Leopoldo II a Siena.
Ritratto morale pag. [241].

AMELIA CALANI
ED
ALTRI SCRITTI

DI

F. D. GUERRAZZI

VOLUME UNICO.

CASA EDITRICE ITALIANA DI M. GUIGONI
MILANO TORINO
Corso di Porta Nuova, Via Carlo Alberto,
num. 5. num. 42.
1862.

Proprietà letteraria di M. Guigoni.

Tip. già Boniotti diretta da "F. Gareffi"


INDICE

[Amelia Calani]Pag. 5
[Dello Scrittore italiano]79
[L'Albo]195
[Lettera a Pietro Ellero]213
[Ritratto morale di Leopoldo II]241
[Racconto d'Erodoto, applicabile ai nostri tempi]261
[Il Porto di Piombino]267
[Sermide]271
[I Moderati]278

AMELIA CALANI

Ottimamente, secondo la opinione mia, certo filosofo antico rassomigliò la buona memoria della vita passata al profumo che lascia nella casa degli Dei il grano dello incenso arso nel turibolo; e come quanto più dura la soavità del profumo, tanto maggiore si conosce essere stata la eccellenza dell'olibano, così non senza ragione misurano la bontà dei defunti dal desiderio che nei superstiti si conserva di quelli: per la quale cosa, anzichè riuscirmi argomento di pudore giungere tardo a scrivere della Signora Contessa Amelia Calani Carletti, nè meno lode, parendo a me, che questo indugio abbia a ridondare in massima onoranza di lei.

Entrando pertanto senz'altro proemio a favellare della donna egregia, meco stesso delibero di non ricordare i natali illustri, nè gli anni primi del vivere, e di quanta venustà di forme le fosse liberale natura; molto meno dirò (chè sarebbe indiscreto) del padre suo, e quanto scapestrato egli fosse; le angustie domestiche, i giorni pieni di affanno, e l'arcano scomparire di punto in bianco di lui: rifuggirò dal raccontare come la donzella gentile non vivesse, ma logorasse gli anni dentro uno di cotesti ergastoli volontarii, che nome hanno di Conventi, dove dai genitori o spietati, o ignoranti, e spesso amendue, si buttano le care intelligenze, ed i corpi leggiadri; onde quelle corrompendo corrompansi, questi miseramente si guastino; alla rovescia degli Spartani, i quali gettavano nell'Apotete i parti sconci, affinchè crescendo non venisse per essi ad alterarsi la gagliarda leggiadria dei cittadini: tacerò chi prima ella condusse a marito, e quali e quanti da quel connubio a lei ne venissero figliuoli; e come rimasta vedova piegasse l'animo alle seconde nozze con Mario Conte Carletti, ed altri di cotale guisa particolari. In questo proponimento mi hanno fermo due ragioni, che paionmi buone; la prima è, che potrei dirne troppo o troppo poco, e nell'un modo e nell'altro allo scopo del mio discorso non farebbe caso, divisando io tenere proposito della parte che sopravviverà unicamente nei posteri ai funerali della inclita donna; l'altra sta nel considerare come molti scrittori di queste cose così partitamente e con sì bel garbo ragionarono, che a me non avanzerebbe su quel campo nè anche lo infelice mestiere dello spigolatore.

E nè gli affetti levino querimonia in queste carte, ch'essi pure non sono punto nostri, ma estrinseci a noi, ed in balía della fortuna: ad ogni modo, comecchè meritati, in capo ad una generazione o due cessano, chè natura ordinò, che l'uomo senta per sè, non per via di fideicommisso; ed ogni generazione ha il suo cómpito di lacrime pur troppo!

Quello che importa e giova ai posteri, sta nel conoscere le opere dell'ingegno del defunto scrittore: queste durano sempre vive dinanzi alla mente di loro: non supplicano ricordo, bensì lo impongono; non accattano ossequio, ma discrete consigliano, che a spregiarle se ne acquista ignominia. Quindi i futuri venerano ed osservano i dettati degl'ingegni divini, perchè conoscono, che ciò non facendo, oltre alla vergogna, ne avrebbero il danno.

La egregia donna, che da noi si è partita, sacrificò nella primavera dei suoi giorni alle Muse, e non poteva fare a meno, donzella tenera ed italiana, venuta a noi, per dirla con un suo concetto,

« . . . . . . . . . come di stella

Raggio, che scenda tremolando a sera;»

e la poesia insomma altro non è, che un'onda di sangue giovenilmente generoso spinta dal cuore contro il cervello, donde poi si riversa su le carte in mille rivi fantastici, eppure appassionati, discordi, e non pertanto armoniosi, splendidi sempre; ma indi a breve baciata la sua Musa in fronte le disse: — vatti con Dio, i fati avversi dalle donne italiane chiedono ben altro che canto.

E senza ambage interrogò il suo spirito con le solenni domande: Qual è l'ufficio della donna nel mondo? Quali le impongono doveri la famiglia, e la patria? La donna italiana di presente pensa e vive, può, vuole, o sa satisfare a questo suo dovere? Ed ora, per quanto le basterà la vita, irrequieto l'agiterà il pensiero di chiarire questi argomenti: se fie che per colpa di malattia interrompa la indagine, state sicuri, che, rimessa appena, la riassumerà più alacre che mai, nè la cesserà finchè con le forze non le sia venuto meno lo spirito.

Alla recisa ella bandisce: le femmine adesso nulla sono; animali di lusso, e neanche dei primi; arnesi di voluttà, messi su gli altari, o imbrodolati nel pantano, meno per merito o per demerito proprio, che per insana voltabilità dell'uzzolo altrui: e quando anche non la vada così alla trista per loro, la donna o per difetto di educazione o per educazione guasta, o per frivolezza di costume, o per agonía di lusso stupido e corruttore, si mostrerà incapace di consiglio, di alti sensi, e forse di affetti. E sì che le donne nascendo formano la metà del genere umano, e vivendo la superano; imperciocchè, o sia che le passioni, o le cure, o le fatiche logorino più gli uomini, o per qualsivoglia altra causa, eglino vivono meno delle donne assai; onde non avrebbe a parere strano che in parte almanco le cose di questo mondo si governassero da coloro, che oltre alla metà lo popolano. Anzi fa conto, che, o lo consentano o lo contrastino gli uomini, le donne arrivano sempre a reggere non parte, ma la massima parte delle faccende mondiali, ed eziandio di quelle nelle quali non dovrebbero entrare, così porgendo o la necessità, o la superba scioperatezza degli uomini. Al punto in che ne siamo, ognuno conosce a prova come la donna se per ordinario non fa la roba, ella o la conserva lunga pezza in famiglia, o presto la manda a male: però la buona massaia fu giudicata sempre in casa una vera benedizione di Dio. Questa comunella poi partorita dal matrimonio gli è mestiero che si distenda fuori di casa; imperciocchè le faccende possano durare tra l'uomo e la donna divise fino al punto in cui l'uomo si mantenga sano e stia presente; ma laddove egli caschi infermo, o i negozii lo tengano in viaggio, o la patria richieda l'opera sua, bisognerà pure, che allora gli sottentri la donna: in simili casi l'uomo di consueto fida in qualche suo fattore o commesso; ma se questo sia savio partito, e riesca sempre a bene, lascio che altri giudichi: ad ogni modo rimarrà sempre vero, che di rado troverai fede pari a quella di colei, che si giurò compagna alle tue fortune, ed ha da pascersi del tuo pane, bevere del tuo vino, e posare il capo sul tuo medesimo guanciale. Tuttavolta, anche ciò messo da un lato, l'uomo in ogni tempo ed in ogni maniera di civiltà, appena uscito alla vita, si abbandona in balía della donna, e da questa riceve le impressioni così morali come intellettuali: quindi prime maestre le madri, e più dei padri assai; conciossiachè i padri, ai figliuoli adulti, insieme con gli altri, che con esso loro conversano, insegneranno morale; professori, deputati a ciò, gli ammaestreranno nelle scolastiche discipline; mentre, finchè la infanzia dura, la madre si trovi ad essere maestra di tutto sola. Certo, le prime impressioni non si vogliono sostenere indelebili: può la educazione successiva cancellarle; ma oltrechè riesce difficile sempre, e i primi abiti quando meno te lo aspetti tornano a galla, il meglio che vada gli è di rifare i passi con perdita di tempo, e sovente con perdita della ingenua serenità dell'animo.

Se le belle donne procreano i bei garzoni senza saperlo, virtuosi non li possono fare ignorandone l'arte. Di qui il bisogno di allevare bene le donne, se pure vogliamo che a posta loro sappiano educare i nostri figliuoli. Afferma la nostra filosofia le donne non avere ricevuto convenevole educazione nè presso le civiltà antiche, e nè durante il tempo che sogliamo appellare medio; e questa, a vero dire, parmi ricerca ardua; anzi dubito forte, se, mettendocisi di proposito, si venisse a capo di rinvenire la sua sentenza vera; infatti torna ostico a credere che Lucrezia, Cornelia, e la vedova del magno Pompeo, ed Arria, ed Eponima, e la moglie di Marco Bruto non fossero educate, nè capaci ad educare presso i Romani. Rispetto a Cornelia, Plutarco, nella vita dei Gracchi, racconta come dimorando ella nella sua vecchia età presso il Miseno soleva mettere tavola, e trattenersi in quistioni convivali, dove qualora cascava il taglio di favellare dei suoi figliuoli Tiberio e Caio, sì il faceva come se parlato avesse di uomini e di cose di altra età a lei remotissima; per lo che alcuni la giudicavano, a cagione degli anni o della grandezza dei mali, svanita; ma Plutarco dice, e dice bene, che insensati erano quei cotali, non sapendo quanto ai colpi di rea fortuna giovi la educazione magnanima, e come la virtù, troppo spesso in ogni altra cosa vinta, non può essere superata mai nella costanza. E a cui basterebbe il cuore di negare, che bene educata fosse Arria, Arria dico, la quale insegnò allo esitante marito come con morte si fugga servaggio, sicchè cacciatosi nelle viscere il pugnale, ne lo cavava fumante, e porgendolo al marito gli diceva: — Pete, non dolet?[1]

Nè inculte riputerò io nè altri le Lacedemonie, se consegnando ai figliuoli lo scudo in procinto di combattere, superato ogni senso imbelle, poterono ordinare: — Con questo torna, o dentro questo. — Rozza a mio parere non fu la madre di Cleomene, la quale a verun patto sofferse che, per francarla dalla servitù di Tolomeo, il figliuolo stringesse lega con gli Achei; e meno di ogni altra quel fiore eterno di gentilezza Cleonida, che, prevalendo il consorte Cleombroto nella contenzione del regno, figlia pietosa seguitò consolando il padre Leonida nello esilio; e quando poi i nemici di Cleombroto richiamato Leonida da Tagea lo restituirono nel dominio e l'altro riparò nel tempio di Nettuno sfidato, la valorosa donna mutando animo con la fortuna conteneva il furore del padre cercante il genero a morte: alfine ottenuto a Cleombroto lo esilio, pose nelle braccia di lui il figlio primogenito, e l'altro pargoletto recatosi ella medesima in collo, dopo adorato il Dio, tenne dietro ai passi del marito, invano il padre colle braccia tese e singhiozzoso supplicando, che non lo abbandonasse. Narra la fama lontana, che la divina donna a blandire l'ansio genitore non ci adoperasse parole altre che queste: — la parte della donna è quella dei miseri. — Plutarco, insegnatore stupendo di sensi magnanimi, questa avventura raccontando considera, che se Cleombroto non fosse stato del tutto guasto dalla superbia avrebbe creduto lo esilio, in compagnia di tanta donna, fortuna troppo migliore del regno. Presso gli Ebrei doveva farsi stima maravigliosa delle femmine, se Salomone, re di quella sapienza che tutto il mondo conosce, ebbe a dire la donna valorosa essere la corona della vita; e così pure tra gli Egizii, porgendo le storie che un re dei loro, volendo mostrare ad un altro re le sue ricchezze, ultimamente per la cosa più nobile che possedesse gli additò la moglie, con assai acconci ragionamenti persuadendolo non potersi trovare al mondo gemma, per quanto preziosa ella sia, che superi in pregio la donna prudente. Nè fra gli antichi si reputi già che le femmine di alto affare soltanto ci somministrino indizio di ammiranda coltura, imperciocchè credendo questo andremmo errati: all'opposto per quanto scenderai tra persone umili ed anco abiette non ti verranno meno gli esempii; così troverai Frine cortigiana profferire la pecunia turpe a rimettere in piede le mura di Tebe, e il collegio amplissimo delle meretrici greche condursi a supplicare Diana in Corinto, affinchè la patria invasa dai barbari liberasse, e liberata poi magnifici tempii in Efeso e sul territorio di Abido le votarono.

In altre età, presso altra gente, io non temerei obiezione; ma qui dubito, che non mi si opponga trattarsi negli esempii allegati piuttosto di amore di patria che di coltura; al che risoluto rispondo, come il fine di ogni disciplina, e di qualsivoglia istituto, anzi pure della stessa famiglia, sia l'amore di patria, anzi pensiero e palpito di questa umana creta finchè le si concede argomentare e sentire.

Neppure apparisce puntuale, che nei tempi mezzani fossero stimate le donne materia pretta, e forse sembrerà piuttosto vera la contraria sentenza, che le non ricevessero mai culto più fervente d'allora; e non fie arduo chiarirsene pensando come, gli ordini del vivere civile obliati od offesi, a contenere i feroci appetiti non avanzasse altro freno che la mente della donna. Le virtù e le scienze più sante furono simboleggiate con simulacri femminei; e Dante, che per lo Inferno e il Purgatorio si contenta di Virgilio e di Stazio, in Cielo poi non patisce altra scorta che di donna, la Beatrice sua, per la ragione espressa nei dolci versi che incominciano:

«Donne che avete intelletto di amore.»

Vanno per le storie famose le Corti di amore di Guascogna, Narbona, Fiandra, Sciampagna, e della regina Eleonora, dove un collegio di femmine non giudicava solo i piati della gaia scienza, bensì quistioni coniugali scabrosissime, quali appena ai dì nostri attenterebbonsi decifrare dottori solenni in jure, come a mo' di esempio la sarebbe questa. Sottoposto alla decisione della contessa di Sciampagna il quesito se vero amore potesse fra marito e moglie durare, rispose: — «Col tenore delle presenti facciamo sapere a cui spetta, che amore fra gente maritata non regge, e ciò per causa che gli amanti l'uno l'altro largisconsi quanto possiedono liberi e sciolti da qualsivoglia obbligo, necessità, patto, e condizione, mentre all'opposto gli sposi sono costretti a sopportarsi a vicenda e a darsi scambievolmente quello di cui vengono richiesti. Questo giudizio da noi profferito con molta ponderazione, e dietro avviso di molte e sapute gentildonne, di ora in poi intendiamo e vogliamo che sia considerato come cosa ferma e non soggetta a dubbio. Così deciso l'anno 1174, il terzo calen di maggio, indizione VII». — E correndo la temperie propizia le donne non si chiamarono contente alla parte di giudice, chè vollero altresì sperimentare la dolcezza di comporre leggi; e le composero, chiudendole dentro un codice di 33 ordinanze, le quali se te ne piglia talento potrai leggere nelle opere di Andrea cappellano del re di Francia, e più destramente nel libro di Enrico Beyle intorno all'amore. Il Don Chisotto di Michele Cervantes non esagera punto la sperticata reverenza, che un dì gli uomini professarono per le donne, e ce ne persuaderemo alla prima quante volte pongasi mente a Santo Ignazio lojolita, il quale incominciò la vita beata dichiarandosi cavaliere della Madonna, e facendo la veglia d'avanti al suo altare con sacramento espresso di sostenere con lancia e spada, a piedi e a cavallo, a primo transito, o a tutta oltranza l'onore della sua dama contro qualunque

«Ebreo, Turco o Cristian rinnegato.»

Certo, non vuolsi mettere in oblio come Santo Ignazio, prima di diventare quel gran santo che tutti sanno, avesse dato nei gerundii, ma ciò non toglie niente alla verità del fatto, che le donne durante l'età mezzane furono reputate assaissimo e forse d'avanzo.

