NOTE:

[1]. «Pater meus cecidit vos flagellis, ego autem cædam vos scorpionibus» Reg., lib. III, cap. 12, v. 11.

[2]. Lord Byron.

[3]. «Hæc dicit Dominus: Maledictus homo qui confidit in homine.» Jerem., cap. XVII, v. 5.

[4]. «Non fuit antea nec postea tam longa dies, obediente Domino voci hominis et pugnante pro eo.» Josue, cap. X, v. 14.

[5]. Et dixi: «Usque huc venies, et non procedes amplius, et hic confriges tumentes fluctus tuos.» Job, cap. XXXVIII, v. 11.

[6].

«Pejoraque sæcula ferri:

Temporibus quorum sceleri non invanit ipsa

Nomen, et a nullo posuit natura metallo.»

Juven., Sat. 13.

[7]. Brantome, tomo X.

[8]. Parini, a Silvia, Ode sul vestire alla guillotina. Però fu ai tempi di Francesco I che cominciò in Francia l'andazzo dei capelli corti e della barba lunga, imperciocchè cotesto re giocando il dì di Epifania a Romoralin col conte di Sanpolo con le palle di neve, rimase ferito nel capo, ond'ebbe a mozzarsi i capelli per farsi curare, ed indi in poi non se li fece più crescere secondo la foggia che usavano i soldati svizzeri e italiani. — Ad. Thiers, Histoire des perruques, pag. 23.

[9]. «Pænituit eum quod hominem fecissit in terra.» Genesi, cap. VI. 6. — «Delebo hominem... pænitet enim me fecisse eos.» Ibid., cap. VI, 7.

[10]. «Samaritanus misericordia motus est. Et approprians alligavit vulnera ejus, infundes oleum et vinum.» Ev. sec. Luc., cap. X, 33.

[11]. Soph. in Œdip.

[12]. Jul. Capitol. Pertinax imperator., in fine. «Signa interitus hæc fuerent: ipse, ante triduum quam occideretur, in piscina sibi visus est videre hominem cum gladio infestantem.»

[13]. «Ecce populus ut leæna consurgens, et quasi leo erigitur: non accubabit donec devoret prædam et occisorum sanguinem bibat.» Num., cap. XXIII, v. 24.

[14]. In codesta occasione si rammenta che una pietra cadendo ruppe il braccio sinistro del Davidde di Michelangiolo. Varchi, Storie, tom. I.

[15]. Tali erano i moderati antichi, che arieggiano ai moderni come gocciola a gocciola.

[16].

Ma non sia alcun di sì poco cervello

Che creda, se la sua casa rovina,

Che Dio la salvi senz'altro puntello:

Perchè e' morrà sotto quella rovina.

Asino d'oro, cap. V.

[17]. Busini, Lettere.

[18]. Storie fiorentine, lib. III.

[19]. Della natura dei Francesi.

[20]. Principe, cap. III. «E di questa materia parlai a Nantes col Roano, quando il Valentino, che così era chiamato Cesare Borgia figliuolo di papa Alessandro, occupava la Romagna, perchè, dicendomi il cardinal Roano che gl'Italiani non s'intendevano della guerra, io gli risposi che i Francesi non s'intendevano dello stato, perchè, intendendosene, non lascerebbero venire la Chiesa in tanta grandezza

[21]. Busini, Lett. II.

[22]. Machiavelli, Dialogo sulla lingua.

[23]. Machiavelli, Principe, cap. XV.

[24]. Disc., lib. I, cap. 55.

[25]. Discorso per la riforma dello stato di Firenze a Leone X.

[26]. Disc., lib. 9, cap. I.

[27]. Disc., lib. I, cap. 10.

[28]. Principe, cap. XVII.

[29]. A maggior prova di questo si narra che Giulio II mandasse Pietro Oviedo, spagnuolo, al governatore di Cesena, che lo teneva pel duca, con uno scritto del Valentino, col quale gli si ordinava cederla. Il governatore rispose non potere obbedire agli ordini di un signore prigione, e meritare gastigo chi veniva pel suo disonore; per la qual cosa fece gettare l'Oviedo giù dalle mura. Tommasi, Vita di Cesare Borgia.

[30]. Principe, cap. VII; Tommasi, Vita di Cesare Borgia.

[31]. Principe, cap. VII.

[32]. Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo (Baglioni) e il duca di Gravina Orsini.

[33]. Principe, Cap. VIII.

[34]. Varchi, Storie, Tomo I.

[35]. Tommasi, Vita di Cesare Borgia.

[36]. Principe, cap. II.

[37]. Guicciardini, Storia d'Italia.

[38]. Varchi, Storie, tomo I.

[39]. Lord Nassau Clavering, conte Cowper e il cavaliere Alberto Rimbotti promossero ancora il monumento del Machiavelli in Santa Croce. Antonio Spinazzi scolpiva; il dottore Ferroni componeva la iscrizione famosa: Tanto nomini nullum par elogium. Merita di essere consultata sulla vita e gli scritti del Segretario l'opera recentissima del signore Artaud intitolata Machiavel, tomo II, presso Didot, Parigi, 1833. Quantunque io non partecipi affatto le sue idee intorno al mio eroe, riporto con piacere le sue parole, tomo II, pag. 494, dove, dopo di avere esaminato i diversi ritratti del Machiavelli e dimostrato come spesso lo abbiano confuso con quello di Lorenzo il Magnifico e più spesso con l'altro di Cosimo I, errore in cui cadde Morghen, e nel 1831 il Passigli nella sua edizione delle opere del Machiavelli in un solo volume, dice avere ristabilito il vero in testa del suo libro mercè il raro Ingegno del sig. Ruhierre, il quale espressa nell'incisione: «lo splendore igneo dello sguardo del nostro Fiorentino e quella specie di solenne impassibilità con la quale par che domandi ai secoli presenti che cosa aspettino da lui e per qual ragione tra tanti autori antichi e moderni sia stato scelto il suo nome, poi vilipeso e condannato a diventare una ingiuria plebea, un insulto spietato.» Alcuni fatti discorsi in questo capitolo dal Machiavelli avvennero qualche tempo dopo la sua morte.

[40]. Canzone citata nell'Alhambra di Washington Irving.

[41]. Filiberto fu ultimo germe maschio della famiglia degli Chalons; i suoi beni e i suoi titoli passarono alla sua sorella Claudia moglie di Renato conte di Nassau. Robertson, Vita di Carlo V, lib. V.

[42]. Modo da praticarsi contro i popoli ribellati della Val di Chiana.

[43]. Giannetto Donati, Vita di Francesco Ferrucci.

[44]. Si chiamava Marzocco il lione coronato, insegna del Comune di Fiorenza. Varchi, Storie.

[45]. Purg., canto XIV.

[46]. Vedi c. 1. Modo tenuto dal duca Valentino per ammazzare Vitellozzo Vitelli, ecc.

[47]. Vedi opera sopra citata.

[48]. Ammirato, Famiglie fiorentine; Machiavelli, Storie.

[49]. Busini, lettera XII. Parallelo fra Malatesta Baglioni e Francesco Ferruccio capitani dei Fiorentini. — Scrittura del tempo. — Codice Riccardiano. — 1826, pag. 2.

[50]. Busini, lettera XII.

[51]. Nerli, Stor., lib. XII.

[52]. Nell'opera intitolata — Assedio di Firenze, illustrata con inediti documenti, occorre un passo della lettera 51 di Carlo Cappello, ambasciatore veneto presso la Repubblica di Firenze il quale annunzia come le genti di Arezzo sarieno state la sera del 19 settembre 1529 a Firenze, però che avessero deliberato di lasciarlo, onde non tenere troppi presidii e trovarsi meno forti. Sul quale proposito l'Annotatore dottissimo osserva che per queste parole andrà meno odiosa ai posteri la fama dell'Albizzi; imperciocchè il modo di questo annunzio e il silenzio dello spavento che alla notizia si dice scombuiasse Firenze porgono testimonianza cotesto abbandono essere stato prescritto, non già volontario; la quale opinione gli viene confermata da non vedere ricordato Arezzo tra i luoghi che voleva leggere la Signoria nella lettera 58 del medesimo oratore. La memoria dei defunti è cosa sacra nè va tocca con leggerezza da cui sente la religione della storia; ma nè per le allegazioni delle lettere del Cappello nè per l'avvertimento del signore Albèri parmi deva punto alterarsi il giudizio da solenni storici contemporanei portato sopra il turpe fatto di Antonfrancesco. Esaminando diligentemente la corrispondenza intera, trovo che, essendo riuscito ai Fiorentini di tenere ferma la rôcca di Arezzo, quivi quanto più poterono si ressero (lett. 52); per la qual cosa viene fatto di domandare: se cessero la città, perchè serbarono la rôcca, che pure distraeva dall'esercito 300 fanti dei buoni? Ancora dalla lettera 53 e seguenti si cava che i Fiorentini urgevano i Veneziani affinchè movessero le loro genti da Urbino, le quali, unite a 4000 fanti mandati da Firenze, facessero prova di ricuperarlo; e se i Veneziani non si volevano muovere, la Signoria, come disposta a riavere Arezzo, spediva Andreolo Zati commissario in Casentino a levare gente e tentare la impresa. Ora, perchè tanto affanno a ricuperare quasi subito quello che si era abbandonato poco anzi spontanei? Arrogi che le prime notizie, per ordinario, non esperimentiamo le meglio sicure; nè il Cappello in tutto e per tutto concorda col Varchi, informatissimo narratore e pacato: di più, l'altro documento estratto dalla Riccardiana, messo dal medesimo signor Albèri in fondo del volume, dichiara: «Accordossi adunque il Malatesta con gl'imperiali e venne con le genti fiorentine verso Arezzo: la quale terra desiderando i nostri che fosse difesa per rompere la strada ai nemici, mostrò egli al Commissario tante difficoltà in tal cosa ch'egli deliberò abbandonarla, e così tutti vennero alla volta di Firenze; ma arrivati che furono a San Giovanni, ebbero commissione dai Dieci di mettere tanta gente in Arezzo che la difendesse.» Per ultimo, ella è arte consueta dei governi dissimulare o diminuire la fama delle cose infortunatamente successe: di ciò frequenti esempi nelle storie e in quella romana durante la seconda guerra punica preclari. Antonfrancesco Albizzi fu ottimate codardo di codesti tempi, che vale quanto moderato ai dì nostri: e con la sua infamia rimanga.

[53]. Arme del comune di Arezzo.

[54]. Varchi, Storie, an. 1529; Busini, lettera XII.

[55]. Armando Duplessis, cardinale di Richelieu, ministro di Francia sotto Luigi XIII, diceva che le donne e i preti non dovevano perdonare, perchè ciò in altri sarebbesi attribuito a virtù, in loro poi a debolezza.

[56]. Dante, Parad., c. XVI.

[57]. Però i brevi pontificii si dicono suggellati sub annulo piscatoris.

[58]. Filippo il Bello, mercè l'opera e i consigli di Musciatto Francesi cavaliere fiorentino e di Sciarra Colonna barone romano, prese Bonifazio VIII papa in Alagna. Invano questo pontefice vestì gli abiti sacerdotali, si pose maestosamente a sedere sul trono; ch'ebbe a soffrire i più crudeli oltraggi. Sciarra con la mano coperta dal guanto di ferro lo percosse sul volto. — Onde l'Alighieri esponendo quel caso scriveva:

Perchè men paia il mal futuro e il fatto,

Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso,

E nel Vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un'altra volta esser deriso,

Veggio rinnovellar l'aceto e il fiele,

E tra vivi ladroni esser anciso.

Purg., canto XX.

Il popolo di Alagna, che prima aveva tenuto mano alla sua cattività, lo liberò il terzo giorno: nondimeno fu tanto lo sdegno concepito che fra brevi giorni morì come arrabbiato, e fu adempita la profezia di Celestino, il quale disse ch'egli entrerebbe nel pontificato come una volpe, vivrebbe come un lione e morrebbe come un cane. Villani, Stor., c. 8.

[59]. Filippo padre di Carlo V nacque dell'imperatore Massimiliano e da Maria di Borgogna, unica figlia di Carlo il Temerario.

[60]. La corona di ferro, che si conserva a Monza, di fuori è composta d'oro e di gemme, dentro poi la circonda una lamina di ferro; dicono essere un chiodo di Cristo.

[61]. Robertson, Vita di Carlo V, lib. I.

[62]. Robertson, Vita di Carlo V, lib. XII.

[63]. Detto, loco citato.

[64]. Don Ferdinando di Alarcon ebbe in custodia Francesco I dopo la battaglia di Pavia e Clemente VII dopo il sacco di Roma.

[65]. Giorgio Frandesperg, luterano, scese in Italia nel 1526, con 15,000 fanti tedeschi ed una moltitudine di cavalieri; egli portava in seno un laccio d'oro per impiccare il papa, ed altri di seta cremesina all'arcione per impiccare i cardinali. Varchi, Stor.

[66]. Sismondi, Storia delle Repubbliche italiane, cap. CXV; Guicciardini, Stor., lib. XVI.

[67]. Nardi, Stor., lib. VI.

[68]. Alessandro de' Medici, scrive Lorenzino dei Medici, fu figlio di Lorenzo duca d'Urbino e della moglie di un vetturale nativa di Colle Vecchio, serva nata in casa dei Medici: aggiunge che Alessandro la fece avvelenare perchè i fuorusciti disegnavano torla da casa, dove lavorava la terra, per menarla a Napoli e mostrarla all'imperatore, onde vedesse da chi fosse nato colui il quale ei comportava che comandasse Fiorenza (vedi Apologia di Lorenzino de' Medici). Scipione Ammirato, Stor., lib, X, dice di avere ricavato da Cosimo I che Alessandro era figlio di Clemente VII e di una schiava africana. — Il suo colore oscuro, aggiunge il Boscone nella Vita di Lorenzo il Magnifico, tomo IV, i capelli ricciuti, le labbra tumide accrescono probabilità al racconto per parte della madre; e per quella del padre la predilezione che questi (cioè papa Clemente) gli ebbe sopra il cardinale Ippolito.

[69]. Luigi XI con lettere patenti del 1465, concede a son amé et fêal conseiller Pierre de Mèdicis di portare nella sua arma i fiordalisi in Francia. — Comines, Stor., tomo II, pag. 565.

[70]. Questa lega fu formata qualche tempo dopo.

[71]. Robertson, Vita di Carlo V, lib v, § 50, 51, ecc.

[72]. Giovanni d'Austria. Vedi Schiller, Guglielmo Tell.

[73]. Filippo II, Schiller e Alfieri.

[74]. Ciò avvenne nel 1526, all'epoca della lega santa. Robertson, lib. IV, § 58.

[75]. Carlo V fu il primo sovrano che assumesse nell'orgoglio del suo cuore il titolo di Maestà: fino a quel tempo i monarchi d'Europa avevano tolto quello di Altezza, o di Grazia.

