XXX. I giorni 11, 12 e 13 aprile 1849.
Io mi era tratto dal cuore lo stile del quale lo hanno trafitto, per iscrivere una storia di tradimento con ferro grondante di sangue... Ma un fiotto di voci scellerate mi percosse fino nel profondo del mio carcere, e mi avvertì come, — nella guisa stessa che i selvaggi della isola di Giava, incisa la scorza dell'albero Upas, lo circondano cupidi, pure aspettando che ne coli il visco velenoso per intingere in quello le freccie mortalissime, — una torma di lupi dalla faccia umana stesse con le orecchie incollate a queste mura, per attrappare al varco un grido di dolore, uno accento d'ira, per mescolarlo nel fiele di cui contristano quotidianamente con effemeridi infami la veneranda Patria: allora ruppi le carte e le gittai ludibrio dei venti. Io parlerò sommesso, — io narrerò pacato; — e voi che leggete, pensate e dite se mai vedeste affanno pari allo affanno mio.
Prima però della mia, udite la storia di questi giorni composta dal Decreto del giugno 1850, riveduta e corretta dal Decreto del 7 gennaio 1851, e dall'Atto di Accusa.
«L'ora del riscatto era suonata (Il Decreto del 7 gennaio anch'egli pone: l'ora del riscatto era suonata). Il Popolo Fiorentino disperde gl'incomposti gruppi di armati (Il Decreto del 7 gennaio aggiunge soverchianti), che imponevano alla città con bruttezza di modi e di costumi. Nel giorno 12 restaurava la Monarchia, alla quale era rimasto in mezzo alla tristezza dei tempi fedele (Il Decreto del 7 gennaio aggiunge: costantemente. L'Atto di Accusa dice, che il Popolo ravvivò gli antichi sensi di fede). — In faccia a questo moto unanime, risoluto, evidente nel suo scopo, la restaurazione del Principe (Il Decreto del 7 gennaio muta con le parole infallibilmente diretto), non potevano concepirsi mali, che non avvennero; il Guerrazzi richiama nella notte dell'11 la Guardia Municipale per opporsi alle mene, ei diceva, diaboliche dei retrogradi, e dava ordini (che non furono eseguiti per evitare la effusione del sangue e la guerra civile), nei termini che appresso:
«Firenze, 12 aprile. — Basetti, prendi il comando della Municipale. Fuori in piazza a difendere l'Assemblea e la Patria, e la Libertà, e il tuo amico Guerrazzi.» E più tardi: «In Piazza vi sono i Veliti e la Guardia Nazionale, entra la Cavalleria e l'Artiglieria; esca la Municipale, o si cuopra di vergogna.» — E tali furono le insistenze, riuscite a vuoto, mosse al Colonnello Tommi, per trasportare le artiglierie in piazza, e al Colonnello Diana d'intimare il Popolo e caricarlo, per cui si compì la Restaurazione pacifica e senza sangue.
Nè qui si trattiene la opposizione del Guerrazzi (Il Decreto del 7 gennaio aggiunge: per contrariare l'avvenuta Restaurazione), perchè ad alcuni Membri recatisi all'Assemblea per invitarla a sciogliersi (L'Atto di Accusa aggiunge: e intimarle che non si rendesse opponente alla già decretata e incoata Restaurazione) egli dichiarò ch'essi avevano operato una vera Rivoluzione, e minacciò prima, poi intimò loro l'arresto.»
Il Decreto del 7 gennaio e l'Atto di Accusa lasciano lo intimò, ma questo secondo aggiunge: «E si fu dopo tutto questo, che il Guerrazzi si mostrò più docile e pieghevole alla Restaurazione stessa, suggerì dei temperamenti, non secondati, e si esibì di recarsi a Livorno onde maneggiarsi perchè vi fosse accettata.»
Quanto questo racconto corrisponda al vero, adesso vedremo.
Erano in Firenze nel giorno 11 febbraio tre colonne di Livornesi. La prima condotta dal Guarducci. Questa stanziò un tempo a Pistoia, amorevolmente accolta dal Popolo. Ottime informazioni ci venivano di lei. Nel Ministero della Guerra potranno trovarsi. Fu chiamata di là per inviarla nel contado aretino: andò, ma credo non passasse Montevarchi. Il signor Romanelli avvisò irregolare il procedere dei militi, gli revocassimo; poco dopo mandava diverso rapporto: essere stato male istruito, i militi non dare luogo a richiamo; ma siccome la gente gli era di troppo, ed egli si augurava venire a capo della sua commissione per vie conciliatorie, così insisteva perchè fossero rivocati. Guarducci ebbe ordine tornarsi alle stanze di Pistoia; giunto a Firenze per trasportarvisi con i cariaggi della Strada Maria Antonia, prese quartiere al convento di Santo Spirito, onde ristorarsi del cammino. Il maggiore Guarducci espose lo stato miserabilissimo delle sue genti: mancare di cappotti, di vesti, di scarpe, di tutto. Il Ministro Manganaro propose passarle in rassegna, ed io l'accompagnai. Veramente noi le trovammo in pessimo arnese. Il Ministro osservò non essere cotesta forma, assisa, nè armamento da soldato; restassero per essere vestite e armate convenientemente. Esse rimasero, e questo serva a raddrizzare ciò che fu detto erroneamente di loro, che repugnassero a partire, e perfidamente dato ad intendere al Popolo, che io le avessi chiamate a Firenze a pravo scopo.
La seconda colonna composta di poca gente, guidata da Cercignani e Toccafondi, albergava da qualche tempo in Borgo Ognissanti; la più parte Civici.
La terza era di Volontarii disarmati, e furono messi in Fortezza di San Giovanni Battista.
Intorno a questa è da dirsi. Alla chiamata della difesa della Patria erano accorsi circa mille Giovani dalla provincia. Per cura principalmente del Capitano Montemerli in poco più di 15 giorni, secondandolo altri egregi Ufficiali, si resero idonei ai più complicati movimenti militari. Instruiti a dovere, erano incamminati al campo. Si offersero allora mille altri circa Giovani livornesi; il Ministro della Guerra pensò surrogarli nella Fortezza di San Giovanni Battista ai partiti, affinchè presto s'instruissero, e pronti, secondo i bisogni della Patria, si avviassero ai confini: disegnò gl'instruttori e gli Ufficiali; non gli armò, perchè non ebbero tempo ad ammaestrarsi neppure nei movimenti che si fanno senz'armi; e non furono mai armati.[703]
E questo ancora risponda alla calunnia, che fossero stati raccolti armati per soverchiare il Popolo di Firenze. Bene altre volte erano venuti militi da Livorno quaggiù, e gli accoglievano festosi; anzi, come si è visto certa volta, giunti di notte, comecchè fosse tardi, erano ricevuti al chiarore di torcie, e al suono di bande.
Ora secondo i rapporti che ci venivano, niente era da dirsi della colonna Guarducci, e meno degli altri raccolti in Castello. Quelli di Borgo Ognissanti commisero parecchi trascorsi di cui fanno fede i Rapporti delle Delegazioni. Mi riferisco a cotesti; io credo potermi rammentare si trattasse di qualche baruffa in Via Gora a cagione di femmine. Non conosco la strada, nè le persone che vi abitano; però mi assicurarono, che colà si riducono donne le quali non godono fama di castissime in Firenze. Che se poi la informazione si trovasse essere falsa, io protesto solennemente che non intendo oltraggiare la fama delle donne di Via Gora, e mi unisco alla stima in che le tiene l'Accusa.[704] Ma caste o no, le donne, quando tirano pei fatti loro, convengo di leggieri che si abbiano a rispettare. Però devo aggiungere, riportandomi sempre ai Rapporti delle Delegazioni, che della medesima specie baruffe erano state commesse, in tempo assai remoto, dai militi albergati all'Uccello, senza che avessero sèguito alcuno, tranne il castigo, che in simili casi sogliono applicare ai trasgressori. Io vorrei un po' sapere, se tutti i soldati appartenenti a milizie ordinatissime, e sottoposte a disciplina piuttosto acerba che dura, si sieno astenuti sempre da procedere brutali con le femmine di partito, e se abbiano puntualmente pagato tutto il vino che si hanno bevuto; e, avendo commesso queste ed altre taccherelle che si tacciono per Io migliore, siasi detto di coteste milizie che la città deturpassero con la bruttezza dei modi e dei costumi! La sera del 10 aprile 1849 mi avvisarono essere sorto tumulto a Porta a Prato: andai, e trovai che un sergente e un soldato della compagnia Cercignani avevano voluto forzare la consegna di non uscire dalla città in cotesta ora; erano stati arrestati: mantenni l'arresto, e ripresi severamente il sergente, che, invece di dare esempio della disciplina, pel primo la manometteva. Di lì recatomi alla Porticciuola, osservai per buon tratto di Via della Scala rovesciarsi in città una frotta di gente armata di grossi bastoni, e udii ancora uno di quella imprecare al mio nome.
Donde muoveva? Chi la inviava? Chi le labbra e l'anime comprava per dirmi: morte? Come, e perchè la gente di contado mostravasi tanto tenera delle offese di cui i cittadini si risentivano sì poco? Io so chi la spingeva, e chi la comprava, e non merita memoria. Per questo e per altri indizii sospettando fosservi uomini indettati ad attaccare briga, e con intento scelleratissimo aizzare la gente a guerra fraterna, come pur troppo vi erano, fu reputato il meglio sgombrare la città dei militi livornesi. A questo scopo fino dal giorno 9 aprile, con lettera confidenziale al Ministro della Guerra, commisi ordinasse al Guarducci partisse incontanente per Pistoia; colà avrebbe trovato le cose necessarie: agli altri sarebbesi provveduto subito dopo. Il Guarducci verso sera nel giorno 11 aprile con la sua colonna s'incamminava alla Strada ferrata Maria Antonia. Percorsa quasi tutta la città, sboccando per via degli Avelli, ormai era arrivata alla Stazione.
Essa partiva, obbedendo agli ordini ricevuti, sicchè bisogna convenire che perduta opera era quella di disperderla; bastava lasciarla andare. O che l'Accusa, per via di figure rettoriche tolte in prestito dalla Italia Rossa, vuole dare ad intendere che lo sfondo di un uscio aperto equivalga alla presa di Belgrado? Qui accadde il conflitto detestabile. Se fossero i Livornesi provocati o provocatori non so di certo; solo rammento che i rapporti pervenutimi nella notte chiarivano, come una mano di ragazzi, seguitati da parecchi uomini, gli avessero insultati a parole, ed inseguiti co' fatti. Chi primo fu ad usare l'arme nella infame battaglia? Questo, come cosa di obbrobrio eterno alla Patria, ogni uomo onesto deve aborrire di raccontarlo, ed io non lo dico; però non lo ignoro. Intanto mi pervenne avviso del fatto; e quantunque io non lo credessi grave, pure asceso in carrozza condussi meco il Colonnello Vincenzo Manteri per vigilare da me stesso. Quando udii lo scoppio dei moschetti mi prese ribrezzo. Arrivato a certa strada, di cui ignoro il nome, mi occorse uno squadrone di Cavalleria, condotto dal Maggiore Diana, che stava a ridosso dietro un casamento: solo l'Ufficiale Capanna tentava imboccare nella Via dell'Amore, comunemente nota col nome di Via dei Cartelloni, ma il cavallo aombrato non glielo concedeva. A me pareva che in quel momento, nè il luogo, nè gli atti fossero convenevoli a soldati, e non rimasi da muoverne qualche risentita parola al Maggiore; poi fatto scendere un Dragone da cavallo vi salii sopra, intimando ai soldati di seguitarmi. Così mi persuase il dovere, e così senza badare ad altro io feci. A mezzo di questa via certo uomo da una porta mi trasse un colpo di fuoco addosso, e certo non mi parve cotesta cosa da farsi in Via dello Amore; ma (come a Dio piacque) rimasto illeso, attesi ad affrettarmi. Arrivato nella Piazza Vecchia vidi alcuni Livornesi inferociti, sciolti a modo di Bersaglieri, sparare nella direzione della Piazza Nuova lungo la Chiesa di Santa Maria Novella; tre o quattro giacevano feriti; un altro, mi pare, soldato, e un vecchio, lo furono accanto a me. Le fucilate dalla parte dei cittadini venivano dalle finestre, rade ma aggiustate; una ne fu tratta da certa casa allora non finita, prossima allo ingresso della Stazione; però che levando gli occhi vedessi la fumata spandersi fuori della finestra. Scesi da cavallo per ordinare che cessassero l'orribile guerra, e siccome non volevano obbedire presi a strappare loro le armi di mano: uno poi, così si mostrava imbestialito, fu mestieri prendere in quattro per trasportarlo alla Stazione. Resi altrove meritata lode, e qui la ripeto, al signor Janin e a tale altro signore che mi si disse americano, i quali per amore di umanità standomi al fianco secondarono i miei sforzi; nè, in omaggio del vero, devo commendare meno il Maggiore Guarducci, che vedendo i soldati inobbedienti a cessare dal fuoco gittò via lo squadrone, protestando con accese parole non volerli più comandare. — In questo momento vennero a dirmi alcuni cittadini, avere arrestato l'uomo che aveva tratto contro di me nella Via dei Cartelloni; e mi presentarono uno stocco che gli avevano tolto di mano: povero arnese, fatto di un fioretto appuntato dentro a un finocchio delle Indie; ordinai lasciassero l'uomo in libertà, e gli rendessero lo stocco; solo gli domandassero in che cosa l'avessi offeso. Dentro la Stazione trovai altri feriti, aiutai a riporli dentro ai carri, mi sottrassi fuggendo alle istanze di andare seco loro, nè quinci mi mossi, finchè io non gli vidi partiti. Il Dottor Morosi, il Chiarini, ed altri moltissimi, possono attestarne.
E questo ancora valga a chiarire come sia erroneo affermare, che il Popolo disperdesse i gruppi armati e soverchianti. La quasi totalità della colonna Guarducci era assettata nei cariaggi, imprecava ai rimasti, voleva partire senza loro; i combattenti, se non erano venti, a trenta non arrivavano, i quali dagli egregi uomini rammentati sopra, e dai compagni stessi furono strappati a forza dalla Piazza, e a forza rimessi dentro alla Stazione. Però fra tutti i militi, e segnatamente presso coloro che piangevano detestando lo scontro scellerato, e se n'erano astenuti, trovai comune la opinione, che una gente iniqua avesse tramata la insidia per ispingere al sangue fratelli contro fratelli; e così su l'anima mia ho creduto, e credo che fosse.
Allora mi referirono che il Generale Zannetti avviluppato in altra strada prossima si trovava a mal partito. Rimontai a cavallo, e seguitato dai Dragoni mi diressi in Piazza Nuova di Santa Maria Novella; la Civica si aperse per lasciarmi passare, ma presto conobbi non essere possibile entrare a cavallo nella Via de' Banchi dove stava il Generale Zannetti, perchè, riselciandola allora, copia di pietre nuove e vecchie ne ingombrava lo sbocco. Qui incontrai uno stuolo di Popolo armato di grossi bastoni fermo su per le pietre ammonticchiate; e mentre io mi approssimava mi furono tratti due sassi da un medesimo uomo giallo, e pessimamente in arnese; però un sasso solo mi colse fra il petto e la spalla destra. Io mi accostai sempre più, esclamando: A me? E il plebeo: Sì a te; ed io di nuovo avanzando: A me? Il plebeo scappò mutolo appiattandosi dietro ai compagni. Chi sa quanti Alberi della Libertà aveva piantato costui! Intanto seppi che il Generale Zannetti non correva più rischio. La Guardia Nazionale che mi stava attorno mi si dimostrava amorevole oltremodo, e sentivo ad ogni passo dirmi proprio così: «A lei vogliamo bene; ella è un galantuomo davvero, ma mandi via i Livornesi.» Ed io rispondevo: «Sì, avete ragione, e subito.» Con senso di gratitudine parimente rammento, come non mancasse taluno dei Nazionali che precorrendo e a lato mi sgombrasse il cammino, e fidata scorta fino alla Via degli Avelli mi facesse.
E premuroso che i Livornesi tutti, anche quelli che venuti per istruirsi ed armarsi avevano stanza nel Castello di San Giovanbattista, più presto che si potesse se ne andassero, mi vi condussi io stesso, e persuasi la gente di ridursi immediatamente a casa. Certo, parve duro a costoro, dopo averla abbandonata per militare alla frontiera, ritornarvi così subito a guisa di scomunicati; ma alle mie esortazioni si arresero, se non che domandavano gli schioppi; però anche questi con molte ragioni ricusaronsi; e, se io non erro, il Colonnello Tommi mi fu assai efficace aiutatore nella bisogna del rimandare i Volontarii disarmati a Livorno. Per questo modo dopo avere ordinato i carri della Strada ferrata, ed accertata la partenza, lasciai il Castello insieme col Capitano Montemerli e il signor Chiarini Segretario.
Prima però che per me la Fortezza si abbandonasse, ecco comparirmi davanti i signori Conte Digny e Avvocato Brocchi, i quali, dopo avermi con oneste parole commendato sì per quello che avevo fatto, sì per quello avevo disposto si facesse, mi significavano come la città non potesse posare tranquilla, finchè non avesse sicurezza che da Livorno non fosse per muoversi Popolo armato contro Firenze: questa voce sparsa nella città, e creduta, tenere agitati gli animi dei cittadini a stupenda irritazione; studiassi anche qui di trovare modo a sedare. Negando che simile motivo potesse accadere senza mio ordine, o almeno a mia insaputa, essi fervorosamente instarono onde io per via telegrafica, ad ogni buon fine, ordinassi che nessuno da Livorno si muovesse; e questo feci con volenteroso animo, aggiungendo: che dove per sorte Volontarii si trovassero per via, subito indietro si richiamassero; — scritto il Dispaccio alla presenza di moltissima gente, lo consegnai al signor Conte Digny, il quale disse correre col fido Brocchi alla Stazione di Livorno per ispedirlo.
E questo risponda all'accusa stupida, che io mi accingessi alle difese estreme. Veramente chi così intende non provoca la partenza di milleseicento Giovani, non li toglie da un Castello provveduto in copia di armi e di cannoni; ma qui dentro gli aduna, gli arma, e poi minaccia. Ma ormai a queste perfidie non crede più neanche la plebe di Firenze, e deh! non mi togliete il conforto della fiducia, che il Popolo fiorentino generosamente si penta di averle creduto un momento!
Pensai condurmi allo Spedale di Santa Maria Nuova per visitare i feriti, e ci giungemmo davanti; ma cambiai consiglio, perchè veramente, fra le angoscie dell'animo e del corpo, io era come immemore di me. Avevo appena riposato il capo, che vennero a significarmi (e penso che fossero Guardie Nazionali di presidio al Palazzo) come un capannello di Popolo accennasse atterrare l'Albero della Libertà in Piazza, e a domandarmi che cosa dovessero fare; ebbero in risposta: «Il Popolo lo ha alzato, il Popolo lo atterri.»
Qui sorge l'Accusa, e rampogna come diretti a combattere la Restaurazione gli apparecchi ordinati durante la notte dell'11 al 12 aprile 1849. — Prima di tutto ella dissimula i Livornesi, non dispersi, ch'è falsità, sibbene da me rimandati a casa; inoltre, nemmeno si studia ad onestare le sue contradizioni, imperciocchè avendo concesso prima, che, quantunque tardi, io mi fossi mostrato propenso alla Restaurazione, quando per le sventure della guerra considerava la tornata del Principe possibile, ad un tratto mutato consiglio, pretende che io l'abbia all'ultimo avversata, quando il moto impresso agli avvenimenti la faceva inevitabile. E così non solo mi trovo accusato di traditore dall'Accusa, non pure qualificato da lei di doppio cuore, non pure convertito in donna; chè adesso attende a dimostrarmi anche matto...
O pazïenza, che tanto sostieni!
