NOTE
[1] Quantunque Francesco Hernandez di Toledo avesse incominciato a propagare in alcune parti della Europa, fino dal 1520, l'uso della pianta chiamata tabacco, dalla isola di Tabago dove prima la segnalò, tardi venne adoperata in Italia, e particolarmente nei luoghi marittimi; però a Napoli nella epoca del mio racconto, 1599, costumava assai, per la doppia ragione ch'egli era porto di mare, e sottoposto al dominio della corona di Napoli.
[2] Certo giovane spagnuolo con un colpo di bastone uccise un lanzo.] *[Sisto V comandò si giustiziasse, e subito. Il Governatore di Roma avendogli fatto osservare essere necessario il processo, Sisto, che aveva in uggia le ipocrisie della legge, rispose risoluto «volerlo morto prima di pranzo, ed il Governatore si spicciasse, però che egli si sentisse fame». E questa era ingenuità della ferocia. Ancora gli ordinò piantassero le forche in maniera, ch'ei potesse vederle dalla finestra: non volle concedere gli mozzassero la testa: dice volere onorare di sua presenza cotesta giustizia, e di vero egli stette a vederlo impiccare, e poi comandò mettessero in tavola, dacchè cotesto spettacolo gli serviva di salsa allo appetito. GREGORIO LETI, Vita di Sisto V, par. II.
[3] Nella occasione, di cui è proposito nella nota antecedente, Pasquino, satireggiando, finse portare un bacile pieno di forche, di ruote, mannaie, e catene. Interrogato ov'ei ne andasse con arnese siffatto, rispondeva: «a metterlo in tavola per la salsa di Sua Santità». LETI, loc. cit.
[4] Gli Spagnuoli appresero l'uso della cioccolata dagli Americani fino dalla conquista del Messico, ma lo tennero segreto per tutto il secolo decimosesto. Quale fosse la causa del geloso mistero ignoriamo: però Carlo V e Filippo II appena ne offersero qualche tazza ai sovrani loro fratelli, o cugini. Affermano che lo abuso di questa bevanda fomentasse nello imperatore Carlo V la nera malinconia, che lo condusse a cantarsi vivo le preghiere da morto. Forse l'essere nato da madre pazza contribuì alla sua tristezza troppo più dello abuso del cioccolatte. Nel 1640 questa bevanda diventò comunissima per tutta Europa: a Napoli però, come paese dependente dalla Spagna, assai prima di cotesta epoca si adoperava fra le persone agiate. Dei medici alcuni la celebrano come bevanda sanissima, atta a confortare i deboli e i vecchi; altri all'opposto, siccome suole, come dannosissima la maledicono. Linneo la chiama teobroma, o vogli cibo degli Dei.
[5] Le frasi, che occorrono distinte con carattere italico, appartengono ai documenti giudiziarii del miserabile processo per lesa maestà allo Autore, e sostenuto contro di lui, con fronte che vince ogni più duro metallo, durante gli anni 1849-50-51-52-53!
[6] Burleigh, nella sua dichiarazione del 1584, confessa essere stato costume dei tribunali inglesi applicare la torture ai prevenuti; ma che però facevasi con tutta carità cristiana! Quartierly Review, Agosto 1834—Delle condanne politiche d'Inghilterra—MARTINO DEL RIO va più oltre, ed afferma che «la tortura si dava alla persona denunziata per lo suo maggiore vantaggio, conciossiachè vi sia speranza, che vinta dai tormenti ella confessi il delitto, e così salvi l'anima; mentre se non la si pone alla tortura, ci è da temere che muoia senza confessione, e per conseguenza si danni»—ALBOIZE e MAQUET, Le prigioni più celebri della Europa, tom. VII, pag. 61.
[7] Vicerè di Napoli nel mese di giugno del 1599 andò il Conte di Lemos, e tenne lo ufficio fino alla sua morte, successa nel 19 ottobre 1621; lui morto surrogò il figlio don Francesco di Castro, e questo il Conte di Benavente; a Benavente fu sostituito don Pietro Fernandez di Castro conte di Lemos, e dopo lui venne don Pietro Girone duca di Ossuna. BALDACCHINI, Vita di Tommaso Campanella, p. 90.—Tuttavolta io trovo un Duca di Ossuna vicerè di Napoli nei tempi antecedenti al primo Conte di Lemos: questa carica durava tre anni; onde io ho ritenuto che fosse quel desso, che vi ritornò nel 1618. Ad ogni modo se avessi commesso anacronismo, mi verrà, io spero, di leggieri perdonato in grazia di aver fatto conoscere il cervello balzano di cotesto duca, il quale nella sua vita sperimentò gli estremi così della prospera come dell'avversa fortuna.
[8] Questo fatto ho letto narrato nella Storia di Venezia del DARU, che riporta eziandio le affettuose, e forti suppliche di questa egregia moglie in pro del marito, caduto in disgrazia della Corte di Spagna.