Anzi, cosa non vista più mai prima nè dopo, Roma sacerdotale in cotesti tempi ebbe viscere davanti lo spettacolo dello amore infinito di due donne, e disse santo per loro quello che aveva predicato fin lì e continuò poi a predicare per gli altri misfatto. Narra il reverendo dottore Lorenzo Sterne come il conte di Gleichen, combattendo in Giudea, venisse preso e mandato a lavorare nei giardini del Sultano: ora piacque a Dio, che la figliuola di questo principe infedele avendo posto gli occhi addosso al cavaliere, e parendole, come veramente egli era, di signorili sembianze, e bello, si sentisse accesa forte di lui, sicchè certo giorno, capitatole il destro, messo da parte ogni ritegno, gli aperse il conceputo ardore, dandogli ad intendere sè essere disposta, amante e sposa, a seguitarlo libero dalla catena a casa sua. Al conte sembrò divino ricuperare la cara libertà; ma dall'altra parte riputando diabolico tradire la fiduciosa trasse un lungo sospiro, e poi la chiarì aspettarlo nel paterno castello una moglie amantissima e amata. La Saracina sopra sè stette alquanto; poi rispose, che non faceva ostacolo, come quella che per sua legge era assueta vedere più femmine mogli di uno stesso marito. Allora senza porre tempo fra mezzo entrati in nave dopo molte fortune arrivarono a salvamento a Venezia, dove ristoratisi dei patiti travagli mossero uniti al castello di Gleichen. La Castellana (tanto in lei poteva lo sviscerato affetto pel marito!) di leggeri sofferse riacquistarlo a qualsivoglia patto, non rifinando di abbracciare e baciare la Saracina, professandole grazie maravigliose pel benefizio ricevuto. In seguito, essendo ella non meno religiosa che magnanima, considerò che a rimanere insieme legittimamente uniti si opponevano i sacri canoni; e a starsi in casa in tutto altro aspetto che moglie dissuadeva la Saracina il senso di donnesca dignità destosi alfine sotto lo influsso degli esempii gentili, e dei santi comandamenti. Per la qual cosa la Castellana propose, e l'assentirono gli altri, di recarsi a Roma di conserva, e quivi supplicare il Papa, affinchè nella sua plenipotenza il duplice matrimonio al conte acconsentisse. Sedeva allora su la cattedra di San Pietro Gregorio IX, al quale parve da prima quella del conte una faccenda imbrogliata, ad assettarsi impossibile; ma preso tempo a meditare, si sentì commosso dalla fede della Saracina, dall'alto spirito della contessa, dalla bontà del marito, dallo affetto di tutti; e poi bilanciò da un lato l'acquisto di un'anima se concedeva, e dall'altro la perdita sicurissima di quella se ricusava; onde in virtù della sua potestà permise il doppio vincolo, a condizione che la Saracina si rendesse cristiana: il che fu fatto. Così rimasero uniti: e la storia aggiunge, che la Saracina non avendo generato figliuoli amò di amore materno quelli della rivale. Per molto secolo si mostrava, a cui volle vederlo, il letto dove riposavano il capo questi tre avventurati; e, come il letto, ebbero comune la tomba nella chiesa dei Benedettini a Petersburgo di Allemagna. Il conte superstite alle amate donne, prima di raggiungerle nel sepolcro, ci fece scolpire sopra questo epitaffio di sua composizione:

«Qui dormono in pace due donne le quali si amarono come sorelle, e me amarono del pari. Una abbandonò la legge di Maometto per seguitare il suo sposo; l'altra tutta amore si strinse al seno colei che glielo restituì. Uniti col vincolo dell'affezione e del matrimonio, avemmo comune il letto in vita, e morti ci copre la medesima pietra.»

Qui però non giace il nodo; chè se in antiquo le femmine o no ricevessero convenevole educazione, se poco se ne facesse conto o molto, importa mediocremente indagare; di troppo maggiore portata è conoscere se ai tempi che corrono l'abbiano o non l'abbiano, se meritino reverenza, o vituperio. Se dovessi giudicare proprio di mio, ci penserei due volte, e poi me ne asterrei; ma dacchè femmine di alto intendimento lo confessano, ripeterò con loro, che la più parte delle nostre donne compaiono d'ingegno ottuse, frivole di mortale fatuità, infaticate cicale di cose inani, di cuore stupide, corrompitrici e corrotte, alla patria danno, alla famiglia disdoro, maledizione ai figliuoli, delle stesse discipline gentili maleaugurose guastatrici, avendo ridotto a scusa d'imbelli ozii, ed arnese di turpitudine, ciò che una volta fu carissimo ornato del vivere urbano, e quindi con lieve trapasso diventano argute fabbre di servaggio, confederate di ogni maniera di tirannide, fomentatrici di viltà; morte insomma della italiana virtù.

Gravi carichi questi, e meritati, se non da tutte le donne, chè saría temerario affermarlo, da molta parte di loro; e questo egli è doloroso come vero pur troppo! L'anima spaventata raccapriccia a pensare come parecchie femmine, nè tutte grossiere, ma talune di natali illustri, il commercio degli abborriti oppressori nostri sofferissero, nè soltanto soffersero, ma lo cercarono, e ambirono, e — lo dico, o lo taccio? — (Io pur dirò, onde sia chiarito a prova, che il secolo vile ha vinto il paragone col più vile metallo) — seco loro si mescolarono in abbracciamenti, i quali non so se benedicessero i preti, usi sempre a benedire chi gli atterrisce o li paga; questo altro ben so, che gli maledissero tutti: anzi una perduta la casa disertata e il figliuolo, si cacciò dietro ustolando al tedesco lurco, il quale indi a poco ristucco la buttò via come calzare sdrucito, ed ella tornò per fare la gente dubbia se fosse maggiore o la sfrontatezza sua riparando dentro le religiose mura della Patria o la viltà dei cittadini patendo ch'entrasse, ed entrata sopportandola. — Che se taluno statuisse contrappormi essere stati cotesti accidenti radissimi, io vorrei pure potere rispondergli: — Dio volesse! — Ma poche non furono per avventura coteste matte e crudeli, che nulla memori del recente oltraggio della occupazione straniera, nulla della perduta libertà affannose, nulla curando l'angoscia di chi si consuma negli squallidi esilii, nulla la strage menata di tante vite dal morbo asiatico, nulla l'altro flagello della fame minacciante; nulla sbigottite o irate dal pensiero, che i nomi stessi dei magnanimi morti in difesa della Patria svelti dalla vista dei pietosi fossero posti in disonesta carcere; niente sospettando di sdrucciolare sul sangue sparso per le pubbliche vie dagli assassini tedeschi,... con piè irrequieto, la cervice alta, larvata la faccia come chi commette misfatto, su per coteste vie menavano balli! La storia piangerà nel registrare questa infamia nelle sue pagine, ma nè lacrime nè sangue varranno a cancellarle giammai. Mercè vostra, o gentilissime donne toscane, i posteri sputeranno in faccia a questo tempo come al ladro esposto alla gogna!

E che presumete voi dire con cotesti labbri irrequieti, che mordendo contenete appena? Lo so: tacete: infamia partecipata non iscema; e se nel fallire vostro aveste complici gli uomini, io non mi rimuovo da considerare la vostra colpa principale, però che a voi sopra ogni altra creatura Dio commise la santa custodia degli affetti, il pudore nello infortunio, ed il pio blandimento alle ferite dell'anima. Dove corre maggiore obbligo, quivi eziandio la mancanza è più grave; e ragione vuole, che ne conseguitino esasperati la rampogna, e il castigo.

Però qui cade in acconcio notare, che ogni educazione femminile verrà manco se innanzi tratto gli uomini non attendono ad emendarsi, ed educarsi davvero: se quali sono mantengonsi, egli è negozio spacciato, chè qual coltello tal guaina si rimarranno pur sempre; e in ciò sta tutto.

Inoltre considera, che il guaio della educazione parziale pareggia, se pure non vince, quello del difetto assoluto di educazione. La prima radice dei mali diuturni così intrinseci come estrinseci, che travagliano i popoli, secondo il mio parere, deve cercarsi nella disparità di scienza, d'istituti, di civiltà, e di possanza fra loro. Se il male del precipitare innanzi di un popolo, o di un ordine di cittadini, stesse unicamente nell'obbligo dei precorsi di attendere i serotini, non meriterebbe la spesa di rammaricarcene troppo. Ma la non va così: i precursori reputandosi da più degli altri retrogradano riottosi per la dominazione, di che i serotini sbigottiti stornano a posta loro, e a fine del conto per civanzo della classe o stirpe che volle stracorrere tu trovi come le sieno andate tutte a ritroso.

Urge però, che la educazione sia universale, cioè compartita a tutti: questo di prima côlta apparisce, non pure difficile, impossibile; attesa la repugnanza delle generazioni, che sembrano benedette dalla natura con un pugno sul capo; ma non ci si vede proprio motivo come la Tirannide riesca a fare tante cose per forza a fine di male, mentre la Libertà o non sa, o non vuole fare anch'ella qualche cosa per forza a fine di bene; chè se per avventura fosse questo ch'io vado a dire, non tornerebbe in onore agli uomini, che godono fama di liberi; tuttavolta va detta. Il tiranno non dubita di mettersi allo sbaraglio in qualunque cimento, perchè sa che guadagnando non partisce; mentre i liberali non operando per sè, bensì per tutti, repugnano avventurare la posta grossa sopra una carta di cui non possono mettersi in tasca la vincita. Di qui nasce, che vediamo procedere gli ordinamenti per la Libertà dei popoli ranchettando come i rachitici, mentre i tirannici vanno via di galoppo, e dove mettono piè stampano l'orma. I governi assoluti hanno potuto imporre, che la gente s'inocchiasse il vaiolo, e ciò perchè premesse loro assaissimo avere uomini sani e gagliardi per trasformarli in mastini, fidati e mordaci custodi del trono: importava ai governi liberi inocchiare la ignoranza, affinchè i cittadini crescendo nella notizia della dignità umana non potessero essere plasticati mai più in arnesi di servitù, e non si attentarono a comandarlo. Base prima della educazione sia pertanto la universalità, e dove non ti venga conseguita per amore, tu conquistala a forza. Si capisce benissimo che di questa sorte spedienti non si possono pigliare senzachè si scateni un remolino di querele, di presagi sinistri, e di minaccie, che l'odierno vivere civile tracollando giù sul lastrone empirà il mondo di ruine: non vi affannate, di grazia; bene altri edifizii, che non è la bicocca della civiltà nostra, cascarono, e le moriccie di quelli servirono a nuove fabbriche più adattate ai gusti di cui le murò; e poi, che vale chiudersi le orecchie? Tanto, la voce dei tempi si fa sentire ad ogni modo, la quale avverte, che nonstante l'aborrimento degl'interessati nella immobilità, e malgrado i rimedii proposti talora peggiori del male, l'attuale civiltà ci traballa sotto i piedi: forse qualche subitaneo accidente potrebbe accelerarne il moto già rapido; e se ciò fosse bene, Dio sa; ma dove questo non avvenga, considera arguto e vedrai, che succederà negl'istituti nostri quello che accade nel pregio dell'oro, voglio dire, che ogni anno scapita l'uno circa per cento, sicchè andando innanzi di questo passo nel volgere di un secolo gli scudi tanto svisceratamente amati non avranno più valore. Ma sì! credere che ai tempi che corrono di qui a cento anni non capiti una rivoluzione, egli è come sperare le more a mezzo gennaio. Su via, giuochiamo a carte scoperte: senza dilungarci dall'argomento delle donne, vi par egli che meriti andare conservato questo consorzio dove il giudice stasera saluterà una femmina prudentissima, e savissima, di dentro e di fuori divina, e non ardirà contradirle, e domani le decreterà il curatore che l'assista a cagione del sesso imbecille nella vendita di un fienile? Bugiarde le leggi, falsità nei costumi, magistrati ipocriti; e non si dice il peggio. Queste forme sociali pur troppo hanno da cascare; e più presto sarà, fie il meglio. Ad eccezione di pochi, mi pare sentire bociare dietro di loro quello che disse la botta all'erpice.

Lo so per esperienza, che quando si tratta di rifare i panni ad un popolo non è dato mica tagliare dalla pezza, bensì fa mestiere ire innanzi a suono di toppe, e rabberciare alla meglio; però nel concetto della educazione universale apparécchiati ad incontrare di molte maniere inciampi, e prima di ogni altro questo, se la dovrà essere gratuita o pagata: se pagata, il povero non potrà pagare per sè; e se gratuita, l'avrà a pagare per sè e per altrui. Contradizione apparente, non vera, laddove pensiamo, che i poveri formando la massima parte delle nostre comunanze, mercè il fascio dei balzelli che portano verrebbero a mantenere le scuole in preferenza degli abbienti, i quali sono i meno; ma qui contrapponi, che si deve trovare qualche spediente, affinchè il necessitoso di ogni cosa non paghi l'aggravio con un pezzo di vita, mentre l'opulento lo paga con una scheggia del superfluo. Ai dì nostri abbiamo veduto i signori procedere svisceratissimi delle pubbliche libertà, finchè sperarono guadagnarci sopra, segnatamente risparmiando le gravezze dei predii così rustici come urbani; ma accortisi poi, che toccava a loro a pagare i sonatori cagliarono affatto, anzi parecchi non rifuggirono da tramestare affinchè l'antico dispotismo si restaurasse come meno costoso. In qual guisa al tirare della somma trovassero errato il conto, e ci rimettessero il mosto e l'acquarello, ora non fa caso ricordare: basti bene, che la faccenda andò quale si accenna.

Ancora, se non ti pare o che il cuore ti basti, o che i tempi te lo comportino, di potere recidere con un colpo di accetta il male dalla radice, rimanti, che diversamente getterai via ranno e sapone. Qui ci bisogna davvero un atto di potenza simile a quello, che divise le tenebre dalla luce. Dire per quante generazioni urga dividere i figliuoli dai genitori, non torna facile; questo però è sicuro, che per la prima bisogna separarli affatto: dura legge, ma impreteribile se ti riprometti fare opera utile: in coscienza, che gioveranno le raccomandazioni e gl'insegnamenti prodigati nel giorno, se la creatura tornando a casa la sera senta le quotidiane turpezze, e veda i soliti esempi di ribalderìa? Si rinnuoverà su l'anima umana la tela di Penelope: nè darti a credere, che il male mescolando col bene sia per uscirne una tal quale poltiglia nè buona nè cattiva, da potercisi accomodare, chè le sarebbero grulleríe dei moderati. Così in morale che in politica questa illepida gente cacciasi fra mezzo a coloro che vogliono il sole e gli altri che chiamano la mezza notte, e ruminato un pezzo immaginano avere scoperto l'America sentenziando: — orsù, contentiamoci tutti del chiaro di luna, e viviamo d'accordo! — Aspetta di trovarti attraversato dalla finta pietà, la quale armata di lamento femminile dirà cose da farne strabiliare i cani circa alla ferocia di svellere i figliuoli dal seno materno, privarli della carezza, e dei baci. Dio vi perdoni! se frequentaste i casolari del povero, vedreste voi che carezze, e che baci. Le madri impotenti a porgere alle creature loro un latte, che scarso ed acquidoso non sia: la più parte del giorno lascianle sole, chiamate dalle faccende altrove; e per paura che caschino, le accovacciano su di un pagliericcio per terra, donde tanti casi funesti di creature guaste, e sovente divorate dagli animali domestici o salvatichi; e questo le buone: le cattive madri poi non latte, ma busse danno ai pargoli, ovvero latte per acredine di umori corrotti pestifero, per la qual cosa dall'universale quando coteste creaturine muoiono non compíto l'anno si dice: — Provvidenza! — Quella che dall'amore pei figliuoli si scompagna non è pietà; ora, volere ch'essi stentino, intristiscano, di anima deteriorino e di corpo, unicamente pel sollazzo di vederceli attorno, non si può chiamare affetto, bensì bizza dispettosa di tenerci chiusi in mano i balocchi. Vergogna! Voi, madri, perfidiate a tenere i figliuoli in casa, come il vostro uomo vuole il tabacco, per masticarselo oziando. Io per me giudico, che non occorrerà persona, la quale non reputi troppo più pietosa la madre, che si reca la domenica a godersi la figliuola bella, sana, e bene allevata fuori di casa, dell'altra che s'incapona a vedersela crescere in casa sozza, piangolosa, malescia, e fastidievole. — Non ti muoverà meno cruda guerra la cupidigia dei padri, la quale rivendicando il dominio del suo sangue ti dirà alla recisa, i figliuoli essere il suo patrimonio, averci fatto il suo assegnamento sopra: la roba sua avere ad essere ben sua, e volerne cavare quel migliore partito, che Dio, la Natura, e le Leggi loro consentono. Notate bene Dio, conciossiachè questi faceti mortali non abbiano anco smesso il mal vezzo di mescolare nelle miserie e più spesso nelle tristizie loro Dio, nè fanno le viste di volere smettere per ora. — Però tu risponderai alla cupidigia, che chi ha fatto la legge la può disfare, che Dio non ha potuto volere altro che il bene, e la Natura altresì, come quella che nasce da lui; che Dio, la Natura, e la Legge non patiscono che il padre vesta di mota il corpo del figliuolo, e l'anima di vituperio; che egli non ha da sfruttarlo come la bestia da soma; e alla fine, che in verun libro sta scritto potere togliere dal seno della Natura un ente per renderlo alla società arnese da spedale, o da patibolo.

