IX.

Passammo per l'argomento della religione al modo stesso che san Pietro Igneo traversò la catasta delle legna accese a tutta possa correndo per timore delle scottature; ora favellando più ad agio, diremo di altro assunto che per consenso universale, se non pareggia la religione, merita tenergli dietro immediatamente; questo è la poesia. Quando il sindaco di Londra, paragonata la Inghilterra ad un vascello in mezzo all'oceano, poichè ebbe tritamente descritto i varii ministerii degli incoli suoi, e confrontatili con quelli degli ufficiali di marina, interrogò Chatterton che cosa stesse a fare in mezzo a tanta operosità il poeta? Questi rispose: il poeta è il pilota che dritto su la prua sta speculando le stelle per indirizzare il corso del naviglio a termine immortale. La poesia era una volta il tramite pel quale il cielo corrispondeva con la terra; gli uomini resero a Dio quanto egli concesse loro di divino in parole di armonia cantando in sua lode inni e peana: nè qui si fermarono, chè intenti a trasfondere nei precetti regolatori l'umano consorzio più che per loro si potesse di dottrina immortale, vestirono di numeri le leggi; e questo non solo nei primordi del vivere civile, bensì a civiltà progredita, secondochè si legge, costumò Solone vissuto sei secoli prima di Cristo. Vati presso molte religioni defunte furono detti coloro i quali per molto tesoro fatto di notizie antiche riuscivano, in grazia della dotta esperienza, a divinare il futuro; ond'è che i Romani appunto commettessero ai vati di cantare il carme secolare, come quello che, nel mentre chiudeva la porta sulle spalle del secolo decrepito, dall'altra parte l'apriva alla faccia del secolo giovanetto. Omero, che fra i poeti vetusti ritrae meglio degli altri la sacerdotale indole del vate, ne ammaestra essere cosa non pure piena di profitto ma di onestà porgere ascolto alle parole del poeta; a patto però che le sue parole sappiano di divinità; non diverso da lui, Orazio definiva il poeta uomo in cui splende mente divina e talento di esporre con eloquio illustre illustri concetti. Di qui la causa per la quale si reputa dicevole favellare di poesia dopo la religione.

Quale si deva proporre nobile assunto la poesia, Chatterton poeticamente espresse, il quale volendo adesso significarsi con più piano sermone, diremo che la poesia deve, secondo la occorrenza, promovere anzi tutto la libertà della patria da qualsivoglia tirannide domestica o straniera, celebrare le virtù cittadine, accendere nei superstiti la venerazione degl'incliti defunti, invogliando ad imitarne gli esempi, palesare le gioie della famiglia, renderle desiderabili se trascurate, se amate sublimarle, esaltare la santità degli affetti, la dignità del lavoro, sollevare i cuori all'amore di tutto quanto è onesto, gentile, decoroso e bello. Religione, Patria, Famiglia, triade che non conosce eterodossi nel mondo, sia materia di nobile canto al poeta civile.

Veruna scienza od arte presuma che le possa essere fatta parte più magnifica che alla poesia; però, quanto più grandi la mercede e la fiducia, tanto maggiore in lei l'obbligo. Quindi severissimo pende il giudizio sopra i poeti i quali abusarono dei doni dello spirito per pervertire coloro che dovevano letificare; e sopra tutti meritano infamia quelli che inaridiscono i cuori soffiandoci dentro i semi del dubbio e della disperazione. Lo Eforo abbia facoltà di tagliare quante più corde vuole alla lira propria od all'altrui, purchè ci lasci intatte quelle della Speranza e di Dio.

Meditando su la materia, sembra a prima vista che la dottrina del dubbio e della disperazione abbia a nuocere meno se sprilli dal canto che dalle altre scienze morali: imperciocchè si possa credere che il poeta si commetta volentieri in balia dello impeto della passione, e guardando, com'egli di frequente fa, i beni ed i mali a traverso le lacrime del dolore e della gioia, veda gli oggetti alterati nel colore o nella forma: inoltre la natura poetica tende al superlativo, e talora ostenta disperazione per avere conforto, sfiducia per essere smentita: finalmente si adoperò talvolta la disperazione artatamente per destare con ogni maniera di punture la inerzia dei cittadini; e di vero la umanità rinnovandosi giovaneggia sempre; ed in noi stessi provammo, allorchè più il sangue bolliva, quanto ebbe virtù di abbrivarci con impeto ai più subiti partiti, come alle risoluzioni più magnanime quel provocarci che altri faceva, dicendo noi non essere da tanto, il potere non bastarci nè il volere; chi va senz'ale si rassegni a rasentare la terra! — Siffatte scuse poi non si addicono alle altre discipline che procedono pacate per via di dimostrazione e di raziocinio.

Nelle storie sopra tutto questo pessimo vezzo torna pregiudicevole, dacchè dobbiamo estimare che lo storico, dopo avere interrogato con molta circospezione le antiche e le moderne vicende, indagato le arcane ragioni di quelle, distinto gli errori, le colpe e le necessità, si disponga a ordire la tela per ammaestramento dei contemporanei e dei posteri. Se lo storico, o prima del suo pellegrinaggio traverso i documenti della storia, o dopo, va convinto come la stirpe nostra sia incorreggibile, e allora o perchè scrive egli? Cotesta sua è vaghezza di gufo o di tale altro maligno uccello della notte. Forse non gli pare abbastanza squallido il cimiterio, ond'ei venga co' suoi maluriosi singulti ad aumentarne l'orrore? Che se poi non sentendo cosiffatta convinzione così egli adoperi per una sua certa acrimonia di sangue o capriccio dello spirito, allora costui meriterebbe non solo essere bandito dal novero degli scrittori, bensì ancora dalla comunione degli uomini.

La mente, dettando queste sentenze, trascorre spontanea a Carlo Botta, scrittore di molta efficacia di stile, e che, malgrado la disparità dei giudizi, non invenustamente forse potrebbesi paragonare a Paolo Veronese. Però, quanto nelle forme del dire degno di lode molta, con poca mistura di biasimo, altrettanto nei concetti e nella moralità della storia reprensibile: conciossiachè sia che lo muova certa sua acerbezza di spirito o levità d'intelligenza, procede invaghito a manifestarsi scontento perpetuamente di tutti e di tutto, quale governo meglio si confaccia all'umano consorzio egli non ci sa dire, anzi alla scoperta non assolve veruno: forse talvolta in pelle in pelle sorride all'aristocrazia, ma indi a breve anco a lei fa il viso dell'arme, e condanna alle gemonie. Che pro ricava l'uomo dallo indefesso travagliarsi a migliorare le sue sorti? La felicità non è fiore che cresca in questi nostri giardini terrestri. Tali proposizioni, che sarebbero biasimevoli nei sermoni del più spericolato fra i predicatori, devono reputarsi indegni di storico grave. Che se egli quello che scrisse pensò, doveva tacere, e se nol pensò fu peggio che tristo scrivendolo, perchè bugiardo a sè, nemico altrui. E certo i generosi che si collettarono per dargli abilità di dettare con animo scevro da ogni sollecitudine la continuazione delle Storie del Guicciardini, nol fecero già con lo intendimento che da lui si mandassero auspicii tanto alla patria nefasti. È sapienza più spesso riprendere l'uomo che lodarlo, ammaestrarlo sempre, disperarlo giammai.

Al miglioramento umano vuolsi credere non come ad una di quelle cose che portano in fronte le parole: adora e taci (imperciocchè correremmo grandissimo rischio che per siffatta prosunzione moltissimi non credessero punto), bensì come a dimostrazione di problema geometrico. L'uomo nascendo porta seco molta parte di bestia, ed il negarlo è vano; nè da questo lato trovi in lui cosa buona; se ben consideri, conoscerai le bestie nascere naturalmente cattive, come quelle che governate dallo istinto della voracità, sieno pure quanto vuoi mansuete, pel pasto si osteggiano; dopo il pasto, la gelosia per le femmine partorisce le offese. Però l'uomo possiede talenti fisici ed intellettuali per modo estesi da trovare spediente a soddisfare i propri appetiti, e in parte moderarli senza danno altrui; all'opposto contribuendo all'utile universale. Ormai non fa mestieri avvertire nè meno che la perfettibilità non consiste nel mortificarsi, murarsi fra quattro mura e fare la pelle dell'istrice a quanto alletta e piace: mai no; coteste a' dì nostri si stimano pratiche da insensati; in questo altro piuttosto consentirà l'universale a riporre la perfettibilità dell'uomo: — nel godimento della maggior somma di piaceri fisici e morali con vantaggio del corpo e spirito così suoi come altrui.

Il corso della umanità verso il bene è quasi un fiume: appena egli esce dalla sorgente montana, tu lo vedi esitare con acque dubbiose sul cammino che deve tenere: in breve acquista baldanza e si caccia giù per dirupi in corsa avventurata, rompendosi fragoroso e spumante: non vi rechi sgomento se lo vedete volare in fiocchi di spuma e in sprilli minutissimi, in breve saprà raccogliere le membra spante per ripigliare copiosamente magnifico il suo sentiero: ad un tratto, senza che ne apparisca evidente ragione, si strema, fa gomito, e, come vinto dall'angoscia, si ripiega verso la sua sorgente. Qui molti dicono: la è finita; e s'incamminano a casa. Ma il fiume, dal breve riposo ricuperata balìa, torna a scorrere verso il mare: chi lo ha seguito si conforta, ed ormai non teme più sinistro. Troppo presto ei confida: il fiume incontra un lago, ed in quello sboccando, confonde le sue acque con le acque di lui. Allora altra parte di gente che gli tenne dietro torna a disperare e dice: abbiamo veduto la sua tomba, andiamcene con Dio. I più ostinati, rimasti, vedranno come il fiume non abbia mescolato le sue con le acque del lago, bensì all'opposto, traversandole con forza invincibile, sbocchi per altra parte, aprendosi largo letto per la pianura, e finalmente maestoso e tranquillo si acquieti nelle braccia della Teti marina.

Guai all'uomo che non mira sempre davanti a sè! Tuttavolta, anche a rischio che ne incolga la sorte della moglie di Lot, adesso ci bisogna voltarci addietro, e vedere se veramente ci sia causa di disperare; guardiamo dunque se il fiume della umanità abbia progredito, ossivvero stornato verso la sorgente. Nella decadenza dello impero il tiranno coronato era padrone del mondo, e con una rete lo circondava tutto: questa rete era di ferro; l'ira sua inevitabile come il destino, la forza prepotente al pari di quella dell'uracano; oggi molti i despoti d'intenti uguali, ma di polso tremulo e con le coste fradice: allora la schiavitù rodeva il corpo sociale come la lebbra i corpi fisici, adesso non più servaggio nè lebbra: la confisca in quei tempi arnese ordinario di regno, ai tempi nostri non si conosce confisca; e sì che non manca chi ne avrebbe voglia ed anco bisogno, ma si vergogna, e, stretto alquanto l'agrume co' denti, se gli sente alleghire, e comecchè a malincuore, lo lascia andare: uno solo non si vergogna e divora; ma siccome piglia a cui ha divorato, fa dire: non ci badate, la rabbia è tra i cani! Il fideicommisso ed il maggiorasco ecco cascarono come vecchia tappezzeria di damasco da vecchia parete: i delitti di lesa maestà scomparirono da parecchi codici: di giorno in giorno vie più si comprende come la misura unica, giusta e per tutti sia quella del becchino; tre braccia avvantaggiate tanto pel carnefice quanto per la vittima!... Certo taluni, non si vuol negare, riconficcarono gli assi dei patiboli politici: pazienza! pazienza! chi conficca sa egli per cui avrà conficcato? Le libertà del commercio in alcuni paesi hanno preso stabile stanza; alla porta di altri picchiano, non mica a modo di mendico, bensì dello esecutore di giustizia che viene a gravarti i mobili di casa, e s'impazienta aspettare. Sicuramente a cui guarda la superficie sembra l'aspetto della terra pari a quello che fu; anche a Pompei, a Resina e ad Ercolano la gente nella vigilia della eruzione del Vesuvio ballava. E poi nuove cause furono versate in seno al corpo sociale, e la causa è seme necessario di altri effetti; ai piedi delle donne chinesi si mettono con profitto freni di ferro, non già ai cervelli italiani, e peggio ancora alle forze perpetuamente operative del mondo.

Ma per tornare all'argomento, si potrebbe aggiungere, in prova del maggior danno che, disperando, partoriscono le storie sopra la poesia, quest'altra considerazione, che lo storico si presume almeno abbia a ragionare per tutti, mentre il poeta per sè solo sente.

E ciò nonostante il poeta disperando sgomenta troppo più dello storico. Lo storico per ordinario favella a pochi eletti; il poeta alle moltitudini; il primo sponendo i suoi pensieri incontra intelligenze assuete a meditare; donde l'esame e la confutazione, fecondi entrambi di benefizio inestimabile in pro della verità; il secondo commove cuori con la percossa della convinzione, la quale non si discute ma si sente, e la più parte dei cuori geme inferma pei mali presenti e pel presagio degli avvenire. Questa convinzione poi casca giù pesa come mazza da arme qualora si parta dal Byron o dal Leopardi.

Però il Byron troppo diverso dal Leopardi: quegli è quasi vento che manda sottosopra l'oceano, questi il simoun del deserto, che dove passa sterilisce; lo spirito del Byron, come Giacobbe che contende con l'angiolo, lotta, si contorce, urla smanioso, tenta mordere e talora anco morde: insomma è battaglia di anima legata alla materia, sforzo d'intelligenza che vorrebbe spingere il volo nelle regioni più sublimi dell'empireo e rompe l'ale ai ferri della gabbia: bufera d'ira e di dolore suscitata dalla impotenza a penetrare la ragione de' misteri che non può conoscere nè dare all'oblio: ma la procella passa e torna il sereno così profondamente limpido, così gloriosamente divino, che appuntandoci gli occhi ci vedi lassù nell'alto la Speranza e Dio. Non così la disperazione del Leopardi: come infeconda, la sperimentiamo del pari generosa: infelicissimo egli era per cause intrinseche ed estrinseche; fuori di lui padre rigido, censo angusto, uomini avari, tempi o nemici o poco propizi alle lettere; dentro lui salute incerta, deformità umiliante, inettezza a operare da uomo; di qui l'umore nero che a mo' di caligine si frappone tra lui e gli oggetti circostanti, e la sazietà di tutto, perfino delle cose che non poteva avere sperimentate, la scredenza e il decreto che condanna gli uomini a miseria immortale, perchè egli si sente senza rimedio infelice. Dai canti del Byron nessuno cavò argomento di appiattarsi dietro la lapide del sepolcro dinanzi ai certami della vita; molti per converso ci trovarono acciaro per farsene usbergo al petto e combattere pertinaci contro gli uomini, le cose, e, se la necessità lo portava, contro lo stesso destino; mentre è ricordo pieno di amarezza quello di avere trovato il volume di poesia del Leopardi in tasca al giovane che sul principio di questo anno 1857 si precipitò dal ponte di Carignano. Che fosse piccolo ingegno Giacomo Leopardi non è da dirsi, pure torremmo volentieri licenza di dubitare assai se la fama a cui saliva egli meritasse intera per ciò che spetta a splendore d'immagini ed altezza di concetti e a facile eleganza di eloquio, ma senza dubbio poi, giusta la opinione nostra, la demeritò come poeta cristiano e come poeta civile. Per ultimo, qualunque potessero essere state le colpe di Giorgio Byron, gli vennero riscattate dall'ultimo canto agitatore della sua anima ad infiammarsi di entusiasmo per la Grecia a guisa di leone che si sferza i fianchi, e dalla morte incontrata per rivendicare in libertà cotesta patria del bello. Meritamente la sorella Augusta volle che su la tomba di lui si tenesse memoria del pellegrinaggio del fanciullo Aroldo e di cotesta morte; tanto basta per raccomandarlo alla ricordanza, e, quello che importa più assai, allo amore immortale degli uomini.

Quante volte comparisce un libro di poesia fra noi lo dobbiamo salutare stella mattutina promettitrice di giorno glorioso; e laddove il libro parli di amore, deh! non vi dia fastidio l'abbondanza di amore, conciossiachè ben comincia chi su l'alba del suo ingegno arde qualche grano d'incenso su l'ara della Venere celeste; lì presso vivono le Grazie, ed egli verrà propiziandosele per via di quel suo sagrificio offerto con mente pura: ora chi non ha amiche le Grazie non presuma salire in fama qualunque scienza intenda coltivare, fosse anco quella di Euclide. Trista però è la stella che nasce e tramonta nello emisfero dello amore; a mano a mano che salisce l'erta dei cieli, forza è che raddoppiando colla luce il calore più largamente e più intensamente illumini e scaldi. Poche poesie liriche abbiamo noi altri Italiani che parlino di altro che di affetti femminili, e fra queste le famose scarsissime: a parte la miseria delle condizioni pubbliche, la quale in tempi barbari seppe ispirare persino ai rudi monaci sassoni lamentazioni da non disgradarne a petto di quelle di Geremia; qui male si fanno parlare le Muse di famiglia, di fortune private, di necessità, di malattie spirituali; di tutto quanto insomma agita l'umano consorzio. Giuseppe Giusti dotò il paese di liriche satiriche ed accrescendo il nostro retaggio di poesia aperse nuovi e fecondissimi sentieri: a noi però non apparisce la ragione per la quale altri non ce lo abbia seguitato. Forse atterrì l'altezza alla quale egli seppe condurre questa maniera di poesia e il terso stile; però il cerchio del poeta comparisce adesso dilatato, che i casi succedentisi di giorno in giorno dissuadendo il riso si accostano al gemito di Geremia, per quindi trascorrere al furore di Ezechielle, od allo entusiasmo dell'Apocalisse, conciossiachè parrebbe che non dovesse farsi attendere troppo il tempo in cui l'angiolo con voce magna griderà al figlio dell'uomo che siede incoronato sopra il suo trono tenendo in mano una gran falce acuta: mena giù la tua falce e mieti, che l'ora del mietere è venuta, e la messe è secca davanti la faccia del sole. E per la parte dello stile, quantunque il Giusti molto abbia fatto ricercando argutamente l'eleganze dello idioma materno, ciò non toglie che non si possa fare anche più, apparendo or qua or là in taluna delle sue scritture un certo tal qual intralciamento; chè la semplicità in lui non era spontanea, bensì con indefesso studio conseguita: e per fermo se da un lato senza molto studio non si arriva all'eccellente nelle arti, dall'altro però bisogna dire che il soverchio lascia vestigia di stentatezza nelle opere; così, comecchè magnificentissime apparissero le orazioni di Ortensio e di Crasso, tuttavolta fino dai loro tempi per testimonianza di Cicerone solevano dire che sapevano di lucerna. Altri molti virtuosamente in altre maniere si adoperarono, ma mentre la nostra letteratura, mercè lo eloquio soave dovrebbe essere ricca di tale poesia, non solo al paragone degli altri popoli, ma in astratto apparisce oltre ogni credere grama. Gl'Inglesi, i Tedeschi, gli Scandinavi, gli Spagnoli possiedono a ribocco illustri canti così antichi come moderni di avventure, di gesti eroici, di casi fortunosi, i quali hanno virtù di commovere altamente il popolo che ne fa sua delizia. Presso noi niente di questo: pii deliri paionci quelli di rimettere in onore gl'inni di san Francesco e le seguenze d'Iacopone da Todi; ma lasciamo di loro, e che dovremo dire di Guittone di Arezzo, di Guido Cavalcanti, di Cino da Pistoia e di altri cotali; anzi pure delle canzoni dello stesso Alighieri? In cotesti versi tutto parla, la teologia, l'astronomia, la fisica, la metafisica e via discorrendo; una sola cosa per ordinario vi tace, il cuore e quel verace ridondante affetto che trasportando sublima: però i popoli li tengono a fastidio, e gli studiosi nel prenderne notizia hanno a combattere un senso di sazietà che s'impadronisce di loro. Gl'Inglesi e gli Americani vantano poeti pastori, fabbri, calzolai, i quali non già come tra noi, indossata la giubba del dì delle feste, si recano in Parnaso, diventando coda di leone da capo di botta che erano prima: bensì convitando le Muse nelle loro officine, con molte lusinghe le inducono a trattare gli arnesi fabbrili con le mani nudrite d'icore celeste. La libertà del commercio destò uno stormo di cigni popolani, un altro la riforma elettorale; forse un terzo sta per destarsi a cagione del taglio dello stretto di Suez avversato dal Palmerston con più caparbietà che sapienza. La Musa italiana procede schifiltosa, teme scottarsi e bruttarsi le dita toccando gli arnesi del fabbro; anche in campagna ostenta modi non pure urbani, ma cortigianeschi, nè sa cantare un rispetto villereccio se non lo spolverizza col fiore di farina comperato alla canova della Crusca. Che se vogliamo trovare qualche cosa da contrapporre a queste poesie civili, ecci mestieri ridurci in qualche alpe remota dove prorompono dal vivo masso poesie ed acqua del pari schiette e del pari ignorate, o in qualche paese lontano che non piegò la testa sotto le forche caudine della nostra pretesa civiltà.

Come nella vita attiva un fatto vale più di cento parole, così nelle discipline speculative un esempio vince in bontà qualsivoglia insegnamento, massime nelle poetiche, dove per precetti non riescirai mai a esplicare intero il tuo pensiero, nè altri potrà concepirlo; ond'è che per noi si domanda licenza di raccontare un caso, il quale confidiamo che, come atto ad allietare l'aridità dei raziocinii, così conferisca a farci comprendere meglio che non ci verrebbe concesso in diversa maniera.

