M

Ivi. — [Pag. 762].

«Colà stemmo raccolti sei: rappresentai la indecenza che le donne non potessero avere stanza appartata. Credei che a gentiluomini e a padri di famiglia dovesse comparire sacra la ragione del pudore: non risposero. Rappresentai il modo disonesto del prendermi, che mi pareva nato a un parto con quello tenuto dal Valentino a Sinigaglia per ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo e compagni: non risposero.»

Ecco la lettera: la quale merita tanto maggiore considerazione, in quanto che dettata sotto la impressione di memorie recenti, piena di contestazioni di fatti del giorno, e consentanea alle prove, che quantunque raccolte dall'Accusa pur ella ha reputato suo interesse dissimulare.

«Signori GINO CAPPONI ed altri componenti la COMMISSIONE GOVERNATIVA.

«Desidero sia letta questa scrittura con la pazienza con la quale io la detto. — Forse tornerà inutile, eppure non mi sembra bene ometterla, sentendo come per molti capi importi farla alla mia religione.

«Innanzi tratto, sapete voi, o Signori, in qual modo io venni condotto quaggiù? Rispondendo per voi dico: No, imperocchè mi parrebbe enorme supporre, che voi lo aveste saputo, e consentito. A voi poco preme sapere come infiniti modi per sottrarmi alla disonesta prigionia mi sovvenissero e fossero offerti, i quali tutti, o non adoperai, o ricusai; quello però che dovrebbe premervi è questo: — che la mattina del 12 aprile la Deputazione del Municipio Fiorentino, la quale venne all'Assemblea, consultatomi intorno alla deliberazione presa di governare il Paese a nome del Principe, proposi farvi aderire l'Assemblea onde le Provincie più volonterose concorressero, ed ogni mal germe di discordia fosse tolto via; parendomi ancora pel Principe più onorato, e meno nocivo alla libertà, richiamarlo in virtù del consenso universale, che per forza di tumulto. A istanza altrui formulai un Decreto che suppongo voi abbiate nelle mani; voi sentiste diversamente da me; tuttavolta cotesta carta deve porgervi testimonianza della mia volontà, disposta a contribuire alla pace del Paese con tutte le mie forze.

«Raccomandandomi il Priore Digny la Patria con fervidissime parole, e confortatomi ad adoprarmi dal canto mio onde la sua miseria non si facesse maggiore, io, rispondendo con pienezza di cuore a lui e agli altri membri della Deputazione Municipale, proposi recarmi a Livorno con qualche rappresentanza officiale avesse voluto la Commissione conferirmi per disporre gli animi a starsi all'operato contenti. Accolsero con segni manifesti di gradimento questa proposta, e il Priore Digny m'invitava a non partirmi: sarebbe tornato la sera a concertare la cosa. — Intanto i Deputati si ridussero di quieto ai proprii alberghi, ed io rimasi contro il consiglio di tutti, e ricusata la carrozza offertami dal Colonnello Tommi, stretto dal dovere e dalla parola data alla Deputazione Municipale.