Ciò nasce dalla insania di ritenere come diretto alla Restaurazione qualsivoglia atto di reazione e di anarchia; e questo è torto grande, e, a parere mio, ingiuria manifesta alla dignità del Paese e del Principato. — Quando, tolto pretesto dalla persona del Principe o dalla forma del Governo, le vendette private fiutano l'aria come segugi per conoscere s'è il tempo di lacerare, — la calunnia e lo spionaggio tendono trabocchetti agli ufficiali per iscorticarli degl'impieghi, e gli ufficiali minacciati per conservarli si mostrano pronti a vendere trenta Cristi per un danaro solo, — l'astio codardo si affaccia all'uscio socchiuso, celando dietro la schiena la mano armata di stiletto, — la mediocrità velenosa si apparecchia a fare scontare altrui il martirio di sentirsi nulla, — il fanatismo rinfresca la sua fiaccola con la pece e coll'olio, — e la plebe gallonata o cenciosa, strascinandosi alla coda chi presumeva starle alla testa, stende le mani ladre od omicide: — cotesta è reazione. Il Conciliatore ci ammoniva, come questo motivo sarebbe stato Restaurazione popolare di libertà, non Reazione, facendo fede così quanto l'una dall'altra differenziasse; ma quando favellò in simile sentenza il Conciliatore? Il giorno 13 aprile; e sta bene, ed io concedo volentieri, che gli uomini del Conciliatore in quel giorno potessero e dovessero credere così. Nella notte dell'11 al 12, e per la massima parte della mattina del 12 aprile poteva, all'opposto, e doveva temersi, che o tutte o la massima parte delle infamie che compongono la REAZIONE sarebbonsi vedute. L'Accusa, confondendo i tempi, da per sè stessa si confuta: invero ritiene in tutti i suoi Documenti, come nel giorno 12 aprile soltanto si trattasse di Restaurazione; differiscono poi nello indicare in quale ora del 12 questo successo si compisse; chè il Decreto del 7 gennaio, sconsigliato quanto intemperante, lo dichiara compíto allorchè i Membri del Municipio vennero nella Sala delle Conferenze dell'Assemblea. — e la Requisitoria in quel punto lo dice incoato soltanto, e questa sentenza troviamo essere vera. Dalle quali cose apparisce, che i provvedimenti presi nella notte dell'11 al 12 aprile, e nello stesso giorno fino allo apparire dei Membri del Municipio nella Sala delle Conferenze, non potevano contrastare alla opera della Restaurazione, come quella che non era per anche iniziata. I casi del giorno 11 aprile ebbero indole di tumulto popolare suscitato dal conflitto co' Livornesi in Piazza Vecchia; fin lì non ispiega il carattere politico che nel giorno susseguente gli impressero; nessuno lo conduce, o se ne mostra capo. Nè temevo soltanto la reazione in Firenze, bensì anche a Livorno, e altrove, e la temevo come cagione di guerra civile, onde io mi mostrai solertissimo a prevenirla da per tutto.[705] — Però il Guerrazzi non doveva supporre mai, aggiunge l'Accusa, che fossero per nascere scandali, e che tutto si sarebbe composto in santissima pace. — Davvero! E dei Livornesi ch'erano rimasti in città non mi dovevo prendere cura io? Non sono uomini essi? E mi venivano informando parecchi trovarsi nascosti nella Chiesa di S. Maria Novella, nè sapevo che cosa fosse avvenuto di quelli stanziati in Borgo Ognissanti. L'Accusa insiste dicendo: — non v'era mestieri straordinarii provvedimenti; sarebbe bastata la Guardia Nazionale. — Domando con ribrezzo licenza di sollevare un lembo del panno insanguinato, che cuopre quel giorno maledetto.... non vi spaventate.... lo lascio cadere subito.... e perdonatemi ancora, — perchè, vedete, io sono sforzato a difendermi da un'Accusa, che mi rugge d'intorno. Presso il canto al Mondragone in via dei Banchi era allora, e forse havvi anche adesso, una bottega di Vendita di Tabacco; colà, nella sera dell'11 aprile, si rifugiarono tre Livornesi perseguiti da uno stuolo di Veliti, che li chiamava a morte. Zannetti, Generale della Guardia Civica, ordinava lasciasserli stare; vedendo come poco frutto facessero i comandi, pregò supplichevole; lo insultarono, lo ributtarono, ed egli ebbe a fuggirsi via, inorridito, da un luogo, che rimarrà perpetuamente infame per la strage di tre uomini operata a sangue freddo. Il Colonnello Emilio Nespoli, e Paolo Feroni Capitano, a stento salvarono, riparandolo nel Palazzo Riccardi, un giovinetto livornese, che la plebe indracata voleva finire.... Di nuovo scongiuro perdono, e calo il panno. — Quale alba promettesse cotesta orribile notte, lascio che quanti leggono considerino! Onde maturamente esaminando la scrittura dei Giudici ho, per onore della umanità, creduto e credo, che quando essi scrissero le parole: in faccia a questo moto unanime, risoluto, evidente nel suo scopo, la Restaurazione del Principe, non potevano concepirsi mali, che non avvennero; il Guerrazzi richiama nella notte dell'11 la Guardia Municipale per opporla alle mene, egli diceva, diaboliche dei retrogradi, — questi ed altri casi ignorassero: se così non fosse, dovrei deporre sgomento la penna, e piangere su lo abisso di miseria, che opprime la nostra Patria.... Obbrobrio! — Il Ministro dello Interno ordinò la Guardia alle Porte si raddoppiasse; se i campagnoli vi si presentassero in frotta, si chiudessero; grosse pattuglie la città perlustrassero. Il Ministro della Guerra non mancò neppure egli di apprestare opportuni ripari per la difesa della pubblica salute. Nella notte vennero a rammentarmi importare grandemente la Guardia Municipale si richiamasse, ed io ordinai il ritorno di cotesta milizia, come quella che per suo speciale istituto è preposta alla tutela della pubblica e privata sicurezza. Dove io nella mia mente per diaboliche mene avessi inteso il motivo del giorno successivo tendente alla Restaurazione, ed avessi voluto contrastarlo, o come immagina l'Accusa, che mi sarei disarmato di 1600 e più Volontarii Livornesi? Quando l'Accusa ne dimostrerà che i Capitani, licenziando i soldati, si apparecchiano alla battaglia, noi dal nostro canto ci persuaderemo di quello che ci vuole dare ad intendere. Nè questo è tutto; così meno iniqui mi procedessero gli uomini, come mi si mostra il cielo propizio; chè dalle carte medesime raccolte dall'Accusa per offendermi mi viene somministrato argomento di difesa; e di vero, se io durante la notte dell'11 al 12 avessi creduto, che il motivo del giorno 12 per la Restaurazione fosse la mena diabolica che disegnavo prevenire o reprimere, mi si ha a concedere ancora, che delle Guardie Municipali avrei adunato in Firenze il maggiore numero che per me si potesse. Ma no: appunto perchè presagivo d'indole prava i moti temuti, e quindi ristretta, io giudicava bastanti a reprimerli, come altra volta accadde, la Guardia Nazionale, le poche milizie rimaste, e 400 Municipali.
Il Colonnello Solera disegna cavare da Pisa tutti i Municipali per condurli a Firenze; ed io, interpellato dal Prefetto, rispondo:
«Firenze, 12 aprile 1849. Ore 6, min. 55 ant.
«Al Prefetto di Pisa.
«Ritenga i Municipali di Pisa se le sono necessarii. — Bastano gli uomini di Solera; ma vengano presto; ed entri con solennità in Firenze.
«Guerrazzi.»
Lo allontanamento delle milizie livornesi, le cittadine preposte alle Porte e ai luoghi più importanti, dimostrano a chiara prova come un solo pensiero mi dominasse, quello di mantenere l'ordine nella città. Bastevoli gli apparecchi delle poche milizie stanziali e dei 400 Municipali a contenere o reprimere un moto di reazione o di anarchia, insufficienti a contrastare la Restaurazione desiderata dal voto universale, e però evidentemente non destinati contro di quella.
Quanti mi hanno in pratica sanno come per lunga infermità io patisca d'infiammazione intestinale, e sanno altresì in quale stato le commozioni e le fatiche del governo procelloso mi avessero ridotto; però non sarà difficile credere che dopo i successi dell'11 aprile io passassi le ultime ore della notte oltremodo agitato. La mattina più volte tentai levarmi, e proprio non potei; finalmente, non vedendo più venire persona a ragguagliarmi di quanto accadesse, mi sforzai reggermi in piedi, e passando dalle stanze alte del Palazzo, secondo il consueto, entrai nell'Ufficio del Ministro della Guerra signore Gio. Manganaro. Domandai quali provvedimenti avesse preso, e me li disse.[706] In questa sopraggiunge il Colonnello Tommi, che veniva a referire non potere trarre i cannoni in Piazza, perchè mancante di arnesi e di cavalli; parendo a me coteste scuse frivole, osservava che gli arnesi per trasportarne due vi avevano ad essere; e in quanto a cavalli, potersi servire di quelli della Posta. Egli tolse commiato, e non fece trasportare i cannoni; avendolo riveduto verso le tre pomeridiane nello Ufficio del Ministro della Guerra, gli domandai a mo' di scherzo: «Perchè non avete fatto trainare i cannoni in Piazza?» Egli rispose: «Perchè mi parve che non si trattasse di tumulti, ma di moto universale appoggiato dalla Guardia Nazionale, e però non ne vidi il bisogno.» Al che soggiunsi: «Avete fatto bene.» Però si voglia notare di grazia che i cannoni non erano stati punto ordinati da me; e che se io insistei, ciò fu meno per avere i cannoni, che per confutare gli ostacoli che proponeva il signor Tommi, i quali, a vero dire, non persuadevano troppo.
Dopo il Colonnello Tommi entra il signor Diana Maggiore di Cavalleria, domandando ordini precisi su quello che doveva operarsi da lui. Devo confessare che io mi sentiva alquanto indisposto contro questo ufficiale, parendo a me che nella sera precedente non avesse adempito al suo dovere standosene in luogo appartato, mentre i cittadini si laceravano con iscambievole strage; nella quale opinione mi confermava eziandio l'atteggiamento in cui mi era comparso il Capanna, imperciocchè, se questo animoso giovane bene faceva slanciandosi, perchè il suo Maggiore non lo seguiva, o, piuttosto, perchè non lo precedeva? E se il Capanna faceva male, perchè il suo Superiore non lo richiamava? Però io non nego avergli detto un po' turbato: «Quando vede tumulto si cacci tramezzo e divida.» Il Maggiore Diana non rammenta un'altra cosa che gli richiamerò io alla memoria, e non creda già in suo disdoro, ma sì in onore, ed è la sua risposta alle mie parole, la quale fu questa: — lo farebbe, ma desiderare conoscere se la Guardia Nazionale stava per l'Assemblea. — Questa domanda rivela, per mio giudizio, ottimo discernimento nel Maggiore, conciossiachè, dove la Nazionale si fosse mostrata avversa al moto, era a temersi che si presentasse o prendesse indole di reazionario e di anarchico; laddove all'opposto la Nazionale lo avesse secondato e diretto, siffatti timori cessavano, nè doveva contrastarsi. Fermo nella mia opinione, avvegnadio veruna conoscenza di fatti mi fosse giunta per farmela mutare, risposi: «Di ciò stia sicuro; come vuole ella che la Nazionale non difenda l'Assemblea, se lo ha promesso?» Il Maggiore Diana afferma avergli io ordinato di caricare; io nego apertamente essermi valso di cotesto termine; ma supposto che io lo avessi adoperato, ignaro del tecnicismo, — da me, poche ore prima, il Maggiore aveva conosciuto col fatto quello che io mi intendessi per caricare, — dare di sprone ai cavalli, gittarsi inermi colà dove il Popolo si mesce in empia battaglia, strappare ai forsennati le armi di mano, mettere risolutamente in avventura la propria vita per salvare l'altrui.
Parliamo di Bernardo Basetti. Interrogato come testimone, dichiara «che nel giorno 12 mi comparve davanti, e appena lo vidi gli dissi: — In Piazza; — se non che avendo egli considerato quello che vi accadeva, e la probabilità con la sua azione di dare luogo alla guerra civile, formò subito il pensiero di non andare; anzi, al contrario, condurre gli uomini al Quartiere. Solera, protestando non intendersi delle cose nostre, lasciò a lui la cura di fare pel meglio; egli dette ordini rigorosi ai soldati e agli Ufficiali di starsi su la spianata del Convento di San Firenze. Da mano ignota ricevè un biglietto aperto del Guerrazzi, il quale, in sostanza, gli rinnuovava l'ordine di andare in Piazza, ch'egli lasciò inadempito per la ragione già addotta; poco dopo, invitati dal Municipio gli Ufficiali della Guardia a recarsi alla Comunità, vi si condusse col Solera e con altri; — quivi dichiara l'animo suo; è accolto e lodato; — in cotesto riscontro Orazio Ricasoli gli consegna un secondo biglietto aperto del Guerrazzi, il quale, comecchè contenesse le medesime istanze, ottenne il medesimo resultato. Egli ha conservato i biglietti e li conserva tuttora, ed è pronto ad esibirli.» E gli esibisce.
Ora io nego di avere veduto Bernardo Basetti; e non lo nego già per comodo che mi faccia, imperciocchè a me nulla nuoce affermarlo: io lo nego, prima di tutto, perchè tale è la verità, e poi perchè questa verità ridonda a onore della intelligenza e dell'animo del Basetti. No, il Basetti non mi ha veduto, avvegnadio, se così fosse, amico e beneficato da me, mi avrebbe chiarito, dicendo: «Avverti a quello che fai; se pensi opporti a qualcheduno dei soliti tumulti, o reprimere un moto di anarchia, non è questo il caso; da quanto ho veduto in Piazza, e posso giudicare io, la universa città si commuove a restaurare di comune consenso il Principato Costituzionale.» Egli è certo che favellandomi così, mi avrebbe istruito intorno lo stato delle cose, e, adempiendo ufficio di amicizia, alla Patria giovava, ed a me, e forse anche a sè; perocchè, più spesso che altri non crede, l'utile si trova in compagnia dell'onesto; e se non mi voleva procedere amico, il suo obbligo, come Ufficiale, gl'imponeva farmi rapporto di quanto fosse stato considerato da lui, domandarmi che cosa avrebbe dovuto fare in Piazza, in che modo, a quali fini operare; e udite da me le debite spiegazioni, il suo dovere, come Ufficiale, gl'imponeva esporre i pericoli e la impossibilità di eseguire i comandi; e supposto, che tutto ridotto all'acqua chiara, io per ultimo lo incombensassi a tutelare la vita dei Deputati e mia, dal deposto di Bernardo Basetti si viene alla conseguenza, che, per dubbio di effusione di sangue, lasciava con deliberato consiglio, che il nostro certamente si versasse dalla plebe indracata. Giudichi Bernardo Basetti se queste conseguenze del suo deposto gli accomodano: per me, averlo veduto o no torna indifferente; e se lo nego, lo faccio soltanto perchè non è vero.
Mentre io stava tuttavia nelle prime ore della mattina nelle stanze del Ministro della Guerra, mi ragguagliavano come al presentarsi della Guardia Municipale la turba che era stipata in Piazza, e minacciosa, rovesciatasi sopra di sè aveva fatto sembiante di andarsene più che di passo, se non che la Guardia invece di attelarsi s'incamminava ai Quartieri per essere stata presa dall'acqua nel cammino. Allora fu che scrissi i due biglietti intorno ai quali furono mosse sì strane calunnie:
«Firenze, 12 aprile 1849.
«Basetti,
«In Piazza vi sono Veliti, Guardia Nazionale, entra la Cavalleria e l'Artiglieria. — Esca la Municipale, o si cuopre di vergogna.
«Guerrazzi.»
Ministero e Segreteria di Stato
della Guerra e Marina.
1º Ripartimento.
«Basetti,
«Prendi il Comando della Municipale: fuori in Piazza a difendere l'Assemblea, e la Patria, e la Libertà, e il tuo amico
«Guerrazzi.»
Col primo lo ammonisco, che stando in Piazza (come credeva) Guardie Civiche e le Milizie stanziali, la Guardia Municipale con la sua viltà sarebbesi tirato addosso un carico grande. Questo biglietto chiaro si comprende essere scritto prima che al Ministro della Guerra si presentassero il Colonnello Tommi e il Maggiore Diana, perchè appaia fondato sul supposto, che la Cavalleria e l'Artiglieria già si trovassero in Piazza. Dopo il colloquio col signor Tommi non avrebbe potuto scriversi con verità; — che se l'Accusa appuntando il dito sotto l'occhio notasse: Tu lo facesti apposta per eccitare il Basetti con lo esempio, — io le risponderei: Tu se' maliziata indarno; imperciocchè l'arte sarebbe tornata vana, essendo egli passato per la Piazza, ed avendo potuto co' proprii occhi vedere se le mie parole erano vere; — posto ancora che per altra via si fosse condotto ai Quartieri, agevole cosa era mandare da San Firenze in Piazza del Granduca qualcheduno che speculasse gli eventi. — Col secondo lo conforto di difendere l'Assemblea, la Patria, la Libertà ed il suo amico; ed anche questo fu scritto nelle stanze del Ministro della Guerra, come ne fa fede la stampiglia impressa sul margine del foglio. Queste avvertenze dimostrano come ambedue i biglietti fossero scritti e mandati innanzi che io scendessi nella Sala delle Conferenze, e così prima che per me si conoscessero le trattative incoate fra il Municipio e l'Assemblea, di operare concordi alla restaurazione del Principato Costituzionale. Apprendo come uno di questi biglietti fosse consegnato aperto al Basetti dal signor Orazio Ricasoli, a cui pure chiusa ed intatta rimisi la lettera sospetta, che mi recò l'ufficiale della Posta; il qual fatto non dissuase il Conciliatore, di Angiolo ad un tratto convertito in Demonio contro di me, nel suo manifesto di guerra del giorno 19 aprile 1849, da mettere a carico mio: «il segreto della Posta non rispettato.»
Ora, che cosa l'Accusa trova da appuntare in cotesti biglietti? il modo, o il fine? Se il modo; lo so, — quando la stampa di questa mia Patria mi si rovesciava addosso come calcina viva sopra corpo morto, prevalendosi del mio silenzio costretto, e nella speranza di consumarmi moderatamente fino le ossa, vi fu chi scrisse avere io ordinato a Bernardo Basetti di trarre sul Popolo; onde coscienza punse cotesto uomo, e non patì che si facesse tanto disonesto strazio di tale che gli fu amico, lo aveva beneficato, e adesso non si poteva difendere; e pubblicò con le stampe, calunnie essere quelle voci.[707] Di vero poteva io mai dare questo empio ordine? La sera precedente mettevo a cimento la vita perchè cessasse la strage fraterna, e poche ore dopo la comando? L'11 aprile strappo le armi ai cittadini, per riporle in mano loro il 12, e aizzarli a fare sangue? Preoccupato da tremenda ansietà, nel giorno 11, non mi do pace finchè la città non è sgombra di Livornesi onde i lugubri scontri non si rinnuovino, nel 12 li cerco e li provoco? Nei giorni 10 ed 11 scrivo al Prefetto Landi, conforme la Sentenza della Corte Regia di Lucca, del 4 giugno 1850, riporta: «Attesochè avvertisse il Guerrazzi al Landi, con i suoi Dispacci de' 10 e 11 aprile, come lasciare nemici dietro, mentre la milizia era ordinata a recarsi alle frontiere non fosse prudenza, e come avrebbero ottenuta lode per parte degli amici e dei nemici adoprandosi alla difesa esterna, come per la sicurezza interna, e conseguentemente gl'ingiungesse di operare il disarmo, di procedere ad arresti senza rispetto, meglio essendo, siccome egli litteralmente si esprimeva, di arrestare e disarmare che dare l'esempio più tardi di mutue stragi.» E mentre a Lucca aborro la strage, e la prevengo, qui a Firenze dopo breve giro di tempo l'amo, e la cerco? Mi si dieno gli Archivii, odansi (non come chi ha paura del vero, quasi fosse una di quelle visioni notturne che mettono il tremito nelle ossa, bensì come chi lo ama al pari di una benedizione) i miei Segretarii, eziandio quelli rimasti in carica, e conoscerete qual cuore, quali ordini fossero i miei. Dunque l'Assemblea, la Patria, la Libertà, e l'amico, non si difendono con altro che con le morti? Quando difesi la vita dei cittadini, allagai di sangue la piazza? L'amico sa difendere l'amico anche esponendo il proprio petto per lui, ma ahimè! queste cose non sapeva Bernardo Basetti. Il vanto (e gli parve tale!) del Basetti di non essere uscito in piazza per timore di accendere la guerra civile ha dato fondamento all'Accusa; cotesto vanto è insensato: ma che importa ciò all'Accusa, che di ogni campo fa strada nella sua persecuzione? Dunque, e in quel giorno e poi, la Guardia Civica doveva astenersi dalla difesa dell'ordine pubblico e della privata sicurezza, per sospetto di guerra civile? Il Colonnello Nespoli, che pure non mi era amico, quando mi offerse scortarmi e tutelarmi con una compagnia di Guardia Nazionale, commetteva atto di guerra civile? Per timore che possa correre sangue, lascinsi esposti a morte certa rispettabili cittadini..... alla belva plebea si dieno non contrastato pasto! — Ma voi non avevate mestiero difesa, ammonisce l'Accusa, poichè ogni cosa avvenne con modi soavi. — Eh! via, apprenda verecondia l'Accusa; queste cose non possono dirsi, nè devono, da chi fa professione di verità. Lascio di rammentare gli atroci avvenimenti del giorno innanzi; non torno ad avvertire che in quel punto quale carattere potesse assumere la sommossa ignorava, e dagli esordii io doveva presagirla nefandissima ed empia. Si esamini pure il moto quando gli dettero forma e direzione; coloro che se ne posero a capo giunsero forse a contenerlo sempre nei confini desiderati? Non rimasero talora atterriti degli elementi che si confusero con essi? I nuovi amici piacquero loro tutti? Le opere di quei giorni approvarono tutte? Per me so, e ne depongono i testimoni, che la plebe, dopo avere spiantato gli Alberi che aveva piantato, venne per irrompere nell'Assemblea e manomettere i Deputati; per me so che fece forza al Palazzo Vecchio, prima e dopo che vi avesse tolto stanza la Commissione Governativa; io so, che da gente prava fu spinta, per buona parte della notte, plebe avvinata ad aggirarsi intorno alla mia dimora, come lupo nei giorni di neve, a urlare: morte! morte! — io so, che il giorno 13 aprile una torma di villani con falci, e vanghe, e zappe, invasero i cortili del Palazzo Vecchio gridando la parte, a modo di musicanti venuti a farti la serenata sotto ai balconi: Morte al Guerrazzi! Morte al ladro! Morte all'assassino! con altre più cose che io non ho ritenuto a mente, come sembrava, pur troppo, che bene avessero appreso a ritenere costoro. Queste dimostrazioni di esultanza non furono già del tutto buccoliche, come va idilieggiando l'Accusa, dacchè il Prefetto provvisorio Pezzella, nel Proclama del 14 aprile 1849, bandiva:
«Peggiore ed altrettanto deplorabile cosa ella è, se trasmodi fino a recriminazioni di Partiti, violenze alle persone, e guasti alle proprietà.
