IV.

— Mancava questo coso al vivaio di mia nipote! — disse la zia tra la beffa e la stizza.

Tutti i famigli, massime le serve, fecero eco con una risata all'osservazione della signora, riservandosi a lodare la carità della padroncina quando l'occasione fosse venuta di poterlo fare senza dar torto alla dama.

Angela intanto era ita in traccia del giardiniere che armeggiava tra i vasi delle sue serre. Cominciò dal lodargli alcune delle piante più nuove e più peregrine; poi gli fece rimprovero di non averle preparato il solito mazzetto odoroso che accettava da lui. Giacinto si scusò secco secco, colle molte faccende, colla stagione che non andava a suo genio, colla pioggia che tardava a venire, ec., ec. E cominciò tuttavia a raccogliere qualche violetta di Parma, qualche eliotropia, qualche verbena per risponder col fatto al rimprovero della padroncina.

— Ebbene, per ringraziarvi del vostro mazzolino, e per mostrarvi che non sono la vostra nemica, vi ho procurato un allievo, un garzonetto che vi darà una mano nelle cose più facili, vi scriverà correttamente i titoli delle piante, e vi aiuterà ad annaffiarle. Siete contento?

— Come! Un altro giardiniere! Oibò, signorina. Un giardiniere deve esser solo. Noi abbiamo i nostri segreti, e non vogliamo cedere ad altri il frutto delle nostre esperienze.

— Via, via. Questo poveretto non vi ruberà certo il mestiere — soggiunse Angela sorridendo. — È un povero gobbino, un orfanello che ho preso sotto la mia protezione. Riguardatelo come uno di quei fusti quasi secchi per cui raddoppiate le vostre cure. Ve ne sarò grata, e visiterò più spesso le vostre orchidee. Siamo intesi! Or ora ve lo conduco. —

Il giardiniere in sostanza non era malcontento di avere una persona che lo aiutasse nelle faccende che gli andavano crescendo sotto le mani. Ma quando vide quel meschinello pensò che non avrebbe potuto fare gran conto dell'opera sua. Tuttavia la padroncina l'aveva sì rabbonito, che non trovò nulla a ridire, e gli diede subito a ripulir certi arbusti dalle foglie gialle di cui li aveva screziati l'inverno.

La natura avea voluto dare un esempio di giustizia distributiva compensando le forme disgraziate del giovanetto con una intelligenza pronta ed una rara felicità di memoria.

Il dolore avea maturato assai per tempo quel povero fanciullo, tanto che a dieci anni aveva i caratteri d'un adulto. Il suo pallore e l'espressione indefinibile delle sue labbra dicevano già la sua storia e rivelavano l'anima sua. La sua fronte ampia e prominente gli attirava l'attenzione e la benevolenza di tutti quelli che l'osservavano.

Egli menava la sua vita nel giardino e negli stanzoni delle piante. Mostravasi di un'attività e di una docilità a tutte prove col giardiniere, non tanto per cattivarsene l'animo, quanto per corrispondere all'intenzione della sua benefattrice. Chi ha un po' di pratica del giardinaggio, sa che quest'arte non lascia un momento disoccupato. Ma sia che Giacinto non si fidasse della di lui abilità, o non volesse arrischiargli qualche operazione un po' delicata, Cosimo aveva qualche ora di libertà. Prendeva allora in mano i cataloghi e i manuali di botanica e d'orticoltura che Angela gli avea confidato, e in pochi mesi, raffrontando i titoli ai soggetti, s'era impadronito di tutta quella strana e ridicola nomenclatura. Giacinto trasecolava di tanta memoria, e cominciò a guardarlo con gelosia: tanto più ch'egli era uomo di pratica più che di scienza, e spesso gli avveniva di storpiare quei nomi in modo da far ridere fino la sua padroncina.