[9] Terribile insegnamento ai Principi, se lo volessero intendere, darebbero le avvertenza contenute nel testamento di Filippo II re di Spagna. Di loro, sia che vuolsi: al Popolo, cui è familiare cotesto personaggio per la terribile tragedia dell'Alfieri, non fia discaro conoscere come finisse quel pugno di polvere coronata, che per la potenza e per la voglia di operare il male fino dai suoi tempi venne salutato col nome di demonio meridiano. Nè vi ha pericolo che verun Gesuita la riprenda per lui, sostenendo esagerato il racconto, dacchè egli è desso che scrivendo ammonisce il figliuolo, il quale ben fu più imbecille, non già meno tristo di lui: «Una infinità di esperienze, travagli, fatiche, disegni, e pretensioni (la più parte inutili) mi hanno fatto conoscere (ma troppo tardi pel mio bene, e per quello dei miei popoli, e vicini) le cose necessarie al buon governo dei popoli…. di cui un giorno bisognerà rendere conto al Re dei re, davanti al quale sutterfugi, e cavilli non valgono, conoscendo le inclinazioni, i disegni, e i pensieri segreti degli uomini… tanti dolori, ed accidenti strani da tanti mesi mi assalgono, che sono diventato un supplizio a me stesso; onde io prego Dio, che dalla terra mi chiami al cielo usandomi quella misericordia che io ed i miei non usammo a tanti popoli, che ce ne richiedevano…» E venendo più particolarmente allo scopo di questa nota, odasi come cotesto sciagurato re continui: «Dopo avere aspirato a farmi imperatore del Nuovo Mondo, a conquistare Italia, domare i Paesi Bassi, farmi eleggere Re d'Irlanda, vincere Inghilterra con la più grande armata che mai siasi veduta, alla formazione della quale consacrai dieci anni di tempo, ed oltre a venti milioni di ducati, e Francia con le corruttele, mi trovo ad avere consumato trentadue anni di vita, più di seicento milioni di ducati in ispese straordinarie; cagionato la morte di venti milioni di uomini, spopolato provincie più vaste di quelle ch'io possiedo in Europa… di tutti i disegni, rovine, e fatiche appena ho acquistato il piccolo regno del Portogallo. Irlanda mi sfuggì per la indole salvatica dei suoi abitanti, le spiagge ardue, la dimora trista; Inghilterra, per fortuna di mare; Francia, per leggerezza francese; Lamagna, per astio dei miei parenti… Il tutto per volontà di Dio!!…»
Filippo II moriva divorato dai pidocchi. Possano i tiranni, e i tormentatori dei Popoli non fare mai miglior fine della sua: e possano i loro disegni non riuscire mai ad esito meno tristi di quelli di costui!—Questo documento si trova nelle memorie del duca di Sully ministro di Enrico IV, e viene riportato dal signore ARTAUD DE MOUTOR nella sua Storia dei Papi. Quantunque questa nota sia già lunga, tornerà, io penso, oltre modo piacevole ai lettori sapere come questo Re, cattolicissimo e colonna principale della Chiesa, sentisse degli Ecclesiastici:
«Aiutatevi nei vostri bisogni con l'entrate dei beni ecclesiastici; conciossiachè le troppe dovizie precipitino i Preti nelle delicature e nei piaceri, donde poi nascono l'empietà.
«Diminuite ecclesiastici, cortigiani, magistrati, e finanzieri perchè questa gente divora il grasso dei vostri dominii, e non porta frutto che valga… moltiplicate mercanti, artigiani, agricoltori, pastori, e soldati: i primi spendono poco, ed arricchiscono le provincie; i secondi le difendono.
«Abbiate quanti più potete voti in Conclave; pagate bene cardinali, elettori, e vescovi di Allemagna col mezzo dei vostri ministri, senza far passare i danari per le mani degl'Imperatori.
«Ricevete in grazia, a qualunque patto i ribelli dei Paesi Bassi,
purchè vi abbiano per principe: ad ogni modo fate pace con loro».
Quali i suoi intendimenti politici sopra le altre parti di Europa
si ricava dai seguenti ricordi:
«D'Italia e di Lamagna non vi date fastidio: questi paesi sono posseduti da troppi, e troppo diversi principi, i quali aborrendo deferire a cui fra loro è più degno, e governandosi con umori diversi, riesce difficile che si accordino.
«Dividete la Francia dalla Inghilterra».
[10] Sisto V inviò il cardinale Aldobrandino, poi Clemente VIII, in Polonia per la pace, e per rivendicare Massimiliano in libertà; le quali cose tutte gli vennero prosperamente condotte a fine. In cotesto viaggio egli tolse seco, e si valse della opera di Cinzio Passeri nipote ex sorore, che poi creò Cardinale nepote col titolo di San Giorgio. Sisto, per simili geste riputando assai lo Aldobrandino, frequenti volte esclamava «avere trovato alla fine un uomo secondo il suo cuore». LETI, Opera cit. parte II. l. 3.
[11] «Imputar le si puote un error solo:
Mangiarmi dall'armario un raveggiolo».
COTTA, Canzone in morte della Gatta.
[12] Questa mania di giudicare, e fare con le proprie mani giustizia, e non già sopra le bestie, bensì sopra gli uomini, fu per un tempo esercitata da Giovanni Tina ciabattino, di cui lessi la narrazione minuta nella Raccolta di Novelle antiche e moderne fatta per opera di Robustiano Gironi.