VII.

Quest'affare di Cosimo avea dato occasione al conte d'Andria di venire più d'una volta in casa Lanzoni, ora per communicare una risposta ricevuta da Parigi, ora per esaminare il soggetto, come si dice in istile dell'arte, e riferirne al direttore dell'istituto ortopedico.

Si sarebbe detto a prima vista che il conte prendeva il più vivo interesse per quel disgraziato, ma un occhio più sagace avrebbe di leggieri scoperto, sotto questa singolare benevolenza, un altro fine secreto che non era carità del prossimo. Il conte aveva gittato gli occhi sull'avvenente fanciulla, ne aveva conosciute le simpatie, e parendogli un partito non disprezzabile, avea fatto così su due piedi il suo piano di battaglia. La sua sagace tattica avea sortito l'effetto: egli avea parlato più volte alla giovane, le avea dato prova della bontà dell'animo suo, avea contribuito al benessere del suo protetto, s'era aperto una via ad intertenersi con lei ogni qual volta l'avesse desiderato.

Angela, semplice e buona com'era, non aveva pensato a secondi fini. Fu grata alla cooperazione dell'interessato vicino per ciò che credeva poter esser utile al giovanetto, ma non andò più oltre nè pur col pensiero. Il suo cuore non s'era per anco aperto all'amore. Se il conte l'avesse amata davvero, un pari sentimento sarebbe sorto spontaneamente nell'animo suo: i cuori s'indovinano e si rispondono. Ma ciò non avvenne. Ella prese le premure del conte Alberto come semplici atti di cortesia, e rispose con altrettanti. Il conte d'Andria non aveva l'onore d'essere una mala erba per provocare sull'istante le sue simpatie. S'era presentato in casa di lei colla franca disinvoltura che suole ispirare un'idea esagerata del proprio merito personale e la memoria dei molti trionfi ottenuti. L'aver veduto il bel mondo di quasi tutta l'Europa non contribuiva per poco a codesto. Ma senza ciò, il conte era grande della persona, d'aspetto avvenente, occhi neri, capelli neri, tinta bruno-vermiglia: un vero modello per rappresentar l'italiano in una galleria etnografico-pittoresca. Angela l'aveva ammirato come si ammira una bella statua, come ammirava i più bei fiori delle serre paterne, ma il suo cuore era restato chiuso ad ogni sentimento più tenero. Egli, dal canto suo, non aveva nessun interesse a concludere. Era avvezzo, in fatto d'amore, a lasciar correre l'acqua alla china. Forse è il partito migliore quando non si tratti di sorprendere ex abrupto un assenso, e prendere, come si dice, la piazza d'assalto. D'altronde Angela era ancora sì giovane d'anni e di spirito!

Dopo la partenza di Cosimo, ella s'era trovata sola e derelitta. La casa, il giardino, le parevano vuoti e deserti. Le più belle camelie la trovavano indifferente: il suo recinto particolare si risentiva delle prime brine, e più ancora della lontananza del suo cultore. Il novembre aveva disseccato metà delle piante. Le altre si restringevano in sè stesse per tener fronte alla rigida stagione, e prepararsi al riposo invernale. Ella guardava malinconicamente quell'erbe e quei fiori, divagando col pensiero ad altre idee, ad altri mondi.