«Se infelicemente sia ciò in qualche parte accaduto, confido che non sarà mai più.»
E noi sappiamo quanto nei Documenti officiali si limino e aggarbino le espressioni, per modo che dicono mille volte meno di quello che veramente sia; nè tardarono uno istante a mostrarsi gli avvoltoj: «i quali, — come c'istruisce Ferdinando Zannetti, — mossi, più che da leale affezione di Partito, da invidie ed animosità particolari, immaginano secrete macchinazioni per dare a credere misteriose trame, designando intanto le persone su le quali a sfogo di rancore vogliono proclamati arresti, esilii ed altre coercizioni.»[708] La Reazione comparve subito e sopraffece le buone intenzioni (perchè non dubito punto che la Commissione e il Municipio si proponessero a scopo il ristabilimento dello Statuto, e la preservazione della Patria dalle armi straniere), se al grido della plebe di: Viva la Monarchia, fu mestieri che la Guardia Nazionale aggiungesse: «Costituzionale;» e all'altro: Viva la Restaurazione: «con libere istituzioni:»[709] e più apertamente parlando il lealissimo uomo, nella lettera che scriveva al buon Pietro Bigazzi: «Nei momenti attuali — tu non devi negare i ripetuti gridi: Morte ai liberali ec.»[710]
Dunque pel modo non furono esorbitanti i miei ordini, nè capaci a fare nascere guerra civile, come opina Bernardo Basetti, il quale da un lato s'ingegna onestare la disobbedienza, e lo abbandono; dall'altro, farsi merito presso il nuovo Governo: senonchè la toppa appare più trista dello sdrucio, e per cuoprire una cosa brutta ne dice quattro assurde; e l'Accusa, poichè le giovano, piglia anche le assurde, e con obliquo scopo palesate, e me lo appunta al petto come Lanzo alabarda.
E se non ponno biasimarsi gli ordini miei pel modo, molto meno si vorranno riprendere pel fine, dacchè io non lo chiamavo alla difesa di una forma determinata di Governo, bensì dell'Assemblea, la quale doveva in breve pronunziare in modo civile, e con voto del pari che con universale contentezza (e lo abbiamo veduto) la restaurazione del Principato Costituzionale; — però l'Accusa pare che trovi eziandio essere delitto difendere la Patria; e ritiene ogni atto mosso a questo scopo santissimo, ostile alla Restaurazione: sul quale proposito io devo avvertire, che se l'Accusa non sentì vergogna a incriminare, io provo quanto farei ingiuria al pudore spendendo pure una parola a difendermi in questa parte; e lo stesso dicasi della Libertà, — e fermamente, credo che a non pochi Magistrati palpiteranno più frequenti i polsi udendo come nei Tribunali Toscani la difesa della Libertà suoni misfatto; e se Libertà sapessi in che e come differisca dalla licenza, per qual modo si custodisca e con quali argomenti si difenda, voi tutti conoscete a prova; — finalmente dopo avere pensato alla Rappresentanza del Paese, alla Patria e alla Libertà, parmi possa essere concesso di pensare un poco anche a sè. Comprendo benissimo come l'Accusa aggravandosi sopra il mio capo mi ha tenuto in conto di un ghiabaldano, di cui i nostri antichi per proverbio dicevano: che ne davano trentasei per un pelo di Asino;[711] ed io quantunque presuma di me poco, pure anche in questo non mi accordo con l'Accusa, essendo la propria conservazione di Natura; e intorno a me educai creature, che amo e che mi amano, che piangerebbero e soffrirebbero per la morte mia.... Ami tu qualcheduno, Accusa? — Supposto che tu l'ami, troverai doverti conservare meno per ragione del diritto, che per l'obbligo di non partirti o lasciarti strappare dalla vita, finchè le tue creature non sappiano aiutarsi da per sè stesse nel mondo. — Vero è però, — e in questa parte sarei tentato di dare ragione all'Accusa, — vero è però che, o lasciassi libero il freno alla plebe indracata, e avvinata e pagata, o mi commettessi alla fede di gentiluomini cristiani, poco divario è corso, perchè la prigionia assomiglia alla morte, in ispecie per la educazione dei figli, o delle creature insomma che si amano... ma allora io credevo, che differenza ci fosse!
Rimane a vedere se io potessi confidare in questa prova di amicizia sviscerata per la parte di Bernardo Basetti, e parmi di sì; imperciocchè non v'era mestieri che fosse sviscerata, anzi bastava mediocre; e neppure, se ben si considera, amicizia bisognava, ma sentimento di dovere e semplice gentilezza. Il signore Emilio Nespoli, e l'ho detto, per bene due volte, venne ad avvertirmi di pormi in salvo, e offerse mandare verso il Prato una compagnia di Guardia Nazionale a tutelarmi, comecchè non mi stringesse seco vincolo di amicizia. Ora è da sapersi avere io conosciuto Bernardo Basetti nel 1830 a Montepulciano, dove mi fu cortese di buoni ufficii e di consolazioni, onde me gli attaccai con amore, parendomi forte e generosa natura: provò fortune diverse, e le contrarie forse non senza colpa sua; me ebbe in tutte uguale; esulò, tornò, e molto mi affaticai presso i suoi creditori, affinchè quieto lo lasciassero stare in Toscana, e l'ottenni; però non sembra che la vita volgesse troppo gioconda per lui, dacchè mi scrisse lettere ortatorie, quando fui assunto al Potere, di accomodarlo di qualche impiego, e segnatamente nella Guardia Municipale che stava sul formarsi in Firenze, sentendosi, sia per la perizia acquistata nell'Algeria nelle cose militari, sia per la operosità naturale, sufficiente ad esercitarlo, onde io gli conferii dignità e soldo di Capitano, e di grado in grado quello di Comandante supremo; se non che, non gli parendo essere bastevole a tanto ufficio, me lo confessò modesto, ed io onorevolmente, e secondo il suo genio, lo collocai. Non basta: consentii che impiegasse nel Corpo medesimo un giovane che ei teneva in parte di figlio. Aveva eziandio due fratelli onestissimi, Agostino e Ferdinando; e raccomandatimi entrambi, il primo conseguì impiego, all'altro pensava provvedere quando me ne capitasse il destro. Io so che parlando del fratello Bernardo gli affliggo, e Dio sa se anche me attristo; — scusimi appo loro non poterne fare a meno, e il modo discreto col quale io ne parlo. — E non è tutto ancora: nel 19 novembre 1848 lo mando Capitano provvisorio della Municipale a Livorno;[712] non accettato costà, Pigli, compiacendo alle intemperanze popolari, lo respinge a Firenze.[713] Per l'offesa dello amico, turbato, senza porre tempo fra mezzo domando informazioni del fatto.[714] Il Governatore Pigli risponde nel modo seguente:
«Al Ministro dello Interno.
«Fino da ieri sera si conosceva pubblicamente il desiderio di molti di avere qui il Capitano Roberti. Nella dimostrazione fatta ieri a favore dei Deputati, benchè poco numerosa, un cartello diceva: Viva il Roberti, Capitano della Municipale di Livorno. E già si sapeva che egli era partito per Firenze. Gli Ufficiali chiamati da me furono, ieri sera, presentati a Basetti con gradimento reciproco. Fu fissato che stamani all'appello del mezzogiorno si sarebbe presentato alla Compagnia. Stamani i rapporti verbali dei tre Ufficiali, fatti a me, assicurano che il Capitano Basetti presentandosi avrebbe avuto una dimostrazione contraria; che la presenza del Governatore l'avrebbe potuta mitigare forse, ma non impedire; che quanto allo scioglimento era pericoloso, per essere quasi tutti concordi, in ispecie i graduati: doversi riflettere che sono tutti armati e hanno molti aderenti a favore di Roberti nel Popolo. In questo stato di cose ho creduto savio consiglio, senza farne sentore alla Compagnia, far partire il Basetti, che referisse a viva voce: il quale ha di buon grado aderito alla proposta. Prego a riflettere come sia pericoloso l'impegnarsi a cosa che non siamo certi di poter sostenere.
«Pigli.»
Voi lo vedete: Basetti cede il campo; Pigli, con partiti che gli sembravano cauti, ed erano vili, insinua a lasciarlo offeso. Geloso dell'onore del Basetti più di quello ch'egli se ne mostrasse, odasi un po' come lo sostenessi io:
«Al Governatore di Livorno.
«Guerrazzi e Montanelli mandano al Governatore che ordini la rivista della Municipale, e dica in nostro nome che il Basetti ha da essere il Capitano, perchè nostro amico e uomo di nostra fiducia. Che Roberti deve stare qua, che noi non soffriamo soverchierie, e ci dimettiamo piuttosto, lasciando alla Municipale l'odio della sua resistenza. Che se credono di strascinarci per il collo, s'ingannano per Dio. Il Governatore eseguisca gli ordini, e avverta che, così procedendo le cose, ritenere il Governo è una vergogna, un insulto. Intanto se la Municipale continua nel sistema di ribellione, si sciolga e si sospendano le paghe. Così vogliamo; queste sono vergogne, e bisogna che cessino. Gli Ufficiali e tutti quelli che si mantengono fedeli alla libertà vengano a Firenze. La Caserma si chiuda. Risposta subito.
«Guerrazzi.»
Mi sembra che da me non si potesse dare a Bernardo Basetti prova più alta di amicizia oltre quella di mettere a repentaglio per lui perfino la mia carica, e questo perchè lo stimo amico mio e persona di fiducia. Quindici minuti dopo pongo da capo in moto il telegrafo, indicando la via da seguirsi onde ottenere il fine desiderato:
«Al Governatore Pigli.
«Chiamate Fabbri, Lauri, Notari, Betti, e Frediani e altri, e dite loro che il Ministero è disposto a sciogliere la Municipale, a dimettersi anzichè lasciarsi imporre dalla Municipale stessa. Però usino tutti la loro influenza a farla vergognare dell'enormezza commessa. Domani vengo col Basetti. Arte, prontezza e vigore. I Livornesi si lasciano guidare, ma da mani non deboli. La Cecilia torna contento. Sua Altezza ha approvato. Risposta subito.
«Guerrazzi.»
Pigli obbedisce, e annunzia:
«Al Ministro dello Interno.
«Sentite le persone indicate nel Dispaccio Ministeriale, ci siamo presentati alla Guardia Municipale, riunita, e in considerevole numero, Fabbri, la Cecilia, i Consiglieri, ed io. Ho incominciato a parlare parole di fiducia per prendere ad annunziare alla nomina del Capitano provvisorio Basetti, il quale domani prenderà il Comando della Municipale. Le contestazioni e opposizioni, per quanto presentate con rispetto, sono state molte. È stato detto che promosso il Capitano Roberti, si deve procedere per la stessa via di ragioni, e promuovere gli Ufficiali nella Compagnia. Ha detto alquante parole il Gonfaloniere, molto più e più efficaci La Cecilia, spontaneamente intervenuto. Io finalmente ho concluso che la nomina del Basetti non distrugge i titoli ed i diritti di alcuno, e che il Governo nella sua imparzialità e giustizia saprà tutti proteggere e rimunerare secondo il merito. Siamo partiti in mezzo agli applausi. Basetti venga e sarà ben ricevuto. Il resto al tempo e alla saggezza del Governo.
«Pigli.»
Ed io prometto il giorno successivo recarmi in Livorno conducendo meco Bernardo Basetti, fino alle lacrime commosso del come voglia e sappia proteggerlo.
«Al Governatore di Livorno.
«Si lodi la Municipale. Quante volte si mostrerà obbediente alli ordini del suo creatore avrà diritto alla sua particolare considerazione. Roberti non è promosso. Basetti non è Capitano definitivo, ma provvisorio. Tutta la Guardia dovrà essere definitivamente approvata dal Consiglio. Ho passato una cattiva giornata. Domani sera io sarò in Livorno con Basetti. A ore dieci passerò la rivista in Caserma della Municipale. Viva la Municipale fedele alla libertà, nemica della licenza.
«Guerrazzi.»
Trionfante entrò Basetti nei Quartieri dond'ebbe poco anzi a partirsi con fronte dimessa, e finchè stette a Livorno l'onorarono ed amarono; ed anche si dica a lode di lui, seppe farsi rispettare ed amare.
Per le cose esposte io pensava trovarmi un cotal poco fondato ad aspettarmi da Bernardo Basetti una prova di amicizia; se non voleva ricordarsi a quell'ora essermi amico, io doveva credere ch'egli avrebbe eseguito il mio ordine, se avesse potuto farsi umanamente ed efficacemente; e se no, mi avrebbe ragguagliato con fedeltà come a probo Ufficiale appartiene; se infine le parti di amico e di Ufficiale volle dimenticare, non dovevo credere ch'egli avrebbe posto mai in oblio quelle di uomo, che non consentono (nella folle speranza di proprio comodo) pronunziare assurde opinioni; delle quali l'Accusa, intenta solo a nuocere, si varrà per fabbricarvi sopra assurde e futili incolpazioni, è vero, ma rincrescevoli sempre, non fosse altro per avermi dato il fastidio di spendere tante parole a dimostrare la stolidità e malizia loro.
Non mi comparendo davanti il Ministro dello Interno, nè il Prefetto, ignaro dello stato delle cose m'incammino alla Sala delle Conferenze, dove seppi adunata l'Assemblea. Ora sentiamo raccontare dal Professore Taddei, Presidente, quello che, a mia insaputa, era successo nella prima parte della mattinata. Il Municipio desidera unirsi all'Assemblea per proclamare la Restaurazione, come senno e amore vero di Patria persuadevano; però... ma parli il labbro del vecchio illustre: «Mi rammento che il signor Giuseppe Martelli venne a cercarmi nella Camera stessa, ed a pregarmi di volere secolui recarmi al Municipio: io aderii immediatamente, e trovati poi in una carrozza i signori Ricasoli e Cantagalli, vi montai; c'incamminammo uniti al Palazzo Riccardi per condurre insieme con noi al Municipio il Professore Zannetti. Radunati tutti al Municipio, e trovatici unanimi ad operare ognuno dal suo canto per restaurare la Monarchia Costituzionale, non rimase altro da fare, che mettere d'accordo l'Assemblea e il Municipio, nello stabilire il modo col quale legalmente e dignitosamente si potesse soddisfare al desiderio di tutti. Due del Municipio, e segnatamente i signori Digny e Brocchi, si recarono nella Sala delle Conferenze, in qualità di Commissionati dello stesso Municipio per comprovare quello che già aveva io referito, e devenimmo alla stesura di concisa Notificazione, la quale fu letta e ratificata dai Commissionati suddetti, ed immediatamente spedita ai torchj.»[715]
Il Proclama fu questo:
«Toscani! L'Assemblea Costituente Toscana si dichiara in permanenza. Essa prenderà, d'accordo con la Guardia Civica e col Municipio, i provvedimenti necessarii per salvare il Paese.
«Firenze, 12 aprile 1849.
«Taddei Presidente.»
Mentre l'Assemblea da una parte adempiva la promessa, come tra gente onesta si conviene, dall'altra prevalevano nel Municipio consigli pessimi; e fatto nuovo partito, i suoi Membri statuiscono mancare di parola all'Assemblea, e disprezzato il Collegio nella sua rappresentanza, come nelle singole persone dei Deputati, senza neppure avvisarlo di volere procedere soli, e, se bisognasse, avversi nel disegno fermato, — quasi per ardere le carra, e non dare luogo ad ammenda, stampano un Proclama, ed in fretta lo appiccano su pei cantoni. In questa sentenza quel Proclama bandiva:
«Cittadini,
«Nella gravità della circostanza, il vostro Municipio sente tutta la importanza della sua missione. Egli a nome del Principe assume la direzione degli affari, e si ripromette di liberarvi dal dolore di una invasione.
«Il Municipio in questo solenne momento si aggrega cinque cittadini che godono la vostra fiducia, e sono:
«Gino Capponi,
«Bettino Ricasoli,
«Luigi Serristori,
«Carlo Torrigiani,
«Cesare Capoquadri.
«Dal Municipio di Firenze,
«Li 12 aprile 1849.
«Per il Gonfaloniere impedito
«Orazio Cesare Ricasoli Primo Priore.»
Di questo Proclama del Municipio, di cui taluno aveva portato frettolosamente novella all'Assemblea, si facevano accesi ed amari discorsi, quando i signori Digny, Brocchi e Martelli tornarono nella Sala delle Conferenze. Questa è la scena che il Visconte D'Arlincourt, togliendola di peso dal Duca di Ossuna del nostro Federigi, ha inserito nella sua Italia Rossa, nella quale il Conte Digny, nobile e fedele realista, spalanca la porta ed intima la sedicente Assemblea a ritirarsi. Però hassi a notare, per rendere unicuique suum, che l'attributo di sedicente non appartiene proprio al Visconte D'Arlincourt, ma al Brocchi, il quale se ne compiace così, che per bene due volte nel corso del suo esame lo viene ripetendo. Ed è poi strana a considerarsi quest'altra cosa, che il Conte Digny ha protestato contro la qualificazione di nobile e fedele realista, che a parere mio non fa torto, allorchè nasca da convincimento coscienzioso, o da personale affetto, mentre contro il pubblico grido, che lui accusa di fede tradita, è stato cheto come olio. E di vero, l'apparizione del Conte era tutto altro che nobile, conciossiachè versasse in questo: il Municipio volere rompere i patti, anzi averli rotti; l'accordo invocato prima con l'Assemblea adesso respingere; aborrirla compagna, dichiararla nemica; si disperdesse, lasciasse operare da sè solo il Municipio. A tanta slealtà, non è da dire se si levassero, e a ragione, amari richiami. E prima di ogni altro il Presidente Taddei, a cui pareva, com'era vero, che di lui e della sua onoratezza si fosse fatto bindolissimo giuoco. — Accesi, e meritamente, sopra gli altri si mostravano i Deputati signori Ciampi e Cipriani, i quali (sempre si abbia presente questa avvertenza) non offesi già dalla proposta di Restaurazione da operarsi d'accordo col Municipio, che annunziata testè dal Professore Taddei era stata da loro accettata, bensì dalla brutta mancanza di fede, esclamarono, che bisognava arrestare il Municipio fedifrago. E poichè il Conte rispondeva con petulanza molta e senno poco, io mi posi in mezzo alla disputa favellando in questo concetto: «Voi fate una Rivoluzione;[716] onde non partorisca le conseguenze che le sono ordinarie, procurate unire a voi quanti maggiori consensi potete; non rigettate quelli che vi si offrono.» E siccome il Conte rispondeva con petulanza molta e senno poco, aggiunsi: «Voi meritereste essere arrestato!»
L'Accusa, come vedemmo, sostiene che io mi opposi alla incoata Restaurazione, minacciando prima e intimando poi l'arresto dei signori Digny, Brocchi e Martelli, che venivano ad ammonirmi di non volere opporre ostacoli alla iniziata opera loro. Il più lieve rimprovero che possa farsi all'Accusa, è ch'ella non sa quello che si dice. E la ragione apparisce evidente: suppongasi vero tutto quanto afferma l'Accusa; concedasi per un momento la minaccia e la intimazione dell'arresto; sembra che, per accusare l'uno atto e l'altro come avversi alla Restaurazione, dovesse ricercarsi la causa che gli motivarono. Ora è provato per dichiarazione di coloro che di queste minaccie depongono, come non muovessero già da opposizione; al contrario, dal volere l'Assemblea esclusa da cooperare al ristabilimento della Monarchia Costituzionale, e più poi dalla tradita fede, dopo essere stata a questo fine ricercata dal Municipio, e dopo essersi posto secolei pienamente d'accordo.
In qual guisa i Commissionati del Municipio potevano condursi a intimare l'Assemblea di non opporsi alla incoata Restaurazione, se, ricercata poco anzi, aveva consentito? Se a questo fine aveva stampato un Proclama? Se anche sul tenore del Proclama avevano convenuto?