Immaginate due archi congiunti insieme con una delle parti estreme, e questi archi dilatarsi di parecchie miglia, voi avrete idea di due seni che l'isola di Corsica fa dirimpetto alla Italia, l'uno a sinistra termina con la punta del Capo Sacro, quello a destra con la foce del Golo, di qua il Capo Corso rigido per ardui colli, brulli in cima, da mezza costa in giù chiomati di olivi di ombra mesta più che altrove, fitti, intricati nei moltiplici rami così da diventare paurosi come altrettanti capi di Medusa seminati costà; e casolari sospesi a scogli, dove parrebbe non si potessero reggere a brucare le capre: ville più popolose immerse quasi nella marina, talchè dalle finestre di talune si pesca: di là la inamabile città di Bastìa, e dietro la Bastìa, la bella pianura di Biguglia, i colli placidi, lo stagno immenso di Chiurlino, clima beato, suolo fecondo, e che potrebbe per molti conti tenerci luogo di paradiso terrestre se non si opponessero la poca solerzia (chè dire trascuranza degli uomini da un pezzo in qua non sarebbe giusto) e l'aere pestifero che esala lo stagno: il punto nel quale si congiungono gli archi forma quasi un promontorio quinci e quindi battuto dal mare, e sul promontorio sorge una casa isolata, asilo maraviglioso ai cuori feriti se avesse copia, come pur troppo patisce scarsezza di ombre e di acque; molto più che dinanzi a lei stanno l'Elba, Montecristo, la Capraia ed altre isole minori, a mo' di branco di foche che si spassino nelle acque tirrene: più oltre in anfiteatro le vette dei colli etruschi e dei liguri, donde ne viene il presagio dei tempi foschi e dei sereni.

Su la terrazza di questa villa, certa sera di state stavano raccolti taluni toscani e taluni côrsi lasciando vagare lo spirito loro in balìa di vari ragionamenti, come le nuvole che in quel momento dondolavano ai fiati vespertini per lo azzurro dei cieli. Di cosa in cosa il discorso venne a fermarsi sopra la povertà dei lirici civili in Italia, e sopra le cause di questa inopia; quindi con naturale trapasso l'uno l'altro interrogava quale fosse per suo avviso la migliore lirica che da lui si conoscesse.

Il primo, cultore appassionato del Byron, così rispose: — Cose note favello, ma se non so dirvene delle nuove non è mia la colpa. Voi rammenterete i colloqui del capitano Medwin avuti col Byron, quando ei si condusse a visitarlo a Pisa. Or be': fra loro ed altri compagni certa volta accadde di ragionare sul proposito che adesso ci è capitato dinanzi; chi dava la palma a Coleridge, chi a Moore, chi a Campbell; il Byron affermò non conoscere oda che superasse quella composta da incerto poeta intorno la morte di sire Giovanni Moore, e la recitò agli amici, i quali veramente la trovarono quale quel re del canto l'aveva giudicata. L'oda diceva così:

Il funerale di sire Giovanni Moore.

Non fu sentito un tamburo, non un canto funerale, mentre noi trasportavamo anelanti il suo cadavere su i baluardi: non soldato scaricò l'ultimo addio sopra la tomba dove seppellimmo il nostro eroe[12].

A mezza notte squallidamente lo seppellimmo, scavando la terra colle baionette, al dubbio lume della luna velata di caligine, al fumoso chiarore delle lanterne.

Noi non chiudemmo il suo cadavere dentro inutile cassa; bastò un lenzuolo: egli giacque come dorme il soldato, avvolto nel suo mantello di guerra.

Brevi le preghiere che proferimmo, verun rammarichio proruppe dalle nostre labbra; solo fissammo i nostri occhi su la faccia del morto, e pensammo amaramente all'indomani.

Pensammo, mentre lo componevamo nella stretta fossa ed acconciavamo il suo solingo guanciale, che in breve calpesterebbe la sua testa il nemico straniero, e noi pressava la necessità di allontanarci sul mare.

Egli dirà vituperio a cotest'anima che aperse le ale; egli ne oltraggerà le fredde ceneri: lui avventuroso! se lo lasceranno dormire tranquillo nel sepolcro dove i suoi compatriotti lo hanno deposto!

Appena avevamo compita la metà del nostro ufficio che suonò l'ora della partenza, ed il rombo del cannone ci fece accorti che il nemico veniva per assalirci alla sprovvista.

Tristi e dolenti ci affrettammo a coprire di terra lo eroe insanguinato e rapito ai campi dei suoi gesti: non gli tracciammo un motto, non gli levammo una pietra: noi lo lasciammo solo con la sua gloria.

L'ora del tempo che imbruniva contribuì a dare risalto alla profonda melanconia di cotesta oda; però non istette guari che un altro degli amici, commendando come meritava la poesia, pretese poterle contrapporre un altro canto, il quale, secondo lui, lo superava, o alla più trista, gli reggeva il paragone: aggiunse venirci d'oltre Oceano, figlio di Musa americana, e avere per titolo: L'orologio di per le scale. Invitato a palesarlo, recitò:

Poco innanzi al sentiero che mena al villaggio si trova il vecchio castello: altissimi pioppi di qua e di là ne guardano il portone, e l'orologio antico posto sul pianerottolo della prima scala visto di su la soglia pare che dica a cui passa: Sempre e mai.

Eccolo lì in capo della prima scala con le sue lunghe dita di ferro di dietro alla grave cappa di quercia alterna cenni misteriosi come il frate, il quale per di sotto la veste di bigello si fa il segno della croce e sospira: poi con suono lugubre saluta i passaggeri: Sempre e mai.

Mentrechè il giorno dura, l'antico orologio manda fuori la voce abbastanza soave, ma durante la notte casca giù con misura avvicendata, come un passo che alternando desti l'eco nelle sale solitarie. Pei soffitti, su i pavimenti cotesto passo corre, e da per tutto. Alla porta di ogni camera si accosta, e pare che dica: Sempre e mai; mai e sempre.

Traverso i giorni della gioia e dello affanno; traverso quelli delle nascite e delle morti; traverso le fuggevoli vicende che il tempo muta perpetuamente, egli solo invariabile ripete senza posa le parole solenni: Sempre e mai; mai e sempre.

Un dì in questa casa l'ospitalità aveva messo stanza: immensi fuochi dentro il focolare crepitavano; qualunque straniero vi capitasse sedeva a mensa convitato; ma pari allo scheletro dei festini di Babilonia, questo simbolo del tempo che consumandosi consuma avvertiva irrequieto: Sempre e mai; mai e sempre.

Costà gruppi di bimbi folleggiando ruzzavano: là le ragazze porgevano ascolto pensose ai lusinghieri favellii dei dami: da questa camera uscì nella notte nuziale la sposa bianco vestita: giù in quello androne muto stettero distesi i morti ravvolti dentro il lenzuolo di neve: poi, in mezzo al silenzio che tiene dietro alle preghiere dei morti, si faceva sentire la voce del vecchio orologio: Sempre e mai; mai e sempre.

Tutti adesso andarono dispersi; chi si accasò, chi morì, e quando nel fondo del cuore amareggiato io domando: dove e come si troveranno essi? Vedremo tornare un'altra volta i giorni che passarono? Il pendolo antico risponde: Sempre e mai; mai e sempre.

Quaggiù mai, e per sempre lassù dove non sono cure, nè affanni, nè tempo che separa, nè morte che distrugge. Sempre lassù; quaggiù mai. L'orologio dell'eternità batte indefesso: Sempre e mai; mai e sempre.

E il terzo amico a sua volta favellò: belli questi canti, anzi divini per copia di passione e d'immagini, comecchè svariate congiunte strettamente al soggetto, ed a questi che ricordaste del Wolfe britanno e del Longfellow americano potrebbonsi aggiungere a cento a cento altri non meno portentosi; però importa che voi notiate che se i Sassoni non lasciarono agl'Inglesi la loro lingua intera, che questa ebbero a spartire co' Normanni; quanto a sentire, il sangue sassone primeggia; e in ogni caso anco i Normanni venivano da tramontana: ond'è che se per affetti ed eloquio derivano dalla contrada immensa che si chiama Alemagna, non vi parrà cosa strana nè forte se io vi affermi cotesta terra possedere due cotanti più poeti lirici così antichi come moderni, varii, moltiplici e tutti sublimi: ve ne ha taluni aerei quasi fiocco di nebbia che scivoli traverso il disco della luna, ve ne ha dei caldi da digradarne il reverbero del sole su le sabbie del deserto, ve ne ha dei precisi quanto le pitture domestiche dei fiamminghi; insomma vasche piene di diamanti quali appena s'incontrano nelle Mille ed una notte; io ve ne dirò una del conte Alessandro d'Aversperg austriaco, notabile, a parer mio, pel modo nuovo col quale ci dipinge la storia di trent'anni di vicissitudini che capovolsero il mondo: udite; questo canto si chiama l'Invalido, e suona così:

Nel prato dirimpetto all'osteria siede il povero veterano; colà ei narra sovente battaglie e vittorie, e qualche volta canta una canzone scarmigliata.

La gioventù turbolenta del villaggio lo circonda seduta su l'erba: le zitelle dalla guancia vermiglia badano a tenergli sempre pieno il bicchiere.

Un ragazzo gli sta cavalcioni sopra le ginocchia e si trastulla co' capelli grigi e le basette di lui: due altri montano la guardia col bastone e la sciabola che hanno preso al veterano.

Il maestro di scuola del villaggio, il Dionigi tiranno dei fanciulli, antichissimo compagno dello invalido, siede a sua posta allato del vecchio amico.

Di un tratto il veterano si tira su le maniche del vestito, e dice: orsù io vo' raccontarvi una storia, date retta, ragazzi! E i ragazzi, vedendo il braccio ignudo, strepitosi schiamazzano intorno al vecchio: Oh! le brutte bruciature che tu hai sul braccio!

Ed io mi fo capace di spiegarvi questi segni che vi ammonisco a rispettare, però che essi, vedete, raccontano una buona metà della storia del mondo.

Io passai i primi anni sul margine della Loira tutto fiori; colà un dì la pace parve che mi volesse sorridere giocondamente sopra la faccia bella della donna mia.

Conciossiachè sul margine della Loira tutto fiori, voi avete a sapere che una donzella leggiadra mi promettesse amore: allora io feci incidere per bene questo coricino sul mio braccio e circondarlo da due nomi.

In quel torno andando fino a Parigi riconobbi di colta il Re, quantunque io non avessi contemplato la sua degna faccia, eccettochè sopra i baiocconi di rame.

Più volte m'era venuto fatto di domandare a che diacine rappresentassero del Re su i baiocconi la testa sola. E poichè veruno me lo sapeva dire, pensava fra me: gatta ci cova. Chi avrebbe detto allora che io sarei stato profeta!

Un giorno per valli e per monti rimbombò il grido: alle armi! E la gente mezzo ignuda, tratta fuori di sè, corse sotto le bandiere!

E dimenava i berretti rossi come lingue di sangue in cima a lunghe picche urlando inebriata: Libertà! libertà! A cui centinaia di migliaia di voci rispondevano urlando: Libertà! libertà!

Il suono di questa parola mi solleticò forte l'orecchio, onde io mi resi soldato: allora in gaggio di amistanza m'impressero col ferro rovente sul braccio questo berretto vermiglio.

Un altro giorno poi passò davanti alle nostre file certo uomo pallido e arcigno, il quale ci chiese se gli volevamo obbedire: noi non gli rispondemmo sì nè no: egli prese a comandare, e noi gli andammo dietro.

Sopra la destra potente egli portava un'aquila orgogliosa, e dopo avercela mostrata gridò con voce che ci parve un tuono: per la patria e per la gloria!

Ci garbò il grido, e con immenso ululato ci precipitammo dietro i passi di lui; egli trascorreva così veloce che qualche volta credemmo lui stesso trasformato in aquila.

L'aquila incominciò ad aliare da mettere spavento: appena si posò un attimo in Africa su le piramidi, in Russia sul palazzo delli Tzari, in Vienna sul campanile di Santo Stefano, in Roma sul Vaticano: ma dove più le piacque fermarsi fu in cima alle torri di Nostra Donna a Parigi: quinci tuffava giù gli occhi sopra il fiume dei popoli — fiume dalle onde senza fine.

Fra lo strepito dei cannoni, dei comandi sul campo e dei canti trionfali nelle città, io incisi con la punta della spada quest'aquila sopra il mio braccio.

L'aquila dalle ali poderose un bel giorno ci sparve davanti. — Ohimè! noi non la rivedemmo più; l'aquila sparì per sempre.

Subito dopo turbe di stranieri ci calarono addosso da tutte le parti e fu quasi un diluvio di nemici, — e non pertanto da galantuomo! io li conosceva tutti da un pezzo — ci eravamo veduti spesso su i campi di battaglia a mezzogiorno, a levante ed a tramontana.

E tutte queste turbe raccolte insieme andavano urlando: pace! Correvano anni parecchi che questo grido usciva da casa loro; ma allora ce lo rinnovarono con tale suono di voce che ci parve curioso.

Perchè bene essi urlavano: pace! giustizia! ma intanto mandavano in fiamme le nostre città e disertavano le campagne.

Costoro con la punta insanguinata della spada gettavano all'aria copia di palme, e dalla gola dei cannoni ci lanciavano nuvoli di gigli bianchi.

Uno di cotesti gigli infiammato mi cascò sul braccio, e, come vedete, da indi in poi non se n'è andato più via.

Per questo modo io porto sul braccio metà della storia del mondo. Questo cuore, questo berretto, questa aquila e questo giglio ve ne porgono testimonianza fedele.

Il berretto da molto tempo fu messo in brani: l'aquila se n'è salita diritta al sole; i gigli anch'essi appassirono nel modo istesso che questo coricino un certo giorno mi scivolò per terra e si ruppe.

Adesso istituisco mio erede il Re: egli rederà questo braccio rabescato di figure strane; gli raccomando a custodirselo dentro uno stipo di oro, nè più nè meno di quello che ho inteso costumasse fare Alessandro dei poemi di Omero.

Alessandro è fama non preterisse giorno senza leggerne un verso; io raccomando al mio Re adoperare lo stesso col mio libro di storia che gli lascio.

E adesso, maestro, che ti par egli del mio libro di storia? — Eh! rispose il maestro, purgato e corretto mi pare adattato ad usum Delphini.

Certo vecchio Côrso, cultore felice e innamorato della Musa italiana, dacchè la dea non senza molto rammarico lascia cotesta isola, e gettandovi dietro uno sguardo infuocato ne accende di tratto in tratto qualche anima degna di sentirla e di significarla, pianamente favellò:

— Certo cotanto non ardì la Musa nostra, e nuovi modi mi paiono questi, degni veramente di molta considerazione. Però non è vero che di questa maniera poesie difettiamo noi, piuttosto è vero che delle note ne possediamo poche e delle notissime anco meno: ciò in parte colpa dei poeti che schivano esercitarvisi, parte, come credo, per la soverchia schifiltà della lingua, il verso troppo breve, la rima tiranna. Fra le note pongo il Cinque Maggio del conte Manzoni, ed a ragione non diventò notissima perchè arduo a comprendersi il principio, e compreso invenusto, parole lontane dall'uso del popolo, anzi dalla lingua italiana, così ch'egli ebbe o volle mutuarle dalla latina, e qua e là immagini, se non nel concepimento, certo nella espressione contorte: senza queste mende la si potrebbe contrapporre a qualsivoglia oda straniera, sicuri di non restare vinti al paragone: ma che andiamo noi cercando altrove? La poesia popolare cerchisi fra il popolo, e presso di lui anche noi la troveremo; ed io vo' che sappiate che se un ingegno arguto si accingesse a siffatta raccolta, noi altri Côrsi saremmo primi o fra i primi a contribuire con poesie da stare a petto con le più reputate. — Siccome gli ascoltanti, increspando le labbra, pareva piuttosto compatissero cotesto eccesso di patrio zelo che credessero al vanto, il vecchio aggiunse: — Nè da quello che dissi dibatto un iota; in prova di che ecco io voglio recitarvi un vocèro[13], il quale se quanto a immagini impallidisce a fronte delle vostre ode, le supera lunga pezza di affetto; imparatelo a mente, posatevi a poco a poco lo spirito, e troverete che come l'uomo, il quale torna più spesso a contemplare le madonne del Raffaello vie più sempre se ne innamora, così vi accadrà, recitandolo, di questo vocèro. I vocèri voi sapete che sieno, e se nol sapete, in breve vi dirò io: sono canzoni funebri cantate da amici o da parenti sopra il morto innanzi che lo portino via di casa: la più parte dei popoli chiamati barbari conobbero e conoscono simili nenie: i Greci anco ai dì nostri gli appellano mirologi; di eterna bellezza quello di Andromaca sopra il capo di Ettore. Ora immaginate voi una povera vedova, madre di unica figliuola, stella della pieve, pupilla degli occhi suoi, che se la vede morta stesa su la tola, ornata di fiori, vestita delle sue più vaghe vesti, sul punto di esserle portata via per sempre... capite! per sempre, e che innanzi di staccarsi da lei sfoghi l'angoscia che le passa l'anima, voi certo penserete nel duro caso che possano profferirsi accenti mirabili: sentite adesso se questi accenti prorotti dal cuore di Dariola Danesi sopra la salma della sua figliuola Romana corrispondano alla vostra aspettativa:

Or eccu la miò figliola

Zitella di sedici anni,

Eccula sopra la tola

Dopu cusì lunghi affanni;

Or eccula bestita

De li so più belli panni.

Cu li so panni più belli

Se ni vole perte avà:

Perchè lu signore qui

Nun la vole più lascià.

Chi nascì pe' u Paradisu

A stu mondo un po' imbecchià.

O figliola, lu to visu

Cusì biancu e rusulatu

Fattu pe lu Paradisu

Morte cumme l'ha cambiatu!

Quando eo lo vecu cusì

Mi pare un sole oscuratu.

Eri tu fra le migliori

E le più belle zitelle,

Cumme rosa tra li fiori,

Cumme luna fra le stelle:

Tanto eri più bella tu

Ancu in mezu a le più belle.

I giovani d'u paese,

Quandu t'eranu in presenza

Parianu fiaccule accese;

Ma pieni di riverenza:

Tu cun tutti eri cortese

Ma cun nimmu in confidenza.

Nella jesa tutti quanti

Dall'ultimu fino a u primmu

Guerdavanu sola a te,

Ma tu non guerdava nimmu,

E appena detta messa

Mi dicii: mamma partimmu.

Eri cusì stimmata,

E cusì piena di onore,

E poi cusì addutrinata

Nelle cose d'u Signore:

Altru che divuzione

Non ti si truvava nel core.

Chi mi cunsulerà mai,

O speranza di a to mamma,

Avà che tu ne vai

Duve u Signore ti chiamma?

Oh! perchè u' Segnore anch'ellu

Ebbe di te tanta bramma?

Ma tu ti riposi in celu

Tutta festa, tutta risu,

Perchè unn'era degnu u mundu

D'avè cusì bellu visu.

Oh quantu sarà più bellu

Avale lu Paradisu!

Ma quantu pienu di affanni

Sarà lu mundu per me!

Un ghiornu solu mille anni

Mi sarà pensandu a te.

Domandendu sempre a tutti:

La miò figliola dov'è?

Oh! perchè mi strappi, morte,

Da lu senu a miò figliola,

E perchè di più mi lasci

Quinci a pienghie sempre sola?

Cosa voi ch'eo faccia qui

S'ella più nun mi cunsola?

Tra parenti senza affettu,

Tra bicini senz'amore,

S'eo cascu malata in lettu

Chi mi asciuverà u sudore?

Chi mi derà un gottu d'acqua?

Chi nun mi lascerà more?

O cara la miò figliola,

Pensu che sarà di me

Becchia, disperata e sola,

Quandu mai pudrachiù avè

Un'ora di contentezza,

Un mumentu di piacè!

S'eu pudissi almeno more

Come tu se' morta tu,

O speranza di u miò core,

E po' anch'eo piglià all'insù

E truvatti; e sta cun tecu

Senza perderti ma' più!

Prega dunque lu Signore

Che mi cacci via di qui,

O speranza d'u miò core;

Ch'eo non possu sta cusì:

Altrimenti u miò dulore

Un pudrà mai più finì.

