APPENDICE


[ PROCLAMA DI FRANCESCO DE SANCTIS ]
"Al popolo irpino".


Cittadini!

Voi siete chiamati a votare, io voglio dirvi cosa è il vostro voto.

Votare pel NO significa:

Votare per l'ignoranza.—I cittadini di Montemiletto dicono ingenuamente, in una loro domanda al Dittatore, che i galantuomini avevano una lista di donzelle per disonorarle, e che perciò avevano meritato la morte. Quelli di Ariano credevano che i liberali erano venuti a rubare il loro Santo. Queste sciocchezze avrebbero fatto sorridere di compassione i popolani Toscani e Piemontesi, che tutti sono andati a scuola.

Presso di noi le scuole vi sono per cerimonia; là si fa davvero.

Votare per la povertà.—Il nostro paese per natura è il più ricco del mondo; il governo borbonico ne ha fatto il più povero. Mendicanti, cenciosi, contadini affamati, borghesi anelanti come cani alla pagnotta, ecco in che stato si trova una gran parte di noi.

Votare per l'arbitrio dall'alto al basso.—Sulla sommità una volontà capricciosa, che diceva: la legge sono io; alla base spie, ladri e birri. Arbitrio del re, arbitrio del ministro, dell'intendente, del giudice, di monsignore, del capo urbano, del gendarme, non si sfuggiva all'arbitrio se non a danaro contante; il ladroneccio era organizzato dalla reggia sino alla casa comunale.

Votare per l'intrigo.—Le vie diritte non spuntavano; il merito divenuto un titolo di esclusione: l'onestà derisa come imbecillità. Volevate riuscire? Bisognava conoscere la chiave. Quando uno saliva in un posto la prima domanda era: chi l'ha portato? Si era perduta l'idea della giustizia.

Anche oggi, io credo di far giustizia e tutti mi ringraziano del favore.

Il Governo borbonico aveva detto: facciamo il popolo ignorante, povero e corrotto. Un popolo ignorante non ragiona, ma ubbidisce. Un popolo povero pensa al pane e lascia fare a noi. E quando un popolo è corrotto, nelle sue basse passioni di campanile, dimenticherà la libertà e la patria.—Ed il Governo borbonico ha lavorato sì bene, che oggi ancora, dopo che la Giustizia di Dio lo ha colpito a morte, oggi ancora si sentono alcuni popolani gridare viva a quello stesso, che ne aveva fatto dei bruti, ed alcuni preti chiamar sacra Maestà quello stesso, che ne aveva fatto delle spie. Ma lode a Dio! questi popolani imbecilli e questi preti degradati diventano assai rari.

Ecco, o cittadini, cosa vuol dire votare pel NO. Vuol dire votare per il governo delle bastonate, che vi avrebbero reso il popolo più stupido ed incivile del mondo, se l'ingegno e la forma della razza italiana lo avesse consentito.

Sentite ora cosa vuol dire votare pel SI.

Votare pel SI significa:

Votare per l'istruzione.—Quando avremo scuole popolari, scuole tecniche per gli operai, scuole agrarie, scuole industriali; nuove vie si apriranno per guadagnarci la vita, acquisteremo coscienza della nostra dignità, e non si dirà più di noi: furono trattati da animali, perchè erano animali.

Votare per la ricchezza.—Le strade ferrate ci ravvicineranno. Avremo associazioni di operai, casse di risparmio e di mutuo soccorso, la beneficenza meglio diretta e meglio ordinata, i trasporti a buon prezzo, per mercato tutta l'Italia.

L'industria e il commercio faranno di questo paese privilegiato il più ricco e potente di Europa.

Votare per l'indipendenza e la grandezza della patria.—Che siamo stati finora? un popolo diviso in piccoli stati, incapaci di difenderci, invasi e calpestati da Francesi, da Spagnuoli e da Tedeschi, e fino da Russi e da Turchi, chiamati da Ferdinando IV, gran protettore dei briganti.

Saremo una Nazione di 26 milioni di uomini, una di lingua, di religione, di memorie, di coltura, d'ingegno e di tipo; saremo padroni in nostra casa; potremo dire con orgoglio romano: siamo Italiani. E lo straniero che ci ha comandato e ci ha disprezzato dirà: questa è una razza forte: è stata grande due volte, e quando dopo tanti secoli di oppressione la credevamo morta, eccola che leva il capo, più grande ancora.

Votare per la libertà, vale a dire per ciò che l'uomo ha di più prezioso, la libertà individuale, l'inviolabilità della coscienza, la libertà della parola e della stampa, la legge fatta da noi stessi per mezzo dei nostri rappresentanti, e l'indipendenza assoluta dell'individuo, nei limiti della legge.

Votare per un Re, che ha avuto il più bel titolo che un popolo abbia mai dato, il Re galantuomo.

Per un Re che, primo ed unico, ha messo a pericolo il trono e la vita per far noi grandi e liberi.

Per un Re che ha meritato di esser gridato da Giuseppe Garibaldi: il primo cittadino d'Italia.

Votare per Vittorio Emanuele.

Cittadini! accorrete tutti in folla. Che questo bel giorno non sia contaminato da violenze e da disordini! Che nell'unità d'Italia si unifichino i cuori di ogni Comune! Imitiamo i Toscani, i Romani, i Lombardi, che col loro sangue ci hanno riscattati, e che hanno votato con tanta unanimità e con tanta concordia. Mostriamo che la nostra provincia, la quale nel '20 alzò il primo grido di libertà, è sempre la stessa.

Napoli, 16 Ottobre 1860.

Il governatore

Francesco De Sanctis

(Cfr. G. L. Capobianco—Francesco De Sanctis, biografia e ricordi inediti—Avellino, ed. Pergola 1913, pag. 23-25).


[L'OPERA DI FRANCESCO DE SANCTIS]
nell'evoluzione storica del pensiero italiano.[101]


Il compito di commemorare Francesco de Sanctis fu sempre di per se stesso assai malagevole, per la difficoltà intrinseca, che incombe a chi lo assume, di scolpire nei suoi tratti più caratteristici la figura di un uomo proteiforme, il cui pensiero non è ancora interamente rivelato, e aspetta chi lo incarni e lo compia nell'arte e nella scienza, nella vita morale e in quella politica.

La difficoltà del cimento è però cresciuta, a dismisura, per me, dall'obbligo stesso che mi vien fatto di sostituire al penultimo istante, l'oratore insigne, che, rinunziando alla nobile missione, ha voluto additare del pari la perigliosa altezza di questa solennità.