[76]. Cap. XXIII.

[77]. Robertson, Sismondi, ec.

[78]. Cornelio Agrippa, De duplici incoronatione, in fine; Guicciardini.

[79]. Agrippa teneva sempre seco un cane nero a cui aveva imposto il nome di figliuolo. Alcuni sostenevano fosse il suo demonio famigliare. Alla fine dell'opuscolo De duplici incoronatione, scritto da Cornelio Agrippa, e da cui abbiamo tratto molti particolari intorno alla incoronazione di Carlo V, si leggono epigrammi ed epitafi composti da varii autori in lode di questo cane.

[80]. L'Estravagante unica di Giovanni XII riduce gli ufficii della campana a questi, contenuti nei seguenti versi barbari:

Laudo Deum verum, plebem voco, congrego clerum:

Defunctos ploro, pestem fugo, festa decoro.

[81]. «L'histoire des trois gros diamans pris à Granson Mérite d'être rapportée, et la renommée qu'ils ont eue, l'espèce de vanité attachée a leur possession, témoigneront quelle était la splendeur de ces princes de Bourgogne, dont les dépouilles se sont distribuées entre les rois, qui se les sont enviées et disputées a prix d'or. — Le plus beau, celui qui fut ramassé sous un chariot, fu revendux par le curé de Montagne à un homme de Berne au prix de trois ecus: plus tard un autre Bernois, nommé Barthélemi May, riche marchand qui faisait le commerce avec l'Italie, offrit a Guillaume de Diesbac un présent de quatre cents ducats en reconnaissance de ce qu'il lui avait fait acheter ce diamant pour cinq mille ducats. En 1482, les Gènois l'achetèrent sept mille ducats et le vendirent le double à Louis Sforce le More, duc de Milan. Après la chute de la maison de Sforce le diamant passa en la possession du papa Jules II pour vingt mille ducats. La grosseur est égale à la moitié d'une noix. Il orne la tiare du pape, etc.» (Barante, Storia dei Duchi di Borgogna, tomo XXI.) Egli erra: — quel diamante orna il bottone del piviale del papa. Vedi Vita di Benvenuto Cellini.

[82]. Varchi, Storia, lib. ultimo.

[83]. Marrano, parola spagnuola rimasta nella nostra lingua, significa in origine un ebreo che ostentava in palese di essersi convertito al cristianesimo ed esercitava in segreto l'antica religione.

[84]. Varchi, Storia, lib. XII.

[85]. Nella processione del venerdì santo il primo rabbino accompagnato da altri Ebrei aspettava il papa presso l'arco di Costantino, se non erro, dove piegava il collo sotto il piede pontificio. Adesso non si costuma più; anzi a mano a mano si accosta la probabilità del contrario, dacchè Rotschild da un punto all'altro può espropriare il pontefice del suo stato e farselo aggiudicare allo incanto: però nel secolo passato mi assicurano che si praticava.

[86]. Washington Irving, Storia di Cristoforo Colombo, lib. V.

[87]. «Leggesi che a Parigi fu uno maestro che si chiamava ser Lò, il quale insegnava loica e filosofia, e avea molti scolari. Intervenne che uno de' suoi scolari, tra gli altri arguto e sottile in disputare, ma superbo e vizioso di sua vita, morì. E dopo alquanti dì, essendo il maestro levato di notte allo studio, questo scolaro morto gli apparì: il quale il maestro riconoscendo, non senza paura domandò quello che di lui era. Rispuose che era dannato. E domandandolo il maestro se le pene dello inferno erano gravi come si dicea, rispuose che infinitamente maggiori, e che colla lingua non si potrebbono contare; ma ch'egli gliene mostrerebbe alcuno saggio. Vedi tu, diss'egli, questa cappa piena di sofismi, della quale io paio vestito? questa mi grava e pesa più che se io avessi la maggior torre di Parigi, o la maggiore montagna del mondo in su le spalle, e mai non la potrò porre giù. E questa pena m'è data dalla divina giustizia per la vanagloria ch'i' ebbi del parermi sapere più che gli altri e spezialmente di sapere fare sottili sofismi, cioè argomenti di sapere vincere altrui disputando. E però questa cappa della mia pena n'è tutta piena: perocchè sempre mi stanno davanti agli occhi a mia confusione. — E levando alto la cappa, che era aperta dinanzi, disse: Vedi tu il fodero di questa cappa? tutto è bracia e fiamma d'ardente fuoco penace, il quale senza veruna lena mi divampa e arde. E questa pena m'è data per lo peccato disonesto della carne, del quale fui nella vita mia viziato, e continuailo infino alla morte sanza pentimento o proponimento di rimanermene. Onde, conciossiacosachè io perseverassi nel peccato sanza termine e sanza fine, e avrei voluto più vivere per più potere peccare, degnamente la divina giustizia m'ha dannato, e tormentando mi punisce sanza termine e sanza fine. E o me lasso! che ora intendo quello che occupato nel piacere del peccato e inteso a' sottili sofismi della loica non intesi mentrechè vivetti nella carne: per che ragione si dea dalla divina giustizia la pena dello inferno sanza fine all'uomo per lo peccato mortale. E acciocchè la mia venuta a te sia con alcuno utile e ammaestramento di te, rendendoti cambio di molti ammaestramenti che desti a me, porgimi la mano tua, bel maestro. — La quale il maestro porgendo, lo scolaro scosse il dito della sua mano che ardea in su la palma del maestro, dove cadde una piccola goccia di sudore e forò la mano dall'uno lato all'altro con molto duolo e pena, come fosse stata una saetta focosa e aguta. — Ora hai il saggio delle pene dello inferno, disse lo scolaro; e urlando con dolorosi guai sparì. Il maestro rimase con grande afflizione e tormento per la mano forata et arsa; nè mai si trovò medicina che quella piaga curasse, ma infino alla morte rimase così forata: donde molti presono utile ammaestramento di correzione. E il maestro, compunto tra per la paurosa visione e per lo duolo, temendo di non andare a quelle orribili pene delle quali aveva il saggio, diliberò d'abbandonare la scuola e il mondo. Onde in questo pensiero fece due versi, i quali, entrando la mattina vegnente in iscuola, davanti a' suoi scuolari, dicendo la visione e mostrando la mano forata e arsa, rispuose e disse:

Linquo coax ranis, cra corvis, vanaque vanis.

Ad loycam pergo quæ mortis non timet ergo.

Io lascio alle rane il gracidare e ai corvi il crocitare, le cose vane del mondo agli uomini vani: e io me ne vado a tal loica che non teme la conclusione della morte, cioè alla santa religione. — E così, abbandonando ogni cosa, si fece religioso, santamente vivendo infino alla morte.» Passavanti, Specchio della vera penitenza, Distinz. III, cap. 2.

[88]. E gli fu fatto in piazza per pubblico editto una statua di marmo con questa iscrizione

andrei . auræ . civi . optimo . felicissimo
vindici . atque . auctori . publicæ
libertatis . S. P. L. I. posuere.

Segni, Storie, lib. II.

[89]. «Le discordie tra la plebe ed i nobili danno agio ad alcuna famiglia d'innalzarsi: le fazioni Fregose e Adorne spente: i Francesi scacciati da Savona; Doria liberatore: ma cotesta libertà è ridicola; cambiando capo, la costituzione rimane la stessa; nobili dovrebbero essere uguali davanti la legge, le distinzioni al merito ed alla virtù. Doria renda le navi, con le quali la salvò, e con le quali può ridurla serva.» — Foglietta, Della Repubblica di Genova, lib. I, pag. 60.

[90]. La statua del Doria era abbattuta nel 1797 dai repubblicani: la rialzò Napoleone. Carlo Botta, al lib. XXII della Storia d'Italia, declama: «Comandò si restituisse la statua di Andrea Doria: questo affronto mancava ad Andrea, atterrato dai Giacobini, rinnalzato da Napoleone I» Il popolo comprese per avventura il Doria meglio di questo storico.

[91]. Luigi Alamanni, nella satira 12, cantando di Venezia, diceva:

Se non cangi pensiero, un anno solo

Non conterà sopra il millesim'anno

Tua libertà che va fuggendo a volo.

La fortuna verificò la profezia: la elezione del primo doge fu fatta nel 797... Venezia cessò d'esser libera nel 1796, cioè un anno prima che la predizione del poeta spirasse.

[92]. «Prego don Giovanni di Luna, castellano, che mandi a tôrre del mio sangue dopo la morte e ne faccia fare un migliaccio, mandandolo a Cibo cardinale affine che si sazii in morte di quello che saziare non si è potuto in vita, perchè altro grado non gli manca per arrivare al ponteficato, al che esso tanto disonestamente aspira.» — Testamento di Filippo Strozzi.

[93]. Varchi, Storia, lib. XII. «Clemente comandò che fosse messo in una buia e disagiosa prigione in Castello Santo Angiolo, dove, ancorchè il castellano, il quale era messere Guido dei Medici vescovo di Centa, avendone compassione, lo accarezzasse da prima e s'ingegnasse di mitigare la iracondia del Papa, nondimeno dopo più e più mesi, stando nella inopia di tutte le cose necessarie, ed essendogli ogni giorno per commessione di Clemente stremato quel poco di pane e di acqua conceduti, non meno di sporcizia e di disagio, che di fame e di sete miserabilmente morì.» Di frate Benedetto fu traditore il Malatesta, che lo dette per giunta al tradimento di Firenze. La lettera dell'oratore Cappello tratta dalla Magliabechiana e stampata nell'Assedio di Firenze dall'Albèri a pagina 321 dichiara: «Con tutto che si fosse perdonato ad ognuno, Malatesta aveva ritenuto Benedetto da Fojano teologo e predicatore unico, e fra Zaccheria, ambedue dell'ordine di san Domenico, osservanti della congregazione della Toscana; il che aveva fatto per fare cosa grata al papa, per essere stati questi acerrimi nemici di Sua Santità e difensori con le predicazioni ed esortazioni del governo popolare di Firenze; e Malatesta aveva già cominciato a tormentare fra Benedetto.» Questo ho voluto notare, perchè la inverecondia pretesca, gettata giù buffa ai dì nostri, nega il paiolo in capo; e avvertasi che il povero fra Benedetto non fu mica eretico; tutto altro, zelantissimo cattolico ed «uomo, aggiunge il Varchi, oltre la grandezza e venustà del corpo, di molta dottrina e di singolare eloquenza, posto a tale croce unicamente per essersi mostrato figliuolo pietoso alla patria, quella appunto che il Papa e si scuopriva empio e crudele.»

[94]. In quel secolo credevano ai veleni capaci a produrre la pazzia. — Eustach. Rud., lib. 4, De morb. occult., cap. VI et seq.

[95]. «Papa Clemente, trovandosi senza danaro e senza reputazione, si partì tutto malcontento agli trentuno e lasciò i Bolognesi non troppo bene soddisfatti per un taglione che aveva loro posto; i quali però avendo in tanta frequenza di principi e di prelati vendute carissime eziandio quelle cose le quali erano soliti in altri tempi, non che dare a buona derrata, gettar via, avevano oltre il solito ripieno la loro città di contanti.» — Varchi, Storia, lib. XI.

[96]. Accrescitivo di avventare. Il Davanzali nelle postille al volgarizzamento di Tacito chiosando la voce lanciare scrive: «Avrei detto scaraventatevi; ma cappita! Il Muzio ci «grida.» Io però, che le intemerate del Muzio non temo, e parmi questa gagliarda parola, l'adopero bravamente senza scrupolo di coscienza.

[97]. Guicciardini, Storia, lib. XII. «Era Giulio, benchè nato di natali non legittimi, stato promosso da Lione nei primi mesi del pontificato al cardinalato, seguitando lo esempio di Alessandro VI nello effetto, ma non nel modo. Perchè Alessandro quando creò Cesare Borgia suo figliuolo fece provare per testimoni (che deposero la verità) che la madre al tempo della sua procreazione aveva marito; inferendone che secondo la presunzione delle leggi si aveva a giudicare che il figliuolo fosse più presto nato dal marito che dall'adulterio; in Giulio i testimoni preposero la grazia umana alla verità, perchè provarono che la madre della quale (fanciulla e non maritata) era stato generato, innanzi che ammettesse agli abbracciamenti suoi il padre Giuliano, aveva avuto da lui segreto consentimento di essere sua moglie.»

[98]. Guicciardini, Storia, lib. XV. «Il quale (il cardinale dei Medici) per una cedola di mano propria segretissimamente gli promesse l'uffizio della Vice-Cancelleria, che risiedeva in persona sua, ed il palazzo sontuosissimo il quale edificato già dal cardinale San Giorgio era stato conceduto a lui da papa Lione: donde acceso tanto più il cardinale Colonna indusse nella sua sentenza il cardinale Cornaro e due altri. La inclinazione dei quali come fu nota, cominciarono molti degli altri, tirati, come spesso interviene nei conclavi, da viltà o da ambizione, fare a gara di non essere ultimi a favorirlo.»

[99]. Varchi, Storia, lib. XII. «Papa Clemente temeva il concilio, sì perchè egli era illegitimamente nato, sì perchè era stato eletto con manifesta simonia, e sì ancora perchè, quando gli eserciti imperiale ed ecclesiastico erano sotto Firenze, aveva fatto bandire per tutto il mondo che egli non aveva mosso guerra alla sua carissima patria ad altro fine che per volervi introdurre, in luogo di uno scandaloso governo e tirannico stato» (allora non correva l'andazzo delle parole demagogo, anarchico, mazzinista, ec.), «un pacifico e civilissimo governo» (la parola civile aveva corso anco a cotesti tempi); — «di poi veggendosi per gli effetti tutto il contrario, ed avendo usato una grande inumanità nel vendicarsi e non avere mantenuto i patti, stava con grande e ragionevole sospetto di non dovere essere, celebrandosi un legittimo concilio, rimosso dal papato.»

Questo accadeva trecentoventisei anni fa: ma da cotesti tempi a oggi quanta enorme disparità negl'intenti, nella fede, nei costumi, nel reggimento, nella misericordia dei pontefici!

[100]. Egli ebbe la testa mozza da Cosimo I. Vedi passim.

[101]. Le genti di Coluzzone offersero un solenne ringraziamento alla Madonna per la guarigione del Malatesta, tornato a casa ferito nel 1512. Una tavola esprime il fatto di presente conservata dai signori conti Baglioni. Malatesta sta in letto adagiato: dirimpetto è la Vergine fra le nuvole, Gesù in grembo circondato da serafini, cherubini, ecc., prostrato a terra un coro di ventiquattro donne in atto di pregare. Inoltre vi si legge questa epigrafe:

Coluzonis. incolæ. divæ. Mariæ. consolatrici, ob, Malatestam. Balionum. principem. Benemeritum. e. media. morte. restitutum. ad. vitam. dum. vulnera. laudem. perpetuam. paritura. tulit.