Causa d'insegnamento perenne il teatro, come di lunga meditazione. Molti in varia maniera vi scrissero sopra, e certo i pericoli dello esporre le passioni domestiche ci parvero sempre gravi; egli è ben vero che per ordinario il poeta mette il segno a mostrarci come queste passioni, se trasmodate continuino la corsa scarmigliata, rovinino, e come o a mezza corsa contenendosi, e stornando in tempo ed anco fuori di tempo, valgano a confermare o restituire con la quiete dell'animo proprio la estimazione altrui; nè il poeta ai giorni nostri potrebbe adoperare diversamente, costumando gli uomini prendersi cura tenerissima delle apparenze, quanto più si discostano dalla sostanza della virtù; ma a che pro questo? La esperienza chiarisce che il sangue risente maggiore spinta al disordine dello spettacolo della passione sfrenata, che l'anima valore a contenersi dal pentimento di quella. Forse gioverebbe mantenere i drammi alquanto appartati dal vero, e per così dire dentro certe forme convenzionali: a ciò siamo condotti per analogia dal vedere come nelle arti che imitano la natura fisica dell'uomo ci percuota maravigliando lo aspetto di una statua condotta da valoroso maestro, e ci spaventi il simulacro di cera. Ora come succede questo? Forse rassomiglia il simulacro di marmo e quello di cera apparisce deforme? Al contrario perfetta è la riproduzione del vero nella immagine di cera, uguali i capelli, gli occhi, le labbra, niente manca, perfino le palpebre e il tessuto dei vasi linfatici; che più? lo stesso moto degli occhi. Invece la statua di marmo rammenta bene l'originale, ma tale e quale non lo effigia. Donde parrebbe potersi ricavare questa regola che come nelle belle arti il preciso ritratto del corpo infastidisce, così nella poesia drammatica il troppo puntuale sponimento della passione nuoca. Ancora, se vogliamo favellare col cuore in mano, lo scopo che affermano proporsi la commedia, ch'è quello di emendare, castigando, i costumi, se vogliamo favellare sincero, è precetto rugginoso, rimasto dentro le poetiche come un mangano dei tempi di mezzo in qualche museo di armi. Amore, e sempre amore, argomento dei drammi, il quale partorisce diletto più acuto quanto più si manifesta, o immane, o scellerato, o furbesco, di ogni maniera insomma, purchè fuori del consueto, e se non paresse troppo grande traslato, vorremmo dire gladiatorio. Fra tanto deviamento di scopo del poeta teatrale ci parve sempre degno di molta commendazione Vittore Hugo, il quale co' suoi drammi si propose persuadere una verità confortante davvero, ed è che alla creatura umana comunque sprofondata nel delitto e nel vituperio rimarrà sempre aperta la via della redenzione quante volte o conservi o le sorga nell'anima un alto e puro affetto. S'egli abbia conseguito sempre il suo assunto, o se altri il potesse più e meglio di lui ci asterremo cercare: a noi basti averlo proposto ad esempio. Presso noi il teatro, se veracemente intende assumere le parti di educatore (e se lo vuole lo può), badi a provvedere al massimo nostro bisogno: bisogno supremo nostro non istà nello ingannare zii avari, tutori gelosi, sbertare arcifanfani e via discorrendo; i vizi che adesso ci fanno guerra sono ipocrisia, viltà, frivolezza, ignoranza di domestiche storie, amore di patria nessuno, la turpe gara dei debiti e dei fallimenti con la ostentazione del lusso corruttore di ogni buono ordinamento vuoi domestico o vuoi pubblico.

Siccome queste parole s'indirizzano a cui, se vuole, saprà troppo bene comprenderle, così le cesseremo raccomandandogli sopra tutto a non disperare mai e a non fermarsi un momento: Excelsior!

Hanno detto che la Buona fede, bandita dalla terra, dovrebbe refugiarsi nel cuore dei re. Se fosse o no per trovarcisi ad agio anco dopo avere recitato il Paternostro di San Giuliano, ora qui non fa mestieri indagare; questo è certo però che la speranza, mandata fuori dall'anima del poeta nel dì del finimondo, vi ritorna col ramo di olivo; il giorno in cui non vi ritornerà più, le stelle chiuderanno le palpebre, e le tenebre si distenderanno su l'universo come il tappeto nero sopra la bara del morto.

L'ALBO

Al comune degli uomini fa specie considerare come gli antichi legislatori, esauste prima le virtù, mettessero mano anche ai vizii ordinandoli fondamento degl'istituti, che parvero loro più acconci allo assetto di questo nostro umano consorzio. Però chi attende ad addentrarsi oltre alla scorza nelle cose trova, che cotesti valentuomini, giudicati in vita e morti piuttostochè prudenti santi, se avessero potuto svellere dal cuore umano tutti i vizii, Dio sa se con voglie prontissime l'arieno fatto: se poi non lo fecero, si deve credere, che lunghe meditazioni gli abbiano condotti a inferire, tali vizii occorrere tessuti per modo sul telaio insieme all'anima nostra, che a volerneli sceverare verrebbe innanzi via il pezzo che la macchia. Allora, quei divini intelletti, ricercata sottilmente la materia, conobbero alcuni fra i vizii di natura così perdutamente maligna, ed al fine del sodalizio umano tanto nemici, che con le discipline e le pene li combatterono a morte; altri per lo contrario avendo sperimentato più maneggevoli e manco perversi mansuefecero, e vennero accomodando alle necessità.

Bacco prima che assumessero al cielo uomo fu, e i gesti suoi storia una volta per molta età diventarono favola, ma i pratici a scuoprire la dottrina antica sotto il velame dei miti, sanno come in simbolo di avere egli corretto gli uomini con gli spedienti medesimi gli fossero poste le tigri aggiogate al carro. Conciossiachè non si deva credere (che sarebbe errore) dagli antichi fosse tenuto in pregio Lieo pel dono del vino soltanto, che pure non sarebbe poco, ma sì ancora per barbarie doma, per forte civiltà diffusa, e per leggi bandite: laonde non mancarono uomini dotti, i quali con molta apparenza di vero sostennero Bacco e Moisè essere stati una stessa persona. Ma per tornare al proposito nostro, le passioni domate dalla rettitudine, e costrette quasi ancelle a compire i cenni di lei, che altro sono elleno mai che tigri aggiogate al carro di un Dio?

Adesso volgete la mente a quest'altra considerazione. Vittorio Alfieri nome che, nonostante la proterva dicacità del francese Janin, gl'italiani terranno caro in qualsivoglia fortuna; avvegnadio se felice lo gratificheranno per averli rigenerati nell'anima, se avversa lo invocheranno aiutatore contro alla viltà, Alfieri, dico, in qualche parte delle sue opere lasciò scritto: la pubblica virtù essere figliuola non madre di Libertà.

Questo apotegma, con la reverenza che devesi a tanto personaggio, per me non giudico vero, almanco sempre; come dai vizii pubblici deriva il servaggio, così parmi ragionevole la sentenza opposta, che dalla virtù pubblica abbia a nascere la Libertà.

Piuttosto parmi che intoppo più duro sia pensare come sotto pessimo principe la virtù si odii muto rimprovero alle scelleraggini sue, e quasi delitto di maestà si perseguiti: per la quale cosa, innanzi di avere agio a porgerne esempio, i cittadini avranno per bazza se assottigliandosi e nascondendosi impetrino vivere.

Ma voi avete a considerare, come per vedere esempio di tanta miseria bisogni risalire fin a Caligola, Nerone, Domiziano ed altri siffatti; e poi che anco sotto coteste bestie imperiali questi stroppi cascavano addosso a personaggi di conto, i quali percuotevano gli occhi del tiranno o per l'altezza dell'ufficio, o per una certa tal quale iattanza della virtù come successe a Trasea, che, uscito dal Senato giusta nel punto che si decretavano onori divini a Nerone pel parricidio della madre Agrippina, rovinò sè e non provvide alla Patria: che se ad ogni modo la sua natura non comportava vedere le iniquità, e starsi cheto, o avrebbe dovuto favellare prima (che sul principio del male qualche buon frutto poteva darsi che le sue parole avessero partorito), o tacersi sempre quando non ci era più rimedio: ma tanto è; conosce i suoi saccenti anche la virtù. Donde si conchiude che la virtù modesta sotto malvagio Principe anco in antico poteva vivere, e dare buon saggio di sè.

Questa abilità tanto più agevole ci viene fatta adesso, che tra la mitezza predicata da Cristo, i costumi meno truci, e quel tribunale che per mancare di sbirri, cancellieri e accusatori non pronunzia meno temute le sue sentenze, e chiamasi «Opinione», bene possono odiarsi i virtuosi, e veramente si odiano, ed anche perseguitansi, ma spegnere non si possono.

Adesso pertanto sarebbe desiderabile che i forti petti e gl'ingegni gagliardi rimettessero alcun poco della loro ritrosia, e direi quasi ferocia; si facessero umili; le imbecillità, le ignoranze, le debolezze umane non dispettassero, bensì tenessero in conto d'infermità della povera gente da Dio commessa alla misericordia loro: sminuzzassero insomma il pane dello intelletto sopra la mensa della carità. Di questo, come di ogni altra cosa divina, porse tenerissimo esempio Gesù Cristo quando ammonì i suoi discepoli: «deh! lasciate che i pargoli vengano a me», e già aveva salutato eletti nei cieli i poveri di spirito.

Questi pensieri mi scesero spontanei nella mente meditando sopra l'andazzo diventato ai giorni nostri universale di possedere libri di fogli tersi composti, con bei fregi rabescati, taluni ricoperti di velluto, e chiusi eziandio con fermagli di oro. Albi li chiamano, ed affermano con francese vocabolo, che io tale non reputando ho voluto adoperare, imperocchè se la nostra favella non lo possiede, lo conosce la latina in senso di ruolo e di matricola: avevano ancora i Romani l'Albo ch'era il luogo dove si tenevano le leggi esposte agli occhi del popolo, e la Chiesa romana chiama Albo il libro dove segnano i santi: per tutte queste cose mi assicuro di non trovarmi accusato di maestà contro il paterno linguaggio, se mi giovo di questo nome a significare cosa nuova. Per legge latina tra genitori e generati non aveva luogo l'azione furti, bensì l'altra rerum amotarum; ma che fantastico io di mal tolto? Checchè altri possa pensarne, per me tengo inconcusso che non solo possa, ma deva quante volte gliene faccia mestieri la lingua nostra ricorrere a succhiare le mammelle della madre latina che la partorì.

Quando prima gli Albi vennero al mondo, i Letterati non se ne dettero per intesi, non potendo mai da lunge mille miglia supporre che avessero a fare con loro: gli reputarono faccende da sarta, tutto al più da crestaia; e qui come in troppe altre cose si trovò vero quel verso:

«Come lieve è ingannar chi si assicura!»

Non andò guari che l'Albo, a modo del fico indiano fatto di ogni ramo ceppo, di campo allargandosi in campo minacciò tutta ingombrare la repubblica letteraria.

Qui faccio punto, e ripeto repubblica letteraria perchè non ci caschi equivoco; e poi mi attento avvertire con la debita reverenza come siffatta locuzione gli Umidi, gli Alterati, i Cruscaioli ed altri Accademici senza paura d'impicci poterono usare sotto il paterno giogo di Cosimo I. Certo, e non lo nego, letteraria o no, potendo abolire cotesta parola di repubblica sarebbe un tanto di guadagnato, ma il male sta che su i vocaboli non si può dare di frego, pensate un po' se alle cose! e ultimamente avendo veduto che la bell'anima di Cosimo I non si scandalizzava delle parole «repubblica letteraria», ho pensato non ci fosse guaio di adoperarle anche al dì d'oggi. In ogni caso metto innanzi la buona fede, e mi protesto in tempo utile.

Le formiche trasformate in Mirmidoni, i denti del Serpente di Cadmo convertiti in guerrieri non sono niente di petto al subitaneo e pauroso crescere degli Albi. L'Albo diventò legione, si fece beduino, si mutò in croato e prese a correre, foraggiare, taglieggiare, svaligiare le case così urbane come rustiche dei Letterati, le stanze, gli alcovi, gli studii, le vesti da camera, e perfino i calzoni. I Letterati contemplando tante e tanto leggiadre donne armate di Albo giudicarono che il diavolo, come accadde a Santo Antonio, avesse assunto sembianze di femmina per tormentarli: come bufali (chiedo scusa del paragone), anzi peggio dei bufali trafitti nei giorni canicolari dallo assillo sotto la coda, presero a infuriare e sbuffando gridare: «Ohimè! ch'è questo mai? Ma che con questi benedetti flagelli non si ha mai da venirne a capo? Oh! non si era obbligato il Padre Eterno a lasciarci vivere, ed aveva fatto rogare il contratto al notaro Arco-baleno? E adesso come ci entra questo altro cholèra degli albi? Se Moisè conosceva questo coso dell'Albo poteva risparmiarsi tutte e sette le piaghe di Egitto con tanto sciupìo di miracoli; che a squagliare il cuore dell'acerbo Faraone avrebbe bastato la minaccia di condannarlo a scrivere una settimana su gli Albi delle gentildonne fiorentine, e ce ne sarìa stato d'avanzo. Se l'Albo fosse saltato fuori ai tempi di David, il profeta Natan recando la fame, la peste e la guerra al popolo d'Isdraele avrebbe creduto portargli pan buffetto; con gli Albi avrìa castigato cotesta moltitudine rea dell'adulterio commesso da quel poveraccio del re David, il quale, da alcune taccherelle in fuori, era, bisogna confessarlo, il fiore dei galantuomini pei suoi tempi. — Questo mostro infernale (sono sempre i Letterati che parlano) nacque dal matrimonio che il Re delle Pulci (di cui l'Hoffmann disegnò il ritratto) contrasse con la Regina delle Vespe a mediazione della Granduchessa delle Zanzare; e fu celebrato dal Grillo cantaiolo sommo sacerdote. —

Non senza che il sorriso saluti da lontano le mie labbra, ricordo che visitando un giorno quel venerato amico, il quale come è cima degl'intelletti toscani, così può salutarsi meritamente la immaculata fra le coscienze di cotesta terra, che a me diede i natali e gli affanni (e non importa il nome che la virtù lo palesa), mostrato ch'ei m'ebbe parecchi Albi e lettere dove ricercavanlo di epitalamii per nozze, di epitaffi per illustri defunti, dei quali la campana dei morti unica fece conoscere la vita, e perfino di un sonetto per festa villereccia, sbigottito, e lasciate cascare le braccia così mi disse: «ecco, io sono fatto l'Asino di Santa Verdiana; i fedeli accorsero a cavalcarlo per devozione, e la povera bestia in capo al terzo dì cascò morto!»

Ricordo ancora che, giovanissimo essendo, da certa patrizia genovese capitata a Livorno venne esibito a quel bizzarro umore di Carlo Bini, ed a me il suo Albo veramente magnifico, affinchè de' nostri scritti l'onorassimo. Manco male! Almeno le gentildonne quando impongono i balzelli non fanno a spilluzzico con le parole vezzose. Il guaio fu che entrambi noi avevamo in uggia la signora, e non sine quare, avvegnadio ci avesse istruiti la fama che, mentre il marito di lei gemeva allo Spielbergo reo di tal fatto, che da per tutto mena alla gloria ed in Austria alla morte, costei non abborrisse avvolgersi strepitosa per le città italiane lasciando la gente incerta se facesse maggiore spreco di pecunia o di onestà. Carlo mio, poichè vide tornargli corte l'escusazioni, tenuto tre dì l'Albo, lo rimandò con questo tratto: 10. 34. 52 buoni a giuocarsi per l'estrazione di Roma! E sotto il suo nome in mezzo a egregi svolazzi lineari, chè assai egli fu valente di penna. Veramente non poteva immaginarsi sfregio più acerbo pari al merito: ma io considerando come l'anima nostra per ammonizione sbaldanzisce, e per disprezzo s'irrita, ond'è che picchiando nella iracondia quasi cembalo di donna folle ne leva rumore, il quale impedisce che la voce della coscienza arrivi a lei, tenni altra via, ugualmente severa, meno oltraggiosa, e sopra le bianche e lucide pagine segnai: vade, et jam amplius noli peccare. Evan. Joan. c. 8 n. 11. — Lì per lì le parole di Cristo al cospetto della patrizia non trovarono migliore grazia dei numeri dati per giuocarsi al lotto, anzi io so che si partiva da Livorno sbottoneggiandola peggio che se fosse stata terra di Lestrigoni: non importa, la freccia l'aveva ferita, nè per agitarsi, nè per bociare ormai poteva più staccarsela dal fianco. Ella, io non ne dubito, avrà stracciata l'esosa pagina dall'Albo, altra sostituitane tutta bianca; vani rifugi: gli occhi della sua mente ci avranno letto sempre la parola di Cristo non cancellabile mai, e suo malgrado avrà sentito quinci emanare una forza che costringeva la sua fronte a piegarsi, a vergognarsi, a pentirsi. —

I Letterati, mi reca angustia dichiararlo, sbagliarono nel comporre l'albero genealogico dell'Albo: si conosce chiaro che non consultarono l'Avvocato Passerini, quel solennissimo segretario dei campisanti, imperciocchè avrebbero saputo da lui, come la Vanità, la quale pari ai bacherozzi e ai moscerini non ha bisogno di contatto maschile per essere fomentata nella sua prodigiosa fecondia: Lucina sine coitu; la Vanità che mostra due volte tante le mammelle dell'antica Cibele per allattare le generazioni infinite dei suoi figliuoli, la Vanità, dico, avesse partorito anco l'Albo.

Ciò messo in sodo, voi avete ad argomentare così: puossi o no questa Vanità genitrice dell'Albo sbarbarsi dal cuore degli uomini, ed in ispeziale maniera da quello delle donne? Ella è di natura sua indomabile affatto, ovvero, ammansita che fosse, sarebbe capace di approdare la ragunanza umana? Insomma, dagli Albi ci è verso di cavarne qualche partito? Alle quali domande parmi non esorbitante nè strano rispondere.

I vizii e le virtù nascono più o meno parenti fra loro; così vero che da principio bisogna badarci bene per non iscambiare gli uni con le altre, tanto si arieggiano. Questo riconoscere tutti l'origine comune è gran che, e come dispone le prime, a sdrucciolare verso i secondi, sembra che del pari renda agevole avviare i secondi verso le prime atteso i vincoli del sangue. Qui si obbietterà, che essendosi vizii e virtù presi a inimicare da gran tempo, la è fisima pretta pretendere di accordarli tra loro a cagione della natura dell'odio, il quale s'invelenisce giusto a ragguaglio della prossimità dei sangui in cui si mescola. Questo obietto a me non reca, si può dire, amarezza, non mica che in sè io non lo abbia sperimentato vero, ma sì perchè gli è caso raro; nè su l'eccezioni hassi a fare fondamento: all'opposto i parenti per ordinario quanto più stretti meglio si amano, e scorrucciati più di leggieri impacciano, potendo sopra gli animi umani troppo più del transitorio rovello presente l'antica consuetudine dello affetto, la memoria perenne della benevolenza, il frizzore dell'odio, il desiderio dei pretermessi uffici, tali e così moltiplici essendo i vincoli, i quali uniscono i parenti fra loro, che non rimangono mai nè tutti nè per modo tronchi, che non trovino congiuntura da rannodarsi.

Senza ambage io confesso che la Vanità non possa torsi via, come quella che sostiene presso l'anima nostra lo ufficio, che fa la vena porta al cuore: sopprimerla torna lo stesso che soffiare su la vita, e spegnerla a un tratto: come poi, ancorchè si potesse, non si avrebbe a togliere, io mi apparecchio ad esporre.

Prendi la Vanità, e recatela sul trespolo, quivi valle attorno con amore, e con due sgorbiate, e un po' di scuffina scemala del soperchio; ora mirala: che ti par'ella diventata? Orgoglio. Bene, e questo ti hai a figurare essere avanzo, ed ecco come: la Vanità vacua essendo tanto va a sbalzi che tu non la puoi tenere, e talora cacciasi su per le gole dei camini, agguanta il fumo suo cognato, e incavallatacisi sopra galoppa a sfregiare il sereno dei cieli finchè si sperperino in dileguo ambedue: tale altra si arrampica ai campanili e scala le banderuole, si erpica su le croci, e con l'estrema punta del piede sta sul vertice dell'asta perpendicolare dandosi in balìa alla intera rosa dei venti che la travolgono in giro vertiginoso, finchè, colta dal capogiro caschi a sbrizzarsi sopra una nuvola che passa; dall'altra parte guarda l'Orgoglio, come inceda aggrondato, a muso tosto da disgradarne un metodista inglese: costui quando non fa dolere fa pensare; e dove arriva a intromettere un dito, ficca la mano. Anche l'Orgoglio non è fattura che approfitti; però da capo piglio agli arnesi; scalza di qua, costà arrotonda, eccoti fatto; che ne usciva? la Superbia. Lucifero per lei guastò le sue faccende; tuttavolta, benvenuta, imperciocchè la esperienza dimostri la Superbia essere balsamo, che in difetto di meglio preserva l'anima dalla putredine. Così gli Egiziani adoperavano profumi preziosissimi per imbalsamare i corpi; mancando i profumi ricorrevano all'arena arsiccia del deserto, e nel sottosopra conseguirono lo intento medesimo, che fu di felicitare i longinqui nepoti con le care sembianze delle mummie loro. Ma non cessiamo l'opera; compiuto il lavoro della raspa, adesso usiamoci la lima, la pomice e l'osso di seppia. Guarda, che n'esce? Ecco con maraviglia pari al contento tu miri avere cavato dalla Superbia l'Alterezza; ed io in verità ti dico, che per un poco più ti ci assottigli arriverai a scuoprire il nobilissimo dei sensi umani, la Dignità. Dunque non ti perdere a volere la Vanità soppressa; la quale, oltrechè ti resisterebbe invitta, tu, se sai, puoi accomodare ai nostri bisogni: con peggiori denti si mastica il pane.

E dell'Albo, di questo figliuolo della Vanità, che cosa abbiamo a fare noi? Dobbiamo lasciarlo perire come i parti mostruosi, o piuttosto, legatogli per filo e per segno il suo bellico, darassi a balia, e tirandolo su nel santo timore di Dio gl'insegneremo a leggere, a scrivere, e, come si dice, a procedere da galantuomo? Questo secondo fie il partito migliore, molto più che a levarlo dal mondo non ci si trova verso; nè egli dimostra indole tanto incocciata nel male, che con un po' di tempo e di pazienza e' non si possa ridurre in termini comportabili, anzi lodevoli.

