PARTE II.
Assedio di Roma.
Comprendo ottimamente la impazienza di coloro, che male ponno aspettare al canapo la storia di quanto il popolo oprò per avere Roma, e tenerla sostenendo il memorabile assedio, e di quanto sta per operare la monarchia, che se n'è accollato il compito: però importa non arrecarsi degl'indugi da un lato, perchè innanzi tutto bisogna che aggiustiamo qualche partita con Roma; dall'altro, perchè se dobbiamo compire il libro col racconto dei gesti monarchici per salire al Campidoglio noi potremo attendere un pezzo.
Dal primo assunto noi ci sbrigheremo presto come quello che è riposto in potestà nostra; quanto al secondo spetta alla monarchia e al suo governo e non a noi. Noi abbiamo pronte l'anima e la penna; sta alla monarchia apprestare le armi e combattere. Noi ci sentiamo sempre disposti perchè nostro ausilio sia Dio. La monarchia senza aiuti stranieri sembra non possa fare: almeno così ci afferma chi tiene il maestrato della guerra: più bellicoso, chi amministra l'erario: ma la guerra fin quì si è condotta con i cannoni carichi non con le casse vuote.
Parliamo di Roma sacerdotale, e poichè il Papa si vanta rappresentante in terra del principio di ogni giustizia, ch'è Dio, miriamo un po' qual diritto egli possieda, come ai diritti altrui chini la fronte, e se Dio possa manifestarsi alle sue creature per via di così indegna, o scellerata, o stupida cosa come fu la maggior parte dei pontefici romani. Tanti già favellarono su questo argomento, che potrà parere per avventura soverchio; e parrà male per due ragioni; la prima delle quali consiste in questo, che ogni uomo considera i medesimi fatti con modo suo proprio, accadendo nella speculazione quello, che succede nella visione degli enti fisici; ed abbine esempio nelle forme diverse, che gli alunni ricavano da uno stesso modello nelle scuole del disegno; onde ti senti quasi per mano condotto a sempre nuovo, ed inaspettato ordine di pensieri; la seconda ragione poi è quest'altra: che l'errore ti casca come macchia d'inchiostro su l'anima, e per poca stilla ch'ei sia ci vogliono brocche di acqua per isbrattarlo.
Il Conte di Cavour intorno a Roma manifestò due concetti, uno dei quali, per opinione mia, si ha da reputare buono, e l'altro no. Buono quello di combattere la Chiesa romana più con le armi della ragione, che con le armi di ferro; e forse era meglio dire, dovercisi adoperare ambedue, però con questo intento, che la potestà temporale intorno intorno segata dalla dottrina caschi al primo tocco, come la porta santa sotto il colpo leggerissimo del martello del Papa. Chi poi crede che si possa movere guerra efficace alla potestà temporale lasciando incolume la spirituale, non se ne intende, perchè con questo Roma ripiglierà la prima a tempo ed a luogo; già lo fece una volta e non si capisce perchè non l'avesse a fare da capo; se il ragnatelo rifabbrica la sua rete sette volte, la Chiesa tornerà a tramarla per lo manco settanta volte sette; nè tu spera col Sacerdote pace sicura mai se prima la sua usurpata potestà temporale non cessi, e la spirituale non si rimondi da ogni mescolatura di faccende terrene.
La Chiesa romana quando acciecata dalla superbia, e dal considerarsi tanto nella dottrina superiore al secolo, che la circondava, intese definirsi, fece come Licurgo quando piantò la vigna; ella si tagliava le gambe: custode alla immobilità sua pose la maledizione, e il fuoco: nè di roghi, nè di anatemi ella fece a spilluzzico; ma il pensiero non si brucia: anco ai roghi, anzi soprattutto ai roghi dello errore si accendono le torce della verità: quanto a maledizioni avvertite, che quelle dell'uomo ben possono percotere, e percotono l'uomo, ma l'uomo soltanto, mentre quelle della ragione rompono l'uomo e le sue frodi.—
E veramente noi confessiamo come l'uomo col suo intelletto non possa comprendere tutto: tra il cielo e la terra havvi uno spazio, che a sapienza umana non fu concesso penetrare; ma ciò non deve porgere argomento al Sacerdote di empirlo di terrori, di errori, e di fantasmi; aucupi di uccellatore cotesti per cavarne profitto ad ingrassare la mensa: se quì dentro sta chiuso un mistero per me, e tu Sacerdote a posta tua uomo come me, sovente meno di me, adora e taci.—
Chi di coltello ammazza conviene che pèra, ha detto Cristo, e con giustizia migliore poteva sentenziarsi: chi seminò l'errore raccatta la morte. Il Sacerdote avvolse intorno alle gambe della umanità una catena d'inganni agguantandola per la cima a fine di reggerne i passi, ma la umanità limandola per secoli con la opera della mente se n'è affrancata, mentre la cima impiombatasi dentro la mano al Prete lo tiene preso provvidenzialmente.
La vita è moto: la immobilità spetta ai cadaveri, ovvero alle cose inanimate: nè cessa soltanto il viandante che si ferma per le lande nevose della Siberia, bensì ogni istituto, che sosta a mezzo il cammino del suo perfezionamento: per condizione di vita l'uomo ha da rimanere incompiuto finchè duri sopra la terra; condanna sia, o grazia il suo intelletto si trova spinto a poggiare sempre e più sempre in alto affaticandosi a diminuire la distanza la quale intercede fra la mente umana e la mente divina.—
Che se ti oppongono: spenta l'autorità chi mai fie potente a creare la regola?—Cristo provvide a questo: l'uomo non la può imporre all'uomo, e la Chiesa non istà nello individuo, bensì nella comunione dei fedeli: così fu una volta, e così ha tornare ad essere: dai Concili composti di uomini guasti di ogni reo costume (e per ora invano gli speri diversi) non ti puoi attendere altro che miserie, più tardi ne uscirà regola e scienza: dalle legna secche prima non hai fumo, tristezza degli occhi, poi fiamma conforto delle membra assiderate?
L'altro concetto, che per me reputai pessimo e sbalestrato dal Cavour fu quello della Chiesa libera nello Stato libero. Se la servile piaggeria da una parte non generasse sempre temeraria prosunzione dall'altra, e se prima di avventurare proposte, le quali ci potrieno riuscire funeste le provassimo nella ragione di fatti per meditarci sopra conforme è debito di tutti, massime di cui regge gli stati, troveremmo come la Chiesa romana instasse un dì per siffatta separazione, poi ella stessa la togliesse di mezzo; ed ora ne aborrisca, e quasi fosse empietà la condanni; perpetua la contradizione nei detti, negli scritti, e nelle opere della Chiesa di Roma, comecchè ella sia tutto un prete, un prete solo che striscia pari ad un boa immane traverso quindici secoli: durante tre il Sacerdote raccolse nel suo cuore i raggi della divinità, e la sua via fu quella del paradiso; da quindici secoli a questa parte i passi di lui tendono per dritto tramite allo inferno; e nondimanco in mezzo alla contradizione proponesi fine immutabile; cotesta è volubilità delle vele da mulino per movere la mola, che macina il grano per casa.
Noi ci atterremo per non andare errati alle parole di Cristo, e mettendo il vangelo per falsariga sotto il cammino dei preti conosceremo a prova i passi loro essere quelli del granchio; nè vale opporre che la lettera uccida, e lo spirito ravvivi, conciossiachè la lettera di Cristo risplenda luminosa della luce dello spirito. I preti ad ogni piè sospinto ti vanno ripetendo santo Agostino avere sentenziato nelle cose dubbie doverci noi stare piuttosto alla interpretazione della Chiesa, che alla Scrittura, e quando pure l'opinione di questo santo facesse regola, tu nota com'egli dichiari la Chiesa non il prete, e che cosa sia Chiesa avvertimmo. Ma ai tempi nostri, Roma da imprudenti campioni non so bene se o tradita o difesa, sempre pertinace a rifiutare ogni riforma, scendeva nello arringo della discettazione: per questa guisa dopo renunziato il domma della infallibilità respinge anticipatamente i benefizi della disputa; anzi prima di disputare si confessa vinta, imperciocchè, il campo della disamina secondo lei, non avria ad essere libero e sconfinato, bensì all'opposto da lei definito e ristretto: ora chi a tale patto intende combattere si sente vinto.
Se col sussidio della notizia dei fatti tu vorrai conoscere la causa per la quale la Chiesa chiedente un dì la sua separazione dallo Stato, oggi arrovelli a solo udirne favellare ti fie palese, osservando come sottoposta un giorno allo Stato in ogni sua manifestazione esterna, ella che pure agognava a roba, e a potere terreno ebbe mestiere aggirarsi libera, e inosservata per una sfera di atti diversi, ed anco avversi al principato civile; avendo poi fatto roba ella con le ruine dello stato si compose uno stato, si armò di leggi, il codice romano si adattò a suo dosso, o piuttosto lo convertì in arnese capacissimo a lavorare i suoi disegni, nella maniera medesima che ritagliava per sè il titolo di pontefice massimo, e il paludamento imperatorio mutava in piviale. Ora poi che possiede le decretali d'Isidoro peccatore o mercatore, il Decreto di Graziano, le Clementine, l'Estravaganti, il sesto di Bonifazio VIII e il corpo del diritto canonico, e prosunzione d'infallibilità con altre più enormezze di cui terremo parola, in virtù delle quali, un tempo, ella s'impose sovrana dei sovrani, e dopo, per lo meno pari a loro, repugna a cosiffatta separazione, e veramente non si può operare senza trasformarla, così che avendo arruffato le cose divine con le umane, gl'interessi co' sacramenti, le stole con le manette, l'aspersorio con la mannaia, dividere importi tagliare. Il diritto canonico si caccia dentro il codice civile a mo' di bietta in mezzo al ceppo per ispaccarlo; ed invero egli talvolta dispone diverso, e tale altra opposto alla ragione civile; onde se lo abolisci, e devi abolirlo, non puoi lasciare la Chiesa libera come colei che si compone nella massima parte di questo, il quale ella inalzava alla dignità di domma, ed emana figliuolo primogenito dalla infallibilità sua: dove all'opposto tu glielo lasci stare, e' sarebbe come rapire al corsaro il bottino, e non levargli la galera; con le mani ignude ella strappò le corone di mano dei Re, pensa tu se non vorrebbe ritentare la prova provvista di questa sorte tanaglie! Qui con parole succinte pongo uno esempio. Nelle materie matrimoniali il codice civile conta da due parti; così a mente di questo tu disti dalla tua cugina quattro gradi, imperciocchè fra tuo padre e te corra un grado, un secondo fra tuo padre e l'avo tuo, il terzo fra l'avo e lo zio, finalmente il quarto tra la cugina e te; quindi là dove ti garbi puoi con la tua cugina stringere liberamente legittime nozze; non così per diritto canonico, il quale inteso a moltiplicare i divieti per crescere la messe delle dispense conta da un lato solo; però tu dalla tua cugina distando due gradi non puoi con essa dirittamente ammogliarti se prima, pagando, non ottieni la dispensa. Supposto che tu non voglia, o non possa procurarti la dispensa, ed invece persista nella voglia di sposare la cugina, ecco le coscienze turbate, la famiglia percossa nei fondamenti; se non che il prete ipocrita ti nota: o credi o non credi; se ti piace credere, tu lo hai da fare a questo patto; se non credi che t'importa di me? No, prete, non è così: le società umane senza religione non sembra, che possano durare, e tu ti sei impadronito di questa necessità dell'uomo, foggiandola in modo da fartene il tuo campamento; odi: si narra come a Temistocle esulo Serse donasse tre città, Lampsaco, Magnesia, e Miunte, la prima pel pane, la seconda pel vino, e l'altra pel companatico; a te poi non furono dati, bensì pigliasti i sette sacramenti e gli adattavi a cappa magna dei sette peccati mortali, che per ordinario ti trovi a possedere; nè qualche volta il panno basta per tutti.—La Chiesa come sta non può lasciarsi libera: la dottrina diversa è inganno, od errore; la religione forma parte dello stato; che rilevano menzogne? Peggiorano il male, che deve conoscersi intero e guarirsi; quando, come nei primordi della Chiesa, il popolo eleggerà i suoi seniori (dacchè prete altro non significa che vecchio) egli gli scerrà tali che rispondano ai suoi intendimenti, nè andrà a cercarli tra gente che tiene la religione come schiera ordinata contro la legge. Caschino le decretali di Gregorio, e il Sesto di Bonifazio; diventino curiosità di Museo i sacri canoni, e il diritto canonico, non oltrepassi la Chiesa la soglia della coscienza, e allora, ma allora soltanto si bandisca la Chiesa libera, però guardandola sempre, perchè in simili faccende sempre si vedano rimettere i talli sul vecchio.
Vedrai lettore questa Chiesa, che cristiana avversò con indefesso studio il paganesimo, fatta cattolica redarne le spoglie, e mentre conserva la rete di San Pietro per pescare pesci, adopera poi la rete di Vulcano per agguantare uccelli.—Ti fie manifesto altresì come Roma clericale ora della libertà dei popoli si armasse contro la tirannide dei re, e più spesso della tirannide dei re contro la libertà dei popoli, poi li pestasse ambedue.—Conoscerai come con parole avvampate di sacro furore il vescovo di Roma maledicesse in altrui quello, che per pigliare a suo benefizio non dubitò mandare sossopra la unità della Chiesa cristiana.
Casi peculiari ometteremo, o riporteremo pochi, e dei fatti generali solo quelli, che varranno a chiarire vero il nostro concetto. Questa grave materia gli scrittori partirono in diverse maniere secondochè meglio si adattava ai fini delle ricerche, che essi si proponevano: al mio assunto giova dividerla in quattro grandi sezioni, le quali sono:
Chiesa di Gesù Cristo, e suo costume, finchè per tre secoli seguitava le santissime orme di lui.
Chiesa romana, che s'industria prevalere sopra le Chiese sorelle, e vi arriva col danno dello scisma di oriente: di tanto non paga la Chiesa, volta alla terra ogni sua cura, acquista soldati, sbirri, carnefici, tribunali, e prigiona uomini da sfruttare, campagne dove mietere senza lavorare, città da mettere sotto il torchio col nome di governo; insomma acquista luogo nel sinedrio degli oppressori a modo e a verso come ogni altro tiranno. La Chiesa assetata per colpa del liquore che beve, male sopportando anzi aborrendo durare pari co' potenti delira oltrepotere su tutti: e poichè dopo Samuele apparvero i re, ci stieno; a patto però che servano di pavimento ai piedi del sacerdote; e il mondo parve salvato dal diluvio universale dell'acqua piovana perchè sommergesse dentro un'altro diluvio di acqua benedetta.
Poichè il superbo intento andò in pezzi rotto dallo schiaffo sopra la guancia di Bonifazio VIII entra il periodo dove vediamo nel Papa mantenersi, ed anco crescere la libidine di dominare popoli e re sopra la terra; ma ogni giorno scema di potenza, quantunque qualche volta gli dieno ad intendere il contrario anco quelli che ci credono meno, a fine di mettere Dio complice nel misfatto commesso immaginando consacrare la usurpazione col depositarla sopra la tomba di San Pietro; il prete ora si rileva, ora casca, e diverso da Anteo ad ogni caduta perde di forza. Quello, che portò a Roma il flutto della barbarie, la civiltà ritoglie; la libertà riscatta quanto il prete ghermì alla scure del Franco; la lampada sdegnosa di essere tenuta sotto il moggio ad ardere pel prete, appiccato il fuoco al carcere illumina tutti i figli di Adamo; non anco è sorto il sole della verità nella pienezza dei suoi raggi, ma le tenebre dello errore si diradano ogni momento di più. La Chiesa di Roma oggi presenta lo spettacolo miserabile dell'uomo decrepito, che combatte con l'agonia; intorno al letto le fanno corona servi interessati, ed intrusi stranieri per involare parte del suo retaggio ai legittimi eredi. Anco quando presume operare bene ella fa male, e mentre a sè non giova, altrui danneggia, però che levando la voce a maledire il tiranno russo noi rammentiamo come altre volte la levasse a maledire l'oppresso Pollacco; e da voi altri sacerdoti non si veda, che cosa, secondo il vostro giudizio, rimarrebbe da fare ai Pollacchi quando vituperando l'enormezze russe rifuggite da lodare la virtù pollacca. La voce del sacerdote non suona amica, e franca; nella ribellione dell'oppresso il rappresentante della Giustizia eterna non ravvisando la sacra ira che la Provvidenza dette anco al verme mi scappa fuori con la dottrina infelice di San Paolo che comanda, o finge comandare ai cristiani tremanti sotto Nerone: «obbediscano sempre, e poi sempre ai principi comunque iniqui.» In questa voce, che emise il prete come se avesse la gola presa dal raffreddore tu senti che qualche cosa manca… sì certo, ci manca il prezzo pagato dal Moabita a Balam; se Alessandro moscovita donava a Pio IX un Cristo di oro co' chiodi di rubini come praticava Niccolò suo padre con Gregorio XVI, costui avrebbe spaventato il mondo con una seconda edizione riveduta e corretta della scellerata enciclica del 1832.
Di due cose ha sete il tempo, o piuttosto di tre: di libertà, di probità, e di religione; prima, che muti il secolo queste tre cose sgorgheranno pari alle acque dell'Oreb dai capi del prete, e del despoto spezzati.
Ecco le parole di Cristo, chi le sa le rilegga, chi le ignora le apprenda e giudichi poi se il prete di Roma possa vantarsi vicario di lui: «Non vogliate possedere oro, nè argento, nè danaro nelle vostre borse, nè bisaccia in viaggio, nè due vesti, nè calzari, nè bastone[1]. Paga il tributo delle due dramme a Cesare[2]—Se vuoi essere perfetto va, vendi ogni tua sostanza, donane il prezzo ai poveri, ed avrai un tesoro nei cieli, quindi vieni, e seguimi[3]. Io vi assicuro difficile, che un ricco entri nel regno dei cieli, anzi vi ripeto: è più facile, che un camelo passi per la cruna di un'ago di quello, che un dovizioso entri nel regno dei cieli[4]. Ognuno, che perderà la casa, o i fratelli, o le sorelle, o il padre, o la madre, o la moglie, o i figli, o le possessioni per cagione mia riceverà centuplo il guiderdone, e possederà la vita eterna[5]. Voi sapete, che i principi fra gli uomini li dominano, ed i magnati esercitano potere sopra di loro: tra voi ciò non abbia luogo, ma qualunque presumesse primeggiare fra voi sia il vostro ministro; chi vorrà parere primo diventi servo[6]. Gesù pertanto avendo compreso, che sarebbero andati a lui per impadronirsene, e proclamarlo re, di bel nuovo tutto solo si ritrasse sul monte[7].»
[1] Mat. 10. v. 9. 10, Marc. 6. v. 8. 9. Luc. 9. v, 3, e cap. 10. v. 4.
[2] Mat. 17. v. 26.
[3] Mat. 19. v. 21.
[4] Ibid. v. 23. 24.
[5] Mat. v. 29.
[6] Mat. 20. v. 25. 26. 27. Marc. 10. v. 42. 43. 44.
[7] Mat. 14. v. 23. Jo. 6. v. 15. Marc. 6. v. 46.
Questa la dottrina di Cristo, la quale potremmo di leggieri confermare con altre sentenze ricavate dalle labbra di lui o da quelle dei primi Padri della Chiesa.
Il prete di Roma, che nel commentare si dimostra sì arguto per guisa, che sostiene Cristo avere comandato, non già che camminino scalzi i suoi sacerdoti, ma solo che non posseggano due paia di scarpe, però che il divieto di non tenere in serbo due vesti si ha da intendere esteso anco alla quantità delle scarpe: quasi la nudità dei piedi fosse la medesima cosa, che la intera nudità del corpo, o quasi i prelati di Roma per osservare il precetto di Cristo dalle scarpe, che portano in piedi non ne possedessero altre! I preti di Roma intorno al divieto pronunziato da Cristo di primeggiare sopra i fratelli, e circa l'aborrimento di avere titolo e potestà di re tacciono o armeggiano.—Certo, i preti dichiarano, il regno di Cristo stà nei cieli, egli lo ha detto e non ci ha da ripetere; ma spieghiamoci a dovere, cotesto è il fine del viaggio, epperò nulla osta che per arrivarci meglio noi possiamo trapassare per un regno terrestre; il regno dei preti quaggiù gli è come la scala sognata da Giacob provvisoria e di legno per arrivare nel paradiso perenne. Cristo (parla sempre il prete) a me commise bandire la sua fede alle genti, ora, insegnatemi un po' voi, come potrei obbedirgli con profitto senza un danaro al mondo, senza bauli, e senza scarpe? Si valicano i mari con tra le gambe un bastone?—Le amministrazioni dei vapori ci dicono, che quando daranno loro il carbone come a noi preti è data la grazia, cioè gratis, ci condurranno in America magari per nulla.—Possiamo noi presentarci al re del Congo vestiti come il giglio della valle, e il cedro del Libano? E tu rispondi: la dottrina che predicaste, e predicate ella è veramente dottrina di Cristo? Si conosce Cristo con gli orrori di cui empiste l'America, e traverso le idolatrie di cui spargete il seme nell'Asia? Bandite Cristo voi, o i vostri santi Ignazio da Loyola, Luigi Gonzaga, e Stanislao Kotska? Perchè tanto studio vi punge per la gente rimotissima, e di questa, che vi sta sottomano in casa non vi piglia studio di sorte? Quì ì Greci scismastici, quì Luterani, Calvinisti, Zuingliani, e Valdesi, qui Ebrei e Maomettani; qui d'increduli un diluvio: prima assettate le faccende di famiglia poi attenderete a quelle di fuori: chi tralascia avvantaggiare i suoi per vestire gli stranieri corre rischio di farsi abbaiare dai cani. In qual conto terreste il colono, che lasciasse in Europa il suo podere in balia delle ortiche per girsene traverso l'oceano a dissodare le terre della repubblica dell'Equatore? Innanzi di medicare altrui fie savio guarire sè stesso. Non nella China, o nel Giappone si rammenda il manto sdrucito della Chiesa, ma qui in Europa e più che altrove in Italia. Dite, preti, qual'è più cosa Dio, o il sole? Certo Dio; ora questa provvidenza suprema, che ogni dì manda il sole a illuminare la schiatta umana, ond'essa si mantenga in vita, non avrebbe saputo nella profondità del suo consiglio suscitare intelletti capaci di bandire la sua fede in ogni plaga del mondo? E se lo avesse giudicato spediente non lo avrebbe fatto da un bel pezzo a questa parte? Imperciocchè oggi alla religione di Cristo consenta la decima parte appena del genere umano. Donde in voi la crudele jattanza di affermare perduti tutti coloro, che, comparso Cristo, nol conobbero, o quelli altresì che innanzi di comparire non l'arieno potuto nè manco conoscere? Come lo sapete? Chi ve lo ha detto? Si confida la Divinità con voi? O presumete voi imporle regole, comandamenti, e definizioni?
Intanto questo è il primo predicato del Vangelo, che i sacerdoti di Cristo non solo devono procedere immuni da qualsivoglia dominio il quale ingerisca necessità di rompere guerre, e mettere mano nel sangue, ma ed anco da possedimento terreno.
Il Papa per dare un po' di sostegno alle strane pretese sè afferma successore di San Pietro ito a bella posta da Galilea a Roma per fondarvi il supremo sacerdozio di Cristo: ora mercè la storia critica si rese manifesto come San Pietro non si recasse mai a Roma: e valga il vero. Gli storici della Chiesa cattolica asseriscono come San Pietro venisse nella metropoli del mondo nell'anno 42 dell'era cristiana e quinci scrivesse le due lettere, che rimangono di lui; tu prima nota: in quelle non rammentarsi mai Roma; solo nella prima si legge: «vi saluta la Chiesa ch'è in «Babilonia con voi eletta, e Marco mio figlio[1].» L'Arcivescovo Martini chiosando dichiara tutta l'antichità per Babilonia avere inteso Roma, e non è vero che se a taluno sembrerà temerario opporre una mentita ad un'Arcivescovo, e per di più morto, mi scusi presso costui lo sbugiardare ch'io faccio l'Arcivescovo Martini l'autorità dell'Arcivescovo Martini, il quale commentando il capitolo 16 dell'Apocalisse tira fuori tre ragioni per confutare gli antichi interpetri i quali insegnarono per Babilonia nell'Apocalisse aversi ad intendere Roma; ed è singolare quest'altro, che ad escludere il concetto, che Babilonia sia Roma, allega S. Agostino nella Enarrat, secunda in psal. XXVI, mentre quel medesimo benedetto Santo nella Città di Dio l. 48. c. 2. scrive: Roma essere quasi una seconda Babilonia. Però non voglio tacere, che ai giorni nostri Vincenzo Padula di Acri con begli e dotti ragionamenti dimostra come la Babilonia dell'Apocalisse non può essere altro che Roma, e chi ne ha voglia li vada a leggere, che io per me li lessi una volta e n'ebbi d'avanzo[2]. Più sicuro è questo altro che seguita, Babilonia avere i nostri poeti chiamata più tardi la corte pontificia sia che ad Avignone stanziasse ovvero a Roma:
«L'avara Babilonia ha colmo il sacco «D'ira di Dio, e di peccati empi e rei.
cantava il canonico Petrarca che ci stava di casa[3].
[1] Epis. I. c. 5. v. 13.
