NOTE
| [1] | Come raggio di sole in acqua mera. (Dante.) Gli Gnostici, distinti con lo epiteto di dociti, negarono in Gesù Cristo la natura umana, e lo supposero un fantasma, però che: non dignum est ex utero credere Deum, et Deum Christum.... non dignum est, ut tanta majestas per sordes et squallores mulieris transire credatur. Questa eresia fu condannata fino dai primordii della Chiesa da San Giovanni. |
| [2] | L’altro esempio fu, che si legge scritto da Cesario, che nel contado di Lovagno fu uno cavaliere giovine di nobile lignaggio, il quale in torneamenti e nell’altre vanitadi del mondo aveva speso tutto il suo patrimonio: e venuto a povertà, non potendo comparire cogli altri cavalieri, com’era usato, divenne [pg!20] a tanta tristizia e malinconia, che si voleva disperare. Veggendo ciò un suo castaldo, confortollo, e dissegli che s’egli volesse fare il suo consiglio, egli lo farebbe ricco, e ritornare al primo onorevole stato. E rispondendo che sì, una notte lo menò in un bosco: e faccendo sua arte di nigromanzia, per la quale era usato di chiamare i demonii, venne uno demonio, e disse quello che domandava. Al quale rispondendo com’egli gli aveva menato uno nobile cavaliere suo signore acciocchè egli lo riponesse nello primo stato, dandogli ricchezze e onore: rispose, che ciò farebbe prestamente e volentieri, ma che conveniva che in prima il cavaliere rinnegasse Gesù Cristo e la fede sua. La qual cosa disse il cavaliere che non intendeva fare. Disse il castaldo: Dunque non volete voi riavere le ricchezze e lo stato usato? andiamci: perchè m’avete fatto affaticare indarno? Veggendo il cavaliere quello che fare pure gli convenia se volea essere ricco, e la voglia avea pur grande di ritornare al primo stato, lasciossi vincere, e consentì al mal consiglio del suo castaldo; e avvegnachè mal volentieri e con grande tremore, rinnegò Cristo e la sua fede. Fatto ciò, disse il diavolo: Ancora è bisogno ch’egli rinnieghi la Madre di Dio, e allora di presente sarà fornito ciò ch’elli desidera. Rispuose il cavaliere, che quello giammai non farebbe; e diede la volta, partendosi dalle parole. E vegnendo per la via, e ripensando il grande suo peccato d’avere rinnegato Iddio, pentuto e compunto entrò in una chiesa, dov’era la Vergine Maria dipinta col figliuolo in braccio, di legname scolpita; davanti alla quale reverentemente inginocchiandosi, e dirottamente piangendo, domandò misericordia e perdonanza del grande fallo che commesso avea. In quell’ora, un altro cavaliere, il quale avea comperato tutte le possessioni di quello cavaliere pentuto, entrò in quella chiesa; e veggendo il cavaliere divotamente orare, e con lacrime di doloroso pianto dinanzi alla imagine, maravigliossi forte, e nascosesi dietro ad una colonna della chiesa, aspettando di vedere il fine della lacrimosa orazione del cavaliere compunto, il quale bene conoscea. In tal maniera l’uno e l’altro cavaliere dimorando, la Vergine Maria per la bocca della imagine parlava sì, che ciascheduno di loro chiaramente l’udiva, e dicea al figliuolo: Dolcissimo figliuolo, io ti priego che tu abbi misericordia di questo cavaliero. Alle quali parole niente rispondendo il figliuolo, rivolse da lei la faccia. Pregandolo ancora la benigna madre, e dicendo, com’egli era stato ingannato, rispuose: Costui, per lo quale tu preghi, m’ha [pg!21] negato: che debbo fare a lui io? A queste parole la imagine si levò in piede; e posto il figliuolo in sull’altare, si gettò ginocchione davanti a lui, e disse: Dolcissimo figliuol mio, io ti priego, che per lo mio amore tu perdoni a questo cavaliere contrito il suo peccato. A questo priego prese il fanciullo la madre per mano, e levandola su, disse: Madre carissima, io non posso negarti cosa tu domandi: per te perdono al cavaliere tutto suo peccato. E riprendendo la madre il figliuolo in braccio, e ritornando a sedere, il cavaliere certificato del perdono per le parole della madre e del figliuolo, si partia dolente e tristo del peccato, ma lieto e consolato della perdonanza conceduta. Uscendo dalla chiesa, il cavaliere, che dopo alla colonna avea ascoltato e osservato ciò che detto e fatto era, li tenne celatamente dietro, e salutollo, e domandollo perchè egli avea tutti gli occhi lacrimosi: ed egli rispuose, che ciò avea fatto il vento. Allora il cavaliere secondo disse: Non me lo celate tutto ciò che in vêr di voi è stato detto e fatto. Onde alla grazia che avete ricevuta, per amor di quella che l’ha impetrata, io voglio porgere la mano. Io ho una sola figliuola et unica, vergine, la quale vi voglio sposare, se v’è in piacere: e tutte le vostre possessioni grandi e ricche, che da voi comperai, vi voglio per nome di dota ristituire, e intendo di avervi per figliuolo, e lasciarvi reda di tutti i miei beni, che sono assai. Udendo ciò il giovane cavaliere, consentì al proferto matrimonio. E adempiuto tutto ciò che promesso gli era, ringraziò la Vergine Maria, dalla quale riconobbe tutte le ricevute grazie. (Passavanti.) |
| [3] | Signore, quante volte, peccando il mio fratello contro a me, gli perdonerò io? Fino a sette volte? — Gesù gli disse: Io non ti dico fino a sette volte, ma fin a settanta volte sette. (S. Matteo, Cap. 18.) |
| [4] | Parini. Il Mattino. |
| [5] | Reziarj erano i gladiatori che combattevano con una rete, ed inseguivano i Marmilloni o Galli, che portavano un pesce per cimiero, gridando: Non peto te, Galle, sed piscem peto. |
| [6] | Il sig. Morbio riporta nella Storia dei Municipi Italiani una parte dell’opera de Achille Marezzo, bolognese, maestro generale dell’arte dell’armi, che insegna la difesa a chi inerme fosse assaltato con daghetta, stilo o pugnale. — Ivi: — «Opera nova de Achille Marozzo bolognese, maestro generale dell’arte dell’armi.» Nella seconda facciata del libro leggesi: — «Opera nova chiamata duello, o vero fiore dell’armi de singulari abatimenti offensivi et difensivi, composta per Achille Marozzo gladiatore bolognese, che tratta de’ casi occorrenti ne l’arte militare, dicendosi tutti i casi dubiosi per autoritade de iureconsulti, et tratta de gli abatimenti di tutte l’armi, che possano adoperare gli homini, a corpo a corpo, a piedi et a cavallo, con le figure che dimostrano con l’armi in mano tutti gli effetti, et guardie che possano fare o con la spada sola, o con pugnale accompagnata, o rotella o targa, o brochiero largo, o stretto, o imbracciatura, e così con spada da doi mani, o armi inastate de tutte le sorte, col pro et contra, et con diverse prese et strette de megia spada, et molti documenti a chi volesse ad altri insegnare de combattere, o de scrimere, con infinite prese de pugnale che legendo in questo apertamente potrai vedere a parte con il segno del passeggiare, et le lettere che denotano el tutto, et questo e fatto per dare lume agli homini generosi, che si dilettano della virtù de [pg!49] l’armi, e ancora per quelli che vorranno ad altri insignare, con suma diligentia corretto et stampato.» — Trascriveremo alcuni ammaestramenti che Marozzo dava per disarmare l’assalitore. — «Documento sopra a molte prese de stilo, ovvero daghetta, o pugnale, che facilmente tutte se possano fare, accadendo, come se costuma a questi moderni tempi, che de molti huomini si ritrovano essere offesi per non havere arme in mano ne manco scentia. Et io vedendo de questi casi occorrere, me sono mosso amorevolmente con l’arte mia, a scrivere queste cose, come trovarete davante in questo libro, acciò che quelli, che se dilettano de la militia, sieno avvertiti ad imparare tale presa, per conservatione de la vita loro. Et notati, che dite prese che qui serano composte in tutte l’armi, a lotta serano molto utile, per quelli che se essercitarono in tal virtude, o vero arte. »Hora nota che qua daremo principio alla prima presa, havendo denotato de quanta utilitade e a sapere deffensarse dal suo inimico, mi sono sforciato dare principio a questa prima presa de stillo, over dagetta. Et nota, che avendo il tuo inimico una de l’arme sopradette in mano, e necessario a guardargli sempre con l’occhio alle mani accio che lui non te possa gabare, avenga dio chel tuo inimico te tirasse sopra mano d’una dagetta, tu te repararai con la mano manca pigliando il braccio tuo alla roversa, cioe il braccio tuo dritto, et in questo medesimo pigliare, tu geterai la tua gamba dritta de dietro a la destra del tuo inimico trahendo in questo medesimo gettare il braccio tuo dritto al collo allo inimico, storcendo in tale gettare la tua mano sinistra verso la parte dritta del sopra detto, tirando le dette braccia gioso a terra, facendo a questo modo farà lui uno capo fitto in drieto. »Havendo el tuo nimico con l’armi sotto mano, come appertamente dimostra la figura, fermarai l’ochio tuo al pugno sopra detto: cioe che traendoti lui disotto insuso per amazarti de una ponta tu te gieterai con braccio tuo manco al suo braccio dritto, voltando il pugno tuo con le dita ingioso, et pigliarai lo stretto passando in el pigliarlo de la tua gamba destra, mettendola de fuori da la dritta del sopra detto tuo nimico, et in questo medesimo gettare de gamba tu pigliarai la coscia destra con la tua mano dritta al sopra detto, cacciandoli, in questo pigliare, la testa tua sotto il suo braccio destro, et volterai le spalle alla roversa, et a questo modo, tel [pg!50] portarai via, et getarallo in terra, et serai diffeso galantemente, e polito. »Volendo declarare il modo da deffensarsi da uno che te tirasse de una dagetta per amazarti sopra mano, come in questa tertia parte si vede, tu te reparerai trahendo la mano tua dritta al braccio destro del tuo inimico, pigliandolo in questo tale gettare il detto braccio per di fuori alla roversa passando in detto tempo con la tua gamba manca alla destra del sopradetto, pigliando in tale passare con il tuo braccio mancho la sua gamba dritta, e a questo modo tu lo butterai per terra indrieto, e se seria risolto, et gli darai a lui delle ferita.» |
| [7] | Nè erano senza grave pericolo siffatti esercizj. Nelle cronache di Tommaso Costo napoletano, che comprendono lo spazio dall’anno 1563 fino al 1586, leggiamo come in Napoli nel carnevale del 1579 Muzio Pignattello, uno dei figliuoli del marchese vecchio di Lauro, correndo a schiera con altri immascherati sotto le finestre della principessa di Bisignano, che allora abitava nel palagio che fu del principe di Salerno, dove poi fu fatta la chiesa dei gesuiti, precipitò insieme col cavallo in cosiffatto modo, che essendo allora ventuna ora, non visse più che insino a notte. — E più sotto: Onde si esercitava continuamente, e in giocar di arme, et in saltare, et in volteggiare, et in cavalcare, et in ballare, et in ogni altra attitudine conveniente a cavaliere torneava, e giostrava, ed il tutto faceva con tanta felicità, che pochi in alcune cose lo pareggiavano, ma in tutte niuno. Nel 1559, quando si fecero in Francia le nozze della sorella del re Enrico II con Filiberto duca di Savoia, e delle sue figlie, Claudia e Isabella, la prima con Carlo di Lorena, la seconda con Filippo II re di Spagna, il re correndo la lancia contro il conte di Mongomery, fu percosso in maniera, che «la lancia del conte troncandosi nel colpo, alzò la visiera dell’elmo del re, e nella fronte inverso l’occhio destro ne scassò una sverza in tal guisa, con alcune altre minori dalla parte di sotto, che il re diede vista di qua e di là di cadere; il che veggendosi, vi corse il principe di Ferrara, ch’era in ordine per correre il suo arringo, il duca di Guisa, ed altri signori, e scesero il re, e tostamente disarmatolo, lo portarono quasi di peso in palazzo, e il distesero mezzo morto sopra il letto, e conobber tosto i medici, cavandone cinque sverze, che la ferita era mortale. Dolevasi [pg!51] il re, che poichè gli conveniva pur morire di arme, come alcuna volta da astrolagi eragli stato predetto, non gli fosse avvenuto in guerra reale, e non in giostra dove gli pareva perdere la vita per giuoco, e senza pro veruno, o pregio degno di re.» (Adriani, Storie, lib. 16.) |
| [8] | MS. della Bibliot. Reale di Parigi, N. 10, o 74, Capponi, e mio. |
| [9] | MS. sopra citati. |