Se la esperienza non ce lo avesse chiarito a nostre spese, sembrerebbe svarione solenne affermare che dei due mali, di avere popolo mezzo educato, o ignorante affatto, il meglio sta nel tenercelo del tutto ignorante: invero, la educazione compartita a spizzico cresce e perpetua il danno ch'ella proponevasi sradicare, la disuguaglianza dei cittadini. Gesù Cristo istituendo dodici Apostoli disse: — andate, e siate il sale della terra; — e come disse furono, ma i pochi educati penetrano come veleno dentro le moltitudini inculte; essendochè al manipolo degl'istruiti paia avere diritto a mutare stato; così la paterna scure, e l'ago, e la cazzuola recansi a tedio: per mediocre scienza prosuntuosi sè reputano sovraumani intelletti condannati a morire del male del tisico per astio di uomini crudeli; donde la nausea del lavoro, gli ozii irrequieti, e per ultimo (dacchè il senso morale dell'anima, quasi trama che sfilaccica sotto le dita, va di grado in grado sperperandosi fra le mani della necessità) il falsare del conio, e delle scritture, perchè il delitto ritenga quasi la impronta della funesta educazione che lo partorì. Il male poi che di natura sua è fecondissimo (infatti il diavolo si chiama legione), si allarga per guisa, che anco gli esclusi dalla educazione sentono germogliarsi nel cuore l'odio contro coloro i quali senza un merito al mondo furono privilegiati, e contro tutti gli altri, che senza causa plausibile cotesti elessero, essi rigettarono. Gli anfanatori dei nostri tempi a ciò non pensano; ma a che cosa pensano eglino? Sbracciandosi eglino a tutto uomo per ispasimo di levare rumore, e far sapere al mondo che ci erano, non fosse altro, come la polvere, entrando negli occhi, educando il popolo parzialmente e male, ne hanno reso pessimo lo stato, abbastanza già misero.

Ciò fatto, e non sarebbe poco, la Filosofia nostra va indagando quello che si vorria insegnare alla gioventù; e su questo non rimane punto perplessa: giusta l'antica sentenza ab Jove principium, ella vuole che lo ammaestramento incominci da Dio. Bene a ragione la illustre donna così prescrive, imperciocchè vi abbia chi di Dio dubita, e chi lo nega, ma tutti lo sentono. Ai tempi nostri le dottrine germaniche professate dalla massima parte dei novatori superlativi, cui danno nome di comunisti, procedono infeste alla nozione di Dio, affermando che da amaro seme amaro frutto nasce, e lo vediamo a prova: avere la paura creato Dio creatore, epperò ogni derivazione da quello andare ingombra di sgomento e d'ingiuria; così vero che gli scellerati, i quali pestano su i capi dei fratelli come su di uva matura, giurano desumerne il diritto proprio da Dio, e sè soli millantano plasmati a similitudine di lui. Di grazia mirate un po' come abbiano concio Dio; per mezzo ad ardua solitudine inaccessibile, assoluto, implacabile, diaccio più delle cime della Immalaja, e tuttavolta favellante co' fulmini: ministri al suo trono la morte, la peste e gli altri tutti flagelli della Natura; le sempiterne seti egli tempera alquanto con un sorso di sangue; con le carni di vittime, sovente umane, attutate così di tratto in tratto le fami, che non si saziano mai: alle immani froge divine odore solo gradito salisce il leppo; delle colpe gravi assegna castigo eterno, il fuoco; e delle lievi, anche il fuoco, comecchè a tempo; mette spavento rammentarlo; l'uomo casca paralitico a udirlo; vederlo è morte: di amore non si parla manco per ombra, bensì paura, e sempre e poi sempre paura di Dio. Quanti popoli, e sto per dire uomini, tanti Dii; chi se lo strappa da un lato, chi dall'altro; e perchè non si entri in troppe parole, i Russi respingono dai baluardi di Malakoff i Francesi, e te, Dio, lodano; più tardi i Francesi superano i contrastati terrapieni, e lodano te, Dio; e gli uni e gli altri cristiani: croce contro croce. Insomma chi dei due Dio? Quello dei Russi, o l'altro dei Francesi? Comechè questo abbaruffare di Dio con le sciempiaggini sanguinose degli uomini compaia, e sia, temerità grande, non è però la più brutta cosa ch'eglino sappiano commettere, considerando il nome di Dio strascinato in mezzo ad ogni loro frode, ipocrisia, slealtà, spergiuro, e ladronaia. Cancellisi dunque dalla mente degli uomini una nozione, che legittimò la tirannide, e fece il dispotismo sacrosanto: aboliscasi un ente il quale si rivelò sempre col male: tregua una volta alla sperticata ammirazione del creato: o che ci è egli da celebrare qui dentro? Sottile intendi, e vedi da una parte avara crudeltà, come nel tardigrado cui furono negate membra capaci a procurarsi senza grandissimo stento il cibo, e dall'altra scandaloso sprecamento, come nello scarafaggio in cui la notomía microscopica scoperse gli occhi composti con diciassettemila occhi semplici, e duegentottantaquattro muscoli. Le stelle! esclama Hegel stizzito, le stelle insomma che cosa elleno sono? Ve lo dirò io: la rogna dei cieli. Predicano necessaria la nozione di Dio come quella da cui deriva la speranza del premio, e il timore della pena, per la virtù negletta, o per la colpa fortunata nel mondo. Che importa questo? Chi vi assicura che il delitto nonostante le apparenze contrarie non sia di sè stesso carnefice? Veruno impunemente è iniquo: nè uomo si sentì mai lieto per misfatti; chè quando anco la coscienza taccia, la ingiuria chiama la vendetta, e il reo lo sa, e trema: ed è per ciò, che Dionisio tiranno di Siracusa non accoglie nel talamo la moglie se non frugata prima, e per sospetto del ferro fa scorciarsi co' tizzoni i capelli. In quanto a virtù, se la disposizione dell'animo a bene operare è mossa da desiderio, o da speranza di premio, tu giudicala traffico, non virtù, e ti apporrai. Orsù, che pretendete voi? (e questo pure dice Hegel), per avventura la mancia nell'altro mondo per non avere tagliato la gola alla signora baronessa vostra madre, o per esservi astenuto da ministrare l'acquetta al signor conte vostro fratello? La virtù di sè ha da piacersi, di sè soddisfarsi; se no, muti nome, e vada a iscriversi alla Borsa accanto al quattro e mezzo per cento.

Non si può mica contrastare in coscienza, che qui dentro non covi qualche parte di vero; e lo sarebbe anco tutto, se non fosse venuto al mondo Cristo, il quale ci rivelò Dio essere padre degli afflitti, Dio avere creato gli uomini liberi, uguali, e volerli felici; piuttosto essi straccherebbonsi a offenderlo, ch'egli a perdonare; bastargli per tutta preghiera un sospiro; il saluto, che meglio gli tornerebbe accetto, essere: padre delle misericordie; sola una progenie aborrita in sempiterno da lui, quella dei tiranni. — Gesù Cristo (canta il vescovo Isaia Tegner nel poema della prima Comunione), ha insegnato la voce di Dio non favellarci nel terremoto, o nel fuoco, o nella procella, bensì venire a noi col mormorio delle brezze vespertine: amore essere origine della creazione, e sostanza di Dio: infiniti mondi riposare come pargoli sopra le sue sante braccia. Per amare, e perchè lo amassero, egli soffiò il suo alito sopra la polvere assopita, ed ella sorse, e postasi la destra sul cuore se lo sentì infiammato di fuoco celeste; bada, che questo fuoco non si estingua dentro di te, ch'egli è l'anima dell'anima tua: l'amore genera la vita, l'odio la morte. —

Senonchè, vedete, a simili concetti i filosofi tentennano sghignazzando il capo, e bisbigliano: — poesie! — e poi aggiungono: — fatto sta, che il cristianesimo sovvertiva l'impero romano, snervò gli spiriti guerrieri, e dispose i popoli alla mollezza vile, che fu invito alla ingiuria, donde poi da una parte oppressione, dall'altra rancore, e la alterna vicenda di offese e di vendette, che travagliarono e travagliano parecchi popoli, massime italiani. Anche Cristo sta co' battaglioni più numerosi; in nome proprio di lui, quegli che si afferma suo Vicario in terra ha bandito: — curvatevi, o popoli, e state allegri sotto il peso delle vostre catene; e se non volete starvi lieti, non piangete, o piangete sommessi perchè non monti in bestia il padrone. — E se essi non si vollero curvare, e, memori che Dio creò l'uomo perchè guardasse a viso alto nei cieli, levaronsi in piedi (orribile a dirsi!) il tristo prete gli maledisse in nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo. Nè qui sotterfugio giova; lo scrittore del Diario l'Universo ha ragione da vendere: gli avversarii suoi sono gli azzeccagarbugli: ecco, egli squaderna la enciclica famosa di Gregorio XVI, ecco egli ributta in faccia agli imbroglioni gli esempi di Pio IX, e non ci è da ripetere verbo. Giù la fronte, svergognati calunniatori, Cristo e Libertà si vogliono bene come il fumo e gli occhi. —

A questi di tal razza filosofi non riesce punto malagevole rispondere, e lo farò, che non sono uso sbigottirmi per poco, e voglio le mie parole: una cosa è Cristo, e un'altra i preti; così vero questo, che il Vangelo di Gesù senza le chiose di Monsignore Martini Roma registra tra i libri proibiti, come se Cristo, il quale predicò alle turbe, e fece sua delizia i poveri di spirito, e garrì coloro che impedivano i pargoli si accostassero a lui, come se Cristo, che scelse fra uomini volgari e meccanici gli Apostoli suoi, avesse mestieri comento per essere inteso! Rispetto allo impero romano, e' formerà sempre massima delle glorie cristiane averlo sovvertito; imperciocchè fin dove arriva memoria di uomo, pensiero mortale non seppe mai immaginare, nonchè conseguire, così immensamente disperata e prepotentemente ingiusta dominazione. Cristo ruppe fra gli ugnoli dell'Aquila la immane catena, ora gli Avoltoi ne hanno grancito qualche anella, e le strascinano sopra la faccia del mondo. Lasciate passare: dove non valse la catena intera, pensate voi che possa bastare il troncone? Gli è poi falso del tutto, che Cristo insegni codardia, o costanza nel patire soltanto: amore, egli predica, vuolsi ricambiare con amore; ma dall'altro canto ammonisce espresso, ch'ei venne a mettere nel mondo non la pace, ma la spada; spada sul capo a cui non si contenta della terra che la Natura gli assegnò, spada nel cuore a cui contrista gli spiriti immortali, spada ai domestici tiranni, spada agli ascitizii, che con la frode, le proditorie stragi, e la corruttela sostentano l'aborrita rapina. Fratelli sì siamo, a patto che in questa fraternità nostra nessuno pretenda la parte di Caino; e poichè la gente Austriaca a noi è Caina, la maledizione del Signore scenda sopra di lei. Certo, Cristo prescrive rendersi a Cesare quello ch'è di Cesare; ma che spetta a Cesare? Il frammento del metallo, che ritiene la sua immagine, la qual cosa, spiegata come conviene, significa: butta in faccia al corruttore l'arnese della corruttela, e vivi la vita dell'anima, ch'è la Libertà. Dirittamente dunque la donna egregia raccomanda, che le fanciulle nelle dottrine del santo Evangelo ammaestrinsi, avvegnachè la parola di Gesù Cristo non pure non dissuada, ma all'opposto imponga espressamente combattere i nemici della Patria, e sopportare con animo forte gli esilii, le carceri, e le morti per la redenzione di quella.

Dopo Dio, o insieme con Dio, quello che più preme è la educazione morale: ma qual morale? Infelicissima condizione dei tempi, in cui ad ogni piè sospinto ti è forza rimanerti incerto sul cammino da prendere! Il comune degli uomini, io lo sento, farà le stimate dicendo: — o che su la morale può egli cascare dubbio? O che delle morali soncene due? Eternamente immutabile, la morale è quella che si accomoda meglio ai bisogni dell'umano consorzio. — Ciò detto, questi cotali dottori forbirannosi la bocca come se avessero pronunziato una sentenza da segnarsi col carbone bianco. Ora, quando avrai detto così, avrai detto niente. Infatti, civiltà che è? La romana stava nel vincere il mondo, e con romana mola macinarlo: civiltà lacedemone patire per essere invitti, commettere imbrolii per non restare superati in accortezza: civiltà ateniese fare e dire con elegante inverecondia ogni cosa, mettendo in opera sottilissima industria, affinchè la turpitudine comparisse onesta. Le altre civiltà, se mai ce ne furono, omettonsi. Quale fia pertanto la civiltà nostra? La mollizie del vivere scioperato, il lusso smagliante, le vivande squisite, le vie ampie e illuminate a gasso, la parola commessa al fulmine, i mari e i venti contenuti dal vapore, le meraviglie delle gambe alzate, e i delirii delle gole gorgheggianti, i febbrili spasimi del giuoco, e i governi che tengono il banco: queste ed altre cose di congenere natura appellansi adesso civiltà: per lo contrario la perizia nelle armi, dai Romani salutata unicamente virtù, siccome comprensiva di ogni altra virtù, e le armi stesse, si giudicano barbare; anche in pro della Patria impugnate, barbare sempre: nè questo reputisi punto immaginativa di cui scrive, chè forse sta fitto nella mente di molti come certo valente uomo di Stato arringando così spiattellatamente e dalla bigoncia dicesse: — congratularsi col suo paese per esperimentarlo senza rimedio imbelle, essendochè l'esercizio delle armi porga testimonio di barbarie nel popolo che ci si abbandona: — e il nemico ci era sopra le spalle menando strepito di catena!

Havvi pertanto una morale eterna, e ve ne ha un'altra mutabile secondo lo stato in cui si trova il paese: arduo somministrarne esempii, ed anco pericoloso; questo basti, che il fine della educazione italiana oggi ha da gittare l'áncora nel disegno di sovvertire dalla radice buona parte di quelle cose che come civili si vantano, imperciocchè mentre così noi duriamo l'Italia non possa presumere di presentare la faccia nel collegio degli uomini liberi. Come le stoffe smontate di colore hannosi a tuffare in tinta più scura perchè le ritornino in sesto, così, perchè non caschino di rilassatezza, bisogna di tratto in tratto riportare gli ordini civili verso i loro principii: sentenza in ogni sua parte vera, con l'autorità di Niccolò Macchiavello confermata, e rinvenuta efficace in quasi tutte le faccende umane. Epperò avverti, lettore, che se ti preme davvero che la Italia cessi di essere ludibrio delle genti, bada a ritemprarla tuffandola nella barbarie; se pure al tuo onesto ingegno parrà barbarie, che scompaiano per sempre le agonie dei súbiti guadagni, i lussi ubriachi, e i lezii sazievoli di quel tenerume abbiosciato, che vantano umanità. Umanità, disgraziati, sarebbe tendere le orecchie e il cuore al rammarichío che mandano come altrettante bocche aperte le ferite fatte dalle austriache palle nei petti italiani, e supplicano dalla religione dei vivi il suffragio della vendetta! Ma le orecchie civilissime vostre ritengono troppo delle melodiche voci delle cantatrici, onde non si sentano stonate da cotesti stridi. Ecco la educazione morale di cui adesso abbisogna la Italia: la camicia insanguinata dei traditi scossa su gli occhi dei figliuoli, finchè ei non abbiano compíta la vendetta. La vendetta ora è sacra, religioso il furore: però le donne hanno da crescere tali, che valgano a scolpire l'anima della prole al patimento, alla vittoria, o alla morte.