Onde il tribunale della Coscienza Pubblica giudichi fra me e i miei Giudici, è di mestieri esporre le prove che l'Accusa ha raccolto, e certo non in benefizio di me. Il Professore Taddei così depone: «Gli stessi Deputati (che come Commissionati del Municipio avevano letta e approvata la Notificazione dell'Assemblea, Digny, Brocchi e Martelli) ritornarono a dire che la fusione dell'Assemblea col Municipio non era compatibile (dopo averla ricercata!). Questa risposta non poteva a meno di dispiacere — oltre a mancare di lealtà verso di me, e verso gli altri.»[717] L'Avvocato Panattoni dichiara, che udì lamenti.... sopra un malinteso, che pareva nato a motivo di non avere il Municipio secondati certi accordi che dicevansi passati col signor Presidente Taddei, e che resultavano ancora da un Manifesto stampato. — Il signor Venturucci (avvertasi, che sopra questo testimone l'Accusa fonda la incolpazione dello intimato arresto ai Municipali) depone come i signori Conte Digny, Brocchi e Martelli, si scusavano di avere pubblicato il Manifesto del Municipio (ed era ragione che si scusassero), e promettevano di andare d'accordo con l'Assemblea, e combinare. E Guglielmo Conte Digny, che tanto poco e tanto male le più volte rammenta, nondimeno su questo proposito dichiara: «È un fatto, che tanto lui (sic) che tutti quelli, che volevano indurre il Municipio a concertarsi coll'Assemblea, si appoggiavano specialmente sulla osservazione, che il Municipio di Firenze aveva bisogno di appoggio dei Rappresentanti di tutte le Popolazioni toscane per essere riconosciuto da esse. E fu dietro questa idea che furono redatti (sic) i progetti di Proclama di cui ho parlato. Anzi uno di questi progetti era redatto fino dalla mattina da uno dell'Assemblea.»
Non è pertanto vero, anzi è turpemente falso, che alla restaurazione del Principato Costituzionale mi opponessi, quando facevo sentire la necessità di riunire il consenso universale, e per atto immediato al partito preso dal Municipio fiorentino; è vero, all'opposto, che la breve disputa nacque dal rifiuto dell'adesione dell'Assemblea, che il Municipio faceva, dopo averla richiesta, e accettata. Ed ho creduto allora, e fermamente credo adesso, che in cotesto modo operando bene meritassi della Patria. Con l'adesione dell'Assemblea si sarebbe tolto al partito la indole di municipale che mostrò negli esordii, indirizzandosi perfino col primo Proclama il Municipio Fiorentino ai soli Fiorentini. Con l'adesione dell'Assemblea, i fattori del 12 Aprile non avrebbero avuto a deplorare nel giorno 16 aprile la esitanza di alcuni Municipii,[718] nè nel giorno 24 la resistenza di taluni alla manifestazione dello spirito pubblico, e si sarebbe per essi ottenuto veramente quel voto universale che avrebbe blandito gli animi e consolate le memorie.[719] Con l'adesione dell'Assemblea, Livorno si sarebbe sottomessa, e quindi tolto via il pretesto come la necessità di chiamare armi straniere. Con l'adesione dell'Assemblea, non era mestieri appoggiarsi su le forze che somministrava la Reazione, le quali trassero il Municipio e la Commissione aggiunta, repugnanti certo, ma obbedienti allo impulso della necessità, oltre ai confini stabiliti. Con l'adesione dell'Assemblea, non veniva nel Municipio e nella Commissione aggiunta la paura, e con essa la infelice compagnia di esilii, di carcerazioni, di famiglie disfatte, e di sventure che ormai mano di uomo non può riparare, e quella di Dio può consolare soltanto. Con l'adesione dell'Assemblea, il Municipio e la Commissione molte morti che ci hanno contristato potevano evitare. Con l'adesione dell'Assemblea, voi non avreste avuto bisogno di giostrare meco con la lancia di Giuda.
Voi, usurpando il mio disegno, voi, ritorcendo contro me ingratamente gli apparecchi con tanta fatica e tanto pericolo condotti a termine, quasi finale, avete guasto il presente e l'avvenire; poichè avvertite, che qui considerato e qui fu scritto, come le commozioni popolari fossero di augumento a Roma, avvegnadio colà con una legge si concludessero, mentre partorirono la perdizione di Firenze, terminando quaggiù con offesa nelle persone e negli averi.[720] Quando, falliti i vostri disegni, gittaste un grido, voi nol voleste confondere col gemito universale; anche in quello voleste lasciare una memoria di superbia e di odio: «Se gli avvenimenti del 12 aprile dovevano avere questa conchiusione, meglio era che non fossero accaduti, e che coloro, che condussero la Toscana a questa dura necessità, fossero gli attori di questa ultima parte del Dramma ignominioso.»[721] I Parti ferivano fuggendo; voi mordete spirando: e pure, invece di mordere me, offendete voi stessi: infatti qui sta appunto la condanna vostra; se voi non eravate certi di fare meglio di me, se l'opera di Parte non vi ha procurato meno triste sorti di quelle che andavate predicando sarebbero uscite dalle mie mani, dovevate lasciarmi fare. Però io non dimentico, nè tampoco voi stessi dovete obliare, che me giudicaste degno di salvare quel più si potesse dell'onore e della indipendenza nazionale; me animaste ad usare per la salute della Patria i mezzi che la esperienza mi avrebbe saputo consigliare più opportuni ed efficaci; me confortaste a perdurare nella impresa, offrendo il soccorso e il concorso dei poteri municipali.[722] Sono questi essi i concorsi vostri? È questo il sapore dei vostri soccorsi? Perchè dopo avermi tradito mi avete oltraggiato? E perchè dopo avermi onorato mi avete detto obbrobrio? — Ma poco importa essere rigettato da voi; a me basta, che non mi repudii il Paese, e mi conservi la benevolenza che io spero non essermi demeritata.[723]
Ma non è da voi che mi tocca adesso a difendermi; bensì dall'Accusa, a cui mi avete consegnato nell'orto.... voleva dire nella Fortezza di San Giorgio. Ora che ho dimostrato come la minaccia e la intimazione dell'arresto, quando pure fossero avvenute, avevano lo scopo diametralmente opposto a quello finto dall'Accusa, io dimostrerò che non sono, e non possono essere vere.
Tre sono (e pare impossibile!) i deposti sopra i quali fonda questa incolpazione l'Accusa. Primo è Digny, succede Brocchi, viene ultimo Venturucci. Io non dirò come i due primi, così facendo, tentano onestare il tradimento di cui mi dolgo; non osserverò che mendaci sempre con gli altri, e il primo lo è quattro volte con sè stesso sopra un medesimo punto; non dirò nemmeno che ambedue confusi, perplessi, contradittorii, sono costretti (per paura di sentirsi rimproverare dallo stesso Ministro processante) a ripetere, — il primo fino a quattro volte, — che non sa, non ricorda, ha perduto la memoria dei particolari, — forse egli, forse altri s'inganna, — e tali altri rifugii per cui si rendono da per sè stessi spregevoli assai più che altri non potesse fare; — tutto questo, e non è poco, passeremo; confrontiamo i deposti:
«Digny. — Nacque fra noi e parecchi di loro una discussione viva e confusa intorno al Proclama già pubblicato dal Municipio, col quale annunziava assumere a nome del Principe la direzione dei pubblici affari. Io non rammento con sufficiente precisione i dettagli (sic) di cotesta discussione; — solo mi sovviene che il signor Guerrazzi rivolgendosi agli adunati diceva: — Voi avete fatta una Rivoluzione, — e per poco che le cose sostassero, e che piacesse agli adunati, egli ne avrebbe fatto arrestare i Componenti, i quali designava con le parole: questi Signori; per il che io non posso asserire s'egli volesse intendere tutti i Componenti del Municipio, o la Deputazione quivi presente. A queste parole sollevavasi una certa confusione fra i presenti, ma, domandata la parola da me e dal Brocchi, facemmo successivamente intendere, che le conseguenze di un passo simile sarebbero state gravissime, e ricadute su le persone di chi le avesse ordinate (sic), per cui sorsero proposizioni di conciliazione, e una deputazione si formò che ci accompagnò al Municipio.»
«Brocchi. — Rapporto (sic) al primo incontro, noto la circostanza che l'Avvocato Guerrazzi, rimproverando al Municipio di andare a promuovere la guerra civile, disse: — che sarebbe stato capace di fare arrestare tutti i componenti del Municipio. Il Dottore Oreste Ciampi e il Professore Emilio Cipriani, presenti, insistevano che si arrestassero quei Componenti del Municipio, che allora nella Sala si trovavano, ed io ed il Conte Digny replicammo, che ponessero mente a tale arresto.» E più oltre da capo: «questa proposizione volevano si portasse all'atto il Dottore Ciampi, e il Professore Cipriani.»
«Venturucci. — Mi rammento benissimo che Guerrazzi alzatosi in piede, e con veemenza, disse queste parole: — Signori, voi avete fatta una Rivoluzione; voi vi rendete responsabili delle conseguenze che ne possono derivare. Sì, voi avete fatto una Rivoluzione, ed io sarei capace di farvi arrestare tutti: anzi, siete tutti in arresto. Cui Digny replicò: Signori, pensino a quella che fanno: — faceva riflettere di più all'Assemblea non essere in numero sufficiente per deliberare, che ormai era evidente qual piega prendevano le cose. — Il signor Guerrazzi mutò tono, e con voce calma parlò con quelli del Municipio, che si scusavano di avere pubblicato un Manifesto, e dichiaravano essere pronti a mettersi d'accordo con l'Assemblea, e di concertare le cose.»
Ora questa intimazione di arresto non può essere vera, perchè me ne mancava l'autorità, e me ne mancava il potere. Mi mancava l'autorità per queste ragioni: il fatto del Presidente dell'Assemblea, confermato dai Deputati presenti, di unirsi al Municipio per provvedere alla salute della Patria, mi aveva tolto il mandato di Capo del Potere Esecutivo; e così ritenni, e così dissi; vedremo più tardi quando il Municipio andava in cerca di un pretesto per onestare la sua brutta azione, e non l'aveva ancora trovato, fare annunziare che a me repugnante aveva svelto di mano il potere: ma poi, considerando ch'ella era questa troppo grossa bugia, variò con l'arresto; la verità è, che io con animo lietissimo appresi la novella di essere esonerato da tanto carico, e che fino dalla sera precedente aveva dettato una renunzia spontanea, la quale deve essersi trovata nella stanza che occupavo in Palazzo Vecchio.
Mancavo di potere immediato, perocchè, verun corpo di guardie stanziando alla Camera, dove io non avessi preteso stringere con una mano sola i tre colli dei Municipali, non si sa davvero comprendere come gli avrei potuti arrestare; e se non avevo armi allora, peggio era da aspettarmi nel seguito, dacchè, trovato modo in mezzo a cotesto trambusto d'interpellare il Generale Zannetti intorno alle disposizioni della Civica, n'ebbi in risposta: nella massima parte sembrargli decisa ad appoggiare il Municipio.
Da siffatta scienza, in quel punto e non prima di allora acquistata, — insieme alla ignoranza di cotesto caso, espressa parlando al Maggiore Diana, e scrivendo al Maggiore Basetti, — non meno che dalla contemporanea notizia del convenuto fra l'Assemblea e il Municipio di concertare le provvidenze per la salute della Patria, imparai che mi era stato ritirato il potere, e che ormai poteva sperarsi che ladronecci non sarebbero successi, omicidii non rinnuovati; insomma il motivo, temuto reazionario ed anarchico, diventava politico, e tendente al fine, che fra tre giorni ancora, in virtù di solenne deliberazione dell'Assemblea Costituente, avrebbe conseguíto pacificamente il Paese.
Esaminiamo i tre deposti. — Quello del Conte accenna a cosa non presente, bensì da farsi in futuro, e sotto due condizioni: la prima, che le cose sostassero; la seconda, che agli adunati piacesse. Quello del Brocchi spiega una propensione, non volontà determinata, a operare cose presenti, o future. Quello del Venturucci dichiara: volontà portata all'atto. Tutto questo che monta? Importa: che un deposto per necessità esclude l'altro; — importa: che da un uomo comecchè versato mediocremente, non dirò nelle regole della ermeneutica forense, ma in quelle della Logica e del senso comune, dovrebbersi rigettare tutti i deposti. Invece l'Accusa, che sta insieme con la Logica come gennaio con le more, gli allega tutti, comecchè si contradicano, e si elidano, in prova del medesimo fatto! — Oltre il contrasto fra loro, che gli rende inattendibili, per poco che tu rifletta su quello del Digny, tu vedi correre i vermini della bugia su tutte le sue parole; infatti, come poteva egli prendersi travaglio di un partito che doveva effettuarsi in avvenire impossibile? Come richiamare l'attenzione degli adunati su le conseguenze di cosa non avvenuta, e che non poteva accadere? Come ammonire le persone dei pericoli a cui si avventuravano per colpa di una minaccia partita unicamente da me? Il Brocchi almeno si mostra meno stolido, se non più verace, poichè, le minaccie da lui si affermano di arresto immediato, e veramente furono per la parte dei signori Ciampi e Cipriani, ma nel senso di rammarico di mancata parola; e poichè da più era mossa la minaccia, sta bene eziandio che a più lo ammonimento si dirigesse. L'Accusa pertanto, comecchè alleghi tre deposti discordi, tuttavolta si fonda sopra uno solo (altra prova di senno nell'Accusa!), ed è quello del Dottore Venturucci. Conoscendo la lealtà dell'uomo onorandissimo, io viveva sgomento e dubitava della mia memoria, quando venne a confortarmi la lettura del suo esame, dove dichiara: «Rispetto alla prima domanda, cioè se il Guerrazzi accogliesse benignamente la proposta della Deputazione nella Sala delle Conferenze, ripeto quello che ho annunziato — e presso a poco disse le parole che ho riferito, — ma tardò poco a calmarsi e a convenire con i signori Municipali; ed è da notarsi eziandio che il Guerrazzi era già alterato per alcuni rimproveri che gli avevano fatto di non essere comparso, secondo il convenuto, la sera antecedente nella ora stabilita all'Assemblea.» Non deponendo pertanto il Dottore Venturucci assolutamente, ma a un dipresso, non è da dubitarsi neppure un momento, che non sia per trovare esatta la mia narrativa, molto più che stando egli dal lato opposto, in fondo della tavola lunghissima, e lontano dal gruppo dei disputanti, non distinse da cui si partisse la intimazione dello arresto, la quale in vero fu fatta, come ho avvertito, per la parte dei signori Cipriani e Ciampi, e secondo che per bene due volte dall'avvocato Brocchi ancora si dichiara. — Nè già si creda che io qui arresti la dimostrazione: io vo' perseguitare l'Accusa con la verità, com'ella mi ha perseguitato con la fallacia. Il Cavaliere Martelli, uno dei tre Municipali, interrogato, depone: che, quando egli venne col Conte Digny e col Brocchi per la seconda volta all'Assemblea, vi trovò anche me, e che a lui rivolgendo la parola mostrai: «propensione grandissima per conciliare le cose, e gli dissi: farmi paura i Partiti, e dichiararmi parato a tutto per metterli d'accordo;» inoltre, contestatogli il deposto del Conte Digny su le minaccie, risponde francamente: «Io non intesi cotesto discorso di certo; può essere che l'abbia fatto quando non vi ero io» (e questo non poteva darsi, perchè si presentò con gli altri, e la disputa avvenne alle prime parole). «Al Municipio in cotesto giorno sentii parlare delle minaccie di arresto state fatte contro il Municipio da alcuni Deputati, ma non intesi includere fra essi il Guerrazzi.» Ed è questo il secondo riscontro della verità della mia narrativa, e della fallacia del supposto dell'Accusa. — Terzo riscontro: Panattoni, Avvocato, attesta che dai colloquii uditi rilevò che minaccie veramente non accaddero, ma rammarichi per la parte di alcuni Deputati, e forse anche del Capo del Potere Esecutivo, a cagione che il Municipio non avesse secondato gli accordi che si dicevano passati col signor Professore Taddei, e resultanti ancora dal Manifesto stampato, ecc.[724] Quarto riscontro: Panattoni, Avvocato, condottosi al Municipio per proporre temperamenti conciliatorii, ascolta urli di gente tumultuante che dice: essersi deliberato arrestare il Municipio; ond'egli esce ad arringare cotesta turba per ismentire la voce calunniosa, non si sa come diffusa fra il Popolo, e Digny conferma la verità della buona intelligenza che passa fra l'Assemblea e il Municipio.[725] Quinto riscontro: Panattoni, Avvocato, espone, che fu detto, e gli pare anche da qualche Deputato, che il Dottore Venturucci narrasse poco dopo questo fatto, ma che fu giudicato un suo male inteso. Sesto riscontro: Se le minaccie in discorso fossero state profferite da me, e ritenute temibili dai Municipali, non è da credersi ch'eglino si sarebbero per un'altra volta, come fecero, commessi in mia potestà. Settimo riscontro: Se io avessi bruscamente intimato l'arresto al Conte, breve ora dopo trattenendosi col Chiarini non gli avrebbe dimostrato dispiacenza per non essere io stato accettato, com'egli ne faceva istanza, a parte della Commissione Governativa.[726] Ottavo riscontro: Nel giorno 14 aprile il Conte trova il Chiarini Segretario al Ministero dello Interno, e gli dice: «Giusto, aveva bisogno di vederti; insomma, tentano fare una Reazione?» Interrogato da cui, risponde: «Dagli esagerati.» Ed ingegnandosi il Chiarini di provargli cotesto suo concetto fallace, il Conte soggiunge: «Ma intanto volevano ieri l'altro arrestare il Municipio.» Chiarini di nuovo: «Non ho sentito dire niente di questo, e non lo credo.» E il Conte: «Eppure mi viene assicurato che lo dicesse il Guerrazzi.» — «Io» obiettava Chiarini «non lo crederei nè anche se glielo avessi sentito dire.»[727] Digny tacque; Chiarini fu dispensato prima, poi dimesso dallo impiego. Io ho notato come il proverbio, che corre fra noi, dice: chi il suo can vuole ammazzare, un pretesto sa trovare; — ma Digny non seppe trovare neanche il pretesto, dacchè il Conciliatore del 13 aprile annunzia un motivo per giustificare la trama ordita a mio danno, ma, parendogli che non potesse reggere in confronto degli atti miei, va in cerca di un altro, e, come vediamo, non è più felice adesso. E quale il pretesto affermato nel 13 aprile dal Conciliatore? Eccolo, e somministra il nono riscontro della verità delle mie parole:
«Il Dittatore Guerrazzi ostinavasi nel ritenere nelle mani un potere rimasto senza valore. Alcuni Deputati ostinavansi a rivaleggiare (sic) di forza col Municipio. Non mancò tra loro chi chiedesse fosse posto in istato di accusa il Municipio e la Commissione aggiunta.» — Pretesto alla iniqua guerra nel 13 aprile era la mia renitenza a lasciare il Potere; la proposta di porre in istato di accusa il Municipio e la Commissione annunziavasi sì, ma ad alcuni Deputati attribuivasi; trovata debole la prima calunnia, estendono anche a me, anzi unicamente a me, la seconda; però che nella musica della calunnia s'impari maravigliosamente presto a trapassare da una nota all'altra.
Dunque è chiarito: non essermi opposto alla Restaurazione, ma invece adoperato onde riuscisse subitamente universale e felice; — avere rampognato i Municipali, non già della iniziata Restaurazione, bensì di slealtà per mancata parola, e di periglioso consiglio, convertente a vittoria meschina di Partito quella deliberazione, che per essere dentro e fuori proficua doveva e poteva presentare i caratteri che ho qui avanti notati: — non avere minacciato, molto meno intimato l'arresto di persona.
Con tale e siffatto lusso di prove in contrario, la imperterrita Accusa scrive, senza che la mano le tremi, come io nello intento di oppormi alla Restaurazione un po' compita, un po' incoata, minacciassi prima, intimassi poi l'arresto ai Municipali. Le mie parole dovrebbero suonare severe a carico di quanti nei Documenti dell'Accusa parteciparono, ma taccio, e raccomando al Paese Civile, ai Governanti nostri, al Principe nostro temperantissimo, considerare se per questa via si renda rispettabile l'Autorità, e veneranda la Giustizia, salute estrema di società commosse.