| [10] | A dì 16 marzo, fu impiccato al Bargello Alfonso Piccolomini. Ma di questo bandito è da parlarsi più a lungo. Il sig. Alfonso del sig. Iacopo Piccolomini, nobilissimo Senese, e ricco di beni di fortuna, come quello ch’era signore di castella, et altri beni dai quali cavava grossa entrata e rendita, cominciò fino dalla puerizia a dar segno della cattiva riuscita che fece, e da giovanetto cominciò a darsi al mal fare, e compiacersi d’esser capo di masnadieri, e gloriarsi d’aver molte inimicizie, e sapersi da tutti bravamente et ingegnosamente riguardare e difendere; per il che facendo ammazzare or questo or quello, fu necessitato per timore della giustizia ritirarsi ad un suo grosso castello vicino ad Ancona, ove quivi dimorò qualche tempo; ma non potendo il di lui genio facinoroso e sanguinario comportare star così ozioso dentro un castello, balzò in campagna con 300 uomini al tempo di papa Gregorio decimoquarto, e nella Marca con diverse specie di crudeltà ammazzò molti uomini e donne; predava e storpiava bestiami, abbruciava case e biade; dipoi passò nella campagna di Roma, facendo l’istesso, ove dimorò più mesi sempre in campagna svaligiando et uccidendo i passeggeri: nè furono buone le diligenze che da Roma si fecero per rimediarvi; perchè egli stando su gli avvisi, e come pratichissimo di quelle campagne, se sentiva che le genti che venivano per combatterlo fussero in numero superiore al suo, e da non potergli resistere, si ritirava in luoghi sicuri, e se il contrario, gli aspettava in luoghi vantaggiosi, e così gli obbligava tornarsene a Roma senza far nulla, o vero con qualche perdita di loro. Onde per minor male, e per levar questa peste d’intorno a Roma, il pontefice per opera del sig. Iacopo, richiesto dal cardinale Ferdinando de’ Medici, s’indusse a ribenedirlo, ma però con queste parole: — «Il cardinale de’ Medici mi levò di su le forche un uomo il quale una volta si farà impiccare;» — le quali parole furono una vera profezia, perchè il medesimo cardinale [pg!52] de’ Medici, divenuto granduca di Toscana, lo fece poi impiccare, come si dirà. Alfonso così ribenedetto passeggiò alcuni giorni per Roma con grand’indegnità, quanto all’universale, del pontefice; ma stimolato esso dal suo genio inquieto, non contento di viversi così civilmente, riprese la mala vita l’anno 1589, e raccolto buon numero dei suoi uomini, ritornò in campagna, e ricominciò a far di molto male, e toccando con gli suoi lo Stato fiorentino sempre predando, e facendo dimostrazioni di nemico, più tosto che di suddito, obbligò il granduca, allora Ferdinando già cardinale, a spedirgli dietro il sig. Cammillo del Monte con numero cento cavalli e mille fanti, con facultà concessagli dal pontefice di poter seguitarlo anco dentro lo Stato della Chiesa da per tutto, e fino a dieci miglia vicino alle porte di Roma. Così andando, il detto sig. Cammillo lo combattè, dissipando et uccidendo la maggior parte dei suoi; ma Alfonso con alcuni se ne scappò, e non potendo esso ritirarsi tra i Veneziani, nè tra altri principi d’Italia, sendo da tutti ributtato, come nemico comune, e pubblico guastatore di strade, e non essendo abile di resistere a tanta forza, ridotto con due soli compagni, si trasferì in abito di pecoraio, e capitò in casa di un contadino tra la Romagna e lo Stato di Firenze; ma ivi riconosciuto, fu data notizia del suo arrivo a chi guidava la gente di S. A., ove subito fu spedito con buona squadra di soldati da’ quali si lasciò vilmente far prigione, e condotto a Firenze fu tenuto alcuni giorni in prigione; et esaminato più volte, benché senza tormenti, confessò tutto quello che attestava la pubblica fama, onde la sera del 15 marzo 1590 a ore otto fu condotto in cappella, e dal bargello annunziatogli la morte; del che non s’alterò, come quello che molto ben sapeva di meritarla, e non messo manette nè ceppi ai piedi, com’è solito, ma lasciatolo sedere, e stare con suo comodo; e così approssimandosi l’ora dell’esecuzione, mostrò una gran viltà; e come cristiano si confessò e si comunicò, senza farsi sopra di ciò pregare; ma non diede però quell’indizio di salute che si desiderava, poichè non mostrò segno di vero pentimento, come si vede negli altri, e che in lui bisognava perchè era pubblica voce, e forse confermata da lui medesimo nel suo esame, che per opera sua gli uomini che erano periti erano più di 300, et una infinità di roba rubata, case e campagne arse, e guastate. Fu impiccato al ferro la mattina del 16 del detto mese di marzo [pg!53] 1590, circa l’ore 13, ove stette fino alle 22 ore, e doppo fu levato dalla compagnia.... e condotto nel tempio, ivi fu sepolto. Un suo castello ch’era vicino ad Ancona, di rendita migliaia di scudi, andò in potere della Chiesa, et altri suoi beni nello Stato di Siena, che erano assai, andorno al fisco del granduca con ogni resto del suo avere, del che s’andò alimentando et educando una sua figlia pargoletta rimasta sola, che di comandamento di S. A. S. fu messa nel monastero delle Murate di Firenze. |
| [11] | Salviati. Orazioni per la morte di don Garzia, p. 25 e 45. |
| [12] | Vedi Cronaca di Firenze pubblicata dal Morbio. |
| [13] | Lettera di Bastiano Rossi, nello elogio degli Illustri Italiani: Orazione del Cambi, e Notizie degli uomini illustri dell’Accademia Fiorentina. |
| [14] | Segni, T. 2. p. 337. |
| [15] | Orazione delle lodi del cav. L. Salviati fatta all’Accademia Fiorentina da Pier F. Cambi. |
| [16] | Vale — piacere di esser lodato, — ed è modo basso. |
| [17] | Bernardo Davanzati. Orazione in morte di Cosimo I. |
| [18] | Storie, Libro 15. |
| [19] | Segni, Storie, libro 14. |
| [20] | Elenco pubbl. dal cav. Fabbroni nei Provvedimenti Annonarj, riportato nella Vita di Cosimo I di Aldo Manuzio. Edizione di Pisa, 1823. |
| [21] | Questi documenti si trovano a p. 261, Tomo II, delle Storie dell’Ammirato. Edizione di Firenze, 1827. |
| [22] | Vita dell’Aldo Manuzio sopra citato. |
| [23] | Ammirato. Edizione di Firenze del 1827. Tomo ultimo. |
| [24] | Aldo Manuzio, p. 132, in nota. È questa lettera singolarissima, che ci pare pregio dell’opera riprodurre intera in questa appendice. «Strenuo mio cariss. — Ogni buon principe debbe desiderare tre cose oltre a molte altre: l’una di conservare l’onore, l’altra lo Stato, la terza l’aver causa di provare li servitori, ed avere occasione di gratificarli e beneficarli. A noi pare che con la venuta di Piero Strozzi ci sia dato occasione di pensare a due di queste: la prima di parerci troppa vergogna che costui insolente abbi procurato di venire a Siena, e starci con troppo disonor nostro su gli occhi; onde abbiamo pensato di fare due cose per questo mezzo: l’una di cercare per ogni via e verso di levarci dinanzi questa vergogna; la seconda sperimentare li nostri servitori ed amici fedeli, con avere occasione di beneficarli servendoci bene in questo affare; perchè della terza, di conservar lo Stato, non ci passa per pensamento che costui ci possa nuocere, essendo noi per provvedere in modo alle cose nostre, che largamente resteranno sicure. Onde per eseguire questa nostra intenzione siamo certi, ogni persona avere qualche amico confidente, che potessi per qualche modo andando in Siena, per via d’una archibusata, o in qualunque altro modo che migliore paressi a voi, levarci dinanzi l’arroganza di costui; e confidati assai che in voi sia totalmente l’animo di servirci, abbiamo pensato di proporvi questo, acciò vegghiate di trovare almanco due persone fidate: ma vorriano essere forestiere, o vero ribelli, o banditi dello Stato nostro; li quali acconciandosi in Siena per soldati, o in qualunque altro modo che migliore paressi, potessino, presa l’occasione, o con archibuso o altro, ammazzare costui. Il che facendo, si può prometter loro al fermo dieci mille scudi, oltre ad acquistare la grazia nostra, e gradi e provvisioni, come a voi paressi di prometter loro. Il che facendo, sarà sotto parola di principe eseguito da noi senza alcun dubbio, dilazione, o scrupolo, abbondantissimamente: e nel particolar vostro, vi promettiamo raddoppiare prima la nostra buona grazia; secondariamente tutto quello che voi sapete desiderare per utile ed onor vostro, sapendo che con voi non bisogna usar termine d’offerirvi danari, perchè offerendovi quanto può essere a comodo vostro con la nostra buona grazia, largamente vi potrete promettere da noi quanto vi parrà essere necessario per comodo, onore ed util [pg!96] vostro. Non potriamo più di quello che facciamo incaricarvi, e stringervi il desiderio che abbiamo di tal cosa, perchè parendo a noi che ci tocchi nell’onore, e stimandolo sopra ogni altra cosa, pensate quanto noi lo desideriamo: perchè, sebbene gli è molti anni che costui ha fatto professione di fuoruscito, e che gli averiamo potuto nuocere molte volte, non mai abbiamo pensato tal cosa; ma ora, che vuole arrogantemente mostrare di competere, e far sì su gli occhi nostri di parer qualcosa, ora ci pare che abbi cerco di offenderci nell’onore, e però desideriamo sperimentare gli nostri servitori ed amici. Cercate dunque di trovare due almeno, o quelli che più vi paresse, che fossino atti a tal cosa, e vedete di persuadergli a questo effetto, con ordinar loro quello intrattenimento che vi parrà che basti per potere stare su luogo o dove andassi per fare tal cosa, che vi rimborseremo di quanto dessi loro, o vi manderemo il modo, avvisandocelo per tale effetto, come meglio vi parrà. Bisogna bene che vi certifichiamo, che il tener voi segreto tal cosa importa assai; ma quando bene qualcuno di loro lo scoprissi a Piero, non per questo c’importa, ma solo lo diciamo del segreto per quello tocca a chi avessi andare a far l’effetto. Del sapere l’un dell’altro, o altri che andassino a questo, tutto lo lasceremo risolvere come meglio vi parrà. E questa nostra aremo caro resti appresso di voi o che l’abbruciate, come più vi parrà a proposito, e non venga in notizia d’altri che vostra, eccetto però se per animar qualcuno di quelli avessi a far lo effetto bisognasse; però non ci estenderemo più con questa, credendo aver satisfatto assai alla intenzione nostra, e pensiamo al certo dover anco restare satisfatti dell’opera vostra, desiderando sopra modo tal cosa. Dateci risposta particolare di quanto arete eseguito, dicendoci li nomi di quelli mandate, uno o più che siano; e senza fare dimostrazione di parlarci, o venire da noi per tal cosa, ci risponderete in mano propria, che noi solo vedremo il tutto, ned altra persona che il Segretario, che questa scriverà, sarà conscio di tal cosa: e Dio vi conservi. — Di Fiorenza, li 5 gennaio MDLIII. — Il Duca di Fiorenza.» |
| [25] | Segni, Storia, p. 159, 184. Ed. di Milano. |
| [26] | Galluzzi, Storia. T. 2, p. 313. |
| [27] | Maccrie. Storia della Riforma, p. 275, dove cita Thuani. Hist. ad an. 1566. |
| [28] | Storie, Cap. ult. |
| [29] | Tuano, Hist. ann. 1566, narrò che abbruciarono il Carnesecchi; Laderchi, ann. 1567, rimprovera Tuano per avere affermato che abbruciarono il Carnesecchi, senza specificare se vivo o morto, negando che la Chiesa abbia fatto mai abbruciare vivi gli eretici, ma nell’ultimo volume confessa essersi ingannato. Ant., T. 23, f. 200; Maccrie, Storia, p. 276: il Carnesecchi però fu prima decapitato, poi abbruciato. Galluzzi, T. 2, p. 315. |
| [30] | Aldo Manuzio, Vita di Cosimo, p. 51. |
| [31] | Orazione nelle esequie del Serenis. G. D. Cosimo, p. 275. |
| [32] | MS. della Bibl. Reale di Francia, e MS. Capponi, e mio. |
| [33] | Mazzucchelli, nota 17 alla vita di messer Giovanni Boccaccio scritta da Filippo Villani: — «A questo silenzio, e alla mutazione di sua vita, contribuì non poco ciò che narra il B. Gio. Colombini, Fondatore della Religione de’ Gesuati, al Cap. XI della vita del B. Pietro de’ Petroni Certosino suo amico. Scrive egli, che il B. Pietro poco prima di morire diede ordine a Giovacchino Ciani, suo compagno, di portarsi dal Boccaccio, e di riprenderlo a suo nome degli scritti suoi men che onesti, e di consigliarlo a mutar vita, scoprendogli nel tempo stesso molti secreti dell’animo di lui, i quali il Boccaccio credeva che niuno al mondo sapesse. Il che poco dopo la morte del B. Pietro, seguita a’ 29 di maggio del 1361, essendo stato eseguito con istordimento del Boccaccio, il quale sapeva che il B. Pietro non lo aveva veduto giammai, ne diede egli notizia al Petrarca suo amico, comunicandogli il suo proponimento di mutar vita. Il Petrarca, recando fede all’ambasciata, lodò con sua lunga lettera, ch’è la quinta del lib. I delle Senili, il Boccaccio del buon uso ch’era per farne, siccome anche avvenne. Fu allora per avventura che fama corse, essersi egli fatto frate della Certosa di Napoli, sul qual supposto gli scrisse un sonetto Franco Sacchetti, il quale si legge nella prefazione delle Novelle di questo, e incomincia: Pien di quell’acqua dolce d’Elicona ec.; e gli dice: Avete preso certosana vesta ec. Si sa per altro ch’egli era cherico; come prova chiaramente il sig. Manni nel Cap. XIII della sua Vita.» |
Pien di quell’acqua dolce d’Elicona ec.;
Avete preso certosana vesta ec.