Guardate ingiustizia della fortuna! Il povero Cosimo che si era fatto perdonare la sua forma sgraziata, trovava ora nei proprj meriti un'altra sorgente di tribolazione. S'egli non avesse saputo leggere o non avesse avuto alcun desiderio d'apprendere, il giardiniere non avrebbe pensato a perseguitarlo: ora invece non lasciava passare occasione per rendergli più amara la vita. I titoli ch'egli scriveva erano mal fatti, perchè erano scritti come voleva il catalogo, non come il giardiniere li pronunciava! E quando Cosimo gli metteva sotto gli occhi il libro per convincerlo del suo errore, il giardiniere tutto ingrognato borbottava: — Novità, novità! Non sanno creare piante nuove e si dilettano di mutare i nomi. Gran sapienti del cavolo! — E quest'ironia cadeva non tanto sugli autori dei libri, quanto sul capo innocente del nostro tribolatello.

Egli non avrebbe però pensato a richiamarsene. Era già avvezzo a rassegnarsi a strapazzi più forti. Ma un giorno Angela si trovò presente ad uno di questi litigi, e non si potè astenere da prender le parti del suo protetto. Il giardiniere si ostinò nel torto, e nel suo stolto orgoglio chiese la sua licenza, adducendo che già non c'era bisogno di lui, dacchè v'era in casa quel sapientone.

Angela non volle prender la cosa sul serio, ma dichiarò al giardiniere che da quel giorno Cosimo era addetto al suo servigio particolare.

— Egli lascerà le vostre serre, e non si occuperà che del mio compartimento.

— Tanto meglio! — replicò il giardiniere. — Così saprà arricchire il catalogo di nuovi tesori! —

Angela, che non avea tollerato l'insulto fatto a Cosimo, tollerò colla solita sua bontà le sciocche parole dirette a lei stessa. — Appunto, appunto, — soggiunse. — Hai inteso, Cosimo. Vieni meco laggiù. Noi faremo il catalogo delle male erbe, e t'insegnerò a disegnarle e a classificarle! —

Detto, fatto. Cosimo seguì la sua protettrice in quell'angolo remoto del parco ch'essa prediligeva, dove egli, s'era appostato ad attenderla. La bizzarra fanciulla non l'aveva ancora messo a parte della vera cagione che l'avea mossa a quella singolare coltura. Non andò molto però che il suo discepolo indovinò l'istinto della sua protettrice.

— Bada bene, Cosimo, — gli avea detto — non vorrei che tu avessi imparato dal giardiniere l'arte di distruggere le piante meno privilegiate. Queste, figliuolo mio, sono tutte male erbe, secondo lui: anche quell'occhio di Venere, anche quella callistegia, anche quel grazioso lupino, tutte male erbe! E ciò perchè crescono spontanee e senza coltura, perchè nascono in ogni luogo, e s'arrampicano su tutte le vecchie muraglie! Male erbe! Quanto a me, vedi, ho un gusto affatto diverso, e trovo che quel fioretto di malva, quella parietaria, quel licopodio sono mille volte più belli de' suoi tulipani e delle sue maravigliose gloxinie! E poi ti dirò: tu m'intenderai, spero. Che diritto abbiam noi di strappar dalla terra che le vide nascere e le produsse, quelle povere pianticelle? Se si trattasse di sgombrare un terreno incolto per seminarvi il frumento e l'orzo necessari alla vita dell'uomo, non parlerei: ma cacciare in esilio queste creature indigene per cuoprir la terra di ghiaja, o per surrogarvi altre piante di lusso che non hanno spesso altro merito che la rarità, capisci bene che è una vera usurpazione, una specie di tirannia. Gli Spagnuoli e gli Inglesi che sterminarono i primi abitatori dell'America per trapiantarvi i coloni europei, o gli schiavi dell'Africa, partivano dallo stesso principio, e commettevano la medesima iniquità! Tu non puoi comprendere ancora tutto il mio pensiero: ma un giorno m'intenderai meglio. Intanto si va d'accordo nel fatto. Tu devi rispettare tutte le piante che vedi qui. Io le ho ricoverate in quest'angolo, perchè possano vegetare e fiorire tranquille. Tutti dicono ch'è una pazzia: non importa. È una pazzia innocente, n'è vero, Cosimo? Vedo che tu hai più buon senso degli altri! —