Per ciò che concerne la educazione intellettuale delle donne, se male non mi appongo, dubito che le proposte della filosofia nostra non sieno per apparire di soverchio ambiziose, in ispecie a coloro, che non considerano come fosse suo intento rivendicare per la donna la comunione intera coll'uomo degli obblighi, dei diritti, e degli ufficii: sembrava a lei, che essendo le femmine dotate di organi pari a quelli dell'uomo per sentire e pensare, elleno e potessero e dovessero operare quello che da lui si opera; donde, secondo lei, ne veniva la necessità di uguali condizioni per ambedue i sessi. Antica ubbía femminile è questa, ma forse mai si affacciò tanto pretensionosa come ai tempi che corrono; e tu l'odi pestare i piedi impaziente dinanzi alle porte chiuse, e fremere a pugni stretti facendo le viste di romperle, ed allagare dentro scalando i pergami sacri per bandire la parola di Dio, e le tribune politiche per isbertare le leggi vecchie, e proporne delle nuove, sempre nuove, almanco una volta al mese. Le donne americane, come più avventate, venute di botto a mezza spada deliberarono a questi giorni di presentare alla camera legislativa dell'Ohio certo loro richiamo, che suona per lo appunto così: — Considerando come le donne dell'Ohio, quantunque reputate cittadine dalla costituzione, non godano le franchigie a cagione del sesso, noi domandiamo per l'ultima volta il diritto di votare, il quale diritto comprende in sè tutti gli altri, che senza ingiustizia espressa non ci ponno essere negati. Tutti nascemmo liberi ed uguali, e chi deve essere sottoposto alle leggi ha da prendere parte a formarle: però provvedasi, affinchè i cittadini quanti sono, senza distinzione di uomini e di donne, esercitino i legittimi diritti. — Intanto che aspettavano i diritti, le donne americane presero le vesti dei mariti; nè contente di trionfare nel mondo nuovo, la signora Bloomer varcò l'Oceano missionaria della religione dei calzoni presso le donne del mondo vecchio: non fece buona prova, e il marito per via di correzione a questa, e forse a qualche altra scappata, non infrequente alla vita dei missionarii femmine, sparatale una pistola nel petto, la stese morta. S'intende acqua, ma non tempesta! E nessuno discreto negherà, che per questa volta il soverchio rompesse il coperchio. Se la signora Bloomer aveva commesso nel mondo nuovo, ovvero nel mondo vecchio, alcune di coteste marachelle a cui le donne pretendono avere comune co' mariti il diritto (e non ce lo dovrebbe avere nessuno dei due), il signore Bloomer poteva castigarla con le mortificazioni, e via anche con le mani; alla più trista passi il bastone, ma pistole poi! Basta, a ogni modo la signora Bloomer per adesso è morta; requiescat in pace, e ritorniamo alle donne vive, le quali sono più difficili a contentarsi. Comecchè le creature umane, o vogli uomo o vogli donna, nascano uguali in diritto, e su questo non può cascare dubbio, tuttavolta non possono essere così in atto, per la differenza del fine a cui uomo e donna vengono destinati. Forse in verun periodo di tempo quanto in questo provammo vera la sentenza dello Ariosto:

«Le donne son venute in eccellenza

Di ciascun'arte ove hanno posto il segno.»

Letterate e poetesse ammirande davvero, americane, inglesi, francesi ed anco italiane, buone ai commercii, alle faccende villereccie, perfino diplomatiche, e sottili così da tenere cattedra alle volpi, e al principe di Benevento; pittrici, scultrici eccellenti, ed oratrici più copiose in parole di un leggío, della patria propugnatrici magnanime, sicchè postergata ogni paura scesero in campo, combatteronvi, e vi rimasero spente. Dio glorifichi come meritano coteste anime sante! Nondimeno queste si hanno a reputare eccezioni, nè la natura della donna la chiama a ciò: uguale all'uomo deve stimarsi, ma di uguaglianza diversa, a mo' di corde della stessa lira, necessarie tutte all'armonia e non pertanto di suono diverse. La formazione della donna, le membra sue delicate, la trama nervosa soperchiante, le infermità consuete, la gestazione e l'allattare dei parti, le cure stesse della famiglia le tracciano una via distintamente propria. Se la donna s'immischiasse nei negozii dell'uomo, l'uomo non potrebbe del pari framettersi in quelli della donna; quindi nascerebbe da un lato eccesso, difetto dall'altro; ancora, questi due enti diventati emuli correrebbero rischio di prolungarsi paralleli senza incontrarsi mai, mentre all'opposto la natura creandoli ebbe in mira, che gli uni con gli altri si compiessero, e per le facoltà e mancanze scambievoli ricercassersi, supplissersi, reverissersi, e amassersi; e, seguitando noi la similitudine della lira, quale accordo ricaveremmo da due corde basse o acute? Una di due come inutile andrebbe levata via: ora pensate un po' voi se possa stare, che l'uomo o la donna sia per di più nella opera della natura! Regni la donna in casa: sua la domestica economia, sua l'allevatura dei figliuoli, la educazione prima di quelli sua: a lei confidato il carico supremo di apparecchiare forti e generosi cittadini alla Patria: a lei il tesoro dei buoni costumi in santa custodia; a lei il consigliare nelle dubbiezze, nelle avversità sovvenire, negl'infortunii confortare; ella áncora di speranza, ella fuoco di Santo Elmo. O che pretende ella di più? Faccia di compire questi uffici con tutto il cuore, la carità, e la tenerezza di cui pur troppo Dio la creò capace; e se le avanza tempo, torni a domandare, che le verrà assegnata la parte più larga.

Per certo discorderanno parecchi dalla chiarissima Donna anche circa all'ampiezza da darsi alla educazione muliebre, conciossiachè non vi sia maniera di scienze, arti e mestieri, a cui ella non la pretendesse prodotta: su di che occorre ripetere, ch'ella nelle Conseguenze si mantiene d'accordo co' suoi principii; ma noi che chiudemmo gli ufficii della femmina dentro a certi confini, che ci parvero meglio dicevoli, dobbiamo ritenere come la più parte di siffatte discipline tornerebbero alla vita donnesca inani e forse moleste.

Qui però casca il taglio di dire qualche parola sul modo di educare, parendo a certuni non pure utile ma necessario tenere l'alunno sempre per mano fino al compimento della scienza, mentre a noi si presenta questa pratica nemica allo incremento dello intelletto: però vorremmo piuttosto che la dottrina dopo avere accompagnato il giovane su la frontiera della speculativa, quivi gli allentasse le briglie, e palma battendo a palma, gli gridasse dietro: va! — A mo' di esempio, insegnata una volta l'arte di bene disporre le idee, e significarle con elegante acconcezza, vuolsi lasciare lo spirito in balia di sè solo per le regioni della metafisica, della politica, e della storica filosofia. Di vero, io avrei voluto conoscere colui che si fosse attentato insegnare a Niccolò Macchiavelli, a Giovambattista Vico, a Giordano Bruno, al Telesio, e al Campanella le discipline in cui eglino levarono grido. — Qui avvertasi, che si accenna, non si dimostra, onde altri pensandoci sopra veda se ci apponiamo o no.

Inoltre le qualità della moderna educazione hanno operato sì, che quanto si guadagnò in larghezza altrettanto si perdesse in profondità: molto procaccio è stato fatto di moneta spicciola da spendersi sopra ogni mercato, ma scudi pochi, rusponi punto, e di tal forma educazione che alla mediocrità maravigliosamente si accomoda, levano a cielo gli astiosi: affermano ancora di lei compiacersi la democrazia, ma io non ci credo, anzi credo piuttosto che i democratici magnanimi, i democratici veri non prendano in fastidio i re del pensiero, a patto però che questi tengano l'intelletto, il quale è dono di Dio, esposto in guisa da raccogliere come dentro uno specchio la sapienza eterna e rifletterla in raggi di amore sopra i fratelli: ad ogni modo a me vedere cervelli foggiati come mattoni caccia addosso il ribrezzo della febbre quartana: le casse da morto sieno tutte di una misura, chè io non lo contrasto, ma nel sentiero della vita ogni uomo stampi l'orma quanto ha lungo il piede. A rischio di mettere la mia fama di liberale in compromesso, su questo tasto io non mi adatterò a confessarmi democratico mai: delle due cose l'una, o renunziare ai Galilei, o adattarci ad averli radi: per me sto a possederne uno in capo a mille anni, ed a qualunque patto.

Merita lode non peritura la Filosofia nostra pel coraggio col quale si è fatta a combattere animosa la corrente, che impone il ballo e il suono come corredo necessario alla perfetta creanza femminile: e così vero si chiarisce a prova il suo giudizio, che tu ti trovi guidato quasi spontaneo a considerare che simili delicature dalle donne diventate mogli o continuansi, o tralasciansi: se bene esperte elleno le metteranno da parte, il meno che se ne possa dire sarà, che avranno buttato dalle finestre tempo e quattrini; e se all'opposto dureranno a esercitarle, comecchè a taluna sia per sapere di ostico, io lo vo' dire senza barbazzale, la strada che mena al bordello apparisce pavimentata più assai di tasti di ebano e di avorio, che di macigni di Montemorello. In verità io vi assicuro le tastiere dei cembali superare in infamia di naufragi gli scogli acrocerauni: per chi ce gli sa vedere, esse compaiono ingombre di frantumi di virginei pudori, e di fedi coniugali. Gli antichi così barbari come gli altri che salutiamo civili, ebbero in dispregio la musica e i musicanti, narrandosi che i Persi e gli Assirii gli annoverassero addirittura fra i parasiti: gli Egizii vietarono affatto lo studio della musica come allettatrice e quasi mezzana di viltà. Fra gli Ateniesi Antistene giudicò uomo di male affare Ismenia, solo perchè teneva in delizia certo trombettiere famoso; e Filippo, il quale di rei costumi non sembra che patisse penuria, udendo Alessandro cantare, e notando com'ei se ne compiacesse, lo garrì aspramente dicendogli: — vergognatene! Presso i Romani Scipione Emiliano e Catone bandirono i musicanti dannosi alla gravità dei costumi; servile arte la musica, e di uomini ingenui indegnissima: in seguito contaminate le pubbliche virtù, e volgendo ormai gli animi al servaggio, Augusto si attenta cantare; ripreso, cessa. Nerone solo ardì vantarsene; anzi presso a morte, di una cosa sola fu sentito rammaricarsi, ed era, che stesse per perire un artista pari suo[2]: ma sotto Nerone non si ha a cercare quale virtù se ne fosse ita via da Roma, bensì quale vizio non ci avesse diluviato dentro; e a petto delle altre immanità il vezzo di Nerone di volere passare per citarista poteva dirsi galanteria. Certo, i Pagani conobbero le Muse sonatrici, cantatrici, ballerine e mime, ma le si tenevano come fantesche in casa Giove; Pallade all'opposto, ch'era Dea della sapienza, si provò un giorno a sonare la tibia, senonchè presa da subita confusione la buttò via; nè in luogo alcuno di poeti, o in monumento qualunque, tu troverai, che Giove padre degli Dei sonasse o cantasse, comecchè troppo più spesso che non bisogni questo benedetto figliuolo di Saturno occorra intricato in certi bertovelli, che io passo sotto silenzio per due ragioni: la prima a causa di onestà, e poi perchè tutti gli sanno. La Chiesa cristiana, finchè ritenne angelica natura, nella sua santa purità maestosa aborrì ogni meretricio ornamento, sicchè apparve davvero discepolo di Cristo santo Atanasio, che ebbe in orrore i canti e i suoni peggio che il diavolo l'acqua benedetta; per converso santo Ambrogio li predilesse a braccia quadre: quegli li cacciò via dal santuario, questi ce gl'immise, ed ancora ci stanno: santi furono ambedue; per la qual cosa santo Agostino, ch'era un terzo santo, non sapendo che pesci pigliare, secondo il solito ciondola, e non dà in tinche nè in ceci. In quanto a me s'io avessi a dire la mia, urlerei tanto che mi sentissero: non pure scandalo, ma vituperio espresso essere, che oggi canti in chiesa su l'organo la sequenza della Stabat Mater, o il Miserere, quel desso, che cantò ieri sul Teatro la cavatina lasciva, e la cabaletta procace: mandarci poi fanciulli castrati, abbominazione romana. Anche la Stabat Mater aveva a diventare truculenta in mano ai preti! Avendo i Romani in uggia il canto, immaginate un po' voi in qual parte dovessero avere i ballerini; laonde leggesi nelle storie come Sallustio, il quale non fu uno stinco di santo, rinfacciasse a Sempronia la perizia nella danza troppo più che ad onorata matrona si convenisse[3]. Gabinio e Marco Celio per la medesima causa ne rilevarono dai Censori un cappellaccio, che Dio ve lo dica per me, e quell'agro Catone fra gli altri misfatti apposti a Lucio Morena non dubitò accusarlo di avere ballato in Asia; e che la dovesse essere faccenda seria s'inferisce anco da questo, che Marco Tullio, il quale difese Murena, non trovando discolpa che valesse, abbracciò il partito di tirare giù buffa negando il fatto addirittura.

A me scrittore accadde essere testimone di un caso, che chiedo licenza di raccontare per edificazione delle anime buone. Convitato da personaggio che andava per la maggiore a certa sua veglia proprio coi fiocchi, ecco di repente comparirmi davanti una coppia di giovani, uno femmina, di salute potentissima e di bellezza, che venuta dal Brasile pareva avesse portato buona parte del tropico nel seno copioso; il suo colore era di olio lampante; gli occhi, le palpebre, i sopraccigli, e i capelli, neri lustri come bitume giudaico; nelle labbra tumide, semiaperte, e accese aveva il polso, e ci si vedeva battere; l'altro maschio, inglese e biondo fulvo come incoronato di sole; marino alle vesti e più alle sembianze; altro di singolare io non conobbi in lui, se togli l'irrequieto sospingere e ritrarre del piè sinistro, il quale rammentava l'onda che lambendo la riva ti ammonisce come da un punto all'altro può divenire cavallone, epperò ti badi. Ad un tratto scoppia la musica come la frusta del Diavolo; dove sono iti i miei giovani? Velli! velli! paiono comete, che scapigliate imperversino di giù di su a scavezzacollo nel firmamento; questo urtano e fannolo girare come vecchio arcolaio, quell'altro pestano sopra gl'incliti lupini, e cacciano via con la gamba levata soffiando in un canto; un terzo scaraventano a dare di picchio con le spalle nel muro; cotesto è un remolino, un mulinello, un vero turbinío; bada davanti! ed essi pur sempre avvolgevansi, volavano, ora apparivano, ora sparivano, naufraghi per mezzo ad un mare di piacere: non udivano nè vedevano più nulla; uno nella bocca dell'altro spingeva l'anelito grosso e fumoso: braccia aggroppate a braccia, dita incatricchiate a dita, capelli neri framessi a capelli fulvi, seno sopra seno palpitante:

«Ellera abbarbicata mai non fue

Ad alber sì come l'orribil fiera

Per le altrui membra avviticchiò le sue.

Poi si appiccar come di calda cera

Fossero stati, e mischiar lor colore,

Nè l'un nè l'altro già parea qual era.»[4]

Ormai taceva l'orchestra, e quanti erano quivi danzatori per bene avevano già depositato con le consuete clausole notarili, voleva dire civili, nelle mani dei rispettivi babbi, mamme, o mariti, le rispettabili compagne loro: già l'onda della limonea più che mezzo aveva spento i discreti ardori, e cotesti due insatanassati giravano, giravano da sbrizzarne in minuzzoli, finchè all'ultimo ansimando trafelati cascarono di sfascio giù sur un lettuccio. Quello, che i babbi, le mamme, e i mariti convenuti là dentro pensassero, io non lo posso sapere, chè nei cervelli loro non ci entrai: in quanto a me, tutte le mie considerazioni, che non furono poche, andarono a mettere capo in questo proverbio contadinesco, il quale allora mi parve vangelo:

«Tre nebbie fanno una pioggia,

Tre piogge una fiumana,

E tre feste da ballo una.......[5].

Una che? Avendolo notato Dante nel poema sacro, e non credeste mica nello Inferno, bensì nel Purgatorio, parrebbe a me che lo potessi dichiarare anch'io, che non iscrivo niente di sacro; ma no signore, io non lo voglio dire, confidando che le mie ingenue leggitrici ci peneranno intorno a indovinarlo, ma poi lo troveranno; piuttosto io voglio dire quest'altra cosa, che i tre festini mi parvero troppi; e a mio giudizio, anche di un solo per fare l'effetto ce n'è di avanzo.