| [34] | Agnolo Pandolfini. Trattato del governo della buona famiglia. — Questo libro, aureo per lingua e per insegnamento di buoni costumi, con molte aggiunte fu pubblicato di recente a Napoli, ma tolto ad Agnolo Pandolfini, ed attribuito a Leone Battista Alberti. |
| [35] | Byron, Il Prigioniero di Chillon, n. 2. |
| [36] | Abrégé de Mézeray. |
| [37] | Montaigne, Voyage en Italie. T. I. |
| [38] | Sismondi, Letteratura del Mezzogiorno. T. I. |
| [39] | Sunt lacrimæ rerum, et mentes mortalia tangunt. Eneid. |
| [40] | Paradiso, Canto XVI. |
| [41] | Galluzzi, Storia del Granducato, T. II, p. 271. |
| [42] | Galluzzi, Storia del Granducato, T. II, e Ammirato, Libro ultimo. |
| [43] | Galluzzi, Storia del Granducato, T. II. |
| [44] | Morbio, Storia dei Municipii Italiani, Firenze, p. 27. |
| [45] | Machiavelli, Della natura dei Francesi. |
| [46] | Machiavelli, Ritratti delle cose di Francia. |
| [47] | Ariosto, Satire. |
| [48] | Martirio in terra appellasi, Gloria si appella in cielo. Beatrice Tenda, di Tedaldi-Fores, giovane poeta spento in floridissima età. |
| [49] | Nella Cronaca MS. del Settimanni nello Archivio delle Riformagioni espressamente si dichiara: «Fu fatto venire Paolo Giordano da Roma perchè acconsentisse alla morte d’Isabella.» — E quivi pure si racconta, come nello agosto successivo alla morte d’Isabella «fossero fatti sparire il figlio di Giovanni Battista de’ Servi, e Carletto Fortunati, lancia spezzata, come quelli che erano reputati drudi d’Isabella.» E che Giordano alle istigazioni altrui acconsentisse alla strage della moglie, pur troppo impudica, lo confermano ancora i MS. Capponi, della Biblioteca R. di Francia, e mio. — Il signore Bell nel suo racconto dell'Accorambona ci avverte come pei costumi spagnuoli, nei quali era stato educato Francesco, correva assai più grande l’obbligo nei fratelli di vendicare le disonestà della sorella, che nei mariti quelle della moglie. Il Galluzzi nella citata Storia, Lib. IV, cap. 2, scrive. — «È certo che a donna Isabella furono fatti funerali più pomposi che a donna Eleonora, e che il granduca e il cardinale non solo mantennero dopo con l’Orsini buona corrispondenza, ma s’interessarono per acquietare i suoi creditori, e dare alla di lui sconcertata economia qualche sistema. Tutto ciò proverebbe che, o la morte di donna Isabella non fu violenta, o che il granduca e i fratelli essendo di concerto con l’Orsini, con la loro dissimulazione resero lo eccesso più detestabile.» Davvero tra l’una ipotesi e l’altra corre troppo grande divario perchè uno storico solenne se la deva passare così scivolando. Da tutte le memorie dei tempi e da tutte le storie ricaviamo come la strage fosse imposta, e pagato il prezzo del sangue, che non si limitò unicamente nelle premure di acconciare la dissestata economia dell’Orsini, ma giunse perfino, secondo che ce ne porge testimonianza la Cronaca del Settimanni sopra citata, a fare donazione nell’ottobre di cotesto [pg!171] anno della villa Baroncelli a Paolo Giordano e a Virginio; il quale fatto forse indusse in errore l’Ademollo, che affermò nelle sue note al racconto intitolato Marietta dei Ricci, donna Isabella Orsini essere stata strangolata nella villa Baroncelli, oggi Poggio Imperiale. |
| [50] | Svetonio, Vita di Claudio, in fine. |
| [51] | La Bianca non era ancora moglie di Francesco I: viveva tuttavia l’arciduchessa Giovanna. Questo è anacronismo; ma la povera Giovanna, comecchè donna piissima, che condusse vita di silenzio e di sacrifizio, non era personaggio tale da ravvivare il racconto. Anime sante, ma pallide, nate a soffrire e a tacere! |
| [52] | Vedi le note seguenti. |
| [53] | Fino al tempo del granduca Ferdinando I si adoperavano in corte candele di cera gialla: egli le mutò in bianche, come conosceremo dalla lettera del Soderino riportata più sotto. |
| [54] | Michele Montaigne, invitato a pranzo dal granduca Francesco, osservò come questi bevendo mescolava molta acqua nel vino, mentre la Bianca tracannavalo quasi puro: «On porte à boire à ce duc et à sa femme dans un bassin où il y a un verre plein de vin descouvert, et une bouteille de verre pleine d’eau: ils prennent le verre de vin, et en versent dans le bassin autant qu’il leur semble, et puis le remplissent d’eau eux-mêmes, et rasséent le verre dans le bassin que leur tient l’échanson. Il mettoit assez d’eau; elle quasi point. Le vice des Allemands de se servir de verres grands outre mesure est ici au rebours, de les avoir extraordinairement petits.» Voyage, T. II, p. 59. |
| [55] | Svetonio, Vita di Giulio Cesare. |
| [56] | Porque dixo la venganza Lo que la offensa no dixo? Calderon de la Barca. |
| [57] | Queste ultime parole furono sentite dire da Francesco quando licenziò Giordano dopo il segreto colloquio tenuto fra loro. MS. Capponi, e mio. |
| [58] | «Era una delle principali passioni di Francesco I fabbricare porcellane elegantissime, che poi mandava in dono ai principi e a grandi baroni.» Galluzzi, T. III, p. 119. |
| [59] | «Francesco con una compagnia di mercanti esercitava [pg!172] questo commercio del pepe, e v’impiegava i suoi galeoni. La compagnia acquistava 30,000 cantara di pepe a 32 crusadi per cantaro, col patto della esclusiva di venderlo a tutto il mondo.» Galluzzi, T. IV, p. 106. |
| [60] | Quest’arme fa una testa di Moro. |
| [61] | E veramente si trova registrato così entro un libro di Ricordi. |
| [62] | L’atrocità, narra il Galluzzi, Lib. IV, c. 2, Storia del Granducato, l’atrocità del fatto fu celata al pubblico, e velata con le attestazioni di uno accidente sopraggiuntole per palpitazione di cuore, a cui asserivano i fisici essere stata sempre soggetta. Al re di Spagna fu confidato per mezzo dello ambasciatore tutto il successo con scritto a parte li 16 luglio, in questi termini: «Sebbene nella lettera vi si dice dello accidente di donna Eleonora, avete nondimeno a dire a Sua Maestà Cattolica che il signor don Pietro nostro fratello l’ha levata egli stesso di vita per il tradimento ch’ella gli faceva con i suoi portamenti indegni di gentildonna, i quali per il suo segretario ha fatto intendere a don Pietro suo fratello e pregatolo a venir qua, ma egli non ci è voluto venire, e nemmeno ha lasciato che il segretario parlasse a Don Garzia. Noi abbiamo voluto che la Maestà Sua sappia il vero appunto, essendo deliberati ch’ella sappia sempre ogni azione di questa casa, e particolarmente questa, perchè se non si fosse levato questo velo dagli occhi, non ci sarebbe parso di potere bene e onoratamente servire Sua Maestà, alla quale, con la prima occasione se le manderà il processo ove ella conoscerà con quanta giusta cagione il signor don Pietro si sia mosso.» Gradì il re Filippo la confidenza etc. |
| [63] | Credo fare cosa gratissima pubblicando la seguente lettera, ch’io reputo affatto inedita, e sconosciuta generalmente. È stata ricavata dalla Biblioteca Reale di Francia, ove si conserva sotto No 10, O 74. La copia manoscritta è scorrettissima, in parte manchevole, e in parte non leggibile, ed io m’ingegnerò a correggerne il dettato per modo che possa intendersi. Per questa lettera, scritta evidentemente da persona anzi che no mordace, e poco amorevole alla casa dei Medici, in ispecie poi al granduca Francesco e alla Bianca Cappello, conosceremo quanto sia falsa la fama dello avvelenamento di Francesco e della Bianca. Il genere di vita dai medesimi praticato non aveva mestiero di altro argomento per farli morire sollecitamente, [pg!173] avvegnachè comprenderemo di leggieri com’essi si avvelenassero tutti i giorni. «Lettera di Giovanni Vettorio Soderini allo Illustrissimo Signore Silvio Piccolomini sanese, in ragguaglio della morte et esequie del Granduca Francesco. »E’ merita il pregio della opera, e mi si appartiene, signore Silvio Illustrissimo, scrivere a vostra signoria illustrissima una grande e prolissa lettera. Quando, che alli giorni passati la Morte cavalcò sopra il suo destriero magro e disfatto per investirsi del titolo di Grande. La Morte ottenne a Roma il titolo di Grande, e conseguita ch’ella ebbe cosiffatta indecentissima intitolazione, se ne cavalcava frettolosa alla volta del Poggio a Caiano, e quivi con irresistibile forza e pari valore assaltò il Grande Etrusco di Firenze e Siena, e lo abbattè alli 19 di ottobre 1587 a 4 ore e mezzo di notte, e di 47 anni lo privò di vita dopo strani e disusati scontorcimenti, e ululati e muggiti diversi. Stette senza favella da dopo desinare fino al punto in cui fu soprappreso da febbre scottantissima. Il signor Pandolfo de’ Bardi, e il signor Troiano Boba, hanno sempre attestato che fosse per soverchio insolito esercizio scalmanato, e così presa una calda per essersi fermo in frigido luogo vicino all’acqua, come pure per causa di vecchi disordini, troppa continua beuta di elisir, e suo acquerello, et acqua arzente, e da mezzi minerali alchimiata e alterata; immoderata e nociva familiarità con l’olio di vetriolo ed uso troppo frequente di acqua di cannella stillata; e dal mangiare paste e composizioni calide, torte con tutte sorte di speziarie, gengiovi, noce moscada, garofani e pepe, polpe di capponi, fagiani, francolini, pernici, starne, e passere minutamente tritate, intrise con rossi di uova, crusca di zucchero, e farina inzaffranata; sorbire prima di pasto, fra pasto e dopo pasto continuamente uova con pepe lungo di Spagna pesto; empirsi sempre di cibi grossi, triviali, e di robaccia dura a smaltire, come agli d’India con pepe nero, cipolle, porri, scalogni, aglietti, malige [pg!174] crude, ramolacci, radici, rafani tedeschi, raponzoli, carciofi, cardoni, gobbi, sedani, nuchette, e nasturzii indiani, castagne, pere, funghi, tartufi, e in istrabocchevole quantità sorte di ogni formaggio; bere vini crudi, frizzanti, raspati, indigesti, grechi fumosi e gagliardi, e vino di Spagna, di Portercole, e di Reno: lacrima, chiarello, vino di Cipro, Malvagia, Candia, vino secco di Spagna, di Corsica, di Pietra Nera con la neve, avendo lo stomaco frigidissimo, e il fegato caldissimo; ai quali vecchi disordini voglionsi aggiungere i nuovi nella presente mala valetudine, come in mezzo alla febbre ardente bere gli sciloppi gelati, reluttare in tutto e per tutto il cristere, mandare giù pillole involte in pasta di ostie tenute a raffreddare nel diaccio, medicine e bevande nevate, e nel colmo dell’ardore della febbre sotterrarsi le mani nella neve; bere dopo il farmaco un gran bicchiere dì acqua agghiacciata; saziarsi a strane ore di latte infrigidito, e tirar giù due bicchieri di mosto ancora bollente, e poi per l’arsione della gola, aridità di lingua, asciuttezza di fauci e palato, collepollarsi fra le gote dentro in bocca con due pallottole di cristallo di montagna affreddate nel ghiaccio o nella neve, e raffreddare il letto con lo scaldino pieno di ghiaccio alla foggia del principe Carlo. Questo ed altro faceva a guisa del cardinale S. Angiolo, della Queva, del vicerè di Napoli, di Giannettino Doria, e del Signor Prospero Colonna, ma vi si tolse giù restandone chiaro. Non fece testamento prima, nè poi; solo sottoscrisse una polizza di sua mano di scudi 50,000 da distribuirsi tra i suoi servitori di corte. Confessollo il padre Maranta, il quale mi afferma che non ispecificò il numero e la quantità degli scudi da distribuirsi, ma raccomandò in generale che fosse rimunerata la servitù, e rincrescergli di non potere vivere tanto da farlo da se stesso. Il confessore non fu a tempo di memorargli se volesse erogare più altro a benefizio dei suoi, perchè chiusi gli occhi non potè muovere la lingua, o crollare la testa. Nel ricevere i sacramenti proferì le orazioni, la confessione della messa, e [pg!175] il Miserere assai speditamente. Monsignor Abbioso lo linì della