[2] Apocalisse storicamente interpretata da V. da Padula di Acri, Napoli 1861, p. 235.
[3] Sonetti sopra varii argomenti. Son. XV
E qui pure, o lettore, pon mente, come per colorire sue novelle il prete non aborrisca prendere per prova ciò che una volta fu titolo per significare la infinita infamia di lui.—Pudore di prete, e sfrontatezza di meretrice gli è quasi come dir marito e moglie. E mira, se ti quadra, che San Pietro rammentando la Chiesa di Roma non lo avrebbe fatto sostituendo al vero un nome di vergogna.—Arrogi, che San Paolo descrivendo minutamente il suo viaggio, e la sua dimora in Roma nè anco per cenno rammenta la presenza di San Pietro costà. Contegno siffatto arieggia gli amori pieni zeppi di astio, che ricambiansi gli amici politici dei giorni nostri, ma che decisamente avrebbero fatto scorgere due santi, massime apostoli e di quelli che vanno per la maggiore. E vi ha di peggio; San Paolo oltre a non ricordare San Pietro inviando saluti ai Cristiani di Roma in nome suo, e dei compagni suoi non dimentica alcuno; fa i suoi rispetti così agli uomini come alle donne, e si dimostra sommo maestro in divinità del pari che fiore di gentiluomo; ma di San Pietro nulla. Gli scrittori papisti soliti a non isgomentarsi per poco obiettano:—allora San Pietro era in giro.—O dove?—Dove s'ignora, ma che fosse in giro egli è sicuro.—Bene sta. Ma dalla medesima lettera di San Paolo ecco uscire la testimonianza, che Pietro non fu mai a Roma; Paolo dichiara: «io poi non ho predicato lo evangelo dove è conosciuto Cristo, affinchè non edificassi sopra il fondamento altrui.[1]» Ora parmi chiaro, che se San Pietro avesse fatto conoscere Cristo a Roma queste parole Paolo non aria potuto dire.
[1] Ai Rom. cap. 13. v. 20.
Rincalza l'argomento quello, che seguita; Paolo afferma i Romani convertiti giusta il suo evangelo: «a lui solo onore, il quale può confermarvi secondo il mio vangelo.»[1] E questo da lui sarebbe stato anco meno veramente asserito se i Romani fossero stati redenti alla fede mercè il vangelo di San Pietro il quale usava quello di San Marco, mentre Paolo preferiva quello di San Luca. Paolo dunque non Pietro fu a Roma mandando innanzi alcuni suoi discepoli, e parenti perchè ammannissero il terreno alla sementa di Cristo.
[1] Ai Rom. 16 e 25 «quando S. Paolo era in Acaja scrisse San Luca, che lo accompagnava, il suo Vangelo, e si crede essere quello che San Paolo nelle sue epistole chiama proprio Vangelo.» Com. dell'Arcivescovo Martini.
Tuttavolta o andasse, come pretendono gli scrittori papisti, San Pietro in Roma, o non vi andasse come pensiamo noi[1] certa cosa ella è che nè manco costoro, ora, che sono alla porta co' sassi, perfidiano San Pietro immaginasse, e molto meno istituisse il primato della Chiesa Romana: solo sostengono che stava dentro il concetto di lui come pulcino nell'uovo, ed oggi predicano così il Dottore Newmann, e il Cardinale Wisemann, e il Moelher, ed altri cotali che la sanno lunga e la sanno contare. E' sono arzigogoli pretti, però che la Chiesa cattolica non crebbe la dottrina di Cristo esplicandola bensì la schiantò di pianta sostituendone un'altra contraria, si capisce ottimamente come il pargolo crescendo diventerà uomo, non si capirebbe se diventasse un bufalo: e si comprende altresì che da non possedere altro che un paio di scarpe i sacerdoti tirando innanzi nei tempi dovessero essere forniti da comparire onorevoli secondo la dignità del sacerdozio; ma da non avere nulla a pretendere tutto ci corre: s'intende acqua ma non tempesta!… E badate che come concederei io per menare il buono per la pace non l'ammolla San Paolo, il quale fa una lavata di capo ai Galati con queste parole: «ci sono alcuni, che vi sconturbano e vogliono capivoltare il Vangelo di Cristo: ma quando anco noi od un'angiolo del cielo evangelizzi a voi oltre a quello, che abbiamo a voi evangelizzato, sia anatema.[2]
[1] Quantunque San Pietro non sia stato a Roma pure costà sanno, «ch'egli fu lungo e grosso, pallido in viso più che re sul trono, crespi i capelli, e i peli della barba, e comecchè folti pure corti, occhi sanguigni e neri, senza quasi sopraccigli, naso lungo, carnuto, e dilatantesi nelle narici.» Platina Vita di San Pietro in fine. Da questo si conosce che San Pietro andando a Roma non avrebbe fatto concorrenza allo Apollo di Belvedere.
[2] Lettera ai Galati cap. 1. 7. c 8.
I dottori papisti abbaiando parlano di tre unità, di cui una si è votata mano a mano dentro l'altra, prima del vescovo, poi del metropolitano, all'ultimo del papa.—Dunque sul principio, cristianesimo non fu cattolicismo, e questa ultima forma, che sostenete perfettissima, non cadde nè anco in mente al suo fondatore: ciò parmi grave, e come grave contrario alla natura delle cose; perchè gl'instituti umani nei primordi procedono dirittamente, ma coll'andare del tempo venendosi a corrompere, egli è mestieri riportarli via via ai loro principii per mantenerli, la quale considerazione se ha luogo negl'instituti fondati dall'uomo, quanto non deve apparire maggiore negli altri che emanano da mente divina?—Il prete pertanto presume saperne più di Cristo, e mentre da per tutto il tempo logora o corrompe, a Roma poi conserva anzi migliora. Ancora, vuolsi domandare, perchè accaddero le modificazioni di cui favellate? Perchè, dice il Papista, secondo il costume degli uomini, e le qualità dei tempi egli è mestieri mutare.—Tu parli di oro; ma se questa tua gerarchia si governa co' tempi, il tempo muta e non si ferma mai, onde nel modo che necessità ti strinse un giorno a cambiare potrebbe coartarti la quarta volta e la quinta; che se presumi sostenere come ormai lo edifizio essendo compito veruno abbia da toccarlo più, io ti avverto che le tue parole ti condannano, imperciocchè questa presente unità cattolica tu non l'affermi ordinata da Cristo, nè ottima in sè, sibbene partorita dalla necessità, e dal degenerare che fecero i cristiani dalla eccellenza antica; insomma buona come rimedio tenuto caro finchè il morbo dura: certamente quando giaci infermo tu bevi olio di ricini, ma ricuperato che abbi la salute già non credo che a mensa tu ti mesca olio di ricini, anzichè vino, e quello a questo tu preferisca. Peggio se il Papista pretendesse la ultima unità opera di Dio, le precedenti degli uomini; conciossiachè si abbia a credere più opera sua quella, che gli uscì dalle mani, e che fatta dagli Apostoli tuttavia spirava l'alito che ci soffiava con le sue labbra divine, che non l'altra fabbricata tardi dai sacerdoti presi pel collo, com'essi dicono, dalla necessità.—Finalmente Tertulliano, e gli altri padri della Chiesa danno di frego alla dottrina della Curia Romana con la solenne sentenza: «Quello soltanto è verità, ed è cattolico che prima fu stabilito; eresia quanto si diparte da lui.»
San Bernardo, domando io, nel concetto dei cattolici che roba egli è? Santo od eretico? Diavolo! Santo e dei buoni: or bene; egli rimbrottando il papa Eugenio III così gli favellava: «Quale Apostolo ha giudicato gli uomini, diviso i confini, distribuito terre….? Coteste fragili cose terrene hanno per giudici i principi della terra, ma voi perchè invadete i confini degli altri, e nella messe altrui ponete la falce?…. È vietato agli apostoli dominare. Ora va ed ardisci usurparti l'apostolato o la dominazione intitolandoti apostolico. O l'una cosa o l'altra ti è interdetta, e se ambedue presumerai tenere, entrambi perderai[1]» Se però San Bernardo tu reputi santo, e tu seguilo; se eretico, e perchè non lo consegni al fuoco eterno?
[1] De consid. leg. e 2 cap. 6.
E quanto San Bernardo dichiara in prosa Dante confermava da parecchi secoli in rima:
«Di oggimai, che la Chiesa di Roma, «Per confondere in se due reggimenti, «Cade nel fango e sè brutta e la soma[1].»
[1] Purgat. 16.
Dunque Cristo di cui si vanta Vicario il Papa gli vieta espresso ogni potestà temporale nel mondo.
Però quando leggi come nei primi tre secoli la Chiesa si mantenesse pura non la devi intendere così puntuale che mali esempi non fossero di già corsi in lei. Il desire ceco tira alla terra, e il corpo dà perpetua gravezza all'anima; fra i molti fatti comparisce notabile quello di Vittore I, il quale presumeva imporre ai Vescovi di Asia l'uso osservato a Roma di celebrare la Pasqua; i Vescovi asiatici non volendo obbedire egli trascorse al punto di bandirli separati dalla sua comunione; di che acerbamente lo rimproverava Santo Ireneo chiamandolo vuoto di carità, e pieno d'ignoranza. Stefano I in certa questione intorno al battesimo amministrato dagli eretici si chiarisce avverso alla dottrina di San Cipriano vescovo di Cartagine, il quale confutandolo lo taccia di leggerino, di gaglioffo, e di cocciuto presontuoso; e San Firmiliano vescovo di Cesarea ribadisce il chiodo scrivendo al medesimo Papa: «essere universalmente biasimate la stupidità, l'arroganza e in modo speciale il difetto di carità in lui, che sè estima erede di S. Pietro, mentre egli lo giudica il pericolosissimo fra gli eretici.» E' pare che questo Papa non avesse troppo fortuna co' santi.
La parola clero viene dal greco, e significa sorte, che è quanto dire i sacerdoti sortiti al servizio dello altare tutti si consacrino a quello lasciando addietro ogni cura mondana; pari ai leviti d'Isdraele si contentino delle decime, e delle oblazioni.—La tonsura poi denota la renunzia ad ogni cosa temporale: tutto si poneva in comunella tra i cristiani, ed anco dopochè i sacerdoti per munificenza di Costantino imperatore possederono terre, e casamenti per lungo tempo ebbero le sostanze comuni: le divisero in seguito. I vescovi eleggeva il popolo; parecchi fra loro vissero del lavoro delle proprie mani, e fu cosa degna; oggi si aborrisce parendo, che Cristo si degradi ad essere trattato da mani che il lavoro santificò, come se egli stesso con l'opera sua non sovvenisse al padre fabbro: servi dei servi di Dio non si dicevano quei primi sacerdoti, ma erano: loro intento procurare il bene meno del singolo, e di una classe, quanto della intera comunità.—Veramente San Paolo insegna, che gli anziani, o vuoi preti (che appunto prete suona anziano) quando fanno bene, e faticano nella parola e nella dottrina devano reputarsi degni «di doppio onore[1]»; ma avverte altresì: «quando abbiamo vitto, e vestito contentiamoci[2].» E queste, nota San Girolamo, erano appunto tutte le ricchezze dei Cristiani.—Insomma per istringere quanto ci rimane a dire in una sola sentenza rammenteremo le parole di San Giovanni Crisostomo:—nei primi secoli della Chiesa preti di oro celebravano in calici di legno, adesso sacerdoti di legno celebrano in calici d'oro; e di quale legno! Di quello del quale Gesù Cristo comanda che inetto a fruttificare, ovvero atto a frutti tristi vuolsi mettere sul fuoco.
[1] A Timoteo. V. v. 17.
[2] Id. VI. v. 8.
I lutti della Chiesa e la ruina d'Italia derivano pur troppo dalla origine a cui alluse l'Alighieri nostro:
«Ahi! Costantin di quanto mal fu madre «Non la tua conversion, ma quella dote, «Che da te prese il primo ricco padre.»
Però che se la donazione di Costantino sia ormai confessata una delle infinite fraudi per cui la curia di Roma avrebbe ad essere condannata a perpetuo ergastolo come falsaria, tuttavia si ha per certo, ch'ei si fosse largo a Salvestro vescovo di Roma di protezione, e di averi, per la quale cosa costui uscito dallo scuro subborgo fuori di porta Capena, dove viveva confuso agli Ebrei, si condusse ad abitare il palazzo Laterano proprietà una volta della imperatrice Fausta.
La Chiesa, e i chiesastici un tempo fabbrica e fabbricanti di falsità, nè permesse solo o sofferte, bensì prescritte: così quando non si avevano gli atti di un qualche martire pel dì della sua festa s'immaginavano; e tanto più erano accetti quanto più strepitosi; di quì le leggende mostruose onta della ragione umana, le false Decretali, i libri sibillini, il Libro della Gerarchia, i Canoni, le Costituzioni apostoliche, e la Donazione di Costantino.
La prima volta questa donazione occorre rammentata nella lettera di Adriano I a Carlomagno per destare in costui la gara della larghezza: ne affermano fattore quell'Isodoro il quale di peccatore, che si chiamava prima si trasformò in santo Isidoro e mercatore. Tra le altre cose si diceva in essa: «noi attribuiamo alla sede di Pietro tutta la gloria, e tutta la potenza imperiale. Noi diamo a Salvestro ed ai suoi successori il nostro palazzo di Laterano, la nostra corona, e tutte le nostre vesti imperiali, la città di Roma, e tutte le città occidentali della Italia, e delle altre contrade. Noi gli cediamo il luogo non essendo giusto che un imperatore terrestre conservi la minima possanza dove Iddio ha stabilito il capo della religione.»
Oltre queste, bene altre diavolerie contiene il documento, come, a mo' di esempio, che l'imperatore Costantino si conduce a cotesto atto per consiglio dei suoi satrapi; ch'egli ha riposto dentro due cassoni di ambra i corpi dei Santi Pietro e Paolo, e dopo avere costruito in onoranza di loro basiliche eccelse assegna alle medesime poderi grossissimi in Giudea, in Grecia, e in Tracia per mantenervi dentro la luminaria, e tutto questo nè manco in dono, ma per salario di averlo Papa Silvestro guarito dalla lebbra, e battezzato.
Di siffatta donazione ce ne ha parecchi esemplari; a tutto oggi arrivano a 12, uno secondo il solito diverso dall'altro, ma ciò non toglie che come genuini li venerassero tutti e dal Graziano per genuino si ponesse nella sua collezione quello, che primo gli capitò davanti.
La critica storica ha dimostrato come Costantino nella epoca della mentita donazione non si trovasse già in Roma, ma sì in Tessalonica ed a quei giorni non reggesse prefetto a Roma, secondochè l'atto di donazione asserisce, Calpurnio, bensì Lucrio Verino.
Menzogna il battesimo di Costantino a Roma per mano di Papa Silvestro, mentre il battesimo l'ebbe in punto di morte in Nicomedia da Eusebio da Cesarea vescovo di cotesta città.
È menzogna altresì che le provincie italiche fossero donate e sottoposte al Pontefice; al contrario. Costantino le governò sempre come sue mandando a reggerle prefetti uomini consolari correttori e presidi.
Ciò nonostante, finchè poterono i preti difesero l'autenticità di cotesta donazione con le ugna, e col becco, o se non buttarono sul fuoco (come taluno afferma) Lorenzo Valla, che ardì impugnarla con parole acerbe verso la metà del secolo decimoquinto, ci corse poco; sessanta e pochi più anni dopo si pigliavano spasso di cotesto documento Prelati solenni e Cardinali, ne sorrideva il Papa stesso, e l'Ariosto senza una paura al mondo la metteva nel mondo della luna:
«Di varii fiori ad un gran monte passo,
«Ch'ebbe già buono odore, or pute forte,
«Questo era il dono (se però dir lece)
«Che Costantino al buon Salvestro fece.»
Potremmo dirne delle altre; al nostro assunto basti tanto, e poniamo in sodo prima di ogni altra cosa come fondamento precipuo della potestà temporale del Papa sieno la fraude e la menzogna.
Il Papa prese da Costantino, ma rimase anco preso; per questa volta invece di pescare ei fu pescato; a mo' del pesce fu vinto nella gola: importa ora conoscere le cause, onde Costantino così di un tratto si mostrò sviscerato pel Papa: io ragionando pongo da parte ogni intervento soprannaturale, molto più che mi occorre narrato in diverse maniere. Di fatti, Cecilio riferisce come la notte precedente alla battaglia del ponte Milvio, dove la fortuna di Costantino prevalse su quella di Massenzio, una visione lo ammonisse a mettere sopra gli scudi dei soldati il celeste segno di Dio se voleva vincere. Eusebio nella vita di cotesto imperatore dice, come camminando egli a capo dello esercito tutto pensoso intorno alla religione da seguitarsi levate le ciglia vide una croce luminosa sopra il sole col motto traverso: «con questo segno vincerai;» di che rimase smosso; pure non essendo bastante a fargli dare la balta nella notte successiva gli comparve davanti (in sogno s'intende) nientemeno, che Cristo in persona, il quale lo accertò, che se gl'importava debellare Massenzio non doveva fare altro, che pigliare cotesto segno per bandiera, la quale cosa Costantino non si fece dire due volte, e ne compose subito il famoso Labaro, ch'ebbe virtù di dare a lui ed ai successori di lui sempre vittoria sopra i nemici meno quando ne toccarono. Questo i Cristiani, ma i Pagani non mondarono nespole, che Nazario nel Panegirico di Costantino attesta come di cosa veduta da tutta la nazione dei Galli, che un'esercito di angioli era sceso giù dal cielo volando a sovvenire a Costantino, e ne descrive la faccia luminosa, il portamento altero, la garbatezza mescolata con la gagliardia, con le altre virtù, le quali se non possedessero gli angioli non si sa chi mai le avrebbe a possedere.
E' pare che siffatta frequenza di miracoli piuttosto che persuadere le menti le debba irritare; e sembra altresì che questi miracoli quando non furono fraude per gli occhi, sieno oltraggio allo intelletto; ma vi hanno stagioni in cui agli occhi del pari che allo intelletto piace rimanere delusi; onde potrebbe anco darsi che o sogno, o visione, od altra cosa simile movesse l'anima di Costantino.
Costantino in tanto che lo ammannivano per santo ebbe dai preti titolo di vescovo dei vescovi, e non era poco: però dall'altro lato quasi per tenere in bilico la sua perfezione gli stava sul petto un peccato, non tale certo a senso dei preti da fargli chiudere da San Pietro le porte del paradiso in faccia, ma che un po' di fastidio glielo doveva recare,—egli era un semplice parricidio: però che costui portasse le mani micidiali nel sangue del figliuolo Crispo. Ora la fede di saldare questo suo debito, con altri parecchi mercè un poco di acqua sul capo può averlo disposto al cristianesimo, differendo a riceverlo secondo il costume di allora in punto di morte.—Di costumanza siffatta porgono esempio Teodosio il grande e Valentiniano II; nè il medesimo Santo Ambrogio ebbe battesimo prima della sua promozione al vescovato di Milano, però che a quel modo si esentassero dalle pubbliche penitenze che a quei tempi la Chiesa usava co' cristiani penitenti, ed anco credessero così praticando assicurarsi meglio la salute eterna.—Certo il suo pericolo ci era, mettendosi i catecumeni a repentaglio di uscire dal mondo senza quel salutevole bucato, ma sarebbe stato come annegare nel forno, dacchè la morte non viene così subito, che un po' di tempo per salutarla non conceda, ed acqua, ch'è materia del sacramento da per tutto se ne trova (così come dell'acqua accadesse pel vino!) e le poche parole necessarie per la forma di quello ogni menno sa dirle[1].
[1] Eccetto un canonico il quale, per quanto mi narrarono a Montepulciano, corto in divinità ed in lettere anco più, chiamato da un tavolino di tre sette ad amministrare in fretta e in furia il battesimo ad un neonato, se ne schermiva allegando non sapere che cosa dire; trovato allora un rituale e presentatoglielo perchè leggesse, costui posto con le spalle al muro lesse la formula secondo apparisce abbreviata così; «ego te baptzo: in none: pris: fi.» e siccome il nome dello Spirito Santo significano con due SS. egli pigliandole per una cifra arabica concluse: «numero cinquantacinque.» Poi asciugatosi il sudore per la sofferta fatica voltosi agli astanti disse: «Fortuna, che ho imparato un po' di aritmetica in gioventù altrimenti questa povera anima andava perduta.»
Molto doveva talentare eziandio al tiranno la obbedienza ceca e passiva, che i primi cristiani ostentavano per le autorità temporali fino a predicare come parte della loro dottrina la pazienza di principi comunque perversi etiam discolis; e riverirli come costituiti proprio con le sue mani da Dio: ho detto ostentavano, chè deboli essendo ed invisi non ardivano romperla ancora co' Governi; conciossiachè non pure codarda ma contro la natura appaia simile dottrina solo che tu consideri essere stata professata dall'Apostolo Paolo regnando Nerone, uso a far dare la caccia ai cristiani quasi belve in bosco, e ad ardere alle sue mense i cristiani vivi per doppieri; ed anco se dottrina siffatta fosse stata leale non si sarebbe convertita nelle mani di San Tommaso in facoltà di ammazzare il tiranno per violenza o per frode postosi a capo dello stato per tormentare il popolo.
Delle virtù cristiane intese avvantaggiarsi altresì Costantino per la ragione medesima per la quale i ladri si procurano servitori onestissimi: i buoni costumi, la industria, e la parsimonia insieme alle altre virtù partoriscono le ricchezze onde il tiranno può alimentare meglio i suoi vizi: forse nei principii può essere stata causa a rifiutarli la codardia praticata dai primi cristiani come precetto evangelico, ma durò poco, però che tornando alle guerre, ed al sangue sembri, che l'uomo rientri nella sua natura; e nei concili adunati sotto Costantino, i vescovi cortigiani bandirono l'obbligo del giuramento militare, e la scomunica contro i soldati, i quali, durante la pace, gettavano via l'arme.
La conversione di Costantino nell'ordine delle cose umane questo gli fruttò, che potè valersi del cristianesimo come arnese di guerra per soperchiare i suoi nemici, ed istrumento in pace per disporre il paese a perpetua servitù. Io non credo che quando Costantino donò a Papa Silvestro il manto, il caval bianco, e la signoria una voce dal cielo fu udita, che disse: «oggi è messo il veleno nella Chiesa di Dio[1]» come non ho voluto aggiustare fede all'apparizione del Labaro, però mi resta chiarito vero quanto afferma Santo Atanasio che Costantino sovvertì la costituzione del Signore trasmessa agli Apostoli[2]. Di fatti mentre fino a costui il vescovo usciva eletto nel modo che resulta manifesto da queste altre parole di Santo Leone Papa: «si preferisca per vescovo quello che il popolo, e il clero ha concordemente richiesto. Guardisi a non ordinare alcuno che dal popolo non sia voluto, e domandato acciocchè il popolo preso a contro pelo non odii, o disprezzi il suo pastore e si separi dalla religione non avendo potuto ottenere quello che desiderava. Chi ha da presiedere a tutti sia eletto da tutti[3]. Nè i vescovi soli eleggevansi dalla universalità della Chiesa, ma tutti i ministri, tra cui vuolsi porre mente ai Diaconi, dei quali era ufficio amministrare le cose temporali della Chiesa al fine che i vescovi attendessero indefessi a predicare, e ad insegnare.—Ora, imperante Costantino, i vescovi non si eleggono più dal popolo; all'opposto, testimonio Santo Atanasio, egli li «spedisce ai popoli che non li vogliono, da luoghi stranieri e lontani ben cinquanta giornate, e li fa scortare da soldati, e tali vescovi invece di accettare la giustizia che i popoli farebbero di loro portano ai giudici minacce contro il popolo [4].» La terra tirò il sacerdote alla terra, sicchè mentre nei primordii della Chiesa non che non si sentisse parlare di antipapi, appena si trovava uno che volesse fare da papa; a mezzo il secolo quarto Pretestato prefetto di Roma pagano, sobillato a rendersi cristiano rispondeva: «magari! fatemi vescovo di Roma, ed io mi farò cristiano.»
[1] La leggenda da alcuni si reputa bugiarda perchè narrata da G. Leti nello Itiner. della Corte di Roma t. 1; ma io per me non la tengo meno falsa per leggerla nella Disciplina degli Spirituali scritta da quel santo uomo, che fu frate Domenico Cavalca da Vico pisano.
[2] Epis. ad solitarios.
[3] Epis. ad Anast. Thessalonic, c. 5.
[4] Epis. ad solitarios.
Dopo alterata l'elezione dei vescovi pel fine di convertire il cristianesimo in arnese di governo, ecco che Costantino introduce tra i vescovi le stesse differenze di grado stabilite nella gerarchia pagana dello impero: la importanza della giurisdizione episcopale andò alla stregua della importanza della diogesi dove il vescovo sedeva. Questo decreto il Concilio di Nicea promulgò e il Concilio di Calcedonia poi confermò con le parole: «Se qualche nuova città è stabilita per comando dello imperatore l'ordine della diocesi seguirà la forma del governo politico.» Costantino intimava i Concili, li presiedeva, forniva ai vescovi il viatico, e il mantenimento, arduo starsi appartato, più arduo contrastare, e in mezzo ai rei colpevole il giusto, nè forse tra cotesti vescovi vi era chi volentieri non servisse da un lato per dominare dall'altro.
