tu non ascenderai mai alla catedra di Minerva.
MALFATTO. Merda pur a te.
PRUDENZIO. S'io vengo lí…
MALFATTO. Ché non ci venite? Fateve conto ch'io non saperò andar in un altro luoco!
PRUDENZIO. Vade ad furcas.
MALFATTO. Te venga pur a voi. Ha' visto che bella cosa, che non vol ch'i' canti?
LUZIO. Come se declinano le coregge, mastro?
PRUDENZIO. Hoc: crepidum, crepidi.
LUZIO. «… ego tiro crepida».
MALFATTO. Che diavolo descrezione è la vostra? Tutto oggi volete parlare voi.
PRUDENZIO. S'io piglio un lapide, te farò… E tu fa' ch'un'altra volta non me meni tanto el capite.
MALFATTO. Volete ch'io ve llo meni io, mastro?
PRUDENZIO. Audi, Luti. Io te prometto quod, si bene facies, de non te dare equo un anno e farte, questo Santo Nicola, signore.
MALFATTO. Ed io ancora voglio essere.
PRUDENZIO. Tu non tanti facis mihi e…
MALFATTO. Aspettate pur un poco, ché voglio andare per un'altra frusta ancor io.
PRUDENZIO. Luzio, vatene dentro e incumbi alla lezione; ché statim te lla verrò a repetere.
LUZIO. Misser sí.
PRUDENZIO. Vien qui, tu altro. Credi ch'io te voglia dar un buon cavallo, se non sarai ubidiente?
MINIO. Eh! mastro, perdonateme. Che volete ch'io faccia?
PRUDENZIO. Io ti prometto de non ti dar mai cavallo se me farai un piacere. Altrimenti, pènsati che quolibet die io te nne darò uno.
MINIO. Eh! non me date, ch'io ve voglio portar una buona cosa.
PRUDENZIO. Io voglio che tu parli a tua sororia da parte nostra.
MINIO. Oh! sapete, mastro…
PRUDENZIO. Sta' cheto; lassa parlare al preceptore; non lo interrompere.
E reportame la risposta.
MINIO. Lo voglio fare, misser sí.
PRUDENZIO. E noi te vorremo bene.
MINIO. E sapete ch'ella è bella? ché, quando va al letto, ogni sempre dorme con meco ed è bianca e roscia.
PRUDENZIO. Orsú! non piú. Torniamo dentro.