Il Parlamento, l'Università, l'Accademia, l'Associazione della Stampa, il Circolo Filologico, nelle commemorazioni fatte a più riprese dell'opera geniale di Francesco de Sanctis, provvidero in diversa misura a rivelare la parte più nota e meglio accessibile del carattere dell'uomo. Ma chi riparla di lui innanzi al popolo d'Ariano e alla gente Irpina, convenuta da ogni angolo della provincia quasi in attesa di una rivelazione o risurrezione delle più elevate attitudini del suo pensiero, non può credere che l'ufficio, che gli è delegato, sia quello soltanto di suggellare nel marmo la fama del principe della critica, proprio là di dove s'irraggiò dapprima e più viva la luce della sua intelligenza. Ben altra è l'aspettazione con cui si segue la parola rivelatrice del significato nuovo e profondo, che in sè accoglie una festa affatto insolita per queste contrade, quasi che la pubblica coscienza, ridestata di un tratto al sentimento pieno della sua dignità, volesse veder trasfigurati nel tipo i suoi caratteri etnici, e assunto per sempre nella storia del pensiero umano il contributo ricchissimo che vi apportarono, nella universalità della critica e nella internazionalità del diritto, i due più illustri rappresentanti dello spirito Irpino, Francesco de Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini.

L'uno e l'altro ebbero attitudini multiformi, e apparvero, a buon diritto, come incarnazioni squisite delle più elevate virtù dell'intelletto italiano. Ma, nella universalità loro, non dimenticarono mai la nota fondamentale e, quasi direi, personale del carattere. Or chiunque si accinge a ricercare questa nota fondamentale, nell'opera del De Sanctis, non può dimenticare che egli si rivelò sempre, in tutte le manifestazioni della sua vita intellettiva e politica, quale critico sommo.

Ma che cosa è il critico di fronte alla coscienza popolare, e qual'è la funzione specifica che l'arte sua è chiamata a adempiere nella vita?

Non è facile chiarire o determinare l'insinuazione pericolosa che si nasconde in domande così suggestive, sopratutto in un ambiente come il nostro, dove lo spirito critico si confonde colla pubblica maldicenza, ed avvolge tra le sue spire tutte le forme più elevate dell'attività umana.

Ma io spero di non esser frainteso, se dalla considerazione obiettiva dei caratteri etnici di questa regione son tratto ad affermare, che lo spirito critico, in cui si appunta una delle tendenze più comuni e caratteristiche della natura meridionale, apparisce agli occhi miei quale evoluzione o, meglio, degenerazione di una delle più profonde qualità della mente, cioè di quell'istinto speculativo, che fu comunicato per la prima volta alla razza sannitica dell'intelletto filosofico dei Greci.

In Grecia, quest'istinto tralignò precocemente nella sofistica e, per intemperante amore della libertà del pensiero, affrettò la fine dell'indipendenza della patria. Nella razza sannitica, oppressa non ingloriosamente dalla forza trionfatrice di Roma, questo istinto fu inutile strumento di redenzione e armò lo spirito popolare contro l'ineluttabile e fatale supremazia del vincitore, lanciando contro di esso il ghigno sarcastico della Commedia. Fu un istinto che, per due volte, soccorse benefico a lenire il dolore della perduta libertà, ispirando nell'età antica il tipo dell'Atellana e nei tempi nuovi la maschera di Pulcinella.

Non è certo questo il luogo d'indagare il significato profondo che s'annida nell'origine storica di questi tipi, onde appare sì ricco, nel periodo più nefasto della decadenza politica, il teatro comico della nuova Italia. E tanto meno poi ci è consentito d'illustrare la felice assunzione di questi tipi nel patrimonio dell'arte italiana, per opera di un genio novello, non ancora mancato alle nostre aspettazioni ansiose di gloria, per opera, voglio dire, di quella incarnazione robusta del genio musicale, che, interpretando il significato recondito di queste maschere, ha circonfuso di luce immortale le memorie più care dei nostri dolori. Mi fermerò invece a rilevare, non senza compiacimento, che il De Sanctis mirò sopratutto, colla multiforme opera sua, a togliere la maschera dalla vita e l'orpello dalla coscienza; e che non fu un caso se, proprio nella sua scuola, un ingegno non meno eletto che acuto, a cui arse di sì vivida luce la vita interiore da annebbiarne precocemente quella degli occhi, si provò, col meritato plauso del maestro, ad analizzare, con grande finezza, il carattere del Pulcinella, e a vedere mirabilmente incarnata e riflessa nel tipo di questa maschera l'immagine di un popolo, che cerca ognora più il parere che l'essere, che persegue le sue torbide fantasie e le ama più della realtà, quasi dolente che questa gli turbi il godimento tranquillo del suo torpido sogno.

Questo torpore fantastico, in cui il buon seme antico della nostra razza, dominata da Roma, resta tuttora addormentata, era, come ho detto di sopra, un effetto di degenerazione, e non ebbe neppure quella larga e fiorente incarnazione artistica, in cui ama di rifrangersi per solito, nella penombra della storia o nelle passeggiere ecclissi della civiltà, la fantasia popolare. La natura fantasiosa e spensierata del nostro popolo, tanto nel crollo dell'antica libertà quanto nell'esose gravezze della nuova servitù, sorrise amabilmente delle sue sventure, quasi non le fosse consentito, colla forza del libero pensiero, di scuotere il peso delle sue catene. E non furono che scarse e fioche voci, isolate e quasi moleste, quelle che interruppero di tempo in tempo il sonno monotono dell'inglorioso servaggio. Per non dire che quelle rare volte, in cui queste voci riuscirono fide interpreti della coscienza popolare, esse non fecero che cullarne e riaddormentarne l'anima tra i lenocini dell'arte e la lussuria dei sensi, carezzando e lusingando le peggiori tendenze di un'indole avulsa dalla realtà e sognante ognora le gioie e le delizie dell'Arcadia.

In quest'ebbrezza di sensi, che ricongiungeva alla vita della natura l'anima meridionale, brillarono talvolta le forme di un'arte più elevata e più pura, e passarono sulla coscienza come lampi di fuoco gl'istinti della ribellione. Ma l'anima popolare non trovò mai la forza nè di redimersi colle suggestioni radiose della grande arte, nè di affrancarsi coi moti vigorosi e concordi di una forte e felice convulsione politica. L'arte si estinse precocemente nella satira, e lo spirito di resistenza nella parodìa della rivoluzione, organizzata e repressa nel nome di Masaniello.

Giaceva però nel fondo della razza come un tesoro ascoso e quasi vergine, lo spirito filosofico, rimasto troppo a lungo inoperoso tra le ansie della diuturna servitù e le nebbie della più impenetrabile ignoranza. Questa luce accese improvvisamente lampi di nuova vita nell'animo del Vico e rivelò, per suo mezzo, al mondo della coltura la fiamma di uno spirito agile e desto, che il pensiero ellenico aveva nutrito dei suoi succhi più vitali, e a cui affidò la lampada di resurrezione dell'antico sapere italico.

Già altri ha additata, assai felicemente, in alcuni canoni vichiani della Scienza Nuova i primi albori della critica di Francesco De Sanctis. Questa intima affinità non va però interpretata come un esteriore contatto, che sia quasi indizio di diretta emigrazione o trapasso. Essa, invece, è conformità d'animo, è continuazione latente dell'antico e puro pensiero italico, è liberazione dell'animo dall'abiezione della servitù secolare, mercè le forze fresche e nuove dell'indagine speculativa.