«Il Generale Zannetti e il Colonnello Nespoli vennero verso le ore 3 pom., il primo per assicurarmi che nella serata, con treno particolare, sarei inviato a Livorno; il secondo a offrirmi di mandare qualche compagnia di Nazionale alla Stazione per tutelarmi, ad ogni evento, nel caso avessi voluto partire alle 4. — E poichè il Nespoli accomiatandosi da me mi baciava, come si costuma, in volto, il Zannetti favellò queste precise parole: io non ti bacio adesso, ti bacierò stasera. Tornarono in serata Digny e Zannetti. Il primo tacque delle facoltà che doveva conferirmi la Commissione, donde io inferiva che non me le volesse assentire, ma confermarono entrambi sarebbe il mio viaggio avvenuto nella notte per Livorno. Stessi pronto a partire. Verso le ore 3 del mattino ricevo il biglietto che unisco, pel quale Zannetti mi annunzia alcuni non volere lasciar libero il passo, opinare la Commissione trasferirmi pel Corridore dei Pitti in Belvedere, donde remossi i Carabinieri, avrebbe messo la Nazionale. Questa lettera, che accenna mutamento di esecuzione a concerto che resta fermo, in sostanza mi turbò alcun poco, non tanto però che mi facesse dubitare di uomini probi ed amici. Zannetti venne tardi la mattina, e dichiarò la prudenza consigliare che per 2 o 3 giorni rimanessi in Fortezza, tanto che la plebe si sdracasse. Allora le donne, e il Commesso della Segreteria dello Interno Roberto Ulacco, vollero tenermi compagnia. A confermarmi nella mia fede valse il fatto seguente: che manifestando io esser privo di danaro per pagare il viaggio, e certi miei debiti, il Priore Martelli mi portò L. 1000, e me le consegnò giusto in quel punto che da Palazzo Vecchio muovevamo a Palazzo Pitti. Durante il cammino, Zannetti mi avvisò la Commissione non pareva inclinata mandarmi a Livorno, e mi interrogava se fossi stato contento a starmi qualche tempo lontano dal paese. Risposi: avere l'animo travagliato così dalle sciagure della Patria, che lo avrei reputato beneficio; egli però conoscere le mie fortune; provvedesse come gli pareva meglio. Ed egli a me: lasciassi fare, avrebbe accomodate le cose in serata, e il giorno appresso sarebbe venuto a darmene ragguaglio. Non l'ho veduto più. — Mi coglie il ribrezzo pensando da cui mosse la insidia; ma insidia vi fu, e bruttissima, a modo delle Valentinesche. Ora vorrete voi Gentiluomini giovarvi di trame proditorie, e di fede tradita?

«Sapete voi come io stia ristretto in carcere con altre cinque persone? Io rispondo per voi, e dico risolutamente: No. Dentro una stanza alberghiamo quattro, due uomini e due donne, fra queste la nepote sedicenne, cavata per pochi giorni di convento per visitare lo Zio. Voi siete padri, o Signori. — Io non aggiungo parola; — solo desidero vi preservi il Cielo dalla umiliazione di vedere così poco curato il pudore delle vostre figliuole!...

«Da nove giorni qui altro non si fa che scalpellare, turare, mettere ferrate, cassettoni, graticole e bodole, tirare tende, inchiodare catenacci, invitiare bandelle, murare e smurare; e tutto questo con tale una perturbazione del corpo e tortura dell'animo, da non potersi con parole significare. La mancanza di aria, di moto, la vista della gente che mi soffre attorno, la cura che mi lima dentro, hanno inasprito le mie infermità, e temo peggio.

«Cagione di tanto esquisita sevizia si allegano certi segnali fatti dalle finestre. Se alcuno di voi vedesse di quale generazione sieno queste ferrate e questi cassettoni, e se sapesse che da martedì in poi stanno al posto, di leggieri vi persuadereste della falsità del rapporto. Nelle cariche che ho occupato mi son guardato sopra tutto dalle relazioni degli amici zelanti; ho preferito piuttosto le censure acerbe dei nemici, perchè le prime mi avrebbero quasi sempre sospinto a errare, le seconde qualche volta mi schiarirono. Certa fiata mi annunziarono il Barone Ricasoli far grande raccolta di armi e di cannoni, a Broglio, e mi accusavano di colpevole oscitanza perchè non commettessi perquisizioni ed altri simili fastidii: io stetti saldo, e fatta cautamente e discretamente esaminare la cosa, conobbi le armi esservi, ma non molte, e per armare la Nazionale, ed esservi pure i cannoni, ma di terra cotta. Se trascorrevo a credere, sarei stato ingiusto e ridicolo. E perchè non metta più parole intorno a quest'infelice argomento, dirò che in carcere sono tenuto, per la intelligenza, come un bruto; per salute, come uomo che si voglia spegnere; per angustia, come Guazzino; — insomma come un Ciantelli non immaginò tenermi quando mi mise le mani addosso.