estrema unzione. Il cardinale di Firenze fu assistente alla data dei sacramenti, e alla più parte delle cerimonie. »Saperà ancora V. S. I. come interrogatolo uno intrinseco suo, che cosa volesse dire che in tanta felicità di stato, e abbondante potenza di tutte le cose, mai non si rallegrasse, così rispondesse: — «Certo ch’io dubito, che questa mia moglie non mi abbia fatto qualche malía affatturamento, comecchè separato e disgiunto da lei, vivere e posa avere non posso.» — Intorno a che più volte ragionando la Bianca disse: — «Da mio marito a me hanno a correre ore, e non giorni.» — »La morte, finito l’uno prima, andò alla volta della granduchessa, che stava chioccia, e la sopraggiunse mentre con ansia investigava lo stato del marito, e si sforzava di fargli ricordare la promessa per la promozione di D. Antonio, perchè fidandosi sopra il bene essere del Granduca, non gli chiese in vita danari, beni o roba, ma indovinando la morte del suo marito dal calpestio di un andito all’altro, dalla una all’altra camera, dal rumore delle carrozze e dei cavalli, e dal vedere il signore Pandolfo de’ Bardi con gli occhi molli, le guancie infuocate e bagnate, sospirante spesso, e semivivo, comecchè la sua damigella L. V. N. A. gliele avesse poco anzi messa in dubbio, cacciato il capo sotto, frastagliando parlò: — «Conviene anche a mi morire col mio signore.» — E mandato un sospiro interno per entro il cuore, non fiatando più fino alle quindici ore e mezzo dell’altra mattina, spirò; e come undici ore prima trapassò il marito, similmente undici ore dopo morì la moglie; facendo comparire con simili accidenti un atto in commedia terminato in doppia tragedia nel sopraddetto spazio breve dall’uno all’altro. Il successore, che con iscusa di rinforzo della sua gotta, si era su le tre ore licenziato da lei, alle sette e mezzo giunse alla porta a Prato, ove scontrato il primo capitano dei Lanzi, rispettosamente, con [pg!176] temenza, e tremandogli la voce (credo io per la grande novità di mutazione) gli disse: «Ora avete ad essere così fedele a me, capitano, da qui innanzi, come a mio fratello siete stato.» Il palazzo granducale fu dipoi come per lo avanti custodito dai Lanzichenecchi soliti, e gli Spagnuoli, che già per questo effetto si erano chiamati dal Monte, si rimandarono. In seguito chiamato Bernardo Buontalenti, fedelissimo discuopritore dell’intimo Etrusco, gli dette il contrassegno, e si fece scuoprire sotterrato il tesoro di cinque milioni e mezzo di oro, e di 700,000 scudi di elette gioie; onde, chi vorrà negare che non siamo venuti alla età dell’oro? Già per comune discorso danno al nuovo signore per moglie la vedova di Francia, ma non vi è fondamento, ch’essendo vissuta regina, regina intende morire; e altri altre, secondo la opinione di quelli che vogliono indovinare: staremo a vedere et udire quello che nascerà, perchè questi son giudicj temerarj. Il nuovo signore pensa già, tratta, discorre e ragiona di volere rivoltare e ritravagliare il mondo, rifare e ritoccare ogni qualunque cosa, rivolgere sottosopra ogni mal fatto, ogni sconcio correggere, moderare ogni scempiezza; levarsi dattorno i ministri mozzorecchi, sbandirsi innanzi tutti i ribaldi, mandar via i cortigiani oziosi, superflui e girovaghi; cacciare in malora i parassiti, gli adulatori, le finte meretrici, tutte le triste persone, e di male affare; gastigare i malvagi, i maligni, i rei, gli scellerati, i mariuoli, i tagliaborse, dileguare i banditi, punire i ruffiani, i sicarii, i grassatori; far morire gli assaltatori di strade, gli assassini, gl’ingannatori, i seduttori, i bestemmiatori, i viziosi, gli scorretti, i bislacchi, tutti gli uomini di mala vita; mandar via, e segregare dal commercio degli altri i vagabondi e i girovaghi, tòrre insomma la vita ai pessimi, far vivere esaltando, accarezzando, giovando, riconoscere premiando, e amando sempre i buoni, e perseguitando i contrarj; proibire i giuochi, le bische, le baratterie, i ritrovi, le carte, i dadi, le scommesse, e le altre [pg!177] barerie; levare i grecovendoli, temperare e moderare i postriboli e le taverne; mutare le segreterie, li magistrati, gli uffiziali, i giudici, i rettori, gli auditori, gl’infedeli et insufficienti ministri, e gli uffici distribuire per i meriti, e non per i favori, e ai necessitosi; rivedere i conti a tutti, e i non buoni gastigare e cassare, avendo riguardo ai poveri bisognosi, e sovvenirli di limosine, giovarli, aiutarli di comodità, esercitando sempre le doti potentissime di principe, che sono liberalità e clemenza; afferma, tra le altre cose, la nostra Siena essere mal trattata e mal governata: non volerla così, e doversi guidare dal Piccolomini vostro cugino, e dal Pannilini. Basta, staremo a vedere, imperciocchè non manchi chi affermi essersi soltanto dalla padella entrati nella brace, Venere sempre dominante, ed essersi mutata la frasca non il vino; ma ragionevolmente scorti e conti gli errori dell’altro governo, potrà agevolmente correggerli nel suo. E di già le avviso la sua prima azione, ch’è stata d’imprigionare il procuratore di Livorno, aggravato d’infiniti rubamenti e querele, il quale ha voluto primieramente ammazzarsi col darsi percossa di un Cristo, nostro Signore, posto in croce, e appresso in Santa Maria Nuova si è morto. Il cardinale ebbe sempre in urto a cagione della sua iniquezza, poco rispetto e malvagità, Pietro Lazzero Zeffirini cabalista di Siena, nomandolo sempre ghiotto, impiccato, mozzorecchi, e tristo; così non prima morto il fratello, e forse prima, o in quel punto e in quella ora, diede ordine a messer Guido Del Caccia gonfaloniere, che facesse dare la caccia a costui, e preso, lo facesse custodire in lato iscampabile; talchè data rigida commissione al Cagnaccio principale, che con insolenti cani andanti alla presa dell’uomo lo rabburchiasse, fu carpito in casa, onde gli disse: — «Siete prigione del granduca.» — «Del granduca prigione io sono sempre» (rispose). — Al che con sinistra e soprastante maniera lo garrì dicendo: — «Havete ad essere prigione dadovero.» — Scandalizzossi il signore [pg!178] Piero Lorenzo, e disse: — «Prigione io, ministro di Sua Altezza? voglio vedere il mandato, e suo chirografo.» Ed esclamando — io protesto, io ti farò, io ti dirò, — lascia pure minacciare e bravare a lui! Intanto ei lo afferrò per un braccio, e fattolo muovere lo condusse al buio presso di Bora, e forse peggio, avendo ad essere giudicato delle tante querele, misfatti, e male opere da messere Lorenzo Osimbardi, successore in suo luogo; ciò ch’è stato caro, et ha piaciuto a tutta la gente. »Ora l’altra sera dopo la morte, il cadavere del Grande Etrusco fu portato in lettiga con la guardia del signor Piero Antonio dei Bardi con 200 torcie bravissimamente portate da uomini di arme, e stefaniani, e uomini di corte, fino alla porta della città, e a quella di S. Lorenzo con gli stangoni in ispalla dei cavalieri, e dei cortigiani; e la seguente sera fu portato il cadavere della Bianca con assai meno caterva, 20 torcie sole, alla semplice, alla pura, alla solinga, et abietta bene. Il cadavere del granduca si vide con la corona, e così stette fino all’avello. Il Buontalenti domandò se doveva lasciarsi vedere la Bianca, e incoronata; gli fu risposto: che si era vista, e che aveva portato la corona pure assai; e instando egli, dove si avesse a seppellire, gli fu risposto: dove volete voi; al che replicando, fu risposto interzando: dove volete voi: non la vogliamo fra i nostri. Onde involta in un lenzuolo fu alla rinfusa gittata nel carnaio, ch’è la tomba maggiore generale alla plebe. Per lo innanzi ambedue i cadaveri furono aperti, e mi accertarono maestro Baccio Baldini, e maestro Leopoldo Carlini da Barga, essere stato nelle interiora dell’uno e dell’altro la medesima simpatia di malore: come di corruzione di fegato e polmone, di trista abitudine, di panniccoli nello stomaco, e mal colore di arnioni; se non che nel cadavere della donna fu gran copia di acqua, comecchè infetta da due anni in dietro d’idropisia: e queste combinazioni di morte accostatesi insieme nello spazio di 11 o 12 ore, siccome da prima in altrettanto si ammalarono, [pg!179] hanno fatto credere allo ignaro volgo e alla rozza gente di collegazione di spiriti, e a me hanno fatto sovvenire dell’antica commedia di Plauto intitolata Commorientes, e degli due Plantuomini di... che in Venere obiere. Alcuni altri imburiassati da popolaresche voci hanno creduto che, siccome risuona di fuori il grido da più bande, che sieno morti di veleno, ma sono baie; chè fu di natura. Et in vero, egli è stato un atto di commedia in iscena comparso bene, molto presto finito in doppia tragedia; in somma abbiali fatti uscire di vita o il medico, o Dio, io la intendo a mio modo. »Con la sopraintendenza del cardinale di Firenze il nobile Bernardo Vecchietto, il ...... Ricasoli, Bernardo Buontalenti, e messer Francesco Lenzoni, hanno ad attendere alle cure dell’esequie, le quali si processioneranno alli 15 decembre del presente anno. Qui sembra che la Lettera termini, e sia stata ripresa assai dopo, perchè continua con queste parole: »Gianvettorio, come di sopra si può leggere, ha narrato la vita del granduca Francesco, i disordini che fece nella vita, la causa della malattia, e così della moglie, e della morte dell’uno e dell’altra. Ora narrerà succintamente l’ordine dell’esequie, delle quali per non essere tedioso descriverà solo quello che sostanzialmente gli parrà da tenere conto, e lascerà stare la borra, e però dice: »Che si partirono dal palazzo granducale con 6 trombetti muti a cavallo: era il palazzo parato di nero, e nel cortile il cataletto entrovi la effigie del granduca con la corona, e così era portato in San Lorenzo dove avevano destinato i posti ai magistrati, agli ambasciatori dei principi, e a quelli delle comunità. Messere Pietro Angioli da Barga fece la orazione funerale, dopo che fu entrato il cataletto col cadavere finto, la quale fu tenuta dotta, elegante e breve, in latino, dandogli quelle laudi che si potevano e convenivano a lui, biasimando i ministri cattivi i quali offuscarono in buona parte il buono animo e il governo suo, siccome interviene e interverrà [pg!180] sempre a tutti i principi che troppo si fidano dei loro ministri, i quali per lo più sono furfanti, e mercenarj, e però sarà bene avere loro l’occhio e l’orecchio alle mani; e che del dolore che si ebbe della perdita di tanto principe se ne afflisse inconsolabilmente il popolo, se non lo confortava la successione del fratello, dal quale si deve sperare una vita gioconda e felicissima, con quelle altre adulazioni convenienti ad un Oratore, che ha da lodare una cosa. Vi furono 11 vescovi. Del baldacchino che gli fu portato, non istarò a dire come fosse, nè manco del panno ch’era sopra il catafalco, ch’era tutto di broccato di oro con frange: napponi di oro ricchissimi, e le imprese e i ricami ricchissimi: 80 cavalieri con quelli del baldacchino che lo portavano, e 80 nobili a cavallo gramagliosi, andavano per le strade per far cansare gl’impedimenti, e andare ognuno in regola; alla porta vi erano 8 gigantesse di carta di chiaro scuro, tra le quali una sola sendovi, per essere morte, femmina, stima che significasse la Bianca quegli che scrive, non vi avendo ad essere altro simbolo che potesse denotare colei. Erano in San Lorenzo gli scudi delle 16 città tutti posti in fila in testa; e dai lati del coro eravi la sua andata a Genova quando vi venne il re Filippo, sendo esso principe di poca età; vi era ancora quando andò allo imperatore per la moglie Giovanna di Austria regina nata, quando s’impadronisce dello Stato, e che i Cappucci lo riveriscono rendendogli la obbedienza; la macchina di Pratolino, l’addirizzamento