[102]. Modo basso che significa morire.

[103]. Dante, Inferno.

[104]. «Qua sono venuti certi da Milano e da Cremona che hanno fatto tale relazione degl'imperiali, così spagnuoli come tedeschi, che non ci è nessuno che non volesse piuttosto il diavolo che loro.» Lettera di Francesco Vettori a Nicolò Machiavelli.

[105]. «Liberate diuturna cura Italiam, extirpate has immanes belluas quæ hominis, præter faciem et vocem, nihil habent.» — Lettera di Nicolò Machiavelli, parlando degl'imperiali.

[106]. «Vettorio di Buonaccorso Ghiberti nepote di Lorenzo di Bortoluccio, il quale lavorò le porte di bronzo di San Giovanni, dipinse nella facciata della casa Medici in via Larga papa Clemente in abito pontificale e col triregno in testa su la scala delle forche; Nicolò della Magna a guisa di giustiziere gli dava la pinta, Iacopo Salviati a uso di battuto gli teneva la tavoluccia sugli occhi, e l'imperatore a sedere con una spada ignuda in mano che in sulla punta aveva scritto queste parole: Amice, ad quid venisti?» — Varchi, Storia, tomo III, pag 281.

[107]. Questo insetto è di Cuba e si chiama Nigua. Un frate, per farlo conoscere in Ispagna, se lo inoculava, se non che prima di giungere a Cadice tanto s'ingrossò che aveva quasi divorato il frate. Però convenne gittarli in mare ambedue. — Requiescant in pace. — Viaggio all'isola di Cuba di Eugenio Nev.

[108]. Varchi, Storia, lib. X. Vedi la bellissima orazione di Lamberto Cambi in proposito.

[109]. Segni, Storia, lib. III.

[110]. Pietro Aretino era amico strettissimo di Giovanni dalle Bande Nere: cotesto uomo, comunque brutto di mille vizj, sappiamo avere avuto anima capace di amare e di sentire amicizia. — Vedasi nella Revue des deux mondes una sua biografia, degna di essere consultata anche dagl'Italiani.

[111]. Pubblicata ch'io ebbi quest'opera, si ridestò fra miei un'alba di amore per le cose patrie. Indi in vari scritti poi furono visti comparire intorno ai fatti toccati in questa Iliade di un popolo oggimai scomparso dal mondo: fra gli altri ricordo un opuscolo breve di mole sopra il caso della Lucrezia Mazzanti, dove mi si movevano parole piuttosto acerbe per essermi dilungato soverchiamente dalla storia; e non è vero: la storia fu alquanto resa più vaga per cagione della estetica persuasa in opere di siffatta maniera; ad ogni modo, uso per natura e per consiglio a lasciare correre i giudizi sopra di me e le cose mie, non ispenderò altre parole, soddisfatto da questo, che il mio libro valse a fare viva la memoria di magnanimi defunti ormai cascata in dimenticanza, ed opera che, vergognando dell'obblio, ponessero a Lucrezia Mazzanti, una lapide commemorativa sul ponte della Incisa. Troppo più l'anima mia sarebbe stata paga, se con la memoria dei nomi avessi potuto suscitare la virtù necessaria ad imitare i fortissimi esempi dei padri nostri. Ahimè! tanto non possono i libri, o non lo possono soli. La iscrizione posta sul ponte alla Incisa dice così:

MDXXIX — Lucrezia de' Mazzanti — Donna d'alto cuore — Plebea — Dagli amplessi aborrendo — Di soldato alla patria nemico — Inviolata — Annegossi — Nè a lei — Maggiore dell'altra Lucrezia — I tempi consentirono un Bruto — E la Repubblica Fiorentina — Periva — Questa memoria — Dopo CCCXIX anni — Antonio Brucalassi poneva.

Pietro Contrucci ne fece un'altra men bella, a parere mio, ed è questa:

Lucrezia Mazzanti — Anzichè da brutale soldato nemico — Patire vituperio — Si annegava nell'Arno — O fortunata! — Che a Dio rendesti — Pura l'anima, intemerato il corpo — E lasciando sì alto esempio alle femmine — Sfuggisti ai mali — Che disertarono la tua Fiorenza.

Peggiore di tutte quella di Benedetto Varchi dettata in latino, nella quale, dopo avere narrato che Lucrezia venuta a galla tre volte, tre volte si ricacciò sotto, conclude che la Lucrezia romana rimase svergognata e morì una volta, mentre l'etrusca morì tre volte e scampò la vergogna. — Grullerie manifeste!

[112]. Vedi il Prometeo di Eschilo.

[113]. Boccat., De genealogia deorum, l. 5.

[114]. De sapientia veterum, pag. 310, § 26.

[115]. Evang. Math., C. 5.

[116]. Job. c. 13.

[117]. Hypercalypsis Didymi Cler., c. 13.

[118]. Ecclesiastes, c. 3.

[119]. Evang. secundum Joan., c. 18.

[120]. Segni, Storie, lib. III.

[121]. Statua mirabilissima di Donatello, situata nel campanile del Duomo di Firenze: così venne chiamata perchè del tutto calva. Vasari, Vita di Donatelli.

[122]. Gli è questo un proverbio antico di Firenze, nato da questo, che, per essere la chiesa di ser Umido in quartiere povero, quando vi ricorreva il perdono, copia di popolo si accalcava a baciare la reliquia, ma non lasciava quattrini.

[123]. Questo fatto con altri è riportato dal Nardi; uno simile ne racconta il Varchi.

[124]. Nerli, cap. 4.

[125]. Che frate Girolamo, comunque innocente, sia stato impiccato ed arso a istigazione di papa Alessandro VI, OGNI UOMO SA: che trovato senza colpa intendevano assolverlo, ma il commissario pontificio gli ponesse il capestro al collo dicendo: Un frataccio di più o uno di meno, importa poco: vadano pur tutti e tre, SANNO MENO; che fino alla metà del secolo passato nel dì 23 maggio, anniversario della sua morte, si trovasse nella piazza della Signoria, al luogo dov'ebbe supplizio, la fiorita, o fiori diversi sparsi per la terra, NESSUNO SA. Nuovo segno di progredimento del secolo nei costumi servilmente civili e frivolmente politi. Vita e opere del Savonarola, edizione di Pisa.

[126]. Varchi, lib. X. Agli esempi antichi i casi recenti della patria nostra vengono ad aggiungerne altri funestissimi e forse del pari per la esperienza perduti, attesa la prosuntuosa ed ignorante avventatezza di coloro ch'io non so se mi abbia a chiamare amici o piuttosto nemici della libertà.

[127]. Discorso sulla forma del governo di Firenze.

[128]. L'Ulloa, lib. II Vita di Carlo V, afferma che parlassero con Cesare; — lo nega il Varchi. Il secondo come testimonio oculare, doveva essere meglio informato del primo.

[129]. Buffoni, uomini di corte. — Perchè fu UOMO DI CORTE, cioè BUFFONE. — Vita di Cola di Rienzo, tomo I, pag. 69. — Beata l'antichità! almeno allora le cose si chiamavano dai propri loro nomi, e si diceva al pane pane, al sasso sasso: oggi è diverso, gli uomini di corte non si chiamano più buffoni, ma ciambellani, maggiordomi, ec. ec.: la parola ha cessato di essere dimostrativa.

[130]. Varchi, lib. X.

[131]. Vedi Boccaccio, Novella del frate Cipolla.

[132]. Modo volgare che significa da mandare in galera.

[133]. Modo volgare che significa forca.

[134]. Morbo pediculare, per cui tra i molti perirono Silla Felice e Filippo II di Spagna.

[135]. Anco secondario il predetto Cola ammoniò i rettori e 'l popolo a lo ben fare per una similitudine la quale fece pignere nel palazzo di Campidoglio nanti 'l mercato, ne lo parete fuora, sopra la camera; pinse una similitudine in questa forma. Era pinto un grandissimo mare, le onde orribili e forte turbate; in mezzo a questo mare stava una nave poco meno che soffocata, senza timone, senza vela. In questa nave, la quale per pericolare stava, ci era una femmina vedova, vestita di nero, cinta di cingolo di tristezza, sfessa la gonnella da petto, scapigliati li capelli, come volesse piangere; stava inginocchiata, incrociava le mani piegate al petto per pietade, in forma di pregare che suo pericolo non fosse: lo soprascritto dicea: Questa è Roma. Attorno questa nave, da la parte di sotto nell'acqua, stavano quattro navi affondate, le loro vele cadute, rotti li arbori, perduti li timoni. In ciascuna stava una femmina affogata e morta. La prima avea nome Babilonia, la seconda Cartagine, la terza Troia, la quarta Gerusalemme. Lo soprascritto diceva: Queste cittadi per la ingiustizia pericolaro e vennero meno. Una lettera esciva fuora fra queste morte femmine e diceva così:

Sopra ogni signoria fosti in altura,

Ora aspettiamo qua la tua rottura.

Dal lato manco stavano due isole. In una isoletta stava una femmina che sedea vergognosa, e diceva la lettera: Questa è Italia; favellava questa e diceva così:

Tollesti la balía ad ogni terra,

E sola me tenesti per sorella.

Nell'altra isola stavano quattro femmine colle mani a le gote e a li ginocchi, con atto di molta tristezza, e diceano così:

D'ogni virtude fosti accompagnata,

Ora per mare vai abbandonata.

Queste erano quattro virtudi cardinali, cioè Temperanza, Giustizia, Prudenza e Fortezza. Da la parte ritta stava un'isoletta, e in questa isoletta stava una femmina inginocchiata: la mano distendeva al cielo come orasse; vestita era di bianco, nome aveva Fede Cristiana: lo suo verso dicea così:

O sommo patre, duca e signor mio,

Se Roma pêre, dove starò io?

Ne lo lato ritto della parte di sopra stavano quattro ordini di diversi animali co' le sue ale, e tenevano corna a la bocca e soffiavano come fossino venti li quali facessero tempestate al mare, e davano aiutorio a la nave che pericolasse. A lo primo ordine erano lioni, lupi e orsi; la lettera diceva: Questi sono li potenti baroni e rei rettori. A lo secondo ordine erano cani, porci e caprioli; la lettera diceva: Questi sono li mali consiglieri seguaci de li nobili. A lo terzo ordine stavano pecoroni, dragoni e volpi; la lettera diceva: Questi sono li falsi officiali, giudici e notarii. A lo quarto ordine stavano lepori, gatti, capre e scimmie; la lettera diceva: Questi sono li popolari latroni, micidiali, adulteratori e spogliatori. Nella parte di sopra stava lo cielo; in mezzo la Maiestade Divina come venisse al giudizio; due spade l'escivano da la bocca di là e di qua; dall'uno lato stava santo Pietro, e dall'altro santo Pavolo ad orazione. Quando la gente vidde questa similitudine di tale figura, ogni persona si meravigliava.

Vita di Cola di Rienzo, trib. del pop. rom., l. 1, c. 2.

[136]. Albero dell'isola di Cuba che dà morte con l'ombra.

[137]. «E Orange, benchè cogli oratori che erano appresso a lui detestasse senza rispetto la cupidità del papa e la ingiustizia di quella impresa, nondimeno, ecc.» — Guicciardini, Storia, lib. XIX.

[138]. Gen., cap. VI.

[139]. Il Lastri scrive essere stato pensiero di certo maestro Antonio, frate di san Francesco il quale spiegava la Divina Commedia in Santa Maria del Fiore, di farvi collocare il ritratto di Dante per ricordare ai suoi concittadini che recuperassero dai Ravennati le ossa di quel grande e gli facessero onore; — cita il ms. di Bartolomeo Ceffoni nella Riccardiana. — Anche di presente il quadro pende in quel medesimo posto.

[140]. Vedi, in proposito di questo trattato, Varchi, lib. X. pag. 161. — Qui giova riportare in brevi detti quanto occorre a pag. 103 dei documenti intorno allo assedio di Firenze raccolti dall'Alberi. — Filiberto di Chalons principe di Orange, nel quale si spense la famiglia, avendone redati i diritti e i titoli la sorella maritata in casa Nassau, aveva partecipato alla congiura del Borbone, e con lui erasi salvato fuggendo a Carlo V. Morto a Roma il Borbone, egli fu capitano dello esercito di quello e vicerè di Napoli. Pare che i suoi disegni sopra Firenze non si accordassero con quelli del Papa, e non è mancato chi ha voluto vedere nei colpi che lo ammazzarono a Gavinana la mano dei sicarii di Clemente. Cosa certa è che, professandosi egli obbligato ai comandamenti di Cesare, protestava contro l'animo del pontefice in cotesto assedio, ed è fatale, come attesta il Busini, per confessione di Baccio Marucelli, che la madre sua, scrivendogli, lo supplicasse di levarsi da quella impresa come ingiusta e perchè vi capiterebbe male.

[141]. Guicciardini, Storia, lib. VI.

[142]. Gioacchino di Cambray recita che Girolamo da Morone, dopo che fu cancelliere di Melano, aveva un anello che parlava, ovvero più tosto un diavolo. — Bodino, Dæmonomania, lib. II.

[143]. Segni, Storia; Busini, Lettere.

[144]. Segni, Storia, tomo I, pag. 259.

[145]. Vita di fra Girolamo, estratta dal Pignotti, pag. 37.

[146]. Varchi, Storia, lib. XI, pag. 45.

[147]. Lastri, tomo IV, pag. 16; Leggi suntuarie.

[148]. Varchi, Storie, lib. X, pag. 195; Dizionario infernale.

[149]. Il monastero di Sant'Egidio fu fondato nel 1288: vi si seppellirono circa 918 morti per anno.

[150]. Enrico Heïne nel libro di Lazaro, dettato da lui sul letto del dolore dove giacque lungamente infermo di malattia insanabile, così si esprime: «Perchè il giusto si strascina lacero e sanguinoso sotto il peso della croce, mentre il tristo col cuore pieno di superbia si pavoneggia sul poderoso destriero? A cui la colpa? Non è onnipotente il Signore? od egli nel suo senno ordinava così? Queste domande reitera l'uomo indefessamente a sè stesso finchè non gli venga chiusa la bocca con un pugno di polvere. Ma, da galantuomini, vi par ella cotesta risposta decente?» Questi concetti voglionsi considerare come stridi di anima inasprita dalle tribolazioni, e nulla più; nebbia di dolore che ogni aura di conforto porta via.

[151]. Vedi nota dell'edizione di Roma a pag. 140 della Vita del Buonarroti scritta dal Vasari.

[152]. Vedi nota di monsignor A. F. Gori al § 41 della Vita di Michelangiolo scritta da Ascanio Condivi.

[153]. A. Condivi, Vita di Michelangiolo, § 65, Vasari, Vita di Michelangiolo.

[154]. Condivi e Vasari.

[155]. Condivi.

[156]. Vasari, Vita, ecc.