«E perchè sono ritenuto io? Per delitto, o per sospetto? Se per delitto, si proceda a processo regolarmente e civilmente; io risponderò dei miei fatti collettizii e particolari. Il Governo Provvisorio fu necessità: voi lo consentiste, e certo non vorrete allegare che lo faceste per forza, imperciocchè offendereste voi stessi, non patendo violenza lo animoso Magistrato. Consultare il Paese intorno alla sua volontà, era pure cosa necessaria, ed io l'assentiva, perchè lo stesso Principe dal voto universale non repugnava, estimandosi amato, e perchè Emanuele Fenzi mi assicurava non alieno lo stesso Senato. Se il voto non riuscì universale, colpa degli uomini ignavi, non mia; e nè tutti gli Elettori della vecchia Legge Elettorale concorrevano a votare. E le note stampate non facevano ostacolo, perchè ogni Partito poteva stampare le sue, e le manoscritte accettavansi. Intanto il Popolo che ora vuole il Principato allora gridava Repubblica, ed io fui solo contro alle sue ire, e negai che una mano di gente usurpasse il voto del Popolo consultato con modi civili; e non senza pericolo della mia persona, e biasimo grande degli esagerati, l'ottenni.

«Mi opposi a Laugier: in prima, perchè a noi mancavano avvisi certi del Principe; e del Laugier conoscendo la vita e i costumi, non era ignaro dell'avversione manifestata da lui contro la Casa del Principe fino all'assedio di Gaeta; finalmente si presentava con la invasione dei Piemontesi, alla quale conoscevo poco propenso il Granduca; e nemmeno ignoravo agitarsi un Partito nella Toscana, specialmente, a Lucca, per darsi al Piemonte. Io stesso n'ebbi eccitamenti, e nelle tasche della mia veste da camera, chiusa nei bauli che sono in Palazzo Vecchio, se non m'inganno, deve esserne rimasta la prova. Di più, la impresa di Laugier venne meno per opera dei Popoli che non gli vollero dar reità, e il suo ultimo Proclama al Popolo della Versilia chiaramente lo manifesta. Come mi studiassi a fare che la votazione dell'Assemblea procedesse libera, ne porgono testimonianza la rivista alla Nazionale, i detti e gli scritti pubblici. E comprendendo troppo bene come si dovesse calare ad onorevole accordo col Principe, allontanai quelli che mi pareva avessero a contrastare simile concetto più efficacemente degli altri, o arrestandoli, o beneficandoli, cosa che si accomoda meglio alla mia natura. All'Assemblea mi opposi alla decadenza del Principe, alla proclamazione della Repubblica, e all'Unione con Roma: perchè la prima cosa mi sembrava piena di pericolo per la Patria; alla seconda non reputando accomodati i tempi nè i costumi; rispetto alla terza, parendomi cotesta Unione uno di quei matrimonii che si contraggono in articulo mortis; e dei miei colleghi parte ebbi avversi, e parte fermi a gran pena. A me il Popolo chiedeva la Repubblica, a voi il Principato; io negai, voi assentiste; e con ciò disposi quello che avete fatto voi e voleva fare io, pel bene di questa Patria comune, ma con onore, salve sempre la libertà e la sicurezza delle persone. Atti, e scritti attestano questo mio concetto, e lo attesteranno anche persone spettabili, costituite presso noi in ufficio diplomatico.

«Avere dato opera alla difesa dei confini non deve ridondarmi in biasimo, sia perchè la difesa era stata promessa a codesti Popoli nella loro dedizione, e fu rinnuovata poi; sia perchè mi pareva onorevole rendere il Paese quale era stato lasciato al Principe, commettendo per l'avvenire la cura di provvedere a lui stesso. Tutelai la Religione richiamando lo Arcivescovo di Firenze, e tenendo ferme le censure comminate da Lui contro preti protetti dal Popolo; mantenni con ogni supremo sforzo il Paese salvo da omicidii e da saccheggi: l'altrui vita salvai esponendo la mia.