Se adesso qualche anima pietosa mi avvertisse: frate, tu predicasti ai porri: Sapevamcelo, dissono quei di Capraia, risponderei; chè già ho antiveduto come uomini e donne, in specie donne, per una ragione ch'io adduca sapranno contrapporne mille: così (mi pare di sentirle!) allegheranno il giudizio dei medici universale accordarsi ad assicurare come il ballo massimamente conferisca alla sanità del corpo, assottigliando il sangue, purgando gli umori, e sciogliendo le membra; anzi siccome sana non può mantenersi la mente, se sane non si conservano le membra, se ne inferisce che qualunque intenda riuscire buon matematico, buon principe, ed anche buon teologo, ha da ballare, e se più ne hai più ne metti. E' non ci è caso da perfidiare, io ve la dò per vinta: i medici giudicano da quei valentuomini che tutto il mondo conosce; e su le vostre labbra, donne, sta il vero; ma sentite, voi avete a fare una cosa; vi si concede saltare, correre, ballare, a patto però che ve ne andiate lungo le sponde romite del fiume, o in mezzo alle riposte ombre dei boschi: colà su i tappeti delle folte erbe, al casto raggio di colei che fu guidatrice di ninfe formose come voi, ninfa con ninfa menerete i lieti rigoletti, e procaccerete salute, bellezza, e gagliardia ai vostri corpi quanto la Natura vi consiglia; però i luoghi chiusi fuggite, avvegnadio colà l'afa della gente stipata, la vampa dei lumi, il calore e il sudore fruttino troppo più scapito, che guadagno: inoltre dalle vesti scollate esporre, lasciamo stare alla vista, ma al trapasso repentino dal caldo al freddo tanta carne ignuda, la quale cosa il Parini direbbe in poesia:

«...... e sì dannosa copia

Svelar di gigli e rose;»[6].

parvi ella da persone cui prema la salute sul serio? O che i reumi, i catarri, le flussioni, le tossi, e le corizze non usano più? O forse la punta e la scarmana considerando cotesto vostro seno (poniamo candidissimo) si periteranno d'infiammarvelo spietatamente a morte? Dite su, egli è per amore dell'ortopedia che stringete la vita e i piedi con tali arnesi, che il grande Inquisitore di Spagna si sarebbe, sto per dire, recato a scrupolo adoperarne altrettali in un estro di zelo cattolico, apostolico, romano? Sentiamo via, che cosa saprete contarmi in proposito. —

E le donne di rimando: voi dite il vero, magari lo potessimo fare! Ma sapete voi, quando ci triboliamo a presentarci ai vostri balli, qual passione ci muova? Animo deliberato al sagrifizio; però che amore del prossimo ci persuada a rammendare i vostri strappi, recando come per noi si può rimedio ai mali partoriti allo umano consorzio dalla insigne melonaggine, o dalla stupida cupidità vostra. Invero se non istessimo noi mai sempre all'erta fantasticando senza requie nuove bizzarrie per consumare, o come potrebbe vivere quel mostro insaziabile creato dalle vostre mani, e si chiama produrre? Chi scavò l'abisso della industria? La frivolezza nostra o l'avarizia vostra? Senza la febbre di andare ornate con foggie inconsuete, e vi concedo strane, gli operai a migliaia morirebbero d'inedia; e voi capitale con che vi saziereste voi? Per avventura col pane fatto di farina di scudi? Quando pertanto noi altre donne ci rassegniamo a comparire nelle veglie e ai teatri coperte di stoffe sfoggiate, di piume, di fiori, e di brillanti: quando spingiamo la carità fino a spiantare le famiglie, e struggere i mariti, voi avreste a decretarci la corona civica. Curzio che si buttò nella voragine per salvare Roma, in petto a quello che patiamo noi per amore del prossimo, bebbe una cioccolata. —

Eh! bisogna confessare pur troppo, che queste diavolerie di lusso, capitale, operai, e lavoro sono negozii serii, ma serii davvero; e la difficoltà, anzi di' pure la crescente impossibilità di assettarli con gl'istituti che ci reggono adesso; per modo che se vuoi, che le faccende camminino ti conviene dare un colpo al cerchio, ed un altro alla botte. I governi, la più parte almeno, non ci pensano: arte unica loro stringere e spremere: quando poi capitano i tempi grossi, non rifinano mai di maledire all'anarchia, alla demagogia e a tutte le altre tregende, che finiscono in ia, e pure non è così. Non vo' che paia strano, se l'umanità formando un complesso di uomini, io la paragoni all'uomo: ella cresce di mole, e, con la mole, di pensieri e di voglie, nè più nè meno come l'uomo costuma; ora che ti sembrerebbe di quel nuovo pesce, che s'incaponisse a volere mandare fuori il suo figliuolo giovine di venti anni vestito col cercine, e il guarnello, come quando era infante, e co' giocattoli stessi presumesse trastullarlo? Fa il tuo conto che molto non si discostino da cosiffatte gagliofferie quei rettori di popoli, i quali rifiutano allargare, e conferire le leggi e le istituzioni al procedere forse, e certo poi al mutare della umanità; donde avviene che questa crescendo dentro le leggi viete, come dentro vestiti vecchi, dapprima ella quanto più può stira su le costure, ed alla fine le scoppia.

La gente di contado, da gran tempo, ha preso a fluire verso le città, condotta o da impazienza delle fatiche rusticane, o da agonia dei súbiti guadagni: s'ella considerasse bene, conoscerebbe come per uno che si arrampica, mila stramazzano: diventa, per la più parte di questi nuovi arrivati, la città, un palio, che oggi chiamano a campanile, verso il camposanto, dove arrivano per la trafila del bordello, dell'ospedale, e del bagno; tuttavolta prima che la morte pensi a saldarne il conto nelle città ristagnano, e mandano malaria: molto più, che tu in coscienza li puoi reputare come altrettanti apostoli Bartolomei in mano al capitale. Ora questi santi Bartolomei del capitale starieno anche peggio (conciossiachè all'uomo accada di potersi trovare peggio che scorticato, ed io lo so, che lo provai); laddove il lusso non si prendesse il carico di logorare tutto quanto i poveri scorticati quotidianamente producono. Parrebbe che i governi ci avessero a provvedere ordinando emissarii capaci a farli scolare o con le marine, o con le colonie, o rivomitandoli nelle campagne; dacchè la terra sia proprio la porta del Vangelo dove basta che tu picchi forte perchè ti venga aperto: adesso, qualunque sia la causa, che qui non fa caso ricercare, le campagne in parte appaiono deserte, mentre in altra parte hanno ingombro di soverchio; là i frutti non nascono, qui gli rubano. Corre il costume, che il capoccia, Romolo della famiglia dei contadini, ne sbandisca dal seno quei membri, i quali, lui invano opponente, menano moglie: ora questi banditi privi di podere moltiplicansi, lebbra delle campagne: se trovano, vanno ad opera, donde ricavano un salario, il quale in coscienza non si può dire che basti loro per vivere; piuttosto sarà vero affermare, per morire mezzo; se non trovano, diventano prima per necessità scarpatori, poi per usanza continuano, chè il mestiero del ladro, finchè glielo lasciano fare, loro par pasqua. Arte buona di Stato dovrebbe però giudicarsi quella, che attendesse a spartire meglio i villani per le campagne, allettandoli altrove con più maniere di eccitamenti onesti e di sussidii: forse anco la mezzaria incomincia a farsi vieta, e il podere che una sola e scarsa famiglia lavora basterebbe a nudrire più gente assai, se ci fossero condotte sopra migliorie con più sapienti pratiche, e spese maggiori: per modo, che se il podere non frutta quanto e' potrebbe, ciò deriva dalla repugnanza, se non si ha a dire aborrimento addirittura, del colono per le novità; al quale guaio aggiungi questo altro, che il contadino anche dopo avere spartito col padrone metà della metà del raccolto trova sempre il verso d'incastrarci il debito, ed ogni anno aumentarlo, sia arte, o necessità; sicchè di farlo contribuire alla spesa non ci si raccapezza il bandolo. Quindi non mi arriverebbe inopinato se il Capitale Briareo si pigliasse in mano le industrie agricole come ha fatto le manifatturiere, e adoperando nuovi modi di coltura, trovando partiti da cavarci migliore costrutto, sciogliesse il groppo o col produrre alimenti in copia maggiore e a prezzi più comportabili, e col ricondurci parte dei forviati nelle industrie urbane, o col nudrire sul medesimo spazio di terra più numero di contadini. Il tempo mena seco mutazioni mirabili, a cui la gente trascurata non bada: ma chi ci attende lo vede come dipinto davanti agli occhi. Così distratto dal fracasso delle opere diurne degli uomini tu nulla senti; nella notte poi quando il silenzio impera, ti molesta aspro gli orecchi l'indefesso rodere del tarlo, il quale ti fa manifesto come nel medesimo letto su cui giaci si consuma un lavoro di distruzione inevitabile.

Le querimonie che mandano i popoli intorno alle maledizioni della tirannide ormai hanno ristucco Dio e il Diavolo, per la quale cosa bisogna non ristarci un momento da ricantare loro le dieci volte, e le mille finchè non l'abbiano intesa, la tirannide insomma niente altro essere tranne una fungosità nata dal fracidume del servaggio. Il servaggio che ricava il quotidiano sostentamento dai vizii codardi, o ladri, dalle abiezioni tutte e in ispecial modo dal lusso:

«Questo è la fiera con la coda aguzza

Che passa i monti, e rompe mura ed armi;

Ecco colui, che tutto il mondo appuzza»[7].

Nonchè possa sperarsi di vedere allignare repubbliche là dove questa mala pianta aduggia, nè manco si ha da credere che si possa reggere alcuno di codesti istituti nei quali s'immette dose più o meno larga di Libertà. Che Dio ci aiuti, o che vuoi tu stillare con un popolo presso il quale la povertà onorata reca vergogna troppo più del delitto? Fra noi come sei ricco non curano sapere, solo se sei, e di quanto, la rettitudine hanno in pregio di manto coi lustrini, buono a vestirsi dai regii ciurmatori quando saliscono le scene per recitarvi la parte di Agamennone. Qui il ladro, cui Fortuna sbagliando invece di agguantare pel collo acciuffò pei capelli, passa, e con le ruote della sua carrozza imbratta di fango il magistrato, il filosofo, e il poeta; più oltre un mercante scemo della forza di cinquanta cavalli, a cui cascò addosso l'opulenza come l'embrice sul capo di Pirro, passa, ed insulta col lusso di servi e di corsieri il soldato, che zoppo, per aver perduto una gamba combattendo per la Patria, pure va pedestre: breve; che montano esempi? La storia da tutte le sue pagine grida essere i popoli cresciuti in gloria e conservati liberi finchè le perverse arti del lusso ignorarono; all'opposto perduta l'antica parsimonia fatti prima mancipio della tirannide domestica, poco dopo della straniera; entrambe dolenti, e vergognose invero, ma la seconda fuori di misura dolentissima, e vergognosissima.

Le conquiste asiatiche, e il testamento di Attalo ferirono a morte la virtù romana, e parve provvidenza, che le spoglie di Re facessero alla Repubblica oppressora l'ufficio della camicia di Nesso. Valerio Massimo consentendo la ruina di Roma essere stato il lusso, discorda sul tempo, e in quanto a sè opina, che i costumi principiassero a contaminarsi dopo la disfatta di Filippo re di Macedonia: di vero allora furono viste le femmine romane spasimare a mettere in pezzi la legge Oppia, la quale vietava loro vesti polimite, e gli ornamenti che superassero la mezza oncia di oro: e dacchè come nei moderni ai tempi antichi accadeva, che quel che femmina vuole, Dio vuole, così riuscirono a sovvertire l'odiata legge; onde (mirabile a dirsi!) per modo irruppe disonesto il lusso, che trascorso breve spazio di tempo Lollia Paolina potè comparire a certa veglia domestica carica di perle e di smeraldi pel valore di settanta milioni di lire fiorentine, tenuto a calcolo il ragguaglio della moneta.

Ora immaginate un po' voi se dopo questi esempii, e dopo che le donne non più contente del mondo muliebre, quantunque sfoggiato, pretendono nientemeno che sedere presidi nei Parlamenti, e capitanare eserciti, ci sia verso di ricondurre i giorni nei quali un Egnazio Mecenio potè finire a legnate sul capo la moglie che bebbe vino alla botte, e averne non mica castigo, bensì loda, e stragrande, comecchè il fatto anche agli amici della virtù latina paresse un tantinello abbrivato: in quanto a me credo, che si debba appiccare all'arpione la voglia di rivedere le cugine dei re a veglia con le fantesche filare la lana come Lucrezia, e le gentildonne di casa Nerli e del Vecchio starsi contente al fuso, ed al pennecchio. Non è più tempo che Berta filava.

Narrasi di certa isola dove i malfattori per estremo supplizio dannavansi alla pena di portare campanelle di oro alle orecchie, e al naso... ahimè! cotesta isola si chiamava Utopia, e la immaginò la bell'anima di Tomaso Moro gran cancelliere d'Inghilterra, il quale per mantenersi giusto perse la testa.

Pericoli in mare, pericoli in terra, esclamava l'apostolo San Paolo, e noi con lui; male se stiamo fermi, peggio se camminiamo; e non pertanto molto può farsi di bene, o almeno sperarsi, parte mutando e parte vietando. Così, a modo di esempio, le donne romane non potevano entrare in Roma sedute su carra: questo concedevasi agli uomini di alto affare, vecchi, ed infermi, nella medesima guisa noi, non dico che dovremmo vietare le carrozze, bensì gravarle con isconci balzelli, gratuitamente concederle ai meritevoli soltanto; il lusso nei cavalli non pure permesso, ma promosso, e nelle armi, dacchè la gioventù senza distinzione avrebbe ad esercitare la milizia; e in pari guisa costumavano i Galli, e se ne trovavano bene, quantunque barbari, avendo sperimentato come il timore di perdere l'armatura di molto valsente rendesse i guerrieri più pertinaci a difenderla, epperò a sostenere la puntaglia. Nè io credo si farebbe manco guadagno se potessersi persuadere le donne ad usare vesti sontuose sì, ma ferme in una foggia, e di stoffe nostrali, imperciocchè quella gara, che vediamo conquidere le donne tra classe e classe, verrebbe per necessità a cascare: niente servendo meglio a mantenere viva questa agonia del comparire quanto la facilità di appagarla con la ostentazione di robe, che di per sè non sono di gravissimo pregio, ma che, rinnovate le ventine di volte in capo all'anno, spiantano. Avrebbe un bell'arrotarvisi sopra la bottegaia, tanto non le verrebbe fatto di procacciarsi una vesta di broccatello di oro, con rabeschi ricamati di perle e di gemme, come anticamente le gentildonne nostre adoperavano pei dì delle feste; e caso mai le avessero avute avrebbero loro pianto addosso: quelle vesti poi così doviziose passavan di madre in figliuole, e quando dopo parecchie generazioni si disfacevano, se ne ricattava oltre alla metà del valsente. Ma per avventura questo non saría buon consiglio; gioverebbe piuttosto mutare scopo al lusso, e screditato lo esterno su la persona, e i ninnoli in casa, mercè i quali i Francesi, che ce gli mandano, hanno l'aria di trattarci da bamboli eterni, rimettere in fiore, se ci fosse, un altro Luca Giordano che venisse a dipingere le volte delle nostre case, un Cellino a cisellarci i vasellami di argento, un Caparra a batterci i ferramenti, un Cervelliera a intarsiarci gli stipi, un Palladio ad architettarci i palazzi, un Buontalenti a disegnarci i giardini: meglio ancora suscitare il fasto, che per questa guisa s'imparenterebbe con la virtù di decorare la città con ginnasii, musei, basiliche, istituti benefici per educare la gioventù, ed ospitare la infermità, la sventura, e la vecchiezza: ma qui fo punto, imperciocchè io dubiti, che i partiti, i quali ho messo davanti, con altri più assai dei quali mi passo, non abbiano a parere pannicelli caldi, chè troppo più fuoco brucia nell'orcio: arrogi a questo, che essendomi riuscite così male le parti di consigliere, sarà prudente renunziarci per sempre. Conchiudendo dico, e questo abbiatevi per sicuro, che lusso e Libertà non possono accordare insieme: scempiezza contendere intorno alle forme del governo, chè Agide e Cleomene principi erano, e pure adoperandosi a spartire con tutti i cittadini le terre laconie soggiacquero all'avara crudeltà dei patrizii: parchi siate, temperati e modesti; non amate più la vita infame, che la morte con onore; bandite il sagrifizio, e fatelo; persuadete a benvolere, e adoperate benevolenza voi stessi, ed allora, così disposto il campo, voi vi potrete spargere la sementa che meglio vi garbi, e voi le vedrete venire su tutte a bene.

Côlta da infermità la contessa Amelia, non potè, come pure avrebbe voluto, dare forma a quanto aveva raccolto intorno alla educazione, e fu danno: nondimeno quanto ci avanza dei suoi Saggi, e delle sue lettere, basta ad avviare la mente degli speculatori verso lo svolgimento dei problemi, che importano la suprema materia della educazione.