Che vuolsi a ciò? Io l'ho già detto altrove; un po' d'imitazione di Cristo, ma di quella buona, veh! Pongansi giù le burbanze e gli spregi: fra i proverbii haccene uno, che si vorrebbe scrivere in oro, ed è questo: amor fa amore Ognuno si metta con animo grato a lavorare intorno a questi Albi: io lo so bene, a dissodare di siffatta maniera campi costa sudori di acqua e di sangue, ma non ti hai a confondere, il cento per uno tu non lo puoi raccattare che dalla sementa della virtù. Invano tu ti affaticherai a trovare industria, la quale tanto valga a innamorarci di una creatura, o vuoi scienza od arte, quanto le accoglienze benevole, il soave conforto, e il conto che mostrano fare di noi gli uomini illustri e i maestri dell'arte. Di questo, come gentile spirito, si accorse il Ghirlandaio, il quale costumò raccomandare ai suoi scolari tenessero bene edificati coloro, che si mostrassero alla pittura inchinevoli, epperò non rimandassero indietro dalla bottega persona, fosse anche fantesca da paniere, ma si tutti con lieto volto accogliendo, le opere commesse accettassero senza troppo attendere se alla mercede corrispondesse la fatica. Laonde inestimabili crebbero in cotesti tempi presso l'universale l'amore delle arti, e nei maestri la conoscenza e la dignità di quelle. Bellissimo esempio di tale umanità somministrava ai tempi dei padri nostri Messer Marcello, uomo, secondochè attesta Giovambattista Gelli nei Capricci del Bottaio, non solamente buono ma la stessa bontà, il quale ad ogni fanciullino, che lo avesse domandato di qualchecosa arebbe risposto tutto quanto egli medesimo sapeva; desiderosissimo com'era di comunicare le virtù sue. E nè manco io vo' tacere, che sarebbe proprio peccato, della urbanità egregia di Messer Francesco Vettori, che leggendo filosofia, e veggendo talvolta venire a udirlo il capitano Pepe, il quale non intendeva la lingua latina, subito cominciava a leggere in volgare, perchè potesse intendere egli. Della quale urbanità, ond'io non paia perpetuo morditore dei tempi miei, giusta il costume di cui invecchia, io vo' pur dire, che in mezzo a molti malanni n'è rimasta la traccia in Firenze: appunto come, bevuto il vino, ne resta nella boccia l'odore.

Animo dunque, Pittori famosi, non isdegnate richiesti di ritrarre sopra i domestici Albi le immagini dei vecchi di casa, non mica perchè a me estraneo calga troppo contemplare la effigie delle madri, e molto meno quella delle ave defunte, ma sì perchè mi preme moltissimo penetrare se la persona, con la quale intendo stabilire amichevole commercio o vincolo altro più prossimo, sia ricordevole dei suoi morti e con pietoso affetto proseguendoli si dimostri divota alla religione della famiglia, dopo i parenti per sangue ponga il Pittore i ritratti degli illustri italiani, parenti in ispirito a tutte le anime bennate: certo io temo che pochi avranno ad effigiarne dei felici, e per converso abbonderanno coloro a cui mancò la fortuna non la virtù, onde sperando, e pure aspettando, meglio da questi trarremo presagi per le prove, che hanno ultimamente a riuscire avventurose; conciosiachè quello che Popolo vuole Dio vuole, a patto però che forte ei voglia.

E voi, Letterati, vergando le carte dell'Albo badate a non inquinarle con la loda della bellezza della donna, che a voi le presenta, però che spesso ella questa bellezza non abbia, e ad ogni modo suoni corrompitrice piaggerìa per colui che la fa, e fatua inverecondia in lei che la ostenta: può lodarsi la bellezza, meritamente essendo ella fiore caduto dai giardini celesti ad avvizzire sopra la terra, ma guardisi alle occasioni e ai termini: tuttavolta il meglio fie sempre lodare taluna delle virtù, e sia qual vuolsi fra loro; imperciocchè nella maniera medesima che le Ore dinanzi al Tempo menano il ballo tondo, tutte le virtù, come tutte le libertà, mani intrecciate a mani, girano intorno al soglio dello Eterno, che di sè balenando le innamora. O menti divine, o sacri ingegni, o tutti voi altissimi letterati e poeti, verbo di Dio fatto carne, attendete che come dai rami dell'olibano stillano lagrime d'incenso, delizia dei numi, così caschino dalle vostri mani sopra coteste carte ammonimenti per le diverse fortune, conforti alle moltiplici languidezze, lode ai felici, compianto ai miseri, onore a tutti: e, ciò che sta in cima ad ogni altra cosa, sensi immortali di amore, anzi pure di furore di Patria; — imperciocchè gli antichi nostri sapienti definissero il patrio entusiasmo una spezie di furore ispirato da Dio.

Io mi vado raffigurando un figliuolaccio del tempo nostro incamminarsi con pensieri obliqui alla dimora dell'amabile posseditrice di uno di questi Albi; suonare, aprirglisi, accogliersi e dirglisi tanto volere essere cortese di attendere alcun poco la signora in salotto: egli dopo avere scomposto e ricomposto le chiome, la barba e le vesti, come il capitano che ordina e arringa i suoi soldati prima d'ingaggiare l'assalto, facendosi lo indugio lungo e la pazienza corta, per fuggire la noia, visto il libro elegante, recaselo in mano, lo sfoglia e lo legge. Veramente a leggere non era venuto egli, ma tal bue, che crede andare a pascere, ara. La prima pagina, a quanto sembra, non gli va a fagiuolo, e la seconda nemmeno: schizza alla quarta, peggio: a mezzo, a due terzi, in fondo, sperpetua sempre: allora fattosi serio incomincia a pensare che e' potrebbe molto bene avere preso un granchio, non parergli cotesto terreno da piantare vigna, e, fatti i conti, tornargli meglio innanzi che trovarsi ridotto a riporre le trombe nel sacco, non le mettere fuori nè manco. In questa ecco uscire dalla camera la donna leggiadra, e sorpreso il giovane col libro in mano, commendarlo della occupazione e seco lui congratularsi, che di cotesti severi ammonimenti prendesse diletto, e poi pregarlo a crescere il tesoro della buona morale con qualche cosa di suo, e qui gli porge sorridente la penna invitandolo a scrivere. Oramai e' ci era, e sapendo che in compagnia dei lupi bisogna stridere, si mise come Saule, quando entrò in Rama, a profetare co' profeti. Tu l'avessi visto! con la penna in mano a scrivere sentenze di buona morale sopra a quel maledetto libro, pareva proprio il Diavolo condannato a recitare il confiteor. Ipocrisia! osserverà taluno; nè io vorrò negarlo, ma qualche volta la ipocrisia è omaggio del vizio alla virtù; anzi una volta ho sentito raccontare ai miei vecchi che la Ipocrisia si acconciò con la Virtù per battistrada, la quale le disse: «va, precorrimi se ti piace, purchè sia alla lontana, e la Vergogna ti seguiti.»

Io vorrei che l'Albo diventasse un Penate della famiglia; vorrei.... ma per fuggire la taccia dicendo parole non cose, di avere preso a nolo tutt'oggi la Rettorica, stringendo i miei voti in uno vorrei che l'Albo stesse depositato dentro le domestiche pareti come il Breviario della Virtù.

Da tale intenzione mosso, io non ho mai ricusato, comecchè talora mi sembrasse anzi che no fastidiosetto, scrivere quello che mi si affacciava alla mente negli Albi, i quali mi venivano di dì in dì presentati, e di leggieri confesso che altri mi avrà vinto nelle forme elette del dire, nella gravità delle sentenze; in amore di Patria veruno. Duolmi adesso averne disperso i ricordi, che assai costumo, come la Sibilla, sperperare i fogli, dato il responso: pochi me ne rimangono, e non so come superstiti a tanti naufragii. Se il mondo li conoscesse vedrebbe quanto nel cervello mi stava fitta e stia quella solenne verità: «che se la piena del torrente stianta in un attimo, e manda sottosopra ogni cosa, anco la stilla perenne ha virtù di sfondare il granito

Bastia, 15 settembre 1856.

LETTERA
A
PIETRO ELLERO

(Estratta dal primo fascicolo del Giornale per l'abolizione della pena di morte.)

Mio riverito signore ed amico,

La pena di morte è una questione intorno alla quale si sono piuttosto affaticate, che esercitate le menti degli uomini; e con quanto frutto non so; certo se ne dovessimo giudicare dal resultato, dovremmo dire poco; imperciocchè i Governi che in ogni altra cosa peccano del gretto, in questa poi procedono liberali, anzi spreconi; massime il Piemontese, che per la morte a piene mani nel suo codice largita si acquistò meritamente fama di munificentissimo.

Voi avete richiesto il mio parere su questa materia, e poichè non bastò a dispensarmene la scusa che l'autorità mia, in ogni altro argomento scarsissima, in questo poi non aveva importanza veruna, io antepongo espormi piuttosto ad essere reputato da altri di poco discorso, che da voi di poca cortesia. Esporrò parco e liberissimo quello che io ne sento; e voi nella discretezza vostra ne farete il caso che merita.

La quistione della pena di morte, per mio avviso, non si approfitta niente, anzi scapita mescendosi co' dommi della religione, e avviluppandosi con le astrattezze della filosofia. Di fatti supponendo che il nostro consorzio sia stato primitivamente composto per via di contratto, s'inferisce da ciò che veruno abbia potuto cedere diritti che non aveva: ora l'uomo manca per l'appunto del diritto di essere violento contro la sua vita. Pitagora prima, poi Platone, in seguito i padri della Chiesa, Ambrogio di certo, ed Agostino, parmi, uno dopo l'altro vanno ripetendo l'uomo essere quasi sentinella messa di guardia, a cui non lice disertare dal suo posto senza il comando del superiore. E qui noto innanzi tratto che le sentenze dei primi per noi cristiani hanno pregio come apotegmi morali: unicamente i santi Ambrogio ed Agostino valgono come autorità religiosa. Torno poi a considerare (però che io l'abbia avvertito altrove) come i ragionatori, quando messo da parte il modo dimostrativo danno mano alle similitudini, mi cadono in sospetto; ciò per ordinario significa che di ragioni si trovano proprio al secco. Valga il vero, o che ha che fare la sentinella con l'uomo? Alla prima furono trasmessi ordini chiari e precisi, e assieme con gli ordini le facoltà per eseguirli. Ma quali furono gli ordini dati all'uomo nell'uscire alla vita? Chi gli udì, chi gli lesse? Certo nessuno: ma, si dice, che bisogna argomentarli: e sia così; ma allora sapete voi che mormora il cuore se ci apponete l'orecchio pacato? Provvedi alla tua felicità; il fine della vita è il piacere; non già il turpe o volgare piacere, chè cotesto proviamo gravezza ed affanno, bensì l'uso delle facoltà nostre per procurarci la maggiore copia di diletti onesti quanto al fisico, e di diletti divini quanto allo spirito. Lasciate pur dire gli spigolistri essere questa dottrina epicurea, chè Epicuro non nocque mai, bensì Aristippo; e se questa dottrina ai nostri dì vediamo professata da chiarissimi e piissimi uomini, quali sono gli onorevoli amici miei barone Vito D'Ondes e cavaliere Emerico Amari, giudico non mi rechi disdoro a chiarirmene parziale ancora io. Quando pertanto le angoscie superino le gioie, massime poi allorchè le angoscie sole si accampino contro la tua esistenza in acie ordinata, come scrive il re David, e in modo irremediabilmente perenne, le ragioni del vivere ti verranno meno, o vogli pei fini della natura o vogli eziandio pel fine figurato dai filosofi e dai santi padri: imperciocchè lo sprofondato nei mali così del corpo come dell'anima, a che cosa abbia a fare la sentinella davvero non si comprende.

Occorre un'altra ragione, la quale è questa, che io chiamerò di ritorcimento. La legge vecchia come la nuova, base della nostra credenza, nell'Esodo, nel Levitico, e nei Numeri, e nel Vangelo stesso la morte o prescrive, o attesta come pena all'omicidio: ciò messo in sodo come possiamo supporre che la mente divina ordinasse all'uomo quello che per istituto di natura gli è vietato di fare?

Inoltre hassi ad avvertire che, favellando della umanità, non si hanno a confinare le ricerche dentro una parte più o meno numerosa della medesima, bensì a tutta. Quindi importa desiderare, e giova sperare che il cristianesimo un dì raccolga nel suo grembo le divise famiglie degli uomini, ma per adesso egli è mestieri dire che nè tutti nè la più parte degli uomini si confessano cristiani, invece neppure la frazione maggiore segue la dottrina di Cristo, bensì di Budda. Nell'Asia, che senza fallo fu cuna della razza umana, i sacrifizi di sè durano ancora, non mica abborriti; all'opposto dalla religione persuasi, e dai costumi promossi. Non è antico esempio quello del Bengala, dove avendo il Bentink, che vi governava presidente per la Compagnia delle Indie, voluto sopprimere le Souttie, a scanso di sommosse, ebbe a dire alle donne indiane: — poichè così vi piace, arrostitevi quanto volete, chè non dobbiamo guastare per questo la nostra amicizia.

Innanzi al cristianesimo (postochè questo vietasse la pena di morte come sequela del principio, che all'uomo non è dato disporre della propria vita) furono religioni di cui talune scomparvero, altre durano tuttavia. I Greci non pensavano fare cosa contraria alla religione uccidendosi: ho letto che i violenti contro a sè non potessero passare lo Stige; ma questo non sembra vero, però che Ulisse incontrava nell'Averno tanto Achille che rimase ucciso, quanto Ajace che si ammazzò; ed Ercole dal rogo sorse fra i Semidei: ad ogni modo coll'attaccare due fantocci ad una corda e dondolarli per un pezzo all'aria si rimediava a tutto. Rispetto ai Romani, non riputavano commettere peccato, uccidendosi; e taciuto ogni altro esempio, basti a persuadere quel mite e gentile Pomponio Attico, di cui la morte volontaria e i ragionamenti agli amici, che ne lo voleano rimovere, riferisce Cornelio Nipote con elegantissima narrazione. A Marsiglia si conservava nel pubblico tesoro certa composizione venefica, deliziosa al gusto, la quale largivasi a qualunque giustificasse dinanzi al Senato dei Seicento le cause che lo consigliavano a morire, e queste si cavavano così dalla prospera come dalla iniqua fortuna; ciò narra Valerio Massimo, ed afferma altresì, come cosa di cui fu testimone insieme con Sesto Pompeo, avere veduto nell'isola di Ceo praticato un siffatto costume; dove certa matrona, respinti i prieghi dei congiunti e dello stesso Pompeo, libò il veleno propiziando a Mercurio, che con lene viaggio la conducesse agl'Inferi. Io non ho letto i libri sacri degl'Indus, bensì trovo in parecchi luoghi affermato che s'incontrano non che vietati descritti vari modi violenti per lasciare la vita o col morir di fame, o col bruciarsi mercè il letame di vacca, o col seppellirsi nelle nevi del Tibet, o col farsi divorare dai caimani, o col fiaccarsi il collo sulle rive del Gange. Da Plutarco si ha di Calano, che molestato di dolori di ventre si bruciò secondo il patrio costume; e attesta che lo stesso pure fece un altro indiano in Atene dov'era insieme con Cesare. Apertamente poi ricaviamo che tale avesse ad essere la dottrina dei Bramani, quando narra che Alessandro avendo interrogato uno dei Ginnosofisti: fino a quando fosse buono vivere; n'ebbe in risposta: fintantochè non reputi il morire migliore del vivere. —

Io non so, nè altri, io dubito, sanno, quando e come questo consorzio umano accadesse, ma di sicuro quando per prova dolorosa gli uomini conobbero che con le forze riunite si potevano meglio difendere dalle ingiurie degli elementi, o tuttavia discordi o impazienti della frasca concordia, delle belve feroci, e da quelle dei loro simili non meno paurose: in questo periodo di tempo l'uomo sbigottito di sè poca cura doveva avere; affetto primo il tremore; e sotto il perpetuo spavento il pensiero impietrito. A paragone di vita così infelice poco più amara la morte; gl'Iddii quali potevano insegnare i terremoti, i diluvi o i vulcani; i sacrifizi conformi alle Deità; e poi, dalle proprie carni, che altro possedevano allora gli uomini da offerire sugli altari? Di qui i sacrifizi di sangue, e la truce fede, che quanto più caro a cui l'offeriva, tanto più accetto a cui era offerto, onde il proprio accettissimo. E questa fede come domina i primordi delle religioni, così s'insinua nei processi, quando la cresciuta civiltà le ammansisce. Il sacrifizio di Gesù figlio per placare la vendetta di Dio padre scende giù diritto da cotesta premessa di sangue: il medesimo mistero della Messa che adombra un Dio, il quale consentì ad essere sagrificato, anzi cibato mille volte il dì per isconto dei peccati degli uomini, non deriva da altro principio. Ben' è il sacrificio incruento, ma attesta il sangue; la spiga venne sostituita alla carne, ma la spiga è simbolo della carne. Ora riesce difficile sostenere che l'uomo non possedesse, o non estimasse possedere diritto sopra la propria vita nei primordi della società umana; se lo cedesse non so; so bene che al volere non gli avria fatto impedimento il non potere.

Considera altresì, che se all'uomo manca la potestà di consentire che la sua vita si disperda per modo subitaneo, molto meno avrà volere e potere di concedere che gli si tormenti con una sequela di dolori. Adesso io vorrei sapere che cosa mai sia la pena se non tribolazione? Lascio dei carceri penitenziali nella rigidità della prima invenzione, trovato del Demonio infermo del male di fegato: imperciocchè per essi si pigliava l'anima, e, tempratala a punta di acciaio, si metteva in mano alla disperazione, affinchè ne trapanasse i visceri dell'uomo: favelliamo degli altri sistemi, tossico più o meno annacquato, e pigliamo il più mite, non pertanto tu vedrai in tutti il corpo intristirsi, le infermità frequenti, l'anima farsi selvatica; spirito guasto in corpo guasto. Pel cibo non abbastanza nutritivo il prigione scema di peso; per l'aere chiuso, e le molecole maligne, ch'emanano dalle lane o dalle canapi filate dentro le celle, si dispone all'etisia, e a questo contribuisce anco e più il sangue sferzato dalla lascivia: io ho esaminato questi prigioni, tutti malesci, dipinti in volto con le sfumature di quanti verdi presentano l'erbe putrefatte pei pantani; gli occhi vitrei; appena usciti di carcere vacillare all'azione dell'aria com'ebbri presi dal vino. Quanto alla miglioria dello spirito, questa la vicenda, non altra, o stupidezza, o ipocrisia spaventevole. Hanno provvisto a nuovi concieri; e' sono novelle. Il lavoro comune, ma in silenzio, sembra il supplizio di Tantalo. E parvi poca pena tôrre la parola all'uomo? E reputate voi che scarso sia il danno che ne deriva? Per emendare l'uomo parmi strano, che gli si abbia a tôrre o a scemare l'attributo per cui si differenzia dalle bestie. La parola è la umanità, anzi la parola è Dio.

Qui mi fermo, e conchiudo che se il consorzio umano ha facoltà di affliggere, e co' dolori alterare e scemare la vita dell'uomo, la possiede eziandio per toglierla; ovvero se manca del diritto di spegnerlo, difetta eziandio dell'altro di tormentarlo.

E non mi muove neppure la considerazione che la pena non si abbia a proporre per fine la vendetta, perchè anzi io giudico che se l'abbia a proporre. Che vi abbiano di più maniere vendette si accorda; e che l'uomo ridotto a vivere in comunanza civile deve cedere il suo diritto a vendicarsi in mano al magistrato s'intende; come si capisce altresì che vi hanno vendette ingiuste o per l'affetto che le partorisce, o pel modo e per lo eccesso co' quali vengono eseguite, e queste tutte condannansi; ma la vendetta giusta, pacata, correspettiva alla offesa non si può condannare. In tutte le religioni, segnatamente in quelle che più governano il vivere nostro, massimo attributo della Divinità è la vendetta delle opere prave; anzi per la vecchia e per la nuova legge si ordina espresso che la vendetta si lasci a Dio e ai magistrati; nel linguaggio o sia filosofico o poetico o comune occorrono perpetue la idea e la parola della vendetta: il Monti sacerdotale, e in Roma, diceva:

«Sicchè l'alta vendetta è già matura,

Che fa dolce di Dio nel suo segreto

L'ira.....

Le pubbliche e le private sventure si apprendono per ordinario come castigo di Dio. Insomma la vendetta costituisce un compenso al male patito ed una difesa, perchè a danno nostro non si rinnovi, e quanto è feroce appetirla immane, altrettanto abbietto non cercarla onesta, e tale sentenzia anco Cicerone. Infatti:

«. . . . . la sofferta ingiuria

Chiama da lungi la seconda offesa.