Adesso così a tratti consideriamo l'andatura della biscia romana per acquistare dominio principesco, e prevalenza sopra la Chiesa di Cristo. Nel Concilio di Nicea per la prima volta si udì ricordare il nome di patriarca, e compartirlo non solo al vescovo di Roma, ma ed anco a quelli di Alessandria e di Antiochia dichiarati uguali fra loro. La fortuna ci è, e si agita fuori di noi; beato quello che afferratala se la lega innanzi al carro, e fu fortuna che i vescovi scacciati dalle sedi orientali, segnatamente Santo Atanasio vescovo di Alessandria, ricorressero a Roma, dove Giulio I allora vescovo gli accoglie a braccia quadre, e ne cava partito di convocare un Concilio a Roma per costringere con molte minaccie i nemici di Santo Atanasio a professargli venerazione ed ossequio: quì stava la ragione per lui, e la ragione gli somministrò l'addentellato a costruire un diritto: subito dopo, lo assistesse la fortuna, o ci adoperasse ingegno, il Concilio di Sardica confermò le sentenze di quello di Roma. Papa Liberio vescovo perde il terreno acquistato, però che Costanzo imperatore preso in uggia Atanasio ordina a Liberio si separi da lui; Liberio si prova resistere; era immaturo il tempo, quindi ne tocca; cacciasi in esilio in Berea, sostituiscongli nel vescovato di Roma Felice II, ma vinto dal tedio condanna Atanasio, e tornato a Roma governa la sua Chiesa in società con Felice.—Allora il papato esercitavasi eziandio in accomandita tra soci: Damaso eletto vescovo dopo Felice appare di meno facile contentatura, e con armi, e sangue contende del vescovato di Roma con Orsino: uscito vincitore Valentiniano lo chiama a parte del titolo di pontefice massimo, Graziano poi glielo renunzia intero, ed ei lo accetta, chè vano ei fu, e dei vescovi di Roma il primo, che ostentasse splendido trattamento, anzi regale.
Da Numa s'instituiva il pontificato; prima l'ebbero i patrizii soltanto; poi anco i plebei: soprastava il sommo pontefice al culto pubblico ed alle cerimonie, al calendario, alle feste, agli oracoli, agli augurii, alle quistioni religiose, ai giudizi delle colpe contro gli Dei, alle vestali, ai sacrifizi, alle sagre, ai giuochi: trasse nome il pontefice dalla cura ad esso, ed al collegio dei pontefici minori affidata di mantenere il ponte di legno, che conduceva oltre Tevere: finchè stette in piedi la repubblica l'autorità del sommo pontefice si estendeva, su Roma, e suo contado; quando gl'imperatori presero questo ufficio per loro fino ai limiti estremi dello impero. Il dono pareva di titolo inane, ma il prete subodorò il partito che avrebbe potuto trarne e lo ebbe caro; sul gomitolo gentile si avvisò dipanare la nuova primazia della Chiesa romana.
Facile è la discesa verso lo inferno, disse Virgilio, nè sembra che il pendìo dello inferno pagano fosse più arduo di quello verso lo inferno cattolico, imperciocchè dallo studio di acquistare ricchezza presto si fece trapasso al delitto: e Graziano imperatore, quantunque parzialissimo al vescovo di Roma, ebbe mestieri di promulgare la legge 10 de Ep. et Ecclesias, che occorre nel Codice Teodosiano con la quale si vietava agli ecclesiastici bazzicare le case delle vedove, e dei pupilli onde col perpetuo serpentarli non cavassero loro di sotto per via di donazione, o di testamento le sostanze di famiglia. Di questa legge tesse San Girolamo singolarissimo encomio lodandola come medicina molto acconcia alla corruzione dei chierici[1].
[1] Epist. ad Eustac.
Non è nostro scopo esporre la storia della Chiesa romana, però lasciamo dormire in pace quattro Pontefici che non fecero dire nè bene nè male: non favelleremo di Origene peregrino intelletto ma balzano da tre, nè di Pelagio predicatore del libero arbitrio contro la necessità della grazia, e il peccato originale; nè di Nestorio negante Dio nato da donna, opinione antica rinnovata ai giorni nostri da Ernesto Renan; e nè manco dei due Concili di Costantinopoli, il secondo dei quali contro Macedonio nemico alla divinità dello Spirito Santo, o di Efeso contro Nestorio dove la Vergine Maria venne dichiarata Theotocos, cioè madre di Dio.
Leone Primo di una spinta maestra mandò innanzi gl'interessi della Chiesa di Roma però che inducesse Valentiniano III a decretare ver un vescovo si attentasse a innovare senza il consenso del vescovo di Roma; le costituzioni della Chiesa romana avessero forza di legge nelle altre chiese. Trovando poi con Marciano il terreno più morvido, lo condusse fino a decretare la pena di morto contro qualunque esercitasse cerimonie pagane: già siamo a 455 anni dopo Gesù, e voltandoci addietro non vediamo ormai il punto donde il Cristianesimo piglia le mosse; la Chiesa di Cristo si raffida meglio nelle manette, che nella parola; e intanto, che ella si arrabatta ad averle di suo lo piglia in presto dal Despota. Il verbo alle mani del Papa già è fatto mannaia. Ai tempi di questo Papa, Attila mosso alla ruina di Roma atterrito dalle parole di lui si arresta sul Mincio, e l'hanno per miracolo; poco dopo sopraggiunge Genserico, il quale non curate le invenie del vecchio imbelle nabissa la città dei Cesari, e lo hanno per meritato castigo alle colpe dei Romani. Così con la Chiesa di Roma non si vince, e non s'impatta. Del miracolo nel caso di Attila parlano bravamente tutti gli scrittori chiesastici; ebbe monumento dipinto da Raffaello nelle logge Vaticane, e scultorio in San Pietro per opera dello Algardi; del fatto di Genserico o tacciono, o si attentano a sostenere che anco lì un po' di miracolo ci fu, dacchè, intercedente Leone, tre chiese andarono immuni dal saccheggio; e a fin di conto quantunque il sacco durasse quattordici giorni, e quattordici notti, bruciassero fabbriche, votassero case, le chiese spogliassero, anzi con mirabile vicenda le reliquie di tre religioni la pagana, la giudaica, e la cristiana in un fascio rapissero, il tetto dorato del Campidoglio arraffassero, le gemme a Eudosia imperatrice ghermissero, a Leone fino i vasi di argento, dono di Costantino, strappassero, molte migliaia di Romani di entrambi i sessi, o per piacevole aspetto, ovvero per talento utile pregiati, menassero in cattività, gli scrittori chiesastici, ed anco qualcheduno non chiesastico sostengono, che molti mali Leone il grande prevenne, e grande senza fallo egli fu, ma nell'arte di estendere l'autorità sua sotto colore di fede ortodossa, e di ecclesiastica disciplina.
La uguaglianza dei vescovi fra loro prescritta dallo Evangelo ed osservata nei primi secoli della Chiesa non può rivocarsi in dubbio. San Paolo scrivendo ai Corinti afferma sè in nulla inferiore agli altri Apostoli[1], anzi rinfaccia apertamente San Pietro di non camminare diritto nelle vie del Vangelo. «Cristo, insegna santo Agostino, affidò la Chiesa non al solo Pietro, e nè principalmente a lui, bensì indistintamente ed ugualmente a tutti gli Apostoli[2].»—La uguaglianza fra i vescovi attestano i SS: Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Cirillo ed altri parecchi, sicchè il Concilio di Aix la Cappella con le parole medesime di San Cipriano sentenziava: «tutti gli Apostoli hanno ricevuto con Pietro uguale partecipazione di potestà, e di onore[3].» Da capo Cipriano parlando a nome di 87 vescovi dell'Affrica rimbrotta Stefano vescovo di Roma: «veruno tra noi presume chiamarsi vescovo dei vescovi, nè adopera minacce tiranniche per obbligare i suoi colleghi ad obbedirgli, però che ogni vescovo in virtù della sua potestà è libero nel voto, e nell'amministrazione[4].» Ancora Cornelio successore di Stefano avendo accolto alcuni scomunicati della chiesa affricana San Cipriano lo ammonisce con gravi parole a non alterare la disciplina ecclesiastica onde a cotesti perduti non abbia a parere l'autorità dei vescovi di Affrica minore della sua[5]. Anco nel quarto secolo quel grande luminare della chiesa San Girolamo predicava: «La Chiesa di Roma non differisce dalle altre. Un vescovo sia in Roma o in Gubbio, in Costantinopoli o a Reggio, in Alessandria o a Tanis possiede merito, e sacerdozio uguali; inopia, o dovizia non fanno divario, tutti sono a pari titolo successori degli Apostoli[6].»
[1] II. XII. 11.
[2] Contra Gennad. l. 1. n. 22.
[3] Con. t. 24. p. 1318.
[4] Con. t. p. 786.
[5] Epis. 55.
[6] Epis 101 ad Evag.
Chi dei due il vescovo di Roma, o quello di Costantinopoli fu primo a pretendere la monarchia della chiesa? Arduo a sapersi, ma poichè entrambi ormai col cuore gonfio di superbia procedevano appartati dalle vie del Signore è da credersi che ambedue concepissero pari consiglio: però sarà manifesto come il vescovo di Roma, esecrando in quello di Costantinopoli il titolo di monarca, ne usurpasse indi a breve per sè il titolo e le prerogative. Il Concilio di Costantinopoli concedeva titolo di primate al vescovo di Roma, i secondi onori all'altro di Costantinopoli; di qui la origine dello screzio, il quale crebbe quando il Concilio di Calcedonia, invano contrastante Leone il grande, non alla giurisdizione romana di lui, bensì a quella della sede bizantina sottomise i vescovi di Eraclea, di Gerusalemme, e di Antiochia. E poichè signoria non pate compagnia, dallo screzio si venne alle contumelie e alle armi; la Chiesa di Cristo unita per la virtù degli Apostoli si divide come la sua veste giocata a dadi dai crocifissori; di lui dopo un mezzo secolo, sedendo papa Osmida, si riconciliano gli animi, ma non per durare; al contrario la contesa si rinfocola più acerba di prima, volendo i vescovi bizantini estendere la propria giurisdizione sopra l'Illirico, l'Epiro, l'Acaia, la Macedonia, e la Bulgaria.—
Però mentre da un lato il vescovo di Roma innanzi di patire, che l'emulo suo si avvantaggi pure di una oncia, manda la Chiesa a rifascio, egli s'industria accaparrarsi qualche o titolo o preminenza che lo ponga in vista delle genti; e davvero bisogna confessare che la infallibilità non sia dote di Papa, o almanco non fu di Papa Simmaco, quando nel Concilio detto delle Palme gli bastò il cuore di fare chiarire impeccabile chiunque tenesse la sede romana; difatti, se non tutti, per certo la massima parte dei Papi potrieno definirsi gli Apolli di Belvedere dei sette peccati mortali. Calisto Papa fu ladro, per quanto si legge nei Filosofumena attribuiti a Santo Ippolito, e ripreso dal suo padrone Carpoforo fu messo alla macina. Urbano VI per ira, che sette cardinali si fossero palesati avversi alla sua elezione, menatili a Genova li strangolava: nè corrono anni molti che gli scheletri infelici furono rivenuti nei sotterranei della Badia di San Giovanni dove quel truce si condusse ad abitare. Avari tutti, ma fra di loro porta il vanto Giovanni XXII. Chi più brutto di nefande libidini di Alessandro VI? Chi più pigro o scandaloso di Giulio III? Superbo di Gregorio VII? Giulio II beveva come un lanzo e bestemmiava come un vetturale. Insomma bisogna confessare che se il petto del Papa è proprio stanza dello Spirito Santo egli si trova pessimamente alloggiato sopra la terra. Silverio, e Vigilio contendono del papato, prevale Silverio in virtù della pecunia fornitagli dal re dei Langobardi; proteggono Vigilio femmine infami, Teodora, e Antonina, quella moglie a Giustiniano, questa a Belisario. Cotesto o Papa od Antipapa promette accettare i capitoli favorevoli alla dottrina di Eutiche negante in Cristo la persona umana per contrapposto a Nestorio, che gli negava la divina, se Giustiniano lo sovviene a vincere l'avversario Silverio; aiutato ci arriva, e fa spegnerlo a tradimento; ma poi o si pente, o piglia a tedio la suggezione, sicchè non osserva il patto; relegato in Sicilia da Teodora, minacciato da Giustiniano di un Concilio a Costantinopoli accetta da capo i capitoli di Eutiche: la viltà, come succede, gli fruttava obbrobrio, non concordia, anzi la Chiesa nel suo pontificato si lacerò peggio di prima; allo scisma delle chiese orientali si aggiunsero quelli della Illiria, delle Spagne, delle Gallie, e dell'Affrica; si separarono altresì dalla comunione di lui Toscana, Istria, Umbria, Liguria, e Venezia; lo scomunicò San Paolino patriarca di Aquileia in un Concilio dei suoi suffraganei.
Pelagio I considerando come argomenti spirituali non bastassero a sottomettergli i vescovi avversari s'industriò adoperarci il terrore delle armi; e sembra persuadesse Narsete a sovvenirlo; ma scomunicato dai vescovi si rimase attendendo a raccogliere le sostanze della chiesa streme e disperse nel perpetuo disegno di primeggiare sopra i suoi uguali. Pelagio II rifatto di forze torna ad insistere nel concetto di primazìa, ma poichè i vescovi di occidente riparansi sotto la tutela dei Longobardi, egli disperato di venirne a capo con le proprie facultà si raccomanda a Childerico re dei Franchi di Austrasia, il quale lo trastulla e lo delude.
Intanto se il vescovo di Roma si arrabattava a prevalere sopra i suoi uguali nè manco il vescovo di Costantinopoli rimaneva con le mani alla cintola, e in certo Concilio radunato per giudicare di un vescovo di punto in bianco si piglia il titolo di Universale. Questi fu Giovanni digiunatore. Se Pelagio saltasse su i mazzi non è da dire; vomitò ingiurie a bocca di barile, e per ultimo in nome di san Pietro buttò all'aria tutti gli atti del Concilio. Troppo più fiero di lui Gregorio magno, però, che stemperati in ogni mala cosa, nella violenza delle parole turpi, i Pontefici non conoscano confine: vale il pregio considerare quello, che Papa Gregorio magno non aborrisse proferire contro questo patriarca usurpatore del titolo di Universale: «tu stai di casa vicino al diavolo, e quanto presumi è scelleraggine espressa; tu proprio ammannisci la ruina del sacerdozio il quale venne istituito da Dio per dare l'esempio della umiltà…. Veruno dei miei predecessori patì mai portare, o lasciare portare questo titolo profano, conciossiachè dove mai un patriarca si appelli universale venga a mancare negli altri il nome di patriarca. Per me credo che accordarti siffatto scellerato titolo, e mandare in perdizione la fede sia tutt'uno.—Se la tua santità chiama papa me o non capisce, che viene a confessare lei non essere tale, poichè io divento per suo consentimento ecumenico?—Se un vescovo si chiamerà universale andrà di certo a precipizio la Chiesa[1]». Però mentre Gregorio astia al Digiunatore il nome, s'ingegna agguantare per sè la cosa; per costringere il Patriarca ad umiltà egli primo s'intitola servo dei servi di Dio, e così si sottoscrive nella lettera, che gli spedisce, ma intanto si mette coll'arco del dosso a dilatare la primazìa della sua fede sul mondo cristiano, massime in occidente, e nelle sue epistole si dichiara aggravato dalla cura, e dalla sollecitudine di tutte le chiese, la quale cosa, ch'è mai se non la presunzione d'imporsi ecumenico agli altri vescovi?
[1] Epist. 32. 80. C. 4. Il testo preciso della lettera 18. l. V. di papa Gregorio al patriarca Giovanni merita grave considerazione, ed è questo: «tu togli a tutti l'onore dovuto e lo concentri in te; così facendo tu ti proponi a modello colui che disprezzando le legioni degli Angioli suoi uguali tentò elevarsi a singolare altezza onde non più soggetto ad alcuno potesse dominare a tutti. Egli disse: mi solleverò fino al cielo, mi collocherò sopra le nubi più alte, sarò simile all'Altissimo…. industriandoti tu a prevalere sopra i tuoi fratelli con quel titolo superbo non è lo stesso che tu dicessi:—salirò al cielo, porrò il mio trono sopra gli astri?… Che potrai rispondere a Gesù Cristo giudice quando con questo titolo di universale procuri assoggettarti tutti i fratelli? Tu che brami essere chiamato non solo padre ma padre universale del mondo. Respingi respingi da te tanto perfida suggestione.»—E ciò perchè questo titolo voleva pigliare egli; sputava insomma su la pietanza perchè altri schifandosene la lasciasse mangiare tutta a lui.
Difatti Bonifazio III, successore di lui, timoroso, che altri lo prevenisse a pigliare per sè il titolo di universale non istette a perdere tempo e indusse lo imperatore Foca a concederglielo; donde tu vedi come anco questo nome da cui tirano tanta superbia i Papi di Roma non si diparta da istituzione divina, ma al contrario sia dono d'imperatore, e di quale imperatore!
Ribelle al suo principe, trucidatore di lui, e della imperiale consorte, e di otto figliuoli innocentissimi, di persona deforme, di aspetto sinistro, nella crapula sprofondato e nella lussuria; codardo così, che a ragione Maurizio quando lo seppe tale esclamasse: «ahimè! se vile per certo diventerà assassino.» Le stragi che menò questo feroce non mai precedute da giudizio, e precedute sempre da atrocissimi tormenti; occhi e lingue strappati, mani e piedi recisi; arsi a lento fuoco, o disfatti dal flagello; l'anfiteatro contaminato da membra tronche: insomma tale non dirò da disgradarne Nerone, bensì da stargli a pari. Nondimanco il papa Gregorio gli manda epistole gratulatorie perchè «la benignità della sua religione fosse giunta al fastigio dello impero; si rallegrino i cieli, la terra esulti e delle opere sue pietosissime il popolo della repubblica universale fin qui afflitto spietatamente meni tripudio[1].» e terminava poi profetandogli, che dopo lungo e prosperoso regno se ne sarebbe volato ritto ritto come un cero nel celeste impero. E' sembra, che il dono della profezia non fosse per anco piovuto addosso al vescovo di Roma, dacchè Foca abbandonato da tutti dopo ogni maniera vilipendii, e strazii ebbe il capo mozzo, e le ceneri del suo corpo, dato alle fiamme, furono disperse al vento. Il clero già tanto non so se io mi abbia a dire o abbietto o truce, pago di leccare il sangue esaltava il nuovo imperatore Eraclio con ressa supplichevole chiamandolo al trono, che avrebbe purificato dalla ignominia. Tale fu Foca imperatore il quale inalzava il vescovo di Roma alla dignità di ecumenico.
[1] Epis. 38 b. XI.
Innanzi di procedere raccattiamo per via un fatto strano come quello, che chiarisce la inanità dei nostri moderni uomini di stato, e la sfrontata ignoranza di loro. Gelasio I papa, imperando Zenone, bandiva la Chiesa avere a governarsi libera nello stato; e prima di lui Sinesio vescovo di Tolemaida così ammaestrava il clero cristiano: «per esperienza vi è chiarito come porre insieme Principato e Sacerdozio sia un mettere all'aratro un'asino con un bove. Gli Egizi e gli Ebrei furono un dì governati da sacerdoti, ma poi il Signore separando questi due generi di vita dichiarò l'uno sacro, l'altro politico; questo unì alla materia, quello a se; i Principi ai negozi; alle orazioni noi. Perchè congiungerete quello che Dio separò? Perchè imporci un carico impari alle nostre spalle? Se abbisognate di protezione volgetevi a cui fu preposto alla esecuzione della legge. Avete bisogno di Dio? Andate dal vescovo. Scopo del vero sacerdote la contemplazione la quale mal si accorda con l'azione[1].» Il testo famoso di Gelasio e la lettera di Gregorio III a Lione l'Isaurico occorrono significati, anzi copiati[2] nella epistola ottava scritta da Nicolò I papa a Michele III imperatore: «concedo prima di Gesù Cristo taluni essere stati re, e sacerdoti insieme, ed il demonio ha imitato questo nella persona degl'imperatori pagani, i quali erano altresì sommi pontefici, ma apparso colui che fu re e sacerdote vero, lo imperatore non si appropriava più i diritti del sacerdozio, nè più il pontefice usurpò nome regio.Imperciocchè quantunque tutti i sacerdoti sieno schiatta sacerdotale ad un punto e regale, Dio però consapevole della umana debolezza, e desideroso di salvare i suoi in virtù della umiltà volle separare gli uffici dei due poteri per modo che gl'imperatori cristiani, abbisognassero dei Pontefici per la vita eterna, ed i Pontefici andassero soggetti agl'imperatori nelle cose temporali. Colui pertanto che serve Dio non s'intrometta nelle cose del secolo, come colui che attende alle cose del secolo non s'intrighi nelle cose divine. A questo modo ognuno dei due ordini rimane circoscritto nei termini della modestia, ed ogni vocazione è applicata a ciò che le appartiene[3]».
[1] Epist. 121.
[2] V. lib. de Anathemate di papa Gelasio.
[3] Epis. 8.
Ora se vuoi conoscere come il Papa allora instasse su cosa dalla quale ripugna adesso, la ragione ti comparisce manifesta. Il sacerdozio in cotesti giorni sentiva non potersi ordinare a suo modo, e farsi stato dentro lo stato per riuscire più tardi stato solo e trapotente, se non si appartava dalla subiezione dello impero, però mostrava repugnanza dello antico istituto di principato comprenditore eziandio del sacerdozio per giungere a stabilire un sacerdozio comprenditore del principato: insomma rovesciare la medaglia. Il quale intento avendo con pertinacia grande, e con fortuna ottenuto vediamo il Papato armarsi di leggi atte a camminare compagno a canto lo stato, e se gli capita, padrone; e di vero prima fu compagno, e poi padrone; per ultimo anch'ei provò quanto sia vero il proverbio, che chi più stringe meno abbraccia, e decadde dal superbo concetto di signoria universa sopra le cose spirituali come sopra le temporali, non già per migliore senno, o per mutato consiglio, bensì per impotenza, e smanioso di ragguantare la perduta primazia quando, che fosse. Una volta egli attese a separare le due potenze, adesso il Pontefice si ostina a respingere la partizione, e ciò perchè mutava punto di appoggio alla leva: allora il principato l'aduggiava impedendogli di farsi potenza; ora che dominazione è fatto separandosi perderebbe il principato: di qui l'ira, e la minaccia di adoperare le folgori, che non bruciano più, nè manco i pagliai, per tenere insieme quello, che sotto pena dei medesimi fulmini si pretese un dì spartito.—Per me considero la repugnanza del Papato proprio provvidenziale, imperciocchè là dove la separazione fosse avvenuta a casaccio siccome propose il barone Ricasoli, uomo per certo inettissimo allo ufficio che si tirò su le spalle, la Chiesa di Roma nel modo col quale adesso si trova costituita avrebbe potuto sovvertire, o turbare a sua posta lo stato; e questo parmi avere con buoni argomenti chiarito altrove. Carte in tavola; tutte le religioni, che occorrono dentro lo stato voglionsi libere per ciò che spetta al foro interno; quando poi presumono intrecciarsi con atti esterni agli ordini pubblici, come ogni altra cosa civile, cascano sotto le discipline della polizia nel modo, che la intendevano i Greci.—E poco, anzi punto, secondo la opinione mia, vale che il sacerdozio ha da essere libero, dacchè io pure consenta così, ma al tempo stesso sostengo, che ricondotto alla sua prima istituzione, voglio dire al suffragio del popolo, parmi manifesto, che il popolo non fie per eleggere uomini i quali contradicano alle sue leggi; mentre adesso il clero per suggestione di principe straniero interessato ad arruffarti le faccende di casa compiace a lui non al principe proprio e nè manco al suo popolo. La dottrina del suffragio universale ha da mutare la faccia del mondo; nè rechi amarezza il tristo esempio di Francia: per ora il tino bolle sicchè i raspi e i fiocini vengono a galla; lasciate posare e avrete il vino ch'è conforto dell'anima.