Specialmente quando era sola la sera, e agucchiava presso la zia, o squadernava distratta qualche volume, due immagini le stavano innanzi, due immagini ben diverse. Cosimo colla sua faccia pallida e malinconica, il povero Cosimo infermo, contraffatto, schernito da tutti, e il conte Alberto d'Andria in tutta la pompa della sua bellezza virile, forte e robusto della persona, amato o invidiato da tutti. Ci affrettiamo a dirlo per non indurre i nostri lettori a impronti e falsi giudizi. Angela non amava d'amore nè l'uno nè l'altro. Ho già detto che non era ancora sonata per essa quell'ora che cambia e trasforma ad un tratto l'essere d'una donna. Dinanzi all'amore nessun confronto sarebbe stato possibile fra quei due. Il povero Cosimo poteva eccitare la pietà più sincera e più viva, ma non quel sentimento che domina tutta la vita. La bizzarra fantasia della giovane si compiaceva di paragonarli sott'altro aspetto. Angela era uno di quegli spiriti che domandano il perchè d'ogni cosa. Perchè dunque Alberto sì grande e sì bello, e Cosimo così sformato e ridicolo? Se il corpo non è che l'organo dell'anima, perchè quella di Cosimo non era pervenuta a formarsi un corpo più perfetto ed armonico? Questioni insolubili che tormentavano la sua intelligenza, e la facevano divagare sovente nel mondo delle chimere. Ella non s'era già lasciata abbagliare dalle lusinghiere apparenze d'Alberto: il suo giudizio s'era già formato sopra le qualità morali dell'uomo. Giammai, posto nelle condizioni di Cosimo, ei sarebbe giunto a educare se stesso e a sollevarsi ai graziosi concetti dell'arte. Pensava dunque all'ingiustizia della fortuna, a un poter capriccioso, che agli uni prodiga tutto, grazia, ricchezza, avvenenza, vantaggi sociali; agli altri tutto ricusa, e li condanna a servire come d'ombra o di contrasto ai loro fratelli privilegiati.

Era sempre lo stesso tema, sempre la stessa curiosità che le presentava il morale sotto questo punto di vista, e la spingeva a cercare una soluzione soddisfacente: ma i termini del suo confronto, che fino allora erano stati vaghi ed incerti, ora si venivano incarnando in quei due. Il conte d'Andria era per lei l'usurpatore, il tiranno, l'enfant gâté della natura; Cosimo, il paria, l'oppresso, il ludibrio d'un iniquo destino. Non occorre aggiungere che in questi momenti, e sotto il martello di queste riflessioni, ella sentiva una segreta avversione per il bel cavaliere, e parteggiava per il suo antagonista. Fino i due nomi partecipavano a questa lotta. Alberto d'Andria, uno dei più bei nomi di Lombardia, e Cosimo, che aveva udito la prima volta alterato per beffa crudele, quando i monelli ne facevano Quasimodo!

— Alberto d'Andria! Eppure io ho veduto o inteso questo nome altre volte, — diceva a se stessa la giovane. — Alberto d'Andria! Certo la zia me ne deve aver detto qualche cosa per il passato, per cui m'è restato nella memoria senza ch'io me ne rammenti nè il come nè il quando! —

E così dicendo cercava pure di richiamarsi alla mente dove avesse letto quel nome, e perchè si unisse sempre nel suo pensiero con quello di Cosimo. Tutto ad un tratto, quasi rischiarata da una subita luce, corre allo stipo dove avea riposto il borsellino che Cosimo le aveva restituito: si ricordò della carta che le era stata affidata, l'aperse e la lesse. Era, come accennammo, una promessa di matrimonio, una promessa formale sottoscritta in tutte lettere:

Alberto d'Andria.

Angela restò come stupida, colla carta spiegata dinanzi agli occhi, e non credeva a se stessa, non sapeva se vedesse il vero, o se fosse qualche strana allucinazione. Alberto d'Andria! Una promessa di matrimonio alla... madre di Cosimo! Questa scoperta le parve così importante, e il mistero che intravedeva, sì tenebroso, che non osò decifrarlo, e non volle nemmeno affrettarsi a farne parte agli altri della famiglia. Ripose la carta nel borsellino, e lo rinchiuse nell'angolo più riposto del suo stipetto. Prima che ad altri il cuore le diceva di doverlo comunicare a quello che aveva un maggiore interesse a saperlo. Risolse di scriverne a Cosimo, ma non si affrettò temendo che l'emozione che ne proverebbe non avesse a compromettere la cura che intraprendeva, e sulla quale aveva fondato tanta speranza.

Aspettò dunque consiglio dal tempo, e chiuse in sè medesima il suo segreto.