«Spero che nessuno di voi mi reputi così scellerato o stolto, che per me si partecipasse al fatto eternamente lamentabile dell'11 aprile. Il Battaglione Guarducci ottima prova di sè aveva fatto a Pistoia, siccome lo attestano le dichiarazioni che io mi ebbi, e la fede dello egregio Franchini mandato a speculare sui luoghi. Da Arezzo, dove fu diretto, prima vennero biasimi, poi giustificazioni per la parte del Romanelli, onde io non reputai commettere fallo rendere cotesto Battaglione a Pistoia, facendolo transitare da Firenze, e qui fornirlo di armi e di vesti. Intorno a questa gente io non ricevei mai reclamo, nè credo lo ricevesse il Ministro della Guerra. I Volontarii raccolti in Fortezza di San Giovanni erano consegnati, ordinai che non uscissero, e lì dovevano organizzarsi, appunto come il Battaglione che n'era uscito il giorno 9. Le compagnie stanziate in Borgo Ognissanti commisero brutti falli e insolenze: queste furono sottoposte alle discipline militari: quando alcuni di loro furono arrestati a Porta a Prato, andai di persona, gli rimproverai acerbamente, e, chiamati più volte gli ufficiali, ordinai si punissero con tutto il rigore della Legge. La Nazionale di Guardia può far fede del successo. Simili insolenze non erano nuove, e furono commesse anche dalla gente stanziata all'Uccello, la quale ricercata e punita non porse argomento a gravi contese; molto meno a collisioni sanguinose. Quando avvenne il fatto di Piazza Vecchia, andai di persona, — e quello che operassi, e quali pericoli corressi per istrappare a forza cotesti sciagurati dalla guerra infame, ve lo dica la gente, non io. — Meglio per me fossi morto quel giorno!

«Se mi ritenete per sospetto, io vorrei dirvi che la mia vita politica è rotta, che le sciagure della Patria mi hanno percossa la mente così da dissuadermi da partecipare più oltre nella cosa pubblica; ma voi lo terreste per giuramento di marinaro: vorrei offrirvi la mia parola di onore, ma, temendo ripulsa, non la espongo; solo vi avvertirò che vogliate ricordarvi come i tumulti a Roma non cagionassero mai la rovina della città, perchè terminarono con una Legge; all'opposto in Firenze, perchè si conclusero con prigionie, esilii, ed ingiurie maggiori. Se voi mi reputate un Capo Partito pericolosissimo avete tre modi: o ammazzarmi, o conciliarmi, o cacciarmi via. Il primo modo voi non vorrete, nè potrete tenere; il secondo pare che schifiate; rimane il terzo: ebbene, se vi par giusto, fatelo. Ho letto le storie non per ornato vano, sibbene per condurvi sopra la vita; e lo esempio di Giano della Bella m'insegna come gli animosi cittadini abbiano a sacrificarsi in benefizio della Patria. Nè possono mancarvi mezzi per assicurare a voi la mia partenza, e rendere a me meno amari i passi dell'esilio.

«Ritenendomi in carcere, voi mi rovinate la salute, e questo la coscienza vostra, che pur siete gentiluomini e cristiani, non lo può patire. — Rovinate i miei nipoti che, orfani per malignità del Choléra, tornano adesso (poveretti!) orfani una seconda volta. Rovinate le mie poverissime fortune, e condannate me e loro alla miseria.

«Ritenendomi in carcere, parrà che lo facciate per compiacere una plebe matta, che non sa servire nè esser libera, mutabile e feroce, e che me le gettiate davanti come alle belve nel circo; parrà che lo facciate per vendetta di me che pure non vi offesi, ed anche di recente mi condussi verso voi con la convenienza che meritate; parrà lo facciate in benefizio di una Fazione che vince; e quindi, comecchè coperti, cresceranno i rancori, e a loco e tempo proromperanno, nè avremo pace mai, e con somma contentezza dei nostri nemici presenteremo l'aspetto di moribondi litiganti sull'orlo della fossa. A me sembra essere tratto quattro secoli addietro, e mi paiono rinnuovate le gare degli Albizzi, degli Alberti, dei Ricci, e degli Scali: la prerogativa regia diventata quasi un pugnale, che i contendenti s'ingegnano strapparsi di mano per offendersi a vicenda.