Quantunque ormai per istudio di acquistare potenza i Papi si fossero avvantaggiati delle cerimonie pagane però che quanto la religione perdeva di spirituale tanto desiderava ornarsi di forme sceniche, e affatto materiali, tuttavia verun Papa postergato ogni rispetto più di Gregorio magno strinse lega col paganesimo. A questo uomo misto singolare di pedanteria e di forte volere un dì venne in testa di convertire gl'Inglesi: la causa che lo spinse questa: veduti a Roma alcuni giovani sassoni-inglesi bellissimi di forma domandò chi fossero e donde venissero. Gli risposero essere angli, ed egli, «angioli sì cui bisogna liberare dalla schiavitù del demonio; ma da qual provincia vengono essi?—Dal Deirè.—Ci supplicano, soggiunse il Papa, a salvarli dalla ira di Dio; e come si chiama il capo o principe loro?—Ella.—Alleluia, conchiuse Gregorio, certamente a noi commise il cielo, che per le costoro terre si abbia a cantare alleluia.» Bambinesche forme coteste, le quali velavano concetti terribili, che furono in processo di tempo spedire bolle ai Franchi per consacrare le loro rapine affinchè essi le suggellassero con la scure, e a lui Papa pagassero il prezzo del sangue. Mandava Agostino in Inghilterra co' giovani educati nelle arti della curia romana, e parecchi monaci mascagni, i quali tutti giunti ad Aix scorati per le molestie della via stanno in procinto di stornare, ma Gregorio li rimbrotta di poca fede, e li sovviene di lettere commendatizie pei baroni franchi sbraciando loro a destra, ed a sinistra d'illustrissimo, piissimo, cristianissimo e via con iscialacquo, che non mai fu visto maggiore, se ne eccettuiamo quello, che adesso si fa delle croci dei santi Maurizio, e Lazzaro; gli resse il cuore perfino di scrivere lettere alla immanissima donna Branechilda salutandola eccelsa per ispirito inchinevole alle opere buone, e tetragona nel timore dell'onnipotente Dio[1]. Così andarono innanzi Agostino e i frati sicchè giunti appena a Cantorbery domandano al re Etelberto: «una terra con tutte le sue rendite non per loro, ma per Cristo, facendone atto di cessione solenne affinchè egli Cristo colmi lui re di beni in questo mondo e più nell'altro.» Doveva parere un po' strano al re Etelberto che per divenire meglio vestito dovesse cominciare a spogliarsi, pure bebbe grosso, e donò la prima terra a santo Agostino ed ai suoi monaci, le altre se le pigliarono da loro: il peggio era che i Sassoni gente dura male consentiva lasciare le cerimonie vetuste della barbara religione, sicchè non sapendo che pesci pigliare mandava a Roma per consiglio, e Gregorio lo ammoniva a far la gatta di Masino, sopporti i sacrifici di vittime, lasci stare gl'idoli, non tocchi i tempii, si pigli ogni cosa in santissima pace a patto di appoggiare l'alabarda; e così fu; indi a breve Offa ammazza Etelberto; dai morti non ci ha modo di cavarne costrutto; i preti si voltano ad Offa al quale danno assoluzione plenaria a patto che paghi a Roma un tributo annuale intitolato danaro di San Pietro; tale l'origine di questo danaro, che Cesare Cantù non aborriva ricordare nel Parlamento italiano come esempio imitabile; un dì lo somministrò alla Curia romana il tradimento, oggi lo paga il fratricidio. E poichè il prete tiene assai della natura della Fama di Virgilio, che in andando cresce, così a cotesti tempi rimoti con celerità spaventosa, egli impose decime sopra le mercedi degli operai, sopra il soldo dei soldati; che più? fino sopra il turpe lucro delle meretrici. Siccome suole, la ingordigia troppa adesso aliena gli spiriti; chi paga, e chi non paga; di più, rotta una maglia aumenta la voglia nei Sassoni di affrancarsi dalla catena, per la quale cosa cacciano di sede Roberto di Jumieges eletto vescovo di Cantorbery dal Papa; allora Alessandro II lucchese si lega co' Normanni, incitato da Ildebrando monaco; questi capo dei frati accattoni, quegli pure paltoniere e tignoso, onde quando lo menarono intorno a processione il popolo gli urlava dietro: «va via lebbra; va via bisaccia.»
[1] Op. t. 4. p 18.
Soccorsi del Papa lucchese furono una bandiera benedetta ed un'anello di oro con dentro non so qual pelo della barba o capello di San Pietro. Guglielmo il Bastardo vinse e compensò il pelo rinnovato nella sua pienezza intero il danaro di San Pietro donde forse l'origine della carità pelosa: ma i successori di Guglielmo trovando come cotesto pelo costasse troppo caro, e credendo altresì di averlo a quell'ora pagato oltre il dovere presero a nicchiare, negando il danaro, e le romane improntitudini respingendo, Papa Innocenzo III stizzito, per ispuntarla mandò al re Giovanni senza Terra quattro anelli con molta solennità richiamandolo a meditare la forma, il numero, la materia, e il colore di quelli, però che avrebbero avuto virtù di ammonirlo intorno ai suoi doveri: infatti la forma circolare degli anelli gli avrebbe rappresentato la eternità per cui renunziando alle cose terrene si sarebbe sentito come attratto alle celesti: solo per lasciare più libero il re nei suoi esercizi ascetici si sarebbe egli Papa sobbarcato al carico di governare per lui il suo regno in questo mondo; il numero quattro come quadrato denota la costanza necessaria ad ogni re stabilita sopra le quattro virtù cardinali; la materia aurifera rappresenta la sapienza preferibile ad ogni bene; e come l'oro rappresentasse la sapienza il Papa non lasciava intendere; lo zaffiro indica la fede, lo smeraldo la speranza, il rubino la carità, il topazio le buone opere; per tutte queste ragioni era chiaro come l'inchiostro, che Giovanni senza Terra doveva lasciare, anzi ordinare, che i suoi sudditi pagassero il danaro di San Pietro, e permettere, che il Papa eleggesse vescovi in Inghilterra cui meglio gli garbasse; e poichè Giovanni senza terra uso a rubare per sè, ed anco un tantino ad ammazzare per questo fino i nepoti ebbe torto di non arrendersi alla forza del ragionamento papalino, Innocenzio scomunica Giovanni, lo condanna alla perdita del trono, e commette a Filippo Augusto re di Francia eseguisca la sentenza; il quale ci si ammannisce di buono; senonchè il Papa pensandoci su conobbe come Filippo fosse uomo da levare il regno a Giovanni, non però di darlo a lui, e allora si accomoda con Giovanni a patto, che questi si dichiari feudatario della Chiesa pagando mille marchi di argento di annuo tributo, di cui 700 per la Inghilterra, e 300 per la Irlanda; Filippo di Francia rimase a Dover come più tardi aveva a rimanere Vittoria d'Inghilterra in Crimea, e così per un tempo la Brittannia ebbe la onoranza insigne di essere feudo romano; onore di cui sembra, che si rammenti, e voglia mostrarne a Roma la sua gratitudine.
La sarebbe lunga chiarire qui come la Chiesa cattolica appaia rimpannucciata di spoglie pagane. Lasciamo di Maria; come i pagani avevano gli dei maggiori o consenti, e minori, superi, inferi, e mediossumi così i cattolici possiedono santi maiuscoli, e scadenti, troni, potenze, dominazioni, e cherubini, e serafini, ed angioli, ed arcangioli, tutto un esercito, dal capitano generale fino al tamburino; i pagani veneravano gli dei tutelari dei popoli e gli dei patroni delle città e delle provincie, a mo' di esempio Iside ed Osiride dello Egitto, Belo degli Assiri, Quirino di Roma, Apollo di Delo, Venere di Citera, Minerva di Atene e via discorrendo, e a posta loro i cattolici adorano San Luigi protettore di Francia, Santo Stefano di Ungheria, San Patrizio d'Irlanda, San Giacomo di Spagna, e poi San Petronio in Bologna, in Roma San Pietro, a Milano Santo Ambrogio, San Gennaro a Napoli, San Francesco a Livorno, che la sua protezione si spartisce con Santa Giulia, e non ricordo con quale altra Santa; lo stesso dicasi degli dei presidi dei tempii e degli altari: presso i gentili e presso noi pari i santi pei trivi, in capo alle strade, per le case, e per le stalle. Santo Antonio procuratore generale delle bestie tiene per suo segretario generale un porco; e ci hanno male lingue le quali affermano cotesta pratica avere trovato buona certi ministri di un certo regno di questo mondo, e per proprio uso imitata; la quale cosa io nego ricisamente, però che il porco troviamo almeno buono morto: il cattolicismo come il paganesimo ha assegnato ad ogni santo un malanno per suo campamento; così egli dava a Santa Barbara in dote gl'incendii e le saette, le cascate a San Venanzio, i tuffi nell'acqua a San Giovanni Nepomuceno, i terremoti a Santo Emidio, i ladri a San Niccola, gli avvocati a Santo Ivone, a Santa Anna i parti, a San Cristoforo dalla testa grossa il mal di capo e i prigionieri, a Santa Lucia il mal di occhi, a Santa Apollonia quello dei denti, a Sant'Agata quello delle mammelle, a San Biagio la gola, reni a San Liborio, le gambe a San Mauro, la peste a San Rocco, i cani arrabbiati ai Santi Piero Crisologo, Quintino e Domenico Soriano. La festa della nascita di Gesù che casca in Marzo trasportarono ai 25 Decembre perchè in cotesto e nei giorni seguenti i pagani celebravano il Natale di Saturno costumando, giusto come pratichiamo noi, darsi alle commessazioni e ad ogni maniera stravizi. Il tempio in Roma dedicato a Quirino dove le madri per l'annovale della nascita dei loro figliuoli andavano a posarli tutti azzimati sopra l'ara, oggi col nome di San Teodoro serve per l'uso medesimo; pagana l'acqua benedetta, pagani i ceri, i timiami pagani: le ceremonie per la più parte cavate dalle antiche: tutto il cattolicismo gronda paganesimo; a Roma il tempio di Vesta la dea del fuoco fu tramutato in Chiesa della Madonna del Sole; quello di Remo e Romolo gemelli in Chiesa dei Santi Cosimo e Damiano gemelli; quello della Salute in Chiesa di San Vitale; su la sponda del lago Numicio, ove è fama si annegasse Anna Perenna sorella di Didone, adesso sorge un sacello consacrato a Santa Anna Petronilla. Nel foro boario presso l'ara massima dove giuravano: mehercle! adesso occorre la chiesa di Santa Maria Cosmedin vocata di Bocca della Verità; Caio Mario trionfando per la vittoria cimbrica consacra un tempio alla vittoria; questo tempio convertito in Chiesa sta tuttavia in piedi, e sapete voi quale nome le hanno posto? Santa Vittoria. Il Panteon di Agrippa aveva la cupola fasciata di metallo corintio ed una iscrizione nel frontone la quale sonava così: «a Giove e a tutti gli Dei.» Urbano VIII dei Barberini leva il metallo e non ci surroga niente; alla seconda Bonifacio IV comecchè fosse più agevole e manco costosa sostituì la leggenda: «Alla Benedetta Vergine, e a tutti i Martiri.» Sisto V, che fu pei santi pagani quello che Francesco IV di Modena si mostrò pei liberali, tuttavia fece grazia alla Minerva del Campidoglio a patto che alla lancia surrogasse un crocione che si vedeva da lontano un miglio.—
Si trova scritto che a Narbona per tempo lunghissimo dai Cristiani si celebrasse la festa di Flora proprio a mo' dei pagani con giochi, e femmine ignude: nel 1551 un Concilio provinciale condannò riti siffatti, i quali comecchè indarno già da nove secoli erano stati difesi: e tanto in cotesta provincia si poterono poco le vecchie usanze pagane abolire, che nel 1645 un monaco amico di Gassendi stampò certo libretto col titolo: «Lamento sopra i costumi anticristiani del popolo di Provenza.» Il nome di luoghi hanno mutato in Santi; il monte Soracte diventò Santo Oreste; gli antichi ebbero lo Ancile scudo sacro piovuto dal cielo, e noi non so nè manco io le tante cose sacre diluviate dal cielo sopra la terra; credevano i pagani le isole avessero viaggiato come Delo, e i tempii, e gl'idoli, e noi crediamo San Dunstano traversasse la Manica sopra certo isolotto; vola per l'aere la casa del Loreto al pari di una rondine; la nostra Madonna di Montenero uggita di starsi in Eubea incastrata dentro una rupe un bel giorno lascia lì sacco e radicchio e viene a domiciliarsi a Livorno, e il Capitano Corpi che navigò per coteste plaghe riscontrava il buco lasciato dalla Vergine randagia nelle pareti del monte; così afferma il Padre Oberhausen nella sua monografia del tempio di Montenero. A Roma parlarono i bovi nella seconda guerra punica, appo noi favellare asini e bovi diventò cosa comune, sicchè non ci entra più miracolo. Il Parlamento Italiano informi. Apparizioni di là, ed apparizioni di qua. Venere, Minerva, Marte ogni tantino in terra, ed anco Nettuno di cui ufficio è governare il mare, che governava ad un bel circa come i ministri presenti governano la Italia; tra noi Gesù Cristo sempre in viaggio per comparire alla presenza dei suoi devoti, e per lo più in forma di bambino come a San Cristoforo, a Santo Antonio, ed a Santo Agostino; anzi taluno afferma, che Gesù Bambino si presentasse a questo Santo quando meditava il trattato della Santissima Trinità quì per lo appunto a Santo Jacopo dove il signor Palmieri ha fabbricato i suoi bagni; e questo avverto perchè ci pensino quei signori, e quelle signore che vanno costà per bene altro, che meditare sul mistero della Santissima Trinità: altri all'opposto sostiene che siffatto miracolo avvenisse lungo la spiaggia di Corneto; intorno alla quale disputa confesso dopo molte ricerche trovarmi incapace più di prima a decidere.—Miracoli inauditi da una parte e dall'altra, tamen di assurdità meno strepitosa presso i pagani; chè il baratto del cuore di un Dio con quello di una femmina scema non arrivarono i preti pagani a immaginare. Ai miracoli, che sono oltraggio non dirò alla ragione umana, la quale è avvezza a bevere balene, bensì alla nozione della Divinità, non vo' aggiungerne altri in aumento di quelli che già registrai nell'Asino; solo mi giova trascrivere certa notizia letta a questi dì sopra taluni giornali per istudio, che altri la conservi: dentro parecchie chiese e cappelle occorrono 63 dita di San Girolamo; e non ce ne voleva di meno per questo benedetto Santo che ha scritto tanto;—tredici braccia di Santo Stefano, che bisogna dire fosse un solenne poltrone se con tredici braccia sì lasciò lapidare; 1600 ossa di San Pancrazio, e non ce ne voleva meno per fare onore al proprio nome, che significa pugnatore co' piedi e con le mani; comunque santo Ignazio di Antiochia divorassero i leoni ciò non toglie, che ci avanzino di lui tre corpi di tutto punto interi, oltre sette gambe e diciassette braccia; e poichè mi sta su la punta della penna lascio cascare sopra la carta come in Ispagna abbiano fabbricato un San Viar, santo miracolosissimo, massime per le donne gravide, a questo modo: sopra un marmo miliario trovarono inciso: S. Viar e il santo fu bello e fatto; dopo qualche secolo certo archeologo miscredente dimostrò coteste lettere frammento di iscrizione corrosa; le quali intere sonavano Prefectus Viarum; così un soprastante di strade romano si trovò di botto tombolato al fianco di S. Luigi Gonzaga; e per la quale cosa anco i Signori Susani, Bastogi, Ricasoli, Cini, Corsi, e compagni impresari, e amministratori di strade, dopo di essere stati in questo mondo Cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro ponno sperare di trovarsi colleghi dei medesimi nella gloria eterna del paradiso. In certa cronaca cattolicissima si legge narrato come avanti la venuta di Gesù Cristo la reina Bellisea il giorno della Pentecoste si recò a messa nel Duomo di Fiesole!!!
Io non saprei accertare se il cardinale Bembo, o Giulio II, o Leone X dicessero:—questa favola di Cristo ci fu un podere in Chianti[1]—quello, che so veramente si è che il Poliziano si lamentava forte col magnifico Lorenzo perchè quella benedetta donna di sua moglie Clarice non si vergognasse di dare a leggere il salterio al suo figliuolo Giovanni, che poi fu papa; e il cardinale Bembo ammoniva il Sadoleto si astenesse da leggere l'epistole di San Pietro se pure non voleva imbarbarirsi lo stile: «lascia, gli scriveva, da canto coteste baie indegne di uomo grande.» Dettando lettere latine, il dabbene cardinale a mo' dei pagani chiamava il Collegio dei cardinali collegium augurum; per lui celebrare la messa dei morti significava: litare diis manibus; morendo San Francesco: in numero deorum receptus est; un moribondo, che si affretta acconciarsi dell'anima co' sacramenti: «deos superos manesque placavit.» Del simulacro d'Imperia meretrice collocato nel Panteon già favellammo.
[1] Quam profuit nobis ista fabella Christi.
La Chiesa da prima fu pagana per arte volendo che in certa guisa i gentili si trovassero ad avere mutato religione quasi senza accorgersene; poi nei gusti, nelle usanze, e perfino nel linguaggio del paganesimo si mantennero per vaghezza d'imitazione, e per conformità di costume.
Certo il Vescovo di Roma mutando modo di elezione aveva acquistato non poco, però che togliendola al popolo, il quale si trova sempre presente, l'aveva messa in mano ad uno imperatore lontano, spesso troppo impacciato in casa, per istare a canna badata fuori; ma venuti i barbari, massime i Goti, in Italia si erano tolti per loro questa suprema facoltà, onde senza averla perduta o renunziata gl'imperatori greci intendevano essi a posta loro esercitarla in proprio benefizio. I Papi non volendo dare del capo nel muro incocciandosi a progredire per la via retta attesero a pigliarla di scancio, e papa Bonifacio II dopo avere vomitato fiamma e fuoco contro le elezioni simoniache dei Papi si attentò eleggersi il successore, ma non approdò; anco Felice IV tanto per mettere il primo piolo alla scala chiese ad Amalasunta la facoltà di giudicare in prima istanza le cause miste fra chierici e laici, e la ottenne: di qui il mal seme dei tribunali chiesastici onta, e dolore della stirpe umana.
Ora incomincia a colorirsi la tremenda industria posta dai Papi di percotere l'uno contro l'altro i potentati del mondo e romperli, o incrinarli a vantaggio proprio; finchè durarono i Goti i Papi non andarono lieti di avere carpita la elezione dei sacerdoti al popolo, dacchè se ne vollero mescolare Odoacre, e Teodorico; allora i Papi, quasi per rifarsi nell'apparenza di quanto scapitavano nella sostanza, ovvero perchè con le apparenze intendessero disporre gli animi a favore dello ambito primato, aggiunsero alla mitra la tiara, assunsero vesti solenni per foggia, e per ricchezza; però che sia novella quanto narra Papa Innocenzo III nel sermone intorno San Salvestro, del rifiuto di costui alla corona profertagli in dono da Costantino per rispetto alla tonsura; di fatti o perchè la corona sconcerebbe la tonsura, e la mitra no? Onofrio Panvinio, che se ne intendeva afferma, che la tiara non adoperarono i Papi prima del sesto secolo: quanto al triregno è trovato più moderno assai; lo immaginò Paolo II veneziano nel 1474 per simbolo dell'autorità spirituale nel cielo, nello inferno, e sopra la terra; come vedete e' ci entra ogni cosa.
Dai, dai favorendo l'abiezione dei popoli conquistati e la barbara ignoranza dei conquistatori i Papi già toccavano il dominio temporale, arnese necessario per primeggiare, quando ecco in contrario un duro intoppo nei Langobardi, mentre quasi erano giunti a scivolare di sotto agl'imperatori greci non senza però, che chi primo stese le mani non le ritraesse scottato; così vero questo che Martino I essendosi attentato a farsi consacrare senza il consenso dello imperatore, e di più avendo di propria autorità convocato un Concilio in Laterano lo imperatore Costante lo mandò in esilio a Chersona dove gli venne meno la vita: costui fu ribelle, e lo ciurmarono santo: nè di ciò troppo ci preme; solo ci giova avvertire, che non sempre la Chiesa romana tenne fermo il precetto di obbedire alle potestà civili comecchè discole, e di ciò abbonderanno, fra non molto, conferme. Vitaliano Papa caldeggia le parti di Costantino Pogonato contro Mecezio; e poichè la morte gli toglieva il modo di esigere il prezzo del favore largito a Costantino, i successori suoi Agatone, e Benedetto II tanto lo importunarono, che quegli ne ottenne la dispensa di pagare i tre soldi di oro per la conferma della sua elezione, questi facoltà di pigliare possesso del suo officio senza l'assenso imperiale; più avventuroso di tutti Costantino papa il quale non rifuggì da mettersi al repentaglio di andare fino a Costantinopoli a salutare il ferocissimo Giustiniano II, dove con arte, ignorasi se buona o rea, si adoperò ad ottenere da costui la conferma dei privilegi della Chiesa romana, mentre costumando come il buon marinaro, che ormeggia il suo naviglio a più cavi, Giovanni VII la medesima conferma aveva già riportata da Ariberto II re dei Langobardi.
Parve finalmente a Leone II Papa avere la Chiesa romana acquistato tanto di potenza da palesarsi intera, e dire: voglio e posso regnare sola.—Regnava a Costantinopoli Leone Isaurico rude montanaro a cui saltò nel cervello la bizza di movere guerra alle immagini: a quanto sembra, eccetto questa fantasia, altra causa del suo odio non la possiamo rinvenire; ma così siamo avvezzi a conoscere complesse le cause delle azioni umane, chè nè ad una sola, nè alla più semplice crediamo, anzi quanto più apparente, screduta; tuttavia il senso di religione agita profondo le menti umane quanto più barbare, e l'Isaurico allevato per le montagne, usando co' monsulmani, e co' giudei potè ottimamente concepire odio immortale contro le immagini, le quali che altro sono mai tranne infelici segni d'idolatria così dallo antico come dal nuovo testamento detestati e reietti? Manuzio Felice cristiano del terzo secolo, il quale viveva in Roma ai tempi di Caracalla, dettò un dialogo in difesa della religione cristiana dove introduce a favellare due amici suoi, Ottavio Gennaio convertito alla fede di Cristo, e Cecilio Natale rimasto pagano; tra le altre accuse, che questi appone ai cristiani vi ha che essi si celano, aborrono mostrarsi, non possiedono altari, non tempi, non immagini. Ai quali appunti Cecilio risponde: che tempii? Che altari? Che sacrifici? Che immagini? L'uomo è immagine sincera di Dio; suo tempio il mondo; la vita pura ed i costumi santi il vero sacrifizio;—e tale era la sentenza di Origene poco dopo di lui, e innanzi a lui la professò Clemente di Alessandria[1]. Se vuoi autorità di Papa contro le immagini, te la somministra Innocenzio III: «i tempii e gli altari, egli dice, spettano al culto della latria;—a Dio solo voglionsi consacrati non ai santi per paura, che invece di servire a Dio i fedeli non caschino nella idolatria.» Se all'opposto ti garba meglio la opinione di un santo ecco che san Gregorio di Neocesana ti afferma: «la religione pagana sola inventrice e madre delle immagini.» E venendo giù fin presso al Concilio di Trento ti occorre Giorgio Cassandro dottissimo teologo, il quale nel consulto intorno le controversie dei cattolici, e dei protestanti dettato a petizione degl'imperatori Ferdinando e Massimiliano confessa pagano l'uso delle immagini… ed oggimai fatto esorbitante e scandaloso acconsentendo agli errori del volgo e piuttosto esagerando, che temperando gli eccessi della pagana follia.
[1] Origen. in Cel. l. 8 p. 389. Clemen. 7 Strom. v. Moeurs. Chr. n. 28.
E strano poi egli è che i Concili stessi dannando il culto delle immagini dessero ragione a Leone; di fatti il Concilio di Costantinopoli convocato dal figliuolo suo Costantino Copronimo composto di bene trecentotrentotto vescovi dichiarò espresso il culto delle immagini rinnovatore del paganesimo; alla purezza della fede fuormisura molesto: che se taluno obiettasse scismatico Concilio quello, e al tutto dannato, allegherò il Concilio di Francforte convocato da Carlomagno per abolire il culto delle immagini, dove insomma si accolse la dottrina di Gregorio il grande, il quale scrivendo a Sereno vescovo di Marsiglia dichiarava le immagini si avessero come libri per gli idioti, non già oggetti di venerazione religiosa. Presenti erano i legati del Papa; gli atti di questo Concilio furono spediti ad Adriano, il quale per non venire in iscrezio col potente imperatore lasciò correre tre pani per coppia; morto Adriano I, e Carlomagno, Adriano II fomenta il culto delle immagini approfittandosi della superstizione vulgare a danno di Ludovico figlio di Carlomagno.
Ad ogni modo, postochè tu voglia accettare la dottrina del Concilio di Trento, la quale prescrisse doversi tenere nelle chiese le immagini di Cristo, della madre sua, e dei santi non perchè abbiano in sè divinità alcuna, ma sì per onore alla cosa rappresentata, le immagini non potevano nè dovevano accendere così vasto incendio[1]. Ma l'astuto Gregorio notando come in oriente per le immagini abolite andasse ogni cosa a soqquadro, massime per le furie delle donne, nelle faccende di amore come in quelle di religione piuttosto vesane che accese, di un tratto si manifesta nemico a Leone; in Italia i decreti imperiali non meno esosi che in oriente; anco qui Greci ed Italiani in armi per resistere; tumulti e stragi; l'esarca di Ravenna, il governatore di Napoli, ed il figliuolo suo a rabbia di popolo lacerati; gli editti, e le immagini di Leone arsi; divampa la ribellione e già vogliono eleggere nuovo imperatore, e condurlo fino a Costantinopoli. Gregorio a cui i popoli ricorrono come a persona, che se vuole può difenderli, li ricovra sotto il manto pontificale, ed in palese li conforta a posare gli animi, da nuove violenze astenersi, rimedierebbe per le buone egli; poi respinge gli editti imperiali dando dell'ignorante allo imperatore quanto poteva desiderarne: e poichè questi gli minaccia esilio, egli risponde: non istimarlo un lupino, e temerlo meno; chè se gli dava 24 ore di tempo gli bastava, e gli rifaceva il resto, per uscire dalle terre sottoposte al dominio di lui; invano ostinarsi a spuntarla, piuttosto che cedergli perderebbe la vita. Queste le aperte offese, troppo peggio le segrete con le quali spingeva i popoli a farsi forti su le armi, a negare il tributo onde i Greci mantenevano i soldati in Italia; mentre per altra parte le milizie stesse incitava a disertare dalle bandiere, e gli veniva fatto anco troppo, girandovi dentro danaro come l'esca per pigliare i pesci. Lo imperatore infellonito confisca i beni, che possiede il Papa nelle Calabrie ed in altre provincie dello impero. Gregorio a posta sua scomunica Leone, scioglie dal giuramento i Romani cui conforta con tiro pretesco a costituirsi in repubblica; egli contento di proteggerla col titolo di presidente.—Di qui tu lettore argomenta, che la potestà temporale del pontefice è fondata sopra la ribellione a cui per dare colore di diritto il prete astuto chiamò in soccorso il popolo, unico, vero e perpetuo signore della terra, la quale egli formava per la massima parte con la cenere dei suoi padri.