Ho detto che l'Italia meridionale non aveva partecipato direttamente ed efficacemente alla nuova elaborazione delle forme letterarie più complesse e perfette, che diedero origine e spiccata fisonomia nazionale e moderna all'arte italiana. Nè voglio insistere più del dovere sul fatto, che anche nell'età antica il contributo principale dato dalla nostra razza allo svolgimento storico della letteratura latina investì di preferenza le forme inferiori dell'arte, la satira cioè e la commedia. Io accenno a tal congruenza, che non può essere casuale, solo per il fatto, che essa prestò una probabile giustificazione o motivo anche ad un apprezzamento affatto parziale ed ingiusto, dato dal Mommsen sulle qualità artistiche del popolo italiano. Dai primi suoi studi, che aveva volti ad illustrare in modo così originale e nuovo i dialetti e i monumenti antichi di queste nostre regioni, egli fu forse tratto a negare all'Italia antica e alla moderna le attitudini più squisite per la grande arte, sol perchè riconobbe i caratteri etnici della nostra letteratura dalle forme secondarie, che in mezzo a noi avevano trovato più largo successo e non volgare ispirazione.

Ma, se al nostro popolo mancò lo splendore della grande arte, gli arrise invece, mercè l'opera del De Sanctis, una gloria, che forse non morrà, quella cioè di poter dare al mondo della coltura la coscienza dell'alto valore umano che ispira la nostra arte e che affratella il nostro pensiero alle manifestazioni più splendide e perfette dell'arte universale.

Nel carcere di Castello dell'Uovo, testimone delle orgie tra cui era morta la libertà repubblicana, tragico asilo in cui si era estinto l'ultimo avanzo del nome di Roma, lo spirito di Francesco De Sanctis si ricongiunse collo spirito stesso dell'umanità, e nelle ansie affannose dell'anima di Guglielmo Tell, a cui era specchio l'onda armoniosa e limpida del verso di Schiller, sentì ripercosse le ansie della nuova anima popolare, anelante e bramosa di riscossa.

Le voci, che si sprigionarono a quel contatto dalla coscienza del critico, erano sussulti incomposti e gemiti di un'anima ferita nella poesia del cuore, offesa nelle aspirazioni di libertà interiore, indarno represse dalle catene. Ma quell'epilogo doloroso dell'infausta giornata del 15 maggio, se parve un sanguigno tramonto e un'irreparabile rovina d'ogni più nobile e riposta idealità della nostra gente, fu invece nel fatto l'alba promessa e quasi fatidica della sua riscossa.

Noi abbiamo così poco svolta e formata la nostra coscienza politica, e così ottuso e annebbiato il senso della realtà dall'indole vaporosa e fantastica, da potere ancora dar credito a questa ingiuriosa leggenda, che lo spirito popolare delle nostre contrade, oppresso da esosa servitù, sia stato come per forza avvinto alla causa della libertà, e più che affratellato aggiogato alla sua redenzione. Questo colpevole e deplorevole oblìo di noi medesimi offusca e perturba non solo la storia vera del nostro risorgimento, ma la coscienza della nostra dignità di popolo. E fa porre in oblìo, non men dagli altri che da noi medesimi, la partecipazione eguale e diretta che ebbero alla grande opera le due razze privilegiate della penisola, il vigoroso senso pratico dell'elemento celtico, trasfuso e contemperato nella valle del Po col buon seme italico, e lo spirito più universale ed astratto della razza sannitica che, con rinnovellata prova delle sue più squisite idealità, fece spontaneo olocausto della sua supremazia e indipendenza politica, per adempiere nell'unità dei destini il fato della patria.

La nostra rivoluzione, soffocata nel sangue colla infausta giornata del 15 maggio, preparò un più largo movimento di riscossa e si chiuse in modo degno di un popolo civile, costringendo a un esodo, che parve volontario, l'imbelle avanzo dei dominio borbonico nelle nostre contrade. Egli è che quella sollevazione quasi unanime dello spirito popolare era stata promossa dalle alte classi dell'intelligenza, e, preparata nella scuola, aveva trasformati gl'impavidi seguaci in apostoli ardimentosi e martiri inconsapevoli della nuova idea.

A quest'opera di rigenerazione sociale e politica, Francesco De Sanctis consacrò i succhi più vitali della sua intelligenza privilegiata e le energie più fresche ed inesauribili di un pensiero nuovo e profondo, maturato nelle assidue meditazioni e negli studi severi. E fu tra gli esuli e i profughi, a cui era diventato pericoloso ed ostile il suolo della patria, quello che forse meglio d'ogni altro concorse a rendere ammirate, in Torino e in Zurigo, la vivace originalità e l'acuta penetrazione quali caratteri indefettibili dello spirito filosofico della nostra razza. Nè fu semplice omaggio all'insolita concordia di apprezzamento, con cui era giudicata al tempo stesso da due insigni meridionali l'opera e l'ingegno di Francesco De Sanctis, la scelta che di lui fece Camillo Cavour, additandolo al primo re d'Italia come primo Ministro dell'Istruzione del nuovo regno italico. Fu quella, più che un'intuizione politica, un presagio fatidico del grande statista, che additava nell'educazione civile del popolo italiano lo augurale e aspettato compimento dell'opera grandiosa, così faticosamente raggiunta coll'unità politica.

Ma l'astro luminoso, che ne aveva accompagnato le trepide vicende attraverso a delusioni amarissime e a meditati trionfi, si addormentò, ahimè! troppo presto, come avvelenato da Erinni malefiche. E parve per un istante che pencolasse il destino della patria nelle mani nuove e inesperte, che erano chiamate in sua vece a governarne le sorti.

Francesco De Sanctis sentì che per la vita si perdevano le ragioni del vivere, e solennemente distaccò il suo nome dalla causa di quel partito generoso, che turbato da molteplici difficoltà e pauroso di più ardite iniziative, sembrava di confondere troppo insieme la sua causa coi destini della patria. E, colla sua evoluzione, precorse di dodici anni l'avvento al potere di quella novella parte politica, di cui aveva preconizzato il successo.

Egli è che il suo spirito non si appagava di quella libertà esteriore, che era stato felice risultamento dell'avvedutezza politica e dell'accordo benefico del principato colle aspirazioni popolari. Quella libertà, così faticosamente raggiunta, mancava di un suo proprio contenuto morale e di un saldo fondamento economico, che ne rendesse desiderato e confortante il possesso alle moltitudini avide di giustizia e di bene. Ed egli temè che si potesse scolorare innanzi alla delusione delle loro speranze, il pregio di così travagliate conquiste.

In quest'aspirazione tuttora indeterminata e quasi inconsapevole della sua mente ci è dato di sorprendere come l'afflato dei tempi nuovi, che si era fatto strada o, meglio, aveva trovato eco nel suo spirito largo e comprensivo. E possiamo benanche immaginare, che forse, nel Politecnico di Zurigo, la sua anima non fosse rimasta sorda alle prime e nobili voci, che maturavano il nuovo pensiero sociale e il futuro destino dell'umanità.