[157]. Fu insigne la malafede dei Veneziani in danno dei Fiorentini, e documento grande nelle presenti condizioni d'Italia: astio o viltà che gli movesse, pensarono i Veneziani far parte da sè stessi, e gli altri e loro finalmente precipitarono. La corrispondenza dell'oratore Cappello in più luoghi chiarisce com'egli si sbracciasse a tutto uomo a tenere fermi i Fiorentini nella lega co' Veneziani, mentre questi della costanza degli alleati valevansi per ottenere patti migliori da Carlo V: e siccome il Cappello assai diritto uomo era, lasciavanlo senza istruzioni per potere poi disapprovarne l'operato secondo capitava. Arti inique e antiche nè tali che vogliano smettere gli uomini di stato; almeno per ora. Più tardi i Veneziani scusaronsi incolpando Firenze di avere la prima mandato ambasciatori a Cesare, ma e' fu pretesto, conciossiachè l'ambasceria non aveva concluso nulla, e i Veneziani lo seppero, e ciò nonostante quasi ogni giorno gli andavano confortando con la promessa di soccorsi grossi e spediti; volersi mettere a repentaglio di ogni fortuna per sostenere in Firenze la libertà della Italia: insomma i Veneziani tradirono quanto Francia o Ferrara. Queste cose sappiano gl'Italiani, le sappiano, le deplorino ed imparino a camminare diritto nei nuovi casi che loro allestisce la provvidenza: non adoperandoci giudizio, il meno che può andarne è di trovarci per un altro mezzo secolo in balia degli stranieri e dei preti.

[158]. Altra piaga d'Italia (e, ahimè! se ne annoverano più di cinque) allora come ora questi piccoli principi; ed in oggi peggio, perchè stranieri; gli stati o i popoli in mano a loro, poderi e armenti da sfruttare. Grave sempre la tirannide, ma meno incomportabile la paesana: in questa il principe sta attaccato al paese come alla terra che lo ha a nutrire e a tumulare; nell'altra il principe mette tutto in tasca, vive in piedi e col bastone in mano come una volta gli Ebrei il dì di Pasqua. La Italia dalla forza nemica, dal senno poco, dalla voglie scomposte, stette divisa col consiglio medesimo col quale si sminuzza il cuore davanti l'uccello di rapina onde se ne pasca; qual sia l'uccello di rapina nostro non importa dire, e per di più ha due becchi.

[159]. Nardi, lib. VIII.

[160]. Samuele, lib. VIII.

[161]. Math, cap. 7.

[162]. Id. cap. 23, 24.

[163]. Quella orazione in parte è tolta da quella che recitò Baccio Cavalcanti e in parte da un frammento di predica di fra' Girolamo Savonarola.

[164]. Ammirato, Famiglie fiorentine, dove cita l'autorità del Verini.

[165]. Dante, Purg., VI:

Quivi pregava con le mani sporte

Federico Novello, e quel da Pisa

Che fe' parer lo buon Marzucco forte.

Marzucco degli Scoringiani fu da Pisa, ed essendogli stato morto a ghiado il suo figliuolo Farinata, si rese frate minore dopo avere baciata la mano dell'omicida in segno di umiltà e di perdono.

[166]. Fu fatto decapitare da Lione X in castello l'11 giugno 1512; ignota la causa o dubbia: stando tra Malatesta e il Medici il sangue del padre, i Fiorentini crederono averlo fedele, e crederono male. Machiavello di già aveva insegnato che gli uomini la strage paterna perdonano, la perdita degli averi di rado o mai; in ispecie uomini come fu il traditore Baglioni.

[167]. Margutte nel Morgante del Pulci.

[168]. Varchi, Storie, cap. 11, pag. 28.

[169]. Eugenio Ney, Viag.

[170]. Questa statua si conserva nella galleria di Firenze.

[171]. Confess., lib. 1, cap. 19.

[172]. Questo cannone è stato distrutto perchè aveva l'anima torta; ne conservano nella fortezza di San Giovanni il calcio, il quale rappresenta la testa d'un mostro immaginario. Lastri, Osserv. fior., tomo III. pag. 82. — Nè sarà vano notare come i grossi cannoni chiamati alla Lancaster, di cui fecero molto uso nella ultima guerra taurica, non sono, secondochè vantano, trovato moderno, bensì invenzione antica, ed ebbero nome di basilischi; portavano cento e più libbre di palla e la spingevano fino a tre miglia lontano. Si tralasciarono perchè non imberciavano il tiro, nè ai nostri tempi questo difetto sembra avessero emendato.

[173]. E perchè il fallimento fosse in orrore, come conveniva in città mercantile, si faceva ai cessanti battere il deretano in mezzo della loggia di Mercato Nuovo. Lo stesso genere di pena costumavasi altrove e nominatamente in Lione. Il Migliore cita a questo proposito le parole di Guido papa, che scrive i mercanti di Firenze pagare i loro falli ostendendo pudenda et percutiendo lapidem culo. Il Lippi alludendo a quest'uso nel suo Malmantile finge trovar nell'inferno quelle

Donne che feron già per ambizione

D'apparir gioiellate e luccicanti,

Dare il culo al marito in sul lastrone.

Nota anti-romantica. Vedi Lastri, tomo IV, pag. 100.

[174]. Da tempi remotissimi fino ai dì nostri ci chiarisce la storia come gli uomini vendutisi agli stipendi d'un despota, ponendo giù la naturale indole, assumano quella di bestie: così tacendo la lugubre serie delle immanità recentemente commesse in Italia, giovi rammentare Carlo Zima di Brescia impeciato ed arso, come si costuma ai topi, dall'efferata soldatesca. Cotesto infelicissimo, comechè debole di forze, si avventò al collo di uno dei suoi carnefici e tanto il tenne avvinghiato con supremo sforzo che, nonostante gli argomenti per levarglielo di sotto, ebbe a morire nelle fiamme che aveva acceso pur egli. — Questo ricordi la gioventù italiana.

[175]. Storia della casa Bartolini, compilata dal p. Ildefonso Giusti, pag. 339. — Discorda il Varchi, lib. 11, pag. 89.

[176]. Math., cap. VI, v. 6.

[177]. Robertson, Vita di Carlo V, cap. II.

[178]. Apoc., cap. I, v. 16.

[179]. L'iniquo giuoco del lotto.

[180]. Così è: anco i Sanesi, dopo avere affermato volere correre una medesima fortuna co' Fiorentini e tentennato perfino più volte, ora richiamando, ora restituendo l'oratore presso la Signoria di Fiorenza, all'ultimo si chiarirono nemici e mandarono questi ed altri soccorsi al principe in campo. La corrispondenza del Cappello rammenta anco 8 pezzi grossi di artiglieria. In cotesti tempi maladetti gl'italiani, o per castigo di Dio, o per feroce stupidità propria, indifferenti o lieti dei mali dei loro fratelli, o alla scoperta avversi, operarono in modo che gli stati nostri cascassero uno dopo l'altro in potestà degl'imperatori di Austria come gli uccelli in bocca al serpente di Calcante. Egli è da sperarsi adesso che dopo trecento e ventisei anni facciano senno gli Italiani? Signore, grave cosa non domando nè forte dalla tua misericordia. La libertà di Siena più tardi spense Cosimo I, e ben le stette: furono quelli i meritati premii della tirannide ch'ella aveva per parte sua contribuito a fondare a Firenze.

[181]. Varchi, Stor., lib. 10.

[182]. S. Math.

[183]. Arte della guerra, lib. I.

[184]. A Provenzano Salvani fu fatto prigioniero un amico dal re Carlo nella rotta di Tagliacozzo, ed essendogli posta addosso la taglia di diecimila fiorini d'oro, egli, povero di beni di fortuna, comechè superbissimo, per mettere insieme la somma, pose un tappeto sopra la piazza di Siena e supplicava i cittadini a soccorrerlo.

Egli, per trar l'amico suo di pena

Che sostenea nella prigion di Carlo,

Si condusse a tremar per ogni vena.

Dante, Purg., c. 10.

[185]. L'arme Antinora è spartita per traverso; la metà inferiore fa campo d'oro, la metà superiore fa scacchi azzurri e d'oro.

[186]. Vedi novella 9, giornata VI, del Decamerone.

[187]. Cosiffatti matrimonii fra nobilea spiantata e plebe bruttamente diviziosa Napoleone costumò chiamare: letame sparso su terra spossata per darle vigore. Di qui la nobilissima plebaglia, o la plebeissima nobiltà dei tempi miei, più che in ogni altra città italica, annidiata in Firenze. Centauri pretti, di cui più che la metà è bestia di certo, nè quello che avanza, in coscienza, può dirsi uomo.

[188]. Judic., c. 3, 20, et passim.

[189]. Discorso del Carducci. Vedi Varchi, Storia, libro XI. pag, 35

[190]. Varchi, Storia, libro X.

[191]. Ammirato, Famiglie fiorentine.

[192]. Il Ferruccio nella lettera II pubblicata nella Dispensa 42 dello Archivio storico italiano, chiama il Soderini: animaletto fastidioso. Il Ferruccio cadde prigione a Napoli mentre militava con le Bande Nere in aiuto del Lautrech essendo infermo. — Il Varchi scrisse Antonio da Gagliano avergli imprestato i danari del riscatto, ed altri egli aggiunse esserne rimasto sempre debitore; l'una cosa e l'altra non vera, ma la seconda infame: più tardi gli astiosi della virtù del Ferruccio gli apposero essersi giocati i danari fornitigli per la taglia; ma Filippo Sassetti nella vita del Ferruccio dichiara: «crederei bene piuttosto che, in cambio di averli convertiti in liberare sè, averne a questi effetto accomodato altrui; non avendo ritratto ch'ei fosse al giuoco inclinato, ma senza cura veruna di sè stesso, quanto toccava all'interesse dei danari là dove il bisogno degli amici lo ricercasse.» — Ma veramente Tomaso Cambi fu quegli che tenendo banco a Napoli lo riscattò. Dalle lettere di Francesco Ferrucci ai Dieci di Libertà e Pace, segnatamente dalla 43, si ricava che pagò di taglia 350 ducati «nè mai, egli aggiunge, ho trovato homo che dica di volermi ricompensare come saria stato iusto, ec., perchè io non sono homo da piangere alli piè di persona: più presto mi sono volsuto stare con il danno ricevuto che parlarne.» Per le quali cose egli domanda rifarsi su di messer Piergiovanni Piloso gentiluomo di Cagli commissario imperiale preso nella espugnazione di Samminiato.

[193]. L'arme Soderina fa tre teste di cervo d'argento in campo rosso: talvolta aggiungono la impresa della Chiesa, le chiavi d'oro; tale altra l'aquila imperiale.

[194]. Il frate aveva questo soprannome.

[195]. Anacronismo. — L'acquetta fu trovata dopo; vedi il Destino.

[196]. Varchi, Storia, lib. x.

[197]. Varchi, Storia, lib. X.

[198]. Varchi, Storia, lib. X.

[199]. Acta Apost. capo XVII, verso 25-29. — San Paolo, che se ne doveva intendere, dice proprio così: «Iddio, che fece il mondo e le cose che in esso sono, — non abita in tempii manufatti; — non dobbiamo credere che le sculture di arte e di concetto umano effigiate in oro, argento o pietre si assomigliano a Dio.» Non si sa comprendere come Roma non abbia messo ancora San Paolo all'indice.

[200]. Varchi, Storia, lib. IX; Lasca, Novella V, cena I.

[201]. Varchi, Storia, lib. I.

[202]. Varchi, Storia, lib. X.

[203]. Giac. Malespini, cap. 221.

[204]. Malespini, loc. cit.

[205]. Con patente del 21 febbrajo 1524, fu mandato Zanobi Bartolini a Pistoja nella qualità di capitano o commissario a riordinare la città perturbata dalla fazione Panciatica e Cancellieria. Il Salvi, Hist., tomo III, pag. 95, tale ci dà ragguaglio del suo governo: «Egli si accinse ad esercitare giustizia rigorosissima, e andando innanzi e indietro per la città recava gran terrore a tutti, avendo sempre seco trenta fanti armati di alabarda e trenta archibusieri (cosa non mai usata da altri) e quando egli non aveva per le mani alcuno da castigare e punire, mandava a pigliare qualche mugnaio e facevalo per man di boia impiccare, senza ricercare la cagione, e soleva dire spesso che mugnai, macellai o notai tutti son ladri; e questo faceva per dar terrore alla gente e tenere a freno i Pistoiesi per natura dispostissimi alle brighe!!!» Storia della casata Bartolini Salimbeni di fra' Ildefonso, pag. 381.

[206]. Condivi, Vita di Michelangiolo. Questo quadro non ebbe il duca, perchè mandandolo a prendere un suo gentiluomo, costui nel vederlo disse: Oh questo è poca cosa. Onde Michelangiolo sdegnato lo cacciò via e regalò il quadro al Mini suo creato.

[207]. Vasari, Vita di Michelangiolo.

[208]. Il breve di papa Clemente per la stampa delle opere del Machiavelli data dal 1531.

[209]. Nota 60 del Manni al Condivi.

[210]. Questo Dante col Commento del Landino aveva un palmo di margine ed era tutto pieno di mirabili figure di mano del Michelangiolo; si perse presso Civita Vecchia nel naufragio di una barca che lo trasportava a Roma. Vedi Nota dell'ediz. di Roma al Vasari, pag. 163.

[211]. Il difetto di questo danaro fece posare in Romagna il Carnesecchi e, com'egli scrive Dieci, «di lione lo mutò in lepre, perchè senza il denaro, ch'è il nervo della guerra, non si può far niente.» Assedio di Firenze, pag. 271. E sì che a tutti parve mandato da Dio per essere quasi un secondo Ferruccio.

[212]. Borghini, Arme delle famiglie fiorentine, pag. 149.

[213]. Varchi, Storia, lib. X; Vasari, Vita di Andrea.

[214]. Vasari, nota dell'edizione di Roma. Alfredo di Musset ha scritto un dramma sopra Andrea del Sarto, e invito a leggerlo i miei lettori italiani.

[215]. Josuè, cap. X, v. 14.

[216]. Dante, Inferno, canto XXVII; il cristiano fu Guido da Montefeltro; il papa Bonifazio VIII.

[217]. Nardi, Storia, lib. VIII. Ed è fatale che la madre sua, come attesta il Busini per confessioni di Bacio Maruccelli, gli scrivesse di levarsi da quella impresa perchè era ingiusta e vi capiterebbe male. Assedio di Firenze, pag. 108.

[218]. Varchi, Storia, lib. X; Nardi, Storia, lib. VIII.

[219]. Nardi, Stor., lib. VIII, pag. 216.

[220]. Donato Giannotti, Vita di Francesco Ferruccio.

[221]. Storie, lib. X.

[222]. Ricord. Malisp., Stor., cap. 76.