dell’Arno, il porto et accrescimento di Livorno, le fazioni fatte dalle sue galere co’ Turchi, e altre fatte da lui quando andò al Poggio, vivo, e tutto vigoroso. Era il catafalco alto braccia 32, e sotto esso catafalco fu fino a 3,500 tra torcie e fiaccole per la chiesa, e su esso catafalco posto il baldacchino di tela di oro nera, e sotto il baldacchino il simulato corpo. Alle orazioni e preci della messa grande, celebrata dal cardinale di Firenze, assisteva tutto il clero. La chiesa parata tutta, e archi, e colonne di rasce [pg!181] bianche e nere, intramezzate con più sorte di motti. Il viaggio fu di piazza dai Gondi per la via del Palagio a S. Croce, al ponte Rubaconte, per la via dei Bardi, per la via dei Guicciardini, a San Felice in Piazza, per via Maggio, per il Ponte a Santa Trinita dall’Antinori, al canto dei Carnesecchi, dai fondamenti del Duomo, e voltando dalla via dei Servi, dai Pucci, dai Medici, a San Lorenzo, processionarono 7225 passi in 5 ore. Innanzi al feretro andarono tutte le regole di frati, preti, canonici, vescovi, arcivescovi, la guardia dei Tedeschi col capitano armato a cavallo, ed essi tutti a negro rivestiti; 82 uomini d’arme, 250 cavalleggieri, 270 cavalieri con il loro abito lungo, 29 capitani, e tra essi 45 prigioni, e tutto a bruno con le insegne basse, archibusi sotto il braccio, e bandiere strascinate; 6 stendardi grandi di città principali, uno dei cavalieri di S. Stefano, portati a cavallo da persone nobili vestite di abito lungo di velluto dovizioso, e quello di mare portato a piedi; e arrivati che furono alla porta della chiesa, li riceverono sei nobili, e li portarono diritti intorno al catafalco per piantarli dentro a certi zoccoli fatti di terra, i quali, insieme a tutti gli altri abbigliamenti, rimasero alla chiesa. Dietro andarono i magistrati, la corte, i signori, i conti raccomandati, ambasciatori delle comunità e città, collegi di dottori di leggi, e di medicina, e studj, e la famiglia dei Medici. Seguirono appresso a tutti questi gramagliosi come gli altri di abito lungo, ma maggiore strascico per il gran bruno, 100 imbacuccati, 10 cavalli coperti di velluto nero, con amplissimi e potentissimi strascichi sostenuti da 60 giovani; le sue armi, cimieri, cornetta, stocco, zagaglia e la sopracoverta delle armi ricamata di oro furono portate a cavallo dai paggi, e con loro 17 baldacchini delle arti con drappelloni nuovi portati bassi, terragnioli, bandiere, e bandieruole portate ugualmente chine, e attorno la sembianza del morto da una banda e dall’altra. Nè può celebrarsi con quanta allegria e frequenza di popoli, che non saranno mai [pg!182] nozze o feste viste, e fatte così con tanta splendidezza, che ombreggiarono quelle dello invittissimo Carlo V ordinate e consumate a Brusselles, nelle quali si rappresentò andante la nave Magellana che fece il giro del mondo; e quelle di Giovanni Galeazzo Maria Visconti, che durarono 18 ore a passare, e vi furono 3000 torcie accese; e quelle del duca Alfonso di Ferrara, che per la copia grandissima di lumi fecero l’alluminatissima notte apparire limpidissimo giorno. »Le doglienze agli re ed ai principi furono queste: »Il sig. Ciro Alidori da Castel Rio allo Imperatore, in Sassonia e in Pollonia. Il sig. Giovanni Vincenzo Vitelli in Ispagna al re Filippo, con istruzione di raffermamento di collegazione, e di amicizia, e di servitù; e più appresso la SS. R. M. C., affinchè abbia moglie che possa essere per lui, benchè i più stimino, che per trapassare il negozio con più reputazione sposerà prima don Pietro. Il sig. Giovanni Niccolini a Roma. Il sig. Razio dal Monte in Francia col notaro a cintola il Paccalli per accomodare a modo della regina la vertenza che pende tra loro sopra il Poggio a Cajano di acconcimi, miglioramenti, ed altre pretensioni, e cacciarvi dentro 10,000 scudi prestati già al re nella scappata che fe già di Pollonia. Il sig. Rutilio Montalvo a Mantova. Il sig. Luigi Andonara a Venezia; duro et aspro ginepreto fare scilome a quei Magistrati, per dare loro ad intendere che non si sia beuto, ond’ei parlò così piano in Pregai, che appena fu sentito, sicchè dal segretario maggiore venne presa scritta la orazione, e poi gli rispose, ed egli riuscì acconciamente. Il sig. Emilio Pucci andò a Napoli, Sicilia, e Malta. Il sig. Luca Vaina in Baviera, e in Allemagna. Il sig. Alfonso Appiano d’Arragona a Ferrara. Il conte Bevilacqua ed il sig. Adriano Tassoni al duca di Urbino. Il sig. Matteo Bolli in Savoia, il quale non potè passare la Magra allora grossissima di acqua, ed essendosi abbattuto con tre dei suoi in un tal sergente della banda di quei paesi, con parole di orgoglio e presunzione, [pg!183] contendè perchè lo facessero passare a ogni modo, e lo trattò di villano. Il sergente, adunata la sua gente, lo aspettò poco dopo sopra la strada di Lerici, e a mano armata pose lui e tutti i suoi in pericoloso stato, per il che lo Standera con parole pacificatorie, spintosi innanzi alla volta sua, quietamente e posatamente dimostrò con buone ragioni al sergente, che per essere il sig. Matteo persona pubblica, dependente da principe di potenza grande vicino ai suoi signori similmente potenti, non volesse essere cagione di risse tra loro, con danno che ne verrebbe alla guerra contro ai Saracini comuni nemici. A così fatta persuasione sedossi lo scandaloso tumulto, del quale poi dolutosene a Genova n’ebbero gli aggressori notabile punizione, ma il sergente si dileguò. Il sig. Giulio Ricasoli a Massa, a Lucca, e a Genova; ma arrivato a Sarzana lo raggiunse il corriere speditogli dietro dal cardinale, con ordine che non passasse più innanzi, imperciocchè avea avuto certezza di là, che non volendo dargli del Serenissimo non arebbe udienza, onde se ne tornò subito indietro. Il conte Germanico Ercolani ed io siamo stati destinati per costà al Serenissimo di Parma, ma io ho voluto satisfare all’animo mio, lasciando il carico di tutto al conte, non avendo voluto disconciarmi della persona a così lungo viaggio per conto di morti tanto poco amati, niente apprezzati, meno dolsuti, e punto pianti. »Intanto il cardinale duca è tale da fare stare in cervello ogni papa, e si crede che non si smantellerà presto i panni che ha indosso, servendosi della porpora fino al primo conclave, del quale essendogli per legge e per bolle vietato lo introito, come privato potrà, se non fare un papa a suo modo, ammogliare almeno don Pietro con quella di Gardona, o altra, e procurare schiatta successora. Alcuni altri hanno opinione, che conoscendo egli benissimo che la felicità consiste in sapere, potere, volere, e avere in tutti i modi, sia per adoperare la mestola che gli è capitata nelle mani, e che gli hanno insegnato [pg!184] ad usare come conviene, et esercitare il grado che ha, attendendo a rassettare le cose guaste. »Ha ordinato riformatori della corte l’arcivescovo di Pisa, e il vescovo Masi, che l’acconcino alla Borgognona, e alla grande di Spagna. Maiordomo maggiore, sotto maiordomo maggiore, maestro di casa, e sotto maestro di casa, maestro di camera, e sotto maestro di camera, maestro di sala, e cavallerizzo maggiore, il quale ha dato al sig. Giovanni Vincenzo Vitelli. Gridò a testa delle candele gialle che vide accese sopra la credenza di argento, dicendo che le vuole bianche a tutti i servigi palatini, e aggiunse che non vuole essere ceraiuolo, nè calzolaio, nè compratore di gioie, nè di corame, nè tornitore, nè tagliatore di pietre, nè bicchieraio, nè stovigliaio, nè alchimista........ A Gian Bologna di Doagio, che gli spiegò lo intenso animo suo dì voler fare un cavallo di getto, maggiore per ogni verso un terzo di braccio di quello di Roma, da collocarsi sulla piazza della Dogana, dirimpetto alla Dogana, domandandolo quanto voleva per principiarlo, — rispose: 600 scudi: — al che disse: o cuore pusillo! — Ha ordinato dispensarsi danari ai mendicanti e ai prigioni: altri si liberino. La moglie di Piero Ridolfi studia la rettorica del Cavalcanti per fare uscire ambasciatore il suo marito. — Il popolo vuole supplicare per la reddizione e diminuzione della metà della paglia e delle farine, e che si levi in tutto e per tutto la gabella del ceci molli, della carne per i gatti, trippe, peducci, zampe, budella, il dazio che si paga per l’aere, per la stesa delle tende di mercato vecchio e muricciuoli quivi et altrove, segni delle stadere, tassa delle osterie, piombi ai fiaschi, segnatura di barili, gabella di bestie e legnami, carlini di teste e grossi nuovi, lire del contado, calde arrosto, lupini dolci, e tutte sorte di civaie, aranci, cedri, limoni, lastricature di strade; e sarà facile, perchè di simili aggraviuzzi non ne tiene conto alcuno. »Il sig. Alfonso Piccolomini, cugino di VS. Illustrissima, farà impiccare come lo abbia nelle mani, e lo disse [pg!185] da per se nella presa del Lazzeri, del quale è fuora la composizione, che dice: Già si è fatta vendetta Della carrozza Alcedema già detta. Gli amici dei cavalli havuto han bando; Ma per Lazzeri quando? Io non pensai giammai udir quell’ora Che il Boia dica: Lazzeri, vien fuora: Allor potrò cantare in larga vena, Zeffiro spira, e il bel tempo rimena. »Gli ha dato un giudice delegato di fuori di qua, perchè non si palesino le sue azioni, tra le quali se vi fosse mescolamento dei suoi affari si sopprimerebbero, nè si saprebbe cosa, che di ciò sia. »Ha fermo a nome di segretari il cav. Antonio Serguidi, il cav. Belisario Vinta, e P. Paolo Corboli, ma l’effetto principale è della nuova riforma della Segreteria nella guardia delle terre, città, e borghi. L’Usimbardi è più che mai in favore del suo padrone, e come capo di tutti i segretari della pratica segreta, e sopra il dare degli uffizj, dei quali Pietro Conti rimane Cancelliere per tenerne la lista, riscontrarli col quadernuccio, e non altro; per la quale è stato dato fuori una Caterina, che dice: Caterina tu non guardi, E’ governa l’Usimbardi; E se punto tu ti fidi Farà peggio del Serguidi. »A Benedetto Uguccioni ha ordinato si rivedano i conti, e che quando comanda i lavori abbia rispetto e discrezione pei poveri. Assai temono la cassazione, ad assai più ha detto che stieno di buono animo, e sperino bene, promettendo farsi loro protettore. Dei vecchi servitori del fratello, paggi ordinarj, paggi neri, lance spezzate, scudieri, cortigiani e uffiziali, saranno cassi e licenziati sino alla somma di scudi 20,000 l’anno; molti capitani delle bande saranno mutati, e ferme nuove lance spezzate, [pg!186] e nuovo ordine fatto di archibusieri a cavallo, come moltiplicato il numero dei Tedeschi a guardia della sua persona. E com’è di dovere, vuole principalmente servirsi di quelli che condusse di Roma fino a 300 bocche, i quali innanzi tutti conviene rimeritare, e beneficare come ha fatto. I danari lasciati da suo fratello ai servitori ha ripartito tra i più meritevoli a uguali porzioni, ad alcuni ha raffermo la provvisione, e che non servano. Ha ordinato rimettersi a don Pietro, liberalissimo e magnanimo signore, 10,000 scudi al mese con gli interessi, comportando così la ragione di stato, per non palesare o toccare i tesori della cassa palatina. »Fa professione di benigno, piacevole e cortese signore, e similmente di gratitudine, e di beneficare chi gli è stato servigiato, tra i quali si può vedere che sia, con speranza di molto merito, Riccardo Riccardi, che ricercato di entrargli mallevadore a Giovanni Battista Michelozzi, gli prestò egli stesso 18,000 scudi. E questo avvenne perchè al Michelozzi non bastava lui solo per mallevadore, ma voleva bensì tutti tre i fratelli, onde egli sdegnato e preso dal puntiglio, volle dimostrare di avergli egli solo, e contolli l’uno sull’altro; perchè l’onore e l’ambizione, che non possono far fare agli uomini? Al