«Queste cose ho voluto dirvi per la Patria, per la mia famiglia, e per me, onde voi mi trovaste modo onorevole di uscir di paese, — pensaste alla mia famiglia, alla gente che volontaria pena oggi qui meco, e comunque giovane si consuma, — e alleggeriste le angustie del carcere disonesto, che davvero sono troppe, e non sopportabili. Abbiate mente che così, senza offesa della vostra reputazione, non può tenersi un uomo che il Principe elevò al grado di suo consigliere, e voi stessi eleggeste a governare il Paese. In ogni evento della fortuna gli uomini, ancorchè emuli, hanno da usarsi scambievolmente un certo tal quale pudore di convenienza, senza del quale il costume pubblico precipita con danno infinito in cinismo feroce.

«Che se tutte queste considerazioni, e queste istanze per altrui e per me, dovessero convertirsi in un nuovo motivo d'ingiuria pei miei cari, e per me, allora la storia domestica mi presenta un altro esempio imitabile in tutto — eccetto che in una parte, — e questa consiste nel non desiderare mai che dalle mie ossa sorga verun vendicatore.

«Dalle Segrete, 28 aprile 1849.

«F.-D. Guerrazzi.»

FINE.

[ INDICE DEL VOLUME.]

Avvertenza [Pag. v]
Introduzione [1]
Considerazioni Generali [5]
I. Metodo adoperato dall'Accusa [5]
II. Giudizio del Guizot sul metodo adoperato dall'Accusa [6]
III. Esposizione dei fatti generali composta dall'Accusa [8]
IV. Confronto del metodo praticato dall'Accusa con le dottrine del Guizot [14]
V. Origine, progresso, e motivi della forza rivoluzionaria fuori e in casa [17]
VI. Agitazione in Toscana [20]
VII. Tumulti quando incominciassero [27]
VIII. Di una insinuazione dell'Atto di Accusa, che mi dà luogo a chiarire le sofferte ingiurie per la parte della Polizia [57]
IX. Esame dei §§ VI, VII, VIII dell'Atto di Accusa, e Comento alle parole del Decreto del 7 gennaio 1851: «che con mezzi riprovevoli ero giunto a impossessarmi del potere [78]
X. Costituente [126]
XI. Di una proposizione contenuta nel § IX del Decreto della Camera delle Accuse [159]
XII. Notte del 7 all'8 Febbraio 1849 [162]
XIII. Mio concetto intorno alla Repubblica [176]
XIV. Concetto dei Repubblicani [190]
XV. Motivo dei Repubblicani nel nominarmi membro del Governo Provvisorio [192]
XVI. Giorno 8 Febbraio 1849 [196]
XVII. Mia situazione in Piazza [216]
XVIII. Cause di delinquere [227]
XIX. Della contradizione notata dai Documenti dell'Accusa fra la potenza e la impotenza di resistere alle pretensioni del Partito repubblicano [231]
XX. Forza [244]
XXI. Conseguenze della Forza ammessa dai Documenti dall'Accusa [248]
XXII. Atti Speciali [254]
§ 1. Fatti di Siena [254]
§ 2. Invito al Circolo Fiorentino di tenere le sedute in Palazzo Vecchio [267]
§ 3. Impieghi dati in ricompensa a Mordini, a Ciofi, a Dragomanni; danari a Nicolini [270]
§ 4. Lettera al Sig. Gio.-Bat. Alberti Prefetto di Arezzo [275]
§ 5. L'Accusa non vuole leggere [287]
§ 6. Ordine per abbassare gli stemmi [291]
XXIII. Dichiarazioni in Senato ostili al Granduca [294]
XXIV. Spedizione di Portoferraio, e di Santo Stefano [304]
§ 1. Spedizione a Portoferraio [306]
§ 2. Dimostrazione [321]
§ 3. Spedizione al Porto Santo Stefano [348]
XXV. Spedizione di Lucca [397]
§ 1. Dimostrazione storica [397]