[223]. Nella lettera del Ferruccio ai Dieci del 26 ottobre 1520, con la quale annunzia la presa di Castelfiorentino, occorrono queste parole notabili: «Infra li prigioni v'è uno gentile homo napolitano et certi altri ricchi di Castelfiorentino, che sto fra due di appiccarli: che certamente meritano maggiore punizione gli subditi nostri che sono contro alla città, che li soldati che vengono ad oppressare quella.»

[224]. Vedi con quanta stupenda parsimonia ragguaglia il Ferruccio i Dieci di Libertà e Pace, lettera 38, di questa fazione su la quale spesero molte e generose parole, secondo che merita, il Varchi, Storie, tomo II, e gli altri storici. Notabile è questo, che il Ferruccio nella breve lettera dimenticata perfino di annunziar la prigionia del castellano spagnuolo onde per via di proscritto aggiunse: «Mi ero scordato di dire alle Vostre Signorie quel che più vale: che in la fortezza di Saminiato si è preso un commissario spagnuolo mandato dal principe per patrone a Saminiato: el quale tengo presso di me per farne la volontà di quelle.»

[225]. Varchi, Storie, lib. XI.

[226]. Il Ferruccio con lettera del 7 novembre 1529 conforta il commessario Tosinghi della sua mala ventura con garbo singolare: «Per la vostra intendo voi essere ritornato in Pisa con le bande, et del non avere obtenuto Peccioli, et di esserne feriti et morti alquanti. È usanza di guerra. Basta solo avere inteso che le fanterie nostre hanno facto el debito; et del resto non si ha a tenere conto alcuno.»

[227]. Queste diverse zuffe avvennero a Marti, a San Romano e a Montopoli; riunite in una le trasporto sopra un terreno diverso.

[228]. Varchi, Storie.

[229]. Varchi, Storie.

[230]. Strana cosa: questo sviscerato amore delle meretrici per la patria occorre nelle storie. Quando Serse minacciò gli estremi danni alla libertà della Grecia, tutte le meretrici greche recaronsi a Corinto per propiziare Diana. — Donde avviene questo? Avviene perchè ogni anima non cade mai tanto basso che non senta la necessità di risorgere; e a tale intento si agguanta a qualunque canapo le venga offerto dalla fortuna.

[231]. Diario del Monaldi in fine delle Storie pistolesi.

[232]. Ruberto monaco, Stor., lib. V.

[233]. Hans Werner.

[234]. Tasso, Sonetto.

[235]. Luca XXIV, v. 27.

[236]. Varchi, Storie.

[237]. «Leggesi scritto da Elinando che nel contado d'Universa fu un povero uomo il quale era buono, e che temeva iddio, et era carbonaio, e di quell'arte si vivea. E avendo accesa la fossa de carboni una volta e stando la notte in una sua capannetta a guardia dell'accesa fossa, sentì in su l'ora della mezza notte grandi strida. Uscì fuori per vedere che fosse: e vide, venire verso la fossa correndo e stridendo una femmina scapigliata e gnuda: e dietro le venia uno cavaliere in su uno cavallo nero correndo, con uno coltello ignudo in mano: e della bocca e degli occhi e del naso del cavaliere e del cavallo uscia flamma di fuoco ardente. Giugnendo la femmina alla fossa che ardeva, non passò più oltre, e nella fossa non ardiva gittarsi; ma correndo intorno alla fossa, fu sopraggiunta dal cavaliere che dietro le correa: la quale traendo guai, presa per li svolazzanti capelli, crudelmente ferì per lo mezzo del petto col coltello che tenea in mano. E cadendo in terra con molto spargimento di sangue, la riprese per l'insanguinati capelli e gittolla nella fossa de' carboni ardenti, dove lasciandola stare per alcuno spazio di tempo, tutto focosa e arsa la ritolse: e ponendolasi davanti in sul collo del cavallo, correndo se n'andò per la via donde era venuto.» — Vedi Passavanti, Specchio della vera penitenza, cap. II.

[238]. In un manoscritto intitolato: Ambasceria di messer Baldassare Carducci alla corte di Francia, ho trovato tre lettere di Pierfilippo Pandolfini, dalle quali si recava apertamente qual fosse il consiglio di Nicolò e della sua parte, che per la morte di lui non cessò di avere seguito nella Repubblica: — poi trattandosi di giudicarlo — «et anche certi Priori si condussero in modo che non si potè ottenere che la cosa s'investigasse, benchè ognuno abbia tocco con mano havere Nicolò tenuta questa pratica con gl'imperiali, et PP. non per sapere i loro progressi, ma per indurre una parte di quell'esercito alla volta di Toscana per ridurre lo Stato in mano di pochi et suoi, de' quali lui intendeva essere principe e capo...» e più sotto: «Ho parlato con messer Antonio del Vecchio, oratore sanese, quale partì due giorni sono, e diceva havere lui saputo le pratiche che Nicolò teneva con il papa e con gl'imperiali, et scusandolo di bontà, dice che non voleva distruggere lo Stato, ma dalla partecipazione di quello escluderne tanta moltitudine.» — Lettera di Pierfilippo Pandolfini a messer Carducci Baldassare, del 26 aprile 1529.

[239]. Avendo trovato il cartello originale quale fu mandato da Ludovico Martelli e da Dante da Castiglione, mi parve religione riportarlo per lo appunto. Lo compose messere Salvestro Aldobrandini padre di Clemente VIII, dottore solenne. Si trova stampato nell'Archivio storico, nuova serie, tomo IV, parte 2.

[240]. Fausto, Del duello, lib. I, pag. 54.

[241]. Guicciardini, Storia, lib. XV; Robertson, Vita di Carlo V.

[242]. Vita di Benvenuto Cellini.

[243]. Varchi, Stor., lib. X.

[244]. Vedete I destini dell'Europa.

[245]. Varchi, Stor., lib. X.

[246]. Varchi, Stor.

[247]. Il luogo del combattimento dicesi fosse sol poggio Baroncelli, oggi Imperiale. Vengo assicurato da persona la quale ha veduto alcune scritture della nobilissima famiglia del Caccia che il luogo del combattimento non fu veramente sul poggio Baroncelli, ma bensì alle radici dello stesso, cioè in un prato che è alla metà della strada che conduce al convento nominato la Pace. Scene di Vite e Ritratti, ecc.

[248]. Questa camicia si componeva con esecrabili superstizioni; credevano difendesse da ogni male. Vedi Bedino, Dæmonomania.

[249]. Varchi, Stor.

[250]. È pregio dell'opera riportare certo aneddoto riferito nella Vita di padre Gerolamo Savonarola scritta da fra Pacifico Burlamacchi lucchese al capitolo che incomincia: Come Lorenzo dei Medici ammalato volle confessarsi da lui. — Lorenzo trovandosi infermo a morte, domandò il confessore; ed avendo appresso don Guido degli Angioli e messer Mariano della Barba, suoi famigliari, disse: Non voglio alcuno di loro; mandate per il padre priore di San Marco, perchè io non ho ancora trovato religioso alcuno se non lui. — Andò dunque un messo a chiamarlo da parte di Lorenzo, al quale egli rispose: Dite a Lorenzo ch'io non sono il suo bisogno, perchè noi non saremo d'accordo; però non è espediente ch'io venga. — Ritornato il servo con questa ambasciata, disse di nuovo Lorenzo: Torna al padre priore e digli che al tutto venga, perchè io voglio essere d'accordo con lui e far tutto quello che sua riverenzia mi dirà. — Ritornato dunque il servitore a San Marco e fatta la proposta al padre priore, egli prese subito il cammino verso Careggio, villa di Lorenzo lontana due miglia dalla città, dov'egli giaceva ammalato, e per compagno suo prese fra Gregorio vecchio, al quale per la via rivelò che Lorenzo al tutto doveva morire di quella infermità nè poteva scampare. Giunto questo al luogo ed entrato nella camera di Lorenzo, salutatolo prima con le debite cerimonie, dopo alquanto di ragionamento disse Lorenzo: Padre, io mi vorrei confessare, ma tre peccati mi ritirano addietro e quasi mi pongono in disperazione. — Al quale egli disse: E quali sono questi tre peccati? — Rispose allora Lorenzo: I tre peccati sono questi, i quali non so se Dio me li perdonerà: il primo è il sacco di Volterra, che patì per le promesse ch'io feci, — dove molte fanciulle persero la verginità, ed infiniti altri mali vi furono commessi; — il secondo peccato è il Monte delle fanciulle delle quali molte ne sono capitate male standosi in casa per non avere riavuta la dote loro; — il terzo peccato è il caso dei Pazzi, dove molti innocenti furono morti. Alle quali cose rispose il frate: Lorenzo, non vi mettete tante disperazioni al cuore perchè Dio è misericordioso ed anco a voi farà misericordia, se vorrete osservare tre cose ch'io vi dirò. — Allora disse Lorenzo: E quali sono queste tre cose? — Rispose il padre: La prima è: che voi abbiate una grande e viva fede che Dio possa e voglia perdonarvi. — Al quale rispose Lorenzo: Questa ci è grande, e credo così, — Soggiunge il padre: Egli è necessario ancora che ogni cosa male acquistata sia da voi restituita, in quanto sia possibile, lasciando ai vostri figliuoli tante sostanze che sieno decenti a cittadini privati. — Alle quali parole stette Lorenzo alquanto sopra di sè e di poi disse: Ed ancora questo farò. — Seguì allora il padre la terza cosa dicendo: Ultimo è necessario che si restituisca Fiorenza in libertà e nello stato popolare a uso di repubblica. — Alle quali parole Lorenzo voltò le spalle nè mai gli dette altra risposta; onde il padre si partì e lasciollo senz'altra confessione. Nè dopo molto spazio di tempo Lorenzo spirò e passò all'altra vita.

[251]. Uno di questi, Giovambattista Niccolini, fiore di cuore e d'ingegno veracemente italiani, in ogni fortuna leale amico mio: gli altri cessarono essermi amici; se poi abbiano continuato ad amare la patria a me non istà giudicare: questo diranno i nostri figliuoli cessate che sieno le passioni le quali adesso contaminano gl'intelletti.

[252]. Ahimè! adesso ne anche questo rimane più. Cercina, la casa di Dante da Castiglione, e stata venduta all'incanto per espropriazione forzata a istanza dei creditori. Durano tuttavia in fiore le famiglie di quelli che tradirono la patria o non la sovvennero...

O sommo Giove

Che fosti in terra per noi crocifisso,

Son gli giusti occhi tuoi rivolti altrove?

[253]. L'ultima lettera che scrisse ai Dieci il Ferruccio il 1 agosto 1530 da Pescia, col poscritto in data del 2 da Calamec, si crede che sia nella Biblioteca di lord Ashburnham, a cui l'avrebbe venduta Guglielmo Libri.

[254]. Venti anni dopo che fu dettato il libro, io lo rivedo, confitto su questo scoglio di Corsica dalla legge dura dello esilio: nè dello esilio m'incresce, bensì della perduta libertà della patria, e, più ancora della libertà perduta, della mansuetudine pecorina affatto con la quale il patrizio volgo e il plebeo sopporta questa perdita in pace.

[255]. Segni, Stor. lib. IV.

[256].

L'altro sorrida e mistico

Per man lo piglia e dice

Fa cuor, — sei giunto al termine

Del tramite infelice.

E gli orna il crin d'un candido

Fior vago in sullo stelo:

«Martirio» in terra appellasi,

«Gloria» si appella in cielo.

(Beatrice di Tenda, ballata di Orombello).

[257]. Dante, Sonetto.

[258]. Nardi, Stor., lib. V.

[259]. A Pisa gli si aggiunse il signor Camillo Appiano; sicchè in tutti potevano sommare a 2000 fanti e 130 cavalli.

[260]. Sasselli, Vita di Francesco Ferruccio.

[261]. Dicono Lorenzo il Magnifico, ed invece allora lo chiamavano magnifico messer Lorenzo, come magnifico Niccolò da Uzzano magnifico Diotisalvi Neroni, e via discorrendo.

[262]. Dissertazione del Riccobaldi, pag. 5.

[263]. Cronache di frate Giuliano Ughi della Cavallina, minore osservante, pag. 161.

[264]. Giacchi, Ricerche sopra Volterra, tomo II, pag. 191. Il Buccinelli narra che nel 1493 Giuliano Cecchi, proposto di Pescia, donò con pubblica scrittura questa reliquia a Volterra.

[265]. Vita di F. Ferruccio di Filippo Sassetti: le segnate sono parole precise di Ferruccio.

[266]. Il Sassetti, che più distesamente degli altri parla delle cose di Volterra, narra che il primo a salire il bastione fu l'alfiere del capitano Nicolò Strozzi, detto il Contadino.

[267]. Causa della lite fu questa. Otto da Montauto, mandato dai Dieci in Mugello a reprimere le scorrerie di Ramazzotto, prendere al Trebbio Maria Salviati ed ammazzargli il figliuolo, va, e trovato Ramazzotto partito, non cura l'ordine circa la prigionia e morte della moglie e del figliuolo di Giovanni delle Bande Nere: per la qual cosa i Signori lo sostengono in Firenze. Ragionandosi su questo fatto tra Nicolò e Francesco, quegli commendava assai Otto per non avere sofferto di eseguire opera indegna di soldato, mentre questi lo riprendeva come disobbediente e indisciplinato: su di che essendosi ricambiati parole ingiuriose, il Ferruccio mise mano allo stocco e corse addosso allo Strozzi per ferirlo; i circostanti, postisi fra mezzo, impedirono si facesse sangue. — Sul movere alla volta di Volterra i Dieci ordinarono al Ferruccio di cacciare via ogni rancore che avesse contro il capitano Nicolò Strozzi per amore della Repubblica. Vuolsi avvertire che Nicolò parlava da quel solenne galantuomo ch'egli era; ma il Montauto tradiva come si vide poi dai premii che per la sua slealtà ebbe dal papa.

[268]. Giovanni Parelli volterrano dettò una cronaca di questi casi e le pose il titolo Seconda calamità volterrana; comparve nell'Appendice dell'Arch. stor. ital., volgarizzata per Marco Tabarrini. Badisi che questo Parelli, per essere canonico, si mostra più parziale del papa e però dei Medici che non della patria e della libertà.

[269]. Giacchi, Saggio di ricerche, ecc. sopra Volterra, — Riccobaldi, Ragion. V.

[270]. Il prete che ferì nel collo Lorenzo dei Medici il vecchio era da Volterra e si chiamava Antonio Maffei.

[271]. Isaia, 40.