Ma, se pur queste risonanze vi furono, esse non apparvero mai ben distinte, e, ad ogni modo, non esercitarono efficacia salutare, nè allora nè per molto tempo dopo di lui, sull'opera della parte politica, di cui aveva vaticinato come necessario l'accesso alle responsabilità del governo, per la retta funzione dei nuovi ordini costituzionali. Quando però questa evoluzione si fu affermata e compiuta, e nelle prime sue fasi apparve tanto difforme dagli ideali che l'animo onesto aveva vagheggiato, egli non mancò di sfolgorarla colla luce della sua intelligenza. Era l'antico spirito critico che risorgeva in lui e che gli dava, anche nella vita politica, quella seconda vista, che manca e riesce perciò appunto insopportabile ai mediocri. Cominciò allora, soprattutto per opera sua, la riorganizzazione dell'antica sinistra parlamentare, come partito di governo, sulle basi della moralità e della giustizia. E, chiamato a dare a questo tentativo gli ultimi sprazzi di luce della intelligenza, additò con chiarezza quali fossero i mezzi di ricostituzione interiore, che potevano risanare e rinsanguare, secondo l'antico concetto di Cavour, la vita pubblica e la coscienza nazionale. I mezzi da lui escogitati a tal fine parvero troppo remoti dalla méta e dalla realtà, e furono resi inefficaci da quel pericoloso e vivacissimo avanzo della decadenza italiana, che è l'irrisione dello spirito scettico e beffardo. Ma, considerando oggi alla stregua della nuova e pericolosa esperienza contratta nella vita i provvedimenti immaginati fin d'allora dal De Sanctis, per ricostruire la fibra della razza, non deve più apparirci materia di scherno nè il concetto della ginnastica educativa, nè l'istituzione delle scuole diplomatiche e coloniali, indarno destinate sin qui a preparar nuovo teatro alle vigorose energie del nostro popolo, cui son fatti troppo angusti gli antichi confini della patria.

Le attitudini critiche di Francesco De Sanctis si erano rivelate nella scuola del Puoti e avevano ricevuto il primo battesimo e, come a dire, il simbolo della loro predestinazione dagli incoraggiamenti benevoli di Giacomo Leopardi, che, echeggiando potentemente nei suoi dolori l'eco eterna dei dolori dell'umanità, non aveva però ancora perduta la fede nelle sue sorti magnifiche e progressive. Nè io ho bisogno di ricordare pur qui un'altra volta, come l'intuito critico di Francesco De Sanctis abbia sprigionato i primi raggi di quella luce vivida e nuova, onde apparve illuminata d'un tratto qualunque manifestazione più splendida della nostra arte, proprio dall'interpretazione dei canti immortali del poeta recanatese.

Questo spirito critico era stato la forza degli anni primi della sua giovinezza, il fuoco animatore della prima sua scuola, l'ispirazione mirabile per cui raccolse intorno al nome di Dante l'omaggio del mondo civile al culto delle nostre memorie. E non l'abbandonò mai in nessuna di quelle fasi culminanti, per cui si svolse il suo sentimento artistico e la sua vita politica.

Quando, compiuti in Roma i destini politici della nuova Italia, Francesco De Sanctis si accinse a continuare la sua opera di educatore, in quella che fu detta a ragione la seconda sua scuola, riapparvero sotto nuova forma gli antichi ideali del critico. E il maestro ritornò un'altra volta al poeta diletto della giovinezza, come per chiedergli ispirazione alla novella opera a cui si era accinto. Egli aveva già scolpito nel marmo, per mezzo della Storia della nostra letteratura, le forme e le vicende dello spirito italiano, e nella nuova scienza aveva intravista la fisonomia, con cui doveva colorarsi e riflettersi nell'arte dell'avvenire il rinnovamento della nostra coscienza morale, sociale ed artistica.

Un'opera mirabile e feconda di concezione, raccolta dalla viva voce del maestro nel momento stesso della sua concentrazione nel fuoco della parola, rivelò allora quasi ad ogni passo, ai suoi fortunati ascoltatori il profondo intuito che ebbe il De Sanctis di tutte quelle correnti spirituali, che insieme conferirono alla grande opera del risorgimento nazionale. Ma in questo studio d'integrazione, mirando a raccogliere e a determinare gli elementi più vitali e durevoli dell'opera della rivoluzione, e a sceverare da essa la parte mortale e caduca, onde era ingombra, egli si affissò soprattutto nel Manzoni, come disegnatore insuperato di tutto ciò che muove e guida nelle sue azioni l'animo umano.

Si noti però che, in questa ricostruzione, il critico non abbandona mai l'indipendenza del suo giudizio, e non si lascia sorprendere come rattrappito nell'àmbito di nessuna forma artistica, per quanto si voglia meravigliosa e perfetta. Il De Sanctis sentì primo e più vivamente d'ogni altro, che il rinnovamento delle basi scientifiche della coltura preparava l'avvento del naturalismo nell'arte, e che pur questo sarebbe stato avanzato alla sua volta da un'arte più fina, in cui si ricongiungessero insieme questi due inscindibili processi, per cui lo spirito umano tende ognora a scoprire nella realtà della vita le leggi ideali del pensiero. Il suo motto fu quello di Michele Montaigne: naturaliser l'art, artialiser la nature. Lotta terribile per l'incarnazione di una nuova e più perfetta formola artistica, a cui uno spirito privilegiato consacra, tra ansie e trepidazioni infinite, lo splendore e la maturità della sua intelligenza, perchè questo grande ideale trovi la sua espressione più concreta e perfetta, e pur quest'umile parte d'Italia sia assunta alfine nei regni della grande arte.

Chiunque ritorni, come dopo lunga peregrinazione, a rinfrescare i ricordi dei suoi studî più diletti nell'onda avvivatrice e fresca del pensiero del De Sanctis obliandosi in esso, sente quasi sempre vagare il suo spirito sugli abissi di un mondo nuovo e ancora inesplorato. A ciascuna di quelle sue frasi brevi e scultorie gli si apre la visione di un orizzonte interminabile, su cui l'intelletto del maestro dispiega come aquila il potente suo volo, per tutte scoprirne colle immense poderose volate gl'intricati avvolgimenti. Quando la parola vacilla e quasi par che non regga sotto il peso del grave pensiero, egli martella la visione di questo mondo sublime dell'inconoscibile con incisi più potenti, per sprigionarne sprazzi di luce vivida e rapida, come quella della folgore.

La critica, su cui dominò sovrano il genio di Francesco De Sanctis, non ha nulla di comune con quell'arte più modesta, che siam soliti di gratificare di questo nome, e che vive e si oblìa nelle più umili regioni della storia e dell'arte, della politica e della realtà della vita. Il suo regno è ampio come quello dei venti, la sua meta inaccessibile e pericolosa come quella degli abissi inesplorati e profondi. Essa è fatta di genialità, ed è temprata nelle analisi più precise e nelle sintesi più audaci e comprensive. E, se non evita, certo non si compiace della dipintura e ricerca minuziosa dei difetti e dei mali, dietro cui si muovono affaticati e stanchi i più modesti operai del sapere.