[1] Il Concilio Tridentino ammise l'uso delle immagini con tante restrizioni che valeva meglio abolirle del tutto: egli vuole (e come possa farsi non si capisce) che ritraendo la Divinità sotto forma corporea s'insegni al popolo ciò adoperarsi solo perchè Dio non cade sotto gli occhi umani; che si levi ogni superstizione nello invocare i santi, venerare reliquie, esporre immagini; non si dipingano nè si ornino strepitosamente o lascivamente; nella ricorrenza delle feste non si mettano tavole, non si celebrino con la ghiottoneria consueta dei preti, non si facciano falò! Nondimanco la gente idiota a cui simili cose non s'insegnano, e insegnate non capisce, per mezzo delle immagini si trova condotta a mostruosa idolatria.—
Ad arruffargli i disegni non chiesti, e manco desiderati compagni, ecco accostargli i Langobardi dai Pontefici vigilati con sospettosa inquietudine difficile nascondersi a cui brama il medesimo fine di te. Con industrie sottilissime il Papato impediva i Langobardi si allargassero in Italia; molestamente patì che si voltassero al cattolicesimo, e quantunque nella congiuntura del figlio partorito da Teodolinda ad Agilulfo catecumeno novello con magnifici doni li presentasse non attese meno alacre ad attraversarli occultamente; quando poi Agilulfo, incoronando il figlio incise intorno alla corona la leggenda: «Agilulfo per la grazia di Dio uomo e glorioso re, di tutta la Italia offre a San Giovambattista nella Chiesa di Monza» il Papato se la legò al dito, e certo pensò «prima che questo accada ci voglio essere anch'io.» Il Papa presagiva, e per quanto stava in lui provocava l'anarchia universale, sapendo come in siffatte occasioni il corpo più ordinato degli altri (e basta eziandio meno disordinato) s'impadronisca del moto; però la dominazione langobarda non che emula ma nemica detestava; nondimanco Liutprando pure queste cose sapendo col mostrarsi quanto il Papa, e più del Papa, svisceratissimo della purità della fede cattolica assaliva l'esarca a Ravenna e lo costringeva a consegnargli la terra donde poi gli sarebbe fatta facoltà di conquistare la rimanente Italia.
Chi si tolse il peso enorme di scolpare il pontificato avverte come il Papa si oppose a che Liutprando usurpasse Ravenna, ed anzi non quietò se prima con esortazioni, e con profferte di soccorsi non ebbe mosso Orso doge di Venezia a ripigliarla ed a restituirla all'esarca; la quale cosa intendendola come si manifesta menerebbe alla conclusione, che il Papa dannava in altrui quanto per sè sosteneva buono; il panno mostra la corda; egli non pativa aumento di potenza nei Langobardi, e poichè per allora non la poteva pigliare per sè procurava la rendessero al greco imperatore, come quello a cui debole essendo e remoto si poteva con più agevolezza a tempo ed a luogo cavare di mano. Perché i Veneti non si tenessero Ravenna non fie difficile indovinare; fatti i conti più volte, essi avranno trovato che cavavano più utile dare, che tenere Ravenna a cagione dei traffici loro in oriente, i quali avrebbero sofferto forse irreparabile danno se si fossero accapigliati co' Greci: lo interesse, ch'è la più salda canapa per filare legami fra gli uomini, in cotesto tempo teneva stretti insieme Veneti e Greci; di vero Gregorio si pose in balìa ai Veneti per disperato, essendo prima ricorso a Carlo Martello, che al non volere (stando egli allora in procinto di rompere guerra ai Salici ed agli Aquitani) dava colore onesto di non potere, però che Liutprando gli avesse salva la vita sul campo di battaglia e per giunta adottato il suo figliuolo Pipino, onde Gregorio III successore di Gregorio II, il quale di coteste lustre s'intendeva, appena seppe Carlo Martello sviticchiato dalla guerra salica, ed aquitana, lo tentò da capo mandandogli solenne ambasceria con lettere, e doni. Ancardo preside degli oratori lo avrebbe chiarito meglio a voce; fra i doni, le catene, e le chiavi di San Pietro; fiero e pure unicamente verace simbolo di quanto il Papato operò per la Italia, fornì le catene allo straniero onde la incatenassero: chè le chiavi poi fossero consegnate a San Pietro per serrare e disserrare il cielo e lo inferno le sono novelle, ma che con esse in mano il Papa ricordi avere sempre aperto, funesto portinaio, e maligno le porte della nostra Patria allo straniero è verità: infamia immortale a cui il Papato ebbe compagni Eufemio di Messina, Ludovico il Moro, e il conte di Cavour. Le lettere sonavano in questa sentenza: «Noi siamo afflitti vedendo come la poca sostanza avanzata pel sostentamento dei poveri, e per le luminare delle Chiese[1], ormai sia dispersa per la violenza di Liutprando, e d'Ildebrando suo nipote, i quali tutti i poderi di San Pietro devastarono, il bestiame si portarono via.» Tanto profonda si radicò nei preti la tenerezza del bestiame che Papi, Vescovi, e Curati non altramenti si adattino a chiamare i fedeli, che col titolo di gregge.—
[1] Ricordisi che uno degli scopi della falsa donazione di San Pietro sono queste luminare
Ciò la prima, la seconda lettera diceva questo altro: «I Longobardi ci pigliano a scherno irridendo: o non avete chiesto aiuto a Carlo? Venga egli via a trarvi di affanno; e questo ci accuora meno per noi, che per voi considerando come sì potente figliuolo non si avacci a sovvenire la sua madre spirituale, la Santa Chiesa. Caro figliuolo, sappi che il principe degli Apostoli potrebbe molto bene difendere la sua Chiesa e vendicarsi dei suoi nemici da sè, ma se ricorre a te lo fa proprio per mettere a prova il cuore di un suo figliuolo. Qui bisogna scegliere tra San Pietro, e Liutprando: ora all'amicizia del principe degli Apostoli vorrai tu preferire quella del re dei Langobardi[1]?»
[1] Epist. 5 Greg. t. 6 Conc. p. 1472.
Quanto alle segrete profferte di Ancardo si ha per certo, che si versavano sul cacciare via d'Italia ogni traccia di subiezione allo imperatore, conferendo a lui Carlo col titolo di Consolo la protezione di Roma. Che cosa Carlo avrebbe deliberato ignoriamo: secondo la natura dei Franchi vuolsi credere che potendo fare senza danno, all'opposto con profitto, sariasi mostrato sconoscente, ma la morte lo colse, e dopo lui, indi a breve, Gregorio III.
Zaccaria Papa su i primordi del sacerdozio sfidato degli aiuti franchi si umilia a Liutprando, che stanco anch'egli dalle fatiche, e rotto dagli anni per ottenere pace concede al Papa i patrimoni della Sabina, di Narni, di Osimo di Ancona, e la Valle grande nel territorio di Sutri con altre grazie non poche; e promette sospendere la guerra contro Ravenna. Morto Liutprando succede Rachis, e questo sobillarono i preti così che ormai lo adoperavano dolcissimo arnese ai loro disegni: però i preti non appresero mai l'arte di seminare con la mano, e non col sacco, onde per indiscretezza guastano il gioco, e ciò appunto accadde con Rachis, il quale si rese monaco a Monte Cassino scappando dai roncigli del prete per la porta della religione; gli successe il fratello Astolfo, che subito si palesò terreno da non piantarci vigna: allora Zaccaria, prevedendo da lungi la mala parata, si volta a Pipino col quale la fortuna gli ammannisce occasione capitale.
Pipino figlio di Carlo Martello per renunzia di Carlomanno, e per violenza esercitata da lui in danno di Grifone entrambi germani, si fa signore del reame dei Franchi; la cosa gli desta l'uzzolo del titolo, come in altri il titolo mette il prurito della cosa; vuole essere re; e poi vivendo la schiatta venerata dei veri re, come non sono ereditari il valore, e la sapienza, così nè manco codardia, e stoltezza, così ci era da temere, che un qualche generoso spuntasse fuori da cotesta schiatta a mettere il tallo sul vecchio; avanzava la morte, ma subita, perchè tenendo in mano l'aspide intirizzito non sai quando rinfocolato ti arriverà col morso: pigliano vizio gl'indugi. Ostava alla deposizione di Childerico III la fede dei Baroni che gli si reputavano, ed erano legati per giuramento; Pipino propone mandisi a consultare il Papa, inclito per fama di sapienza; nella ignoranza universale chierico voleva dire sapiente; e come la presenza diminuisce la reputazione, la lontananza l'aumenta, però i responsi di Roma tenuti per giunta ai precetti del decalogo; piacque il partito e si spedirono a Roma san Burcardo vescovo di Visburgo, e Fubrado cappellano del palazzo. Il quesito questo: «chi ha da essere re di un popolo, o quegli che avendo il titolo non ne possiede la capacità e la potenza o viceversa?» Naturalmente il Papa non fu col diritto, bensì con la forza; anzi per appiccare lo addentellato invece di parere il Papa dettò un decreto, ed invece di parole declarative egli le adoperò imperatorie; chiesero un consiglio ed egli diede un permesso; ci aggiunse per fare vie più solenne l'atto la necessità della consacrazione, e di vero una volta consacrò Pipino a Soissons con la moglie Bertrada san Bonifacio arcivescovo di Magonza; e notai a posta una volta, perchè come se il chiodo non reggesse lo ribadirono con una seconda consacrazione.
Reca conforto a cui scrive storie considerare come le offese fatte alla giustizia sebbene approdino da prima, e poi per certi fini a coloro, che le commettono, tuttavia contengano in sè il seme di futura vendetta: se ciò preordini la Provvidenza, o porti seco la natura delle cose mi è ignoto, però si vede espresso come nel mondo fisico del pari che nel morale non possano disprezzarsi certe norme senza pericolo di ruina di concetti e di opere: così Pipino chiedendo la consacrazione della sua colpa al Sacerdote venne a farglisi soggetto, e gli diè il bandolo a creare la enorme dottrina che al Papa spettasse concedere, e torre le corone; il Papa poi non pensò che un giorno in virtù della sua sentenza avrebbe perduto il dominio temporale, che si augurava confermare con quella. Di vero, se i difensori del Papato si avvisano chiedere con qual diritto presumete togliergli il governo dei popoli, e voi rispondete: con quello medesimo onde Zaccheria ne spogliò Childerico: e notate che nè manco gioverebbe la ragione, che non è eterno un Papa, e morto uno sciagurato gliene surrogano altro virtuoso, imperciocchè lo stesso poteva succedere nella stirpe di Childerico, la quale non si spegneva mica con lui, al contrario egli aveva un figlio per nome Teodorico, ed entrambi deposti furono chiusi in carceri separate; negò il sospetto la consolazione di starsi uniti ai miserrimi; il primo nel monastero di Siziù, il secondo in quello di Fontanelle; allora prigioni i monasteri, soprastanti i frati.
Il Papa (era morto Zaccheria, e successogli Stefano II, ma non fa caso) nonostante le carezze franche non ottiene schermo contro Astolfo, eccetto parole, e questo re dalle mani grifagne, rotta la tregua stabilita coll'imperatore assalta Eutichio esarca di Ravenna alla sprovvista; gliela piglia; poi lo esarcato, nè si ferma lì, chè cercando briga con Roma la intima a pagargli come a signore di Ravenna il tributo del soldo d'oro a testa: nicchiando i Romani a suggestione del Papa egli muove con lo esercito a Roma, occupa il contado, i poderi pontifici devasta dopo averli insieme con gli altri saccheggiati. Stefano con molte lamentazioni si volta a Costantino Copronimo, figlio di Leone scomunicato, e maledetto come eretico perchè continuatore dell'odio paterno contro le immagini: ma necessità non conosce legge, ed anco per meno la Chiesa smette l'ira non l'interesse; il Copronimo tribolato dai Bulgari invece di soldati manda oratori; al malcondotto Papa non avanzano che i soccorsi di Francia, ma nè i Romani memori della barbarie del vetusto Brenno li volevano, nè i Franchi consentivano venire; allora apparve il sommo delle sacerdotali arti; preci solenni a cafisso, e processioni, e tutti i santi avvocati, il Papa attorno scalzo con su le spalle certa immagine di Gesù dipinta proprio in paradiso dagli angioli a tempo avanzato, e il popolo dietro anch'egli scalzo, gemendo, e pregando, tutti coperti di cenere, quantunque non sia mai rimasto chiarito che abbia che fare la sordidezza con la misericordia di Dio; la pace rotta da Astolfo pendeva da un braccio della croce come il rospo che il villano impicca ad un ramo di fico. Dopo questo ammanimento Stefano ruppe in una predica, appo cui le scapigliate arringhe dei nostri agitatori del popolo parrebbero tisane di camomilla, alla quale la perorazione questa: «Dio volere ad ogni costo si ricorresse per soccorso a Pipino.» Mosse l'ambasceria romana per Francia con lettere ortatorie punto meno veementi alla Baronia di Francia, perchè venisse a difendere la giustizia di Cristo; di promesse, e soprattutto di benedizioni non faceva a risparmio, per la rimessione dei peccati non ci era nè anco da pensarci, solo che venissero in Italia alla difesa del Papa tornerebbero innocenti come se uscissero allora allora dall'alvo materno; per ogni scudo speso in questo mondo in pro della santa Chiesa nell'altro ne riceverebbero centomila, e più. A Brottegando abate di Gorza caporale degli oratori il Papa commise in segreto, caso mai Pipino non potesse venire mandasse egli inviati a pigliarlo affinchè non lo impedisse Astolfo: a voce si sarieno messi più facilmente d'accordo.
Intanto arrivano i nunzi dello imperatore a cui era preposto Giovanni Silenziario, i quali in compagnia di Stefano si fanno a trovare Astolfo in Pavia, ed insieme gli chiedono renda Ravenna, e le terre dell'esarcato e della pentapoli ghermite; gli si rimborseranno le spese della guerra. Astolfo con grande sdegno rinfaccia il Papa, che intimando altrui a rendere terra si tenga Roma principalissima delle italiche ville: che pietà nuova pei Greci la è questa? Forse Liutprando, ed egli Astolfo non avere combattuto contro i Greci per irrequieta ressa di lui Stefano, e degli antecessori suoi? Ponessero giù ogni speranza; non volere rendere un filo di paglia, e tregua alle parole.
Sopraggiunsero i messi franchi Crodegando vescovo di Metz, e il Duca Ottavio, nè approdarono meglio; allora costoro con molta destrezza domandarono ad Astolfo salvocondotto per condurre Stefano in Francia; anco a lui gioverebbe tenerlo alquanto di tempo lontano: Astolfo rispose non avere impedito mai il Papa dallo andare e dallo stare; ma poi chiamato Stefano con grande querimonia si dolse della presa risoluzione tentando distorlo; e c'intromise eziandio altri autorevoli personaggi, ma il Papa stette sodo, e Astolfo non si potendo disdire lo lasciò andare.
Colà il Papa cosparso di cenere, stretto i fianchi di cilizio si prostrò ai piedi di Pipino scongiurandolo in nome di Dio, e dei santi a salvarlo dalle mani dei Longobardi, nè volle levarsi da terra se il re steso prima la mano non lo assicurava di scampo, ma correndo la stagione iemale inviò a stanza il Papa nel monastero di San Dionigi. Prima di dividersi, Pipino incerto della permanenza della corona nella propria famiglia domandava i suoi figliuoli Carlo e Carlomanno da lui si consacrassero suoi successori, e il Papa: magari! a patto che l'esarcato ai Longobardi si togliesse, ed alla Chiesa si donasse: ciò stabilito Pipino convoca l'assemblea dei Baroni a Quierus per bandire la guerra al re Astolfo; nè questi si rimase con le mani a cintola, che persuase l'abate di Montecassino a concedere, che Carlomanno uscisse dal convento, e si recasse fino lassù a sconsigliare la guerra; il quale andato dimostrava poco contado avere perduto il Papa, glielo renderebbe Astolfo; l'altro spettare al greco imperatore; ora che scese di testa erano quelle smaniarsi per ciò, che era di altri e questi non chiedeva? Se chi si pone di mezzo paciere sapesse che non vi ha cosa, la quale tanto arrovelli cui intende commettere ingiustizia quanto udire favellare di giustizia vado sicuro, che manderebbe la lingua al beccaio: la guerra fu dichiarata, Carlomanno chiuso nel chiostro di Vienna: non passò l'anno che lo calarono nel sepolcro; i suoi figliuoli scompaiono: come perirono essi? Vorrei dirti: domandalo alla tomba, se la tomba parlasse.—
Delitti, e religione bugiarda. Cristo e il Diavolo legati in un mazzo. Stefano infermo, o finge per ammanire la guarigione miracolosa, la quale egli affermò essere accaduta in questo modo: gli erano comparsi davanti i santi Pietro, Paolo, e Dionisio col diacono e suddiacono; uno tiene la palma, l'altro lo incensorio. Dopo ricambiatesi non so quali cerimonie, Dionisio invitava Pietro a sanare il suo rappresentante in terra non senza adoperarci qualche parola risentita facendogli specie avesse mestieri dimando; e san Pietro punto dal rimprovero tingendosi un po' in rosso per vergogna annuì: la guarigione si fece in meno, che si mette a recitare un Gloria Patri, e san Dionigi accomiatandosi da Stefano gli suggeriva:—sia con te pace; non temere, presto tornerai alla tua chiesa; ma prima fa di consacrare un'altare in voto ai due santi apostoli, e vi celebrerai una messa in riconoscenza della grazia ricevuta. Parve devozione, ed era alzata d'ingegno affinchè i popoli vi traessero in copia; mossi dalla novità della cosa, e come avvisarono accadde: colà fra la moltitudine delle turbe calcate, in mezzo alla universa baronia di Francia Stefano consacrò da capo Pipino, e la sua moglie Bertrada, e insieme con loro Carlo, e Carlomanno figliuoli; dalla parte di San Pietro scomunicando i Francesi tutti qualora si attentassero eleggersi altri re fuori della stirpe di Pipino. Avvertenza che i Francesi odierni avrebbero dovuto tenere dinanzi la memoria per non incorrere nella scomunica nel frequente loro barattare di re. Nè quì si rimase il Papa, che eccetto la donna dichiarò tutti patrizi romani, e dicesi ancora che battezzasse Carlo, e Carlomanno; nè meno generoso Stefano volle mostrarsi co' Francesi, però che in prima lasciasse il suo pallio alla badia di san Dionigi, e poi insegnasse loro a non stonare quando cantavano: per la quale cosa importa che i Francesi si ripongano bene in mente, che se oggi cantano il Miserere in regola lo devono proprio al Papa; ma per avventura e' ce lo tengono più che non penso, ed è senz'altro per questo che grati al Papato così tenacemente da ogni jattura il difendono.
Le storie ricordano, e non si nega da noi, che a persuasione del Papa, Pipino spedì fino a tre volte ambasciatori ad Astolfo perchè consegnasse le torre occupate, e ciò non mica per istudio, che sangue cristiano non si versasse, ma sì perchè le guerre così si possono vincere come perdere, ed è prudente tentare ogni via di venire a capo dei desiderii a man salva, e poi non andava il Papa esente dal sospetto di cacciare un diavolo con un altro; ma Astolfo tenne sodo, allora scese le alpi Pipino, ed assediò Astolfo in Pavia col quale presto venne a patti e furono: restituisse l'esarcato, e le giustizie di San Pietro, giurasse eseguire l'accordo, in pegno dello adempimento desse ostaggi; ottenuto tanto, invano supplicato dal Papa egli tornavasene in Francia.
Oltre il naturale talento che ha l'uomo di rifarsi, cruciava Astolfo il pensiero del tiro del prete, e della ingratitudine di Pipino; i suoi antecessori, ed egli per virtù di armi avevano conquistato le città italiche contro l'imperatore greco, ed ora costretto di consegnarle al Papa conosceva avere messo sangue, e sostanza a repentaglio per avanzare altrui: per maggiore cordoglio questo gli veniva per opera di tale a cui Liutprando aveva salvato il padre in battaglia, e lui stesso adottato per figlio: però agevole prevedersi che egli non avria levato la mano finchè gliela reggevano; di fatti, volte appena le spalle Pipino, Astolfo tempestando muove a Roma fiducioso di trovare favorevoli i Romani; e s'ingannò; i Romani sostennero lo sforzo delle armi dei Langobardi confidando essere soccorsi in tempo da Pipino. Ora se il Papa battesse mani e piedi perchè costui tornasse non è da dire; scritta una prima lettera gliela manda per l'abate Fulbrado: invocansi Dio, la Vergine, e i Santi; lasci ogni cosa e venga via di rincorsa; se ricusa, o se tarda nel dì del giudizio si aspetti a rendere i conti, ed ahi! quanto tremendi, imperciocchè Dio nella sua prescienza creasse proprio apposta lui Pipino onde difendesse lui Stefano, e cui Dio predestinava chiamò, e i chiamati sono giustificati. Poteva essere giunto a mezza strada il messo, che gli spedisce dietro Vilcano vescovo di Nomenta con la seconda lettera, dove ripetute le esortazioni, e minacce medesime aggiunge: avere obbligo verso i Santi della difesa del Papa; verso Dio dacchè egli poteva ottimamente provvedere al fatto suo in cento altre mila guise; ma poichè egli aveva scelto proprio lui Pipino a questo intento egli non se ne poteva scansare: verso gli uomini a cagione dell'aperta promessa alla quale venendo meno stesse sicuro, che gliela squadernerebbe in faccia San Pietro, ed a difendersi non gli basterebbero arzigogoli. Il Papa tirava, Pipino tentennava, Astolfo picchiava a doppio; allora Stefano invia la terza lettera con gli oratori Vescovo Giorgio, Conte Tomarico, ed Abate Verniero; pianti, omei, supplicazioni, e minacce non mancano; ma per mettere in opera stimolo nuovo, Stefano s'industria spunzicchiare l'orgoglio franco scrivendo come i Longobardi jattanti vadano attorno beffando: «vengano via quei di Francia a liberarvi dalle nostre mani!» e poi tra un turbine di accuse scappa fuori con questi due appunti: «i Longobardi dopo essersi ripinzi di vino, e di cibo mangiano le ostie consacrate, ed hanno ammazzato e portato via tutto il bestiame della Santa Sede!
Ma Pipino non veniva: ormai di argomenti umani il Papa era giunto al verde; e' fu mestieri ricorrere ai soprannaturali, che non riescono mica difficili come ordinariamente si crede; su questa strada basta avere il coraggio di movere un passo che poi si va innanzi a miglia senza nè manco accorgersene: il Papa smette pertanto di scrivere, e comincia San Pietro. Questi piglia le mosse coll'affermare sapersi nell'universo mondo presente e in quell'altro essere i Franchi suoi figli adottivi, e primo fra tutti i popoli fino alla consumazione dei secoli; nè egli parlare in suo nome solo, bensì anco in quello della Vergine, degli Angioli, dei Troni, delle Dominazioni, dei Martiri, dei Confessori, di tutta insomma la milizia celeste; e non parla unicamente al re Pipino, ma bene anco ai baroni, vescovi, abati, preti, monaci, governatori, all'universo popolo senza pure ometterne uno solo, e impone a quanti sono, che badino bene di non lasciare manomettere il gregge di Cristo, il popolo d'Isdraele, altrimente non ci ha rimedio, le anime loro andranno perdute nel fuoco eterno, ed egli saperlo di certo; nel regno dei cieli bisogna renunzino a entrare perchè così aveva disposto la santissima Trinità, e ad ogni modo era forza fare i conti con lui, che teneva le chiavi del paradiso, e ci pensassero bene.