Il filosofo non si ha da gingillare con equivoci di parole, e tu il debito che contrae il colpevole verso la società, e l'obbligo che corre a questa di farglielo pagare, o chiami vendetta, o castigo, o in quale altro modo tu il chiami fie sempre il compenso al male fatto. Ancora io penso che se il singolo cittadino possiede facultà di perdonare, questa manchi al Magistrato, sia pure supremo; e vi ha chi disse la grazia bellissimo fiore della corona reale, mentre all'opposto è ingiustizia enorme. Le leggi barbare davano ai parenti dello ucciso e del mutilato un diritto, ed era il prezzo del sangue, che la legge indicava; il reo l'offeriva, e non poteva ricusarsi dagli altri; ciò parve enorme, ed era; perocchè nel delitto si abbiano a considerare due offese; una al cittadino e l'altra alla città; nè parve bene che, soddisfatto quello questa avesse a quetare; ora nei delitti nocivi alla sicurezza pubblica il perdono degli offesi non leva di mezzo l'accusa, e la città tira innanzi per conto suo; dunque per correspettività il magistrato (quando anco ne avesse procura dall'universo corpo dei cittadini) non può rimettere la ingiuria del privato. Qui mi cade a taglio avvertire come i Legislatori nel classare i delitti abbiano avuto meno in pensiero la gravità del reato, che il modo di commetterlo, ovvero la potenza di difendersene. Formidabile di fecondità è la famiglia delle truffe e degli stellionati, facile si propaga come la gramigna, ti s'insinua in casa coperta o palese; si larva con tutte le maschere, e più spesso con quella dell'amicizia, e tuttavia la truffa come delitto di azione privata con la rimessione dell'offeso si lascia impunita; al contrario il furto con frattura di serrame, o in altro modo qualificato per la quietanza dell'offeso non si perdona. Perchè questo? e sì che rompere una toppa parrebbe avesse a riuscire più agevole che abbindolare un uomo; ma poichè la truffa non accade se non giungi a ingannarlo, ognuno per naturale prosunzione sè reputa sicurissimo, altri per singolare semplicità deluso; mentre simile estimativa di superiorità non può riporre nella sua serratura, a meno che ei non sia di suo mestiero magnano. — La vendetta, afferma il Guicciardino, conserva la riputazione dei cittadini e troppo più degli Stati, la quale veruna cosa più spegne, che il cadere in concetto di uomini incapaci o per pochezza di animo, o per manco di volontà a risentirsi delle ingiurie, nè essere pronto a vendicarle. Cosa sommamente necessaria, non pel piacere della vendetta, bensì perchè la penitenza di cui ti ha offeso sia di tale esempio agli altri che non si attentino violare la legge. — Che se il parere di Messere Francesco, il quale certo non fu dolce di sangue, non vi andasse a genio, io conchiuderò con la sentenza di Plutarco giudicato dall'universale mitissimo dei filosofi: — ora, egli scrive, come l'arcatore insegnandoci ad arcare non ci vieta già di scoccare quadrelli, ma sì di colpire di riscontro, così non s'interdice la vendetta; solo tempo, e modo desidera. — Però ancora io credo che, se non solo, almanco uno dei fini della pena abbia ad essere la vendetta. —

Predicasi ancora che lo scopo della pena non ha da essere la vendetta, bensì il miglioramento del colpevole. Anco questo scopo possono proporsi a fine le pene; non però esclusivamente; ma come io lo confesso santo, così per pratica ho da affermarlo in molti casi impossibile; in tutti difficile. Nè a smentirmi allegate Statistiche, perchè io vi dico in verità che se esse non sono bugiarde quanto un diario ministeriale, però stanno a pari con gli epitaffi. Forse dopo la prima o la seconda colpa ti fie dato guarire l'animo guasto; commessa la terza sai tu, che puoi insegnare al pertinace nel male? L'ottavo peccato mortale, che consiste nella ipocrisia di onestare o ricoprire gli altri sette. Ed ho detto forse, imperciocchè il primo delitto, sebbene sia il primo fatto, che si palesa con le qualità degne di punizione in ordine alle leggi, ciò non significa che altri consimili non ne siano stati commessi in segreto; e quando pure non accada così, quanta rovina di morale, quale strazio di educazione e di religione non si è menato prima che lo spirito dal peccato veniale sdrucciolasse giù fino al delitto! Quanti sforzi, che io dirò atroci, perchè l'occhio stornandosi dalla culla della infanzia, dalla immagine materna sia condotto a fissare senza battito di palpebra la galera e il patibolo! Io dubito forte, che quando il delitto consegna il colpevole in mano della legge, a questa poco più altro rimanga a fare che a punire. La madre, il maestro e il sacerdote sono i ministri a cui si commise la cura di educare la innocenza umana, così che per procella di passioni non si rompa; se non riuscì a questi, altri non isperi riuscire. Lo ufficio della madre si mantiene buono, e, con poco di cura, può diventare ottimo, però che la natura ne susurri perenne i rudimenti negli orecchi alla donna. Per me ho sempre stimato la Confessione instituto di bontà e di efficacia supreme; ora la sbertano come quella che partorì sequele spesso funeste e non si nega, ma io vorrei sapere quale sia l'ordinamento umano che non sia stato guasto, e poi io non intendo la confessione come ora si pratica e si praticava prima nella Chiesa, che allora si costumava pubblica. Egli è argomento di non mediocre meraviglia considerare come in tutto il mondo la confessione dei propri peccati sia, o fosse instituto religioso; anco adesso in China i ministri e i governatori hanno l'obbligo di dettare le colpe commesse rendendole note al popolo... I Greci e i Latini si confessarono nei misteri di Cerere, d'Iside e di Orfeo: presso di loro la confessione si faceva da uomo ad uomo; anco Marcaurelio si confessò allo Jerofante nei misteri di Samotracia. Il Voltaire narra di un Greco a cui lo Jerofante persuadeva si confessasse: a cui il Greco: — Devo confessarmi a te, o a Dio? — A Dio — rispose l'Jerofante. — La cosa non istà così: il Greco fu Lisandro, e come lo Jerofante lo confortava ad aprirgli i suoi peccati quantunque ripostissimi, Lisandro che covava il disegno di farsi tiranno, e non lo voleva dire, interrogò se questo gli domandasse per sua elezione, ovvero per volontà degli Dei; e udendo che ciò faceva per volere del Nume, quegli soggiunse: tratti in disparte, e se il Nume me ne ricercherà a lui lo confesserò. I Cristiani forse tolsero la confessione dagli Ebrei, non già dai Greci o dai Latini, ma o dall'uno, o dall'altro, o da ambedue la pigliassero, o da nessuno; questo non monta, e giudico che la confessione, come si adopera adesso, sia pel modo, sia per le persone non può fruttare che male. Il prete dovrebbe essere prete, cioè vecchio, e provato per lunga vita bene spesa in opere di carità, discreto molto, e perito in questa matassa arruffata delle passioni umane; nè dovrebbe preporsi a udire la confessione di cui per età ha ormai messo il tetto; costoro, bene nota il Voltaire, confessansi a mo' che i ghiotti si purgano; per avere più appetito; all'opposto a lui arieno a confessarsi giovanetti, i quali per avventura senza malizia gli svelerebbero la mala disposizione dell'animo; e il medico spirituale, senza ch'essi il sapessero o se ne accorgessero, ordinerebbe i rimedi più acconci a svellere il male dalla radice, o a imprimergli moto verso scopo lodevole; dacchè le sorgenti del bene e del male sgorghino dal medesimo sasso, appunto come quelle del Tevere e dell'Arno.

E poi date mente, io vo' bene che le pene propongansi lo scopo di migliorare i rei, e ci si spenda attorno, ma non prima di avere con ogni industria provveduto all'allevamento ed alla educazione dei buoni: altramente in rattoppare un mal cristiano tu verrai a spendere tre o quattro volte più di filo, che a cucire di pianta un uomo dabbene. Mio caro signore, questa nostra società casca a pezzi, e mentre veruno edile pensa ad appuntellare gran parte della fabbrica, che minaccia ruina, altri si diletta di dipingerne alla raffaellesca il salottino della signora: a questo modo non si opera in virtù di disegno preconcetto, e con senno ordinato: mettesi sovente il carro innanzi ai buoi; manca il necessario, abbonda il superfluo; qui brindelli e ciarpe, là porpore o broccati; e volenti o no, e improvvidi o consulti alla imitazione altrui, noi consentiamo, all'andazzo, all'agonia di un po' di vanità; e talora a cause anco più biasimevoli. — Non muto sillaba di quanto ho scritto sopra intorno agl'istituti carcerari, o vogliamo dire penitenziari; pure sarebbe ad un punto argomento d'ira e di riso, e di ambedue forse come la più parte delle cose umane, considerare che negletti del tutto o poco curati gl'instituti di bene nudrire ed educare i giovani innocenti, per acquistare titoli ad essere bene allevati fosse mestieri comparire dannosi. — Altrove significo questo mio pensiero forse con la capestreria consueta al mio modo di scrivere; ma ormai io non posso emendarmi, e potendo non vorrei, imperciocchè io desidero piuttosto scrivere turco, caffro, esquimese; breve in qualunque più strana guisa, piuttosto che in quella sazievole e non pertanto malefica tisana, nella quale ai dì nostri ci troviamo inondati. Comunque sia non badate la scorza, attendete al midollo. Pertanto, in altra parte, così scrivo: parlo della prigione in genere, e dei penitenziari in ispecie. La civiltà ha preteso ordinarli in guisa, che se il popolo vuol essere tenuto per carne battezzata, per creatura di Dio, per fratello dei fratelli in Cristo, per qualche cosa in somma come sarebbe un'anima, ha mestiero di risolversi ad ammazzare uno o due dei suoi simili, o per lo meno a sfondare un magazzino. Ecco il figlio del popolo onesto: cammina la notte co' piedi nella neve, sopra il capo ha neve, nè verun letto lo ricovra ospitale: le mani ha crispate dal freddo, i piedi dolorosi dai pedignoni, e non trova chi gli faccia luogo al caldano. Chi lo ricopre ignudo? Chi lo sfama? Chi lo disseta? Chi? — Certo qualche cuore che non sia tutto pietra il poverino qualche volta lo trova. Ma tu osserva quanta passi diversità tra il ladro e l'onesto. Il ladro che ignudo e intirizzito dal freddo rubò nel mezzo della città in un dì di gennajo, cascato in mano ai giandarmi, veraci angioli custodi della società, per evitare scandali si trova prima di tutto ad essere messo in carrozza dandogli il posto di dietro, e quello è già un diletto, che in vita sua il meschino non aveva provato mai: condotto al penitenziario cominciano a ficcarlo nel bagno caldo, ed anco questo gli giunge insolito piacere; poi lo puliscono, e questo pure gli avveniva fare da sè di rado, per opera altrui giammai; gli tagliano i capelli: quando era onesto non aveva tanto da farsi tosare, ed ecco perchè la più parte dei poveri galantuomini vanno zazzeroni; lo rivestono; ed ecco la veste che non gli aveva voluto dare la carità o potuto il lavoro, gliela dà il delitto; ha stanza, ha letto, ed oh! miracolo nuovo, lenzuoli anco e coperte. All'ora debita pane, minestra e legumi; due volte la settimana carne, ed anche vino, certo da mettere il ribrezzo della febbre quartana per una mezza ora addosso; è tuttavolta vino. Che è questo mai? Pargli travedere, fregasi gli occhi e torna a guardare. Sì signore; egli non è punto ingannato, cotesti sono veri e vivi pane, legumi carne e vino. Allora si appiglia al cuore del misero un pensiero molesto: che avessi proprio sbagliato a dare retta fin lì ai ricordi di mia madre, ai rimproveri di babbo, agli avvertimenti dello zio prete? Il cammino del galantuomo sia per lo appunto quello che mena diritto a fiaccarti il collo? Sente la contrizione rovesciarglisi addosso, e buttandosi di sfascio ginocchioni a terra recita il confiteor; e al mea culpa si picchia più volte nel petto da spaccare un muro maestro per avere resistito tanto alla vocazione, che lo tirava al ladro. Dopo il primo giorno, le faccende procedono di bene in meglio; da un lato pigliano a educarlo nella lettura, nella scrittura, nell'abbaco, e se più ne vuole, e più gliene versano; in qualche buona arte lo istruiscono ancora, dandogli agio a perfezionarsi col non curare il guasto che mena della roba da principio, però che chi non fa, non falla; e dove onesto e libero gli avrebbero rotto il regolo sciupato sul capo, e menatogli un calcio da mandarlo a ruzzolare in mezzo alla strada, adesso ch'è ladro gli mettono in mano un altro scorcio di tavola, e lo correggono con carità. Anche i suoi bravi maestri di morale non mancano. Veramente stanno lì quasi a dimostrare il significato del proverbio: chiudere la stalla quando sono fuggiti i bovi: ma non fa caso, tanto gli recitano la predica: nè basta; letterati di fama, insignis pietatis viri, come sarebbe a dire preti e frati, eccetera, che, incontratolo onesto per la via, o lo arieno fuggito come il bue che cozza; o dettogli Dio te ne mandi; ovvero guardatolo a stracciasacco fatto un rabbuffo con le parole: — vattelo a guadagnare, sciagurataccio perdigiorno — adesso degnansi trattenersi con esso lui in geniali colloquii sostenendo strenuamente l'assalto della moltiforme famiglia degl'insetti annidiati dentro le celle dei ritenuti, quanto i nostri bersaglieri la mitraglia di un ridotto; e non si fermano qui che, uscito dal carcere, il nefario è messo sotto la protezione di un valentuomo, il quale lo accomoda con qualche operajo di sua conoscenza, perchè nel mestiere si perfezioni, e col vigilarlo, ammonirlo, soccorrerlo s'ingegna a farlo diventare persona agiata. — Dunque sta bene che si ripeschi l'annegato, ma sta meglio che s'impedisca annegare; giova avere carità dei perduti, non però prima che siasi speso ogni studio perchè altri non si abbia a perdere. Insomma bada che un mezzo onesto od uno ipocrita di onestà non ti abbia a costare più di una dozzina di buoni ed innocenti figliuoli. Per ultimo dirò cosa che parrà crudele, ma io la sento, e la voglio manifestare: vale egli il pregio che tu ti affatichi intorno a colui, che notte tempo, per cupidità, si accostava al letto del padre, e a lui dormente tagliava la gola? Di quanti domatori di belve ho visto, nessuno tolse a mansuefare il serpente a sonagli. Ora può senza ingiustizia paragonarsi il parricida col serpente a sonagli? —

Adesso io temo udirla, mio riverito signore, esclamare: ohimè! io aveva chiesto un parere, che rincalzasse la mia dottrina avversa alla pena di morte, e tutti questi discorsi, sembra che mettano capo a persuaderla. La non si sgomenti; e per non tenerla più oltre su la corda, vengo ad esporre la ragione per la quale io giudico che si deva abolire. Questa ragione io la trovo nello esempio; vale a dire per l'appunto colà dove altri deriva ragione, per conseguenza contraria alla mia; e perchè io possa chiarire il mio concetto intero chiedo venia di premettere certe mie brevi avvertenze.

Così in politica, come da per tutto, occorre una maniera di cervelli, i quali per procacciarsi credito di sapienti (e quasi sempre riescono) pigliano in prestito certe idee astratte e parole, le quali avendo fin qui adombrato pratiche rinvenute utilissime, e ne rivestono o errori, o viltà, o astii, o tradimenti: il volgo deluso trae dietro all'antico suono, e scambiata la nuvola per Giunone, si accorge tardi e invano di essersi messo in casa un armento di Centauri. Lasciamo da parte la politica: nella materia che abbiamo tra mano, il moderato dire, e pargli dire gran che: la questione della pena di morte governa la opportunità, sicchè con profitto può abolirsi là dove per educazione diventarono mansueti i costumi, ma è forza mantenerla colà dov'essi durano feroci. Conseguenze di siffatto ragionamento sono, che i costumi devano precedere l'azione della legge, e la pena di morte si abbia a considerare come un mezzo per educare e incivilire i popoli. O questi sono errori, o nessuno. Il consorzio umano presenta due epoche principali; la prima quando l'uomo aspro tuttavia della nativa barbarie domanda al legislatore modo e norma di più urbano vivere; la seconda quando di rovina in rovina sceso all'ultimo grado della corruzione e dello avvilimento, tocco come Saule caduto dalla voce di Dio, sente che ha da rilevarsi, ma fatto cieco non conosce la via, e chiede che altri gliela mostri. Nella epoca prima tu hai dinanzi il sasso che hai da riquadrare; non ardua impresa: basta scemarlo con discrezione, che ti secondano le voglie come le facultà degli uomini: questo toccò a Licurgo, a Romolo, a Numa e ad altri più antichi: all'opposto nell'epoca seconda tu miri un sozzo pattume dove tutto è logoro, virtù e vizii diventati una roba sfatta: vinto il ribrezzo di tuffarci dentro le mani, la società umana ti schizza fuori delle dita; qualche frammento rimasto intero meglio degli altri, ricoperto dalla infamia universale, non avvertito, te le feriva; e questo è stato come più miserabile, infinitamente più difficile ad acconciarsi del primo. Qui se il legislatore per dettare le sue leggi ha da attendere la miglioria dei costumi, in fede di Dio aspetterà un pezzo; adesso egli ha mestieri con le leggi fecondare non solo, bensì creare senso morale, coscienza pubblica, amore della virtù, costumi buoni, santità di vincoli, gentilezza di uffici; e tutto in somma. Noi Italiani usciti appena da lunga e vergognosa servitù veruna parte possediamo della prima epoca, ed, ahimè! troppo più che non si vorrebbe della seconda.... In questa epoca pertanto la legge importa sia educatrice per eccellenza, corregga i costumi rei, non attenda i buoni costumi a correggersi, e norma di vita ella si presenti agli occhi di tutti come un Cristo sul colle a predicare alle turbe i precetti dell'onesto vivere.

Ho detto che la società nostra rovina, e mentre corrono dietro alle farfalle, non badano al terreno che trema, e si spacca sotto ai piedi degl'improvvidi; e tra mille vi fia argomento la discordia delle istituzioni umane, la quale cresce di tutti i partiti, che tu avvisi adoperare per rimediarci.

Date ascolto alle mie osservazioni, che io mi diletto delle cose pratiche, e quantunque ammiri chi va su pei sentieri delle dottrine, io non gli so imitare. Io vivo qui in Genova su di un colle a piè del quale il Municipio ha murato uno edificio, che, quantunque sia buttato là con la simmetria con la quale vediamo disposte in città tutte le altre fabbriche, e le balle, e le botti, ed i barili in porto franco, pure non cessa di essere bello e profittevole molto; forse più questo, che quello. Lo edifizio di che ragiono serve di pubblico macello, perocchè meritamente i cittadini procedendo per le vie anguste di Genova rimanessero percossi dal grido di dolore, e da rantoli di agonia, e quasi a forza sospinti a guardare vedevano uomini a mezzo rischiarati da sinistre lucerne avventarsi con le coltella ignude sugli animali, e scannarli, e scoiarli, e squartarli tutti imbrodolati di sangue. Simile spettacolo partoriva doppio effetto, e disforme; in parecchi gentili, una tristezza da non potersi significare con parole; nei più feroci libidine di sangue. Provvedendo al pubblico costume il Municipio non solo ordinò il pubblico macello, ma prescrisse altresì che i quarti delle bestie macellate, per non contristare o insalvatichire i passeggieri, alle botteghe dentro carrette chiuse si trasportassero, dove poi ridotti in minuti tagli si vendono; e sta bene. Ma in faccia al medesimo colle, dove io abito, giace il molo pieno d'innumeri legni, frequenti di popoli convenuti da ogni lato della terra; qui vidi, e quante volte occorra rivedrò, piantare una o più forche e sul rompere del giorno impiccarvi due o tre sciagurati... Il pilota innanzi l'aurora avrà spinto nel firmamento lo sguardo per salutare Lucifero, prima che scompaia avrà veduto un uomo spiccare un salto su le spalle di un altro, e dipinto per lo azzurro sereno dell'orizzonte una baruffa immane fra una creatura che impunita e pagata viene ad ammazzare, ed un'altra che si punisce di morte per avere ammazzato. Vero inferno d'iniquità! Così in un medesimo paese l'occhio non deviando dalla linea retta vede in un luogo il Municipio sottrarre alla pubblica vista la uccisione delle bestie da cibarsi, perchè il costume se ne avvantaggi, in un altro il Governo che espone alla pubblica vista la impiccatura di uno, di due e fino di tre uomini, perchè i costumi si emendino...

Certo non è nuovo il vezzo di abusare della parola; ma che, come ai dì nostri, si sia posto studio a crescere la dignità del discorso alla stregua della indegnità del fatto io dubito assai; comunque vada adesso le parole non contano o poco, e se non quanto rispondono ad opere oneste; però soli gli esempi possiedono la virtù di persuadere e di educare; donde come per via di corollario la conseguenza, che male possono mansuefarsi i costumi colà dove la legge ordinando i sagrifizi umani come norma dell'ottimo vivere civile si pretende venerata; e gli uomini che la morte del proprio simile comandano, ricevono onori e stipendio.

Fallacia di giudizio e supposta necessità hanno indotto il legislatore, e chi ci ha interesse, in un accordo tacito a cumulare da un lato con ogni diligenza gli onori... sopra alcuni capi, dall'altro con industria maggiore a raccogliere la infamia di tutti, ed avventarla sopra un capo solo, e questo consacrare vittima espiatoria alla pubblica esecrazione. Simile bindoleria tanto non potè pervertire la coscienza degli uomini, che d'ora in ora non le si sollevasse contra, e come accade sovente, eccessiva: così Aristotile nella Politica annovera il carnefice fra i magistrati, anzi pure fra i meglio spettabili a cagione della necessità; e gli altri di mano in mano crescono la posta sino al Rousseau, il quale trova conveniente nel suo Emilio che il principe gl'impalmi la propria figliuola: con mente più retta e con giustizia il popolo, invece di levare il carnefice alla dignità del magistrato, ha tratto giù il magistrato che condanna a morte il suo simile fino alla indegnità del carnefice.

Di vero come, e perchè dovria abborrirsi il boia, e il giudice no? — Il boia, dicono, è salariato: sta bene; forse non tirano paga i giudici? — Questi non mettono le mani addosso, l'altro sì: e questo che monta? Gli uni mettono il pane su la pala, l'altro lo inforna. Forse il carnefice si attenterebbe torcere pure un capello al paziente se non glielo comandassero? No di certo; dunque la penna prima della corda lo ammazza. Pigliarsela col sasso, e non con chi lo ha scagliato cosa è bestiale. Il carnefice uccide con animo pacato, si obbietta ancora, e il giudice ordina forse la morte con animo iracondo? Anzi il carnefice sia tristo o pessimo rileva poco essendo il suo atto meramente materiale, ma nel giudice ogni lieve alterazione, comechè transitoria, torna funestissima. Il giudice adopera intelletto, volere e potere; il carnefice è infelicissimo arnese. — Ma in che nocque il paziente al boia? — E in che nocque al giudice? Ancora, in che i nemici a cui indisse guerra il Principe ingiuriarono i soldati, che levano a cielo come eroi, quando per 20 centesimi al dì e un gotto di acqua arzente movono a menarne macello? Oh! ingiuria grande loro fanno minacciando la Patria; e sia così; ma i facinorosi non guastano la Patria? E avverti, i nemici di tratto in tratto, ma questi senza tregua, sempre. Nè il carnefice impiccandoti tre, quattro, sei e più, se il Giudice comanda, immagina condurre tal gesto di cui gliene sarà tenuto ricordo nell'epitaffio, nè, io penso, presumerà chiederne collare, o croce, nè anco quella di San Giuseppe in Toscana, tanto, poverina! decaduta ai giorni nostri; mentre i Magistrati e i Soldati mietono a piene mani onori, allori, ricchezze, e taluno così dei primi come dei secondi (ma più dei secondi) i sorrisi

«Della tenera altrui moglie a te cara!