Nel regno della critica, Francesco De Sanctis ha conquistato il posto, che spetta soltanto agli scopritori di mondi nuovi.

Altri paesi ed altre nazioni aspettano ancora, come una rivelazione dell'avvenire, il metodo critico, che Francesco De Sanctis ha inaugurato e reso perfetto. Per noi Italiani esso è ormai una felice realtà e una promessa sicura di bene, se sapremo accoglierne e svolgerne i presaghi ammonimenti.

Enrico Cocchia


[DE SANCTIS E LA POLITICA]


Sul numero del 2 marzo 1913 comparve sul Giornale d'Italia un articolo di Matteo Incagliati, contenente alcune inesattezze, che ancora circolano a discredito della nostra Irpinia, ed in particolare del Collegio di Lacedonia. Credo, perciò, che non sia superfluo riportare qui la lettera, indirizzata al pubblicista Incagliati e pubblicata due giorni dopo dal Giornale d'Italia e dall'Araldo.

Napoli, 2 marzo 1913.

Illustre signor Incagliati,

Da molto tempo seguo con vivissima simpatia la sua opera di meridionale entusiasta delle superbe tradizioni della nostra terra, e non potrà immaginare con quanto piacere io abbia visto rievocare oggi, sul Giornale d'Italia, la maestosa figura di Francesco De Sanctis.

Irpino di nascita e figliuolo del compianto cav. Antonio Capobianco—amico carissimo e sostenitore costante del De Sanctis nel Collegio di Lacedonia—io sento il dovere di scriverle la presente per rettificare un errore, nel quale Ella è involontariamente incorso.

Nella lotta elettorale politica del 1875, di cui si occupò il grande critico nel Viaggio elettorale, il De Sanctis non fu sconfitto, come Ella dice, ma riportò, anzi, una strepitosa vittoria. Il Collegio di Lacedonia seppe compiere allora completamente il proprio dovere, perchè non volle fare una quistione di destra o di sinistra, nè volle accogliere la scomunica del Comitato di sinistra di Napoli lanciata contro un proprio membro, il De Sanctis, per favorire l'avversario avv. Serafino Soldi, ma dimostrò d'intendere interamente il grido che prorompeva forte dal petto del grande Critico: «Date la patria all'esule»!

Il buon senso seppe trionfare su tutti gli ostacoli creati a bella posta contro il De Sanctis. Quella vittoria fu anzi il preludio della completa pacificazione degli animi attorno al loro illustre rappresentante. Nelle elezioni successive, in quelle provinciali prima del mandamento di Andretta e in quelle politiche dopo (1876), gli elettori si riaffermarono unanimi sul nome del grande Irpino. Parve allora, al De Sanctis di aver raccolto il frutto della campagna elettorale del 1874, ed Egli se ne mostrò lietissimo in una lettera (diretta al compianto patriota avv. Francesco Maria Miele, Sindaco di Andretta), che io ho pubblicato nella conferenza sul De Sanctis tenuta alla Dante Alighieri di Monteverde e testè edita dalla tip. Pergola di Avellino[102].

L'errore è comune, ed è perciò che ho voluto richiamarne la Sua cortese attenzione.—Mi consenta poche altre parole.

È un atto di giustizia legittima e doverosa riconoscere che il Collegio di Lacedonia fu sempre fedele al De Sanctis fino al 1882, anno in cui ebbero luogo per la prima volta le elezioni a scrutinio di lista, d'infelice memoria!

Il Collegio di Lacedonia venne allora compreso nella nuova circoscrizione elettorale di Ariano di Puglia, e così fu possibile la sconfitta, per soli pochi voti, del De Sanctis! La colpa fu tutta di quel disastroso scrutinio di lista, che permise il trionfo di tante nullità e la caduta di tanti uomini insigni!

Il 1882 è rimasto, perciò, celebre nella storia d'Italia!

Del resto se il Collegio di Lacedonia in qualche modo si mostrò poco grato verso il grande Concittadino, ha già dato in parte prova della propria riconoscenza, e, direi anche, resipiscenza verso Francesco De Sanctis innalzando nel capoluogo un monumento in suo onore ed intitolando al suo nome glorioso tutte le opere di educazione popolare, che sono sorte nei varii comuni del Collegio.

Non condivido poi la sua opinione riguardo al De Sanctis, uomo politico. Se la politica, infatti, è onestà, moralità e sincerità, certo il grande Irpino fu uno dei più eminenti parlamentari dell'Italia unita.

Il Viaggio elettorale, Le lettere parlamentari, i numerosi discorsi e gli scritti politici di Lui stanno a dimostrare la verità della mia asserzione, che, del resto, non è mia soltanto.

Nelle occasioni solenni, alla Camera dei Deputati, la parola del De Sanctis—lo ricorda il Villari—passò come l'espressione del più puro patriottismo, perchè confortata dalla grande autorità che gli proveniva dalla generale convinzione che egli non si lasciava mai accecare dallo spirito partigiano. La sua vita diveniva allora un vero apostolato politico, ed egli poteva avere dalla cattedra, dalla stampa e dalla tribuna parlamentare sul popolo italiano la medesima influenza avuta dalla cattedra sui giovani.

Se così non è, chi dovrà dirsi grande parlamentare?

La ringrazio della cortese ospitalità, che darà a questa mia, e mi creda con profondo ossequio

Devotissimo

Giuseppe Leonida Capobianco


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APPENDICE

NOTE:

[1] Virginia Basco, già scolara del De Sanctis a Torino, andò poi sposa al conte Enrico Riccardi di Lantosca, che divenne colonnello di cavalleria e si distinse nella guerra del '59. La «Virginia» cessò di vivere in Torino il 10 giugno 1916. Per maggiori notizie: Cfr. l'articolo di Filippo Crispolti «La contessa Virginia Riccardi di Lantosca Basco» sul «Momento» di Torino del 12 giugno 1916, e inoltre F. De Sanctis: Lettere da Zurigo a Diomede Marvasi, edite da Benedetto Croce, Napoli, Ricciardi, 1914; F. De Sanctis: Lettere a Virginia, edite da B. Croce, Bari, Laterza, 1917.

[2] Maria Testa dei baroni Arenaprimo era figlia di un generale borbonico, già comandante il Distretto Militare di Avellino, devotissimo alla Casa Borbone, mentre la consorte Caterina dei baroni Arenaprimo era donna di alti sentimenti liberali ed amica di Carlo Poerio. Il De Sanctis conobbe la Maria in casa di Pisanelli, e poco dopo si strinsero in un legame indissolubile di affetto. La vedova De Sanctis morì in Napoli il 26 agosto 1906.

[3] Eletto deputato di Lacedonia, nel 1861, il canonico arciprete Antonio Miele, condannato politico e patriota provato, vi fu un'inchiesta giudiziaria, ed una seconda inchiesta vi fu nel 1870, allorchè venne eletto il signor Giuseppe Tozzoli di Calitri contro Saverio Corona di Teora.