Infami e peggio anco a mente degli scrittori ecclesiastici, imperciocchè la Chiesa sia tolta in cotesta miserabile menzogna a significare non già l'assemblea dei Fedeli, ma i beni temporali uniti al Papato, il gregge di Cristo non accenni ad anime, sibbene a corpi, le promesse materiali della legge antica vadano confuse con le spirituali del Vangelo, la religione con l'interesse; e quello che per avventura estimo peggio di questo, affogano scientemente nello errore gl'intelletti, i quali Dio commetteva al Sacerdote per incamminarli sopra la via della verità. A cotesti tempi non si sospettavano frodi, o da pochi; però se dannoso crederle, più esiziale discrederle, che tra i pazzi è pazzo il savio; ma forse ci prestava fede Pipino, nè diverso da lui nel credere fandonie Astolfo, però che si narri ch'ei si raffidasse vincere la impresa, come quello che portando seco copia di corpi santi dei suoi stati, e raccolti eziandio dalle terre nemiche immaginava avere sprovvisto il Papa degli dei tutelari, ed assicuratili a sè. Tornò in Italia Pipino, vinse da capo Astolfo, e da capo l'assediò in Pavia: quivi si fece accordo; in mezzo ai negoziati ecco comparire i nunzi greci Gregorio primo segretario, e Giovanni Silenziario, ed esporre il greco imperatore legittimo sovrano dell'Esarcato, e della Pentapoli, a lui averli rapiti con violenza i Longobardi, e poichè riparatore d'ingiustizie ei si mostrava al mondo non le rincappellasse col dare al Papa, levandolo allo imperatore, quello che non gli apparteneva. Pipino rispose, che il principe il quale non basta a difendere il suo stato ne perde il dominio; ed in questo aveva ragione; egli poi non essersi mosso per lo imperatore ma per San Pietro a cui aveva fatto voto di donare tutte le sue conquiste in isconto dei peccati commessi e per la salute dell'anima sua. Dura fu la legge del vincitore che Astolfo ebbe a cedere l'Esarcato, la Pentapoli, ventidue città, Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Jesi, Forlì, Forlimpopoli, Castrocaro, Montefeltro, Areragio, che ai dì nostri non sappiamo dove giacesse, Mente-lucano, forse Nocera, Serravalle, San Mariano, Bobio, Urbino, Cagli, Luceolo, Narni, e Comacchio; le spese della guerra, la terza parte del suo tesoro, e torni a pagare al re dei Franchi l'annuo tributo di 12000 soldi di oro di cui la gente langobarda si era affrancata, regnando Clotario II. Folbrado abate ricevute le chiavi di queste ventidue città le portò sopra la pretesa tomba di San Pietro con la facoltà di usufruirle; e ciò pongasi bene in sodo: la Chiesa dal dominio utile in fuori su la donazione di Pipino niente altro ebbe, e così da Carlomagno fino ad Enrico III. Anco dopo il mille la potestà temporale, donde i Papi ricavano adesso fondamento alla libertà del potere spirituale della Chiesa, non occorre stabilita, epperò eziandio il piissimo tra i cattolici ha d'accordarsi in questo con noi, o che il potere temporale non è necessario alla libertà spirituale della Chiesa, ovvero che per i dieci primi secoli interi la Chiesa non fu libera; nè cavillare qui giova, delle due cose l'una; il cattolico scelga.
La rabbia crebbe nel re langobardo alla stregua, che la potenza scemò; Ferrara, Ancona, e Bologna contro la religione dei patti non restituiva, serbandole per addentellato a futura vendetta, od a suo totale esterminio; la morte amica gli troncò il travaglio di sopportare vita umiliata e cotidiana ignominia; lasciava ai successori una fiera eredità; nè gli eventi smentirono i presagi.—Sorse ad ambire la corona langobarda Desiderio duca di Toscana; gli emuli gli oppongono Rachis; ma la consegna delle tre città desiderate a patto che ricacci l'infesto monaco in convento: si compie l'accordo, e il monaco reale si rincantuccia, ma la morte irrigidisce la mano a Stefano mentre ei la sporge per agguantare la mercede; allora Desiderio al nuovo Papa la nega, o non si estimasse obbligato a mantenere a Paolo le promesse fatte a Stefano, o come credo piuttosto, perchè passata la festa si leva l'alloro. Ribollono le ire sacerdotali e non potendo ricattarsi con le armi, si dà mano alle frodi, arti nei principi, nei preti poi arti ed istinto, e riescono; sobillati i duchi di Spoleto, e di Benevento ribellansi; Desiderio discernendo il sasso dal balestratore si apparecchia a vendicarsi su Roma; il Papa spaventato ricorre da capo per sussidio a Pipino; ma questi reso inerte dagli anni non risponde, Paolo ne muore di rabbia; gli va dietro Pipino. Nuovi attori, e dramma medesimo. Totone, e Passivo duchi langobardi accorsi a Roma fanno eleggere Papa il fratello loro Costantino; ne piglia ombra Desiderio, il quale cospira con Cristoforo primicerio, e Sergio sacellario della sede pontificia; per tradimento di Grazioso custode delle carte Raciperto entra in Roma con la gente langobarda, e mettono le mani addosso a Costantino ed ai fratelli; i Romani riputandosi liberi aizzano a fare da Papa un pretocolo, Filippo, menandolo alla basilica lateranense in mezzo agli urli: «San Pietro lo elesse!» Può addirittura affermarsi che San Pietro non ci entrava per nulla, e così anco credè Sergio, il quale postosi davanti a Filippo gli disse: «che se non si riduceva al suo monastero e subito, guai a lui!» E l'altro mogio mogio rifece i passi verso il convento e più non parve fuori; allora dopo un gran tramestio fu eletto Papa Stefano siciliano figliuolo di Olivio, il quale cominciava a dimostrarsi vicario di Cristo strappando gli occhi e la lingua a Teodoro vescovo fautore di Costantino, e poi lasciandolo morire di fame e di sete nel monastero del monte Scauro; anco a Passivo svelse gli occhi; gli occhi e la lingua a Gracilis tribuno di Alatri amico al Papa deposto; Valdiperto sacerdote, che aveva messo su prete Filippo a farsi avanti pel papato, ebbe a scontare la colpa con la perdita della lingua, e degli occhi. Nè Costantino stesso la passò più liscia; a lui pure strapparono gli occhi, e moribondo per l'orrendo strazio lasciarono a rotolarsi nel sangue nella pubblica via. Il Fleury nella storia ecclesiastica ci assicura che questo Papa dabbene era stato in certa guisa alunno di Papa Gregorio III; se lo avesse avuto in delizia il carnefice che mai di peggio egli avria potuto commettere?
In Francia a Pipino succedono i figliuoli Carlo, che poi fu detto magno, e Carlomanno. Stefano chiede a Desiderio le città promesse, e questi gli fa capire che innanzi di avere si ammannisca a rendere; allora Stefano si volta da capo in Francia, ma quinci tira un vento, che arruffa ogni suo concetto, imperciocchè i nuovi re, come suole, procedessero tra loro piuttosto avversi che emuli: affermano, che Desiderio facendo fuoco nell'orcio attendesse a mettere male fra loro e sarà, chè certo Desiderio stinco di santo non era; Bertrada madre, pensosa del presente, e spaventata del peggio si adopra ad accordare gli animi per via di maritaggi; abbia Ermengarda, figlia a Desiderio, Carlomagno sposa, e Adelchi, figlio di Desiderio, conduca in moglie Gisla sorella di Carlomagno; Papa Stefano puntando a mandare a monte ogni cosa notava simili nozze opera del demonio; contennenda e vile la stirpe langobarda, indegna imparentarsi con la illustre casa di Francia, odiosi a Dio i connubi con gente straniera male invocando la legge mosaica regolatrice della Chiesa di Cristo; e poi, egli aggiungeva, è celibe Carlomagno, ovvero vedovo? non è detto: che quello che Dio congiunse non deva separare l'uomo? Tuttavia il matrimonio di Adelchi giunse a frastornare il prete, questo di Carlomagno no; ormai le consuete minaccie, e i tiri pure consueti di scomuniche, di salute eterna perduta, di San Pietro supplice o riottoso non provavano più: ogni cosa si logora nel mondo, la paura ugualmente che il coraggio. Nemici potenti contro Desiderio erano presso il Papa Cristoforo e Sergio, come vedemmo promotori della elezione di Stefano, nè posavano un momento da assillarlo perchè Bologna, Ancona, e Ferrara consegnasse il re langobardo a Roma, il quale avendo per pecunia vinto Paolo Afiarto Camerario questi rese coi suoi tranelli sospetti Cristoforo e Sergio, per altra parte venuti a tedio al Papa per la troppa protervia loro: forse anco vegliava su cotesti capi la Provvidenza invendicata. Afiarto per terminare di abbattere gli emuli già crollati persuade a Desiderio venisse a Roma sotto colore di visitare la chiesa e la tomba dei santi apostoli extra muros. Desiderio accompagnato da fanti e da cavalli, dopo venerata la sacra tomba, fa ressa di essere accolto.
Cristoforo, e Afiarto intorno al Papa; quegli per respingerlo, questi per ammetterlo; ciondolando il Papa l'uno e l'altro apparecchia le armi per isgararla di forza; il Papa di un tratto si consiglia recarsi egli medesimo a conferire con Desiderio fuori delle mura, e, invano dissuaso dal Primicerio, va: mentre favellano insieme querelandosi scambievolmente, il primo per la ingiuria della diffidenza mostrata, il secondo pel danno delle città non restituite, ecco giungere novelle che il Primicerio e il Camerario si accapigliano: nè la vittoria poteva pendere incerta parteggiando i Romani pel Camerario come quello, che inteso ad accordarsi con Desiderio sembrava assicurare a Roma anni di pace; il Papa agguindolato da Desiderio rientra sbuffando in Roma, ed intima a Cristoforo e a Sergio chiudansi in monastero o vadano a giustificarsi al cospetto suo e del re dei longobardi; poi gli abbandona in mano di Afiarto, che gli accieca; il padre ne muore, sopravvive il figliuolo per discendere nel sepolcro con morte più infelice in virtù del sacerdotale odio di Afiarto. Veramente Cristoforo e Sergio pagarono la pena del taglione, nè meritavano meglio; tamen i Papi sogliono in ogni caso e sempre manifestare a quel modo la propria gratitudine. E' fu in mezzo al gaudio della lusinga di riavere le tre città ricordate, ed anco per ovviare ogni rinfacciamento a cagione dello strazio del Primicerio devoto alla Francia, che Stefano disdicendosi scriveva ai figliuoli di Pipino, Desiderio essere stato suo refugio, e porto di salvezza contro le macchinazioni del Primicerio, e degli aderenti suoi; Adelchi principe eccellentissimo; diritto nelle vie del Signore, che Dio conservi, avere puntualmente restituito alla Chiesa di Roma le giustizie di san Pietro. Però ei si era affrettato troppo a cantare alleluia, che Desiderio immaginando avere con la morte del Primicerio, e del figlio messo tal bietta tra Francia e Roma da non potersi cavare più si rifiutava alla consegna delle sospirate città; onde il Papa, tenendosi per uccellato, disdette le lodi, tornava ai vecchi oltraggi aggiungendone parecchi di nuovi. Il mondo è tavoliere dove la fortuna gioca le partite mutando ogni tantino i pezzi; muore Stefano, muore Carlomanno. Al Papa ostile ai Franchi subentra Adriano parzialissimo loro, e segno manifesto di mutata temperie fu prima richiamare dallo esilio, e restituire in libertà gli avversari dell'Afiarto; poco dopo bandiva gli amici di questo, quindi sotto pretesto di ambasceria spediva Afiarto a Desiderio, ma giunto a Ravenna ordinò lo sostenessero; colà lo processarono, e condannarono; Adriano, scrivono gli storici ecclesiastici, aborrendo dal sangue mandò celeri messi affinchè gli salvassero la vita, i quali non attesi da Leone arcivescovo di Ravenna mise a morte l'Afiarto con inestimabile amarezza di Adriano: ipocrisie vecchie non credute mai, e rinnovate sempre; i trasgressori si riprendono, e premiansi; qualche volta punisconsi per fingere meglio; ma a iniquo comando non mancò mai esecutore pessimo, che cupidità vince esperienza, e il fato che minaccia tutti nessuno teme per sè. Intanto volto appena l'anno Carlomagno repudia Ermengarda o per talento di nuove nozze, o, come si disse, per insanabile infermità della donna; al tempo stesso stende la mano sul capo dei nepoti dichiarando proteggerli; alla madre loro parve vedere in cotesta mano gli artigli di uccello grifagno, e fuggissi ricoverando co' figliuoli nelle terre langobarde, e seco va Kunaud duca di Aquitania ribelle al re: inoltre o volontario o costretto Carlomagno in quel torno si travagliava nella guerra di Sassonia; questi tre successi forniscono a Desiderio causa, ed opportunità di vendetta, sicchè propone ad Adriano consacri re di Francia i figliuoli di Carlomanno, stringano lega insieme, e si abbia finalmente in premio Ferrara, Ancona, e Bologna. Adriano non dà nella pania, ed era cosa vulgare guardarsene: senza fede Desiderio, vicino, e cupido di primato sopra la universa Italia, Carlomagno lontano, cupido anch'egli, ma travolto in perpetue imprese, e distratto dalle cure di vastissimo impero: Adriano preferì questo, ed inviò messi a Carlomagno svelandogli le insidie; profferendosegli isvicerato, e forte eccitandolo a scendere in Italia per tutela della Chiesa, e di sè; Carlo commosso dal pericolo raccolto l'esercito si presenta allo sbocco delle Alpi, che trova sbarrato alle Chiuse di Susa. Qui tradimento vinse virtù. Che approdò ad Adelchi armato di mazza di ferro avventarsi sopra l'esercito dei Franchi menandone strage? E che avere ridotto Carlo a tale che ormai disperato di superare le Chiuse pel giorno prossimo deliberava la partenza? Martino diacono di Ravenna perigliandosi traverso le Alpi giungeva in tempo per additare ai Franchi un sentiero sconosciuto e indifeso; di lì passò parte dello esercito nemico, il quale colto i Longobardi alle spalle, mentre gli altri gli assalivano di fronte li mandò in rotta. Vel dissi già e lo ripeto adesso, se le chiavi del Papato valgano ad aprire il paradiso ignoro, o piuttosto so che non l'aprono, ma questo altro è certo, che la tradita Patria esse aprirono allo straniero; lascio le chiamate dei Papi che non contenti di aprire le porte ai Franchi, c'intromisero le bestie di Lamagna, e perfino i Saraceni; ma oltre Martino diacono guidatore dei Franchi per le Alpi la storia rammenta un Patriarca di Aquileia, e il vescovo di Bressanone entrambi scorta nequissima dei duchi di Austria nel Trevisanato, e nel Cadore. La corruzione, e l'astio d'accordo col tradimento minarono il dominio langobardo. Desiderio preso a Pavia mandasi prigione al monastero delle Corbie in Francia; Adelchi scampato alle armi franche, ed alle insidie più mortali dei suoi ripara in Costantinopoli; cascano in mano di Carlo la cognata, e i nipoti; nè altro fu udito di loro; agli storici tutti cotesto silenzio sa di sangue; solo al Manzoni tenerissimo di Carlo perchè pupillo del Papato piace diversamente; mostrando ignorare ch'è grande l'ombra del trono per coprire delitti; e il tremore tace, mentre la piaggeria per poco che ne abbia argomento india i potenti anco scellerati. Carlo richiesto di confermare la donazione di Quierey lo fece riservandosi l'alta sovranità sopra le terre donate alla Chiesa; non che il diritto di confermare la elezione del Papa[1]. Gli storici chiesastici sostengono questa seconda donazione più ampia della prima, e non pare, almeno a giudicarne dalle lettere di Adriano a Carlo nelle quali muove perpetua querimonia ora di città non consegnate, ed ora di signoria angusta, e contesa.
[1] Raccomando la lettura di questa nota composta da scrittore cattolico; voglia bene mandarla a mente chi legge però che su quella fondino massimamente i chiesastici i diritti di Roma sopra gli stati pontifici «la occultazione, o fabbricazione di documenti non si può negare, ma si fecero per promovere l'autorità temporale del Papa non già nelle cose intrinseche della religione; nè si ha per certo che i Papi ordinassero simili fraudolenze; si deve credere, che ciò si partisse da amici troppo zelanti come per ordinario succede. Non dubbia la falsità della donazione di Costantino; sconosciuto l'autore, ma gli eruditi tutti anco cattolici la confessano (v. Pietro De Marco Arcivesco. Paris de ficta donatione Costantini). Le Decretali dei primi Papi fino a Siricio apparvero verso la metà del secolo nono, e furono chiarite false da tutti i critici, e gli eruditi; poco dopo il Concilio di Trento, non lo negarono nè anco i Cardinali Baronio (ann. an. 865) e Bellarmino (de roman. Pontif. b. 2) Autore Isidoro peccatore o mercatore aiutato da un monaco, entrambi spagnuoli; le divulgò Riculfo vescovo di Magonza devotissimo ai Papi. Niccolò I e i successori vennero a capo di farle ricevere da' vescovi, e da tutti se ne pretese la osservanza dai Principi, ed ebbero luogo nelle Collezioni del diritto canonico; anco Graziano le pose dentro la sua collezione, e così diventarono testo nelle scuole, e nelle università; parecchi Concili le citarono, e le confermarono autentiche; per esse venne mirabile incremento all'autorità dei Papi nelle cose ecclesiastiche, civili e politiche. Il dotto padre benedettino Coustan intorno alle medesime così ragiona: che Isidoro in grazia di cotesta frode abbia bene meritato della Chiesa io non dirò; quindi ne furono rilassati, e sciolti quasi i nervi della disciplina, scombussolati i diritti dei vescovi, la soverchia credulità dei cattolici messa in canzone, le leggi dei giudizi manomesse, ec.»
Il Papa, non più era Adriano, bensì Leone, ma non fa caso; mutansi Papi come cavalli di posta, il carro prosegue il suo viaggio. Contro lui si levano i nipoti di Adriano chiamandolo a morte; per ventura, malconcio e rotto della persona, ripara nel convento di santo Erasmo; quinci cauto si parte, e va in Germania i suoi devoti artatamente spargono il grido che privo dai nemici di occhi e di lingua per divina intercessione gli aveva ricuperati. Leone e Carlomagno conferirono insieme a Paderborn, e stabilito quanto era da farsi tornano di conserva in Italia: da prima il re convocati i Romani intima loro ad esporre le accuse contro Lione, e giudicarlo; di faccia ai ferri parati a tagliare la gola a cui si attenta dire, gli accusatori tacciono, i giudici dichiarano non potere giudicare chi Dio pose giudice a tutti; ma Leone con gran voce esclamò: aborrire ogni privilegio volersi purgare, l'avria fatto il dì veniente; alla dimane salito in bigoncia stese la mano su gli evangeli e si affermò innocente delle colpe appostegli dai Romani. Tanto bastò, e pel:
rotto della cuffia E' se ne uscì più chiaro della stella.
I preti intonarono le litanie, laudando Dio, la Vergine, e i Santi.
Venuto il giorno di natale il re dopo avere udito messa si conduce a piè dello altare per farci orazione (non si sa chi lo impediva di pregare Dio dal suo posto); mentre sta per rialzarsi il Papa gli pone sul capo la corona gemmata, e sopra le spalle il manto di porpora dando la intonatura al popolo che con triplice grido esclamò: «A Carlo Augusto coronato dalla mano di Dio, grande, e pacifico imperatore dei Romani vita, e vittoria.»
Dopo gli urli il Papa gli si buttò in ginocchioni davanti e lo adorò riconoscendolo per suo sovrano[1], poi lo unse, insieme al suo figliuolo: Carlomagno offerse subito a san Pietro due tavole di argento, e calici, e patene con altri arnesi di religione, che valsero un tesoro; e per istare in pace con tutti di preziosi doni presentava altresì san Paolo, san Giovanni Laterano, e santa Maria maggiore. Eginardo nella vita di Carlomagno racconta, ch'ei fu colto alla sprovvista; della sua incoronazione sapeva nulla; se avesse potuto addarsene saria rimasto piuttosto senza messa; nè sonano diverse le altre vite di Carlomagno, chè gli uomini quantunque storici, anzi soprattutto gli storici appaiono pecore per andare uno dietro l'altro senza nè sapere, nè curarsi sapere lo perchè. Carlomagno grandissimo tra i potentati del suo tempo non sembra che avesse a contentarsi di dignità inferiore ad altro principe; questo sempre molestamente avrebbe patito, ma poichè buona parte di terra aveva acquistato a danno dello emulo nè anco era prudenza non mutare sembianza all'autorità; il Papa eziandio trovava vantaggio nel baratto, chè di vassallo diventava quasi pari, e il tempo, e la occasione gli avrieno fornito il destro di levare il quasi: cose ventilate o ferme erano quelle fino da Paderborn; e di vero non si comprende come a Roma, stanziandoci Carlomagno, si fosse potuto mandare a partito il senatoconsulto per eleggere costui imperatore di occidente tra clero, senatori, e popolo romano senza che egli ne pigliasse fumo[2]; e se impreparato era come presentò subito san Pietro e gli altri con doni solenni premio di eccelso favore, molto più che altri afferma la mercede due cotanti più ricca e parla di 500 lib. di oro donate a san Pietro, una corona di 50 lib. di oro tempestata di gemme la quale mercè di catena parimente di oro appese davanti l'altare del medesimo santo, calici di oro di lib. 22; dello argento non si parla nè manco. Il Papa si genuflesse una volta onde altri gli s'inginocchiasse sempre; vendicò la umiliazione di essersi prostrato ai piedi altrui col costringere gli altri a baciare i suoi. Su questo fatto più tardi aggiungeremo parole; intanto mira sotto il piviale del Papa coprirsi la usurpazione di uno zio delle sostanze degli orfani nipoti, e la ribellione di un prete contro il suo legittimo principe. La Chiesa esaltò fino al cielo Carlomagno, anco lui ebbe nome di vescovo dei vescovi; morto lo scrisse sopra l'albo dei santi; vagliamolo, e miriamo un po' che rimanga di lui dinanzi la storia; egli persecutore del suo sangue, ladro, forse assassino dei proprii nipoti[3]: sotto pretesto d'infermità rimanda a vituperio Ermengarda; e ch'ei fosse mendace lo manifesta Adelardo suo cugino germano, il quale sdegnato del ripudio della innocente Ermengarda, e mal patendo vedersi dinanzi agli occhi un'adultero imperiale si ridusse frate nel monastero delle Gorbie[4]: rotto alle libidini così, che non pago di quattro mogli traeva seco anco quattro concubine: che più? Lo dico, o lo taccio? Lo dirò perchè vie più la gente apprenda che pelo abbia vestito sempre il prete di Roma; correva fama nella sua propria corte ch'egli con incestuosi concubiti si mescolasse con le proprie figliuole; che da lui si dilungassero non pativa, qualunque partito di nozze respingeva, e perchè non le pigliasse il tedio con infame connivenza tollerava che di ogni sozzura si contaminassero. Tanto narra Eginardo nella vita di Carlomagno quantunque segretario di lui[5].
[1] Fleury. Storia Ecclesias. I. 45 P. 21.
[2] Vita di Carlomagno di Petruccio Ubuldino p. 66. Giovanni Diacono
nel libro Delle vite dei vescovi napoletani afferma espresso
come cotesto fatto era stato da un'anno prima stabilito tra Leone
e Carlomagno.
[3] Altri ci leva il forse, e afferma Carlomagno avere fatto
ammazzare in un giorno i figli di Carlomanno suo fratello, i
principi Merovingi d'Aquitania, e 4500 Sassoni. Gibbon Storia
della Decadenza c. 49.
[4] Fleury, St. cit. I. 45. P. 50.
[5] «nunquam iter sine illis faceret—quæ cum pulcherrimæ essent e ab eo plurimum diligerentur mirum dictu quod nullam earum cuiquam aut suorum, aut exterorum nuptum dare voluit, sed omnes secum usque ad obitum senem in domo sua retinuit dicens: se earum contubernio carere non posse. Ac, propter hoc, alias felix adversae fortunæ malignitatem espertus est» Eghinar. in vita Kar. m. Corre fama che questo Eginardo sposasse Emma figliuola di Carlomagno e ne vanno attorno drammi e romanzi; a ragione non ci crede il Gibbon perchè «un marito avrebbe avuto animo troppo coraggioso a compire così esattamente i doveri di storico!»
Papa Leone si prostra dinanzi a Carlomagno e parve vile; più tardi il Papa ordinò la gente gli baciasse genuflesso il piede, e fu superbia satanica: afferma il Baronio cotesta essere costumanza antica nella Chiesa fino dall'anno 204 dopo G. C., e non è vero niente; se Maria Maddalena unse i piedi a Cristo, e lo adorò, essendo stata costei di professione meretrice non poteva mai umiliarsi troppo; ed anco per lei l'atto fu giudicato soverchio, nè tale che da Gesù dovesse patirsi, e non lo tacquero; il Papa ne prese l'uso dalle cerimonie, che i Romani inschiaviti adoperavano verso gl'imperatori; di vero Plinio nel Panegirico ricorda come fosse lodato Traiano perchè baciasse amorevole i senatori, mentre i suoi predecessori davano loro a baciare i piedi: forse temendo, che qualcheduno reluttante negasse curvarsi al bacio, il Papa sovrappose la croce alla scarpa; e così sempre la croce manto a coprire ogni reo intento; la croce calce ad imbiancare senza posa il sepolcro.—
E più di questo merita nota il modo stabilito da Carlomagno per la elezione del Papa, il quale veramente altro non fece che confermare l'antico quando gl'imperatori greci dominavano Roma; il popolo e il clero lo eleggessero, lo imperatore approvasse, e poi si consacrasse; ma così ustolava il Papa per la voglia di stendere le mani, che Stefano IV succeduto a Leone senza attendere la conferma dello imperatore pigliò possesso della sua dignità; biasimato, incolpava la impazienza del popolo; ma Pasquale che gli subentra adopera nella medesima guisa, ed ammonito con la scusa medesima si difende; ma tanto è, di lì aveva a passare; e quantunque Eugenio II e Valentino Papi avessero ad ottenere prima della sagra l'approvazione imperiale tuttavia nella formula del giuramento di fedeltà, che in cotesta occasione pronunziava il popolo verso lo imperatore posero di straforo la clausula: «salva la fedeltà promessa al Signore Apostolico.» Di questa clausula messa lì come un serpe assiderato si valse Papa Gregorio IV aizzando i figliuoli di Ludovico il Pio contro il padre loro, in ispecie Lotario; gli contaminò l'esercito, lo costrinse a fare pubblica penitenza, confessando certa lista di peccati, dettata dal Papa, gli tolse il nome e l'autorità e d'imperatore; da ciò Sergio II trasse argomento di emanciparsi facendosi consacrare senza la conferma di Lotario, il quale sovrano essendo, bene intendeva lo sovvenissero i preti a ribellarsi al padre, non intendeva i preti si ribellassero a lui: ond'ei mandò l'esercito a Roma col suo figliuolo Luigi per mettere il Papa a partito; che su le prime voleva fare e dire, ma trovato il terreno duro ebbe a scolparsi davanti al concilio, il quale dopo lunga ambage ne confermava la ordinazione a patto, che egli, e il popolo rinnovassero il giuramento di fedeltà a Lotario.
