NOTE

[1] Nello intento di adulare Ottaviano Augusto, gl'inviati di Tarragona gli referirono, un giorno, come sopra la sua ara fosse cresciuto un alloro (altri dicono una palma). Augusto, sdegnando essere tolto a compare di questa goffa piaggerìa, rispose: «Questo è segno espresso, che voi non vi curate sagrificare vittime in onor mio.» Vita di Ottavio Augusto, attribuita a Plutarco.

[2] «Poi vidi nella destra di colui, che sedeva sul trono, un libro scritto di dentro e di fuori, suggellato con sette sigilli». Apoc. Cap. V. n. 1.

[3] Scilla, racconta la favola, fu ninfa, e di lei innamorò Glauco dio marino; il quale non le potendo toccare il cuore ebbe ricorso a Circe maga, che gli compose certo suo filtro da mescolarsi con l'acqua della fontana dove la ninfa si bagnava. Scilla, entrata nel bagno, si trovò cangiata in mostro con sei bocche e sei teste, ed una cintura di cani le si cinse alla vita. (Odissea, lib. XII. v. 85 e segg. Eneide, lib. III. v. 424 e segg.) Il FLAXMAN, nelle sue composizioni della Odissea, rappresenta Scilla circondata da cani, e così pure si osserva negli antichi cammei. Questo vortice marino prossimo alla Sicilia, secondo che Pausania afferma (II. c. 34), col fragore delle sue acque imita i latrati dei cani.

[4] Dicesi che avendo Pausania, mosso da vergognoso appetito, mandato a prendere una fanciulla di Bisanzio, che aveva nome Cleonice, figliuola di genitori ragguardevoli e chiari, questi gliela lasciarono condurre da necessità costretti, e da tema; e che avendo ella pregato, prima di entrare nella stanza, che spento vi fosse il lume, inoltrandosi poscia all'oscuro, e tacitamente verso il letto in cui già Pausania dormiva, urtò non volendo nella estinta lucerna, e la rovesciò; e ch'egli destatosi con agitazione allo strepito, e sguainato un pugnale che teneva appresso, cominciò a dare dei colpi come se qualche nemico gli si facesse incontro, e ferì la giovane; la quale essendo morta per una tale ferita, mai più non lasciò poi riposare Pausania; ma frequentemente di notte gli appariva fra il sonno in forma di larva, e con impeto di collera gli diceva un verso eroico di questo significato

Va all'ultrice giustizia, che ti aspetta; Male assai grande è agli uomini la ingiuria.

Per un'azione siffatta male potendolo sopportare gli alleati, andarono insieme con Cimone ad assediarlo; ma Pausania se ne scampò fuori di Bisanzio, ed agitato, per quanto si racconta, da quel fantasma, rifuggissi ad Eraclea nel tempio Negromantico; e chiamando quivi l'anima di Clèonice, supplicavala di volere deporre lo sdegno: ella però comparitagli, disse che ben tosto liberato sarebbe da ogni male come giunto fosse in Lacedemonia; alludendo, com'è probabile, a quella morte, ch'era quivi per incontrare. PLUTARCO, in Vita Cimonis. Che poi questo spettro comparisse a Pausania ogni qual volta si affacciava alla superficie delle acque, si ricava dal Dizionario infernale alla parola Idromanzia.

[5] Semplice traduzione di due versi di Condorcet, giustiziato nella prima rivoluzione di Francia:

Ils m'ont dit: choissis être oppresseur, ou victime.
J'embrassai le malheur, et leur laissai le crime.

[6] ………. in un col latte
T'imbevvi io l'odio del patrizio nome;
Serbalo caro; a lor si dee, che sono
A seconda dell'aura o lieta, o avversa,
Or superbi, ora umili, infami sempre:

disse il conte ALFIERI nella Virginia.

[7] Suburra che fosse lo diremo in latino, valendoci delle parole altrui: «Erat regio (Romae) in qua meretricium diversoria erant: quae ob id Suburranae dicuntur a poetis». Thesaur, ling. latin. t. IV.—In Roma poi vendevansi ceci e noci fritte, e di questo cibo assai si mostrava vaga la plebe. Nell'Arte Poetica di ORAZIO troviamo il verso 249, che dice:

Nec si quid fricti ciceris probat, et nucis emptor;

e nella Bacch. di PLAUTO l'altro, concepito:

Tam frictum ego illum redeam quam frictum est cicer.

[8] «Imperciocchè anco le preghiere sono figliuole di Giove: zoppe,
grinzose, e guerce degli occhi; e queste andando dietro la
ingiuria la emendano. La ingiuria è gagliarda, e di piè fermo
passa per tutta la terra offendendo, ed esse le tengono dietro, e
medicano i di lei danni. Ora, chi rispetta le figlie di Giove
allorchè gli si accostano, questo sarà vicendevolmente assai
giovato da loro, ed esaudito quando ei prega; ma se alcuno le
rigetta, ed ostinatamente le recusa, allora queste andando pregano
Giove Saturnio che la ingiuria persegua colui acciocchè, offeso,
paghi la pena della sua durezza». OMERO, Iliade, lib. IX.

[9] «In ogni tempo, in ogni contrada i patrizii hanno perseguitato
implacabilmente gli amici del popolo; e se per caso alcuno ne
sorse nel grembo loro, sopra di questo particolarmente percossero,
studiosi d'incutere spavento con la grandezza della vittima. Così
periva l'ultimo dei Gracchi per la mano dei patrizii; ma giunto
dal colpo fatale, lanciò un pugno di polvere contro il cielo
prendendo in testimonio gli Dei immortali, e da quella polvere
nacque Mario. Mario, meno grande per avere sterminato i Cimbri,
che per avere abbattuto in Roma l'aristocrazia della nobiltà».
MIRABEAU, Mémoires, t. V p. 256.

[10] LUIGI BLANC. Storia della Rivoluzione di Francia, t. II, lib. 3.

[11] Giornali del tempo, e segnatamente il Débats.

[12] Quali per vetri trasparenti e tersi,
Ovver per acque nitide e tranquille
Non sì profonde, che i fondi sien persi,
Tornan dei nostri visi le postille
Debili sì, che perla in bianca fronte
Non vien men forte alle nostre pupille.

Paradiso Canto III.

[13] PLUTARCO, Vita di Temistocle. Il Visconte di Chateaubriand nelle sue Memorie, t.I. p. 290, scrive: «Quando un uomo domandava la ospitalità presso gl'Indiani, lo straniero incominciava il ballo del supplichevole. Un fanciullo toccava la soglia, dicendo: «ecco lo straniero!» Il capo rispondeva: «mettilo dentro». Lo straniero protetto dal fanciullo sedeva su la cenere del focolare. Le donne cantavano l'inno della consolazione … Questi usi sembrano imitati dai Greci. Temistocle presso Admeto abbraccia i Penati, ed il figliuolino dell'ospite. Ulisse in casa di Alcinoo implora Arete così: «nobile figlia di Resenore, dopo avere durato mali crudeli io mi prostro davanti a voi ec.». Compiute queste parole l'eroe si asside sopra le ceneri del focolare».

[14] Lo enimma dato da Sansone ai Filistei, diceva: «dal divoratore uscì il cibo, dalla forza venne la dolcezza»; ed accennava allo avere egli trovato un favo di mele nella bocca del lione morto. Giudici, C. IV.