[4] Il governo Piemontese dava L. 60 mensili ad ogni esule colà ricoverato.

[5] Berti Domenico, filosofo letterario e statista piemontese, nato a Cumiana nel 1820, morto nel 1897. Fu Ministro della P. I. nel 66-67, di A. I. e C. dall'81 all'84. Sue opere principali: Vita di Giordano Bruno. Vita ed opere di Tommaso Campanella e molte monografie politiche e letterarie.

[6] Era l'Istituto femminile della signora Elliot. Oltre all'Istituto privato Elliot, il De Sanctis insegnò privatamente alla Virginia, a Teresa De Amicis, che sposò poi il conte Barbarossa, a Grazia Mancini, che sposò il senatore Augusto Pierantoni, Lia Belisario ed altre. Successivamente il De Sanctis levò molto rumore con le conferenze su Dante e per i suoi acuti scritti sul giornale «Il Piemonte» diretto da Farini e sulla rivista il «Cimento». Il 1855 fu l'anno della maggiore attività letteraria del De Sanctis. Chi ne proclamò per primo il valore fu un altro illustre napoletano Ruggero Bonghi. Ma non per questo dobbiamo credere che il De Sanctis si disinteressasse delle cose politiche; e, lasciando stare la sua fiera protesta contro i Murattisti, ricorderemo che, quando gli si offriva il destro parlava di politica con molto calore, come fece, per esempio, discorrendo delle Memorie del Montanelli.

[7] Nei Saggi Critici v'è lo studio pubblicato allora sulle poesie di Sofia Sassernò, nizzarda.

[8] Ab. 3494.

[9] Il primo è il comm. Achille Molinari, sindaco di Morra Irpino dal 1870 al 1886, e dal 1906 fino ad oggi. Morto De Sanctis, ebbe l'onore di succedergli nel Consiglio Provinciale, quale rappresentante del mandamento di Andretta. Il secondo era medico-chirurgo, e morì ancor giovane, nel 1881.

[10] Era un gentiluomo di Sansevero legato al De Sanctis da grande amicizia.

[11] Sansevero era il capoluogo del Collegio, rappresentato allora dal De Sanctis.

[12] Angelo Camillo de Meis, con Luigi La Vista, Pasquale Villari e Diomede Marvasi, appartenne alla prima scuola privata del De Sanctis, e fu il suo più caro discepolo ed amico.

[13] Il giovane Giuseppe Castelli era sindaco del tempo.

[14] Francesco Maria Piccolo, che fu pure consigliere provinciale.

[15] L'avv. Michele Ippolito.

[16] Vincenzo Piccolo.

[17] Il Collegio era diviso da profondi rancori campanilistici, e fu non poco merito di De Sanctis l'aver portato la concordia, resa più salda nelle elezioni successive, come vedremo.

[18] Alfonso Bartimmo, notaio, fu chiamato per scherzo il letterato, avendo affermato di essere un purista (!) nella succolenta cena, che dette in onore di De Sanctis, la famiglia Castelli, come ricorda l'avv. sac. Alfonso Pasciuti. Il Bartimmo morì nel terremoto di Casamicciola.

[19] La Luisa era della famiglia Bizzarri di Lacedonia. Andò sposa al dottor Michele Castelli di Rocchetta da S. Antonio.

[20] Il De Sanctis fu rappresentante del Collegio di Sessa Aurunca all'VIII Legislatura.

[21] Lacedonia, capoluogo del Collegio omonimo, conta 5966 abitanti. L'imperatore Giustiniano, fin dal 517 la dava in feudo ai Benedettini. Nell'antica cattedrale ebbe luogo la celebre congiura dei baroni contro gli Aragonesi, descritta da Camillo Porzio.

Lacedonia è una fiorente piccola città, ed ha una Regia Scuola Normale mista, che s'intitola al nome di colui che, ministro, l'istituì, Francesco De Sanctis. Nella piazza principale c'è un busto di marmo in onore del De Sanctis.

[22] Il dott. Vincenzo Saponieri.

[23] Presentemente il bosco è del tutto dissodato: sono celebri le acque minerali.

[24] Giuseppe Regaldi, celebre improvvisatore di poesie patriottiche, n. a Novara nel 1809 e m. a Bologna nel 1883. Lasciò un carme di sapore classico: L'Acqua e liriche ispirate da caldo amor di patria, quali L'Armeria di Torino e L'Ode a Roma.

[25] Giuseppe Vigorita.

[26] Padre Antonio Pescatore.

[27] Domenico can. Pio.

[28] Competitore del De Sanctis era il compianto on. avv. Serafino Soldi di Avellino.

[29] Il Comitato elettorale della Sinistra, del quale faceva parte De Sanctis, inviò a tutti gli amici del Collegio l'esortazione di sostenere l'avv. Soldi, come risulta dal seguente telegramma:

Uff. telegr. Bisaccia—Ricev. Rollo. Prov. Napoli—Borsa. N. 224-16-1-1875.

Francesco Maria Miele-Bisaccia (per Andretta)—«De Sanctis ingiustificabile—Leggete Pungolo Roma vedrete Comitato opposizione sostiene Soldi. Farete opera patriottica sostenendo Soldi. Partito pregavene». Nicotera.

[30] Si accenna qui al candidato avv. Soldi.

[31] L'attuale sindaco di Morra comm. Molinari, che accompagnava il De Sanctis nel giro elettorale.

[32] Il vecchio giornale democratico napoletano fondato dal prof. Diodato Lioy, con programma unitario, nel 1861.

[33] Il Comitato Elettorale della Sinistra sostenne sempre, con tutte le sue forze, l'avv. Soldi.

[34] Sono le carceri, ove passò oltre due anni, in seguito alla feroce reazione del '48.

[35] Padre Antonio Pescatore, già ricordato.

[36] La ferrovia invocata e caldeggiata dal De Sanctis venne di lì a poco, e prese il nome di Avellino-Rocchetta S. Antonio.

[37] Ettore Ripandelli di Candela, amico e già collega del De Sanctis alla Camera.

[38] Giov. Ant. Cipriani di Guardia dei Lombardi, giovinetto fece parte della Giovine Italia e più tardi si rese benemerito della causa dell'unità italiana nella prov. di Avellino. Morì nel 1906.—Cfr. Antonio D'Amato: Un dimenticato patriota irpino.—Napoli, Morano 1913.

[39] Comune molto fedele al De Sanctis.

[40] Pietro Capaldo, attualmente Procuratore Generale alla Corte di Cassazione di Napoli e Senatore del Regno, nato in Bisaccia il 27 aprile 1845.

[41] Il Governatore De Sanctis fu nominato il 19 settembre 1860 e prese possesso della carica dinanzi al Consigliere d'intendenza D. Lorenzo Filidei di Avellino il 12 settembre 1860. Il 16 ottobre rivolse al popolo irpino un magnifico proclama, che pubblichiamo in appendice. Proprio durante il suo Governo, avvennero le reazioni sanguinose di Ariano di Puglia, Montefalcione e Carbonara (oggi Aquilonia). Il 27 settembre fu nominato Ministro.