I discendenti di Carlomagno, come se eredi del peccato dei padri dovessero portare il peso delle loro iniquità, si odiavano a morte, l'uno contro l'altro combattendo si dilaniavano, il Papa in mezzo, ora soffia di qua, ora di là e mangia i frutti del mal di tutti; della debolezza altrui ingagliardendosi, mettendo il piè dove altri lo ritraeva, intero, fermo, procedente come il destino inflessibile in breve troviamo avere condotto tanto oltre l'edifizio della sua prepotenza, che ormai più poco gli manca a mettere il tetto. Niccolò I 15 anni dopo Sergio bandisce potere la Santa Sede disporre a suo libito delle corone però che i principi non fossero atti allo esercizio della loro potestà senza la sagra del Papa; vietava al clero giurare vassallaggio nelle mani al principe; la Chiesa romana si affermava giudice universale: 1. in materia di scritti—2—in tutte le cause ecclesiastiche dell'universo in prima istanza ed in appello—3—su le leggi civili da approvarsi in quanto si accordavano co' canoni, se no da respingersi—4—intorno alla condotta dei principi a fine di laudare gl'incolpevoli, e deporre i rei. E' fu in grazia di siffatta potestà venutagli proprio da sè, che intimava il re Lotario ripigliasse a sua legittima sposa Teutberga, e ripudiasse Valdrada non moglie ma adultera; rispondeva Lotario avere licenziato Teutberga avendone ottenuta licenza da due concili di Aquisgrana, e di Metz, i quali non solo ne avevano conosciuto, ed approvato le cause, ma la stessa Teutberga, più volte liberissima, e scongiurata di palesare il vero lo confessava; e le cause erano gravissime; prima di tutte avere ella commesso incesto con Uberto suo fratello chierico di perduti costumi: anzi ella medesima mandava lettere al Papa con le quali protestava sentirsi sazia del mondo, volere ridursi a vita di continenza; le nuove nozze del re con Valdrada di suo pieno consenso; perchè le sturberebbe ella per lunga prova infeconda? avere fatto disegno di recarsi a Roma per aprire al Papa i suoi segreti affanni. Questa ultima profferta e' sembra che avesse dovuto accettarsi come il miglior partito per iscoprire il vero; ma non fu così; Niccolò riscrisse: la sua testimonianza non valere niente; non permetterle il viaggio di Roma; il suo posto allato al marito; la sua sterilità non dipendere da lei, bensì dal marito (il Papa, non potendo egli trovarsi sotto il letto degli sposi, lo avrà ricavato dallo Spirito Santo). Ad ogni modo se desidera vivere in continenza non le si nega; basta, che Lotario prometta osservarla egli stesso cominciando dal rimandare Valdrada. I concili di Aquisgrana e di Metz come conciliaboli dannò, dei vescovi, che ci avevano preso parte, alcuni ritolse in grazia, altri punì. Morto Niccolò e subentratogli Adriano, Lotario gli si volse umilmente supplicandolo essere accolto nella comunione dei fedeli, gli concedesse l'andata a Roma: ottenuta licenza, andò: veruno gli si si fece incontro, e fu costretto (questo ricordano gli storici chiesastici con esultanza) a ripararsi dentro certo albergo assegnatogli fuori delle mura, vicino alla Chiesa di San Pietro, il quale non era stato manco spazzato: negarongli la messa; solo dopo alquanti dì il Papa lo ammise dentro Roma, e dicono, gli amministrasse la eucarestia unicamente dopo che gli ebbe fatto giurare, che aveva osservato il comandamento del Papa Niccolò di astenersi da ogni commercio con la concubina Valdrada, ed essere risoluto di ora in avanti di rompere qualunque vincolo con lei; dicono altresì che Lotorio giurasse; e se questo accadde merita biasimo meno lui che lo pronunziò, che quello il quale lo costrinse a prestarlo.—Nè verosimile era per altra parte, che Lotario si fosse astenuto da conversare con Valdrada; le cose vietate tanto più appetite; e tranne il divieto del Papa lontano chi valente a impedire il re? Gli stessi vescovi del suo regno affermavano il divieto papale tirannide; la prima moglie non dissentiva le seconde nozze a Lotario. Ora quello intimargli alla sprovvista in pubblico così strano giuramento sotto la impressione della paura di trovarsi respinto di chiesa o non è vero, o fu estorto per potere infierire sopra la memoria del re, che morto indi a breve in Piacenza di febbre maligna Adriano bandì ciò essere avvenuto per castigo di Dio dello spergiuro commesso poco anzi da Lotario prima di ricevere l'ostia consagrata.
Lo scisma della Chiesa di Oriente prese inizio nel pontificato di Niccolò, in quello di Adriano crebbe, nè mai più le Chiese in modo durevole accordaronsi, nè possono: cause apparenti, e fino ad un certo punto vere, la cocciutaggine greca a non consentire la procedenza dello Spirito Santo dal padre, e dal figliuolo; le nozze legittime vietate dal Papa ai preti; la disputa se Dio il pane azzimo o piuttosto il lievitato aborrisse; il digiuno settimanale; il sangue degli animali per cibo agli uomini reietto o no; i latticini permessi o vietati la prima settimana di quaresima; l'anello, la barba; il battesimo amministrato mercè la effusione dell'acqua, o per via d'immersione, ed altre cosiffatte cianciafere, arzigogoli, e ciammengole; e così affermo; perchè eccetto il celibato, ch'è cosa seria, delle rimanenti parrebbe avesse dovuto reputarsi dal Papa faccenda suprema quella dello spirito santo, e non ne fu niente, imperciocchè la disputa non si accese mica subito tra i Greci e i Latini, bensì tra Greci e Franchi. Leone III lasciava, e persuadeva Carlomagno a lasciar correre; ma Carlo qui si palesava prete, Leone uomo di stato: troppo più della procedenza dello spirito santo premeva a lui che i Bulgari si dichiarassero soggetti alla romana, e non alla greca giurisdizione; proprio per non guastarsi per causa di lana caprina Leone concesse che al Credo aggiungessero il filioque; ma questo si ponga in sodo che non prima del 1274 il concilio di Lione ordinò che il filioque ci aveva a stare come articolo di fede; e chi negasse: allo inferno; e così sia, ma tu pensa, che per 1274 anni i Cristiani andarono in luogo di salute senza credere che lo spirito santo procedesse anco dal figliuolo, ovvero traboccarono a casa del diavolo per colpa dei Papi che avevano a parlare chiaro, e invece gingillarono quasimente 13 secoli senza sapere che pesci pigliare.
Causa vera dello scisma l'odio antico dei due popoli, impazienti entrambi di servire, entrambi cupidi di dominare; l'uno superbo dell'antica, e l'altro della nuova sede imperiale; ambedue guasti dalla vana scienza donde la presunzione, e il sofisma. Da prima a Costantinopoli prevalse Ignazio amico a Roma, poi Fozio infestissimo; da capo Ignazio galleggia con esultanza infinita di Adriano II, il quale bandisce Ignazio santo e lo imperatore Basilio scellerato omicida del suo benefattore, Michele III non ascrisse all'albo dei Santi, ma ci mancò un'ette; e così durò finchè egli visse; lui morto torna in fiore Fozio per tracollare senza riaversi più una seconda volta: ma o corte, o popolo, o Ignazio, o Fozio accordavansi tutti nel respingere il primato latino: i ministri del Papa furono vilipesi e sostenuti in carcere; la Bulgaria congiunta alla Chiesa di Bisanzio; di Spirito Santo non si parlò più; i Papi arrovellandosi ingrossano i bargigli; alla stregua inviperiscono i Greci; di contumelie un diluvio. Quando l'accetta dei Normanni si piantò diritto nel cuore della Puglia, e Roma si accordò con loro ad ungerla coll'olio santo a patto di fare a mezzo, il Patriarca Michele Cerulario greco ebbe a sgombrare da cotesta contrada; ma in partendo ammoniva il gregge ad aborrire le romane eresie; il Papa di rimbecco spedì fino a Costantinopoli i suoi legati per iscomunicare il Cerulario, i quali di fatti andarono e deposero l'anatema sopra l'altare di Santa Sofia; le formule si conoscono; oggi mettono la gente di buono umore, allora facevano drizzare i capelli; dopo coteste ingiurie atrocissime, talora, secondo la necessità stringeva, Roma si accostava a Costantinopoli, o questa a quella, ma ognuno stava fisso al chiodo, massime poi, che la temeraria improntitudine dei Papi contro i Reali di Lamagna sbigottì i Reali di Costantinopoli.
Nè sotto questo Papa audacissimo la scomunica si tenne nel cerchio delle cose spirituali; bensì proruppe fuori fino a scomunicare Carlo il Calvo là dove si fosse attentato impadronirsi del regno del suo nipote Lotario; ma gli si rivoltorno contra con maniere e più con parole acerbe parecchi vescovi francesi, tra i quali Incamaro arcivescovo di Reims lo riprese con questi sensi, che voglionsi raccomandati alla meditazione di chi legge: «la conquista dei regni della terra si opera in virtù di armi, e di vittorie non già con le scomuniche dei vescovi e dei Papi; nè tu puoi essere ad un punto vescovo e re e i predecessori tuoi hanno retto la Chiesa non già lo stato.» Ed aggiungeva per ultimo: «il Papa non ci darà mai ad intendere, che ce ne andremo allo inferno se respingiamo il re ch'ei ci vorrebbe imporre sopra la terra.» Ma il Papa vie più s'intorava, e ribellava il vescovo di Laon contro Carlo suo zio, nè, secondo il costume, osservando regola o misura il proprio figliuolo gli aizzava contro; a questo modo infranti i vincoli che la natura e Dio posero tra gli uomini di un tratto il Papa si volge blando allo scomunicato e si profferisce pronto a riconoscerlo imperatore. Donde la causa della stupenda voltabilità? Luigi II cadeva infermo di male di morte; niente più Adriano aveva a sperare da lui; tutto a temere da Carlo: qui il panno mostrava la corda; di Cristo non già, di Mammone vicario il Papa.
Il fine a cui mira questo epitome delle usurpazioni ecclesiastiche non desidera la storia di Giovanni VIII, che per danaro incorona Carlo il Calvo imperatore; non delle guerre tra Carlo e Carlomanno figliuolo di Luigi il germanico; non delle violenze esercitate dal Papa a' danni della stirpe di Carlomagno benefattore dei preti; e non delle troppo più maligne insidie di lui; solo avverti come Giovanni, mentre atterrito dalle armi di Carlomanno lascia a precipizio Roma per ripararsi a Troyes, e colà raccolto un Concilio promuove la dottrina del primato del Papa, e dei vescovi sopra tutti i principi della terra, con supplicazioni raumilia Carlomanno, ed ottiene da lui l'ufficio di vicario imperiale nella Lombardia. Passano parecchi Papi senza infamia; unico vanto; viene Formoso scelleratissimo, il quale oltre i Saraceni chiamò in Italia Arnolfo alemanno per contrapporlo a Berengario; dopo morto, i suoi nemici ne cavano dallo avello il cadavere, e spogliatolo dello ammanto pontificio, e mutilato delle dita lo precipitano nel Tevere, donde lo estrae Gregorio IX, e lo restituisce alla cristiana sepoltura. Stefano VI, che menò strazio sì disonesto di Formoso è strangolato, poi a sua posta torna in onore, mercè Sergio III.
Corriamo in fretta, ed in punta di piedi su questo moticcio di fimo, e di sangue, che si chiama papato; invano l'ornarono, anzi l'oppressero di titoli santi, e di cerimonie splendidamente religiose; egli è uno spargere acqua nanfa nella stanza mortuaria. Due meretrici danno, e tolgono il pontificato ai loro bertoni, e talora col pontificato gli tolgono la vita.
Benedetto IV regna pochi mesi; pochi giorni Leone V, cacciato da Cristoforo, il quale a volta sua, dopo sette mesi, si trova sbandito; e non è il peggio. Marozia consacra papa Sergio III, e Teodora Giovanni X; ma la Marozia soffoca co' guanciali Giovanni bagascione della madre Teodora: e dopo Leone VI e Stefano VII ovvero VIII di così brutte ferite cincischiato dai Romani, che egli per colpa della sua deformità non si attentava di comparire in pubblico. Marozia con le sue benedette mani accomoda sopra la cattedra di san Pietro il proprio figliuolo Giovanni avuto da lei adulterando con papa Sergio III: e fu infelice consiglio per ambedue, imperciocchè Alberico figlio legittimo di Marozia, lei e il turpe fratello imprigionati, quantunque non papa regge da principe Roma. Nè questo Alberico si contenta disfare Papi, ma presume farli altresì; di vero suo figlio Ottaviano, che primo mutò nome, fu eletto papa e si chiamò Giovanni XII; di lui sappiamo questo, che fino di Sassonia aizzò contro Berengario re d'Italia lo imperatore Ottone; questi però, nonostante la grazia in cui teneva Giovanni commosso dalle molteplici e tutte infami accuse, raduna una sinodo a Roma e lo cita a comparirvi per dire sue discolpe; ma costui fugge in Anagni, e s'inselva a guisa di fiera[1]. La Sinodo lo depose: moltissime le accuse fra le quali precipue, avere ordinato un diacono nella stalla, ed un vescovo di dieci anni, come pure celebrato la messa senza comunicarsi; vivere in concubinato con tre donne, una delle quali già concubina del padre suo; tolto gli occhi a Benedetto compare, i genitali a Giovanni Cardinale; darsi a cacce come selvaggio; comparire di tutt'arme armato al pari di masnadiero; sprofondarsi in commessazioni in compagnia di male femmine; bestemmiare peggio di un'eretico: il matutino omettere, le ore canoniche non recitare!… E così durò, finchè Ottone rimase, voltato, ch'ebbe le spalle; Giovanni rientra in Roma; una sinodo, aveva deposto lui, un'altra sinodo depone Leone, che fugge senza voltarsi indietro per riparare presso Ottone; quivi muore, e gli va dietro Giovanni Papa, morto come si disse di una solenne batosta sul capo datagli dal demonio; ma come fu vero da un marito, il quale coltolo nel letto con la propria moglie gli spaccò il cranio.
[1] Platina Vita di Giovanni XII; «senz'aspettare il giudizio fuggì su quel di Anagni, ed a guisa di fera si stette un tempo per coteste selve nascoso.»
Benedetto V eletto senza licenza di Ottone si confessa in fallo, e risegnato l'ufficio fugge via; col favore di Ottone torna Giovanni XIII ferocissimo, il quale per vendicarsi del bando a cui lo avevano condannato i Romani decapita il prefetto, e dodici tribuni, con atroci strazi lacera parecchi maggiorenti fra i cittadini; lui cessato ritorna in ballo Benedetto per farsi strozzare da Bonifazio VII, il quale all'omicidio aggiungendo il furto spoglia le chiese di Roma, e va in Costantinopoli, donde partitosi in breve mette le mani addosso a Giovanni XIV assunto al pontificato nella lontananza di lui, e lo fa morire di fame.
Ora i Romani, vinta la pazienza, condotti da Crescenzio, si ordinano a repubblica; lui eleggono console; Gregorio V rimena in Italia Ottone tedesco, e disfatta la repubblica, tronca il capo a Crescenzio; contra la religione del patto di morte atroce fa morire Giovanni, assunto papa mentre egli stava lontano a macchinare col tedesco Ottone la servitù della Patria.
Siamo giunti al decimo secolo, e vedemmo fin quì come i diritti della Chiesa altro non sieno se non delitti; e tuttavia qui pongono i preti la sorgente del carico divino di reggere il mondo, ed imperare su Roma, per cui cedere un'iota, o comporsi in pace con la cessione della minima tra le prerogative loro non possono: bene reputano i preti i nostri uomini di stato ignoranti, nè veramente hanno torto (almeno ai dì nostri); in antico era diverso, però Napoli, in Toscana, e a Parma, in Torino no, dove per piacere al prete di Roma si dannava a morire in carcere Pietro Giannone proditoriamente arrestato, e iniquamente tenuto. Pronunziando Baronio cardinale alla santa sede devotissimo la sentenza di questi primi dieci secoli dichiara così: «avrebbero meritato il diluvio di fuoco di Sodoma;» e poc'oltre, come chi da necessità costretto confessa a malincuore, soggiunge: «mostri i Papi, o piuttosto falsi Papi, di cui i nomi rammentasi per non lasciare lacuna nella sequela dei Pontefici, però non si creda mica, che la Chiesa restasse senza capo; mai no; Gesù Cristo stesso la regolava[1]» Così il dabbene cardinale parlando a questo modo si dà della zappa su i piedi; imperciocchè verrebbe a persuaderci due cose; la prima, che quando Cristo prende da sè le briglie in mano non vanno meno peggio le faccende dei preti, ch'è quanto dire non potersi in guisa alcuna governare la Chiesa; e l'altra superflui, anzi dannosi alla Chiesa i sommi Pontefici, se pure è vero che Cristo governa quando escono Papi o scellerati, o ciuchi. Ma ora chiariremo se la sentenza del Baronio accordi con la verità.
[1] Anno 908 e 912.
I costumi, e le arti della meretrice Marozia sembra, che assai si confacessero alla Chiesa di Roma, però che la sua discendenza cestisse ottimamente in mezzo a lei. Dalla sua famiglia nacque Benedetto VIII, il quale non potendo in altro modo vincere il fratello, e il figliuolo di Crescenzio, restauratori della repubblica romana ricorse ad Arrigo di Baviera, barattando la incoronazione di e costui a imperatore con la servitù della Patria; pessimo costui in tutto così, che corse fama in quel tempo essere stato sempre vivo dannato alle pene eterne dello inferno. San Piero Damiano nella vita dello abate santo Odilone racconta, che dopo morto, fu vista la sua anima da un santo vescovo cavalcare sopra un cavallo nero per luoghi romiti, e domandandole questi perchè cagione così dopo morto andasse sopra il cavallo nero cavalcando, quello rispose: il danaro sparso per elemosina ai poveri non avergli approdato avendolo con rapina raccolto; ne troverebbe il santo vescovo altro in certo luogo nascoso, lo pigliasse, e lo donasse per amore di Dio, e questo gli avrebbe fatto gran bene però che da buona fonte venisse.—Anco i santi non isgabellavano papa Benedetto VIII; nè di lui migliore il fratello Giovanni XIX, che gli successe comprata a bei contanti la Vicaria di Cristo, e questo attestano non che altri gli stessi scrittori chiesastici: egli incoronò imperatore Corrado il Salico, e gli fu servo per dominare spietato; sempre con l'oro, e per questa volta, anco con un po' di violenza: a Giovanni successe il nipote Benedetto IV fanciullo di anni, e d'infamia provetto; cacciato dai Romani, che eleggono in sua vece Silvestro III, egli rientra in Roma per forza di arme, dove dimorato alquanto, trovando increscioso il papato, anch'egli a sua posta per ridursi a vita quietamente vituperevole vende vicariato di Cristo, doni dello spirito santo, infallibilità, e ogni cosa per un sacco di ossa a Gregorio VI. Dunque da ciò arguisci, che vissero eziandio Papi i quali non che cedessero parte dei male acquistati beni venderono altresì il sacerdozio; ed anco questo si confessa dagli storici cattolici, solo si aggiunge, che in pena dello errore commesso, la giustizia eterna dannasse l'anima di Benedetto a vagare sopra la terra in sembianza mostruosa e piena di spavento; su di che mi stringo a dire come anco questa la racconti san Piero Damiano; e i santi godono il privilegio di misurare le melensaggini con lo stato. Dicono, che Gregorio non sapesse fare nè manco un'o con la canna, e questo è poco male; peggio questo altro, che anch'egli assai si dilettasse usare il breviario del cardinale di Retz[1]: fatto sta, ch'ei si tolse un coadiutore; perciò, oltre il coadiutore, Roma si godè ad un tratto tre Papi, Benedetto IX, Silvestro III, e Gregorio VI; i Romani potevano lamentarsi di manco di pecore, non già di pastori.
[1] Al cardinale di Retz trovandosi a Corte cascò di sotto il roccetto un pugnale; onde i Parigini lungamente chiamarono stiletto il breviario del Cardinale di Retz.
Dopo parecchi Papi giunge al pontificato Leone XI nel quale riarde il concetto della primazia sopra tutti i petenti della terra; costui fu tedesco, e mandato dallo imperatore Arrigo a reggere Roma; per arruffare ei piglia il partito dei vescovi francesi convocati a Reims contro il re Enrico; poco dopo si conduce a combattere contro i Normanni; le profferte di questi respinge, ed ingaggiata battaglia prova nemica la fortuna del giorno; di tumido fatto codardo piange, e trema: ai Normanni par bello, forse anco utile, possedere consacrata dal vicario di Cristo la terra rapita a taglio di spada.
Qui facciamo sosta ai racconti ed ai fatti esposti ingegniamoci cavare alcuna considerazione profittevole al nostro assunto; e innanzi tratto raccomando al lettore tenersi sempre a mente come per me si ricerchino gli annali ecclesiastici pel fine di chiarire quale abbia davvero il Papa diritto sopra le terre che accora con la mala signoria, e se cotesto suo non possumus concedere che i popoli rimangano consolati da meno reo governo sia tanto bugiardo quanto stupido. Non si nega, che principi barbari ricorressero a Roma meno per decidere piati, che per santificare delitti; e questo i Papi fecero sempre purchè il colpevole fosse il più forte, e nel pagamento della consacrazione del misfatto non istesse su lo spiluzzico. La primazia usurparono i Papi con fraude, e con menzogna non già con luce d'intelletto, Roma antica vinse col ferro proprio, Roma papale col ferro altrui, e l'aspersorio di proprio: che scienza ebbe Roma? Certo superiore a molti barbari, ma non a tutti; e poi ella usò la scienza per rabbaruffare la gente in un pruneto di errore. Nulla in lei viene dal cielo, e nulla dalla potestà terrena, quando mai questa ultima valesse a vendere, o a donare popoli come greggi, la quale cosa risolutamente si nega. Circa a fede, il Papa, in questo successore genuino di San Pietro, ne dubitò, rinnegò Cristo, e non confidando più nella virtù della dottrina (noi lo mostrammo) si appoggiò alle daghe di Costantino, nè a lui solo ma bensì ad altri come Teodosio il grande, e Valentiniano III, entrambi i quali misero il catechismo nelle mani ai littori, e reputarono la carcere più efficace a convertire del pulpito[1]. Non contenti di tanto i Papi (anco questo abbiamo detto) fecero condannare a morte chiunque non credesse come loro. Dice bene il de Maistre, che il Papato nei secoli di mezzo tramandò luce; però tacque ch'ella fu luce di fascine. Da Costantino è menzogna che il papa avesse doni; nè si prova gli avesse da Pipino, e da Carlomagno; almeno documenti scritti, e conosciuti autentici s'ignorano: ad ogni modo non gli conferirono assoluto dominio; di fatti Carlomagno ed i suoi successori vediamo esercitare nelle provincie pretese donate al Papa sovrana autorità, come crearci giudici, ed annullare confische decretate dal Papa. La Chiesa di Roma prima lusinga i greci imperatori, poi li tradisce, e sè avvantaggia; sta un pezzo co' Longobardi, e quando li teme, dentro li scalza con la ribellione, di fuori spinge loro addosso i carlovingi; balenando questi, si volta ai tedeschi Corrado, ed Enrico. E se i Papi poterono mostrarsi riottosi contro i degeneri re dei Franchi fino a deporre i vescovi eletti da questi, ed altri eleggerne a modo loro, e se di fronte agl'inviliti carlovingi farsi dichiarare dal Concilio di Reims sovrani assoluti della Chiesa universale deve attribuirsi a questo, che l'imperatore Enrico tenendosi sotto come vassallo il Papa riputava tornasse in pro suo il credito che egli si andava, come suo vassallo, acquistando; e veramente per un tempo fu così. Nelle costituzioni imperiali[2] occorre un'atto in virtù del quale il diritto di Carlomagno a eleggersi un successore, e a nominare i Papi di Roma si trasferisce insieme agli altri, in Ottone, e negl'imperatori tedeschi; tale documento per giudizio universale si reputa apocrifo; e sembra, che gl'imperatori abbiano voluto contrastare ai Papi il privilegio di fabbricare carte false; ma se apocrifo hassi a tenere cotesto atto, certo è poi (e fu accennato poco anzi da me) che Enrico nella sinodo di Sutri depose tre Papi e promosse al pontificato il vescovo di Bamberga; certo del pari è, che lo imperatore pregato o no designava il Papa, e certo altresì che quattro Papi tedeschi uno dopo l'altro per suo comandamento furono esaltati alla sede apostolica, senza pregiudizio della parte, che come di ragione, deve averci preso lo spirito santo. Clemente II di Bamberga, Meone IX dei conti di Daipurg, Damaso II e Vittore II bavarese. Grande l'autorità degl'imperatori però che essi eleggessero a tutti gli uffici ecclesiastici: ed era costume dei capitoli, cessato il superiore, rimandare l'anello e il pastorale al principe, che li consegnava in simbolo della autorità ecclesiastica al nuovo scelto; sovente lo imperatore come colui che poteva, o credeva potersi fidare in uomini a lui devoti, gli armava di autorità temporale che unita alla spirituale forniva maraviglioso fondamento alla propria potenza. I Papi ci si accomodavano e, come suol dirsi, bevevano grosso, perchè co' Tedeschi andava un nugolo di monaci e di frati che nei paesi conquistati rizzavano su fondaco di religione dando in baratto di poco bene terreno fattorie e poderi a bizzeffe nei regni sterminati del paradiso: vescovi e abati acquistavano titolo, e dritti di conte ed anco di duca; non più si dichiarava i beni ecclesiastici formare parte delle contee, ma sì all'opposto le contee parte dei vescovati; nella Italia settentrionale le città quasi tutte governate dai visconti dei Vescovi.—Ora questo stato di cose non poteva durare, chè non si vide mai mantenersi vassallo chi, volendo, può diventare signore, e la spada messa in sua mano perchè ti difenda presto o tardi egli adopererà per soverchiarti; così mostra la esperienza a tutt'oggi; se fie per mutare domani staremo a vedere.