Non so quanto il fanciullo avesse compreso di questo grazioso paradosso della sua padrona: ma certo non lo trovò tanto strano nè tanto ridicolo quanto gli altri. Riflettendo, quando fu solo, alle parole della damigella, gli balenò nella mente una singolare analogia, alla quale forse Angela non avea fatto allusione. — Anch'io — pensò Cosimo, — sono una mala erba, ed è forse a questo titolo ch'ella m'ha raccolto presso di sè e mi tratta con tanta bontà! —

Questa riflessione servì a svolgere sempre più il sentimento e l'ingegno del giovanetto. In poco tempo aveva annaffiate e ripulite le ajuole del giardinuccio a lui confidato. Di giorno in giorno vedeva sbocciar qualche negletto fiorellino, che guardato d'appresso giustificava la predilezione della fanciulla. Egli cercò tanto nel suo trattato di botanica finchè pervenne a ordinare la maggior parte di quelle piante inedite pe' giardinieri; e giovandosi dei disegni ch'erano sparsi qua e là nel volume, cominciò a delinearne le foglie ed i fiori. A poco a poco rettificò quei disegni col confronto del vero che aveva sott'occhio, e un bel giorno fece vedere ad Angela il primo saggio dell'opera sua. La giovanetta arrossì di piacere e si applaudì della disposizione che mostrava il suo alunno ad imitare la grazia del vero. Gli diede allora pennelli e colori, ed un album dove potesse scarabocchiare a sua posta.

Cosimo aveva davvero l'istinto, come dicono, del colore, e la percezione rapida e giusta della bellezza. In pochi mesi fece meraviglie, e il giorno natalizio della sua benefattrice le presentò la collezione completa delle piante del suo giardino particolare. Egli l'aveva lavorato in segreto, e fu una sorpresa non solo per la famiglia, ma per Angela stessa. Tutti fecero le meraviglie, e il padre che era uomo d'ingegno e di gusto squisito non mancò di notare quello che vi era di veramente singolare e pregevole in quegli abbozzi.

C'era infatti di che stupire vedendo come il semplice istinto e l'osservazione del vero potessero aver fatto cotanto. Gli uomini così detti dell'arte, i pittori d'accademia avrebbero certamente trovato molto a ridire, ma il padre di Angela giudicava coi propri occhi e non colle regole della scuola.

Cosimo non si era limitato alle piante ed ai fiori. Aveva imitato anche gli insetti che vedeva sovente d'intorno a quelli. Nell'ultimo foglio dell'album, sotto alcune foglie di parietaria, il giovane pittore s'era divertito a dipingere un ragno de' giardini, e gli era riuscito sì vero che la zia diede in un grido vedendolo, e retrocedè spaventata.

Fu un vero trionfo per Cosimo, che con bel garbo chiese perdono alla dama della paura che le avea fatta.

Tutti risero di cuore dell'accidente, anche la zia quando si fu un poco rimessa dello spavento, non senza insinuare che c'erano tante belle farfalle da dipingere senza sprecare il tempo e i colori a raffigurare un sì brutto e schifoso animale qual era il ragno.

Cosimo si scusò un'altra volta dicendo che quello era il luogo della soscrizione, e che nessuno avrebbe ravvisato in una farfalla il simbolo del suo nome.

Il garbo che traluceva in queste parole e la modesta allusione alla propria deformità, terminò di guadagnare al giovanetto l'animo del padre di Angela, che da quel momento pensò seriamente a coltivare un ingegno che si manifestava con sintomi sì felici.