Riprendo la mia narrazione. I motivi che mi persuadevano a insistere, perchè il Municipio deponesse il pensiero di camminare disgiunto dall'Assemblea, erano di due sorte: i primi di onestà, e fu dimostrato; i secondi di politica convenienza, e gli esposi ai Commissionati Municipali che ne rimasero percossi così, che, condannato lo intempestivo Manifesto, promisero correggerlo. «Il Municipio» io diceva «si propone due fini parimente ottimi, e necessarii: preservare il Paese dalla invasione straniera, mantenere incolumi le libertà costituzionali; in quanto a me, avevo disposto le cose in modo, che la Restaurazione in guisa diversa, che mi sembrava più onorevole, e ad un punto più sicura, si operasse; ma l'uomo trama e la fortuna tesse. Quello ch'è stato è stato, ed ormai tutto lo studio nostro si ha da riporre in questo, che ciò che ebbe mal principio riesca a prospero fine. Importa massimamente che non si manifesti dissenso in veruna parte delle Provincie, e che il moto si dilati universale e spontaneo. A conseguire un tanto scopo, parmi, non che utile, necessaria l'adesione dell'Assemblea, per rimuovere l'obietto che taluno potesse fare, questo essere un partito imposto da Firenze, non consentito da Toscana tutta.[728] Versiamo in cosa di pericolo grandissimo, procuriamo con sommo studio evitare ogni accidente capace a fornire appiglio o pretesto di offenderci. Quando anche l'adesione dell'Assemblea non vi paresse necessaria, e forse nemmeno utile, accettatela tuttavolta per misura di cautela, che negli eventi dubbiosi non è mai troppa. Se nel rifiuto ostinandovi ne venisse a nascere danno, pensate, a qual carico voi vi esporreste? Di faccia al Paese voi sareste tenuti a rendere conto di qualunque sventura potesse succedere. Comprendo voi andare orgogliosi della presa iniziativa; voi non volete dividere con altri la gloria delle durate fatiche, per infrenare l'anarchia e la parte repubblicana; voi non consentite partecipare con nessuno l'onore dei pericoli corsi, per apparecchiare questo evento; e sia così; la sua parte ad ognuno:[729] ma adesso, dato bando ai consigli della vanità, vediamo insieme quali rimedii possiamo apportare alle fortune afflitte della Patria.» Piacquero i consigli e le parole; suonavano uguali a quelle che adoperò più tardi il Conciliatore, Giornale di cotesto Partito, — con una differenza però: che io le diceva di cuore, egli per finzione;[730] — e fu risoluto che una Deputazione dell'Assemblea si conducesse al Municipio per confortarlo di non operare scissura, e starsi unito per carità di Patria. Affermano testimoni degni di fede, che per me in questa occasione si dettasse una carta,[731] dove erano indicate le guise dell'operare congiunto dell'Assemblea col Municipio; e questo dimostrerebbe quale e quanto studio da me si ponesse, onde la bene iniziata alleanza non si disfacesse, e a fine fruttuoso s'incamminasse. Questi consigli e queste profferte andavano a presentare al Municipio il Generale Zannetti e l'Avvocato Panattoni, accompagnati dal Dottore Venturucci, e dai tre Municipali, Digny, Brocchi e Martelli. Quivi giunti esposero la commissione, la sostennero con buoni argomenti, sicchè fu di nuovo statuito solennemente che, in tanta opera, Municipio e Assemblea avrebbero proceduto congiunti.
Tardando le risposte, fu avviso di condurre l'Assemblea nel Palazzo Vecchio, però che la Camera, non avendo chi la guardasse, poteva di leggieri, siccome già minacciavano, essere forzata; e così fu fatto. Tornarono alla perfine i Municipali, Digny, Brocchi e Martelli, e poichè, secondo quello che Panattoni racconta, le profferte nostre erano state con lieta fronte accolte dal Municipio, vuolsi credere che per accordarsi con noi intorno alle ulteriori operazioni venissero; — tutto al contrario: essi venivano ad accertarci, che il Municipio, rigettata ogni proposta di conciliazione, aveva deliberato di fare da sè solo. — Commosso da questo partito, di cui prevedevo e sentivo gli effetti perniciosi, con quelle parole che la profonda convinzione sa suggerire meglio persuasive, io supplicava a considerare i mali a cui stavano per esporre la Patria. Livorno alle ordinanze del Municipio Fiorentino non era da credersi si volesse sottomettere, e la ragione non importava che si dicesse; e il suo dissenso solo guasterebbe l'armonia del disegno, e metterebbe in repentaglio tutto il bene che si auguravano ricavare da quello. «Ma che cosa è mai» io domandava «questa durezza? Qual tristo genio v'insinua nell'animo i fatali consigli?» Mi avvertirono come i loro Dottori avessero considerato, che l'unione dell'Assemblea col Municipio veniva a contaminare la origine governativa di questo, e forse a metterlo in imbarazzo co' Rappresentanti delle Potenze Estere da cui speravano protezione. Alle quali ragioni io fervidamente rispondeva: «Ed è prudenza questa, per guardare fuori di casa, trascurarla dentro, e per una protezione dubbia, che non verrà forse mai, non attendere a pericolo sicuro che accadrà di certo? — E poi anche a questo vi ha rimedio, e pronto; uditelo se vi talenta. — Io sarei di avviso, che si mettesse fra noi una proposta a partito; la quale, deliberata, si pubblicasse con le stampe, e dicesse:
«Il Municipio fiorentino, provvedendo alla salute della Patria, ha deliberato restaurare il Principato Costituzionale in Toscana, e assumere il Governo Provvisorio del Paese, finchè non abbia disposto in altro modo la Corona. L'Assemblea Costituente Toscana, considerando che il Municipio fiorentino con questa sua Deliberazione altro non abbia fatto che prevenire il suo voto, aderisce pienamente alla deliberazione, dichiara il suo mandato adempito, e, lasciando al prelodato Municipio la cura di condurla a compimento, si scioglie.» Proponevo eziandio che il Generale Zannetti e il Professore Taddei si chiamassero a parte della Commissione Governativa per senso di convenienza; e ciò tanto più agevolmente potevano assentire, in quanto che Zannetti avessero già chiamato, e il Professore Taddei fosse per ogni conto meritevole di tanto onore. I Municipali accettarono la mia proposta piuttosto con esultanza che con soddisfazione; come savissima e opportunissima la lodarono; e commisero la cura di compilarla a taluno dei presenti; e questi sì fece, ma, letto lo scritto, non parve suonasse, e veramente non suonava, a dovere; onde Guglielmo Conte Digny prese a dire: «Troppo più mi garbavano le parole del signor Guerrazzi; via, signor Guerrazzi, la prego non le sia grave di scrivere ella stessa quanto ha proposto.» Al che risposi lo avrei fatto molto volentieri; se non che sentendomi, pei tanti travagli patiti, un po' confuso di mente, io gl'invitava a lasciarmi solo; e questo di leggieri assentirono.[732]
Qui fu — e il cuore mi si stringe a raccontarlo, — che letta la minuta dello scritto, e andata altamente a grado ai Commissionati, il signor Digny con tale una sembianza, — che parea Gabriel che dicesse: Ave! — mi parlava le parole, che per certo egli deve aver fatto stampare nel Conciliatore del 14 aprile 1849: «Si stringano dunque i Liberali intorno al Vessillo Costituzionale, salvino con esso gl'interessi della Libertà, salvino le ragioni dell'avvenire..... Gli errori comuni saranno argomento di reciproco compatimento; i sagrifizii che tutti faranno delle private opinioni saranno cagione di reciproca stima; la cooperazione di tutti a ristorare i mali passati sarà garanzia di nuova concordia.» Bene è sciagurato quegli di cui il cuore sta duro a questi nobili inviti; ma come ha da considerarsi l'uomo che fabbrica dei sensi magnanimi e santissimi una coltella per tagliarti proditoriamente i garretti? — Nè qui si rimasero i fervorosi favellii del Conte, che me lodava tuttavia e levava a cielo per l'ottima mente dimostrata sempre, e più che mai scongiuravami a soccorrere la Patria; ed io commosso rispondeva: «O che credete, che la Patria prema a me meno che a voi? Salvate le Libertà Costituzionali. Spero andrà bene ogni cosa, ma temo che da Livorno voglia venire opposizione; pure io mi vi porterò subito, e opererò in maniera, mercè lo aiuto degli amici, che stia contenta al fatto; però considero che Livorno è ingombra di gente straniera, la quale non ha cuore, nè interessi toscani, e questa per certo farà resistenza. Bisognerebbe, se il mio presagio si avverasse, e si avvererà di certo, avere autorità di farla arrestare e allontanarla: ora a me simile autorità è venuta a mancare, e non potrei ordinare l'arresto di persona senza offendere le leggi. Se vi pare bene, datemi facoltà capace a ovviare questo temuto impedimento, e riposate sopra la mia fede tranquilli.» Il Conte Digny accolse premurosamente la proposta, e mi domandò quando contavo di partire per Livorno; alla quale interrogazione avendo risposto: «subito, col treno della Strada ferrata delle 4;» egli mi fece osservare, come nello spazio breve di tempo non avrebbe potuto procurarmi la commissione in discorso, e ch'egli trovava opportunissimo mi fosse conferita; però pregarmi a volere attendere fin dopo le ore ventiquattro, ch'egli sarebbe allora venuto a portarmi la spedizione necessaria. «E come potrò partire io dopo le 24, se non vi sono altre partenze?» gli osservai; ed egli rispose: con treno speciale. Qui certamente fu, che narrando io la mia amministrazione avermi stremato di pecunia, così che pochi paoli mi erano rimasti addosso, e non potere commettere la spesa, piuttosto grave a privato, di un traino a posta per la Strada ferrata, il Cavaliere Martelli, generoso e buono, soggiunse: «Non essere di ostacolo il danaro.» Ed io credei ancora profferire le parole che ho detto di sopra, avvegnadio già sentissi romoreggiarmi attorno certe male voci di danari espilati, che nella sera poi si convertirono apertamente con infamia eterna di chi le suggeriva alla plebe sciagurata in: «ladro!»[733] Allora il Conte soggiunse: «Dunque mi dia parola aspettarmi;» ed io: «Le do parola;» e ci toccammo le mani.
Per completare il racconto, mi giovo adesso della relazione che mi fanno pervenire testimoni oculari dei casi che narro. Letto lo scritto che fu da me dettato a richiesta del Digny, e approvato largamente così dai Municipali come dai Deputati, era rimesso al Municipio dai signori Dottor Venturucci, Alimonda, Digny, Brocchi e Martelli. Il Municipio, accolto il messaggio, e consideratolo, invitò i messaggeri Dottore Venturucci e Alimonda a ritirarsi, per deliberare; indi a breve richiamati, ebbero a sentirsi dire: il Municipio essere ormai deciso operare solo, e respingere dal suo seno qualsivoglia rappresentante della Costituente Toscana. Allora il Dottore Venturucci, altamente compreso della convenienza di accettare il proposto temperamento, sia perchè si effettuasse istantanea l'adesione delle Provincie, in virtù del voto dei loro Rappresentanti, sia pei riguardi dovuti ai Deputati, i quali pure animosamente, e non senza pericolo, avevano avversato la proclamazione della Repubblica e la Unificazione con Roma, prese prudenti raziocinii a discorrere, affinchè il Municipio dalla deliberazione sconsigliata si remuovesse; e poichè vide ogni ragionamento tornare vano, esortò i signori del Collegio a darsi cura perchè ai Deputati tutti, ed a me, fosse fatta amplissima abilità di partirci sicuri in qual parte meglio ci talentasse. La Commissione Governativa e il Municipio, unanimi, non solo assentirono, ma solennemente promisero osservare la proposta del Dottor Venturucci, e Gino Capponi, stretta la mano al Dottore, lo lodò per la solerte umanità di averla fatta.
Mentre attendevamo la risposta per la parte del Municipio, ci venne referito come una turba di plebe commossa già schiamazzasse dicendo vituperio all'Assemblea, ed a me. Il Colonnello Tommi, sedendomi accanto, mi offeriva condurmi seco lui nella vettura che l'aveva condotto, e che lo aspettava a piè dell'uscio del Palazzo in via dei Leoni; io lo ringraziai, ma non ricordo, se la data fede di non partirmi allegassi. Il Ministro Manganaro poco dopo propose di andare per una carrozza di posta, e trarmi di là, ed anche questa gentile esibizione venne da me rifiutata, fermo nel proponimento di osservare, come fra la gente dabbene si costuma, la parola.
Digny e Brocchi, furono quelli che vennero a significare la ripulsa, ed a me, cui pareva che in quel giorno Dio ne volesse male, però che i nostri antichi costumassero dire: «Dio a cui vuol male toglie il senno,» riuscì molestissima. Io non sapeva comprendere come da uomini savii potesse rigettarsi il voto istantaneo di una adesione complessiva, preferendo correre le dimore, le perplessità, e i pericoli dello sperimentare le molteplici ed individue volontà municipali. Davvero, se fu sapienza questa, io confesso di non conoscere più che cosa sia insania! Però non mi sapevo dare pace, e, nello intento di accomodare la vela al vento superbo che soffiava, per ultimo proposi che, messo da parte ogni concetto di accogliere nel loro seno due Rappresentanti dell'Assemblea, il Municipio e la Commissione stessero contenti al Decreto che l'Assemblea avrebbe pronunziato in questa sentenza: «Aderisce all'operato del Municipio e si discioglie;» e se ne giovassero. — Le ragioni che io dicevo così prorompono evidenti dalle viscere stesse del soggetto, che Digny, rimastone commosso, mi richiese di ciò pure gli facessi scrittura, ed anche in questo il compiacqui. Tale è la carta a cui forse allude nel suo esame l'Avvocato Brocchi, e non ricorda portata al Municipio; poichè per l'altra, precedentemente rimessa, è vero quanto fu detto di sopra, ed anzi, oltre al doversi trovare negli Archivii del Municipio, taluno dei Priori ne trasse copia per uso privato. In questa congiuntura insistendo io su Livorno, e confortando il Conte a pensare alle difficoltà che potrebbero sorgere da quella parte; egli alla presenza del Chiarini mi richiamò ad osservare la mia promessa di aspettarlo la sera, rinnovandomi la sua, che il Municipio e la Commissione mi avrebbero fatto partire munito delle domandate facoltà, per treno speciale; e qui pure successero i fatti che depone il Chiarini, nella parte seguente del suo esame: «Le idee di Restaurazione nel signor Guerrazzi non erano ignote ad alcuni componenti il Municipio di Firenze; ciò è tanto vero che, allora quando nel 12 aprile 1849 ebbe luogo quel rovescio, e fu creata la Commissione Governativa, fu proposto che il Guerrazzi si comprendesse nella Commissione, e tale proposizione fu appoggiata molto dal Segretario del Ministro di Francia, e sostenuta da quelli del Municipio che lo conoscevano bene. Oltre il prefato Segretario, potrebbe attestare questo fatto il Conte Digny, il quale, allorchè più tardi venne nelle stanze del Ministro della Guerra, disse al signor Guerrazzi: dispiacergli che non fosse stato accettato per uno dei componenti la Commissione Governativa; e facendo sperare che la sua proposta sarebbe stata accolta dal Municipio, lo pregò a fargliene la minuta, la quale da questo fu fatta e consegnata al Digny. Questo discorso del signor Digny, pare a me che provi abbastanza la sua persuasione intorno alla tendenza del signor Guerrazzi a restaurare il Principato Costituzionale, imperciocchè diversamente il Digny non si sarebbe attentato di richiedere il Guerrazzi a stendergli cotesta minuta, ch'egli subito, e volentierissimo dettò, ringraziando il signor Digny delle premure che diceva avere fatto per lui onde nella Commissione Governativa si comprendesse, aggiungendo che non avrebbe accettato, atteso il modo col quale il cambiamento politico era avvenuto.»
Dopo piccolo spazio di tempo mi comparvero innanzi i signori abate Bulgarini e Capaccioli, incumbenzati dal Municipio e dalla Commissione Governativa a parteciparmi la giunta loro imminente, e il desiderio che sgombrassi il Palazzo. Il signore Bulgarini per commissione speciale del Conte Digny mi domandava dov'egli avesse potuto rivedermi la sera; razionale ricerca a cui bene intende, perchè, nel presagio che io rendendomi allo invito cortese sgombrassi il Palazzo, il buon Conte voleva sapere in quale orto.... voglio dire in qual parte avesse potuto darmi, secondo il convenuto.... la risposta. Dissi: «Mi sarei ritirato nelle mie stanze; attendere il Conte nella sera colà.» Il Capaccioli andò a portare la risposta al Conte, Bulgarini attese a fare schiudere i passi che dal Palazzo conducono alla Camera dei Deputati.[734]
Intanto che il signor Bulgarini e i custodi indugiavano in questa faccenda, io accolsi i Deputati in casa mia. Indi a breve vennero ad avvisare aperta la strada; chiunque volesse potersene andare liberamente, dove meglio gli talentasse. Parecchi fra i Deputati pregarono, e con reiterate istanze sollecitarono affinchè seco loro io mi partissi; ricusai sempre, allegando la promessa di aspettare fino a sera la Commissione del Municipio; però gli accompagnai per le scale, e per la sala alta del Palazzo, e poi mi ridussi da capo nelle mie stanze. Poco dopo mi visitarono i signori Generale Zannetti e Colonnello Nespoli, il quale mi consigliò a mettermi in salvo, offrendomi mandare una compagnia di Guardia Nazionale per tutelarmi, andando alla Via ferrata Leopolda, ed io ricusai le offerte rispondendo non avere alcun timore, ed essermi legato di aspettare fino a sera. Egli allora con parole di affetto mi disse Addio, e chiese potermi baciare, ed io lo baciai di gran cuore, ricambiandogli le parole con quelle lodi che alla virtù del giovane egregio mi parvero condegne. Zannetti aggiungeva: «Dunque io verrò a prenderti stasera, e allora ti bacierò.[735]»
Adesso, su per certi Giornali ho letto che l'adesione dell'Assemblea non si poteva accettare dal Municipio per tre ragioni, e non si doveva per una quarta. La prima poichè l'Assemblea era prorogata; la seconda perchè pochi apparivano i Deputati presenti; la terza perchè siffatta accettazione gli avrebbe tolto il credito presso le Potenze. Nessuna di queste ragioni regge allo esame. L'Assemblea, per prorogarsi che faccia, non perde il diritto di revocare la proroga quando le piace, al sopraggiungere di casi gravi, e i sopraggiunti comparivano gravissimi; non è poi vero che pochi fossero i Deputati; in breve ora potevansi richiamare i partiti per Pisa, Lucca e Livorno; finalmente pel fine morale dell'adesione bastavano pochi, non facendo punto mestieri specificarne il numero, e la deliberazione si sarebbe presa alla unanimità dei Deputati presenti; l'avrebbero sottoscritta il Presidente e i Segretarii soltanto, come si costuma. Intorno alla terza io non voglio dire adesso, chè si è veduto a prova qual frutto abbiano cavato da cotesto concetto; imperciocchè bene ammaestravano i nostri vecchi, — che dopo il fatto, di senno sono piene le fosse; bensì argomentando a priori, non si arriva a comprendere come una espressione di consenso (al quale termine si era per ultimo limitata la mia proposta) avesse potuto nuocere al credito del Municipio, che dall'Assemblea non desumeva autorità od incumbenza. — La quarta ragione, per cui i Dottori affermano che non doveasi accettare l'adesione, consiste nella sua inanità, perchè i Deputati sarebbero stati costretti a consentire; e questo è cavillo mero, avvegnadio dalla storia degli avvenimenti successi parmi chiarito abbastanza come l'Assemblea avesse dimostrato tale essere la sua volontà, e per la opera sua a sostenerla gagliardamente, e con pericolo, da questi stessi Dottori era stata lodata. No, tutti i sofismi col tempo scompaiono, e, sviluppata dalla moltitudine delle parole dolose, rimane questa verità: «pei consigli di superbia non si aborrirono gli eventi infelici che avvennero pur troppo, i quali forse tutti, ma certamente in parte, sarebbesi potuto evitare, e con essi le conseguenze che la Patria deplora.»