conte Ulisse, e alla moglie per antica affezione, ha concesso abitare il casino, ma non ci sverneranno, secondo si crede, perchè vi si riparerà don Antonio, al quale, essendo indisposto, messere Andrea Albertan negò, quantunque richiesto, la pietra belzuar, allegando che Bernardo speziale ne aveva, e che andasse a quello, e ciò per fuggire le taccie che falsamente gli avevano cacciato fuori le sciocche lingue intorno alla morte del granduca e della granduchessa. Ognuno afferma essere stata cosa importante ch’ei non abbia 10 anni meno, perchè altrimenti saria stato troppo portato verso le donne, sebbene alcuni pretendano che si muta la persona, ma non le voglie......... A don Filippo, spedalingo di Santa Maria Nuova, vuole [pg!187] si rivedano i conti; intanto gli ha fatto ritornare scudi 11,000 per completare il prezzo di 18 poderi contermini a Pratolino, che dallo Uguccione e Buommattei furono stimati scudi 30,000. »Asdrubale Cliva, fatto prigione a Roma a istanza sua, è stato condotto in queste carceri per dare conto delle tante querele appostegli conforme dice la profezia in rima: Asdrubalaccio tosto Dolgasi, che per lui la sorte varia, Che trar gli farà un dì dei calci in aria. »Similmente, con ogni studio e autorità, ha dato ordine che si spengano e dissipino ovunque sono gli assassini e banditi. Ha fatto il cavaliere Beccheria capo e persecutore loro con sufficiente numero di satelliti birreggianti secondo il bisogno. »Ora il popolo minuto per avergli corso dattorno, e gridato: palle, palle, e duca, duca, pensa ch’ei sia diventato tutta una pasta con lui, e spera che Arno e Arbia abbiano a correre savore, e non solamente savore, ma sapa dolce, e mostarda fine, anzi salsa reale: così ognuno fruga e rifruga, mesta e rimesta, si spinge innanzi, si ringalluzza, e si fa forte. Io ho fatto dipingere un gatto soriano, con gli occhi di topazzi sfavillanti, con un motto, che gli esce dal c... di fra le zampe, e che dice: in tenebris lucet. »È stato pure dipinto un sole incoronato con cappello ed arme, e alcuni vi hanno scritto sotto: custos, et causa salutis; dulce decus nostrum; altri: laborum dulce lenimen; ed altri finalmente: instar operum pretiose. »Fino a questo oggi gli sono state porte 2000 supplicazioni, le quali tutte si sperano graziate coll'ita est concedesi, e non come quelle del defunto duca, che avendo supplicato alla Divina Maestà di volere cambiare vita obbligandosi a trattare bene, contro il solito suo, i bambini, le balie, e la brigata, fu rimessa la informazione al protettore nostro San Giovanbattista, et ebbe un [pg!188] rescritto: — si rimette agli ordini di Giustizia; — onde infiniti versi sono stati appiccati in vari luoghi, dei quali i più notabili che sieno apparsi e veduti, sono questi: Medicea stirpe, del ben fare ignuda, Di sudore e di fame al mondo nata; Tanto in te stessa, quanto in altri cruda, E del comun languir fatta beata, Finchè in te stessa alma gentile intruda, Che in Francia, Spagna, e Fiandra si dilata; Lupa, Lion, sotto di Pietro il manto Cangerai alfine in riso il lungo pianto. »E prima era divulgato il seguente sonetto: Nol so se sia del Ciel destino, o fato, Che Firenze in tal modo è fatto inferno, Sendo ridotto a così rio governo, Che ciascun piange come disperato. Hanno gli empj al maggior gli occhi bendato. Fa seppellirsi, Dio giusto ed eterno! Co’ loro inganni giù nel basso Averno, E pon miglior ministri in ciascun lato. Pietro gli uffici incanta e l’Uguccione, Ti rinnegar con la sua propria voce, Il Troscia, il Giovannaccio col Cappone; Carlo Napoleon, che ai banchier nuoce, Filippo Alberto il negro uccel briccone, Che i tristi assolve, e i giusti mette in croce. »E della Bianca: Qui giace in un avel pien di malie E pien di vizj, la Bianca Cappella, Bagascia, strega, maliarda e fella. Che sempre favorì furfanti e spie. »e di più: In questa tomba, in questa oscura buca, Ch’è fossa a quei che non han sepoltura, Opra d’incanti, e di malie fattura, Giace la Bianca moglie del Granduca. »Il sig. Orazio Rucellai mio biscompare gli trattò dell’arcivescovo di Pisa! affinchè tra tanto dolce non fosse [pg!189] mescolato un po’ di amarore; ma egli assicurollo dicendo, ch’egli era qua per suoi particolari negozj, e non per altre faccende; ma si vede bene che l’arcivescovo mesta tutto, onde è stato scritto, e divulgato così: Di grazia, Serenissimo Signore, Fate mercede a tutto il popol grata, Prendete una granata, Cacciate l’Uguccione col Corsino, L’Antella, il Troscia e il Conte in un cantone; E quello ippocritone Arcifiscal pisano Tenetevel lontano, Chè ognuno ha gran timore Che non vi faccia infiscalare il cuore, Perchè egli è tanto tristo, Che faria diventar cattivo Cristo. »E il prelodato mio biscompare ricordògli, che la più importante cosa che si appartenga e che si desideri da un principe, si è che stia in grazia di Dio, cerchi con ogni studio mantenersi la sanità e la benevolenza delle persone, più appresso conosca che negli uomini, quantunque per molte parti perfetti, pure andare sottoposti a varie imperfezioni, tra le quali deve annoverarsi quel desio di cui ciascuno è punto, ansio e anelante, cioè la vendetta in cui sta volto con ogni studio, e con ogni arte, e con ogni pensiero, nè può vivere, nè può stare, non trova posa o quiete, e sempre cerca farla, e continuamente pensa, e si stimola in essa; allo incontro poi ricevuto il benefizio, tosto anzi subito se lo dimentica, non ha punto pensiero, nè si rammemora di chi gli ha fatto servizio, lo fugge, lo declina, e se crede trovarlo lo scansa. Dovere l’uomo prode essere più pronto a rimunerare chi gli è stato benefattore, che alla vendetta, e alla ira. Ciò essere parte di principe generoso e magnanimo, e così facendo essergli per avvenire sempre bene, e moltiplicare nelle felicità per se, e per i suoi. — E più appresso, dovere avere innanzi lo scritto degli Spiriti Volterrani, [pg!190] che dice: — chi ha in odio la ingratitudine non faccia servizj, imperciocchè egli sempre incapperà in essa; — ma ciò non doverlo trattenere punto, perchè il principe quando ha fatto il bene è contento per se, e poi giovando a uno si contentano molti per lo esempio, o per la speranza. Inoltre, che avesse sempre in mente lo scritto a Santa Croce del Barberino: frustra habet, qui non utitur; e poichè anche quivi è scritto, che il mondo si regge con le opinioni, cercare di conformarsi nelle sue opinioni con le migliori, e oltre a ciò porsi davanti gli occhi la gran buona mente di Samadio re, il quale diceva intendere a ragunare tesori per istrascinarsene dietro le some cariche, per darne a quanti bisognosi incontrasse, e poi rifarsi da capo, affermando il Principe essere un Giove per tutti onde giovare a ognuno, e più che per altro per questo doversi reputare uguale a Dio; finalmente il principe avere a fuggire tutti i ministri, i quali per proprio conto abbiano affetti particolari, e passioni di loro comodo, utile e interesse. »E così speriamo che la porchetta nuoti, il mondo vada in guazzetto, in candito e in gelatina. Fiorentini e Romani corrono la cavallina; Orsini, Mattei, Cecchi, Menichelli, marchese d’Ariano, monsignore del Monte, Titta, Arragonia, ed alcuno di loro gli è commensale continuo. — Se non che monsignore del Monte, non si volendo contentare, si è ridotto a mangiare solo con don Virginio, e gli è stato ordinata stanza separata, servimenti e vivande da principe. »Monsignore S. Galletto è comparso tra i primi per S. S. a dargli dell’altezza, e del serenissimo, visitando il più potente e ricco cardinale che mai abbiano creato, perchè il cardinale di Portogallo fu reggente, non re; — vi sarebbe Gastone se fosse eletto re di Pollonia, ma si afferma dicerto che sarà eletto quello di Svezia, se la vittoria del combatterlo stando nella vittoria delle armi, non inchini a Massimiliano. »I mandati, o lettere ai Cardinali, non sono mancate, [pg!191] tra i quali a Gioiosa, e a Farnese, ma più per ironia, che per altro: Correte, forestieri e terrazzani, Dacchè il granduca nostro Cardinale I fegatelli lancia in bocca ai cani. »Ed è corsa ancora una Caterina, che dice: Caterina, gatti, gatti, Assai ciance, e pochi fatti. »Il cittadino è rimesso; gli amici sono diventati servitori, i servitori schiavi. I forestieri sopra tutti gli altri graditi, e antesignani. »Il granduca attende a terminare tutti i lavori incominciati dal fratello, tanto di fabbriche, quanto di uffizj manuali, e anzichè no accresce, avendo preposto a tutti il signore Emilio Cavalieri signore di virtù, d’ingegno, e d’invenzione rara; come addrizzare Arno in canale, condurre in piazza l’acqua di Montereggi, finire il Palazzo, alzandolo dietro secondo l’architettura dell’Ammannato; levare la Dogana, e appianando case allargarsi dalla piazza del Grano, edificare quivi grandi logge, e, sopra, granai pubblici; rafforzare gli Uffizj rimettendo sotto gli architravi, colonne doppie in coppia vicine, levando quelle di pietra serena, finire la Galleria dall’altra banda, e farne rigirare intorno delle altre unite a quella per tutta la piazza granducale, e rigirando dal Sole rientrare sopra la Dogana in palazzo. Ha in animo di edificare un ospedale pei convalescenti. Dove aveva ad albergare la Sapienza ora alloggia la bestialità, e vi crescono le stalle alla barba di Niccolò da Vagliano, che ciò prevedere non potè, e dietro a se nell’orto fare un memorabile Semplicista. Vuol fare terminare il palazzo Pitti, e in mezzo della piazza pendente fare trasportare la gran pila elbigna, e similmente mettere mano a rizzare la colonna giacente di S. Marco, e dove si può abbellire et ornare la città, farlo. Gli è dispiaciuto notabilmente [pg!192] il disfacimento della facciata del Duomo, e per riordinarla a modo vi fa invigilare sopra il cavaliere Pacciotto con altri architetti. Ha fantasia d’ingrandire e illustrare il palazzo dell’Ambrogiana, dove avendo compro un podere, ha donato al venditore sopra la stima fatta Sc. 300. Usò liberalità con aver dato elemosina ai poveri, e, mancata la provvisione ai contadini, li sovvenne del suo. A quattro, trovati a pescare in bandita, fattisigli venire innanzi, volle sapere chi fosse stato il primo a spogliarsi per pescare, e intesolo, diede a questo 4 scudi, e agli altri uno per uno, minacciando loro per la seconda volta la cavezza. Fatte l’esequie, alle quali egli non intervenne, ma le stette a vedere circa a mezzo corridore per una gelosia, dacchè i cardinali non vanno mai ai morti, se non ai papi, aspettiamo qualche amorevolezza giovevole per molte cose proprie e particolari, almeno quando riceverà la Gran Croce di Gran Maestro, o alle nozze; ma aggravj di momento per ora non si tolgono, e le imposizioni importanti si mantengono. Levò ancora il dazio delle stufe, del legname della Opera, e si crede che così si farà del corame, e di altre piccole cosette di non molta rilevanza, o acconcio. Quanto al Governo, Marco Tullio Cicerone lasciò scritto ogni uomo sapere bene incominciare, la importanza essere nel perseverare, e più nell’ottimamente finire. Ultimamente deve VS. Ill. sapere che ogni nuova granata spazza bene sempre, e netta lindamente la casa da prima. Io per me faccio conto che dove prima mi conveniva portare, e andar carico di una soma di acqua, d’ora in poi sarà greco, lagrima, o chiarello, ma sempre a soma, e da asino; e qui ricordando a VS. Ill. ch’Ella non è per essere così pronta a comandare a me, ch’io non sia altrettanto e più sollecito a servire lei, le bacio le mani di cuore, e me le raccomando ec.» |
Qui sembra che la Lettera termini, e sia stata ripresa assai dopo, perchè continua con queste parole:
Già si è fatta vendetta
Della carrozza Alcedema già detta.
Gli amici dei cavalli havuto han bando;
Ma per Lazzeri quando?