Ci avanza adesso a discorrere degli altri scritti dalla donna egregia dettati, i quali comecchè di mole più lieve non appariranno di minore importanza come quelli che intesero sempre lodevolmente a promuovere qualche virtù, o a sopprimere qualche vizio. Primi tra gli altri vengono i racconti del Parroco di campagna, i quali si proponevano purgare le menti villerecce di molti errori di cui camminano ingombre: e più che altri per avventura non crede, ce n'è di bisogno, imperciocchè se non possono accagionarsi i Governi di fomentarli, nè anche si sbracciano a svellerli: inoltre, se in una parte diminuirono, in quell'altra crebbero, laonde nel sottosopra non possiamo rallegrarci di troppi avanzi: più presto si nota, che se illanguidirono quelli che si versano sopra credenze religiose pervertite, gli altri che si fondano sopra passioni cupide e avare rinverzicarono. Così quando il cappellano, o curato che sia, di Trequanda, per rincappellare su la Madonna di Arimino, che piangeva soltanto, si avvisò dare ad intendere, che quella della parrocchia sua ghignava, e piangeva, i villani a venti miglia dintorno dissero, che la cosa non poteva stare, perchè su questa terra donna che pianga e rida è giudicata matta; figuriamo in paradiso! laonde il gingillo, trovato appena, cagliò: per lo contrario il collegio onorevole dei vetturini empolesi per aizzare subbuglio in danno delle ferrovie saltano su a sobillare la gente, che il vapore gli è proprio quello che fa nascere la crittogama su l'uva, e i beoni sel credono, ma questi non bastano; allora i vetturini immaginano la Madonna volare di pruno in pruno per le siepi, a quella guisa che i beccafichi costumano, predicando la portentosa scoperta; e se non l'universale dei coloni, molti almeno ci credono: ancora, per ottenere numeri buoni al giuoco del lotto i contadini violeranno i sepolcri, complice un prete, e spiccato il capo ad un morto lo metteranno nel paiolo a farlo bollire recitando non so quali incantesimi. Che più? Oggi ventisette agosto 1856 interrompendo lo scrivere per leggere i diarii trovo nella Gazzetta di Ginevra riferito come un villano savoiardo travagliato da dolori reumatici, fatto sicuro che l'unzione di grasso umano gli avrebbe reso la salute, poichè gli venne manco la facoltà di procacciarselo altrove, presa una sua figliuolina la mise in tocchi dentro una pentola al fuoco, per cavarne il grasso desiderato[8]. Però gli uomini esperti di queste nostre miserie non poseranno un momento di guerreggiare lo errore quantunque faccia il morto: in vero guardate mo' le volpi, e guardate i gesuiti; all'occasione sdraiansi in terra a pancia all'aria, incrociano le zampe, e con un filo di voce chiedono l'olio santo: ma che è, che non è, in meno che si dice un Amen, eccoli su vispi, vivi, e più gagliardi che mai canzonare i filosofi e i cani. Questo, come savia, molto bene sapeva la Signora Contessa; quindi non dava tregua allo errore giammai, porgendo documento efficacissimo a coloro che vorranno approfittarne.

La Palmira gli è racconto, che levò parecchi letterati a criticarlo con molta acerbezza; in quanto a me, duolmi dirlo, condannando i modi inurbani, non parmi dovere dissentire dalle critiche. Eccone il sunto: un barone Nericci va in cerca di un sacco di quattrini con una sposa, e li trova: poi vago di attendere ai giuochi, e ad altri consueti suoi passatempi, pianta in villa la moglie in compagnia di certo suo pupillo, giovane, lezioso, e vaporoso marchese: alla Palmira, negletta dal marito barone, vezzeggiata dal pupillo marchese, accadde quello, che in pari casi è solito accadere e che non importa raccontare. Il marito torna, e accortosi della ragia (anche la suocera contribuisce ad aprirgli gli occhi, ma non ce n'era bisogno) delibera vendicarsi, e in questa guisa vi si apparecchia: avvisato come certa contadina lì presso si travagliasse in extremis per malignità di vaiolo, recasi a levarle la camicia ingrommata di putridume, e portatasela a casa costringe con minaccie e sacramenti la moglie febbricitante a vestirla: non istà guari, che il morbo anche nella povera donna imperversa di natura così trista e ria, che a grande stento ne scampa la vita, rimanendone però nel volto sconciamente deturpata. Il marito dopo la bestiale vendetta ridotto al verde dai disordini, e un tantino anco dal rimorso, muore, mentre la Palmira aveva già cercato ricovero (anche qui secondo il consueto) in Monastero. Intanto il pupillo marchese, che (adesso spupillato) aspettando meglio viaggiava, udita appena la morte del barone, gira di bordo e torna a tiro di ale a casa; poi, senza nè anche mutarsi la camicia, corre al convento, picchia, gli è aperto, va difilato al parlatorio, chiama l'amante sua, che anch'essa arriva di là dalla graticola, e per di più velata. Oh Dio! che novità è mai questa? L'amante non potendo ingolare quel boccone amaro in primis, come vuole ragione, muove urgentissima istanza affinchè per via di provvedimento i maluriosi veli alzinsi, od abbassinsi, talchè l'effetto sia il volto abbia a rimanerne scoperto: ricusa risoluta la donna, conquide smanioso l'amante, donde un flagello di pianti, rammarichii, singulti, ed ultimamente rimbrotti. — Ah! ora sì che comprendo il mistero, esclama all'improvviso l'innamorato marchese, tu vuoi serbarti ad un rivale! — La Palmira allora, chiusa fra l'uscio e il muro, multis cum lacrymis[9] si leva il velo... Urlo e svenimento del marchese, il quale a suo tempo tornato in sè, o piuttosto uscitone affatto, scrive alla donna: non fargli caso s'ella sia rimasta con un occhio solo, e con mezza guancia di meno; avere egli trovato rimedio a tutto; abbacinerebbesi, e poi così cieco avrebbesela presa per moglie, godendo nella immaginativa le note bellezze. La donna non gli dà retta, e fa almeno questa cosa di bene: arrogi qualche erbuccia di episodio, e termina il dramma. Povero dramma come vedi, senonchè il racconto serve, si direbbe, di trama per ricamarci sopra una sequenza di considerazioni circa lo stato delle donne sotto il giogo del matrimonio. Se le mogli con le ruinose grullaggini loro mandano a gambe levate la casa, se la empiono di vergogna e di scandolo, se la fede coniugale contaminano, di cui immaginereste voi che fosse la colpa? Ve la do a indovinare su cento. La colpa è tutta dei mariti, di questi tristacci, che calunniando dipinsero la donna che va a marito con la fiaccola nella destra tesa per davanti, e con lo uncino nella manca tesa per di dietro, come per significare che arraffando di casa al padre quanto più può, va a mettere in fiamme quella dello sposo; di loro, che ridotto a digesto il concepito maltalento misero in voga nel mondo i proverbii, che: chi mena una moglie merita una corona di pazienza, e chi ne piglia due guadagnasela di pazzia; di più: due essere lieti i giorni del matrimonio, quello in cui la donna entra in casa, e l'altro quando ne esce morta; con altri più assai, ch'è vergogna udirli, peggio raccoglierli, e poi da chi? Da un poeta, e da un marchese; e per sopra mercato darli al Lemonnier perchè gli stampi.

La Signora Sand, o come con altro più vero casato la si abbia a chiamare, parmi sicuramente letterata di polso; ma io confesso, che con quel suo difendere che fa a spada tratta la donna riversando tutte le malizie sul capo dell'uomo mi riesce mortalmente sazievole: oltrechè quel suo sempiterno chiacchierare di amore in tutte le chiavi, assai mi arieggia il convito della marchesana di Monferrato, da cima in fondo composto di galline, comecchè in molte svariatissime maniere le avesse accomodate il cuoco sagace. Non basta a questa valorosa donna ripetercelo a lettere da speziali più volte, che mercè gli scritti suoi ci ribadisce pur troppo nel cervello: l'amore, episodio della vita dell'uomo, formare il poema intero in quella della donna; ed io per me direi meglio, la cronaca, chè troppa cosa è il poema.

Ma, o credono queste benedette donne che i costumi in virtù degli scambievoli rimbrotti, si possano emendare? Con questo dixit latro ad latronem, la non finirebbe mai. Orsù, poniamo che la colpa abbia a ricadere tutta e sempre su l'uomo, che monta egli questo? Per avventura vorranno le donne desumerne il diritto di vivere disoneste? Da quando in qua il fallo altrui potè allegarsi ad escusazione del proprio? Quando il Corvo disse al Merlo: come sei nero! questi, secondo che affermano coloro i quali lo udirono, rispose: e tu non canzoni! Infatti nero di fumo ambedue. La donna e l'uomo sacramentano al cospetto di Dio portare insieme di amore e di accordo la croce della vita; immaginiamo adesso che l'uomo spergiuro, ritirata la spalla, si rifiuti più oltre al carico; quale delle due donne pensiamo noi che abbia a procacciarsi loda? quella, che scossa la croce a sua posta dalle spalle la lascia cascare nella mota, o piuttosto l'altra, che astenendosi dai rimbecchi se la reca intera addosso, e, senza porre mente se altri falla, intende a non fallire ella pure?

Questo poi io non vorrei che si pigliasse nello aspetto di pretendere condannata ad ogni modo la femmina peccatrice: mai no, ch'io non mi sento così atroce, e so che le passioni quando si avventano come fuoco sopra le anime umane le vincono, e carità ci persuase verso di loro Gesù Cristo dal giorno che disse agl'ipocriti additando la adultera: «chi di voi senza peccato le getti la prima pietra.» Tuttavolta tra scusa e loda corre la differenza grande: anzi, chi vuole correggersi non si deve scusare; lasci questa parte altrui; egli chiamisi in colpa, e pentasi della offesa fatta a Dio, e alla onestà del consorzio umano.

Lo scritto che non possiamo leggere senza sentirci profondamente commossi è l'elogio che la nostra inclita donna dettò per Andrea Cimoli, prode, magnanimo, e non pertanto oscuro soldato della civiltà: povero egli nacque ed umile in terra remota, su per erta pendice, senza maestri, senza libri, e senza facoltà di procacciarsene: esempio non infrequente di quanto possa questa nostra indomata italica natura: da sè s'istruì, i libri accattò, ed ape infaticata della scienza il mele raccolto nelle pertinaci vigilie deponeva ogni mattina amorosamente sopra le giovinette labbra: da sè imparava per insegnare altrui: ebbe il sapere pari alla carità, profondissimi entrambi; nè per sentirsi mancare la vita, rimise punto l'ardore che lo moveva a istruirsi e ad istruire, deliberato come era di rimanersi fino all'ultimo nel posto confidatogli dalla Provvidenza: donde accadeva, che con i consiglieri amorevoli suoi, i quali gli venivano persuadendo a posarsi alquanto per ripigliare con maggiore lena la via, quasi si adirava, ed è per questo che lo salutai forte soldato della civiltà.

Altri si abbia le pompe superbe e i trionfi, rumore di un giorno per tacere eternamente; il nostro cuore trema di tenerezza quando assistiamo con la immaginativa ai funerali che fecero a cotesto uomo dabbene i montanari apuani insieme ai loro figliuoli alunni del Cimoli, chè prole propria per natura, pure volentieri essi la riconoscevano per amore comune con lui, ed in luce di spirito unicamente sua. Per mezzo di una giornata rigida d'inverno camminando per parecchie miglia nella neve, molestati da incessante nevischio, essi tutti lo accompagnarono all'ultima dimora con pianti, e con affettuose parole, non si saziando di raccomandarsi al caro capo come se potesse udirli, e fosse pur vivo, e di dirgli addio. Nè si rimasero a codeste onoranze, chè di prontissima voglia, quantunque di averi piuttosto poveri che scarsi, collettando fra loro danari, tanti ne raccolsero che bastarono a dargli onestissima sepoltura. Adesso sopra codesti gioghi possiede il Cimoli assai lodata memoria, ma non si nega che di marmo la potrebbe avere più bella; però nè più bella nè più laudabile, nè più onesta altri ed egli stesso potrieno averla di quella che la gente apuana gli innalzò nel proprio cuore.

La morte, come ordinò Natura, presto o tardi ti capita addosso a chiarire se fosti virtuoso davvero o strione di virtù, e alla nostra Filosofa incolse appunto in quella, che giunta agli anni virili, in lei raggiava la pienezza delle sue facoltà spirituali; e giocondata si godeva la vita pel consorzio di gente illustre sbattuta come grano di spelda per le italiche ville dalla fortuna, ai virtuosi sempre nemica: nei consorzii di quei valentuomini come in palestra di filosofia ella s'ingagliardiva: contenta chiamavasi, ed era, del diletto consorte Conte Mario Carletti, in cui pendi incerto se tu debba maggiormente ammirare o la modestia o la bontà; doti, pei tempi che corrono, diventate più presto uniche che rare; e nondimeno ella fece liete accoglienze alla morte.

E qual morte! Non credasi già che l'assalisse improvvisa, e seco la portasse immemore delle cose dilette che lasciava: ahimè! no: a lei fu di mestieri assaporarla a centellini; e' fu una di quelle delle quali mostrò compiacersi tanto Caio Caligola quando ai carnefici suoi ordinava che i condannati straziassero per modo, che si sentissero morire[10]. Infatti la infermità le strinse la gola, che prima sofferse trangugiare cibi molli, poi liquidi soli, ultimamente nulla. La sola parola rivelatrice di sensi preclari quinci trovava il varco: tirocinio di divinità era cotesto, oggimai schiva di ogni sustanza, che corporea fosse. Quando dal digiuno attrita e dalle veglie, il suo spirito stava sopra la soglia dello infinito, a tale che la confortava a bene sperare rispose: «se mi accostaste alle labbra una tazza colma di vita, io non la berrei: non vale il pregio rivivere:» e questo disse Tito Pomponio Attico, cavaliere romano elegantissimo non meno, che integro amico di Cicerone, il quale per quanto scrive Cornelio Nipote, si lasciò morire d'inedia per tedio di vita: nè in questo solo apparve pari a Pomponio Attico, ma bene in altri particolari, così nella vita, come nella morte, specialmente nei gravi ragionari sopra le materie più scabre della morale filosofia. Perchè poi ella, a cui sì dilettabile sembrava che scintillasse la vita, dimostrasse siffatta vaghezza di morte, non rimase ai suoi familiari nascosto. Dopo tanta speme di Libertà goduta negli anni 1848 e 1849, adesso il suo cuore fra questa caligine maledetta di tirannidi, ascitizia, e nostrale, si sentiva oppresso; quell'anima gentile strascinava le sue speranze, come la colomba le ali ferite, nè per quanto ci si affaticasse d'intorno con immenso affetto le riusciva levarle a nuovo volo verso le regioni dello entusiasmo, genitore di concetti e di atti divini. «Che fai? che pensi? Anima desolata, a che ti stai? Sovente, quasi garrendosi, diceva. — Come dal banchetto levarsi non sazii ancora, per giudizio dei fisici, molto si confà alla salute del corpo, così abbandonare tempestivamente la mensa della vita contribuisce assaissimo alla salute dell'anima, conciossiachè quantunque la morte costringa come necessità inevitabile, tuttavolta sentendoci sempre in termine di gioventù e gagliardi condotti all'estremo, sembra a noi che lo andare o lo stare sia lasciato nello arbitrio nostro; e l'apparenza della volontaria elezione rinfranca l'anima al trapasso: tempo è di andarcene; abbastanza vidi, onde io senza amarezza lasci la vita; più tardi potrei maledirla; partiamo adesso, che io mi separo da lei come da un amico che non amo più, ma che non odio ancora.»

Ella moriva con l'anima trafitta dalla spada del dolore, contemplando più e più sempre montarle dintorno il diluvio della viltà universale. Certo non si può mettere in dubbio; se la Patria avesse posseduto parecchi uomini pari a questa una donna, o non sarebbe serva, o qualche scheggia appena troverebbero adesso di lei dopo molto cercare sotto un mucchio di cenere.

Immensa, oscena, senza fine turpe viltà, che affoga il vulgo patrizio nel paese a cui basta la fronte per iattarsi l'Atene d'Italia. Qual gente in questa o in altra terra può mettersi in paragone di lui? Io non ce ne vedo alcuna, a meno che non fossero i Lazzeroni di Napoli; e non in tutto, conciossiachè i Lazzeroni non sieno vili, e lo hanno fatto vedere.