Sono così dolenti le cose che mi avanzano a raccontare, così piene di amarezza infinita, che, non mi comportando l'animo afflitto andare in fondo tutto di un fiato, forza è che mi riposi continuando la digressione. Per mio giudizio, se il moto popolare sorto dalla rissa dell'11 aprile potè convertirsi in politico nel giorno 12, vuolsi attribuire alla cessata febbre del Popolo, — alla Guardia Nazionale, che in nome di Leopoldo II accettava la Monarchia Costituzionale, e difendeva la città dall'anarchia invano acclamante il nome del Principe; conflittava al Municipio, e a quel Partito di Costituzionali che si presume ortodosso; che ritrovava, per seguitare il Popolo, il coraggio che aveva smarrito nel giorno in cui bisognava guardarlo in faccia; — agli animi disposti, agli ostacoli rimossi, alla paura della invasione straniera, alla speranza, bandita come sicurezza, di evitare un tanto infortunio col sollecito richiamo del Principe Costituzionale, e finalmente, io pure lo dirò, al bisogno in moltissimi di fare porre in oblio, dal Principato che ritornava, lo zelo professato alla Parte Repubblicana che partiva. Però siffatte Rivoluzioni non sono mica miracolose, nè si operano da sè; e come la Rivoluzione presente, e da chi fosse apparecchiata e disposta in tutte quelle parti che non sono vili, se fin qui non giunsi a dimostrarlo, oggimai tornerebbe vano insistervi sopra con altre parole. Supporre, come l'Accusa ha fatto, pochi e deboli i Faziosi, e nondimeno potenti a tenere oppressi Popolo, Curia e Senato, e da un punto all'altro vederli sparire, e' sono novelle che non furono mai nel mondo, dalle cavallette in fuori: «e Moisè stese la bacchetta sopra il paese di Egitto... e come fu mattina il vento orientale aveva portate le locuste... poi voltò il vento in un fortissimo vento occidentale, il quale portò via le locuste, e le affondò nel Mare Rosso, e non vi rimase pure una locusta in tutti i confini di Egitto.»[736] L'Accusa, a quanto sembra, aveva in mente questo passo dell'Esodo quando dettò le sue carte; ma coteste, giova ripeterlo, sono storie di cavallette, non di uomini. Faziosi eranvi e non pochi, e ardimentosi, e maneschi; non tanti però, che potessero violentare un Popolo fermo nel volere di non sopportarli. Rammentate la notte del 21 febbraio 1849, quando la città insorse come un uomo solo, contro la minacciata irruzione dei villani? Or bene, di chi andava composta la turba accorrente a respingerli? Di Popolo, non senza mistura, è vero, ma per la massima parte fiorentino. — Chi lo chiamò? — Nessuno; spontaneo venne. — Chi io spingeva allora? — Ebbrezza e paura. — Dunque leggiero o mendace fu nel 12 aprile, e tale insomma da non fidarsene mai? — All'opposto io tengo che deva reputarsi sincerissimo; e giova chiarire questo punto. Le anime umane conturbano di rado, ma pure qualche volta, febbri più ardenti assai delle corporali, e non soltanto quelle del Popolo per passione mobilissimo, bensì ancora quelle dei Magistrati, dei Parlamenti, degli uomini insomma e dei Collegi, i quali, per istituto e per dovere, hanno da camminare prudenti.[737] Come narrammo essere accaduto in Inghilterra ai tempi di Carlo II, successe qui. Il Popolo, non mendace, non finto, sibbene sanato dalla momentanea insania e sincerissimo, abbatteva gli Alberi, che niente altro dicevano a lui senonchè le turbolenze, le offese giudiciali e cittadine, e la invasione straniera degli anni 1796 e 1799: il Popolo sincerissimo ripose con affetto la granducale insegna, che gli prometteva indipendenza patria, le riforme di Leopoldo I, lo Statuto di Leopoldo II. Il Popolo era sanato; male pagò il Medico!
Così almeno giudicai secondo il mio intendimento, ma non sembra che abbia ad essere in questo modo; imperciocchè quantunque il Popolo a me paresse sano, pur vedo che lo continuano a purgare.
E poichè la materia mi tira, io voglio palesare quello che serbo riposto nell'animo, intorno al contegno di quella parte di Costituzionali, che adesso chiamerò direttrice del 12 aprile 1849; e ciò faccio tanto più volentieri, in quanto che vedo due Partiti alle prese fra loro, ed ho diritto di metterci ancora io la mia voce. Uno di questi Partiti lamenta perpetuamente le speranze deluse di mercede pel Paese, e credo eziandio un pocolino le speciali sue; l'altro, che richiama al pensiero la immagine di Dante:
Come procede innanzi dall'ardore
Per lo papiro suso un color bruno,
Che non è NERO ancora, e il BIANCO muore;
alla scoperta gli dice: «Tu non hai fatto nulla; ti posasti un bel giorno come la mosca su i bovi, e poi desti ad intendere a cui ti voleva credere che arasti il campo.» Mi sia permesso affermare, che il Partito dal color bruno, che non è nero ancora e il bianco muore, nel giorno 8 febbraio avrebbe a buoni patti dato una gamba per essere lasciato andare illeso con l'altra; doloroso e lacrimoso esclamava: Siam fratelli; siam stretti ad un patto, con quanto tiene dietro. Il Partito direttore del 12 aprile, in cotesto naufragio avvisando salvare la pencolante società, attese a promuovere la elezione del Governo Provvisorio con la voce e con la stampa; io mi persuado che alle persone elette avrebbe voluto aggiungere qualche altra dei suoi; ma che noi, o alcuni di noi volesse rifiutare, non credo: provveduto in questa guisa al pericolo più urgente, incominciò a speculare intorno ai modi capaci di restituire le forme costituzionali alla Toscana, — che in coscienza le si confanno, e le bastano per quanto ho potuto conoscere di certo, mentre stava al Potere, — e parve così a lui come a me trovarli nella Costituente Toscana; di qui i suoi conforti a sciogliere il Parlamento, le persuasioni ai Deputati a non intervenirvi se il Governo si mostrasse restío a farlo, e le istanze a consultare il Paese col mezzo del suffragio universale. Il Partito direttore del 12 aprile volle procedere solo nelle elezioni, senza dare al Governo aiuto, nè riceverlo da lui; tuttavolta, malgrado che i Repubblicani vi si affaticassero attorno con isforzo maraviglioso, ebbero a convincersi del poco frutto che facevano, e lo confessarono.[738] I Direttori del 12 aprile non prevalgono nelle elezioni, però prendono ad avversare l'Assemblea da loro medesimi voluta; mutato avviso intorno alle cospirazioni da essi vilipese, adesso cospirano; e negarlo non giova, chè mi erano note coteste conventicole e i luoghi dove si raccoglievano, ed io lasciavo fare però che tendessero allo scopo a cui io stesso mirava, e, se amici non gli speravo, nemmeno sperimentarli nemici temevo; e se taluno mi avesse presagito lo strazio che reputarono onesto praticare meco, io gli avrei detto: «taci, tu menti!» I Direttori del 12 aprile potevano, accostandosi a me, darmi forza e coraggio a muovere l'ultimo passo, e dirmi apertamente: questi sono i nostri disegni; quali sono i vostri? Potevano altresì, se tanto ero venuto loro in odio, persuadere l'Assemblea a non eleggermi, a dimettermi, e precipitare le deliberazioni; anzi, come avrebbero dovuto, potevano starsi allo stabilito nella mattina del 12 con l'Assemblea, che pure dichiararono della Patria benemerente; tutto questo a loro rincrebbe, e davvero non si comprende a qual fine parlassero affettuose parole, quando nei fatti incocciarono a mostrarsi superbi; dicevano volere stringere tutti in amplesso fraterno: ma di che cosa sappiano cotesti amplessi, provo io, che ne porterò i segni finchè mi duri la vita. Non avrebbero per avventura giovato meglio a tutti parole meno soavi, fatti più degni? — Ma no, essi calpestarono l'Assemblea e me, e si posero a capo del moto popolare per sentirsi rinfacciare più tardi, che, se gli andarono avanti, ciò fecero come il tronco dell'albero menato via dalla piena. Però, se i Direttori del 12 aprile non erano, la sommossa popolare veniva sicuramente soppressa dalla Guardia Nazionale e dai borghesi; imperciocchè le sommosse, dai cittadini industriosi ed abbienti odiate sempre, ai nostri tempi mettano ribrezzo; i cervelli incominciano a preoccuparsi anche fra noi della salute della Società: quel rimescolarsi delle plebi cittadine co' proletarii delle campagne fa stare pensosi, e le smodate condanne non giovano a nulla e la esperienza n'è vecchia. I Direttori del 12 aprile, tolta in mano la sommossa, l'avvivarono, l'atteggiarono, le diedero moto, le diedero affetto[739] la vestirono di tutte le speranze del tempo, con i timori del tempo e degli uomini la fasciarono, l'afforzarono con tutte le previdenze e con tutti gli apparecchi di lunga mano raccolti; ed avendola assunta alla dignità di Restaurazione Costituzionale trovarono quaggiù favorevoli tutti, dissidenti pochissimi o nessuno. Ora provano la ingratitudine; ed io invece di rallegrarmi con empia gioia, e dir loro: qual seme gittaste, tal messe raccogliete; piango con essi i nostri non degni destini; e Dio, che vede i cuori, sa se io avrei mosso neppure un lamento per lo strazio disonesto a cui mi hanno condotto, se oggi, mercè loro, la Patria comune andasse consolata delle benedizioni, che essi le promettevano.
La sera il conte Digny non mancava al convegno, e con esso venne il Generale Zannetti; e l'uno e l'altro, come Mandatarii speciali del Municipio e della Commissione Governativa, dicevano con accomodate parole: fossi contento esulare, tanto che fossero quietate le cose, in estero paese. Ma sentiamo un po' il Generale Zannetti come racconta il fatto: «Ella m'invita» (così rispondeva l'uomo di coscienza cristiana al Processante), «Ella m'invita a tornare sopra una giornata della quale io dovrò rammentarmi, perchè, contro mia volontà, è vero, ma pure in quel giorno anche io divento complice di mancata parola. — Mi spiego: nella sera del 12 aprile riunitasi la nuova Commissione Governativa, fra le varie e molte risoluzioni che ella prese, fu pure quella di allontanare da Palazzo Vecchio il signor Guerrazzi, e siccome pareva alla Commissione medesima prudenziale provvedimento, che il signor Guerrazzi si allontanasse dalla Toscana, e dubitando ch'egli non volesse accettare, la Commissione incaricava il signor Digny e me di comunicare questo progetto al signor Guerrazzi ed invitarlo ad aderirvi; ed invero il signor Guerrazzi non ESITÒ un momento ad accettare la proposizione di un passaporto per uscire di Toscana, perchè, egli diceva: in qualunque luogo di Toscana io vada, se per sorte succede qualche movimento, sarò io lo incolpato. Allora, in adempimento della commissione ricevuta, il signor Digny ed io dicemmo al signor Guerrazzi che sarebbe partito nella notte con passaporto per l'estero.»
Guglielmo Conte Digny nega il convegno, nega la proferta del passaporto, nega il contratto religioso e solenne; tutto nega: — qui occorrono due vie da governarmi col Conte; scerrò la più mite.
Vi ricordate del personaggio di commedia chiamato Rosignolo? Sì, certo, voi rammentate quel gobbo che aveva tante e poi tante inventato girandole, che alla perfine, non sapendo come districarsene, immaginò, per non essere côlto in fallo, un suo trovato, e fu il seguente: narrò (e anche questa era girandola) come, navigando per mare, un grossissimo cavallone lo aveva portato via dalla coverta, e fattagli percuotere la testa nel bastimento così, che ne aveva perduto la memoria; col quale pretesto quando gli tornava il ricordarsi, ei rammentava; e quando non gli tornava, scusavasi con la capata nel bastimento.
Digny, intorno ai concerti presi dal Municipio col Presidente Taddei la mattina del 12 aprile, rammenta perfettamente avere letta la Notificazione dopo stampata; per gli altri fatti, non ha la minima memoria avere letto la Notificazione prima che fosse mandata alla stampa.[740]
Contestatagli la disputa nella Sala delle Conferenze a cagione della mancata fede al Presidente Taddei, Digny si sovviene solo che il Guerrazzi disse: «Signori, avete fatto una Rivoluzione, ecc.;» per le altre cose, non rammenta con sufficiente precisione i dettagli (sic).
Contestatogli il fatto gravissimo del passaporto promesso e accettato, e però del contratto consumato, Digny rammenta, che la Commissione non prese deliberazione sul Guerrazzi finchè non fu trasportato a Belvedere; intorno al religioso deposto del Generale Zannetti, dichiara: «non rammento avere data alcuna assicurazione.... in tanta confusione di avvenimenti, dopo tanto tempo, forse la mia memoria, — forse quella dello Zannetti si confondono....»
Contestatogli il fatto dei danari da me richiesti al Marchese Capponi per le spese del viaggio, e somministrati poi con autorizzazione ed ordine della Commissione Governativa dal Municipio pel titolo espresso del viaggio, Digny ricorda: «che la mattina del 13 Guerrazzi gli scrisse un biglietto a lapis, nel quale lo pregava di domandare al Marchese Capponi una somma in prestito;» quindi «sa che i danari per mezzo del Martelli mi erano stati trasmessi, ma non sa menomamente che ci fosse la idea di farli servire al mio viaggio!»
Contestatogli che Giovanni Chiarini, presente al contratto del passaporto, depone che fu promesso al Guerrazzi di farlo partire mediante treno speciale, tre volte gli vacilla la memoria, e dice: «Non ho memoria di avervi messo che poche parole e insignificanti....; sebbene la mia memoria sia molto confusa in questa parte, credo rammentarmi che condizionalmente si parlasse di treni speciali; ma, ripeto, non ho memoria di avere avuto commissione formale, sempre perchè la Commissione non aveva neppure discusso su questo soggetto.» Ma sapete voi, signor Conte, che la vostra memoria è veramente infelice?
Nè qui soltanto Guglielmo Conte Digny è d'infelice memoria; ma basti per ora. Forse il Conte si lagnerà che non gli si abbiano i debiti riguardi, ed anche in questo avrà torto; conciossiachè, se io dovessi prendere da lui lo esempio del punto rispetto che a sè stesso porta, davvero che io temerei incorrere la taccia di sboccato; e, al fine che lo asserto non vada disgiunto da prova, cred'egli che io vorrei smentirlo quattro volte sopra la medesima cosa com'egli fa? — In certa parte del suo deposto narra come egli venisse la sera a trovarmi nel mio appartamento in Palazzo Vecchio, dove io lo aveva chiamato fino dalle 4 del pomeriggio per dirgli che voleva andare a Livorno, ma egli nulla rispose! In altra parte, narrando il medesimo fatto: «Guerrazzi insisteva col Zannetti e con me per andare a Livorno, ma NOI adducemmo le grida e il tumulto per consigliarlo a non pensarvi per ora;» dunque parlava, e sinistre parole, se io male non mi appongo? — In altra parte: «È vero.... che col Guerrazzi e Zannetti si parlò di partenza;» dunque, che siate benedetto, signor Conte, parlaste ancora di partire? — In altra parte: «La conversazione si aggirò sulla possibilità di una partenza del Guerrazzi, ma io non ho memoria di avervi messo che poche parole e insignificanti....; credo rammentarmi che condizionalmente si parlasse di treni speciali.» Dunque prima non parlaste; poi parlaste che non potevo partire, e parmi questa significantissima cosa; poi parlaste parole insignificanti, dopo averle parlate significantissime; finalmente parlaste di treni speciali sotto condizione. Qual mai condizione? — Signor Conte, sapete voi come nel nostro Paese si appellino coloro che quattro volte smentiscono sè stessi? — Io glielo direi se non mi trovassi dove mercè sua mi trovo; o piuttosto, tutto bene considerato, mi sembra che non glielo direi. A lui basti sapere ch'è il testimone di predilezione dell'Accusa!
Cinque furono testimoni presenti al fatto; e siccome essi non hanno battuto, come Rosignolo, il capo nel bastimento, così non importa tenere su questo proposito più lungo discorso, molto più che dalle cose successive viene maravigliosamente confermato.
Adesso cresce intorno al Palazzo un tumulto di plebe ed uno schiamazzo di gridi: Morte! morte al Guerrazzi! Chi poi cotesti urli incitasse, io non dirò; dirò soltanto la contesa infame che dalla ringhiera che guarda Via della Ninna udimmo più tardi, nella notte, agitarsi lì sotto al lampione. I gridatori non trovavano modo di spartirsi la moneta ricevuta per la egregia opera di maledire e imprecare morte a cui non conoscevano, e non gli aveva offesi mai, e nelle vecchie frenesie loro trattenuti. Gli adulti, per assottigliare il prezzo ai garzoncelli, adducevano la ragione che, avendo meno voce, men forte avessero gridato Morte al Guerrazzi; e i garzoncelli non si arrendendo allo argomento, comunque affiochiti, strepitavano, che era stato promesso a tutti (come agli Operaj della vigna) mercede uguale; che quanto e più di loro avevano strillato: Morte a Guerrazzi! e che non volevano soffrire bindolerie. E qui da una parte e dall'altra un bisticciarsi da fare piangere gli Angioli, e ridere i Demonii. Ahi sciagurati! Il fanciullo che avvezzaste a vendere l'anima sua a prezzo di poca moneta per gridare morte a un uomo, gliela darà più tardi per rubargliela. Voi renderete conto a Dio di quel delitto e di quel sangue. Tali erano le opere civili e cristiane che nella notte del 12 aprile si commettevano a Firenze!
Di lì a breve fu inteso romore come di gente che prorompe; e poi spalancata la porta del mio quartiere, tra una mano di Guardie Nazionali, comparvero alcuni del Popolo; e il Generale Zannetti venuto per me mi pregava a mostrarmi, ed io andai; e con accento commosso volgendomi ai Popolani, dissi: «Che cosa volete da me? In che vi ho offeso? Qual peccato voi mi rimproverate?» Essi tacquero; non una parola, non un grido profferirono: io sarei stato curioso davvero di sapere quale colpa il Popolo fiorentino mi apponesse. Però non cessavano in Piazza il tumulto e lo schiamazzo, onde quei dieci o dodici che stavano quivi dentro rinchiusi meco, fra servi, custodi, segretarii, e la mia nipote giovinetta pure ora uscita di Convento, e la sua governante, si mostravano sgomenti, e lo dirò con compiacenza, assai più per me che per loro. Temendo che la Plebe rompesse le porte, alcuni tentarono a questo estremo caso un riparo. — Io auguro a tutti quelli che mi hanno offeso di non trovarsi mai in simili strette, perchè all'uomo può forse bastare il coraggio per sè fino in fondo; ma quel trovarsi intorno gente atterrita, e di tutti avere a confortare gli spiriti smarriti, è tale uno sfinimento a cui mal regge l'anima umana. Non pertanto l'Accusa acuta e sottile si studia mettermi la mano sul cuore, e sentire com'egli mi battesse. — Egli batteva come deve battere il cuore dell'uomo, che sa quali mali possono fare gli uomini, e sente non meritarli.[741]
E poichè, — lasciamo da parte il volere, — sembrava che i nuovi Governanti non avessero il potere di opporsi alla plebe, che ad ogni ora ci dicevano in procinto di sbarattare la Guardia Nazionale, e fracassate le imposte irrompere dentro a far carne; parecchi dei racchiusi meco procuravano spiare luogo di salute, là dove questo estremo accadesse, e qui pure il mio pensiero si consola, rammentando che quantunque mi fossero per la più parte sconosciuti, nondimeno queste apprensioni per me sentissero, queste diligenze per me facessero. In che queste ricerche consistessero, a qual fine fossero dirette, e qual parte io vi prendessi, sarà bene lasciare referire ai testimoni, perchè nel ricordare quel tempo parmi che il mio strazio si rinnovelli. Però mi maraviglio, e non posso astenermi di rimproverare a nome della Legge l'Accusa, che omise interrogare testimoni su punti capitali, e con tanta compiacenza si allargò su questi particolari, forse per argomentare dal mio spavento e dai miei conati di fuga la coscienza colpevole, e poi non ne trasse costrutto essendole tornati contrarii; come se potesse apprendersi quale indizio di colpa, lo studio di sottrarsi ai bestiali furori di plebe avvinata e indracata.[742]
Dopo parecchie ore di tediosa aspettazione, standoci, la mia famiglia ed io, in procinto di partire, ecco una Guardia Nazionale, dopo l'ora fissata alla partenza, portarmi un biglietto del Generale Zannetti, il quale diceva: «Alcuni non volere lasciare libero il passo; opinare la Commissione di trasferirmi pel corridore dei Pitti in Belvedere, donde remossi i Veliti avrebbe messo la Nazionale: però questo accadrebbe nella prossima mattina; non dubitassi di niente, stessi tranquillo; andassi a prendere per qualche ora riposo, che giudicava doverne avere di mestieri.»[743] Questo biglietto unii alla lettera, che nel tumulto di angosciose passioni io scrissi sotto gli occhi del signor Galeotti, castellano di San Giorgio (poichè tale era l'ordine; e le cose necessarie a scrivere di lasciare in potestà mia si negava!), e mandai a Gino Capponi e agli altri Componenti la Commissione Governativa il 25 aprile 1849. Questo biglietto è stato soppresso! Così tentavasi abolire ogni prova del patto violato a mio danno, e me seppellire sotto la lapide del tradimento, senza neppure lasciarmi la consolazione di potere dire al mondo: «Popoli civili e anche barbari, vedete come si tiene fede a Firenze!» Ma ciò, come a Dio piacque, non valse al fiero disegno. Mi stava su l'anima una amarezza infinita, come un Zannetti, che pure mi parve angelica natura, avesse potuto avvilirsi tanto da sostenere meco le parti di brutto Giuda Scariotte, e tuttavia mi pesa per Gino Capponi... e mentre scrivo queste righe infelici... la mano mi trema, e gli occhi mi si offuscano di lacrime, — ma non per me. Un'aura di refrigerio penetrando nello infame carcere, mi portò che avessi a deporre ogni amarezza contro il Generale Zannetti, avvegnadio fosse stato ingannato, non ingannatore; quasi nel punto stesso mi capitava sott'occhio il suo Rendiconto generale del servizio sanitario dell'armata toscana spedita in Lombardia per la guerra della Indipendenza, dove trovai scritto il nome di Domenico Guerrazzi,[744] giovane accademico, rimasto ferito di mitraglia nell'avambraccio sinistro, nella sempre onorata e sempre dolorosa battaglia di Montanara, e di qui trassi argomento per dirgli, che io avevo dubitato di lui, ma oggimai, saputo il vero, avergli ridonato la mia stima; si consolasse: continuare io a ritenerlo, come lo reputai sempre, quanta lealtà viveva al mondo; ond'egli subito, per riparare al mal soppresso biglietto, mi scriveva la lettera seguente, che, senza sentirsi più spessi sussultare i polsi, io non credo si possa leggere da uomo vivente, amico, od avverso, che sia.