Io non pensai giammai udir quell’ora
Che il Boia dica: Lazzeri, vien fuora:
Allor potrò cantare in larga vena,
Zeffiro spira, e il bel tempo rimena.
Caterina tu non guardi,
E’ governa l’Usimbardi;
E se punto tu ti fidi
Farà peggio del Serguidi.
Asdrubalaccio tosto
Dolgasi, che per lui la sorte varia,
Che trar gli farà un dì dei calci in aria.
Medicea stirpe, del ben fare ignuda,
Di sudore e di fame al mondo nata;
Tanto in te stessa, quanto in altri cruda,
E del comun languir fatta beata,
Finchè in te stessa alma gentile intruda,
Che in Francia, Spagna, e Fiandra si dilata;
Lupa, Lion, sotto di Pietro il manto
Cangerai alfine in riso il lungo pianto.
Nol so se sia del Ciel destino, o fato,
Che Firenze in tal modo è fatto inferno,
Sendo ridotto a così rio governo,
Che ciascun piange come disperato.
Hanno gli empj al maggior gli occhi bendato.
Fa seppellirsi, Dio giusto ed eterno!
Co’ loro inganni giù nel basso Averno,
E pon miglior ministri in ciascun lato.
Pietro gli uffici incanta e l’Uguccione,
Ti rinnegar con la sua propria voce,
Il Troscia, il Giovannaccio col Cappone;
Carlo Napoleon, che ai banchier nuoce,
Filippo Alberto il negro uccel briccone,
Che i tristi assolve, e i giusti mette in croce.
Qui giace in un avel pien di malie
E pien di vizj, la Bianca Cappella,
Bagascia, strega, maliarda e fella.
Che sempre favorì furfanti e spie.
In questa tomba, in questa oscura buca,
Ch’è fossa a quei che non han sepoltura,
Opra d’incanti, e di malie fattura,
Giace la Bianca moglie del Granduca.
Di grazia, Serenissimo Signore,
Fate mercede a tutto il popol grata,
Prendete una granata,
Cacciate l’Uguccione col Corsino,
L’Antella, il Troscia e il Conte in un cantone;
E quello ippocritone
Arcifiscal pisano
Tenetevel lontano,
Chè ognuno ha gran timore
Che non vi faccia infiscalare il cuore,
Perchè egli è tanto tristo,
Che faria diventar cattivo Cristo.
Correte, forestieri e terrazzani,
Dacchè il granduca nostro Cardinale
I fegatelli lancia in bocca ai cani.
Caterina, gatti, gatti,
Assai ciance, e pochi fatti.
| [64] | MS. Capponi. |
| [65] | La età di nostra madre mi percuote Di pietà il core, che da tutti a un tratto Senza infamia lasciata esser non puote. Ariosto, Satira I. |
| [66] | L’Ariosto era comunissimo in Italia in quei tempi; adesso nelle campagne ne conoscono appena il nome. Montaigne, che viaggiava la Italia nei tempi del granduca Francesco, scrive nel Tomo III dei suoi Viaggi, p. 172: «Considerai tre cose: di vedere la gente di queste bande lavorare, chi a batter grano, o acconciarlo, chi a cucire, a filare, la festa di Domenica. La seconda, di veder questi contadini il liuto alla mano, e fino alle pastorelle l’Ariosto in bocca. Questo si vede in tutta la Italia. La terza, di veder come lasciano sul campo dieci, e quindici, e più giorni il grano segato, senza paura del vicino.» — Pare che a quei tempi i Francesi fossero più ladri di noi.... |
| [67] | Poliziano, Canzone nella raccolta del Padre Affò. |
| [68] | Mettigli l’ale, è un angiolel di amore. Perticari |
| [69] | S. Matteo, Cap. V, 3. |
| [70] | Genesi, Cap. II, 17. |
| [71] | Porrum et cæpe nefas violare et frangere morsu O sanctas gentes quibus hæc nascuntur in hortis Numina! Giovenale, Satira 15. |
| [72] | Aasvero, è fama fosse un giudeo, che a Cristo ascendente sul Golgota negò un poco di acqua per dissetarsi, ed impedì che alla ombra della sua casa alquanto si confortasse; quindi fu condannato a vagare sempre avvilito e maledetto. [pg!264] Questa leggenda, comunissima in Germania, contiene, come ognuno vede, un mito. Edgard Quinet sopra questa leggenda ha costruito un dramma, i personaggi del quale sono sfingi, venti, trofei di arme, rovine, fiumi, e perfino l’Oceano. In mezzo a tante e tanto immani stranezze, io non vorrei negare che cotesto dramma non contenga parti nobilissime di stupenda poesia. |
| [73] | State contente, umane genti, al quia; Chè se potuto aveste veder tutto, Mestier non era partorir Maria. Dante. |
| [74] | E questo leggiamo non solo che avvenga ancora di presente presso taluni popoli della Oceania, ma anticamente avveniva presso i Trogloditi, ed altre nazioni, come ce ne fanno testimonianza Eliano, Diodoro, e Strabone nel lib. 12, e specialmente Agatirchide nelle Storie, fram. de’ Trogloditi; loro vitto, circoncisione, funerali ec. |
| [75] | Clapperton, Viaggi nell’interno dell’Affrica. |
| [76] | Egli è concetto tolto dal famoso epitaffio che fece a sè stesso Beniamino Franklin: Il corpo di Beniamino Franklin Somigliante alla coperta di un libro vecchio Da cui siensi staccati i fogli E la doratura e il titolo cancellati Qui giace Pastura dei vermi Contuttociò L’opera non sarà perduta Avvegnachè com’egli credeva Ricomparirà In una nuova e più bella edizione Riveduta e corretta Dall’Autore. Vita di Franklin, p. 253. |
| [77] | Achille della Volta dette in Roma delle pugnalate allo Aretino, per cui ne andò stroppiato di un braccio per tutta la vita. In proposito di questa avventura il Berni nel sonetto contro Pietro Aretino scriveva: Tu ne farai tante e tante Lingua fradicia, sciocca e senza sale, Che alfin si troverà pure un pugnale Miglior di quel di Achille, e più calzante. Il papa è papa, e tu sei un furfante ec. [pg!265] Tintoretto sentendo come lo Aretino con ogni maniera di maldicenza lo straziasse, un giorno che lo trovò presso alla sua bottega, con bel garbo lo invitò a entrare per vedere certi suoi dipinti: andò l’Aretino, e il Tintoretto messe prima la spranga per di dentro, poi senza profferire parola fattosi ad un armario ne trasse un pistolese, o mezza spada, e recatasela ignuda nelle mani, si mosse incontra con mal piglio allo Aretino. «Ahimè! Tonio, esclamava tremante Pietro, che cosa intendereste di fare voi? Guardate da lasciarvi prendere dalla tentazione del demonio! Voi mi ammazzereste senza sacramenti... come... un cane...» — Ma Tintoretto sempre innanzi, e venutogli al fianco, lui, che non aveva membro che stesse fermo, misurò col pistolese, e quando lo conobbe prossimo a lasciare gli spiriti, sempre torbo in vista gli disse: — «Non temete di nulla, messer Piero; siccome mi venne vaghezza farvi il ritratto, ho voluto prendervi la misura: potete andare; voi siete tre pistolesi e mezzo per l’appunto.» — E apertogli l’uscio, lo licenziò. Da quel momento l’Aretino disse sempre bene del Tintoretto. L’Aretino essendo stato pur troppo intrinsecissimo del sig. Giovanni delle bande nere, continuò la sua servitù col granduca Cosimo suo figliuolo, dal quale spesso riceveva presenti, come ricaviamo dalle sue lettere; però mostrandosi avverso a messer Piero Strozzi nel tempo della guerra di Siena, compose in suo dileggio un sonetto piacevolissimo il quale incomincia: E Piero Strozzi armavirumquecano ec. Piero lo fece avvertire che portasse l’olio santo in tasca, perchè ad ogni modo voleva farlo ammazzare, anche nel letto; per lo che sbigottito l’Aretino durò qualche anno a non uscire più di casa. Non posso por fine a questa nota senza ricordare gli epitaffi, o epigrammi, nel vero significato della parola (dacchè per epigrammi intendevano gli antichi le iscrizioni funerarie piene di contumelie composte pei vivi), che si ricambiarono Paolo Giovio e Pietro Aretino. Il Giovio dettò: Qui giace l’Aretin, poeta tosco: Di tutti disse mal, fuorchè di Cristo, Scusandosi col dir: non lo conosco. E l’Aretino di rimando: Qui giace il Giovio, storicone altissimo: Di tutti disse mal, fuorchè dell’asino, Scusandosi col dire: egli è mio prossimo. |
Tu ne farai tante e tante
Lingua fradicia, sciocca e senza sale,
Che alfin si troverà pure un pugnale
Miglior di quel di Achille, e più calzante.
Il papa è papa, e tu sei un furfante ec.
E Piero Strozzi armavirumquecano ec.
Qui giace l’Aretin, poeta tosco:
Di tutti disse mal, fuorchè di Cristo,
Scusandosi col dir: non lo conosco.
Qui giace il Giovio, storicone altissimo:
Di tutti disse mal, fuorchè dell’asino,
Scusandosi col dire: egli è mio prossimo.