[42] Comune di 7568 ab. Cluverio ed altri antichi storici vogliono Bisaccia edificata sulle rovine di Romulea, potente città degl'Irpini.

[43] V. nota precedente (Capaldo).

[44] Antonio Tenore fu Filippo.

[45] I fratelli di Pietro Capaldo: on. avv. Luigi, farmacista Vincenzo e dottor Pasquale erano tutti pel De Sanctis, tranne l'ultimo che parteggiava per l'avv. Soldi.

[46] Il canonico Michele Santoro.

[47] Fabio Rollo, figlio del notar Raffaele, era nato il 26 maggio 1842, e morì, cavaliere della Corona d'Italia ed ufficiale telegrafico, il 4 gennaio 1900.

[48] Giornale napoletano, che, con l'Italia, ospitò molti articoli politici del De Sanctis, raccolti poi in volume da Giuseppe Ferrarelli, editore Morano Napoli, 1890.

[49] Fu ospite del barone Cozzolino, ma più tardi, imprigionato, stette due anni nelle carceri di Castel dell'Ovo, e il 1851, lasciato libero a Malta, andò a Genova, ove fu ben accolto dai mazziniani, e di là a Torino.

[50] Pasquale Stanislao Mancini, altra gloria purissima dell'Irpinia, nacque il 17 marzo 1817 in Castelbaronia dal celebre avvocato Francesco Saverio e da Grazia Maria Riola. Morì il 26 dicembre 1888 nella villa reale di Capodimonte in Napoli, messa a sua disposizione dal Re Umberto, che aveva per lui affetto di discepolo. Nel 1875, il Mancini era deputato di Ariano di Puglia e Consigliere provinciale di Castelbaronia.

[51] Si vuole che il Tasso vi abbia dimorato nel 1588, come ne attesta Manso nella Vita del Tasso. Cfr. più largamente Girolamo Orlando-Cafazzo, Due Bisaccesi del secolo XVI, Napoli 1910.

Giuseppe Portigliotti, ne La Lettura dell'11 novembre (A. XII), circa il quadro di Bernardo Celentano «Il Tasso a Bisaccia», che si ammira nella Galleria Nazionale d'arte moderna di Roma, narra quanto segue; «Nel 1588 il Tasso accetta l'ospitalità larga e generosa di un ricchissimo giovane napoletano, G. B. Manso, che più tardi ne scriverà la Vita seminandovi però a piene mani avvenimenti romanzeschi. Pur nella pace del delizioso soggiorno campestre di Bisaccia, ove si alternano liete partite a caccia e bei cori di musica popolare, le allucinazioni non lasciano Torquato. Una sera, egli è seduto col Manso accanto al fuoco e discorre con lui della propria «frenesia», quando, a un tratto, con le pupille fisse in un angolo della sala:—Ecco—esclama—l'amico spirito che cortesemente è venuto e favellarmi: miratelo» E il Manso così prosegue nel racconto: «... mentre io andavo pur con gli occhi attorno riguardando e non scorgendo, ascoltai che Torquato era in altissimi ragionamenti entrato con chi che sia; perocchè, quantunque io non vedessi nè udissi altri che lui, non di meno che le sue parole, or proponendo e or rispondendo, erano quali si veggono essere fra coloro che d'alcuna cosa importante sono a stretto ragionamento».

Il Tasso del Celentano è appunto in preda ad una di queste crisi allucinatorie. Intorno, paggi e dame, le ombre, i silenzi, il verde di una grande villa, le tremule iridescenze dei cieli autunnali. Da presso e da lungi, a quando a quando, vengono melodie soavi e canti dolci. Una bellissima giovane si appoggia al braccio del poeta, orgogliosa della compagnia di lui. Ma ecco che egli si ferma, scorda la dama che ha al fianco, la folla festevole che gli è attorno, l'incanto di Bisaccia in quella mite giornata d'autunno. Con gli occhi spalancati, le linee del viso atteggiate a terrore, egli fissa innanzi a sè, non più certo l'«amico spirito», ma qualche larva paurosa. E la facies dell'allucinato è resa magnificamente. La mano destra è portata agli occhi e alla fronte come per scacciare la tormentosa visione.

Su quest'argomento v'è una larga bibliografia: Cfr. Angelo Borzelli, G. B. Manso, marchese di Villa, Napoli Federico & Ardia 1916; B. Croce, Critica, del 20 settembre, '16, Bari Laterza; B. Celentano, Conferenza di P. Lubrano Celentano, Napoli Pierro 1893. Il prof. Antonio D'Amato in un articolo su «La leggenda della dimora di T. Tasso nel castello di Bisaccia» sostiene che l'infelice cantore della Gerusalemme Liberata non sia mai stato a Bisaccia. V. il n. 13-14 della «Gazzetta Popolare» di Avellino (a. XIV) del 23 luglio 1917.

[52] Il cav. Giuseppe Castelli, figlio della Luisa, già fidanzata del De Sanctis, innanzi ricordata.

[53] 7542 ab.

[54] Era infatti il sac. Pasquale Berrilli, inviso alla parte popolare di Calitri.

[55] I Berrilli, i Zampaglione e i Tozzoli sono le tre famiglie quasi feudali di Calitri.

[56] Questa lettera venne recapitata dal pro-sindaco del tempo, dott. chimico Antonio Capobianco, il quale chiese ed ottenne più tardi che il De Sanctis visitasse la sua Monteverde. In quell'occasione le accoglienze furono assai festose.

[57] Il cav. Giuseppe Nicola Berrilli.

[58] V. nota a pag. 53.

[59] Sansevero

[60] Quando venne ripristinato il Collegio uninominale i Comuni di Teora, Conza, Sant'Andrea e la stessa Morra vennero aggregati al Collegio di S. Angelo dei Lombardi; e, in loro vece, vennero aggiunti al Collegio di Lacedonia, Castelbaronia, Trevico, S. Sossio Baronia, Carife, Vallata e San Nicola Baronia.

[61] Comune di 4021 ab.

[62] Il farmacista Raffaele Martucci.

[63] Il dott. Michelantonio Alvino.

[64] L'avv. Francesco Pennetta.

[65] V. n. pag. 65.

[66] L'avv. Francesco Pennetta, che fu pure l'oratore contrario.

[67] L'avv. Giovanni Soldi, uno dei più reputati penalisti del Foro di Avellino. Morì nel 1901, in Corte di Assise, mentre era al suo posto di difensore.

[68] Era questi l'attuale ex-sindaco cav. Giuseppe Miele di Amato, appartenente a distinta e patriottica famiglia, della quale basti ricordare l'arciprete Antonio Miele, già deputato di Lacedonia, l'avv. Camillo Miele e l'avv. Giuseppe Miele—tutti patrioti provati.