Conchiudo pertanto che volendo tôrre via dagli animi la ferocia, onde altri desume la necessità di conservare la pena di morte, bisogna per lo appunto come esempio supremo di educazione abolirla, e con essa removere dalla mente del popolo lo spettacolo d'iniquità e di contraddizione, pel quale chi ordina la morte dell'uomo si pretende onorato, chi mette a compimento il comando si dà in balìa alla pubblica esecrazione.

Rimarrebbe, e questo massimamente importa, a discorrere qual sistema di pena possa surrogarsi affinchè un reo non aggravi più di dieci innocenti, e come il suo lavoro possa tornare proficuo alla società ed alla famiglia offese; quali opere dovrieno affidargli, dove, in che termini; con altre assai più ricerche che ometto. Questo dipende da studiare le isole, le maremme, le miniere, e simili argomenti; ed io non ho modo, nè tempo di farlo. —

Con ben'altra scienza ella persuaderà altrui l'abolizione della pena di morte; e lo ha già mostro col suo trattatello stampato a Venezia l'anno scorso; ma per diverse vie si giunge a Corinto, dicevano gli antichi. Mi piacerebbe le tornasse grato lo scritto, ma questo o non importa, o poco; quello che preme si è che duri ad esserle gradito lo scrittore, che la saluta, e le si raccomanda.

Affezionatissimo
F. D. Guerrazzi.

Genova, 5 marzo 1861 — Villa Giuseppina.

RITRATTO MORALE
DI
LEOPOLDO II

Leopoldo II ha sempre aborrito qualunque limite alla sua potestà assoluta, o sia che tale gli persuadesse la propria natura, o la indole ricevuta; e quantunque mostrasse diversamente nel 1848, esse furono lustre per parere, onde molte volte la memoria mi ha riportato il caso che adesso dirò. Nel 1831, quando la Italia commossa dalla rivoluzione di Francia e dalla belgica desiderò sollievo al dispotismo, non mancarono personaggi dabbene, i quali, amici al principe e non avversi al popolo, colto il destro, si attentarono suggerire a Leopoldo II temperasse gli ordini dello Stato; egli accolse questa entratura con torbida faccia, e, comecchè pacatissimo, tanto non seppe frenarsi, che rizzatosi in piedi, e scorrendo con passi agitati la stanza non prorompesse in queste parole: — I Toscani vogliono la costituzione; non la darò, io voglio prima che mi mettiate a pezzi. — Questo riportava a quei tempi un marchese Pucci in casa del generale Colletta: presenti erano a cotesto discorso il marchese Capponi ed io scrittore; se altri con essi non rammento ora.

Nel 1848, tardi, a rilento, e sopraffatto dal turbine, concesse lo Statuto, e dichiarò la guerra all'Austria: secondato dai ministri, fingeva andarci di buone gambe; in sostanza l'attraversava; di ciò potrei allegare molteplici fatti e dicerie; me ne basti uno: certo mio fidatissimo amico, sollecito meritamente per due suoi figli accorsi volontarii al campo, si condusse alla capitale per conferire col ministro, a quei tempi in delizia del principe, intorno alle faccende della guerra. Ora il ministro reputando l'amico mio persona da potercisi sfogare, come quegli che apparteneva a non so quale amministrazione regia, così gli disse: — La stia tranquilla, signore Lionardo, che per me i suoi figliuoli moriranno di scarlattina, se ne hanno voglia; di palle tedesche no davvero[14].

Parecchi libri di storie moderne hanno stampato certa lettera, che si affermò scritta dal maresciallo Radetzky, con la quale s'invitava il granduca a fuggire di Toscana; anco il Montanelli nelle sue Memorie la riporta; io non omisi pratica per arrivare a conoscere se la fosse vera, e non ci sono riuscito, o piuttosto sono riuscito a confermarmi nel dubbio che mai sia stata; però ne scopersi un'altra a mille doppi più rea; se mi appongo, altri giudichi. Vi rammentate della festa del settembre 1847? Certo nessuno può averla messa in oblìo. Da tutta Toscana movevano i popoli ebbri di gioia, a cui pareva che il principe, per avere alquanto rimosso il freno, avesse donato il sole. Da per tutto era un drappellare bandiere, un abbracciarsi, un baciarsi, un piangere di allegrezza; e tra canti e suoni tutta cotesta gente pigliava la via del palazzo Pitti, dove affermavasi giacere infermo l'ottimo principe; e lui benediceva, e il cielo con fervide preci supplicava che quel caro capo salvasse. Come fu giunta sotto i balconi del palazzo, ecco si ode che il granduca, malgrado la infermità, vuole godersi lo spettacolo tanto diletto al suo cuore paterno dei figli esultanti: ora viene, ora non viene; ma non pigli disagio; chi può trattenere quello spirito avvampato nell'amore dei suoi sudditi? Di repente si aprono le finestre del terrazzo, ed ecco apparisce il granduca vestito da generale di guardia nazionale, circondato dalla moglie e dai figli (questi non so se con la stessa assisa) e rispondere ai saluti, e agitare anch'esso la bandiera italiana. I babbi recavansi i figliuoli a cavalcioni sul collo, perchè mirassero quel paterno volto, e ai figliuoli loro più tardi lo descrivessero; le mamme sollevavano fra le braccia i pargoli perchè con le manine infantili plaudissero: per poco non ci fu piena in Arno per la copia del pianto. Or bene, cotesto principe cortese, il giorno dopo, mentre il popolo lo reputava tuttavia convulso dalla commozione, egli, proprio lui, scriveva in Germania, non già all'imperatore, bensì alla sua figliuola maritata in Baviera. Mandare a lei per buoni rispetti la lettera, affinchè facesse ufficio presso l'imperatore, assicurandolo del suo inalterabile attaccamento alla sua persona e agl'interessi della casa: avere saputo come gli si apparecchiasse una manifestazione rivoluzionaria al teatro della Pergola, per evitare la quale si era dato per infermo; ciò non avergli giovato, perocchè il popolo si fosse volto al palazzo: allora avere reputato spediente mostrarsi, e fingere tenere per gradita cotesta baldoria: passerebbe presto, e ogni cosa sarebbe tornata allo aspetto primiero.

Anche ci era noto per relazioni particolari, che il granduca manteneva continuo carteggio con Vienna spedendo costà le lettere a un tale Bottaro, o Bottero, che assunse poi qualità pubblica di agente granducale. Queste lettere potevano sorprendersi e di lieve; non fu fatto, un po' per rispettare la lealtà della posta, e un po' per non iscatenare un temporale, che non si sarebbe saputo a qual modo attutire[15].

Ho accennato altrove come fino dall'agosto del 1848 dal granduca si richiedesse l'Inghilterra di alcune navi che gli facilitassero la fuga, e le ottenne e se ne valse più tardi.

Rammenteranno, forse, i Toscani certo processo a carico del governo provvisorio toscano del 1849; pochi, dubito, di cotesto processo compresero i fini a quei tempi; giova adesso chiarirli: prestando il granduca facile credenza a cui esercitando onoratamente l'ufficio[16] glielo consigliava, pensò che dove si provasse davvero che se non tutti, parte almeno dei Toscani avevano congiurato contro la sua autorità, forse contro la sua vita, si sarebbe potuto far perdonare le abolite libertà e la occupazione austriaca; però dopo un tentennare di più anni comandava condannassero. Facile il comando, più facile ancora l'essere servito subito: più difficile assai avere ragione. — Così fu provato che il ministero del 26 ottobre non gli veniva imposto, bensì eletto liberissimamente da lui, e non prima di essersi consultato col marchese Capponi e col ministro inglese. Se da altri la Costituente accettò, ad altri ancora ei la fece accettare: non mancarongli avvisi intorno ai pericoli di quella, e siccome rispose: — averli previsti, e se la sua deposizione dovesse tornare di benefizio al popolo, anche a questo lo troverebbero disposto — così l'uomo a cui egli si spiegava a quel modo non patendo che cuore di principe vincesse in generosità cuore di popolo, non senza tremito replicò: — sè essere parato a tutto, persistere nella opinione che egli non avesse meditato troppo codesto disegno: ad ogni modo avvertirlo che dove, o per mutate voglie o per impacci non preveduti, lo avesse preso in uggia, glielo manifestasse che egli avrebbe provvisto perchè senza scapito della sua riputazione si potesse mutare. —

La Costituente di vero increbbe più tardi al granduca, in guisa che negò sempre firmare il decreto da presentarsi alle Camere, e il giorno stesso che ne ricorreva la discussione non era sottoscritto. Partivasi il presidente del Consiglio dalla udienza regia senza conclusione, e disposto a resignare l'ufficio, quando il principe ridottosi a consiglio col ministro dello interno, questi in sostanza gli disse: — Prossima a rompersi la nuova guerra coll'Austria: ora di queste due cose succederebbe l'una, dacchè nella guerra di rado s'impatta, che l'Austria o vincerebbe, o perderebbe; nel primo caso, di Costituente ne verbum quidem, e bazza se potessimo conservare lo Statuto; o perderebbe, e allora pensasse quale sarebbe la condizione sua senza l'appoggio materiale e morale dell'Austria: gli rinfaccerebbero ad ogni movere di foglia la sua qualità di tedesco, gli torrebbero il credito, gli converrebbe rannicchiarsi, farsi piccino, e nè anche gli basterebbe: allora avrebbe l'Italia il suo servo dei servi di Dio davvero, e questo servo sarebbe lui. In tanto estremo non poterlo salvare che la Costituente, con essa si difenderebbe, con essa si commetterebbe in balia del popolo italiano che, memore della sapienza dell'avo, della mitezza paterna e grato alla benignità sua, lo tutelerebbe dalle cupidità altrui, e farebbe comportabile la sua condizione, ampliandogli lo Stato, da metterlo in equilibrio co' vicini ingranditi. — Rispose il principe: dello altrui non essere stato mai vago; ma gli fu fatto notare, come questo non fosse puntuale, dacchè avesse preso Massa, Carrara, la Garfagnana, con altri paesi, al che il granduca oppose: avere ricevuto cotesto bene in deposito per renderlo ai suoi legittimi padroni: e questo pure gli fu chiarito inesatto, imperciocchè col decreto del 12 maggio 1848 avesse aggregate coteste provincie assolutamente alla Toscana. Il principe dopo riflettuto alquanto, disse: — Qui dentro c'è del vero, ma il ministro inglese si oppone. — Forse, soggiunse, il ministro sir Hamilton non considera la faccenda sotto questo aspetto; dove lo conceda, andrò a conferirne con esso. — Non occorre andare, riprese il principe, egli è qui, di là nel salotto giallo. — Tanto meglio, permetta che io vada. — Anzi glielo raccomando. — Il signor Carlo Hamilton rimase, o parve al ministro rimanesse sorpreso, quando vide comparire lui invece del principe; sorrise alquanto; poi, udite le ragioni, gli parvero buone, e tali da determinarlo a consigliare la presentazione del decreto. Riferita la cosa al granduca, fidandosi poco, volle accertarsi da sè, e lo fece; quindi, piuttosto acceso che bene disposto, si dette a rovistare in un monte di carte il poco anzi odiato decreto, e quello presto presto segnando rimise in mano al ministro dicendogli: vada dunque, e procuri che il Parlamento lo voti.

Ma l'esitanza cacciata dalla porta tornava dalla finestra, e di questo accortosi il ministro dell'interno, avuto serio ragionamento col presidente del Consiglio e col ministro inglese, persuase il primo a rinunziare l'officio, e quegli sempre amante della patria, non di sè, ponendo il proprio bene nel bene comune volentieri acconsentiva; sir Hamilton prometteva appoggiare la pratica; e la pratica fu fatta presso il granduca, e nella medesima insistito per quanto la decenza comportava. Riformato il ministero, la malgradita Costituente sariasi messa da parte. Il granduca accolse la proposta con liete parole, ma circa a mandarla ad effetto gli parve bene differire. Indi a pochi giorni insalutato ospite andava a Siena, nè faceva le viste di volersi movere; alla ressa frequente del ministero di tornare, rispondeva fingendosi ammalato; alla proposta di accogliere la sua risegna replicava con la preghiera: restasse, non si potere comandare alla natura, tornerebbe appena sanato.

Andarono allora il gonfaloniere di Firenze e il generale della guardia nazionale, e n'ebbero buone parole. Comparve loro infermo davvero; sicchè tornando, per commission del principe invitarono taluno dei ministri a recarsi presso la persona di lui; questo fece il presidente del Consiglio, che trovò giacente, col berretto tirato su gli occhi, affannoso, con una febbre da cavallo, emicrania da rompere le campane, e tanti altri malanni da consegnare in capo a un'ora al catafalco anche il Biancone di Piazza ch'è di marmo. Il presidente, per non dargli disturbo, pian pianino in punta di piedi se ne andò rimproverandosi la disonesta diffidenza. Durante la notte il ministro dello interno spediva dispacci fervidissimi co' quali raccomandava al collega la tutela del principe, che ad ogni costo anco suo malgrado si aveva a salvare. Il giorno appresso il presidente si conduce al regio ostello, e il cuore gli palpitava per tema di trovare l'augusto infermo aggravato. O prodigio! Il principe era sano come un pesce; accoglie festoso il presidente, gli dice che, dopo mangiato un bocconcino[17], giovandosi del cielo sereno, andrà a fare una giravolta in carrozza; al suo ritorno parleranno di negozi. Così il principe disertava dalla Toscana senza neanche lasciare a reggerla un vicario, non diceva in qual parte si sarebbe condotto; dai suoi scritti inferivasi non lo sapere neanch'egli, dacchè asseriva andrebbe dove la Provvidenza avesse voluto: intanto raccomandava i famigli al ministero, il quale per la sua assenza cessava de iure; aggiungeva, non volere per questo abbandonare la Toscana, e ciò sonerebbe contraddizione là dove non si avesse ad intendere, ch'egli alla corona non intendeva di renunziare. Pretesto alla fuga lo scrupolo di ratificare il decreto della Costituente, messogli in capo dal papa, l'aborrimento che per lui si versasse sangue umano; entrambi bugiardi: bugiardo il primo, dacchè da quanto si espose, e a lui fu contestato in forma pubblica e privata, e non contraddetto mai, si ricava come fosse in sua potestà negare la ratifica al decreto della Costituente: bugiardo il secondo per ismentita troppo più crudele, imperocchè dimostrava ben egli come dal sangue non aborrisse, quando il potesse senza paura versare: non aborrì dal sangue quando a buglioli pieni gliel'offerivano gli Austriaci assassini: non aborrì dal sangue quando a mani giunte, e piangendo di rabbia, quel suo figliuolo Carlo (che il popolo dabbene si reputava amico) supplicava gli artiglieri toscani ad eseguire l'antico ordine di soqquadrare con le palle Firenze.

L'operato del principe lo pose nelle condizioni medesime di Giacomo II; egli era il colpevole davanti alla legge, ed ogni cittadino avrebbe avuto il diritto di arrestarlo; all'opposto egli accusava, egli condannava, giudice e parte.

Causa di tradimento pur troppo era quella; bensì il traditore non istava davanti il tribunale; e poichè questo lo scrittore disse quando lo circondava forza austriaca, davanti coloro che avevano preso a cottimo di condannarlo, così non gli sia imputato a viltà ripetere adesso che il traditore senza rimorso, come senza vergogna, ha per interi dieci anni abitato il palazzo Pitti.

Ciò che dopo avvenne come preordinato alla salute del paese non poteva essere argomento di accusa; chè i paesi bene stanno e spesso anco benissimo senza principi, senza governo no, e le fazioni nemiche furiavano con ismisurato impeto agl'incendii alle rapine ed al sangue; e come se tanta rovina fosse poca, il principe, che non sapeva tenere nè lasciare, comandava ai soldati che abbandonando agli Austriaci le frontiere, voltassero le armi contro al paese per ricuperargli lo scettro ch'egli aveva buttato via; ma egli, che odiava tenerlo con la legge, intendeva ripigliarlo con la punta della spada: e questo fu visto. Ciò nonostante il Governo provvisorio pose studio affinchè ogni cosa, comechè minima, del principe rimanesse inviolata, e fedele al mandato volle che il paese intero con voti liberissimi decretasse il governo col quale intendeva essere retto.

La fortuna allora continuò a mostrarcisi avversa: dopo la giornata di Novara null'altro avanzava che salvare quante più reliquie si potessero della libertà. La mente del Governo toscano allora fu questa: con ogni provvidenza, fosse anco estrema, si tentasse mettere il paese in istato di difesa; poi procurare che l'assemblea costituente statuisse: veruno avere bandito il principe; il principe tornasse a patto, mantenesse lo Statuto, e la patria da qualunque occupazione straniera preservasse. Se si asserisse che questo partito era per riuscire di certo, sarebbe iattanza e presunzione; solo ne sia lecito affermare che sembrava di esito credibile. Si consideri che le cose dell'Austria procedevano tuttavia avviluppate; la guerra ferveva in Ungheria, durava Venezia, a Roma oscuravasi il tempo, la Francia tentennante dava sospetto: e concorrendo tutti in un volere, la difesa poteva farsi. Per altra parte non erano stati ommessi gli uffici, perchè potentissimi mediatori si togliessero il carico di comporre il negozio in termini comportabili, ed entrassero mallevadori dello adempimento dei patti. Sir Giorgio Hamilton ministro d'Inghilterra (della benevola mente del quale verso la patria i Toscani dovranno conservare grata memoria) non si tirò punto addietro, e promise assumere il trattato, e si ripromise menarlo a bene; se l'egregio suo fratello Carlo lo confortasse alla impresa non è da dire; solo desiderava per più sicurezza pigliarsi a collega il ministro di Francia, e questo si giudicava non sarebbe per mancare: disdetta volle che dimorando alquanto a venire il signore conte Walewski, nuovo oratore di Francia a Firenze, l'opera sua non si potesse avere: giunse tardi, e giusto in quel punto che sprofondava ogni cosa. Però cotesto signore non pretermise ogni maniera di onesto officio, affinchè molti guai non succedessero; non essendosi presentato il destro fin qui allo scrittore di queste pagine farne testimonianza, parrebbe a lui meritarsi taccia d'ingrato se lasciasse correre questa occasione senza porgergliene le debite grazie[18].

Se bene o male il Municipio di Firenze e la Commissione aggiunta operassero non torna opportuno cercare, nè importa al fine del mio ragionamento; il quale ha dovuto chiarire che il granduca non ebbe ragione di percotere il paese per colpe che il Governo provvisorio non commise; ad ogni modo, se fu in peccato il Governo provvisorio, certo non avevano demeritato presso lui il Municipio fiorentino e la Commissione aggiunta, della quale il fallo fu appunto quello di aver fatto col principe troppo a fidanza. E se pure in essi trovò ad appuntare qualche cosa, perchè mai flagellarne la intera cittadinanza?

Invano si metterebbe in campo Livorno come pretesto: certo, non si può celare; allora (non so per quale maledizione di Dio) così procedevano gli spiriti ciecamente appassionati, che parve onesto e savio apporre ai Livornesi di ogni ragione misfatti, e metterli in mala fama presso l'Europa, esagerando con malignissimo intento qualche trascorso vero, e apponendone loro molti di falsi; e tutti ne furono puniti anche troppo. Se rammento questo, lo faccio affinchè d'ora innanzi biasimino o lodino meno i Livornesi secondo che il vento tira e torna comodo, o gli studino di più; rispetto ai Livornesi, calde, spensierate e generose nature, non portano rancore; offendili pur quanto vuoi, voltati in là, non è più nulla: anzi per la dolcezza di fare alla pace, quasi quasi ti vogliono bene per avere loro cagionato del male. Badiamo però ve'; ogni pesce ha la sua lisca, e a me non garbano idillii. Tuttavolta, malgrado lo sbottoneggiare della impronta e stemperata setta, che dei moderati si appella, Livorno si mostrava di facile composizione, e il motto partorito dallo impeto popolare volgeva al termine: certo fu colto pretesto alla chiamata dei Tedeschi in Toscana; ma quando vidersi distendere da per tutto, allora ne apparve intera la fallacia. Si buccinava eziandio: ciò essere senza il consenso, all'opposto contro la volontà del granduca, il quale si sarebbe messo in quattro per non ce li pigliare; anch'egli pagava il fio della guerra bandita all'Austria, quando agli affetti privati antepose la carità patria, e via e via con altre melansaggini siffatte, spifferate dai moderati a cui la dissimulazione parve sempre rimedio; se non tutti la trangugiavano, nè anco mancavano baggiani a crederlo: finalmente il generale D'Aspre, soldato tagliato con l'accetta, stizzito per siffatti tranelli, buttò carte in tavola, e da Empoli mandò fuori un bando col quale fece sapere: che veniva in Toscana perchè ce lo avevano chiamato; e chi ce lo chiamò era il granduca.