§ 2. Confronto storico [416]
§ 3. Stato in che mi trovo ridotto nei giorni 18, 19, 20 febbraio 1849 [429]
§ 4. L'Accusa non sa leggere [445]
§ 5. Della lettera del 19 febbraio 1849 indirizzata al Pretore del Porto Santo Stefano [446]
§ 6. Motivi per muovermi contro il Generale Laugier [452]
§ 7. Di una lettera del R. Delegato di Massa e Carrara [463]
§ 8. Minaccie d'incendii e di saccheggi [469]
§ 9. Corruttela delle milizie laugeriane, e di tutte in generale, e accusa del giuramento [480]
§ 10. Perchè il Generale Laugier si partisse da Massa [494]
XXVI. Leggi Statarie [497]
XXVII. Intorno all'Accusa della soppressione del Consiglio generale Toscano, e della mutata forma delle Elezioni [520]
Dimostrazione storica [547]
XXVIII. Mio disegno; motivi che lo persuasero, ed espedienti per conseguirlo [559]
Dimostrazione storica [615]
XXIX. Del Giudizio pronunziato sul mio operato dal Decreto del 7 gennaio 1851 [671]
XXX. I giorni 11, 12 e 13 aprile 1849 [692]
XXXI. Di una Sentenza della Corte Speciale di Parma del 1831 [766]
Appendice.
A — A pag. 37. — Due Lettere di F.-D. Guerrazzi al Cav. Niccolò Puccini (27 ottobre, e 16 novem. 1848) [773-774]
— A pag. 37. — Lettera di F.-D. Guerrazzi ad una Signora lucchese (3 gennaio 1849) [774]
— A pag. 37. — Lettera del medesimo al Prefetto di Lucca (10 gennaio 1849) [774]
B — A pag. 75. — Due Lettere del signor Gaetano Paganucci a F.-D. Guerrazzi (29 febb., e 19 marzo 1848) [774-776]
C — A pag. 76. — Scritto inedito di F.-D. Guerrazzi, dalla prigione di Portoferraio (19 marzo 1848) [777]
D — A pag. 113. — Lettera dell'Avv. Antonio Dell'Hoste al cancelliere Guidotti [786]
E — Nota alla pagina 117 dell'Apologia [787]
F — A pag. 289. — Proclama pubblicato dal Prefetto e dal Municipio di Lucca l'8 febbraio 1849 [787]
G — A pag. 312. — Lettera dell'ex-Ministro di Francia Benoît Champy all'avv. Tommaso Corsi (10 settembre 1851) [788]
H — A pag. 314. — Lettera di F.-D. Guerrazzi al Prefetto di Lucca (13 febbraio 1849) [789]
I — A pag. 481. — Intorno al sistema penitenziario, e più specialmente intorno alla Legge del 4 marzo 1849, Dichiarazioni di F.D. Guerrazzi [790]
K — A pag. 671. — Intorno alle Opinioni di alcuni Scrittori (Macfarlane, D'Arlincourt, Vecchi, Rusconi, Gualterio, Farini ec.), Discorso di F.-D. Guerrazzi [795]
L — A pag. 756. — Lettera dell'Avv. Ranieri Lamporecchi a F.-D. Guerrazzi (24 luglio 1848) [819]
M — A pag. 762. — Lettera di F.-D. Guerrazzi ai Signori Gino Capponi ed altri componenti la Commissione Governativa (25 aprile 1849) [819]

Errata Corrige.
Pag. verso
6 11 qua e quale
9 34 violenza licenza
12 5 ma invitati ancora ma, invitati, ancora
14 11 promossero promosse
16 1 fangosa, se, fangosa; se
16 2 non leggete, se non leggete; se
16 26 27 gennaio 29 gennaio
21 15 a circolare a far circolare
28 4 occupazione, occupazione
85 36 adunate adunati
85 38 Medici; Medici,
190 18 marzo 1848 marzo 1849
190 31 aprile 1848 aprile 1849
243 18 Alardi Araldi
265 28 animò animo
309 5 8 febbraio 5 febbraio
359 32 Pietrsanta Pietrasanta
365 30 fecondoli facendoli
392 5 tobridi torbidi
535 38 ignari ignavi
566 33 non sono uso devo dichiararvi che per parte mia non sono uso
629 12 15 andante 6 andante
649 39 gennaio 1849, gennaio 1851