Nel vergare le ultime linee di questo scritto, ecco mi accorgo avermi fatto scannello di un volume delle Vite di Plutarco: però recatomelo in mano, e fissamente consideratolo, dal profondo del cuore dico, come se mi fosse dato di favellare al simulacro comparsomi davanti di questo uomo dabbene: «Oh! quanto, bennato spirito, avesti a patire amarezza, e sopportare fastidio dettando queste carte! però che gli uomini di cui riportavi le inclite geste oggimai fatti erano polvere, nè la Patria inferma e vecchia dava speranza alcuna di partorirne altrettali; ora è questo, in fede di Dio, il tristo mestiere, raccogliere le foglie secche dell'albero morto per iscaldarcene anco un tratto le mani intirizzite e morire. Infelice diletto davvero lanciare nello speco dei tempi un grido, il quale tornerà strepitoso, e non pertanto infecondo, a piombarti su l'anima! Ormai deserta la libertà latina, tu avevi visto ad Augusto succedere Tiberio, e, precipitando, la romana gente sopportare Caio Nerone, e perfino Vitellio; e la tua fronte serena si era declinata verso terra, pure pensando che Tito Quinto Flaminio consolo, e Nerone imperatore due volte aveano affrancata dal servaggio la Grecia, e fatta libera mai. Dopo la ingiuria di essere ridotti in servitù nessuna maggiore ignominia può toccare ai popoli oltre quella di essere restituiti in libertà dalla mano dei tiranni. Libertà mendace, e della libertà vera sorella bastarda, non ignota agli antichi, e da loro meritamente avuta in dispregio. Così vero, che quando allo schiavo erano sciolte le catene da mano nemica, non diventava già libero, bensì liberto; mentre all'opposto ingenuo ridiveniva veracemente colui, il quale con le proprie mani le rompeva. Perchè scrivesti? Temistocle, dopo le giornate di Maratona, Salamina, e Platea, a colui che gli si profferiva insegnargli un metodo di ritenere a memoria le cose, ebbe a dire: — Deh! perchè non m'istruisci nell'arte di obliarle? — Con quanta maggiore ragione non dovevi, o Plutarco, giovarti della esperienza del figliuolo di Nicocle?»

Pronunziate le quali parole, mi parve che i fogli del libro, strepitando, mi fremessero fra le dita, e poi mandassero fuori una voce corrucciata, che diceva così: «E tu perchè favelli? Tu che trascini la vita traverso i tempi fra i pessimi i peggiori? E tali non già perchè le terre italiche vanno tutte piene di tiranni; o perchè le angoscia il servaggio più duro, dopo le prime benedizioni della libertà. Tempi acerbi non tanto per la guerra combattuta con fortuna infelice, non per il sangue sparso invano, non per lo oltraggio e gli assassinamenti stranieri; non pei gemiti che prorompono dai pozzi dove le vittime accatastate dalla tirannide pregustano l'inferno; non per la gente ausonia sparsa sulla faccia della terra come le ceneri della prima eruzione del Vesuvio; cose tutte veramente dolorosissime, e piene di molta pietà; ma ahi! troppo più a cagione degli ignavi, e dei codardi, i quali alla paura diedero faccia di prudenza, cauti celebrarono i consigli avari od inetti, o invidiosi; arguti trovatori dei ripostissimi sofismi della viltà: senza ire per la tirannide; conciliatori insensati degli agnelli e dei lupi; consiglieri di tranquillo vivere tra ugnolo e ugnolo del rapace uccello. Gli sdegni magnanimi loro, le facili ire, i securi latrati, le calunnie, gli anatemi che in frotta loro sospinge alla bocca la sterile e prosuntuosa parlantina contro chi morde il freno, e grida, che ha da tacere di Patria e di Libertà chiunque non si sente capace da mettere in isbaraglio la vita per quelle. —

«Ecco, per questi vigliacchi, la ragione del futuro è manomessa; a causa delle parole ignave, il tesoro della vendetta disperso, le anime, invilite co' precetti e con gli esempii; dallo sbadiglio in fuori altra potenza non lasciano: poichè la Libertà diventò popolesca, la Tirannide ridivenne gusto patrizio. Libertà vollero, ma non cercarono, finchè suonava per loro partecipazione del comando; e servi, si offrono tuttavia al mercato per dominare. Il Popolo stesso giace sbigottito, imperciocchè tema di essersi ingannato, e d'ingannarsi, nè alcuna stella in cui possa fidare scintilla per lui: egli va tentone, si perita far male restando, peggio andando, e poi dove? e come? Dopo che tutti lo blandirono, gli dissero fratello, chiesero il suo sangue, ed egli lo mescè attorno generoso come vino alle mense ospitali, tutti lo rinnegarono più tardi, e sputandogli in viso, lo chiamarono raca: però egli si avvolge torvo nelle sue sventure, nei suoi sepolcri si strugge, e non fa motto: non piange ma tace, guarda sospettoso e non dà retta a persona.

«Dunque a che le memorie? Qual pro rammentare la virtù dei morti se non se ne giovano i vivi? Se nè anche ci attendono.... anzi, se la pigliano a tedio? Carità e pudore persuadono lasciarne in pace le ceneri.»

Ma il savio di Cheronea la pensò altramente: Egli, meditando, toglievasi al senso dei mali circostanti, e l'anima sollevava alla contemplazione del bello morale: seduto sopra le tombe dei suoi eroi, sorrideva alla immagine della vita futura dove lo spirito combattuto avrebbe quietato nella grande anima di Dio, di cui particole furono Aristide, Fabio, Temistocle, Marcello, Scipione, Milziade, e gli altri che

«. . . . . . . . non saranno senza fama

Se l'universo pria non si dissolve.»

E che dunque premevagli se a nessuno giovava il suo dire? Che cosa, che veruno lo ascoltasse, od anco ascoltandolo lo deridesse? Narrasi da Valerio Massimo che Antegenida musicante allevò con infinito amore nell'arte di suonare i flauti certo giovanetto, confidando ritrarne non mediocre onoranza; vedendo poi il giorno che lo espose sul teatro, come gli Ateniesi, ormai guasti dalle lascivie dei modi lidii, lo dispettassero, lo tolse per mano e, senza ira, senza cipiglio, anzi dolcemente gli disse: «fa core e suona per le Muse e per me.»

Ma no: piccolo conforto è cotesto, ed io lo rifiuto: palpita eterna la speranza nel cuore, e moriranno insieme, o piuttosto la speranza chiuderà gli avelli, ma non iscenderà co' morti là dentro: ella aperse gli occhi alla prima alba, ella deve chiudergli all'ultimo tramonto; seduta su la lapide delle generazioni che passano, rinnoverà la sua prece, finchè Dio non la esaudisca.

Che se taluno osserverà, nè pietoso nè savio essere stato il consiglio mescere tanto odio nel discorso funerale di mitissima donna, io gli rispondo a viso aperto: pietoso e savio, la mia religione m'insegna acuire, sopra le tombe, sopra gli altari, su i fonti battesimali, su tutto, la spada che deve alla fine affrancare la Patria dallo aborrito straniero. Catone il Censore costumava, sia che il soggetto lo richiedesse o no, conchiudere ogni sua orazione col motto: vuolsi sovvertire Cartagine: sicchè poco prima che spirasse, la sua anima esultò delle puniche fiamme; così gl'Italiani a posta loro finiscano prece, lettera, orazione, predica, confessione, insomma tutto, con le parole: fuori stranieri; e gli stranieri sotto lo indomabile odio andranno dispersi. Allora poi favelleremo di amore.

DELLO SCRITTORE ITALIANO

Avendo meco stesso considerato questa materia dello italiano scrittore con quella gravità che il mio intelletto mi consentiva, tale e tanta ella venne ad allargarmisi per mano, ch'io la conobbi argomento di nobilissimo volume. Di vero nessuno speri vedere il tempo della messe, se quello della seminatura non preceda; ora, in questo verno apparente del mondo, spetta allo scrittore ammannire la lieta stagione; imperciocchè a cui bene intende nel gennaio sta la ragione del luglio. Volendo pertanto fare cosa profittevole, non era dato conseguire lo scopo mettendo fuori lo scritto a brani, e ad intervalli di tempo non brevi; chè il nesso dei raziocinii si smarriva, e forte correva pericolo di comparire avventata, e peggio una proposizione disgiunta dalle sue premesse, la quale, unita a quelle, i lettori avrebbero accolta come naturale; forse anco necessaria. Cessiamo per queste cause la pubblicazione della opera in frammenti, e ci riserbiamo a farla tutta di un tratto, parendo a noi, che i tempi desiderino di questa maniera libri. Gli anni crescono, la libertà diventa adulta, e gli uomini dei liberi istituti stannosi sempre al pappo e ai dindi: perchè poi altri giudichi se come sembra a noi il libro meriti uscire alla luce, porremo in termini stringatissimi gli argomenti, che abbiamo preso a discorrere.

Come, ed a che fine le scienze fisiche si abbiano a studiare; quali vantaggi ne attenda la Patria: sapere in parte è ritrovare, ma oggimai non possiamo più perdere, nè rinnovamento di barbarie vuolsi temere.

La economia politica, ora fa pochi anni negletta, oggi massimo assunto di scienza: il fine della vita umana è la ricerca del meglio: non si può contrastare, che i garbugli piacciano ai malestanti, donde deriva nei prudenti la necessità di torne via le cause. Lo scopo delle rivoluzioni comparisce ordinariamente moltiplice, ma in fondo ci si agita sempre l'interesse; massime ai giorni nostri: si dimostra la materia. La Francia nel sovvertimento degli ordini politici nel 1848, ebbe in mira mutare gli economici; riuscita a male la prova, oggi s'industria, dacchè forza non valse, venirne a capo con la pazienza. Il debito pubblico fa l'ufficio di vincolo estremo, che tiene uniti gli Stati decrepiti, essendo ogni altro legame caduto in pezzi. Della indifferenza dei popoli agl'istituti liberali qualora gli sperimentino inetti a fruttare copia maggiore di beni. Incapacità su tale proposito degli uomini di Stato, e non italiani soltanto. Dimostrazione del come il dispotismo non possa partorire altro che danni.

Paure di governi artatamente esagerate: nel moto consiste la vita; ogni secolo si trova sospinto da speciale corrente, cui contrastare è temerario e vano, provvedere che proceda ordinata, prudente ed utile: secolo oggi va composto di 10 anni.

Le scienze economiche tollerano meno delle altre i parabolani, e sono quelle dove ne occorrono più. Le teorie come e quanto ingannino: errori intorno al debito pubblico: errori su la libertà del commercio.

Sventura massima della facilità di sbagliare non solo nella economia politica, bensì in tutte le scienze le quali si versano sul reggimento degli Stati, donde avviene che le riforme non giovino, anzi nuocano. Si discorrono alcuni errori circa alla libertà della educazione, e circa la libertà della stampa; ancora degli errori su l'autorità dittatoria, e su la magistratura immutabile. Come siensi provati i giudici la più parte avversi ai liberi istituti, e perchè. Digressione intorno alla qualità delle leggi, alla condizione dei tempi, ed all'ufficio in che abbiamo veduto spesso adoperata la legge. Errore rispetto al modo di esercitare il suffragio universale, ed errore anco più grave, intorno alla efficacia e potenza di quello.

In che cosa consista la pratica dei negozii, e quale possa meritamente appellarsi uomo pratico.

Scopi delle scienze economiche rispetto al governo dei popoli sono questi: giungere in virtù di legge a far sì, che i pesi nei bacini della bilancia pareggino, o di troppo non differiscano, o con perpetua altalena si alternino; poichè la somma dei beni a tutti non basta, voglionci istituti, che da un lato promuovano la parsimonia, dall'altro agevolino l'acquisto. Lusso, flagello economico e morale dei popoli: i buoni costumi rimediano meglio alla ulcera del lusso; le buone leggi rimediano meglio alla difficoltà di acquistare. Esempii di leggi a questo fine adattate, e di altre no.

Esame del sistema delle tasse quanto alla indole loro, al modo di repartirle, e al modo di esigerle: importanza del modo di repartirle: danni derivati dal modo di esigerle, praticato fin qui. Quanto ardua la distribuzione della imposta; se giovasse aumentare la prediale; le gravezze spartite in ragione geometrica, odiose, e causa di subuglio. Balzello improvviso sopra il lusso pericolosissimo a motivo delle industrie urbane cresciute a dismisura in danno delle agricole. Guai nati da siffatto squilibrio; necessità e difficoltà di rimediarci.

Se possa farsi a meno di classi privilegiate negli Stati, e quali queste classi sieno. — Innanzi tratto ragionasi delle cause di alienazione dei cittadini dai carichi pubblici, e perchè la famiglia sia divenuta ostile alla comunanza. Propongonsi i rimedi, e si discorrono i benefizii così morali come economici che ne hanno ad uscire. Di qual maniera la operosità generi la operosità, e della vita pubblica e privata degli antichi.

Sacerdozio presso gli antichi che fosse, e se potesse rinnovarsi fra i moderni. — Se i cittadini possano e devono decidere i piati civili: assurdo del reputarli capaci a giudicare i commerciali, e i civili no: assurdo peggiore del proporli a giudicare della vita, e ributtarli dal decidere degli averi degli uomini. Delle leggi, e quali il mondo le aspetta.

Si cerca se possano risparmiarsi gli eserciti stanziali, e, potendo, se di qualunque maniera armi: posto che di tutte non si possa, con quali modi si abbiano a comporre gli eserciti. Considerasi la soppressione degli eserciti stanziali rispetto alle economie, alla morale, alla salute del corpo.

Come sia in parte vero, ed in parte no, che i moderni trovati della scienza nuocano, o almanco nulla giovino alle classi bisognose. Degl'istituti di credito; e scopo vizioso ed utile di questi; però siffatta spuma di denaro sbattuto al povero non giova o poco, e di rimbalzo. Che cerchino i prestatori; e si dimostra essere quello che esclude per necessità la chiesta del prestito. Il capitale va in traccia del capitale vero o presunto, la probità non cura, o poco; e sola ordinariamente non basta. Si chiarisce come con piccolo soccorso le popolesche industrie si alimentino. Si propone base più razionale per le banche di credito: disegno di una banca ordinata per provvedere ai bisogni del popolo, come abbia ad amministrarsi, e su che fondarsi; quali benefizii se ne possano sperare.

Educazione considerata rispetto alla economia: educazione universale efficace; la parziale nociva; deve imporsi però che la vaccinazione della ignoranza prema per lo meno quanto quella del vaiolo. Errore della educazione gratuita; vuolsi pagare e da cui. Come hassi a compartire ai figliuoli del popolo perchè approdi. La libertà dello insegnamento giova nei governi novelli costituiti con forme opposte al governo vecchio? La uniformità della educazione nuoce al fine ch'ella deve proporsi? Ragioni per le quali si chiarisce come, almeno nei primordii, ella ha da ritenere del monastico e del soldatesco. La educazione primaria come sia spada a due tagli; necessità che la educazione sia congegnata in guisa che le parti stieno bene insieme e disgiunte, così che ognuna sia in sè completa, e non dimanco porga l'addentellato alle altre. Chi più sa, più può; per questo la educazione da un lato cresce il capitale, dall'altro ne impedisce lo sperpero; si dimostra la verità della regola per via di esempii ricavati dallo esercizio di arti e mestieri.

Della guerra, e perchè, dopo avere figurato fra le scienze fisiche, ripongasi fra le morali. Se ambiziosa pretensione sia la filosofia della guerra, ed in che consista quanto alla indole della impresa che combatti, alla qualità delle genti che capitani, e delle altre contro cui ti muovi, ai popoli amici o avversi in mezzo ai quali ti avvolgi, alla disciplina, al modo di campeggiare, all'annona, alla notizia dello ingegno del capitano avversario. Della pace universale; e si dimostra possibile con ragioni ed esempii. Se ad uomini che non fanno professione di soldato si addica trattare di cose militari. Del Macchiavello e del Clerk d'Eldin. Dignità del soldato e sue lodi: temerarie parole del gesuita Curci contro la virtù militare.