[272]. Nè molti nè di grande costrutto trovo che fossero gli argenti e gli arredi sacri cavati dal Ferruccio dalla cattedrale di Volterra; eccone la nota che si conserva nel Liber omnium rerum mobilium et immobilium sacristiae Vulterrarum. 1º. Nostra Donna col Figliuolo in braccio di argento, libbre 5 con base di rame dorato. — 2.º Tabernacolo grande di argento con piè di rame dorato con 6 smalti nel nodo: smalti 6 al piede con 6 angiolletti con tutti i loro pinnacoli con crocetta insieme o crocifisso, di libbre 13. — 3.º Turibolo di argento con sette guglie nel cerchio grande, e nel secondo cerchio guglie quattro e mezzo, ad una manca la punta, libbre 7, once 2. — 4.º Un turibolo di argento con sei guglie nel primo cerchio, che v'è una spiccata, di peso libbre 3, once 9. — 5.º Una navicella di argento con due smalti et due serpenti: dentro vi è un cucchiaio di argento: libbre 2, once 2, mal peso. — 6.º Un paio di ampolle di argento con arme del Gherardi, di libbre 1, once 4, — 7.º Una pace con Nostra Donna di argento con dodici castoni et pietre 8 et perle quattro con arme del Gherardi, di peso once 8. — 8.º Una cassetta di argento da olio santo, libbre 1, once 11. Et una lingua di argento con filo di oro, once 2. — 9.º Una croce di legno coperta di argento con crocifisso di argento, libbre 2, once 10. — 10.º Una crocetta di argento con crocifisso e coralli, cinque bottoni, once 8. — 11.º L'argento che cuopriva uno evangelistario di legno. — 12.º L'argento di uno epistolario. — 13.º Una corona ad uso di crocifisso con gigli ottantaquattro, con quattro madreperle per giglio ed uno castone; et uno smalto senza pietra, libbre 1, once 6. — 14º Una tavola di legno coperta di argento ad uso dello altare maggiore con quadri ventuno. — 15.º Un bacinetto di argento coll'arme di Iacopo Gherardi, di peso libbre 1, once 5. — 16.º Una croce di argento, libbre 6, once 10. — 17.º Un calice di argento smaltato con arme del Guelfuccio, libbre 2, once 3. — 18.º Un calice grande di argento smaltato, libbre 3, once 10. — 19.º Un calice e patena di argento, libbre 2, once 2. — 20.º Un calice e patena di argento, smaltato, libbre 2. — 21.º Un calice e patena di argento all'inghilese smaltato, libbre 2. — 22.º Una patena. — 23.º Un bottone di argento, libbre 1, once 3. — 24.º Un anello con giglio, un cammeo e quattro pietre, due rubini e due smaragdi e quattro perle, legato in oro.

Nelle Cronache Volterrane, dettate con evidente stizza in vituperio del Ferruccio e dei Fiorentini, leggiamo che le milizie ferrucciane su la prima giunta a Volterra combatterono comechè stanche non mica per virtù ma per fame, non avendo recato con esso loro tanto da potersi sdigiunare — ancora che il Ferruccio, fatto prigioni quattordici Spagnoli, lasciò morirli d'inedia, dopochè taluno di loro per attutire il tormento della sete ebbe bevuto la propria orina, — di più, che il Ferruccio assalito dal marchese Del Vasto e da Fabrizio Maramaldo perse l'animo e si apprestava a fuggirsi co' cavalli fuori di porta a Selca, se Morgante da Castiglione non lo incorava persuadendolo a mostrare buon viso alla fortuna: — finalmente, che il nepote di Bartolo Tedaldi prendendo in mano la barba della statua di santo Ottaviano lavorata in argento esclamasse: «Questo vecchio provvederà;» per la quale cosa si sa di certo che gli si cangrenassero le mani, e dopo tre giorni miseramente morisse.

Così la racconta il Parelli, op. cit., p. 180; diversa il Sassetti nella Vita del Ferruccio: Non fu santo Ottaviano (secondo lui) bensì san Vittore; nè il nepote del Tedaldi lo percosse, ma gli levò il frontale di argento, e quanto stesse infermo si tace. Altri altramente: cose vecchie e non pertanto (stupendo a dirsi!) se non del pari adesso universalmente credute, del pari almeno date ad intendere. Il principe di Oranges bene altra preda fece agli altari; imperciocchè, passando per l'Aquila, ne arraffò la cassa di argento dove stava riposto il corpo di san Bernardino da Siena, convertendola in suo uso; e di lui gli scrittori la più parte servi della fortuna tacquero perchè ei sostenne le parti del papa; e nota che l'Aquila era città suddita e amica dello imperatore, Volterra ribelle alla Repubblica; e il principe faceva per sè, il Ferruccio per la patria: — nella necessità della quale (osserva il Sassetti, Vita di Francesco Ferruccio), con lo esempio di Davitte, che ai soldati diede a mangiare la vittima mancandogli altri argomenti, non è forse impio costume adoperare le cose destinale al culto divino.» E diceva meglio se lasciava forse nella penna — Degli argenti il Ferruccio coniò monete da quattro grossi; con gli ori, mezzi ducati; ma pochi, perchè a mezzo giugno mancanti i danari per le paghe, i Côrsi gli si abbottinarono ricusando combattere.

[273]. E fece male a non lo impiccare, dacchè si ha dal canonico Parelli. Seconda calamità volterrana: «Mi ricordo che un giorno mentre tutti erano alla muraglia, abbandonato il resto della città, Taddeo de' Guiducci prigione del Ferruccio mi disse all'orecchio: Aiutami con quanti più puoi raccogliere, e apriamo le porte a Fabrizio, Onde Ferruccio sia oppresso, e noi vendicati. — Ed avendogli io risposto: Mancano le armi. — Non è buona ragione, — riprese; e per non dar sospetto si allontanò. Di fatto se il Ferruccio avesse avuto sentore di questo segreto colloquio, ci avrebbe senz'altro appiccati. Ed io copertamente tentai molti sul disegno del Guiducci, ma niuno volle assentire.» Pag. 351. Ah! il perdono, il perdono troppo spesso provammo rugiada caduta sopra masse di granito; tuttavolta perdoniamo sempre...

[274]. Che la faccenda stesse come si racconta, e non altrimenti, non se ne può dubitare dopo che in questo modo la riporta Filippo Sassetti nella Vita del Ferruccio; e meglio ancora il Parelli, nemico del Ferruccio, nella Seconda calamità volterranea; il quale se lascia alquanto di dubbiezza pel suo dire avviluppato di ambage, questa viene tolta affatto dal testimonio pienissimo del capitano Goro da Montebenichi, cui ebbe tanto in disgrazia il Ferruccio che stette a un pelo di farlo impiccare. Lettera del Ferruccio ai Dieci, 30 novem. 1529.

[275]. Sassetti, Vita di F. Ferruccio. — Seconda calamità volterrana.Diario di Camillo Incontri. — Ricordi MS. del capitano Goro da Montebenichi, nella Magliabechiana. — Appendice 14, tomo 4 dell'Archivio storico italiano.

[276]. Altri riporta il signor Camillo morisse di archibugiata in una coscia, tocca nello scaramucciare con gl'inimici: non mancò chi disse averlo fatto il Ferruccio, comechè costui avesse congiurato di consegnare una porta della fortezza al marchese Del Vasto, e il Segni sembra inclini a questo parere. Storie, lib. IV. — Non credere niente; il Ferruccio non era uomo da cotali ripieghi scellerati, quanto codardi; se avesse colto il signor Camillo in fallo di tradimento, lo avrebbe fatto impiccare alla ricisa e forse ammazzato egli stesso, come per minor colpa stette a un pelo che non togliesse la vita al conte Gherardo della Gherardesca di Castagneto, secondo che fu raccontato di sopra.

[277]. Ab ingentibus lacertis validissimo centurione. Lo dice il Giovio nelle Storie.

[278]. Tutti i particolari di queste memorabili fazioni di guerra non si sono potuti riportare senza distendere a soverchia lunghezza il racconto: di questo però vada persuaso il lettore, che il Ferruccio, il quale pure aveva veduto le battaglie tra Spagnoli e Francesi nel regno, scrivendo ai Dieci li chiariva «da tre anni in qua non essersi vedute maggiori battaglie in Italia.» Nel giorno 13 giugno tre furono gli assalti: il primo con dodici compagnie, il secondo con diciotto, il terzo con venticinque, combatterono dall'alba fino alle 23 ore di sera, e dei nimici morironvi 400, altrettanti i feriti: ai nostri mancò la munizione di polvere. Il Ferruccio rimase ferito nel secondo, non già nel primo assalto: molti dicono di una sola ferita: il Varchi ne parla in plurale: nella lettera del 6 luglio scritta dai commissari di Volterra ai Dieci, oltre la percossa ricevuta alla batteria, si rammenta la cascata da cavallo: e il Diario dello Incontri riporta del pari di una mala ferita che si fece al ginocchio, per esserglisi abbattuto sotto il cavallo mentre con gran impeto si spingeva ad ammazzare un Volterrano che vide starsene scioperato invece di accorrere ai bastioni: alla quale si aggiunse la febbre: — e si fe' portare dove si combatteva per essere veduto dai soldati. Questo secondo assalto incominciò il 21 giugno, un'ora prima del giorno; dopo 500 cannonate che atterrarono in più parti le mura riparate con botti, materasse e terra, alle ore 20 salirono all'assalto: tre volte si spinsero su la breccia, e tre furono respinti così duramente che dopo quattro ore si dettero alla fuga lasciando sul campo 800 tra morti e feriti. Quando l'esercito imperiale si partì con tanta vergogna, i Ferrucciani gli corsero dietro menando rumore con teglie, padelle e corni, dicendogli villania. — Fabrizio aveva tratto seco 500 fanti e 5000 cavalli: il marchese 4000 fanti: bagaglioni e marraioli non si contano.

[279]. Ai traditori era costume di sfasciare una lista di cima in fondo della casa che abitavano; nell'assedio ciò fu praticato contro in casa di Baccio Valori (Varchi, Stor.)

[280]. Manni, Vita di Lapaccio da Montelupo.

[281]. «Nous revinmes a Paris, où madame de Chèvreuse ne fut pas plus tòt arrivèe qu'on apprit l'exècution de monsieur de Chalais, qui fut fort cruelle, parce que, ayant fait evader le bourreau, on fut obligè de la faire faire par un soldat, qui le massacra de telle sorte qu'il lui donna vingt-deux coups avant de l'achever. Madame de Chalais, sa mere, monta sur l'èchafaud et l'assista courageusement jusqu'a la mort.» (Mémoires de M. de La Porte, valet-de-chambre de Louis XIV.)

[282]. Le perfectionnement moral, l. 3, sect. 2, chap. VI.

[283]. Matth, c. XI, v. 16.

[284]. Matth. c. XXVII, v. 51.

[285]. Voyeur-Collard.

[286]. Samuel., c. VIII.

[287]. V. Cousin; e più dure parole gli si risparmiano per la pietà che ebbe di provvedere in tempi anco più maligni di questi onorato sepolcro a Santorre Santarosa spento a Sfatteria presso Navarino.

[288]. Memorie del calcio fiorentino, tratte da diverse scritture e dedicate alle AA. Serenissime di Ferdinando principe di Toscana e Violante di Baviera. — Firenze, 1688.

[289]. Iliade, lib. 23.

[290]. Lib. 8.

[291]. Lettere ai Dieci del 14 ottobre, 19 dicembre et 7 marzo 1529, dove si legge: «Ne ho fatti tre capitani...; uno di questi si chiama Pietro Orlandini... et non lo crederia ricompensare a donarli un castello in modo si è portato.»

[292]. Nell'Apologia di Cappucci d'Jacopo Pitti, p. 367, si legge; «Di questa fellonia ne ricevè il capitano Piero dai Medici 6 ducati il mese di provvisione (e non furono troppo!) e il Giugni se ne andò per vergogna a finire la vita in Maremma di Pisa, essendogli stato detto da Alessandro Vitelli nel palazzo dei Medici, dove egli compariva come benemerito: — Addio, messer Andrea; voi ci deste quell'Empoli.»

[293]. Varchi, Stor., l. 11; MS. dell'Ambascieria di Baldassare Carducci in Francia presso Gino Capponi; Nardi, Storia.

[294]. Luigi Alamanni, comunque accolto e onorato dal re Francesco, tanto non potè trattenersi, che nella satira II non gliene facesse rimprovero:

Non fu peccato il mio parer sì lieve

Non ricovrar quel dì la bella donna,

Che per voi troppo amar giogo riceve.

[295]. Di Francia non possiamo essere nemici mai; però non a fine di rimbeccare gli svergognati scrittori che le nostre rose, tristi o stupidi, e forse ambedue, appo i Francesi bistrattano, dei quali io so che i dabbene di cotesto popolo hanno onta e gravezza, ma sì a chiarire quale di noi ab antiquo abbia fatto governo la Francia, e vedano se meritiamo che un giorno ci dia mano a rilevarci, io porrò alcune citazioni intorno alla fede di Francesco I re gentiluomo, com'egli vantavasi.

Nel maggio del 1529 Baldassare Carducci oratore fiorentino domandandogli: «E noi, venendo Cesare, che abbiamo adunque da fare?...» Il re rispondeva: «Non vi abbandonerò; noi siamo una cosa stessa.» Lettere di Carlo Cappello oratore veneziano a Firenze, pag. 25. — Nella Legazione di Baldassare Carducci in Francia ms. presso Gino Capponi si legge: «Stringendo più volte questa maestà a ricordarsi della devozione e fede delle signorie vostre verso di lei in questa composizione, ha con tanta efficacia dimostro l'obbligo che gli parve avere con quelle che non si potria dire più; affermandomi non essersi mai per fare alcuna composizione senza total benefizio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua. Ed ultimamente mi ha ripetuto queste medesime ragioni di assicurazioni il gran maestro, ricordandogli io il medesimo, dicendomi: Ambasciatore, se voi trovate mai che questa maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo di onore, anzi ch'io sia un traditore.» Ancora, il medesimo Carducci scrive che Francesco I «nel consiglio voltandosi a ciascheduno di noi con le più grate ed amorevoli parole che si potesse immaginare, ne assicurava di voler mettere la vita e abbandonare il riscatto dei figliuoli per la conservazione degli stati di ciascuno dei collegati.»

Poco dopo il povero uomo, che giurista era e non uso a pescare nelle torbide acque delle corti, tutto smagato, avvisa: «Io non posso senza infinito dispiacere di animo significare l'empia ed inumana determinazione di questa maestà e suoi agenti in questo trattato di pace stretto contro mille promesse e giuramenti del non concludere cosa alcuna senza la partecipazione degli oratori, degli aderenti e collegati, come più volte si è per me scritto e significato alle signorie vostre e per gli altri oratori ai signori loro. E nondimeno, senza farne alcuno di noi partecipe, questa mattina hanno pubblicato la composizione e pace con grandi solennità ed altre dimostrazioni di allegrezza senza includere alcuno... Talchè sarà una perpetua memoria alla città nostra e a tutta Italia quanto sia da prestar la fede alle loro collegazioni, promesse e giuramenti.» (Lettera ai Dieci, 5 d'agosto 1529.)