| [78] | Di questo sviscerato amore dell’Aretino per le sue figliuole ne fanno fede le sue lettere. |
| [79] | È fama che l’Aretino, stando a sedere, e dondolandosi sopra i piedi di dietro della seggiola, udendo certi biechi atti delle sue sorelle, preso da riso smoderato perdesse lo equilibrio, e caduto supino percuotendo del capo sopra il pavimento rimanesse morto. Anche il Berni nel sonetto citato gli rinfaccia la mala vita delle sue sorelle meretrici nel bordello di Venezia. |
| [80] | Novella 137. |
| [81] | Satira VII. |
| [82] | Paucæ fidei, quare dubitasti? (S. Matteo.) |
| [83] | Morbio, Storia dei Municipj italiani. |
| [84] | Fu accennato altrove, e si riporta nella edizione del Reggimento delle Repubbliche di Fra Girolamo Savonarola, fatta a Pisa dai Caparro, in principio. |
| [85] | Favole. |
| [86] | Legge crudele contro alle congiure e ai banditi, pubblicata sotto Cosimo I, e dal nome del suo autore Spolverini chiamata così. Galluzzi, Storia del Granducato. |
| [87] | Gli obelischi erano inalzati al Sole. In Ammiano Marcellino si leggono tradotte in latino le iscrizioni dedicatorie al Sole del grande obelisco di Roma. |
| [88] | Eliano, Storie varie. |
| [89] | Petrarca. |
| [90] | Il signor Prof. Giuseppe Arcangeli, persona dotta e proba, si compiacque dettare sopra il personaggio del Padre Marcello il commento seguente, che pubblichiamo ad istanza del signor F.-D. Guerrazzi, desideroso di mostrare in questo modo il conto ch’ei fa delle qualità intellettuali e molto più morali del signor Prof. Gius, Arcangeli. L’Editore. Il Padre Marcello, o più comunemente Marcellino, fu così chiamato, come i Frati costumano, da San Marcello sua patria: ma alla Religione il suo vero nome fu quello di Evangelista, ed al secolo di Lorenzo. Nacque d’Adamo e d’Agata Gerbi, nella suddetta Terra, capo-luogo della montagna pistoiese, nel 1530, anno fatale alla Repubblica di Firenze. Questa famiglia Gerbi pare che fosse fra le potenti della Terra: perocchè leggo nella Cronaca del capitano Domenico Cini come fino dal 1488 seguitando la parte dei Cancellieri era venuta a fieri [pg!337] scontri coi Calestrini seguaci della Panciatica; tantochè i Fiorentini deliberarono per l’amor della pace di bandire i capi delle famiglie rivali co’ più animosi de’ lor consorti. Ma pensando dall’altro lato che il cacciare le due parti avrebbe spopolato la Terra, vollero che il bando fosse per una sola, e rimisero la cosa alla sorte. Toccò la peggio ai Gerbi, i quali costretti a lasciare la dolce patria, vollero almeno che una durevole memoria di loro vi rimanesse, e fondarono perciò un benefizio sotto il titolo della Visitazione, di cui fino ai dì nostri è stato investito uno dei Gerbi. Alcuni si ripararono nei monti del Frignano nel Modenese: altri andarono a cercar la ventura nel regno di Napoli. Pare però che dopo la cacciata di Piero dei Medici alcuni ripatriassero, finchè, vinti i Cancellieri nella fatal battaglia di Cavinana, ne doveron partire novamente. È probabile che il padre del nostro Marcello perisse, in quella battaglia, e gran parte della fortuna sua fosse predata dai vincitori, perchè il medesimo ci racconta come viveva soletto coll’afflitta madre, la quale avvezza a più prospero stato non poteva sostenere di buon animo la povertà. Da giovinetto si rese frate di San Francesco nel convento di Giaccherino presso Pistoia; e mostrato per tempo il suo potente ingegno, fu dichiarato cittadino pistoiese, e per questa via ebbe un posto di grazia per l’Università di Parigi fiorente allora pei teologici studj. Nei quali si avanzò maravigliosamente, vi sostenne diverse tesi, ed ebbe laurea con plauso da quel solenne collegio. Preceduto dalla buona fama, ritornò tra i suoi frati, i quali lo adoperarono in ufici gravissimi e principalmente nell’apostolico ministero. Quale e quanto vi si mostrasse ce lo direbbero, senz’altre prove, le generose parole che riferisce la Cronaca pubblicata dal Morbio, opportunamente riportate in questo libro dall’autore. E il Dondori, nel ragguaglio che ci dà assai minuto della vita del nostro frate, allude a questo coraggio narrandoci alla sua rozza maniera, come il P. Marcellino fece una grande esagerazione, e discese a riprensioni molto vive: e Francesco I disse che bisognava lasciarlo predicare, perchè era mandato da Dio a riprendere i peccati non tanto colla parola, quanto colla vita esemplare. Ed invero, segue sempre il Dondori, predicava con franchezza e autorità e libertà grande, sicchè non era nessuno che non sentisse ancora palpitare il cuore e non impallidisse pieno di spavento. Questa tolleranza medesima [pg!338] usata sul principio da Lorenzo il Magnifico verso il Savonarola, avevala adoperata pel nostro P. Marcello anche Cosimo primo, il quale udendolo predicare in Duomo con apostolica libertà, faceva le viste di compiacersene, e come raccontano di Luigi XIV a riguardo di Massillon, così diceva ai cortigiani che l’attorniavano: ecco come si vorrebbono tutti i predicatori. Anzi per farselo amico, eraselo scelto a confessore: e due volte volle farlo vescovo, prima di Volterra, poi di Cortona. Ma l’austero frate ricusò quell’onore costantemente, come più tardi ricusò da Gregorio XIII il cappello cardinalizio. Quantunque spendesse gran tempo nel predicare, recandosi in vari paesi d’Italia, pure non dismesse mai gli studj; e quando ebbe fermata la stanza in Roma, molte furon le opere che egli scrisse, a dichiarazione specialmente delle Scritture. Rimando alla Biblioteca pistoiese dello Zaccheria chi avesse curiosità di saperne i titoli e l’edizioni. Citerò solo un’opera assai curiosa, la Metamorfosi d’un virtuoso, che pubblicò col pseudonimo di Lorenzo Selva. È un Romanzo degno in molte parti d’esser paragonato alla eleganza squisita del Firenzuola. L’autore sotto il finto nome di Acrisio vi discorre probabilmente molti casi della prima sua giovinezza, trattenendosi in special modo a descrivere una fanciulla bellissima dell’animo e della persona, la quale onorava come la più cara immagine della virtù, anzi (dice nel proemio) come la virtù stessa. Bellissime sono le descrizioni della montagna di Pistoia, con frequenti allusioni storiche, con aneddoti e novelle graziose, e con poesie sparse qua e là di tanta vaghezza e semplicità, da rimanertene lungamente nell’animo la dolcezza. Eppure questo libro è pochissimo conosciuto anche da quelli che si dilettano di studj eleganti. Habent sua fata libelli. E sì che fu letto avidamente appena vide la luce, e se ne ripeterono quattro edizioni. L’ultima notata dallo Zaccheria è la fiorentina del 1615 scorrettissima e scemata di qualche passo ardito contro il miserabile fasto spagnuolo, piaga dolorosa fra le tante che in quel tempo affliggevan l’Italia. Il P. Marcello non smesse mai finchè visse di predicare. Il popolo romano accorreva sempre ad udirlo. Sentendo avvicinare il suo fine, annunziò in Araceli l’ultima delle sue prediche; e il giorno dell’Epifania dell’anno 1593, pallido ed abbattuto salì sulla cattedra che avea fatto coprire d’un velo nero, e cominciò colle parole di Giobbe: Sto et non respicis: clamo et non exaudis. Era il generoso dolore di [pg!339] Dante quando gridava: Son gli giusti occhi tuoi rivolti altrove? Dopo la predica si pose giù colla febbre, e poco dopo cessò di vivere, nell’età sempre fresca di anni sessantatrè. Per non lasciare addietro nessuna cosa di lui, io dirò pure (e me ne sappian grado i devoti e i romantici) che per l’autorità sua si cominciò in Roma a suonare la campana de’ morti alla prim’ora di notte, pia costumanza che si distese ben presto per tutta Italia. — Un ritratto del P. Marcellino trovasi nel Convento di Giaccherino presso Pistoia, ed un altro in tela, rimasto obliato lungamente in una soffitta, è stato finalmente collocato nella Sagrestia della Chiesa Propositura di S. Marcello. Questo è l’unico monumento che rimanga di lui nella patria. Chi ne bramasse più distese notizie, ricorra al Dondori nella Pietà di Pistoia, allo Zaccheria nella Biblioteca Pistoiese; finalmente ai Santi Pistoiesi, opera del Canonico Ferdinando Panieri. La più compiuta notizia fra quante ne sian pubblicate fin qui sarà data sicuramente nella Biografia pistoiese che Enrico Bindi e Giuseppe Tigri preparano con diligentissimi studj; la quale, quando sia favorita siccome merita dai nostri concittadini, non tarderà a comparire, recando onore grandissimo alla nostra città ed incremento non lieve alla patria letteratura. Giuseppe Arcangeli. |
| [91] | Ormai convien che tu così ti spoltre, Disse 'l Maestro, chè, seggendo in piuma, In fama non si vien, nè sotto coltre: Sanza la qual chi sua vita consuma, Cotal vestigio in terra di sè lascia, Qual fumo in aere od in acqua la schiuma. Inferno, XXIV. |
| [92] | Anassarco, filosofo di Abdera, fu pestato dentro a un mortaio per comandamento di Nicocreonte tiranno di Cipro. Mentre i carnefici lo pestavano, egli finchè gli bastò la lena diceva: — «Pestate pure la scorza di Anassarco; voi non potete nulla sopra l’anima sua.» |
| [93] | Nelle Memorie del maresciallo di Bassompierre noi leggiamo il seguente passo notabilissimo. — «Maria dei Medici [pg!429] sul declinare della sua autorità di reggente disegnava negare ad alcuni baroni, che a grande istanza la pressavano, il richiamo di alcuni banditi, ma non osava pronunziare il rifiuto prima di conoscere la sua condizione presente; quindi ostentando un motivo, chiama in disparte Bassompierre, e gli domanda quali mezzi di resistenza le rimangano. Bassompierre risponde: — Nessuno, — molto più che alcuni amici, come il marchese di Ancre, l’avevano abbandonata. — Lors la reine ne peut se tenir de jeter quatre ou cinq larmes, se tournant vers la fenètre afin qu’on ne la vît pas pleurer, et ce que je n’avois jamais vu, elles ne coulèrent point comme quand on a accoutumé de pleurer, mais se dardèrent hors des yeux sans couler sur les joues.» |
| [94] | Molti sono i luoghi in Italia, a dire del Muratori, Antiq. ital., che trassero nome dagli alberi: Frassineto, Rovereto, Suvereto ec., e vie discorrendo. |
| [95] | Lamoignon-Malesherbes, il vecchio difensore di Luigi XVI, essendo tratto al patibolo, mentre urtava col piede in uno scalino della prigione, osservò «che un Romano sarebbe tornato indietro.» |
| [96] | «Non passò molto che si ebbe l’avviso della morte di don Giovanni di Austria, cagionatagli da febbre e da spiacevole noia di soverchie cure.» Costo, Storia del Regno di Napoli. |
| [97] | Qual fosse la segreta cura di don Giovanni ce la seppe rivelare l’illustre signor cavaliere Carlo T. Dalbono nel suo bellissimo libro delle Tradizioni Popolari del Regno di Napoli. Nelle Fiere di Castelnuovo espone come don Giovanni salvasse nell’assalto di Granata una giovanetta maomettana della quale divenne amante riamato, e n’ebbe un figlio, dolcissima cura dei genitori. Cresciuto di anni e di bellezza, don Giovanni teneva in corte il garzone a modo di paggio insieme con altri nobilissimi giovani. Sventura volle che don Giovanni essendo vago di nudrire bestie feroci avesse tra le altre una immane leonessa; mentre i paggi giocavano in prossimità del serraglio, una palla cadde vicino alla leonessa; i giovanetti, come succede, presero a istigarsi a vicenda per vedere chi tra loro meglio animoso fosse andato a raccoglierla. Arrighetto, seguendo gl’impulsi della sua magnanima natura, accorse prontissimo e ne rimase infelicemente sbranato... — Nove giorni dopo la tragica morte del figlio, don Giovanni partì da Napoli con l’armata [pg!430] navale. Il dì 24 agosto giunse a Messina, dove collegatosi con le galee dei confederati mosse alle Curzolari, e quindi al golfo di Lepanto dove fu combattuta la immortale battaglia. Narra il cavaliere Dalbono come fino a qualche anno addietro, nella chiesa di santa Barbara in Castelnuovo, si vedesse una lapide con questa iscrizione: ARR. R. FILIUS AMORIS 1571. |
| [98] | «Le ferite del Pike erano mortali; nondimeno conservando ancora malgrado crudeli patimenti tutto lo eroico suo ardore: — Avanti, avanti, miei bravi, sclamò egli, vendicate il vostro generale! — Tali furono le ultime parole che potè rivolgere alle sue truppe, parole che le infiammarono di nuovo coraggio. Alcuni soldati lo portarono poi sulla riva, e cammin facendo clamorose acclamazioni gli annunciarono la riuscita dell’attacco, e riconfortarono i suoi ultimi momenti: poco dopo lo condussero a bordo della nave il Pert, e gli recarono la bandiera nemica: a quella vista ripresero i suoi occhi il loro splendore accostumato, ed accennò che gliela mettessero sul capo, e spirò gloriosamente circondato dai trofei della vittoria.» Trelawny, nelle Memorie di un cadetto di famiglia, racconta come Dewit, famosissimo corsale, ferito a morte dentro la bandiera nemica si avviluppasse, e quivi chiuso rendesse l’ultimo fiato. |
| [99] | Ma nessuno li contò. Questa è la espressione che adopera quel giudizioso Ludovico Muratori narrando negli Annali la battaglia di Lepanto. |
| [100] | I particolari della battaglia di Lepanto furono con molta diligenza raccolti dai seguenti scrittori: Adriani, Storia dei suoi tempi. — Costo, Storia dei suoi tempi. — Doglioni, Storie. — Campana, Seguito alla storie del Tarcagnota. — Fra. Dionigi da Fano, Seguito alle storie del Tarcagnota. — Muratori, Annali. — Botta, Seguito al Guicciardino, ed altri non pochi. |
| [101] | Apollo, tua mercè, tua mercè, santo Collegio delle Muse, io non mi trovo Tanto per voi, ch’io possa farmi un manto Ariosto, Satire. |
| [102] | Queste parole furono quelle appunto che profferivano [pg!431] Isabella e Lucrezia, e tutti i ricordi del tempo ce le conservarono precisamente. |
| [103] | Tassoni, Secchia rapita, Canto II. |
| [104] | Botta, Storia d’Italia fino al 1789. Libro XIV. |
| [105] | L’avviso partecipato alle Corti conteneva le circostanze «che questa infelice, nel lavarsi la testa sopraggiunta da uno accidente, cadde in grembo alle sue damigelle, e fu sorpresa dalla morte senza aver tempo di darle verun soccorso.» Galluzzi. Storia del Granducato, Lib. IV, Cap. II. |
| [106] | «Il granduca e il cardinale mantennero con l’Orsini la buona corrispondenza, ma anco s’interessarono per acquietare i suoi creditori, e dare alla di lui sconcertata economia qualche sistema. Tutto ciò proverebbe, o che la morte di donna Isabella non fu violenta, o che il granduca e i fratelli, essendo di concerto con l’Orsini, con la loro dissimulazione resero lo eccesso più detestabile.» Lib. IV, Cap. II. |
| [107] | Cronaca MS. del Settimanni, nello Archivio delle Riformagioni. |
| [108] | Ademollo, nelle note al romanzo Marietta dei Ricci. |
| [109] | Galluzzi, lib. IV, Cap. V, T. II. |
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (côlto/còlto, follia/follía, ronzio/ronzìo e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
48 — casi occorrenti ne [l’arte] [larte]
52 — et una [infinità] [infinita] di roba
150 — stese la mano al piatto per [toglierglielo] [toglierglierlo]
202 — non poteva essere [abbandonata] [abbadonata]
345 — [tra i] [trai] singhiozzi esclamò
422 — e dovrei [astenermi] [asternermi] di levarti l’anima
425 — di accidente.... [sopraggiuntole] [sapraggiuntole] nel lavarsi
*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ISABELLA ORSINI ***