NOTE

[1] Nel maggio del 1849, quando venni trasportato a Volterra, mi furono cortesi di offerirmi di logorare la mia vita a scelta; o nel maschio, dimora del Conte Felicini di scellerata memoria, o nell'ospedale dei condannati: scelsi l'ospedale. Un lieve assito, divideva le mie dalle celle degl'infermi, sicchè le notti mi riescivano fuori di modo affannose pei rammarichii, e pei gemiti dei giacenti; spesso anche pel rantolo degli agonizzanti. Una volta il moribondo, dibattendosi nelle estreme convulsioni, precipitò giù dal letto con orribile fracasso; al rumore del tracollo si svegliò la guardia che dormiva, e andò per dargli aiuto … ma il meschino di aiuto non aveva più bisogno: egli era spirato!

[2] DANTE, Purgatorio, Canto XII.

[3] SENOFONTE. Repubblica di Sparta, cap. IX.

[4] SAMUELE II. Cap. XII, n. 23.

[5] Il signore De Genè, trattando degli errori popolari che corrono intorno gli animali, deplora meritamente che la Chiesa abbia tolto per simbolo di cosa tanto solenne uno errore popolare. Di vero il Pellicano ha sortito dalla natura una specie di tasca appesa sotto il collo, nella quale ripone, e conserva i pesci che pesca: quando egli nudrisce i suoi piccoli figli se gli mette tutti dintorno al seno spingendo fuori della tasca il cibo in cima del becco, ch'è di colore vermiglio, ed in questo modo gl'imbocca: di qui l'errore popolare.

[6] Così narra la tradizione, che i figli di Francesco Cènci, Cristofano e Rocco, rimanessero spenti a Salamanca; ma a vero dire qui la tradizione va errata. A Salamanca furono mandati a studio, donde tornarono poveri, e male in arnese, avendoli il padre fatti rimanere privi di ogni provvisione. I Manoscritti ch'io possiedo insegnano, che Rocco rimase ucciso da un Norcino: altrove leggo Orsino, e Cristofano da un Paolo Corso. È notabile, e vuolsi ritenere per sicuro, quanto leggiamo nel Giornale dell'Arciconfraternita di San Giovanni decollato in Roma, libr. 16. car. 66. «I signori «Jacomo, e Bernardo dissero, che avendo inteso, che nella querela, o processo di homicidio commesso già nella persona del quondam Rocco loro fratello è imputato il nominato Emilio Bartolini alias Charagone gli danno la pace, e consentono per ogni loro interesse alla cassazione di detta querela… e tutto dissero fare per amore di Dio, et vogliono, che detta pace sia in tutto e per tutto nel modo, che l'hanno data a Paolo Bruno, et Amileone.»

[7] Nel refettorio del convento dei frati Domenicani in Milano, scrive l'EUSTACE, fu già il celebre Cenacolo di Lionardo da Vinci, considerato come suo capo d'opera. Soppresso il convento, la sala fu convertita in deposito di artiglieria, e la pittura diventò bersaglio dei soldati francesi per esercitarsi al tiro! Che di peggio avriano potuto fare i Croati? Miravano principalmente al capo del nostro Redentore, a preferenza degli altri. Lady Morgan, nel suo viaggio in Italia, smentisce questo fatto, assicurando avere ella cercato indarno traccia di simile profanazione: però poco oltre afferma, una porta essere stata praticata fra le gambe del Salvatore; ed ecco come andò la cosa. E' bisognava trasportare pei chiostri dalla cucina al refettorio la vivanda ai frati, e nel trasporto freddava. Per riparare a tanto disordine in pieno Capitolo venne maturamente deliberato si aprisse una porta, che metteva il refettorio in comunicazione con la cucina, la quale si trovava per l'appunto dietro la pittura di Lionardo. In questa guisa la Cena di Cristo venne guasta per amore del Desinare dei frati.—LADY MORGAN, L'Italia, T. I. p. 134.

[8] Costume antico degli ospiti, i quali al termine della festa o del convito donavano loro veste e pallafreno, e talvolta ancora danari; e riponevano in loro facultà restare, o andare; e questa era gentile formula di complimento.

[9] Domiziano invitò a cena i principali senatori e cavalieri di Roma, e gli accolse dentro una sala per le pareti, al soffitto, e sul pavimento parata tutta di nero. Nella sala sorgevano colonne funerarie, chiamate cippi, col nome impresso di ogni convitato, e sorreggenti fiaccole funerarie. Nè qui rimase il crudele giuoco. I padroni erano separati dai proprii servi, e invece loro comparvero giovani ignudi anneriti a modo di Etiopi; e tenendo in mano una spada sfoderata si posero silenziosi e terribili a intrecciare un ballo tondo intorno ai convitati, e poi ognuno di loro si recò presso al letto di un commensale per ministrargli. I cibi furono in tutto simili ai consueti a imbandirsi ai defunti nei funerali. Grande fu, ed è da credersi, la paura dei convitati; e Domiziano, per accrescerne lo spavento, favellava di gente trucidata e di stragi commesse per sollazzo del signore. Terminato il pranzo, con lieta cera accomiatò quegli sciagurati più morti, che vivi.—DIONE CASSIO in CUVIER. Storia degl'Imperatori Romani, lib. 17. § 2. Evidentemente questo racconto somministrava a Vittore Ugo la idea della scena dei cataletti nella Lucrezia Borgia.

[10] Fuori le frutta nei tempi passati significò ordine, di strage a tradimento, ed eccone il perchè. Alberigo dei Manfredi, Signori di Faenza, nella sua ultima età si rese frate Gaudente: egli fu tanto crudele e dispietato uomo, che venuto in discordia co' consorti, cupido di levarli di terra finse volere riconciliarsi con loro; e dopo la pace fatta li convitò magnificamente, e nella fine del convito comandò venissero fuori le frutta, le quali erano il segno dato a coloro, che gli avevano a trucidare. Adunque di subito saltarono dentro, e uccisero tutti quelli che frate Alberigo volle che morissero. LANDINO.—Una nota del Cod. Cass. ci fa sapere, che gli uccisi a tradimento furono due fratelli, Manfredo ed Alberghetto, nipoti del frate. Il BOCCACCIO ci afferma Alberghetto essere stato figlio di Manfredo, ed aggiunge, che, fanciullo com'egli era, assalito che vide il padre, corse a nascondersi fra la cappa di Alberigo, sotto la quale fu ucciso. Il DANTE nel Canto XXXIII dell'Inferno così ragiona di questo iniquo frate:

……..Io son frate Alberigo, Io son quel dalle frutta del mal'orto, Che qui riprendo dattero per figo.

[11] Suum unicuique tribuere. Parecchie idee dei discorsi tenuti nel presente capitolo da Francesco Cènci furono tratte dalla Beatrice Cènci di Shelley. Questo scrittore è mal noto in Italia: amico fu a Lord Byron: annegò nel Tirreno, recandosi a Genova su barca senza ponte: ne arsero il cadavere sulla spiaggia a Bocca d'Arno, presente Byron. Io lo conobbi; fu magro e piccolo, e dava nell'etico: metafisico, più che poeta; ma poeta ancora d'infinito valore.