Scuole di politica quante. Dei metafisici, degli eclettici e degli empirici. Se i partiti buoni emendino il cattivo indirizzo, o se il buono indirizzo giustifichi i partiti rei, e fatti storici esaminati. Difficoltà della politica; quali e quanti gli scopi di lei. Si discute sotto parecchi aspetti la quistione della unità: considerazioni intorno alla forma tellurica della Italia, alle origini dei popoli che l'abitano, ai reggimenti diversi; anco il dispotismo, non essendo raccolto in una mano sola, ebbe andatura ed effetti varii. Dei municipii, e beni e mali di questi. Repugnanze dei popoli a mescolarsi. Partiti per la unità d'Italia. Se possa attuarsi il suffragio universale, e, potendosi, se tornerebbe favorevole alla unità. La forza interna spegne la libertà, se esterna la indipendenza, durando poco, se molto anco la naturalità. Fatti storici esaminati. Del concetto di Dante Alighieri su la unità d'Italia. Ostacoli per unire in fascio i popoli membri della stessa famiglia. Indagini intorno alla unità della Francia. Se possa accettarsi lo Stato federativo come forma transitoria, e se pregiudichi irreparabilmente le ragioni dell'avvenire: ostacoli incontrati per lo addietro da questo partito, e se sarebbero da temersi adesso sì dentro che fuori. Principi quanto sieno più previdenti dei popoli. Qual corra obbligo alla Francia di riparare ai danni recati alla Italia. Francia ed Inghilterra poco amiche fin qui alla unità d'Italia, e perchè; a partirla in tre Stati le proveremmo forse benevole. Condizioni della politica italiana. Quanto sia magnifico scopo la unità, e nondimanco il maggiore impedimento verrebbe dagl'Italiani, eziandio a partirla in tre Stati. Digressione su la Sicilia ed i Siciliani. Teoria del Gioberti, che la nazionalità non patisce discussione; s'illustra questa dottrina, e si chiarisce come la si abbia ad intendere. Ragionamento intorno ai gravami messi in campo dai Siciliani in odio dell'amministrazione di terraferma.

Della libertà; come sia definirla malagevole: in quante guise siasi intesa ed in quante fatta consistere, così appresso gli antichi, come appo i moderni; si esamina la indole della libertà nelle repubbliche greche, nella romana, in quelle dei tempi mezzani. Dove la esperienza insegna potere consistere la libertà. Se possano proporsi sistemi compiti di governo: inanità dei programmi ministeriali, ed insania di cui li pretende; se ne adducono le ragioni. Quello che ai ministri si deve chiedere, e del come e' si abbiano a badare. Della opposizione parlamentaria, e del sindacato. A cui spetti mettere fuori gli schemi di legge, e come li deva proporre. Necessità del fidarsi, e pericoli che l'accompagnano. Che giova più, leggi buone con uomini tristi, o viceversa? Delle forze politiche a cui bisogna che i governi si accomodino; indole, intenti e fini della politica quali. Parallelo del Guicciardino col Macchiavello. Se la libertà possa precedere i buoni costumi. Dei vizii, e del modo di giovarsene negli ordinamenti politici. I partiti estremi donde nascano, e perchè durino. Dottrina del fare ad ogni costo, anco male; parole gravi contro i fautori di quella.

Statuto quale abbia da essere, e modi di attuarlo: quali sieno le riforme che più durano, e che cosa si propongano. Gli statuti nacquero con la necessità di morire presto, o riformare quotidianamente: essi tolsero il còmpito di condurre con ordine la opera della rivoluzione. Querimonie di Carlo Botta sopra la libertà imposta alla Italia dai Francesi, e in che paiono giuste, ed in che no. Necessità che i governi dei varii popoli europei non discordino troppo fra loro, affinchè la libertà metta piede stabile in Europa. Quale forma di governo si addica adesso alla Italia. Se possa torsi via dagli Stati l'elemento aristocratico ora, e poi. Democrazia a cui giovi, ed a che nuoccia: Aristocrazia dove fa buona prova. Le democrazie pendono più che non si dubita alle monarchie, e vivono d'accordo: esempi della proposta. Quale forma di governo appaia più idonea a sostenere la guerra, scopo massimo degl'Italiani. Opinione del Palmerston erronea; quanto più liberi i popoli, tanto più pugnaci. Milizie delle repubbliche del medio evo, ed in che si rassomiglino alle moderne inglesi: eserciti di Stati liberi confrontati con quelli dei dispotici. Necessità di conservare gli elementi monarchico ed aristocratico forse lungo tempo; l'aristocratico sempre. Parlasi dello elemento monarchico nelle antiche repubbliche, ed anco nelle moderne. Assurdo di popolo chiamato una volta a farsi il re, e poi servire sempre. Logica della dottrina della legittimità: pericoli delle monarchie ereditarie. Quale possano avere durata le monarchie miste: sempre parola scritta dalla Follia nel dizionario delle lingue umane, e cancellata dal Senno.

Delle cautele da prendersi nei governi rappresentativi, e necessità di studiare le provvidenze adoperate dagli antichi Stati italiani. Queste cautele nel 1848 o non si seppero, o non si presero. Si cerca e si chiarisce la ragione per la quale i ministri della Corona, da qualunque partito si cavino, eletti appena pendano allo stringato. Proponesi nuova e più razionale maniera di eleggere i ministri. Legge intorno ai reati ministeriali; difficoltà di farla eseguire. Sindacato perchè sia efficace come deva istituirsi, e da cui praticarsi: facile azione del sindacato, come quella che non implica accusa nè colpa, mentre l'accusa suppone sempre il delitto.

Ragioni con le quali si dimostra la breve durata dei ministeri profittevole alla cosa pubblica: obiezioni e repliche.

Se lo esercito nei governi costituzionali deva commettersi al potere esecutivo; massime educato nella dottrina della obbedienza cieca e passiva. Dissertazione intorno alla natura della obbedienza del soldato. L'esercito per lo scopo dell'azione deve dipendere dal Parlamento; quanto al modo di operare, dal potere esecutivo. Chi dispone a suo senno delle armi quegli è tiranno. Sentenza del Foglietta sopra Andrea Doria, che predicava avere restituito Genova alla libertà, e riteneva il dominio delle galere.

Obbligo imposto ai soldati di ammazzare i commilitoni colpevoli quanto ingiurioso alla onorata milizia. Obietto della necessità di valerci dello esercito nei casi subitanei senza consultare il Parlamento confutato.

Non si potendo abolire l'aristocrazia, in qual modo la si abbia ad accettare. Emulazione dentro certi confini mantiene vivaci le forze dello Stato, trasmodando le sperpera. Confronto della ingratitudine dei popoli con quella dei principi: si dimostra con gli esempii come talvolta sia necessaria, e non pertanto partorisce la rovina degli Stati. Ordine senatorio opportuno ad ovviare i mali della ingratitudine, ed esame di un concetto del Sieyes. Prerogative ed importanza del Senato.

Deputati come si devano eleggere: fallace fondamento elettorale su cui si basarono gli statuti italiani, ma non si poteva fare a meno sul principio: chi ebbe modo di riformarlo in processo di tempo e se ne astenne o non sa che cosa sia governo, o fu ignavo, forse anche peggio. Come si voglia chiamare la democrazia a prendere parte alle elezioni. Dei brogli dannosi alla libertà, e partiti per prevenirli. Della plebe, e perchè ributtata dagli uffici pubblici, e mantenuta ignorante favorisca la tirannide. Opinioni contrarie intorno al pregio della plebe; fatto sta ch'è piaga, e piaga dura perchè così si vuole. Partiti per immegliare le plebi persuasi dalla ragione di Stato del pari che dalla carità cristiana: intanto che le plebi si srugginiscono come le dovrebbero essere rappresentate nei Parlamenti. Degli avogadori nella repubblica veneziana, e degli abati del popolo in quella di Genova.

Dimostrasi la suprema necessità che i deputati ricevano stipendio dai Comuni che rappresentano; cause che informarono lo Statuto toscano in proposito. Mandato gratuito dannoso alla bene ordinata democrazia: quello che sentisse e quello che disponesse su questo particolare il generale Paoli, uomo copioso di senno pratico sopra ogni altro italiano.

Della opposizione parlamentaria, e di quante specie ella sia: quale non debba patirsi; però dove cessi il governo rappresentativo intisichisce.

Deputazione è ufficio solenne; il deputato che senza congedo ottenuto e senza causa chiarita non risponde tre volte all'appello deve irremissibilmente cassarsi.

Deputazione a mo' dei benefizii curati esclude il cumulo; si espongono le cause per le quali sembra non pure logico ma onesto che i salariati dal governo devano rimanere esclusi. Governo che non attende con ogni diligenza a procurare sincere elezioni crea il paese legale diverso, e talora anche contrario al paese regale con manifesto pericolo della libertà. Il governo che vizia l'elezioni è pari al pilota il quale incomincia la navigazione buttando in mare la bussola.

Legge che sia. Cicerone la definisce meglio degli altri; tuttavolta si mette avanti una nuova definizione e si spiega. Parlasi dei fini a cui mirano le leggi. Ragione di agire delle forze fisiche e morali dell'uomo di fronte al soggetto sopra il quale si versano. Distinzione prima delle leggi in due sorti; a cui spetti proporne sì le une che le altre. Modi pessimi di discutere le leggi, e quali parrebbero ad usarsi più dicevoli; che ne pensasse il generale Paoli, e come provvedesse.

Del sorteggio adoperato dagli antichi, e se possa praticarsi dai moderni.

Se si abbiano a desiderare leggi stabili, o se considerare ponti da muratori, che levansi dal muro, e si fissano più in alto di mano in mano che la fabbrica avanza.

Da capo dei vizii, e come possano adoperarsi per argomento di leggi: in qual modo abbiano saputo approfittarsene gli antichi.

Considerazioni sopra il concentramento degli ordini amministrativi. Parlasi di Federigo re di Prussia e di Napoleone I; differenza del principio e delle conseguenze dei sistemi loro. Il primo spinse la necessità dello Stato, e bene si mosse, meglio andò, sapientemente stette, sè ed i popoli avanzando mentre visse, felicitandoli nello avvenire: non così Napoleone, spinto più che altro da indomata improntitudine. Il concentramento comecchè in certe occasioni utile partorisce sempre la rovina della libertà: si chiarisce falsa la opinione, che sopra ogni altro ordine esso basti a governare gagliardamente; dove arriva taglia, ma a tutto non arriva; anzi troppo più che non si pensa lascia di fuori. Ciò che nocque massimamente al governo degl'Inglesi nell'India fu l'amministrazione di soverchio concentrata: moniti di Enrico Russell con superbia molta e consiglio poco respinti. Governi concentrati in Italia esosi allo universale; prosperità mirabile dei nostri Comuni italiani donde muovesse. I governi concentrati nuocono alla libertà, ma i larghi disordinati apparecchiano la tirannide: assunto supremo sta nel dare buono assetto ai governi larghi purgandoli da' vizii che gli rovinano. Come si possano condurre due Stati ad accordarsi di formarne un solo. Statuti nostrani antichi non consultati nella composizione dei nuovi. Statuto del generale Paoli. Statuto di Leopoldo I. Ricercasi se lo Statuto Leopoldino sia stato, come Carlo Botta spaccia, una spiritosa invenzione; prove della sua verità somministrate dal senatore Gianni e dal granduca Leopoldo II. Ricercansi le cagioni del primo Statuto toscano, e di quello del Paoli, e come dovrebbero adattarsi agli Stati italiani. — A che cosa Leopoldo I i beni della religione di Santo Stefano destinasse; quello che egli sentisse degli eserciti stanziali, e come volesse possedere le milizie. Distinzione tra milizie civiche e soldati volontarii; con le milizie civiche possono ottimamente vincersi le guerre, e se ne adducono esempi. Ordini egregi di Leopoldo I intorno alle fortezze dello Stato. Del castello di San Giovambattista, del duca Alessandro, e di Filippo Strozzi. Provvidenze dell'inclito principe circa alle cariche pubbliche, ai benefizii ecclesiastici, alle pensioni, alle promozioni, ed alle esclusioni, le quali apparvero tali, che nè anco i repubblicani saprebbero immaginarle nè maggiori, nè più libere: per ultimo Leopoldo I, volendo accertarsi che le assemblee rappresentassero il paese davvero, prescrisse avessero a rimanerne esclusi gl'impiegati, gli ufficiali di corte, ed anco i semplici pensionati.

Trattasi della prima rivoluzione di Francia, e delle cause che la spinsero a commettersi in balìa di un soldato. Quale fosse l'animo di Napoleone giovane, e come indi a breve mutasse consigli. Ragioni della comparsa e della durata del primo impero: ragioni della sua decadenza. Napoleone presentendole si appiglia a più maniere partiti per ovviarle. Delle pratiche di Erfurt, e cagioni per le quali si possono credere vere: riscontri storici diligentemente raccolti: s'indagano le cause che secondo la verosimiglianza fecero capitare male coteste pratiche col Russo. Napoleone le aveva tentate innanzi con la Inghilterra, e del pari senza pro. Concetto napoleonico in che cosa pari, ed in che disforme a quello di Alessandro Macedonio, di Carlomagno, Carlo V, e di parecchi altri conquistatori. Fine della guerra russa, il quale avrebbe sortito Napoleone, se non gli ostava la Provvidenza.

Trovati dei dottori politici per ritemperare la monarchia di diritto divino con certe arguzie di libertà annacquata, che non attecchiscono. Cortigiani e clericali imbaldanziti presumono restituire gli ordini vecchi; mettendosi al cimento delle ultime prove se perdono, e con esso loro la monarchia di diritto divino.

I dottori accaparrano la monarchia popolesca, e la circondano di nuovi arzigogoli idonei a spingerla verso il precipizio, e presto: inettezza suprema dei pretesi moderati a reggere gli Stati chiarita a prova. Il pessimo dei concetti nei governi sta nel non averne alcuno, e dondolarsi su tutti. Quello che puoi fare procura che torni in benefizio de' più, poi fallo fino in fondo e presto; altrimenti i popoli si disamorano della libertà, e ricascano sul vecchio, e talora anco peggio.

Mette capo la seconda repubblica in Francia, ma bacata dalle dottrine dei perpetui dottori che l'entrano in corpo. Si dimostra come non fosse Luigi Napoleone quegli che spense la repubblica: ogni partito tirando ai proprii interessi, non si sa perchè dovesse egli astenersi di fare i suoi. Esame degl'intendimenti del popolo di Francia, e se meritino biasimo o piuttosto lode. Quello che il popolo francese restituendo lo impero si proponesse. Indagasi con pacata disamina se lo eletto del popolo all'aspettativa di lui abbia corrisposto; suoi concetti e sue opere così dentro come fuori, e quali razionalmente argomentando sarebbero le seguenze del suo operato per la Francia, per la Italia e per la Germania.

Se i presunti concetti dello imperatore di Francia offrano probabilità di riuscire, e riusciti se di durare; quali i fatti che avranno virtù di attraversarli.

Delle storie ed importanza loro; come le si abbiano, e da cui si abbiano a scrivere. Quello che gli scrittori italiani dovevano fare e non hanno fatto: abbietti scartafacci dei tempi nostri, che la vergogna vieta di appellare storie. Dei libri dei moderati, e di quelli dei repubblicani. Se la verità, la decenza e la reputazione del paese, che pure si compone di quella dei suoi uomini, sia rimasta offesa più dalle sfrontatezze dei nostrani o da quelle dei forestieri. Se la storia deva ingolfarsi nei gineprai di trattare per minuto delle guerre, delle paci, dei trattati e simili, ovvero chiarire qual popolo nel cammino dei secoli stornò e per quali cause, e quale altro progredì sempre retto, ed in grazia di quali sussidii: chi fu più fecondo di opere grandi, e chi ebbe copia maggiore di cuori generosi e d'intelletti divini. Conoscere la virtù alma generatrice di quanto sublima la nostra natura, dimostrarla, promoverla, alla venerazione del secolo additarla, e con essa le sue divine compagne la Risoluzione e la Speranza compiono l'assunto massimo dello scrittore di Storie.

Dei giornali: apotete degli ingegni gobbi, ed anco dei fatti bene pur troppo: scuole di errore e di arroganza: rovina ultima della favella italica; i libri sotto questa pianta parassita prima di nascere muoiono.

Questi a un di presso sono gli argomenti che ci studiammo trattare nel nostro scrittore italiano. Chiunque legge comprenderà agevolmente come non potrebbe desiderarne altri i quali fossero o più gravi per la materia, o più opportuni per la necessità, o più palpitanti[11] d'importanza a cagione delle fortune nelle quali versiamo; certo egli dubiterà del nostro valore ad esporli in guisa che la patria se ne approfitti, e a parlare schietto questo timore travaglia noi quanto lui, e forse anco più: ad ogni modo è forza dire prendendo consolazione nel riflettere che una di queste tre cose non ci può venire meno: o qualche utile verità troveranno chiarita, e tale da avvantaggiarne la Patria, e tanto ci tornerà a premio oltre la speranza: o tutto lo scritto apparendo erroneo ecciterà altri a indagare le cagioni del vero, e per benefizio universale dichiararle, ed anco questo fie che a noi piaccia: o per ultimo quando il libro ad altro non fosse buono che a porgere testimonianza come l'ultimo pensiero che prima di pigliare sonno lasciamo sul capezzale è la Italia, e il primo che ci troviamo svegliandoci sia parimente la Italia, giudicheremo avere dato esempio buono alle generazioni che crescono, e procurato a noi desiderabile incremento di fama.