Nella medesima lettera più oltre: «Confesso veramente in questo potermisi imputare avere prestato fede a tante affermazioni di non concludere mai senza collegati, ma parimente e più hanno peccato tutti gli altri oratori, i quali hanno dato ai loro signori molta più certa speranza che non ho dato io alle signorie vostre. E parmi avere ad essere scusato ricordando alle signorie vostre l'ultima asserzione del re, dove si trovò Bartolomeo Cavalcanti, e come anco per una sua avranno inteso, cose che certamente avrebbero ingannato ogni uomo, visto che espressamente e con giuramento disse non essere mai per comporsi con Cesare altrimenti, e piuttosto voler perdere i figliuoli che mancare ai confederati.»

E tutto questo non basta: allora, come sempre, i Francesi trascorsero all'ira e alla minaccia contro quelli che non si volevano lasciare tradire pei comodi loro; imperciocchè l'oratore veneziano avendo detto al gran maestro che alla sua repubblica bastava l'animo difendersi sola, nè per fargli piacere avrebbe lasciato le cose di Puglia, anzi nel presagio di decezione avere già mandato 50 galere ad Otranto per tenerle ferme, quegli rispose: «Guardate che, non avendo voi un nemico, non ne abbiate due.» Medesima lettera.

E questo accordo era già fatto, perchè il Trattato di Cambray non solo conteneva il patto dell'abbandono delle cose di Puglia per parte dei Francesi, ma sì anche che, intimati i Veneziani a sgombrare il regno, caso mai non avessero obbedito, il re di Francia avrebbe sovvenuto di 20 mila ducati il mese l'imperatore per cacciarneli a forza. (Documenti, Molini, Documento 302.) Abbiamo visto che Francesco I non rendeva i danari imprestati, onde i Fiorentini non si potessero aiutare; — nè volle fermarsi qui, che, udendo come i Fiorentini di Lione stessero per mandare 50 mila ducati a casa, emanò un perfido bando proibitivo sotto asprissime pene di portare fuori del regno argento ed oro monetato. (Lettera di Carlo Cappello pag. 202.) — Così non restituiva i danari nè gli lasciava dare.

Indi a breve mutò il re di Francia, e allora, essendo morta Firenze, aizzò Siena per far morire anch'essa. I Francesi dove toccarono fin qui spensero. — Enorme cosa parve anco ai partigiani di Francia il trattato di Cambray; e Iacopo Pitti nell'Apologia dei Cappucci, pag. 368, 369, s'industria rovesciarne la colpa sopra «i cattivi ministri corrotti dal papa, che fece cardinale il vescovo di Tarbes fratello di Grammonto, principale consigliero del re, al quale avendo egli data commessione che spedisse subito per la gente domandata dal Carduccio, non ne fece altro, andando pochi giorni di poi a trovare il re in campagna, con lettere finte come i Fiorentini erano tanto stretti dalla fame che trattavano l'accordo, e però aveva sospeso l'ordine di spedire la gente di arme, acciocchè sua maestà non s'inimicasse col papa nè con Cesare, senza il benefizio degli amici fiorentini. Il che creduto agevolmente dal re seguitò nelle caccie, ma sopraggiunto dall'oratore dolente di tanta tardanza, gli manifestò la cagione: la quale mostra in contrario da lui, con assicurarlo che in Firenze era da vivere per due mesi, allora fu di nuovo data... la commessione: il quale con la medesima astuzia fermò un'altra volta quel re.» E poco dopo: «Come il re intese che egli (il Ferruccio) si metteva in punto con le genti raccolte in Pisa, si pelava la barba temendo che non fosse dalla fazione francese seguitato in Italia.» Traveggole di partigiani sono elleno queste; Francesco I sapeva bene e meglio quello che accadeva in giornata a Firenze, e rimane lettera nobilissima del vescovo di Tarbes oratore di Francia a Roma a cotesto re dove lo ragguaglia di ogni cosa. Merita cotesta lettera sia divulgata, ed io lo farò per ora di sunto e traducendo, però che nell'originale sia lunga troppo ed a comprendersi difficile; ha la data dell'aprile 1530; fu estratta da G. Molini dalla Libreria reale di Parigi, e occorre stampata nell'Appendice IX dell'Arch. Stor. Ital., pag. 473. L'oratore racconta come avessero dato ad intendere al papa che gli avrebbero condotto Firenze a chiedergli perdono con la corda al collo, ma che per ciò conseguire ci era bisogno di quattrini e di molti: però che il papa improvvido di partiti, aveva fatto disegno di vendere fino a 26 cappelli cardinalizi per cavarne un 600 mila ducati; dalle quali cose l'oratore, commosso, si era condotto il lunedì santo al papa; a cui chiesta licenza di aprirgli l'animo suo come cristiano, prete, vescovo, epperò suo sottoposto, non già come oratore, ed ottenutala disse, essere stato mirabilmente sbigottito per la impresa di Firenze pensando alla fama di lui papa e al grado eccelso che occupava, e più poi della tenacità nel proseguirla, correndo per le bocche dei soldati il detto, avere loro dato il pontefice carta bianca di fare di ogni erba fascio: considerasse che da ciò non poteva ricavarne altro che spesa, travaglio, fastidi, amaritudini e disgusto; perchè di avere Firenze per fame bisognava deporre il pensiero, ed egli poterlo accertare che ci era vittovaglia fino a novembre, durante questo tempo donde trarrebbe i quattrini? Bene avere inteso ch'egli pensava cavare 4 o 500 mila scudi dalla creazione dei cardinali, ma considerasse che con questo partito spianterebbe la Chiesa, perchè, oltre ai vituperii che poteva aspettarsene dai luterani, egli metterebbe tal peste nel collegio che di qui a cento anni se ne proverebbero gli effetti. — Il papa rispose: essere la creazione dei cardinali la faccenda che più lo noiava, anche quando si trattava di gente dabbene, per la copia grande che se ne aveva; conoscere a prova che l'oratore favellava d'incanto, ma che l'onore suo lo costringeva a questo, — Allora gli dissi che non ci era onore nè utile, perchè avendo Firenze in rovina, di qui a venti anni non ne avrebbe approfittato di uno scudo, mentre vi avrebbe speso tutto il suo e quello degli altri; e badasse che la creazione dei cardinali non avesse ad essere la sua estrema unzione, perchè, fatto questo, gli era chiusa ogni via a raccogliere pecunia, correndo rischio di non essere più obbedito come papa, cascare in obbrobrio presso i principi cristiani, e dato in balia ai suoi nemici, i quali spoglierebbero la Chiesa di quanto le avanza; ed io conosceva di tal cuore che venuto a questo si sarebbe lasciato morire di fame e di angoscia. Rispose che ben per lui se Firenze non fosse mai stata... e se poteva io consigliarlo a chinare il capo davanti sette od otto paltonieri di Firenze che avevano menato il popolo a precipizio: non dovermi essere ignoto ch'egli si sarebbe attirato l'odio dei principali cittadini che esulano fuori di patria e quotidianamente lo stimolano a tirare innanzi, che in altro modo si troverebbero diserti per avergli fatto servizio... Di qui altre parole e per ultimo la proposta di calare a composizione, auspice Francia, con promessa di condurre la pratica per modo che la domanda di accordo si movesse piuttosto dai Fiorentini che dal papa, quante volte questi lasciassero ferma la libertà, come aveva sempre detto, ed allora diceva, ma queste erano lustre, però che fine e premio della guerra mossa da Clemente contro la patria sua fosse la tirannide.

[296]. Ecco come lo descrive Filippo Sassetti nella sua Vita in fine: «Uomo di alta statura, di faccia lunga, naso aquilino, occhi lacrimanti, colore vivo, lieto nello aspetto, scarso nelle membra, veloce nel moto, destro e sofferente della fatica, insieme severo e di grande spirito, animoso, modesto e piacevole; ardeva nella collera e tantosto tornava in potestà di sè stesso.»

[297]. Guicciardini, Stor.; Magri e Santelli, Cronache di Livorno.

[298]. Tit. Liv., Histor., l. 30.

[299]. Del Frangsperg è proposito nei capitoli antecedenti.

[300]. Specialmente in quella di Ferrara.

[301]. Iacopo Nardi ci conservò questa preziosa particolarità, il disegno, cioè del Ferruccio di portare la guerra a Roma. Stor., l. 2.

[302]. Varchi, Stor., c. X.

[303]. Dante, Purg.

[304]. Varchi, Storia, 1.

[305]. Dal principio della guerra in qua ebbi sempre avuto a pensare di combattere con gli nemici e di provvedere il danaro straordinariamente per pagare le genti: che mi ha dato più fastidio questo che se io avessi avuto altrettante più oppressioni dalli nemici. Lettere del Ferruccio ai Dieci. — Lettera del 10 luglio 1530, CXIX. Nelle medesime lettere occorre come sovente togliesse danari in presto per le paghe dei soldati.

[306]. Giannotti, Vita di Francesco Ferrucci.

[307]. Malispini, Stor., p. 207.

[308]. Si narra che quando l'arcivescovo Ruggieri benedisse i Pisani pronti ad imbarcarsi sulle galere contro i Genovesi, il Cristo che stava sopra il grande stendardo cadde; per lo che alcuni prendendolo in sinistro augurio sclamarono: Sia pur Cristo coi Genovesi, e con noi il vento, — A denotare il gran numero dei prigioni fatti dai Genovesi nella battaglia della Meloria correva in quei tempi il detto, che chi voleva veder Pisa andasse a Genova. — Pignotti. Stor., l. 3, c. VI.

[309]. Nel 1836 era così; poi furono aperti, e gli eruditi ci hanno frugato: adesso aspettansi storiografi e poeti che si avvantaggino dei materiali per edificare.

[310]. Varchi, Stor., l. 11.

[311]. Varchi, Stor., l. 11.

[312]. Lettere, p. 178.

[313]. Busini, Lettere; Varchi, Stor.

[314]. Lettere di Carlo Cappello oratore veneziano 13 agosto 1530.

[315]. Varchi, Stor., l. 11.

[316]. Nardi, Stor., l. 9.

[317]. Varchi, Stor., lib. 11.

[318]. Busini, Lettere, pag. 178.

[319]. Ezech., c. XXXII.

[320]. Visitando il castello della Gavinana, domandai se si trovassero armi antiche. Mi risposero affermativamente e mi condussero in certa casetta a canto a quella dove fu trucidato il Ferruccio. Il proprietario della casa ci menò entro una stanza terrena dove conservava molte armi di varie forme, lance lunghe oltre un braccio foggiate a foglia di canne, alabarde e picche. Ne presi una nelle mani e proposi acquistarla offrendone in prezzo un napoleone d'oro. Il montanaro ricusò, dicendo ch'ella era povera cosa nè meritava tanto; io dubitando all'opposto che egli rifiutasse per la pochezza della offerta, promisi raddoppiarla, e il montanaro rifiutava di nuovo — venendo dalle città, dove io vedevo comprarsi a contanti — senza eccezione — tutto, aumentai il danaro per ottenerla ad ogni costo; — sperava a un punto e temeva si piegasse il dabbene uomo; sperava di possedere l'arme, temeva incontrare un mercante nel severo montanaro: alfine questi vedendo dalla mia insistenza che non comprendeva la causa del rifiuto, non senza alterezza, mi favellò le seguenti parole: «Queste armi il mio nonno ha lasciate a mio padre, e queste io devo lasciare ai miei figliuoli.» — A Firenze sono due magazzini dove i rigattieri rivendono armi antiche comprate, com'egli mi disse, dalle principali famiglie del paese.

[321]. La statua di Memnone, comunque degradata dal tempo, occorre tuttavia nel deserto dove fu Tebe, distante una lega dalla sponda del Nilo. La tradizione, che, al comparire del sole, mandasse un suono, come di corde di lira che si rompano, non è favolosa. Secondo le ricerche dei fisici, ciò risultava dalla umidità di cui il masso s'impregnava durante la notte, la quale sviluppandosi ai primi calori del sole produceva, dilatando le molecole della pietra naturalmente sonora, un crepito che ripercotendosi su tutta la superficie, vi cagionava una vibrazione generale. Il medesimo fenomeno fu osservato dall'Humboldt nelle rocce granitiche dell'Orenoco.

[322]. Sassetti, Vita di Francesco Ferruccio, pag. 524.

[323]. Apologia dei Cappucci, p. 369.

[324]. Lettera 124.

[325]. F. Sassetti, Vita di Francesco Ferruccio, p. 526.

[326]. Lettera de' commissari di Pisa ai Dieci, 23 luglio, ore 10, lettera CXXIII.

[327]. MS. del cap. Domenico Cini che si conserva nella comune di San Marcello. Mentre con tanta religiosa diligenza si vanno raccogliendo reliquie di poca importanza intorno al Ferruccio, io veramente non so come non abbiano fatto capitale del ms. del cap. Cini.

[328]. Edizione di Prato del 1835.

[329]. Gio. Villani, Stor. fiorent.

[330]. Macchiavelli, Modo da praticarsi co' popoli della Valdichiana.

[331]. MS. del cap. Cini.

[332]. MS. medes.

[333]. «Eo modo quiescenti supervenit cursu citato fessus sacerdos qui dicebat adesse Ferruccium, eumque Sancti Marcelli oppidum intrasse, direptumque incendisse, unde ipse vix effugerit.» Giovio, Stor., l. 29; Ammirato, Stor.; Cini.

[334]. Stando al computo dei nemici, Ferrante Gonzaga il 4 agosto scriveva al marchese di Mantova suo fratello, Allegato 1, Documenti dell'Assedio di Firenze, p. 318: «Questa è per darvi avviso della fazione fatta per il Ferruccio contro al principe di Oranges, Fabrizio Maramaldo ed Alessandro Vitelli e tutta la fazione panciatica, cioè il plano e la montagna di Pistoia, in numero di 7 od 8 mila fanti, 1550 cavalli; e quelli del Ferruccio non giungevano a 3000 fanti e 400 cavalli.» Ma il pro' Francesco in vero non ne aveva che 2000.

[335]. MS. Cini.

[336]. MS. Cini.

[337]. Sassetti, Vita del Ferruccio, p. 532.

[338]. La casa del Mezzalancia passò in seguito nei Ciampalanti. Un discendente di questa famiglia in memoria del fatto, pose su la facciata della casa la seguente scrizione cronogrammatica

belli consilio dux hic Ferruccius acto
per cita in orangem ocius arma ciet.
nec procul hinc moritur centum per vulnera, quarto
augusti nonas, versibus annus inest.
Peregrinus Ciampalantes posuit.

[339]. La tromba di fuoco fu un cannone di legno o di metallo lungo da 3 fino a 9 piedi empito di polvere e di altre materie accendibili, il quale innestavasi su la punta della picca onde scagliarlo contro i nemici. Il Biringoccio dice potersi adoperare e caricare a modo di artiglieria con palle di pietra ed altri proietti da cavarne miglior costrutto che non dal solo fuoco. Grassi, Diz. Militare.