Il libretto dell'Austria e della Toscana, delle immanità toscane incolpa l'Austria e Radetzky, come quelli che violentemente avevano usurpata l'autorità sovrana tra noi: questo è falso e dannoso: falso, imperciocchè al principe piacque cavare la castagna dal fuoco con la zampa del gatto; dannoso, perchè purgava il granduca delle sue colpe; e di sacrificatore voleva farsi comparire vittima agli occhi dei popoli ingannati: ma forse cotesta arguzia si reputò spediente, prima per non inciampare nelle Murate, e poi per mantenere in buona reputazione la stirpe, che pur si voleva continuasse a reggere la Toscana, e fu tempo perso, perchè a Belvedere la si scoperse da sè. Nuovo e non volgare esempio della inanità di dire le cose a mezzo, nelle faccende politiche. Quando il debito dello ufficio, che tieni, non te lo vieti, allora solo gioverai alla patria, se presa la balla pei pellicini, la scolerai per quanto ti bastino le braccia.

Ho dubitato se avessi dovuto scrivere quello che segue, ed, anco scritto, sono stato in forse di cancellarlo; poi mi vinse il pensiero di lasciarlo correre, perchè, o m'inganno, o meglio di molto discorso basterà a dipingere la natura dell'uomo. Il granduca portava tra i ciondoli dell'orologio una girella composta di tre pietre dure co' colori bianco verde e rosso; ogni volta che veniva in Consiglio recavasi il libretto dello Statuto sotto il braccio, ed assettatosi se lo apriva davanti sul tavolino dicendo sempre, talchè riusciva sazievole: — Siamo nuovi in questa via; mettiamoci la falsariga dinanzi agli occhi per non isbagliare: questo abbiamo giurato, questo vogliamo mantenere, e non vorrei che, per inavvertenza nostra, ci pigliassero in fallo. — Che più? Nel libro delle orazioni, ch'ei leggeva assistendo alla messa stavano attaccati, per segni, nastri verdi, rossi e bianchi, orlati in cima con un po' di trina di oro, e questi un giorno mostrando allo scrittore gli diceva, le sue figliuole avergli fatto quel gentile lavoro.

Questo rammenta la famosa preghiera con la quale Luigi XI si raccomandava alla sua diletta madonna di Embrun, e tenuto conto della differenza dei tempi la rassomiglia.

Mettete quel poco, che ne ho riferito, insieme al berretto di cotone tirato su gli occhi, nel quale arnese si fece trovare dal conte Chigi, dal cavaliere Peruzzi e dal presidente Montanelli; impastatelo col bocconcino che diceva mangiare prima di partirsi lasciando il paese, che tanto lo aveva amato, nella desolazione, e giuoco Roma contro uno scudo, se anco di qui a mille anni gli storici, i romanzieri non lo dipingeranno a capello.

Il granduca, appena arrivato a Ferrara, e non so in quale altro luogo, protestò e riprotestò intorno alla slealtà e alla violenza patite. Pare a me che violenza non si fosse usata, e quanto a slealtà sarebbe bene che le sue labbra disimparassero cotesta parola: infatti se la storia delle 4 ore è vera, e non apparisce causa onde noi l'abbiamo a reputare falsa, si ricava com'egli, licenziato l'antico ministero, commettesse al signore Neri Corsini di comporne un altro: questo gentiluomo vi si adoperò, ma non gli venne fatto; dacchè le persone ricercate da lui rifiutassero, se per condizione prima il principe non risegnasse la corona al figliuolo. — Io so anche la ragione che addussero, e fu: che veruno uomo onorato poteva accettare l'ufficio di ministro di Leopoldo II. — Gravissimo sfregio, e meritato. — Altro da lui indegnamente bandito gli faceva assapere: tanto sperare di vita da potergli un giorno dire in faccia ch'egli non era nè galantuomo, nè gentiluomo. — Ma la superba fortuna derise allora cotesta parola come sfogo di animo scorrucciato, e pure non era così, e adesso nell'avversa con ragione pari altri gliela confermano. Noi pur troppo agitano le sorti umane irrequiete e voltabili, pure a cui cammina per la sua via dritta, se incontra l'odio, non trova il disprezzo mai. E il disprezzo meritato è l'unica ferita che per rimedio non sana. Nè patì violenza dai soldati, imperciocchè questi negassero bene di sfolgorare Firenze con le artiglierie, ma gli si profferissero in ogni altra cosa devoti e pronti a mettersi in qualunque cimento per serbare incolume il capo di lui e della sua famiglia.

Circa a slealtà, giova assaissimo fissare la mente sopra un fatto riportato dalla storia delle 4 ore. Il signor marchese di Laiatico (della svisceratezza del quale verso il granduca veruno, che io pensi, ha dubitato giammai) narra come il suo augusto padrone anco nel 27 aprile si dichiarasse disposto a movere guerra all'Austria, a patto che i Toscani continuassero ad obbedirlo come sovrano; posto ciò ne scende sequela, o ch'egli nell'ora della disdetta si univa ai nemici della sua famiglia, o ch'egli si apparecchiava a sostenere la seconda volta la parte del 1848 e 1849. Nel primo caso era senza onore, nel secondo senza fede; sleale sempre. Dunque silenzio! La lealtà in casa d'Austria ci sta come i vescovi in partibus infidelium.

Riassumiamo. Il granduca senza ragione disertando dal paese lo espose agli orrori della guerra civile e dell'anarchia; e ciò nel punto in cui stava per combattere la seconda impresa italiana; pretesto la Costituente: causa vera, starsi a cavallo al fosso per vedere dove l'andava a parare, e godere i frutti così della vittoria come della disfatta; a cui salvò il paese dagli orrori a cui lo esponeva egli, dava in mercede l'esilio, la quinquenne carcere, l'oltraggio della condanna infamante, la inopia e l'avvilimento; cui troppo si fidò della sua giustizia espose al ludibrio delle genti, al rimprovero di avere condotto al macello la patria, all'amarezza di essersi in mal punto ingannati, e ad altre più cose che a noi fia bello tacere. Il paese innocentissimo funestò con le stragi, avvilì con la occupazione straniera, spiantò con gl'imprestiti per pagare il boia che lo frustasse, empì di miseria e di lutto con le frequenti condanne per cause politiche; tentò più volte consegnarlo in mano degli esosi gesuiti, le libertà calpestava, i giuramenti tradiva, insultava la cittadinanza toscana ostentando assisa austriaca senza bisogno alcuno, e predicandola stupida e ignorante al mondo; s'ingegnò fulminare con le artiglierie Firenze, spinse i nati di una medesima terra a sbranarsi. Alla perfine rifuggì presso il nemico, anzi nella sua medesima casa ei riparò: i figli suoi nello esercito austriaco comparvero solo per dimostrare che, rinnegato il paese dove pure avevano aperto gli occhi alla luce, quando avessero potuto, lo avrebbero con le proprie mani messo a pezzi.

RACCONTO DI ERODOTO
APPLICABILE AI NOSTRI TEMPI

SOMMARIO.

Si confortano i Lombardi a perseverare animosi, ed a non ispogliarsi leggermente della libertà.

Narrasi da Erodoto nel libro settimo delle Storie intitolato a Polinnia come: — «i Greci, instando Serse con l'enormi sue forze terrestri e marittime, si adunassero insieme in un medesimo luogo, e, datasi fede scambievole, deliberassero prima di tutto riconciliarsi e far pace delle ingiurie passate; conciossiachè la guerra durasse allora vivissima tra diverse città, e segnatamente tra gli Ateniesi e gli Egineti».

«E decretarono eziandio inviare legati ad Argo, a Gelone figlio di Dinomene, a Corcira e a Creta per istringere alleanza con gli Argivi, i Siracusani, i Corciresi e i Cretesi contro i Persiani, e sovvenire ai Greci nelle angustie presenti. — Intendimento loro era di assembrare, se la cosa poteva farsi, il corpo ellenico, e con supremi e concordi conati vincere i pericoli sovrastanti a tutta la Grecia. Grande si presentava in quei tempi la potenza di Gelone, e non occorreva stato nella Grecia che superasse ed uguagliasse il suo».

«I legati Greci giunti al cospetto di Gelone favellarono in questa sentenza: «I Lacedemoni, gli Ateniesi e gli alleati loro noi commisero verso te ambasciatori per confortarti a unire le tue alle nostre forze contro i Barbari. Tu per certo hai inteso il re di Persia in procinto d'invadere la Grecia, e gettato un ponte sopra lo Ellesponto, seco menando quante ha forze l'Oriente, sul punto di assaltarla. Sotto pretesto di vendicarsi di Atene egli disegna ridurre la universa Grecia in servitù. Tu sei potentissimo re, e la Sicilia che tu governi forma parte non piccola della Grecia. Sovvieni pertanto i vendicatori della libertà, e unisciti a noi per conservarla. Dove la Grecia tutta colleghisi, noi comporremo potenza capace per combattere il nemico che sta per assalirci; se poi alcuno di noi tradisce la patria, o ricusa sovvenirla, — se la parte più valida dei suoi difensori si astiene da imprendere la guerra, noi presagiamo sicuro lo eccidio di noi. Armati di provvidenza avanti. — Noi soccorrendo procaccerai la tua propria salvezza. Le imprese prudentemente concertate riescono a prosperevole fine».

«Greci, — rispose Gelone concitatissimo, — e con qual fronte me confortate ad aggiungere le mie forze alle vostre incontro ai Persiani, mentre io quando vi pregai di sussidio nella guerra Cartaginese, ed implorai il vostro ajuto per vendicare la morte di Dorieo figlio di Anassandride contro gli abitanti di Egeste, voi, nonostante le mie profferte di affrancare i porti per voi sorgente di comodi e di utilità grandissime, non solo rifiutaste sovvenirmi, ma eziandio negaste vendicare meco la strage di Dorieo? Per voi non istette pertanto che questo paese non cadesse pienamente in preda dei barbari; ora le cose mutarono aspetto, e adesso che la guerra vi sta sulle porte, anzi pure in casa, vi ricordate alfine di Gelone. Io però non voglio imitarvi; manderò a sostenervi 200 triremi, 20,000 opliti, 2000 cavalli, 2000 arcieri e 2000 frombolieri; ancora provvederò di grani tutto lo esercito fino a guerra vinta, a patto che io ne sarò condottiero; diversamente nè io verrò alla guerra, nè vi spedirò veruno dei miei sudditi.

«Siagro male frenando lo sdegno soggiunse: Gemerebbe l'ombra onorata di Agamennone se sapesse come gli Spartani avessero consentito lasciarsi spogliare del comando da un Gelone e dai Siracusani. Se vuoi soccorrere i Greci, obbedisci ai Lacedemoni, se ricusi, tienti le tue milizie, noi sapremo farne a meno».

«Gelone, considerando cotesta repugnanza insuperabile, di nuovo riprese: «Spartani, la ingiuria profferita contro gente animosa muove a sdegno; ma la vostra tracotanza non mi dissuaderà dal rispondervi pacato. Se tanto alligna in voi desiderio di comando, naturale cosa è che io più di voi lo pretenda, imperociocchè io manderei maggiore copia di milizie e di navi che voi non avete. Ma poichè la mia proposta v'irrita componghiamo fra noi. Se voi assumete il comando delle forze terrestri, sia mio quello delle navi, o se voi scegliete le navi, a me le milizie di terra. Accettate una di queste condizioni, altrimenti partite, e fate a meno di me.»

«Tali furono le offerte di Gelone. Il legato di Atene prevenendo lo Spartano così favellò: «Re di Siracusa, la Grecia non abbisogna di Capitano ma di forze, e noi verso te deputava per domandartene. Però tu neghi concederle se noi non ti eleggiamo Capitano; tanto in te arde la libidine d'impero. Finchè chiedevi l'universale comando, noi tacemmo persuasi che il legato di Sparta risponderebbe per ambedue. Rigettato dalla condotta universale ti se' ristretto a quella delle navi. Adesso sappi che, dove te la consentissero gli Spartani, noi negheremmo: perchè dopo loro spetta a noi. Se i Lacedemoni intendono capitanare le navi, noi nol contrasteremo, ma non cederemo altrui. Noi che possediamo la massima parte delle navi greche, e ci vantiamo popolo antichissimo fra i Greci, abbandoneremo il comando ai Siracusani? noi che soli dei Greci non mutammo mai suolo, noi che fra i compatriotti nostri annoveriamo il capitano che navigò allo assedio di Troja, e per testimonianza di Omero fu peritissimo ad ordinare lo esercito e schierarlo in battaglia! — Forti di questa testimonianza noi senza inverecondia possiamo celebrare la patria nostra».

«Ateniesi, replicò Gelone, voi non di capitani ma di soldati difettate. Or via, poichè siete così ostinati, tornate in Grecia e dite ch'essa delle quattro stagioni dell'anno si toglie la primavera».

Gelone negò i sussidii e mandò Cadmo di Coo a Delfo con tesoro grande e parole di pace, istruendolo che stesse ad osservare, e se il re vincesse lo presentasse del danaro, e la terra e l'acqua per tutto il suo stato gli offerisse; se all'opposto superassero i Greci, se ne tornasse in Sicilia.

I Greci senza i soccorsi di Gelone vinsero i Persiani sul mare a Salamina, su la terra a Platea.

Così i Greci, avendo a fronte uno esercito di un milione e settecentomila fanti e di ottantamila cavalieri, ed una flotta di milleduecentosette galere, non disperarono. Ai Lombardi stanno contro forse quarantamila combattenti, e si avviliscono. Contro ai Greci stava un Re potentissimo, signore di contrade vaste 165,300 leghe quadrate, copiose di pecunia, abbondanti di biade, capaci a mettere in piedi nuovi eserciti, e non disperarono. Contro ai Lombardi sta un reame stremo di danari, cadente, commosso da interne perturbazioni, diviso e già precipitante allo estremo esizio, e si avviliscono. I Greci convocarono un congresso di popoli amici allo istmo di Corinto, e quantunque i Cretensi e i Corciresi mancassero alla posta e gli Argivi tradissero, non disperarono. I Lombardi vedono accorrere da tutte le parti d'Italia uomini armati per la comune difesa, e si avviliscono. I Greci non consentirono cedere a Gelone neppure una parte del comando in mercede degli aiuti promessi; i Lombardi renunziano alla libertà in premio del sussidio sperato. Così i Lombardi si mostrano vogliosi meno di libertà che di mutare signoria, e così mostrano che noi anime pallide d'oggidì rassomigliamo i grandi avi nostri di Pontida e di Legnano quanto un verme nato dalle viscere del cavallo morto e corrotto rassomiglia al feroce destriero, ch'empie le campagne del potente nitrito, drizza la criniera, e spumante e fumoso si precipita nel folto della battaglia quando la tromba guerriera suona l'ora in cui i magnanimi o vincendo o morendo si rendono immortali.

IL PORTO DI PIOMBINO

Intorno alla necessità di ristaurare il porto di Piombino, che tuttavia dura; e provvedimenti ministeriali censurati.

Io me ne stava seduto sopra un mortaio di bronzo napoleonico alla Stella (la quale per parentesi non era la Stella di Venere, ma la fortezza ove il 9 gennaio dalla salutifera incarnazione 1848 mi trasportarono), e, quantunque non paresse, aspettava con impazienza la barca della posta. Da gran tempo era trascorsa la ora consueta dello arrivo, e non si vedeva: parevami il tempo buono e non sapeva persuadermi del ritardo. Guardava il Fanalaio, e poi il Capo, e dal Capo riportava gli occhi sul Fanalaio, ma egli non segnalava la barca. Finalmente ruppi il silenzio e domandai al Fanalaio: o come avviene che non giunge la posta? Non soffia favorevole il vento? — Soffia, rispose, ma, quando il mare è niente grosso, nel Porto di Piombino non si entra nè si esce. — E da Portoferraio? — Si entra e si esce con tutti l venti: cosa che piacque poco anche al Diavolo onde depose il pensiero di farsi marinaro. — Se invece fosse stato nel Porto di Piombino... — A questa ora il Diavolo sarebbe Ammiraglio!

Simile discorso mi condusse, secondo mi persuade la mia natura curiosa, a ricercare un po' sopra le ragioni del Porto di Piombino, ed ecco quanto mi venne fatto trovare. Il Porto presente di Piombino pur troppo offre le comodità celebrate dal Fanalaio, ma mezzo miglio lontano poco più poco meno tirando verso levante si trova il Porto vecchio, che fu Porto Pisano. Adesso è interrato, ma di leggieri si potrebbe affondare. Il regio architetto Caprilli a cui venne ordinata la perizia fece ascendere la spesa a L. 170,000 e il Principe l'approvò con Rescritto.

I Piombinesi reputarono avere toccato il cielo col dito, ma ebbero a sperimentare la verità del proverbio che tra il detto e il fatto corre un bel tratto; e di vero continuano a possedere lo egregio porto, ove e d'onde anche in tempo buono non può entrare nè uscire una barca.

Questa impresa meriterà la grave attenzione delle Camere come urgentissima, poichè Portovecchio essendo posto nel Canale di Piombino presenta opportuno ricovero ai bastimenti che vanno a caricare alla Torre del sale, a Follonica, a Torre mozza, a San Vincenzo e a Bibbona, e comodo rilascio alle navi che veleggiano per levante quando imperversando il vento mezzogiorno-ponente non possono proseguire il cammino a ponente nè a levante, nè ripararsi a Longone, nè a Portoferraio.

A dimostrare la importanza di cotesto porto, basti sapere che i Genovesi assumevano la spesa dello affondamento a patto di averne la privativa per 20 anni: pretensione smoderata, che non poteva concedersi ragionevolmente (il che non toglie per parentesi che in Toscana non si concedesse), e come a Dio piacque non lo fu. Tuttavolta Piombino ha il porto ove non si entra, e donde non si esce a tempo buono, il Portovecchio rimane interrato e non giova a Toscani, nè a Genovesi, nè a nessuno.

Altre volte dimostrai la inanità delle strade ferrate per la Maremma paralelle al mare: queste dichiarai impossibili nonostante lo schiamazzo, il frastuono e il brulichio degl'interessati a smentirmi. Più riposato consiglio mi dava ragione. I provvedimenti in quanto a strade per promovere la prosperità delle Maremme consistono nel praticare strade perpendicolari al lido, e quivi erigere porti comodi e sicuri. Insomma stringere gl'interessi e i commerci della Maremma con Livorno. All'opposto il Ministero Toscano ogni dì più s'ingegna a segregare Maremma da Livorno, e ciò si manifesta dalla Legge 9 marzo 1848 che toglie Guardistallo, Montescudaio, Casale, Bibbona e tutto il Vicariato di Rosignano dalla giurisdizione del Tribunale di Livorno, allontanandone così gl'interessi, le cause di frequenza e le occasioni di concertare negozi. — Per fare così male come il Ministero toscano, ma per Dio santissimo bisogna avere proprio sortito dalla natura un genio a posta!!!

SERMIDE

Padri, madri, spose, figli, sacerdoti, campagnuoli, cittadini, ricchi e poveri, uditemi tutti; io vi parlo la voce della patria, — la voce di Dio.

Voi lo sapete, Sermide, terra confinante col Modanese fu presa e arsa; vi si commisero stragi e stupri tali da fare inorridire la faccia mansueta di Cristo. La mezza luna di Maometto non apparve mai tanto insanguinata quanto gli artigli del giovane duca di Modena. Dal frutto riconosco l'albero. I Turchi adesso si fanno pietosi udendo le immanità dei Cristiani esercitate sopra teste battezzate.

A Peschiera venne ucciso un ulano; o sacerdoti, sapete voi che cosa gli fu trovato nel sacco? Una pianeta, e una pisside.

A Cremona non si contentano mettere il popolo nello strettojo e spremergli moneta; ma strappano tutti gli uomini validi di 18 a 40 anni da ogni cosa più caramente diletta, per mandarli dove? — A coltivare forse i campi boemi o croati: essi bagneranno dei loro sudori una terra che produrrà frutti per padroni spietati; la condizione nostra diventerà peggiore degli iloti e degli ebrei sotto Faraone. — Le lamentazioni di Geremia parranno suono troppo fievole per esprimere le nostre miserie. O Dio, perchè hai rivolto altrove i tuoi giusti occhi?

O piuttosto gli mescoleranno nelle loro milizie, e li costringeranno con mano parricida a trarre contro i loro parenti. Noi credevamo che simili pensieri allignassero appena nella mente di Satana; spettava a noi vedere che da Cristiani concepisconsi, e da Cristiani mandansi ad esecuzione.

E i Tedeschi si dolgono se da noi si chiamano barbari! Certo, il nome di barbari è troppo poco per loro. E questa arte iniqua non è nuova per essi. Federigo svevo assediando anticamente Tortona appese prigioni alle torri che moveva ai danni delle mura, onde gli assediati non vi avventassero dardi e fiamme. Così i Tortonesi o dovevano lasciare che illese le torri alle mura si accostassero, o combattendole correre pericolo di mandare in brani le membra di fratelli, di patri e di figli. Erravano mugghiando cotesti forti infelici per angoscia lungo i ballatoj, ma la pietà della patria gli rese spietati contro il proprio sangue... quello che facessero, — io non lo posso dire.

O lettori, il palpito del vostro cuore ve lo ha già detto abbastanza!...

Tali furono e tali si mantengono i Tedeschi, per cui dai nostri incliti uomini cotesta loro crudeltà gelida e calcolata era detta tedesca rabbia[19].

O voi gente del popolo, o voi campagnuoli che vi reputate stranieri a questi strazii e andate dicendo; «che importa a noi?» Io vi domando: non preme il vostro sangue a voi? Voi dalla necessità siete incatenati nella terra che vi vide nascere: i ricchi possono tramutarsi altrove. Ora dunque considerate come la barbarica invasione deva premere piuttosto a voi che a loro.

E dico: deve premere più a te, o popolo povero, che ai doviziosi, perchè tu, o popolo, possiedi un tesoro solo, — quello dei tuoi affetti. —

Ma poveri e ricchi formano un popolo solo; tutti hanno occhi per piangere, cuore per gemere, e mani per difendersi. Silenzio agl'infami clamori! Stringiamoci a disperata difesa.