«Pregiatissimo Amico.
«9 settembre 1850.
«La lettera che mi dirigevi l'altro jeri, fu a me carissima e di verace conforto. Infatti, il pensiero di dovere nell'animo tuo essere considerato come uomo sleale, come vilissimo traditore, ed ogni traditore ed ingannatore è vigliacchissimo uomo, mi gravava potentemente su l'anima. Vero è però, che dopo i miei costituti quel gravame si alleggeriva non poco; vero è, che almeno allo Avvocato tuo difensore la dovutagli lettura del Processo doveva palesare quanto io mi fossi stato leale in cotesta epoca. Pure essere oggi fatto conscio, che tu pure lo sai, e non mi reputi reo in veruna particola di quel turpissimo fallo della Commissione Governativa, agevolmente immaginerai che mi fu, ed è di solenne consolazione. Però accogli sincero il ringraziamento per la lettera che mi scrivesti, e pel gentile pensiero che ti prese di me dal fondo del tuo sepolcro, monumento storico di vergogna... Ti lascio col desiderio che presto tu possa essere confortato dal termine di una procedura, che già già per la sua lunghezza ha indignato i Cittadini, ed anco i più avversi a te....»
Così mi scriveva il Generale Zannetti or fa un anno e 20 giorni! — Ed io gli rispondeva:
«Caro Amico.
«Ti ringrazio della lettera e del libro. Certo la condizione del tradito è dura, ma troppo peggio è quella del traditore. Questo mi dà conforto nel disonesto carcere. Il tempo poi conduce le sue giustizie, e in ciò confido. Aspettare e sperare sono fondamento di sapienza umana. Tra noi non abbisogna più lungo discorso. Addio; ci rivedremo: io su la panca degli accusati, tu nel seggio dei testimoni.»
Come io dormissi, lascio che altri pensi; — sul fare del giorno scrissi una lettera alla Commissione, e questa pure è stata soppressa; non ricordo il dettato, ma lo effetto fu che fece muovere il Conte Digny per assicurarmi stessi tranquillo, non volersi già attentare alla mia sicurezza; solo alla Commissione non piacere che io toccassi Livorno; mi adattassi a partirmi da un altro lato. Allora, e con ragione, tornai a ricordargli mancarmi il danaro per questo viaggio; però pregarlo a dire al Marchese Capponi, che le cose mie conosceva, m'imprestasse trecento scudi, i quali gli verrebbero rimborsati a vista dal mio Procuratore a Livorno; anzi questa domanda scrissi col lapis, e non mandai, ma consegnai allo stesso Digny. Costui confessa possedere questo biglietto; lo mostri. Indi a breve sopraggiunse il signor Martelli, al quale narrando il successo, e sollecitandolo a fare in guisa che il Conte la commissione assunta non obliasse, come persona turbata da cosa che le dia fastidio prese ad esclamare: «no davvero! mancherebbe anche questa! — ella devia dal suo cammino per compiacere il Municipio e la Commissione aggiunta; è giusto ch'essi pensino alle spese del viaggio.» E poichè io avvertivo ciò non montare a nulla, perchè ricco io non era, ma neppure tanto povero da non sopportare la spesa del viaggio; il signore Martelli, sempre più infervorandosi nel discorso, aggiungeva: «Il Municipio e la Commissione non lo possono patire assolutamente: adesso andrò, e procurerò quanto bisogna.» — Allora, per una ragione che non sarà difficile comprendere, favellai: «In questo caso, signor Martelli, basteranno mille lire, di cui il Municipio potrà rivalersi sopra la Depositeria, perchè dimani l'altro, 15 del mese, scade la rata mensile del mio stipendio, ed il Cassiere della Comune potrà riscuoterla per me.»[745]
Per questo modo disposte le cose, passa un'ora, passano due, senza più vedere uomo in faccia; nuove adunate di plebe accadono in piazza, e me inique voci, ma più languide assai della sera, maledicono e chiamano fuori.... ed io sarei andato fuori a domandare ragione dei vituperii, e se avessi potuto parlare avrei condotto di quella gente, almeno la onesta, a vergognarsi; invece Gino Capponi parlò per me! — Come favellò Capponi? — Parole triste non disse, — di queste non può dire Capponi.... ma io per Gino Capponi avevo, e avrei discorso in bene altra maniera![746] — Verso le undici fu vista una frotta di villani armati di falci, vanghe, ed altri arnesi rurali, precedere le Guardie Nazionali, che piegavano verso il Palazzo; i villani allagano i cortili, e levano su urli d'inferno, che per le angustie del luogo forte commuovendo l'aria ebbero virtù di scuotere i vetri così, che pareva volessero spezzarsi; io non comprendevo nulla, o piuttosto un'ombra truce di sospetto passò su l'anima mia, e mandai pel Digny chiedendogli quali arti infami fossero coteste; rispondeva scrivendo un biglietto, ov'è da notarsi questa frase: «stessi tranquillo, darsi moto per provvedere alla mia personale sicurezza.» Fors'egli per mia sicurezza personale intendeva trarmi in Castello per consegnarmi poi all'Accusatore? Questa opera emulerebbe la immanità di Maometto II, quando, dopo avere promesso a Paolo Erizzo salva la testa, lo fece segare nel mezzo per non tradire la fede della capitolazione! Se non che il fatto del Turco è dubbio, mentre quello del Conte so bene io se sia vero.[747] Verso le ore 12, venti o poche più Guardie Nazionali in compagnia del Generale Zannetti e del signor Martelli vengono a prendermi; non si mostrò Digny: — l'Accusa in vece sua si mostra, e indaga se impallidii, se repugnai; e, raccolte risposte contrarie al desiderio, sta cheta. Pellegrini, fra i primi testimoni ricercati dall'Accusa, a siffatte inquisizioni risponde: «La mattina successiva rividi il signor Guerrazzi fino alle ore 11 e ½, alla quale ora vennero a prenderlo il Generale Zannetti e l'Ingegnere Martelli; — avendo io sentito che il signor Zannetti gli disse: che andasse con lui (e mi pare anzi, che glielo dicesse come domandargli se voleva andare con lui, e soggiungendogli che poteva, volendo, condurre seco la famiglia): ed il signor Guerrazzi sentii che gli rispose: «Eccomi;» e andò via unitamente con quei Signori.» — E più oltre: — «Non mi accòrsi che si turbasse, e vidi, e sentii, che si mostrò subito disposto di andare, come di fatto andò con quei Signori.»
E perchè doveva impallidire io? Con me stavo bene; degli altri un sospetto mi aveva traversato la mente, ma lo avevo respinto come tentazione del Demonio. Doveva dubitare di Gino Capponi amico ventenne, mio confortatore nei primi passi che mutai nel sentiero delle lettere umane? Poteva sospettare io avrebbe sofferto a tenere di mano ad una prigionia, la quale me ha disertato e la mia casa, quel Capponi che nel 25 gennaio 1848, al Carcere Elbano, così mi scriveva: «Per me, che io ti abbia a scrivere in cotesto luogo, è cosa tale che io pongo tra le afflizioni della mia vita: dispiace a tutti, credilo pure, e a me più che ad altri, per quella antica familiarità ed affezione che ora mi preme più che in altro tempo di attestarti; credimi ec.?» Poteva dubitare che me volesse prigione e calpestato e distrutto Orazio Ricasoli, uomo che mi era parso di cuore dolcissimo, e che tante grazie, pochi giorni innanzi, mi aveva profferto per non crederlo capace di turbare lo acque già torbide? O Digny e Brocchi, che, lasciato da parte quanto fu discorso fin qui, la sera stessa del ricevimento dei Legati Romani, avevano tenuto meco discorso lunghissimo, nella Sala del Guardaroba in Palazzo Vecchio, intorno alla necessità della Restaurazione Costituzionale? O il Marchese Torrigiani, col quale intervennero onestissimi officii, di cui le inchieste sollecito compiacqui, e a cui la sospetta lettera senza sospetto rimisi? O il Senatore Capoquadri che, Ministro di Giustizia e Grazia, volle, per eccezione amplissima ed onorevolissima, che senza esame la Curia fiorentina nell'Albo degli Avvocati potesse ascrivermi? quel Senatore Capoquadri, il quale, da me visitato Ministro, mi palesò breve sarebbe la sua durata al Ministero, dacchè l'animo suo non gli consentisse patire certe emergenze che non gli parevano regolari del tutto; onde io da lui dipartendomi nello scendere le scale ripeteva col Dante:
O dignitosa coscïenza, e netta,
Come t'è picciol fallo amaro morso!
quel Senatore Capoquadri, che la sospetta lettera ebbe da me senza sospetto, e me ne profferse grazie? Forse doveva dubitare del Barone Bettino Ricasoli? Se mai avesse potuto rimanermi dubbio per qualcheduno, di lui doveva sospettare meno che degli altri, perchè emulo pubblico. Io così sento, e così con esso adoperai; ma pur troppo, e tardi, mi accorgo che di siffatta magnanimità, che pure si ammirava virtù tra uomini barbari e semibarbari, presso i civili è spento il seme. Temistocle, sè confidando prima ad Admeto re dei Molossi, poi a Serse barbaro, fu reputato sacro da loro; Santa Elena grida che cosa giovasse a Napoleone avere imitato Temistocle; e se ai grandi esempii è lecito mescolare l'umilissimo mio, il Castello di San Giorgio e l'infame Carcere delle Murate testimonieranno ai presenti ed agli avvenire a che meni commettersi in balía della fede degli uomini civili! — Mentre siamo per muovere, il signor Cavaliere Martelli Priore mi consegna con autorizzazione ed ordine della Commissione Governativa lire mille pel viaggio, che, dopo essermi fermato due o tre giorni in San Giorgio, tanto che la plebe quietasse, dovevo effettuare fuori di Toscana. — Martelli: «Peraltro, sebbene la Commissione su la sorte del Guerrazzi non avesse deliberato, pure tra le altre idee vi fu quella, non mi ricordo da cui esternata, di farlo allontanare dalla Toscana, dandogli il danaro per ciò effettuare. Mille lire ebbi dalla Cassa Comunitativa, e le consegnava la mattina del dì 13 al momento che da Palazzo Vecchio muoveva per la Fortezza di Belvedere, sembrandomi il momento di adempire all'autorizzazione ed ordine che mi aveva dato la Commissione Governativa.» Ecco il Mandato in virtù del quale, nel giorno 13 aprile 1849, furono estratte dalla Cassa del Municipio lire mille.
Questo Documento, già senza che vi sia mestiero avvertirlo, non s'incontra nel volume dell'Accusa, che pure stampò (Dio la perdoni) fino la nota della roba dei bauli. Però non è solo; altri ne occorrono parimente inediti che confermano la verità del fatto. Il danaro dato prima fu ripreso, perchè quei Signori pensarono che pel viaggio da Palazzo Vecchio al Castello di San Giorgio dovesse essermene avanzato, e per questa volta saviamente pensarono; depositato presso il Segretario del Ministro di Giustizia e Grazia, Giuseppe Cavaliere Martelli scrive la seguente lettera al Cancelliere del Municipio Fiorentino:
Autografo. Documento a c. 571 nero.
«Sig. Cancelliere Preg.mo
«Allorchè avvenne l'arresto dell'Avvocato F. D. Guerrazzi, ella sa che la Commissione Governativa si decise di aderire alla di lui richiesta, ad esso accordando la somma di Lire 1,000, perchè trattavasi in quel momento di farlo altrove transitare, mentre egli asseriva non aver presso di sè alcun danaro pel viaggio.
«Ed avendomi l'annunciata Commissione affidato l'incarico di fare avere all'Avvocato Guerrazzi la detta somma di Lire 1,000, in seguito di diverse inutili premure da me fatte, per combinare in Palazzo Vecchio le persone che dovevano farmene il mandato, io mi rivolsi a pregare Lei, signor Cancelliere, per avere dal Cassiere della Comunità le Lire 1,000, onde subito io le potessi passare al signore Guerrazzi, come di fatto feci.
«Questa somma fu poi ripresa nella perquisizione che ebbe luogo ai detenuti di Belvedere, ed ora si trova al Dipartimento di Grazia e Giustizia presso il signor Segretario Duchoqué, il quale lo aspetta oggi alle ore 12 al suo Uffizio, per riconsegnarla a lei o ad un suo delegato, dietro una circostanziata ricevuta.
«Così Ella ed io resteremo esonerati da ogni responsabilità, in questo affare, per lo che io la prego a favorire di ritirarmi la ricevuta che ritiene il cassiere del Comune di Firenze. E pregandola a praticare in quest'affare la sua consueta esattezza, onde il signor Segretario Duchoqué non aspetti inutilmente, passo con ossequio e rispetto all'onore di dichiararmi,
«Dall'Uffizio delle RR. Fabbriche, li 2 giugno 1849.
«Dev. serv. Giuseppe Martelli.
«All'Eccellentissimo Sig.re il Sig.r M. Gotti «Cancelliere della Comunità di Firenze.»
Il Cancelliere, che sa tutte le cose che il Cavaliere leale gli contesta, scrivendo al Segretario ne dichiara eziandio bene altre ancora: egli sa, a modo di esempio, che la Commissione, composta di TUTTI i Priori residenti nel Magistrato rappresentante il Municipio Fiorentino, ORDINÒ a lui Cancelliere, si dessero le lire mille per la causa espressa nella lettera del Cavalier Martelli.
Documento a c. 570 nero.
«Illus.mo signor P.ne Col.mo
«Dall'unita ufficiale del signor Cavalier Giuseppe Martelli, uno dei Componenti la già Commissione Governativa Toscana, di questo stesso giorno, rileverà la causa che motivò la stessa Commissione, che si componeva di tutti i signori priori residenti nel magistrato rappresentante il Municipio di firenze, ad ordinarmi di spedire, conforme feci, nella mattina del 13 aprile decorso, un mandato di lire 1,000, marcato di nº 424, a favore del prelodato signor Cavalier Martelli, per passarsi all'Avvocato F.-D. Guerrazzi, per il titolo espresso in detta officiale. E siccome la somma predetta esiste presso V. S. Illustrissima, per quanto resulterebbe dalla mentovata lettera del signor Martelli, mentre questa Comunità non ha ottenuto rimborso dal Regio Erario, così prego la somma di lei bontà a volere liberamente passare allo stesso Camarlingo, e per esso al suo Sostituto Legale, latore della presente, l'ammontare di detto Mandato; ritirando dal medesimo o distinta ricevuta, o meglio (almeno per quanto a me sembra) in calce di detto Mandato. E colla più alta considerazione e profondo ossequio, passo al pregio di protestarmi,
«Di VS. Illustrissima,
«Dalla Cancelleria Comunitativa di Firenze, li 2 giugno 1849.
«Umiliss. Servo
«Firmato — G. Gotti.
Al signor Segretario del Ministero di Grazia e Giustizia.»
Andando con la nepote e la governante, chiesi (dacchè trattavasi di pochi giorni) mi seguitassero Roberto Ulacco segretario, e i due servitori; e lo concessero; Ulacco subito, i servitori più tardi. Durante il cammino.... Ma giova sempre, quando si può, che da per loro i testimoni raccontino. — Generale Zannetti: «Siccome, strada facendo, il signor Guerrazzi mi domandò più volte s'egli era prigioniero, oppure se così si agiva per tutelarlo semplicemente dal Popolo, non mancai riassicurarlo, dicendogli che la Commissione non poteva mancare a sè medesima. ma poichè ebbi ad accorgermi che la commissione governativa non manteneva altrimenti la sua promessa, e più che mancava di fede e di riguardo alla Guardia Nazionale, ed allo stesso Capitano consegnatario, unendo i Carabinieri alla Guardia Nazionale, per tutelare il signor Guerrazzi; e di più vedendo che la Commissione Governativa non teneva la promessa della intera ripristinazione del Governo Costituzionale; io che aveva firmato con lei, a nome della intera Guardia Nazionale, il primo Decreto da essa fatto della Restaurazione del Governo Costituzionale, non trovai altra via lecita e conveniente a calmare la mia coscienza, che quella di ritirarmi dal posto di Generale.»[748] Però mi veniva confermando, che la Commissione di mandarmi a Livorno non aveva voluto intendere nulla, e mi tornava a interrogare se io fossi contento davvero di starmi per qualche tempo lontano dal paese; ed io gli rispondeva: — che lo avrei reputato (tanto mi sentiva sbigottito dalle sventure della Patria) sommo beneficio; però conoscere egli le mie fortune, e a vivere fuori con la mia famiglia lungamente non mi bastare; ed egli cortese si esibiva tornare la sera a conferire meco in proposito; la quale cosa non consentii, dicendo tenermi per soddisfatto se avesse voluto favorirmi il giorno veniente. — Così alternando varii discorsi arriviamo al quartiere del Comandante le Guardie di Onore, dove ci tratteniamo alquanto; quindi prendendo passo passo su per l'erta del monte giungiamo sotto le mura della Fortezza di San Giorgio. Qui mi occorre un'altra infamia; le mura apparivano gremite di Veliti, i quali presero a profferire minaccie e improperii contro di me. Io strinsi il braccio al Generale Zannetti, e guardatolo in volto lo interrogai con voce tranquilla: — Dove mi porti? — Come restasse quel virtuoso uomo, male può con parole referirsi; chiamò tutto commosso il Comandante del Forte signor Cavalier Galeotti, il quale o non poteva reprimere cotesta ignominia, o la sopportava, e acerbamente lo rimproverava dicendogli: «Così non mantenersi patti; Carabinieri non dovere essere in Fortezza; ricondurmi indietro finchè non isgombrassero.» Il Comandante Galeotti lo chiamò in disparte, sussurrandogli non so quali parole nell'orecchio, a cui il signor Zannetti non parve acquietarsi. Retrocedemmo al Palazzo Pitti; passata qualche ora, torna il Generale affermando che adesso potevamo andare sicuri, perchè i Veliti a tenere dei patti erano stati remossi, e che le parole date si avevano ad osservare. Certo, quando pervenimmo la seconda volta sotto la Fortezza, Veliti non vedemmo: i Veliti erano stati appiattati nel quartiere; partito appena il Generale Zannetti uscirono fuori! — Così, postergato ogni pudore, prendevano bruttissimo giuoco della fede di uomini onesti! — In quanto al Comandante del Forte, mi proverò a sforzarmi di credere che egli non fosse partecipe di cotesta infamia. E infamia fu, però che, come ho annunziato altrove, questi, soldati no, ma della onorata milizia onta perpetua, sotto le finestre venissero a inasprirmi con disoneste parole l'amarezza del carcere, e traverso le imposte della porta taluno di loro minacciasse volere darmi della baionetta traverso il corpo. O non vi bastava il trofeo del canto al Mondragone?[749]
Mentre a diligenza del Municipale signor Cavaliere Martelli apparecchiano il quartiere molto alla lesta, come quello che doveva bastare per giorni, e si può dire per ore, io e i miei ci riduciamo nelle stanze del Prevosto. Qui mi si mostrava assiduo al fianco il Capitano Galeotti, e volendolo io dispensare dall'ufficio, risponde secco: «avere ordine di guardarmi a vista.» Finalmente prendiamo stanza nello alloggio preparato. Il Capitano Galeotti domanda se avessi armi addosso per risparmiarmi la visita su la persona! «Ma che sono io arrestato?» gli domandai. «Tali non sono i patti.» Il Capitano risponde secco: «avere i suoi ordini.» La mattina appresso volendo accostarmi alla finestra per bere un sorso di aria pura, m'impongono ritirarmi; nè stette molto, che alle quattro finestre ebbero messo le ferrate, poi le tramoggie, poi le graticole, poi le ribalte guarnite di festoni di tela, le quali calavano alle ore 24; sicchè mi parve essere diventato proprio Giona in corpo alla balena. Se l'ardore del Sole schiantava le tavole tanto che un pelo di luce passasse, ecco di subito calafati e falegnami, che penzoloni imbracati con corde inchiodavano, sverzavano, ristoppavano la fessura: poi visita alle finestre due volte il giorno, nè la rimanente casa restava imperquisita: nè basta ancora: guardie di sotto, guardie di sopra e all'uscio, e per le scale; nessuno usciva; fu dopo qualche giorno, non senza difficoltà, e non so se previa visita personale, concesso dal Cavaliere Galeotti castellano al cane di prendere aria pel Forte, ma legato. — Colà stemmo raccolti sei: rappresentai la indecenza che le donne non potessero avere stanza appartata. Credei che a gentiluomini e a padri di famiglia dovesse comparire sacra la ragione del pudore: non risposero. Rappresentai il modo disonesto del prendermi, che mi pareva nato a un parto con quello tenuto dal Valentino a Sinigaglia per ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo e compagni: non risposero. In cotesta dimora, che di bellissima erano riusciti a rendere infernale, durammo giorni 44, tranne un servo (anch'egli, poveretto! côlto al laccio), che, caduto infermo di febbre, era trasportato per refrigerio al Carcere delle Murate.