[340]. Nel ms. del Cini s'incontra la nota seguente posta in margine: — L'armatura dell'Orange si vede anche di presente nella prima stanza della Galleria di Firenze, dove sono conservate diverse rarità di armi antiche, collocata a man sinistra, essendo fregiata di oro, e tiene attaccata una tela tessuta di oro e di argento dalla parte inferiore. Nel bracciale sinistro di essa armatura vi si vede una impressione di palla d'archibuso, lo che indicherebbe avere ricevuti tre e non due colpi, come riporta anche Lorenzo Selva, al l. 3, p. 213 delle Metamorf. riconosciute.

[341]. MS. Cini.

[342]. Riccardo di Shakspeare.

[343]. Nell'allegato 1 alla lettera di Ferrante Gonzaga al marchese di Mantova suo fratello del 5 agosto 1530 si legge: «Il Ferruccio giunto lì gagliardamente si affrontò smontando a piè con l'arme bianca indosso e una stradiotta in mano. Il vocabolo stradiotta manca nel Vocabolario della Crusca e nel Grassi, Diz. militare.

[344]. MS. Cini.

[345]. MS. Cini, Ammirato, Varchi.

[346]. Nel giorno 10 ottobre 1847, soffiando il vento della libertà italica, Giudei e Samaritani si congregarono a Gavinana per abbracciarsi, parlare, udir parlare, giurare e gittare campanili all'aria — Io non andai pago di avere, come Dio mi aveva concesso, narrato del Ferruccio undici anni prima mentre mi si teneva stretto nelle elbane carceri, e nessuno ricordava il Ferruccio. Disse mirabilia un Pietro Odaldi, sopratutto su la sacra necessità d'impugnare le armi pel conquisto della indipendenza nazionale: più tardi si colorì moderato, usurpando nome bellissimo a ingenerosi concetti; per ultimo moriva commissario dell'ospedale di Santa Maria Nuova, restaurato il reggimento assoluto mercè le armi imperiali. Molti, dal 1848 in qua gli epitafi dettati per onorare non già Francesco Mariotto Ferrucci eroe, bensì chi li dettava; degni tutti di oblio, togline uno, di Pietro Contrucci, che dice:

sul pistoiese appennino
per tradimento di Malatesta
infelice nello ardito conflitto
scannato vilmente da Maramaldo
da forte e glorioso periva
FRANCESCO FERRUCCIO
e seco la fiorentina repubblica
o tu
che visiti luogo di tanta memoria
non giudicare l'uomo dalla fortuna.

[347]. Così chiamano il luogo ove i contadini pongono a seccare le castagne.

[348]. Altri narra diversamente la morte di Vico di Nicolò Machiavelli: accordano che uscisse di Firenze col Ferruccio. — Il Ferruccio stesso ne parla nella lettera del 26 ottobre 1529 ai Dieci, 25 — come caduto prigione in mano agl'imperiali lo aveva riscattato con le armi alla mano. Finalmente affermano che nel 1530 morisse gloriosamente in una sortita tenendo stretto la insegna della sua compagnia. Che che ne sia, questo è sicuro, che i figli di Nicolò Machiavelli furono educati a spargere il sangue in benefizio della patria e della libertà.

[349]. Basini, Lettere, pag. 157. — Carlo Cappello, Lettere, pag. 210.

[350]. Così chiamavasi in Firenze il luogo dove si seppellivano i cadaveri delle bestie.

[351]. Varchi, Stor., l. 11.

[352]. Varchi, Stor., l. 11.

[353]. Giova rammentare che la impresa dei Castiglioni porta tre cani bianchi in campo rosso.

[354]. Il capitano degli Olandesi, conquistata Malacca nel 1614 contro i Portoghesi, domandava al generale dei vinti: «E quando tornerete? — Quando, gli rispose il Portoghese, — i vostri peccati saranno più grandi dei nostri.» — Raynal, Histoire philosoph., l. 2.

[355]. Il testamento di David, il re santo, mette paura. Re III, c. 2, v. 5. «Oltre a ciò tu sai quello che mi ha fatto Joab figlio di Sarvi. — 6 Non lasciare scendere la sua canutezza in pace dentro il sepolcro. — 8 Ecco oltre a ciò appo te Semei, figliuolo di Gera, il quale mi maledisse; io giurai per lo Signore non lo fare morire con la spada; — 9 ma ora non lasciarlo impunito; — fa scendere la sua canutezza nel sepolcro per morte sanguinosa.» — Ecco il legato di David, santo re.

[356]. Samuel. 2, cap. 6.

[357]. Fra' Ughi dice 2000, e aggiunge di un bel vedere. L'annotatore si scandalizza; ma il frate, a parer mio, la pensava più giusto: Italiani venuti a combattere contro la libertà più detestabili assai erano degli stranieri, e il padre degli oppressi poteva e doveva esultare nel vederli di mala morte morire.

[358]. Il Nardi, l. 9 delle Storie, «aggiunse: si disse poi che, vivo o morto, ebbe in sepoltura il fiume Tevere.»

[359]. Machiavelli, Il principe.

[360]. Stor., l. 12.

[361]. Discorso del sublime di Michelangiolo.

[362]. Un umile uomo, sagrestano di San Niccolò, i premi promessi e le pene minacciate disprezzando del pari, salvò Michelangiolo. La storia ne tacque il nome. Francesco Guicciardini conte lo cercava a morte, e va famoso per le bocche dei posteri; ma chi alla celebrità di costui non anteporrebbe l'oblio del povero sagrestano? Ancora i lettori pensino a questo: un conte vuol morto il Buonarroti e non riesce; un popolano lo vuol vivo e lo salva.

[363]. S'è vera, apparirà singolare ai dì nostri la cagione della benevolenza di don Ferrante Gonzaga per Raffaello Girolami. Dicono dunque che, avendo don Ferrante infermo un suo figliuolo, Raffaello gli mandasse l'anello di San Zanobi; dal tocco del quale essendo rimasto guarito, il padre consolato gli professasse gratitudine eterna. — Narrasi eziandio che Lorenzo dei Medici spedisse al re di Francia, Luigi XI l'anello miracoloso, il quale mostrando la consueta virtù rese la salute al Cristianissimo; in guiderdone di che, Luigi rimandò l'anello dentro preziosissima cassetta, che, venduta dal Girolami, ne cavarono danaro bastevole a fondare un canonicato in duomo.

[364]. Cuoco, Saggio sulla rivoluzione di Napoli del 1789.

[365]. Giacomo Molay, capo dei Templari, condannato al fuoco nel 1305 dal papa Clemente V e dal re Filippo il Bello, li citò a comparire dentro l'anno al giudizio di Dio; ed è fama che ambedue nel termine assegnato morissero.

[366]. Bruto, sul punto di uccidersi, disperato gridava: «O virtù, tu sei una vile schiava della fortuna!» (Plutarco.)

[367]. Stor., 12.

[368].

Se mai continga ch'il poema sacro

Al quale ha posto mano e cielo e terra,

Sì che mi ha fatto per più anni macro.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

(Dante).

[369]. Samuel, l. 1, c. 4.

[370]. Pirro, re di Epiro, ecc.

[371]. Lucio II.

[372]. Tanto calcolano essere a un dipresso il numero delle creature umane nel mondo.

[373]. «Cominciati i nuovi fiorini a spargersi per lo mondo, ne furono portati a Tunisi in Barberia e recati dinanzi al re di Tunisi, che era valente e savio uomo; sì gli piacque molto, e fecene far saggio, e trovolli di finissimo oro, e molto li commendò... e veggendo che era moneta di cristiani, mandò per gli mercanti pisani, che allora erano là franchi, e molto innanzi al re, ed eziandio i Fiorentini si spacciavano per Pisani in Tunisi; e domandògli che città fosse tra i cristiani quella Fiorenza che faceva i detti fiorini. Risposero i Pisani dispettosamente e per invidia dicendo: Sono i nostri Arabi fra terra; che tanto viene a dire i nostri montanari. Rispose saviamente il re: Non pare moneta di Arabi; o voi Pisani, qual moneta d'oro è la vostra? Allora furono confusi e non seppono che rispondere; e domandando se v'era alcun fiorentino mercatante, trovovvisi uno d'oltrarno, che aveva nome Pela Balducci, uomo discreto e savio. Lo re domandò dell'essere e dello stato di Firenze, cui i Pisani facevano loro Arabi. Lo quale saviamente rispose mostrando la potenza e magnificenza di Firenze e come Pisa, per comparazione, non era di potere nè di gente la metà di Firenze, che non aveano moneta d'oro, e che il fiorino era guadagnato per li Fiorentini sopra loro, per le molte vittorie avute.» Villani. Stor., libro VI, cap. LV.

[374]. Il medico Petti del Casentino spese più d'ogni altro il tempo e l'esperienze per giungere a capo di simile trovato, ch'egli reputava infallibile.

[375]. Æneid., l. 6

[376]. Con tutto che si fosse perdonato a ognuno, Malatesta aveva ritenuto Benedetto da' Foiano, teologo e predicatore unico, e fra' Zaccheria, ambedue dell'ordine di san Domenico, osservanti della congregazione di Toscana; il che aveva fatto per far cosa grata al papa, per essere stati acerrimi nemici di Sua Santità e difensori con l'esortazioni e predicazioni loro del governo popolare; e Malatesta aveva già incominciato a tormentare fra' Benedetto. — Frammento di Lettera anonima attribuita all'oratore veneziano. Documenti su l'assedio di Firenze, pag. 324.

[377]. Nel 1839 in Perugia fu pubblicato un libro di Giovambattista Vermiglioli professore, col titolo di: Vita e imprese militari di Malatesta IV Baglioni; nel quale per bene tre volte si lacera il mio nome e l'opera mia perchè ripetei quello che nessuno nega, e tutti, così antichi come moderni, confessano il tradimento del Malatesta: anzi neppure il Vermiglioli lo nega; se non che sostiene che a fin di conto ei lo fece per vantaggio di Firenze, ond'è giusto che gliene debba venire piuttosto lode che biasimo. Giova trascrivere in proposito quanto gravemente dichiara l'Alberi in fine della corrispondenza dell'oratore veneziano Carlo Cappello intorno l'Assedio di Firenze: «che dove pur fosse vero quello ch'è ad esuberanza provato, che cioè i Fiorentini non avessero potuto venire a capo di quella impresa l'obligo strettissimo dell'uomo che aveva giurato di dare non che le sostanze la vita per quella causa era di morire combattendo o dimettersi da quel comando. Ma il convenire e dargli lode di avere parteggiato co' nemici e trattenuto i Fiorentini dal venire a battaglia anche quando egli, il Malatesta, credeva che avrebbero potuto uscirne vittoriosi (pag. 115-116), e ciò per lo specioso titolo che quel popolo fosse poi per cadere nei pericoli delle discordie intestine, è tale spregio per la virtù che volentieri mi persuado non essersi dallo scrittore intesa la importanza delle sue proprie parole.» Ma vi è di più; neppure parto di furibonda fantasia possono dirsi gli ultimi momenti della vita del Malatesta quali vennero da me descritti; imperciocchè nelle Cronache del padre Giuliano Ughi minore osservante si legga quanto segue: «Partì Malatesta da Firenze e portonne seco molte bocche di artiglierie dei Fiorentini con grande quantità di danari, e pigliando la via verso Siena, fece peggio a San Casciano, a Poggibonsi e a Staggia che non havevano fatto i nemici Spagnuoli e Lanzi. Giunto a Perugia, incominciò un superbo et egregio palazzo al quale pose nome Firenzuola perchè lo faceva dei danari rubati alla Signoria et alli poveri soldati di Firenze; ma la divina giustizia non glielo lasciò vedere finito, perchè poco dopo un anno s'infermò di crudelissima malattia della quale morì come disperato: perchè appresso alla morte gli scoppiò un occhio con tanto strepito che si udì a più di 30 braccia lontano; e poco dopo gli scoppiò l'altro. Così rendè l'anima al diavolo (come si crede) andando a stare con Giuda e gli altri traditori. — Morì a Betona il 24 dicembre 1531 la vigilia di Natale, che cascò in domenica.»

Nè mancarono commozioni della natura le quali nella mente dei popoli confermarono l'opinione della grande ira di Dio che provocò sopra il suo capo cotesto scellerato; imperciocchè certo cronista perugino racconta come nella notte in cui passò il Malatesta «Vinero vente grandissime, cioè piovose, che non solo demustrò, che scoprì e tette e quante case se dimustraro verso el ditto vento, et portava le persone da locho allo altro, talchè come fu cessato, per le strade non si potia porre piè en terra, che non se calcasse el copertimo e rotto, et en quella notte venne pioggia, grandina e molte altre signale.» A cui piacesse avere un saggio della dettatura del professore Vermiglioli volentieri io gli porrò qui sotto una sua nota, affinchè si soddisfaccia: «Chi si sentisse voglia di grandemente adirarsi legga la relazione della ultima infermità e della morte di Malatesta nel romanzo di D. Guerrazzi. Egli la coniò a suo modo nella pazzesca e furibonda fantasia con la quale coniò l'opera stessa dell'Assedio di Firenze. Imperciocchè anche in quella narrazione la menzogna, l'audacia, il mal talento e la più sfrontata insolenza prendono il luogo della verità e vanno riunite a più modi volgari e triviali di espressioni e modi più acconci a narrare le vergognose crapule delle più vili taverne che la morte di un illustre capitano il di cui valore e militare scienza si celebrarono da tutti gli storici italiani!» Così i professori nel 1859, nè io credo troppo diversi adesso; ma la specie scema e, a Dio piacendo, cesserà del tutto, sicchè di tale maniera libri si conserveranno nelle librerie per maraviglia come nei musei, le ossa fossili delle bestie antediluviane.

[378]. Iliade, lib. 9.

[379]. Apoc., XIV, v. 15.

[380]. Sant'Ulfrido svedese chiamò intorno al cerchio degli scudi che gli facevano attorno i suoi prodi i tre bardi che lo seguitavano e disse loro: «Qui state e vedete quanto opererò di glorioso, onde, cantandolo, non abbiate bisogno udirlo dalla bocca altrui.»

[381]. Apoc., cap. XX.

[382]. Vixere fortes ante Agamemnona multi (Hor., lib. IV, od. 8).

[383]. Questo fu scritto nel 1855; oggi promettono emendare il danno. Dio lo voglia; staremo a vedere; se noi camminiamo con la valigia davanti, non ne abbiamo colpa; perchè il cane scottato dall'acqua calda ha paura della fredda. Basta; fatto il miracolo, venereremo il santo.

Genova, 15 gennaio 1859.

Passarono dieci anni come l'acqua nelle grondaie. Beati quia quiescunt, esclamò Lutero entrando in un camposanto; ormai non ci avanza, che il desiderio di Lutero.

Livorno, 15 aprile 1869.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (gagliardia/gagliardìa, pendio/pendío e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.