[69] Consorte in seconde nozze dello zio del De Sanctis, a nome Pietro De Sanctis.

[70] Letizia De Sanctis.

[71] Maria Agnese Manzi, della quale il De Sanctis parla lungamente nel volume La Giovinezza, edita a cura del Villari. Morì il 12 maggio 1847.

[72] Alessandro De Sanctis, dottor di leggi, morì dopo di aver visto la luminosa carriera del suo diletto Ciccillo, che egli, vecchio carbonaro, prediligeva. Morì il 25 marzo 1874.

[73] La vorrebbero sorta al tempo dei Goti: è più probabile l'opinione che sia sorta ai tempi dei Longobardi. Fondatori furono Zurlo, Caracciolo, De Morra. Goffredo Morra, fatto principe di Morra nel 1664, vi stette fino all'abolizione dei feudi. Il detto Comune conta 2385 abitanti.

[74] Nel 1912, auspice l'Amministrazione Comunale presieduta dal commendatore Achille Molinari, venne collocata sulla facciata della casa, ove nacque il De Sanctis, una lapide marmorea. L'epigrafe, dettata da Giuseppe Ferrarelli, suona così:

IN QUESTA CASA
NACQUE IL 28 MARZO 1827
FRANCESCO DE SANCTIS
MORÌ IN NAPOLI IL 29 DICEMBRE 1883
VISSE VITA IMMACOLATA
FU MAESTRO ED EDUCATORE IMPAREGGIABILE
POLITICO E MINISTRO SAPIENTE
E CREANDO LA NUOVA CRITICA
E LA NUOVA STORIA DELLA NOSTRA LETTERATURA
FU GLORIA IMMORTALE D'ITALIA


IL MUNICIPIO IL 22 AGOSTO 1912

[75] Casa della madre del De Sanctis.

[76] Nel 1896 venne collocato all'esterno del palazzo municipale un busto in bronzo in onore del De Sanctis, proposto dal comm. Achille Molinari poco dopo la morte del grande Critico, ed inaugurato nel 1896, sindaco il principe Goffredo Morra. Il busto è opera del benemerito Raffaele Belliazzi.

[77] Nella rivoluzione del 1820-21 la provincia di Avellino, o come allora si diceva di Principato Ultra, ebbe una parte notevolissima, poichè la Carboneria aveva profonde ramificazioni in tutti i Comuni.

[78] I germani Giuseppe e Pietro, inviati in esilio.

[79] Il De Sanctis accenna all'avv. Camillo Miele, di Andretta, uno dei più reputati avvocati del foro irpino e patriota provato. Il Miele faceva parte del Comitato Elettorale della Sinistra.

[80] Filippo Capone di Montella e Camillo Miele di Andretta, quest'ultimo eletto in luogo del De Sanctis, furono i Presidenti dei Comizi elettorali del Circondario di S. Angelo dei Lombardi. Per la verità bisogna dire che, essi, assistiti dal segretario Giovambattista Sepe, ebbero il coraggio di elevare un verbale di protesta contro il Borbone. E si noti che eravamo nel 1848!

[81] Figlio di Pietro De Sanctis e cugino dell'autore.

[82] Moglie, in seconde nozze, di Pietro De Sanctis.

[83] Germano del De Sanctis. Nel 1848 andò volontario in Lombardia, sotto il comando del generale Pepe. Partecipò alla battaglia di Curtatone e fu tra i difensori di Venezia fino alla capitolazione. Tornato nel Regno, fu arrestato e prigioniero nel bagno di Brindisi 3 anni. Vito De Sanctis, defunto, è padre del cav. avv. Carlo De Sanctis, modesto per quanto degno nipote del grande Irpino.

[84] Il De Sanctis fu eletto consigliere provinciale per il mandamento di Andretta nel 1872, e tenne il mandato fino alla morte. Gli successe, dopo la morte, il comm. Achille Molinari. Attualmente il mandamento è rappresentato dall'on. Francesco Tedesco, presidente del Consiglio Provinciale.

[85] S. Angelo dei Lombardi, comune capoluogo, di Circondario, conta 7343 ab. È anche sede di Tribunali. Si fa risalire la sua origine ai Longobardi.

[86] Saverio Corona, già competitore dell'on. Giuseppe Tozzoli nel 1870, nel Collegio di Lacedonia.

[87] Padre di Giovannantonio Cipriani già ricordato.

[88] L'avv. comm. Bernardo Natale.

[89] La Scuola Tecnica, diretta allora dall'ing. Maffio Ostermann, è risorta alcuni anni fa, per opera dell'avv. Natale, assunto di nuovo al sindacato.

[90] Accenna al Vescovo mons. Giuseppe Fanelli, vero patriota, insignito di parecchie onorificenze da Vittorio Emanuele II, di cui era amico personale.

[91] Accenna all'on. Michele Capozzi, che tranne il breve periodo di due anni in cui la presidenza venne retta da P. S. Mancini, fu costantemente presidente del Consiglio Provinciale di Avellino fino al 1907. Il Capozzi morì, ex deputato, il 1917.

[92] L'avv. Catello Solimene, amministratore molto retto del Comune di Avellino, per un periodo di circa 40 anni.

[93] Il sac. cav. Marino Molinari, concittadino del De Sanctis e fratello del comm. Achille Solimene, sindaco di Morra.

[94] È superfluo ricordare qui la grande opera patriottica di Lorenzo De Conciliis, chiamato da Garibaldi il leone irpino.

Diremo soltanto che per suo merito il Parlamento Napoletano, su proposta del marchese Dragonetti, decretò che in Avellino dovesse sorgere il monumento alla Libertà.

[95] Si noti che il Comm. Capozzi era combattuto in Avellino precisamente da quel Serafino Soldi, che aspirava alla rappresentanza politica del Collegio di Lacedonia.

[96] Il Capozzi era allora Deputato di Atripalda e Presidente del Consiglio Provinciale di Avellino.

[97] Il sac. Molinari già ricordato innanzi.

[98] Il compianto cav. Antonio Capobianco—col fratello canonico primicerio Michele e col dott. Angelo Vella, pure defunti—fu uno dei più cari ed affezionati sostenitori del De Sanctis nel collegio di Lacedonia. V. pure le lettere del De Sanctis al cav. Antonio Capobianco nel Volume per le onoranze a Francesco Torraca, Napoli, Perrella, 1913.

[99] Era sindaco di quel tempo l'on. Francesco Masselli.

[100] Saverio Bizzarri, che in seguito ospitò varie volte il De-Sanctis in Lacedonia.

[101] Discorso pronunziato in Ariano, il giorno 8 novembre 1903, nella solenne inaugurazione dei busti innalzati alla memoria dei due grandi Irpini, De Sanctis e Mancini, per nobile iniziativa di un comitato di giovani.

Dobbiamo alla cortesia del senatore Cocchia—amantissimo della nostra Irpinia—la pubblicazione di questo magistrale discorso.

[102] G. L. Capobianco: Francesco De Sanctis, conferenza con prefazione di Giovanni Amellino—Avellino 1913.