Fu tramutato di Arno in Bacchiglione!
Così sepolto vivo, ignaro affatto di quello che pel mondo accadeva, mando il nepote al suo zio in Roma credendo sottrarlo al pericolo, quando ad un tratto con profondo rammarico conosco averlo esposto a pericolo maggiore. E se vi talentasse sapere quali pericoli il mio nipote, qui nella sua Patria, corresse, ve lo dirò. Giovane di 15 anni, un bel giorno mi significò volere ridursi in campo per fare il suo ufficio nell'arme dell'artiglieria. Io per distornelo gli dissi, che se voleva andare si scrivesse soldato. La età novella, il duro mestiere, la qualità del semplice gregario, gli affetti domestici e i comodi della casa, non valsero a trattenerlo; nè io, premendo il dolore, lo trattenni. Il giovanotto dopo il 12 aprile dai proprii camerati fu preso in abbominio; — uno gli sparò dietro lo archibugio! — Non vi pare questa una turpissima azione, o Signori? — Ed ora egli naviga l'Oceano fuggendo una terra così poco amica al suo sangue. Forse i miei occhi non lo rivedranno più; ma la mia benedizione lo accompagnerà da per tutto; — e la nepote, che uscita di convento per visitare lo Zio si trovò ad accompagnarlo in prigione, anch'essa come grano di spelda vive balestrata fuori della Patria sua... Oh! il primo passo che mosse per la vita fu doloroso per lei, — e queste sono le sventure che dissi: mano di uomo non può riparare, quella di Dio consolare soltanto.
Dopo 44 giorni, certa notte di maggio con misterioso terrore mi strappano allo improvviso dalle braccia della mia nepote, e mi trasportano al Carcere delle Murate; quinci la notte appresso pure mi rimuovono, e mandano a Volterra: di là finalmente, nel novembre del 1849, mi tolgono e ricacciano dentro alle Murate, dove fino da quel tempo giaccio sepolto.
Qui per ammenda, dopo lunga procedura, un giorno, armati fino ai denti di tutte armi, e a me nudo affatto, e legato, quasi per ischerno, di repente dicono: Difenditi! Per ammenda, l'Accusa, esordita da uno Zagri barattiere e prevenuto adesso di falsità, sopra le traccie somministrate da lui di continuare non rifuggono. Per ammenda, i Documenti della mia Amministrazione all'Accusa concedonsi, che ad uno ad uno gli esamina e gli sceglie; a me poi l'Accusa, e i Giudici fino ad ora li contendono.[750] Per ammenda, si trovano Giudici, che scrivono avermi colto in fragranti! quando mi trovavo in Belvedere, dove dimoravo sotto fede che alla mia libertà non si attentasse. Per ammenda, i miei Giudici naturali e necessarii, trattandosi d'imputazione relativa alla malleveria ministeriale, dove intervenne perfino Decreto firmato dalla Corona, non mi consentono. Per ammenda, immaginano non so quale delitto continuo e complesso, per cui mi troverei esposto a rispondere perfino dei fatti, che io stesso mi credei in dovere reprimere. Per ammenda novella, congiungono il mio con non so quale altro, processo di Pistoia, dove, per quanto intendo, si tratta di espilazione e di altre simili turpitudini. Per ammenda (incredibile a dirsi se non fosse vero!), L'ACCUSA il testimone Zannetti rifiuta, il testimone Digny chiama a deporre, — e questo parmì che tocchi la cima di quello che può osare un'Accusa... — Certo io sono vivo... la morte violenta di Oliverotto da Fermo, nè del Carmagnola, ho sofferto. Il secolo e il paese civili queste immanità non consentono... dal sangue aborriscono... i troppo delicati nervi se ne irritano. Lo imputato si lascia per anni e anni nella trista compagnia dei suoi pensieri angosciosi; gli si dà spazio infinito a contemplare la sua famiglia distratta, la dissoluzione del suo corpo, la etisia della sua intelligenza; gli si nega un sorso di aria pura. — Era barbarie, ma barbarie grande, quella di levare dal mondo un uomo per morte violenta: oggi la carità persuade restituirglielo, decorso spazio che reputasi conveniente di tempo. — Andate, affrettatevi al carcere, amici e parenti; l'ora venne per riscattare dalle mani di questa carità il prigioniero; ricevetelo, amici e parenti; ella vi consegna — che cosa mai? — un matto o un moribondo.
XXXI. Di una Sentenza della Corte Speciale di Parma del 1831.
Come pei tragedi antichi si costuma mettere in fondo delle loro tragedie il Coro, il quale veniva a raccontare agli uditori la catastrofe di tutta la favola; così l'Accusa, sul finire del suo Volume, stampa la Sentenza del Tribunale di Appello di Genova, del 24 luglio 1849. Dove poi io m'ingannassi, e non l'avesse posta per disporre gli animi alla già immaginata catastrofe, in osservanza al precetto della Poetica di Orazio: Segnius irritant animos demissa per aures, — potrebbe dubitarsi che l'Accusa lo avesse fatto per dimostrare come in Piemonte si astenessero dallo iniziare Giudizio, se prima non si erano bene accertati, che tutti i prevenuti si fossero posti in salvo; mentre, all'opposto, in Toscana si sono bene accertati prima di tenerli sottomano, quantunque, se qui fra noi religione di patto e santità di fede valessero, quanto (e non domando troppo) una volta valevano per le spiaggie di Algeri o di Salè, me e lo egregio uomo Lionardo Romanelli non dovessero tenere. La sentenza finale e capitale di Genova non ha fatto piangere nessuno; mentre per la Procedura fiorentina già furono le famiglie disperse, le intelligenze spente, ed altre che non vo' dire lacrimevoli sventure patite. Quando il condannato a morte può andare a cena e a dormire col Giudice che lo condannò, le sentenze danno materia di piacevolezze convivali;[751] ma occhi non bastano per piangere le blandizie di queste carceri umanitarie. Ormai, se male non mi appongo, dubito forte non abbia a correre il detto: «meglio condanna capitale del Tribunale di Genova, che assoluzione in Toscana;» però messo questo da parte, riporterò ancora io una Sentenza per Coro della mia Apologia, intorno alla quale importa innanzi tratto avvertire com'essa fosse pronunziata da Tribunale Speciale, e negli ardori di Rivoluzione pure ora repressa; come tre mesi soli, e forse nè anche tanti, gl'imputati avessero a travagliarsi nel carcere, nè uscendo da mangiare pane di dolore si trovarono ormai per tutta la restante vita imbandito pane di disperazione. Certo, io sento rispondermi dall'Accusa: «ora ad affrettarti tocca a te; io per me sono lesta.» Oh! lo credo, che tu sia lesta, e da tempo non piccolo; e forse ogni ora che passa ti par mille anni di concludere: ma io ti ricordo le parole di Ugo Foscolo al Direttore della Polizia del Cantone di Zurigo, e ti ammonisco che se alla Difesa fossero stati consentiti gli Archivii, come furono sbirciati da te, e se tu non avessi potuto ricusare lo esame del Processo al mio Difensore fino oltre maggio passato, e così due e più anni dopo il mio arresto, potremmo avere veramente concluso. — Intanto, se ti piace, leggi, o Accusa, la Sentenza di una CORTE SPECIALE.
«Parma, 7 luglio 1831. —
«La Commissione dichiara essere risultato dal dibattimento:
«Che una grave sedizione scoppiò in Parma nei giorni 13, 14 febbraio prossimo passato, nella quale gran parte del Popolo prese le armi, inalberato lo stendardo della Libertà ad esempio degl'insorti di Reggio, Modena e Bologna, e disarmò una porzione del reggimento di S. M., ed obbligò la M. S., che non volle consentire le domande dei rivoltosi, ad abbandonare la sua residenza nella notte del 14 al 15 febbraio suddetto, trasferendosi a Casalmaggiore, donde per la via di Cremona si recò nella sua città di Piacenza, ove pervenne il 18 dello stesso mese;
«Che nel detto giorno 15 febbraio il Potestà di Parma riunì il Consiglio Comunitativo, il quale ampliato per l'aggiunta di 30 Cittadini, e su la considerazione che gli Stati erano rimasti senza Governo per lo allontanamento di S. M., seguíta dal primo Magistrato dello Stato S. E. il Presidente dello Interno, senza che gli constasse a malgrado delle fatte indagini, avere essa lasciato chi la rappresentasse, nominò un Governo Provvisorio voluto dalla necessità, onde evitare i mali dell'anarchia, da tenere luogo di quello che si era allontanato, composto dei signori Conte Filippo Linati, Antonio Casa, Conte Gregorio Ferdinando da Castagnolo, Conte Iacopo Sanvitale, Cavaliere Francesco Malegari;
«Che cotesto Governo Provvisorio, al quale vennero aggiunti altri due membri, nelle persone dei signori Macedonio Melloni ed Ermenegildo Ortalli, con deliberazione di quel Consiglio Civico, emanò molti atti i quali sono certamente contrarii al governo di S. M., e che secondavano la Rivoluzione avvenuta in Parma nei giorni indicati 13, 14 febbraio, a diversi dei quali atti sono concorsi ed hanno apposta la loro firma gli accusati, Conte Filippo Linati e Cavaliere Malegari, escluso però il proclama agli abitanti della città e provincia di Parma e Guastalla dell'8 marzo;
«Considerando ch'è pure eminentemente resultato dal dibattimento dall'una parte, che tale era la effervescenza, e sì violento il moto rivoluzionario in Parma, che non era più in potere di alcuno resistervi, che esso non poteva essere vinto o compresso se non se da una imponente forza straniera, e che sarebbe stato per avventura pericoloso (senza d'altronde alcun vantaggio alla buona causa) il ritirarsi dal Governo Provvisorio, siccome si potrebbe inferire da ciò che accadde il 10 marzo, imperciocchè su la voce che si sparse di una vicina invasione austriaca essendosi quel Governo dimesso, alcuni membri vennero arrestati e tenuti prigioni; e dall'altra, che essi signori Conte Linati e Conte Malegari accettarono con repugnanza l'affidato incarico di membri del Governo Provvisorio, e a condizione, che le cose rimanessero nello stato in cui si trovavano, e che appena seppero la nomina del signor Melloni su mentovato vollero dimettersi, se non che furono istantemente pregati dai buoni e fedeli sudditi di S. M. a restare in carica, onde gl'interessi del Pubblico, che sono poi quelli dell'ottima nostra Sovrana, non pericolassero;
«Che eglino oltre di essere persone di riconosciuta probità ed onoratezza hanno manifestato, anche durante la Rivoluzione, sentimenti di attaccamento e di devozione a S. M.; che in particolare il Conte Linati si prese ogni cura per la conservazione delle cose proprie della prefata M. S. lasciate in Parma;
«Che disapprovarono gli ostaggi fatti dal Popolo in seguito dello avvenimento di Firenzuola, e s'interessarono per la loro liberazione;
«Che con la loro fermezza poterono qualche volta frenare la foga di qualche loro collega, e che si opposero costantemente a troppo ardite domande allo estremo offensive alla Maestà del Trono, sicchè essi erano venuti in odio agli esaltati, e fu più volte cancellato il nome loro negli affissi al Pubblico, ed in particolare il Cavaliere Malegari era stato trattato di spia e di traditore;
«Che lo stesso Cavaliere Malegari fu inteso disapprovare altamente la Prolusione del Professore Melloni suddetto, e dire, che il Governo di S. M. era stato indulgente verso di lui; che durante la Rivoluzione consigliò il sacerdote Bichieri ad aspettare il ritorno di S. M. per pagare un suo debito verso il Tesoro, e che non volle fosse ammesso al giuramento il notaro Begani per correre pericolo che fosse cambiata la formula del giuramento, e che fece alcun tentativo per ricondurre Parma alla sommissione di S. M.;
«Dal che tutto, si deve considerare, che la reità degli accusati Conte Linati e Cavaliere Malegari, per essere concorsi o avere apposta la loro firma in qualità di membri del Governo Provvisorio a diversi atti su menzionati, non fu che apparente, e che essi assunsero e tennero il carico di membri di quel Governo senza dolo nè ree intenzioni, ma cedendo alla forza irresistibile delle circostanze, e col proposito di far sì, che la condizione delle cose fosse la meno triste per la loro parte;
«In conseguenza di che, la Commissione proscioglie il Conte Filippo Linati, e Cavaliere Francesco Malegari, e ordina che i medesimi sieno posti in libertà ove non sieno ritenuti per altre cause.
«Sottoscritti: Rossi. — Bertolini. — Cortesi. — Parolini. — Della Valle. — Vincenzi.»
Così giudicano gli uomini virtuosi, i quali, prima di entrare nel Tribunale a scrivere sentenze, non si fermano sopra la soglia per vedere da che parte corrano i nugoli, onde regolarsi nei Motivi, Attesochè, o Considerando che si vogliano chiamare; ed in Toscana ancora, un Senatore, il quale dovrebbe giudicarmi (e tu considera, Lettore, quanto i conforti del Regio Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, per farmi stare contento a Tribunale che non sia quello del Senato, possano persuadermi), antico di esperienza e di dottrina, dettando uno scritto intorno alla vita del Prof. Pietro Obici, allorchè viene a favellare dei moti modanesi del 1831, di cui l'Obici fece parte, così gravemente si esprime: «Invitato l'Obici a far parte dello Stato Maggiore, agevolmente ne vide il pericolo; ma non credè possibile o conveniente almeno il rifiuto. — E qui ricorrono le dottrine sostenute con tanto zelo e tanta eloquenza da Lally Tolendal nella sua Difesa degli Emigrati Francesi. Negli avvolgimenti politici dee distinguersi la situazione dell'individuo, e considerare le cagioni, o per dir meglio le strettezze che lo spingono a volgersi all'una o all'altra parte. Il più delle volte la scelta non dipende dal volere, ma dalla necessità.»[752]
Però facendomi a ponderare sopra la Sentenza della Corte Speciale di Parma, e confrontandola alle proposizioni della Accusa toscana, meritano avvertimento grandissimo i fatti sopra i quali venne profferita. Maria Luisa, armata mano, era costretta colla fuga a salvarsi. Maria Luisa, come quella che reggeva assoluta quando rimase sola, o in compagnia di Ministri, in una parte qualunque dei suoi Stati, non può dirsi averne derelitto il Governo, e nondimeno la necessità del Governo Provvisorio fu ritenuta. La Duchessa cacciata con violenza alla fuga, non ebbe abilità di lasciare un Governo; tuttavolta la necessità del Governo Provvisorio non era contrastata. A Parma bastò per la elezione legale del Governo Provvisorio il solo consenso del Municipio. Atti si commisero contrarii veramente alla Duchessa, e secondanti la Rivoluzione in nome del Collegio del Governo Provvisorio; nonostante questo i Giudici parmensi si astennero dalla bestemmia ereticale d'immaginare un delitto continuo e complesso, che mette dentro una caldaja a bollire insieme Romani e Cartaginesi, Giudei e Sammaritani, Angioli e Demonii, e fatto un impasto infernale pretendere che uno debba rispondere delle azioni dell'altro. La pressura generale che nasce dal tempo e dalle tendenze degli uomini si apprezza, e si ritiene sufficiente così a muovere come a giustificare il contegno di uomini politici. Il timore probabile di danno futuro si dichiara motivo bastevole a costringere, e la preghiera degli onesti per assumere o durare nel maestrale. La probità dell'uomo, le condizioni della vita, lo attaccamento dimostrato anche da fugaci detti o da lievi fatti, si valutano per iscusare. Lo studio che gl'interessi del Pubblico non sinistrassero, i quali (ottimamente si nota) sono, a fine di conto, quelli del Sovrano, si considera causa onorevole a non disertare gli ufficii supremi nel giorno del pericolo. Si pregia la cura di conservare le cose appartenenti alla Duchessa; la volontà di dimettersi anche dopo la invasione straniera valutasi; la tutela e la difesa dei cittadini valutasi; la industria spesa a frenare qualche volta la foga di qualche collega valutasi; tutto quanto insomma dai Giudici toscani del 1850 e 1851 si disprezza, e si tiene a vile appo i Giudici parmensi nel 1831, si accoglie e si stima per rimandare assoluto il Conte Linati. Pel Cavaliere Malegari si contentarono ancora di meno, e gli ottennero assoluzione l'essersi opposto a domande troppo ardite, essere venuto in sospetto dei Rivoluzionarii, la disapprovata Prolusione del Professore Melloni, il conforto a non pagare un debito, la dissuasione a non prestare un giuramento. — Tanto alla coscienza dei Giudici parmensi del 1831 bastò per assolvere e rispettare: troppo maggiori cose, riscontri bene altramente gravi e copiosi ai Giudici toscani del 1850 e 1851 hanno somministrato argomento per accusare e insultare!
Sono venuto al termine di questa opera condotta fra mortale tedio del carcere, difficoltà di ogni aiuto, deficienza di cose maggiormente necessarie, travagli infiniti e amaritudini ineffabili; e nondimeno me ne separo con tristezza: perchè il fastidio, che a poco a poco intirizzisce l'anima, fa che si ponga amore agli oggetti più miseri; ma ormai vada a trovare sua ventura fra magnanimi pochi a chi 'l ben piace. Però io non posso concludere, nè debbo, senza richiamare l'attenzione del mondo civile sopra due punti principali. Incominciando io dalla parte con la quale termino, avrei dovuto dire: — 1º sorta la necessità del Governo Provvisorio, gli atti che operai per la salute pubblica, a giudizio dei Savii universale, vanno immuni dal titolo di lesa maestà; ed è soltanto in offesa manifesta delle dottrine comunemente accettate, che i Giudici hanno loro attribuito un carattere, che non hanno e non possono avere: 2º per patto espresso non si poteva attentare alla mia libertà, perocchè la mia prigionia desuma la sua origine dal tradimento; e se i Partiti scapigliati sono capaci di queste e di bene altre ignominie, un Governo regolare non può per religione, per fede e per dignità, giovarsene; ma sì all'opposto conviene che quanto in suo nome fu promesso, procuri che lealmente e dirittamente si mantenga.
Io ho voluto riserbare queste ragioni per ultimo, non parendo dicevole alla integrità mia opporre eccezioni perentorie; adesso poi che di punto in punto, se pure io non m'inganno, sono venuto giustificandomi, non mi pare vergogna valermene, e me ne valgo. Mantenete il patto. La Italia ricorda un'altra capitolazione tradita, e ancora Inghilterra la rammenta; imperciocchè, se mai favellando di Nelson ammiraglio tu pronunzii il nome di Trafalgar, non vi sia Inglese di cui gli occhi non balenino di nobile orgoglio; ma dove ti venisse fatto susurrare quello di Napoli, non troverai Inglese che non abbassi al suolo sbigottito la faccia.[753]
E in questa parte io volli riserbare eziandio a far conoscere, quale sia stato il palpito ultimo della mia vita al Potere, che io tenni, e me ne onoro, da cittadino e da cristiano. Nel giorno 12 aprile alle ore 8 e m. 57 antim., per via telegrafica, mandava:
«Al Governatore di Livorno.
«Nei dolorosi casi avvenuti ieri in Firenze, non si ha a vedere altro che la insidia dei nostri eterni nemici. Livornesi e Fiorentini, entrambi traditi, hanno apprestato spettacolo gradito a costoro. I Livornesi sieno generosi, con l'esempio dimostrino che non furono rettamente giudicati, e si apparecchino a difendere la Patria che essi amano tanto. Pubblica se credi.
«F. D. Guerrazzi.»
E Manganaro, amico degno della Patria e di me, rispondeva:
«Al Potere Esecutivo.
«La Città è tranquilla nè si pensa da alcuno, per ora, di recarsi a Firenze; anzi si sta redigendo un Indirizzo di pace ai Fiorentini che sarà firmato da molti.»
Così, mentre altri squassava con vigore estremo di braccia l'Albero della Discordia, e ne faceva cadere su la terra i frutti dell'odio, io, improvvido di tradimento, attendevo a insinuare nelle anime inacerbite sensi di magnanimità e di perdono, ed anche vi riuscivo: — e come il perdono fu il palpito ultimo della mia vita al Potere, così prego Dio onde mi mandi virtù che mi basti a fare sì, che la parola la quale ultima verrà profferita dalle mie labbra mortali sia: perdono a quelli che mi hanno tanto atrocemente lacerato!
FINE DELL'APOLOGIA.