Adesso uditemi bene. I Piemontesi o male contando le proprie e le altrui forze, o non soccorsi come fidavano, o abbandonati come non si attendevano, o trattenendosi per impotenza, o come pure piuttosto per cupidi consigli, hanno dovuto ritirarsi dall'Adige e dall'Oglio. Adesso stanno a Lodi: dicesi che re Carlo Alberto voglia chiudersi in Milano, e, prima che rendersi, seppellirsi sotto le sue rovine. Sangue italiano è Carlo Alberto, e noi lo estimiamo capace di farlo. Se tale fu il suo proponimento io gli presagisco due cose: che nè egli morrà, e che prima volga il presente anno al suo termine la corona di Monza premerà le sue chiome reali.

La Francia interverrà o no nelle cose d'Italia? Considerando la materia, parrebbe avesse a moversi e tosto. La Francia è odiata in Europa. Di là emana la luce che illumina il mondo e spaventa i tiranni. Di là lo esempio e i conforti dello agitarsi inquieto dei popoli anche sotto la verga: 34 milioni di uomini aborrenti da ogni dispotismo nello ombilico della Europa la commovono sempre come donna soprappresa dai dolori del parto; — e il portato è la libertà, che già maturo vuole e deve prorompere anche a pericolo della operazione cesarea. Sbigottiti per ora, i patroni dello assolutismo le appresteranno una cintura di bajonette. Se la Francia ci lascia perire, dove andrà a cercare i suoi ajuti? Forse tra i morti?

I morti hanno voce e braccia, ma non l'ode, nè le vede altri che Dio per vendicarli di coloro che gli hanno traditi. Ed oltre questa ecci un'altra ragione. Il popolo di Francia venne concitato a non comportabili speranze: adesso con la forza si costringe a starsi contento: ma la forza si consuma, e si assomiglia a un argine lungo di fiume riottoso. Guai se in un punto solo l'argine s'indebolisce; le acque allagano e annegano tutto il rimanente, comunque rimasto illeso! Arte di Stato li consiglia a fare sì che egli sfochi le ardenti voglie altrove, ad allontanarlo dai luoghi che ravvivano in lui memorie, dolori e desio di vendetta, a convertire in gloriose le feroci passioni, — insomma a mandarlo alla guerra. Conciossiachè in tutte le rivoluzioni si sviluppi un soverchio di energia, il quale è forza o che prorompa in guerra straniera, o scompigli internamente il paese. E questa per avventura mi sembra la ragione per cui Austria inferma e cadente comparisca come provveduta di sangue nuovo ai nostri danni. Forse se l'Austria rimanevasi quieta mancava in lei la energia insolita che le abbiamo veduto esercitare. Quando i politici non avevano anche pensato alla fratellanza dei popoli dicevano: un popolo in rivoluzione sta più presso a conquistare che ad essere conquistato. Adesso quest'altra sentenza è vera: i popoli insorti per la libertà hanno a soccorrere la libertà degli altri popoli sotto pena di vedersela spenta in casa. La Francia di Luigi Filippo lo conobbe a prova.

Dunque per me credo che i Francesi scenderanno, e ne abbiamo notizie che pajono sicure; ma se non venissero, commetterebbero errore insanabile. E se Carlo Alberto accettasse mediazione prima che un tedesco non cessasse di calcare la Italia, la sua stella tramonterebbe dietro un protocollo per non rilevarsi più mai.

Ora i Tedeschi possono venire in due maniere tra noi, o grossi, o scarsi di numero.

Non temo grossi perchè nel sospetto che i Piemontesi si riordinino, i Francesi scendano, i Lombardi soccorrano, non vorranno distrarre grossa mano di esercito dissipandola in presidii senza prò, e, non sicuri alle spalle, non si potrebbero avventurare innanzi.

Potrebbero molto bene venire in poco numero a imporre taglie, a rapire uomini e straziare il paese; a mo' di fiera azzannare una preda e andarsene a divorarla a bello agio nella caverna. A questa razzia da beduini molto bene, pure che si faccia presto, possiamo riparare noi.

Facile è la difesa degli Appennini. Dodici mila uomini e venti pezzi d'artiglieria bastano per respingere il doppio con molta agevolezza. La guerra pei monti non si fa ordinata, e vi si adattano ottimamente persone use a poca disciplina. Uniamoci per tanto al principe, preghiamolo a darci un ministero di fiducia comune, e che talenti allo universale; si abbandoni senza riguardo nelle braccia del popolo; di che cosa teme egli? Getti via il sospetto che gli hanno insinuato nel cuore. Noi non lo abbiamo mai confuso nelle colpe e negli errori dei suoi ministri. Egli lo dovrebbe sapere. S'egli sta con noi, e noi con lui, non possiamo essere vinti. La salute nostra è a questo patto. Uomini impopolari, già più che mezzo logori nella pubblica opinione, se non torranno affatto la fiducia nel principe, ne differiranno il ristabilimento; — la quale cosa sarebbe nelle attuali necessità supremo pericolo.

I MODERATI

Tu vedi, lettore, se i Moderati del 1848-49 sieno, ed in che disformi ai Moderati del 1859-60.

Allora possiamo augurare bene della Libertà, quando almeno gli uomini ardiscono aprire i labbri al vero; non protervo, non petulante, ma pure dignitoso e schietto.

Noi non vediamo, e con dolore inestimabile il diciamo, che ai tempi nostri si porga testimonianza alla verità. Alcuni piaggiando, una cosa pensando ed un'altra manifestandone, si avvisano per virtù di arte giungere al segno; altri si ravviluppano in cupissime ambagi, donde, non che ad altri, a loro stessi non riuscirebbe poi ripescare il proprio concetto.

Pessimo principio pei Popoli nuovi nel cammino della Libertà, che avendo speranza rinvenire ingenua la forma ai concepiti istinti, consultano gli scritti dei pubblicisti, e non vi trovando quello che cercavano, smarrisconsi o sconfortati cadono nel dubbio, — il dubbio, verme dell'anima!

Affermarono alcuni che le condizioni presenti mossero dai Monarchi; questo è falso. — I Monarchi si valsero dei Popoli come leva a rovesciare il temuto loro tiranno Napoleone. Non essi lo vinsero, ma la Libertà che promisero ai Popoli; e poi li tradirono. La storia è lì per provarlo a cui nega. I bisogni e i desiderii dei Popoli conoscevano dunque di lunga mano i Principi; si erano eziandio obbligati a soddisfarli, — leggete i proclami dei tempi. Come ai giuramenti adempissero — leggetelo nei trattati di Vienna.

Immersi negli ozii deliziosi delle ville e dei palazzi sovente giunse a sturbarli un suono lontano come di mare in burrasca, e domandarono ai cortigiani: ch'è questo? I cortigiani risposero: Nulla; — è il rumore del Popolo che piange....

Come le acque del diluvio crebbe il tesoro dell'odio del Popolo, e un giorno venne fremente a battere alla soglia della Reggia, — Ch'è questo? domandò il Re, e i Cortigiani: Sire, è il Popolo che minaccia. — Minaccia? — Mandategli contro i miei fanti e i miei cavalieri, stringetelo di catene, gittatelo nelle caverne, cacciatelo sotto terra a scavare le mie miniere. — Sire, sotto i piedi del Popolo si vede una massa informe di fango insanguinato, — cotesti sono i tuoi fanti e i tuoi cavalieri. — Gittategli dunque i rilievi del mio festino reale, — apritegli gli atrii e i giardini, — versategli vino, inebbriatelo.... — Sire, il Popolo ha sete, ma non di vino; — il Popolo ha fame, ma non dei tuoi rilievi.... — Or dunque che pretende egli? La mia corona forse? Ebbene, a voi, ecco la mia corona, lanciatela fuori del balcone alla furia del Popolo. — Sire, la tua corona non basta...!

Quando sotto la impressione del terrore si adempie in parte la prepotente volontà altrui, — questo non si chiama concedere.

Il perdono del Papa non fu egli concessione? — Non fu concessione. I Pontefici salendo al soglio costumano pubblicare indulto parziale o generale dei colpevoli, ladri, grassatori, bestie feroci insomma. Come se fosse soverchia la gioia che sentiva il popolo romano per l'assunzione di un papa, scatenavano cotesto flagello, che in breve faceva piangere; era acqua di dolore destinata a temperare il vino della pazza esultanza. Mastai non perdonò, adempì dopo qualche esitanza un dovere di cittadino e di cristiano. Se presso lui fosse stato delitto amare la Patria, non avrebbe proseguito egli la tirannide di Gregorio? La tirannide di Gregorio non poteva protrarsi più oltre: — dopo la enciclica contro i cattolici, la Chiesa di Gregorio si era fatta con le proprie mani uno sfregio sopra la faccia: — era caduta in ludibrio dei popoli.

Per le mani del suo vicario Cristo un'altra volta con la corona di spine, e lo scettro di canna, era stato esposto allo schiaffo delle Genti.

Meglio per la Italia se non avessero concesso nulla: o non ci saremmo levati a speranza, o ci saremmo levati più forti e più uniti. — Il comune pericolo, le comuni ferite, i dolori comuni avrebbero accordato i timidi e gli animosi: avrebbero chiuso il campo alla vanità, — erba parietaria che presto si appiglia, e presto copre le anime leggiere o corrotte.

Tutti quelli, che da tempo antico sono usi a militare sotto la insegna della Libertà, conobbero la Meretrice che ne assumeva la larva: per essi non hanno virtù le arti magiche di Alcina: conoscono tutti gl'incantesimi e i veleni della tirannide.

Le tanto allora vantate ed oggi irrise Riforme potevano paragonarsi al mutare della pelle che fanno le serpi in primavera: — la pelle muta, la serpe rimane.

Il dispotismo rimaneva sempre in trono come un idolo mostruoso degli antichi Messicani; le Riforme pareano gli anelli, i monili, le borchie, con le quali cotesti barbari reputando aggraziare lo idolo lo rendevano più deforme che mai.

Ma alle Riforme crederono tre maniere di gente, gl'ignoranti, i timidi e gli ambiziosi: questi si divisero dalla nostra schiera, mutandosi in barbacane del cadente edifizio.

Il popolo lo ricordi bene; giorno e notte se lo ripeta: cotesti Sicofanti gli ribadirono le catene che era vicino a spezzare.

Essi infusero nuovo olio nella lampada della Tirannide prossima ad estinguersi.

Quello che fu scritto è scritto, — quello che fu fatto è fatto: — non giova negarlo. Del passato non è padrone nè anche Dio.

Il meglio per voi sta in questo, che oscuri e inetti prima di morire i vostri nomi saranno dati in oblio. La storia aborre raccogliere immondezze.

Voleste instituire una forza per adoperarla ai vostri fini; e non vi riuscì concepire uno scopo, nè determinarlo con una forma qualunque; nè le mani vi bastarono a stringere cotesta forza; — voi fabbricaste un patibolo, e per non esserne vittime, consentiste a diventare carnefici. Voi sorgeste come una nebbia per adombrare il Dispotismo, ma appena ne riceveste i raggi diventaste quasi una aureola di gloria intorno al capo della Tirannide.

Fu allora che ostentando amore di Patria incominciaste il turpe soffocamento degli spiriti generosi che voi non conosceste mai, e spargevate paure di sopravvegnenti Austriaci; — come se una servitù non valesse l'altra: come se la servitù conoscesse specie, o famiglie diverse. La servitù è una come una è la Libertà, — come la vita e la morte, — come lo inferno e il paradiso.

E poi, campisanti eravamo, cimiterii con voi rimanevamo: — hanno essi paura i morti del sentirsi calpestati?

E un ministro, che forma tuttodì le delizie vostre, vi assicurava che gli Austriaci non vi avrebbero mosso guerra, e prometteva ancora un'altra cosa, che dove la guerra si rompesse egli e i figli suoi sarebbero volati contro il nemico.

Non importava che costoro volassero, bastava andassero di passo. I Tedeschi ci hanno rotto la guerra, o noi l'abbiamo rotta a loro. Dov'è il ministro dai vanti superbi, dove sono i suoi figli? La Toscana lo sa.

Ma questo poco importa. Quello che importa si è che i popoli avevano un concetto certo. I governi anch'essi lo avevano certo. I Sicofanti, gli svelti, gli eterni trecconi delle rivoluzioni si cacciarono in mezzo per imbrogliare.

Questi si fanno chiamare moderati, fingendo temperare gl'impeti del popolo e dei principi: in sostanza — libidinosi d'imperio senza possederne la capacità, vani di fama che si sentono disperati acquistare gentile, sopra tutto stretti dal bisogno o dalla cupidigia di possedere dovizie, si cacciano in mezzo per convertire la cosa pubblica in bottega di vanità o di pecunia. A loro poco, anzi nulla importa che vada in fiamme il mondo, purchè riescano a raccogliere qualche tizzo per riscaldarsi le mani intirizzite: — del cuore non parliamo, — essi non hanno cuore. Qualunque governo prevalga si studieranno sempre rimanere a galla; quando vi riuscissero considerateli come gavitelli che indicano i luoghi, dove giacciono le àncore: essi sopra una bugiarda superficie di Libertà ammoniscono che quivi sotto covano sempre e infamia, e viltà, e menzogna, e servaggio.

Il popolo intendeva dovesse essere Italia unita così che formasse stato solo sotto principe solo.

Questo non talentava a nessun principe; essi voleano rimanere come stavano; e proclamarono confederazione.

I Moderati eccoli entrare fra mezzo, e inventare la parola Unione. Giani dalla doppia faccia; ai popoli susurrano con una bocca dentro un orecchio: — siamo intesi; tutti vogliamo la Unità, ma a poco per volta; la Confederazione è un mezzo termine, una cosa transitoria per avviarci alla Unità; — ai principi con l'altra bocca mormorano nell'orecchio: — state fermi, egli è l'uragano dello Atlantico; ammainate le vele, mettetevi in panna; nel suo passaggio vi romperà qualche albero, vi strapperà il sartiame; col tempo e sartie e alberi voi rifarete più belli.

Il popolo intendeva essere la Italia Indipendente, cosicchè non un solo Tedesco rimanesse in Italia. I principi all'opposto per Indipendenza tenevano essere liberi dallo aspetto, non già dal patrocinio imperante dell'Austria. I Moderati si posero tra mezzo a immaginare la Guardia Civica; e dire al popolo: «ecco, tu hai le armi, con queste difendi i tuoi diritti e la tua patria;» e ai principi: «imponete a questa milizia per capi uomini provati per lunga servitù, o uomini inetti e tristi, falsi liberali, nostri amici, che noi vi garantiamo per capacissimi e dispostissimi a sostenervi; vinceteli con qualche carezza; non fanno mestieri le incantagioni di Circe per renderli vostri; già più che mezzo tramutati essi sono... Istituitela per modo che al generoso faccia imbarazzo il vano, o il tristo. I pochi prestanti stringete con la organizzazione come dentro pastoie di ferro. Poi andate a casa della Paura; è nostra amica anch'essa; v'insegneremo la strada; le scriveremo commendatizie per voi perchè vi presti uno spauracchio terribile che non ha forme e le assume tutte, vero Proteo della Paura; — ora ha sembianza d'incendio, ora di saccheggio, ora di stupro, ora di sacrilegio, ora di strage cittadina, — e dopo avere agghiacciato le anime di terrore, irridendo va via a guisa di tristo fanciullo, che si diletta spaventare per burla; — questo spauracchio ha nome ORDINE.»

Ahimè! madama Roland condotta al patibolo, inchinatasi davanti alla statua della Libertà, esclamava: — O Libertà, quanti mai delitti vengono commessi nel tuo nome santissimo! — A uguale ragione noi possiamo gridare: O Ordine, quante infamie, quante turpitudini, quanta tirannide si esercitano con lo spauracchio del tuo nome!

L'ordine sovente salva la Libertà, più sovente assai la perde. E qui tra noi — fin qui — parve la camicia insanguinata di Cesare scossa da Marco Antonio davanti agli occhi del popolo romano, onde perpetuargli la servitù.

Così noi abbiamo armi, ma non per la Libertà; — abbiamo armi, ma non per la Indipendenza.

E non le potevamo avere.

Perchè il principio che anima, o a meglio dire una volta animò i popoli, discorda dal principio del governo.

Pei popoli la guerra doveva assumere indole nazionale e di offesa.

Pei governi di provinciale e di difesa.

I popoli sentono, o, a meglio dire, sentivano la necessità del combattere la guerra comune, se comuni poi hanno da essere i benefizi e i destini.

I governi concepirono la mancanza di tornaconto in guerra tale, ove nulla guadagnano, molto scapitano. Il re di Napoli, come quello che guadagna meno e scapita più degli altri, stravolto dal turbine popolare, ha finto cedere. — La sua azione può rassomigliarsi a quella di Damosseno siracusano, il quale nella lotta con Creugante da Durazzo finse tirarsi indietro, ma il fece per percoterlo proditoriamente nel fianco, e penetrargli nel corpo onde straziarne le viscere[20].

Il papa non potè smentire il severo intelletto di Machiavello che lasciò scritto ai Posteri: i papi essere stati sempre la rovina d'Italia. Meglio per Pio IX se non avesse mai mutato le orme dal sentiero dei suoi predecessori. I popoli si sarebbero levati più tardi forse, ma più animosi, e solo fidenti nel brando romano, non già nelle infule del sacerdote. Roma ha da coprirsi il sacro capo dell'elmo, non già della tiara; imbracciare lo scudo, — lo scudo risonante di guerra, non il pastorale simbolo eterno di gregge, — e i popoli cessarono di essere greggi. Oh! perchè mai, Pio IX, salisti tanto alto nello amore delle genti, se ciò non doveva giovarti ad altro che a rendere più dolorosa la tua caduta? O Stella mattutina, come sei presto sparita dai campi dei cieli! Noi saremmo eternamente sconsolati, se al tuo venire meno non subentrava la levata di un sole che non tramonterà più dallo emisfero italiano, — il sole della Libertà. Invano il calcolo del mortale ti fanno i tuoi consiglieri nascondere sotto il manto del sacerdote; i preti re non trovano vantaggio in una guerra che non si combatte per loro, ma forse per proprio danno, commecchè lontano. Se la veste pontificale ha virtù di farti dimenticare i doveri di figlio, la pietà di padre, l'amore di fratello, il furore di Patria; la veste che indossasti, o Pio, potrebbe convertirsi in tappeto funerario del papato temporale; — e gioverebbe che fosse così; dacchè vediamo con gli esempii della storia che papi tristi riuscirono a bastanza prestanti re, i papi eccellenti poi tristissimi re. Come potevano non mostrarsi vere le cose sottilmente considerate da cotesti due fieri intelletti di Machiavello e di Dante? Corrono già cinque secoli che questi cantava:

Dì oggimai, che la chiesa di Roma

Per confondere in sè due reggimenti

Cade nel fango, e sè brutta e la soma[21].

Roma dei Papi per tradizione antica la Indipendenza non ama nè la Libertà. E ve ne porgano testimonio Crescenzio, e Arnaldo, e Cola di Renzo, i Franchi, i Bavari e i Tedeschi chiamati, e per lei non istette se non venissero i Britanni, e barbari di ogni maniera. Alessandro per un momento si legò co' popoli contro a Federigo, ma subito dopo renunziò a cotesta lega come a cosa per lui snaturata. Ora via, italiani uomini, gentil sangue latino, che cosa aspettate più? Dite pur franchi a Samuele; tu se' divenuto vecchio, — costituisci dunque sopra noi un re che ci giudichi, come hanno tutte le altre nazioni, e il Signore ordinerà a Samuele: acconsenti alla voce del popolo in tutto ciò ch'egli ti dirà[22].

Di Toscana parlammo, e indarno. Come Timante dipinse Agamennone col velo sopra gli occhi al sacrificio d'Ifigenia, ormai giova che tali ci veliamo noi; principe abbiamo di animo mite ma appunto per la bontà sua, per animo alieno a ingrandirsi, per la congiunzione alla casa che dovrebbe combattere, pel nessuno vantaggio, anzi pel danno inestimabile che risentirebbe a favorire uno stato, che amico lo rende vassallo, nemico l'opprime, non deve desiderare la guerra. Chi lo circonda fa quasi comparire sapienza la stupidezza di Claudio. Fra tanti tristi che cosa può fare il solo principe nel punto in cui abbisognerebbe pel maggiore scopo di uomini pronti e animosi? La discordanza del concetto fra il governo e la Nazione basterebbe sola, quando non concorressero come pur troppo concorrono altri semi pestiferi, a insinuare il languore nelle imprese guerresche.

Vinceremo noi, o cadremo per non risorgere più mai? — Intendete, uomini italiani, per non risorgere più mai! Le ossa degli antichi trapassati fremono dolorose nelle secolari sepolture, e voi non vi commovete! Carlo Alberto combatte solo. Noi non siamo amici di re, e meno di Carlo Alberto, ma chi siete voi che in segreto lo coprite d'infamia, mentre in palese, ginocchioni, a mani giunte come santo protettore lo supplicate? Forza è però dirlo; senza lui, a questa ora il becco dell'Aquila imperiale si pascerebbe delle nostre viscere.

L'Aquila di Savoia non si mostra Aquila generosa, — tutte le Aquile sono rapaci.

Il re di Savoja procede gagliardo sopra la guerra, — perchè difende la sua mercede; ella è troppo bella, perchè non si provi a tentare lo estremo di sua forza per conservarla.

Della Libertà non favelliamo. Noi l'abbiamo velata di nero. Così avendo mancato a noi stessi per colpa della maledetta stirpe dei codardi che hanno nome di Moderati, vediamo: la Unità della Italia allontanata, la Indipendenza in pericolo, le Libertà in procinto di tornare alla beata sua sede, ch'è il cielo.

FINE