[1] Cod. Teod. XVI. 1. 2 «Vogliamo che tutti i popoli retti dalla nostra clemenza osservino la religione, che il divino apostolo San Pietro insegnò ai Romani.»
[2] Goldat. 1. p. 221.
Sotto Leone riarse (e non poteva fare a meno avendo al fianco consigliere il monaco Idelbrando da lui promosso al cardinalato) lo scisma di oriente; molte le cause, tra cui comparisce massima quella di comunicare col pane lievitato, ma in fondo tutte erano velo alla cupidità del Papa e del Patriarca di soperchiare l'uno l'altro; però secondo possiamo conoscere sembra, che il Patriarca Michele Cerulario si contentasse essere lasciato messere e donno in casa sua; ma Papa Leone non glielo consentiva; nè a torto però che i suoi predecessori avessero fatto tanto tramestio per conseguire il primato, che ormai gli pareva non gli potesse essere più contradetto; si reputava dentro una botte di ferro, e su l'orizzonte papalino incominciava a spuntare il non possumus famoso. Certo la tristezza congiunta alla ignoranza avevano spinto il Papa a costituirsi arbitro supremo di tutto il mondo; ma noi pensiamo: se il Vicario di Cristo avesse atteso meglio ai precetti di Cristo non si sarebbe lasciato traviare nei passi della iniquità; non avrebbe sparso il crisma sul sangue; avrebbe accolto sotto il manto l'orfano e il pupillo, e non dato mano a spogliarli e forse a trucidarli; molto meno avrebbe dallo inchino interessato del ladro desunto argomento per costituirsi giudice del genere umano; e sì che i santi Agostino, e Bernardo, e Ivone camotense gravemente avevano ammonito la Curia per queste sue improntitudini; anzi tu nota che a favellare più forte li riteneva la fede, che le Decretali fossero genuine sostenute come apparivano dall'autorità, quantunque falsamente invocata, di nove Papi, Anacleto, i due Sisti I e II, Fabiano, Cornelio, Vittore, Zeffirino, Marcello e Giulio; che mai avrebbero detto se le avessero sapute false? La libertà di appellare sempre, e ogni punto della causa al Papa troncava i nervi alla disciplina; gente perduta, preti di malo affare si procuravano a quel modo la impunità; il Papa agguindolato, e indotto in errore; chiarito poi, o si ostinava nella sentenza ed era iniquo, o la emendava, e allora per lo spesso correggersi perdeva il credito; chi doveva pagare le debite pene costantissimo nelle difese; chi sostenere le accuse cagliava e dalle molestie infinite annoiato lasciava correre con danno inestimabile non pure della religione, ma della comunanza civile altresì. Intanto il Concistoro dei Cardinali mutato in tribunale tutto dì intento a giudicare cause; il Papa preside, la curia piena di avvocati, di procuratori, e di litiganti rissosi, interessati, e mascagni: non casa quella del Vicario di Cristo, bensì della Discordia. I Legati di Leone non si potendo accordare col Patriarca Cerulario penetrati nella chiesa di Santa Sofia nella ora terza del 16 luglio 1054, mentre celebravasi la messa, depositarono l'atto di scomunica sopra l'altare maggiore; il Cerulario a volta sua scomunicò il Papa ed i Legati, e così di male in peggio le faccende di oriente: da una parte e dall'altra odio di prete, che non perdona mai. Levati di mezzo Papi, e papassi forse avverrà che un giorno i popoli si riuniscano: in Dio.
In verità io credo, che Gregorio VII, santo dalla parte della Chiesa, ed eroe da parte di parecchi scrittori, altro non fosse che un frate impronto, ed ignorantemente temerario: ingegno scolastico, e pedantesco, avremmo a lodarlo di costanza dove la esperienza non c'insegnasse come sorella della costanza sia la cocciutaggine dote delle femmine, e dei fanciulli; costui pigliando i partiti, che per tempo sì lungo sconvolsero la cristianità se ne previde gli effetti perverso fu ad un punto, e stolto; se non li presagì fu solo stolto. Per altra parte poi male si apporrebbe chi reputasse inusitati o nuovi i concetti di Gregorio, imperciocchè noi li vediamo attecchire e germinare nella Chiesa prima di lui; egli più degli altri stese le mani perchè i tempi lo secondavano meglio, e di natura fu avventato. Questo il complesso della sua dottrina ricavato dal Concilio lateranense del 1074, dalle epistole, e dalla raccolta, che ha nome: i dettati del Papa: chi gli successe la tenne per regola, la ragione non giunse mai a deviarne i preti; qualche volta la forza, ma per breve tempo, che più insistenti delle formiche essi tornarono quasi subito nel consueto cammino.
La Chiesa, sentenzia Gregorio, ha dritto dominare su tutto perchè giudicando ella delle materie spirituali, che sono le più perfette, tanto più deve giudicare le temporali, le quali proviamo imperfette. Lo stato regio non si parte per niente da Dio, all'opposto lo creò con le sue proprie mani l'orgoglio: il cristiano devoto alla religione cattolica deve reputarsi più re del re irreligioso, però che il re scevro di religione che cosa è mai se non tiranno? Così essendo sta al Papa distribuire corone, giudicare principi, e questi, quanti sono, hanno a confessarsi vassalli di santa Chiesa cattolica, e dopo giuratole fedeltà pagarle il tributo.
Non diverso a Gregorio aveva dichiarato Niccolò I due e più secoli innanzi, e scrivendo al vescovo Advenzio il quale lo consultava intorno alla obbedienza da prestarsi ai principi, lo ammoniva così: «sicuro! lo Apostolo lo ha detto e non si nega: obbedisci al tuo re come superiore, ma tra re e re ci corre; tu l'obbedirai se eletto dirittamente, e se governa a modo, e a verso, perchè l'Apostolo ha detto altresì: obbedite al re per cagione del Signore non già contra Dio; e sappi al re tristo contrastare a merito[1].» Il quale concetto rincalza il Concilio di Toledo col Canone: «il vocabolo re tira origine dal retto governare, però se opera con giustizia possiede diritto a reggere, se no, lo perde.» Allora l'altro testo di san Paolo, che anco ieri allegava Pio IX perchè i Polacchi allungassero il collo alle mannaie russe: «voglionsi obbedire i principi comecchè discoli;» o non si conosceva, o si dissimulava. La barca di san Pietro dal Testamento vecchio e nuovo piglia le vele per navigare con ogni vento.—
[1] Tom: VIII. Comil. p. 487.
I dettati del Papa sonano così: «Non vi ha al mondo che un solo nome, quello di Papa[1]: egli solo può valersi degli ornamenti imperiali; a lui devono tutti i principi baciare i piedi; egli unicamente possiede facoltà di nominare e deporre i vescovi, presiedere, e sciogliere i Concili: veruno può giudicarlo: la semplice elezione lo fa santo: egli non erra, non errò, e non errerà mai: a lui spetta deporre i principi, e sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà ec.»
[1] Papa cava la sua etimologia dalla sincope di Pater patris un dì comune a tutti i vescovi, da Gregorio preso per sè solo.
A rendere più terribile la scomunica, ed operativa di sconvolgimento universale Gregorio ordinò, che in virtù di lei lo scomunicato perdesse la proprietà dei beni, e dei servi, l'autorità su i figliuoli.—Nel Papa solo il diritto di conferire imperio, regni, ducati, marchesati, contee, insomma tutto quanto gli uomini possono ricevere o dare. Chiunque accetterà dal re vescovato, od abbazia, ovvero officio ecclesiastico sarà deposto, ed ogni principe, che darà le investiture escluso dalla comunione dei fedeli.—
Nè basta: Gregorio prescrisse, che il culto religioso non dovesse essere compreso dal popolo però che questi quanto meno intende, e più adora. Comecchè il divieto delle nozze dei preti si partisse da Niccolò II, tuttavia cotesto Papa lo fece ad istanza d'Ildebrando, il quale diventato pontefice non rifiniva da perseguitare i preti ammogliati infamandoli eretici, aizzando loro addosso il volgo, facendone calpestare le ostie consacrate come esecrabili.—
La temerità sacerdotale ricevuta siffatta spinta ruzzola giù a mostruose pretensioni offendendo nel suo rovinio uomini od instituti dentro i quali viene a cozzare. Bonifazio VII in suono affettuoso avverte Filippo il Bello:«tu hai da sapere, figlio mio, che ci sei suddito nelle cose spirituali; nè a te appartenere la collazione dei benefici, e delle prebende, e chi altramente crede casca nell'eresia.» A scanso come sembra, di qualunque equivoco, questo Papa curiale pubblicò l'Editto perpetuo dove si leggono le seguenti peregrine cose: gl'imperatori, i re e gli altri principi tutti sono tenuti a comparire alla udienza nel palazzo apostolico come gli altri uomini quando sieno regolarmente citati.—
Nella solennità del Giubbileo vestito di ammanto imperiale egli comparve davanti i popoli accorsi con due spade nelle mani e bandì all'universo: «un solo Cesare, un solo re dei Romani vivere al mondo, e questi essere il sommo Pontefice.» Con Innocenzio III la superbia diventa delirio, ed è ragione però che sentisse fuggirgli di mano le passate enormezze, ond'ei si arrovellava quanto meno era potente a ritenerle; per vaghezza leggi quello che il giocondo uomo decretava nel Capit. Solite: tanta corre distanza tra il Papa, e il re quanta tra il sole e la luna.—La glossa tirato il conto di questa differenza sommando trova come il Papa superi il re 47 volte; ma un canonista perfidia il calcolo sbagliato, e rifacendolo a modo suo dichiara l'autorità pontificia 7744 volte maggiore a quella dello imperatore, e del re,—e lascia andare i rotti.—Jacopo Leone, dal quale in parte ricavo questi fatti, consultati i 21 volume della Biblioteca massima pontificia ne stralcia questi assiomi da disgradarne per la giustezza loro quelli di Euclide.
«1. il Papa una volta eletto, comecchè un minuto prima fosse ribaldo da galera, è un vero Papa.
«2. il Papa stando a cavallo al diritto non pecca mai, nè può offendere la legge; anzi ha potere di dispensare dal diritto positivo.»
«3. il Papa non può abusare della sua potestà, e sia scandaloso, o simoniaco gli si ha ad obbedire: i disobbedienti atei, o per lo meno eretici.»
«4. al Papa devono obbedire tutti i re.»
«5. il Papa quanto a potestà scavalca i santi, e perfino gli Angioli.»
«6. quello che fa il Papa, Dio fa.»
Le glosse ampliando affermano il Papa facultato a dispensare contro il Vangelo, gli Apostoli, e il diritto naturale; il Rubeo addirittura ogni più scapestrata enormezza compendia in questo aforismo: «il Papa può tutte le cose fuori del diritto, sopra il diritto, e contra il diritto.»—Ma non ci ha mestiero glosse quando un Papa, Innocenzio III ti spiattella: «credere facilmente, che Dio permetta al Papa di potere fare cose contra la fede[1].» E dev'essere proprio così, poichè il Papa ne ha fatte tante senza che Dio se ne risenta! Per ultimo Urbano II a certo vescovo che lo consultava intorno alla penitenza da darsi all'uccisore di uno scomunicato rispondeva: «noi in coscienza non estimiamo omicidi quelli che ammazzano per zelo della madre chiesa cattolica[2].» Leggendo questa dottrina anco noi abbiamo tenuto per fermo, che il signore della Rovere Ministro della guerra deve avere appreso ai giorni nostri umanità alla scuola di Papa Urbano.
[1] Serm. su la Consagr. p. 229.
[2] Can. 47 cons. 23 8. 5.
Ogni uomo può immaginare agevolmente a che menassero di siffatta ragione premesse; tuttavia ne riporterò qualcheduna. Salomone re di Ungheria cacciato dal regno si raccomanda al suo cognato re Enrico di Alemagna profferendosegli vassallo se lo rintegra nel regno; di ciò inalberando Gregorio manda a Salomone: il tuo regno è mio, chè gli antichi re lo donavano a san Pietro. Di più lo imperatore Enrico il nero, dopo avere acquistato cotesto regno, offerse alla tomba del principe degli Apostoli, una lancia, ed una corona, quindi è chiaro ch'ei glielo volle donare: i regni devono mantenersi liberi da ogni signoria straniera per assoggettarsi unicamente alla Santa Sede. Un barone vocato Vezelino recando molestie al re di Dalmazia, il Papa lo ammonisce, che cessi, però che cotesto re ci sia posto per autorità della Santa Sede, e offendere lui sarebbe come offendere lei: da parte di san Pietro deponga le armi, e se ha ragioni vada a Roma e le faccia valere. A Demetrio tzar, o kan, o chi altro si fosse dei Russi scrive questa lettera, la quale per essere vera non ci appare meno inverosimile e strana: «tuo figlio venendo a visitare il sepolcro degli Apostoli ha dichiarato volere ricevere il regno dalle nostre mani come dono di san Pietro, e noi glielo abbiamo conceduto.» Circa allo impero, tostochè per diventare imperatori avevano con parole e co' fatti confessato necessaria la consacrazione del Papa, egli era chiaro, che come ei li faceva così poteva disfare, donde per conseguenza in lui il diritto di volerli e l'obbligo negli imperatori di essergli vassalli. Quanto alla Sassonia, l'universo sapeva Carlomagno averla donata alla Santa Sede: non importa avvertire che eccetto il Papa veruno aveva udito far motto di simile donazione. Ai Legati in Francia commetteva Gregorio facessero pagare a capo di ogni anno almeno per ciascuno uomo un danaro a san Pietro secondo l'antico costume se tanto è che lo venerino padre e pastore: nè dovere ai Franchi sembrare grave il balzello però che nei libri conservati nello Archivio di san Pietro si legga qualmente lo imperatore Carlo raccolte ogni anno 1200 libbre di argento da soli tre luoghi, Aquisgrana, Pui, e Santo Egidio le offerisse alla Chiesa. Anco quì non occorre dire come nei Capitolari, nelle storie, e nei documenti del tempo di simile donazione non si trovi parola[1]. Quanto alla Inghilterra tirarono i Romani Pontefici tanto la corda, che alfine si ruppe; imposero, e lo ricordammo altrove, al vile Giovanni senza terra la tenesse in feudo dal Papa; e così fa, onde per modo ci si annidava il prete, che il danaro di San Pietro ai giorni di Enrico III si stimava metà delle entrate del regno; di che non contentandosi il legato Martino, Enrico lo cacciò via; dopo la cacciata del quale fatta cercare più sottilmente dai ragionieri la cosa trovarono, che dibattuto il danaro di san Pietro al re avanzava non bene dell'entrate intero il terzo; gli altri due terzi avvantaggiati a Roma. La Spagna sua; occuparla in parte i Saraceni, in parte i cristiani, ma per lui essere tutt'una, e bene crivellata ogni cosa, egli amava meglio andasse in mano ai Saraceni che stesse in mano ai cristiani contumaci della santa madre Chiesa. Quest'altra più immane; Gregorio scrive ad Orzoco giudice di Cagliari intimandolo a pagare il danaro di san Pietro con gli arretrati, e lo facesse presto perchè gli stavano alle costole Normanni, Toscani, e Lombardi, i quali gli profferivano larghissimi partiti fino a lasciargli la metà della rendita contentandosi dell'altra metà s'egli consentiva loro la conquista della isola: non tardasse dunque a rispondergli se non voleva esporre l'isola al saccheggio, e agli altri mali della invasione: per ultimo (mirabile a udirsi!) commetteva al medesimo Orzoco ordinasse a Iacopo arcivescovo e a tutto il clero a radersi la barba; dove negasse tutti i beni loro confiscasse.
[1] Platina nella vita di Urbano II racconta, come Enrico vescovo di Soissons risegnasse il suo vescovato nelle mani del Papa perchè proposto vescovo dal re, di Francia, e giurò nelle sue mani non sarebbe mai intervenuto alla consacrazione di vescovi di nomina regia.
Ora ecco il Papato, che strisciando, e servilmente obbedendo gl'imperatori romano-greci, i franco-carlovingi, ed i tedeschi aveva acquistato come vassallo potenza! intende all'improviso passeggiare su le teste di tutti. Industria somma, perseveranza inaudita, arti moltiplici furono adoprate per venire a capo di questo, ma insipiente ne fu il concetto: chiunque crea instituti per costringere lo spirito umano edifica sopra l'arena, peggio chi lo respinge; a riuscire pel momento giovarono al Papa la minorità di Enrico, e la ribellione dei feudatari alemanni: quanti ribelli, tanti collegati al Pontefice: di fatti i baroni molestati dalla soverchia potestà dello Impero si affaticavano a diminuirla, onde parve bello, ed opportuno avere nella impresa compagno il Papa; avendo a camminare lungo tratto di via insieme non videro, o almeno non vollero vedere il punto dove si sarieno divisi: per la strada, suol dirsi, si assestano i basti, e questo talora proviamo vero, tale altro no: quì si sconciarono. Importa notare come il Papa da prima tolse il diritto di conferire i benefizi al popolo per darlo allo imperatore; adesso intende spogliarne lo imperatore per dividerselo co' baroni; più tardi manderà allo inferno i baroni se si atterranno a conservarlo.
La origine democratica del Papato, e la sapienza concessero facoltà a Roma di farsi sovrana del mondo, come altra volta le valsero pel medesimo fine la tenace aristocrazia, e la spada; ma la virtù democratica adoperata per fondare la più molesta di ogni tirannide, e la sapienza per abbuiare le menti nello errore perpetuo dovevano per necessità ritorcersi contro di lui. Sorse la stampa e fu come il sole che assorbe il lume della lucerna accesa a vegliare il morto; la democrazia inasprita di avere tirato, senza addarsene, per tanto tempo l'alzaia alla tirannide ruppe il freno, e prese a darle de' calci; i medesimi partiti messi in opera per tenere su ritto lo immane edifizio contribuirono, e non poteva fare a meno, ad atterrarlo, come quelli, che violentissimi erano e stemperati; e' fu mestieri possedere milizie fedeli, epperò i matrimoni proibiti, i monaci moltiplicati; ancora, ci vollero danari, e di molti, così per regnare, come per sopperire agli strani appetiti compagni inseparabili della sua potenza. La gente si strascinava in paradiso ammanettata come reo al supplizio; condannati erano i fedeli alla vita eterna come a' lavori forzati. Non lo tento nè manco, e tentando non ne verrei a capo, di noverare le industrie romane per raccogliere danaro; la più spedita era quella di levare sangue addirittura dalla vena pigliando, come in Inghilterra, di schianto i due terzi delle entrate; ciò non potendo durare, alla lancetta surrogavano le mignatte; e allora espiscarono le riserve, le aspettative, le annate, le indulgenze, le decime, le bolle per fondazioni, conferme, dispense di genere infinito, per benefizi, e simili. Tutto a Roma si vende, tutto; onde Cristoforo Colombo, il quale fu piuttosto pinzocchero, che religioso, ingenuamente lasciava scritto, che coll'oro si compra anco il paradiso: dall'altro lato si ruzzolò giù fino alla mannaia ed al fuoco.
Nell'anarchia del mondo in parte proveniente da cause estranee al Papato, ed in parte promossa da lui, egli ordinato poderosamente doveva restare padrone del campo: ancora, il Papato opponendo la croce al corano, e al paganesimo contrastava la barbarie, i quali vinti, dai popoli affrancati naturalmente come instituto divino si riveriva quella potestà, che aveva loro dato di essere civili: quindi al Pontefice cascavano quasi in mano scettri, che egli poi non bastava a tenere, e fu visto concedere il regno in feudo al re d'Inghilterra, al re di Sicilia, e via discorrendo, nè più nè meno di quello costumasse Cesare coi re, che gli amici suoi gli raccomandavano.
E tuttavia i disegni di Gregorio continuati dai Papi, e non ismessi nè anc'oggi, nascevano viziati da tale peccato di origine, che per battesimo non si scancella: rompere catene per mettere in servitù, eccitare alla rivolta per pretendere obbedienza assoluta, religione antica unita a fraudolenza nuova, santità di costume e depravazione non mai più vista in Roma nè anco ai tempi di Eliogabalo, la tonaca del frate e lo ammanto del Papa: co' digiuni, con le astinenze, e con le meditazioni solitarie apparecchiarsi alle ribalderie del cortigiano, aprire le porte del cielo senza chiudere quelle dello inferno; san Francesco che predica ai lupi, e appella le rondini sirocchie venuto al mondo ad un punto con san Domenico sintesi beatificata di quanti carnefici vissero nel mondo; la pietà stessa feroce, però che sovente giungessero a ridurre in tocchi qualche povera creatura reputata santa solo pel sacro furore di possedere una reliquia di quella. Considera la fede portentosa dei Campioni di Cristo, i quali alla vista di Gerusalemme piegano la fronte nella polvere, piangono dirotti, si picchiano il petto con percosse capaci di sfondare una porta di città, e poi tale menare dispietata strage, che il Cronista di quel gesto afferma, il sangue nel tempio levarsi all'altezza del ginocchio degli spietati. Su questo argomento tornerò più tardi: adesso della necessità che quello che accadde doveva accadere con le altre conseguenze le quali speculando si presagiscono, dacchè regola il mondo morale la medesima dinamica del mondo fisico: colà a scoprirsi questa legge più difficile che qua, ma le leggi ci sono.
Spirito, che sia parmi impossibile significare, ma neppure negherai l'uomo risultato di materia e di spirito.—La materia diretta dallo istinto e legata a quello serva sempre degli appetiti fisici, e come serva costretta; lo interesse proprio le tiene corta la cavezza: però negativa, ripiegata in sè stessa, agevole preda a cui impera; molto su lei può l'agonia di possedere, molto altresì la facoltà di acquistare, più che tutto il terrore; ma a mano a mano che l'uomo leva in alto il capo perde la vista del campo circoscritto della terra e spazia per le regioni sconfinate del cielo: la parte divina agitandosegli dentro si sente frazione di Dio; aspira ad una Patria, che non è la terrena; impaziente egli non posa mano, agita le braccia per tentare se può servirsene a modo di ale; la scienza gli scotta co' suoi carboni ardenti le labbra; ma dentro lui fu accesa la vista intellettuale, che cresce, e comprende quanto la materiale si appanna, e si restringe; della crisalide avanza la spoglia spregiata quando la farfalla batte l'ale.—Ora la Chiesa cattolica doveva mettersi sul confine dello infinito se pure desiderava durare, e posto che qualche spirito temerario avesse voluto allora spingersi oltre, dopo dolente errore in mezzo a regioni per soverchia luce fatte tenebrose saria tornato a pigliare conforto, e a cercare pace nel suo seno; imperciocchè noi usi a non vedere fattura senza fattore troppo più ci affatichiamo a negare, che a confessare Dio; ma come, dove esista, e le ragioni della sua esistenza alla debolezza dello intelletto nostro non è dato comprendere. Ma poichè la Chiesa cattolica ha posto il suo termine nel materiale, e nel finito forza è, che da ogni lato l'onda dei tempi la soverchi; poco importa, ch'ella perfidii a proseguire anco lo spirituale, chè ormai lo interesse terreno le ha tolto il credito, ed ella non può bastare all'anima: la rete mistica dello apostolo si è convertita in una brava e vera rete da pescare pesci, e arrostirli; nel naufragio del cattolicesimo la fede di Cristo, io per me giudico, che si salverà: forse egli è appunto per questo, ch'egli le insegnava di restare a galla.—
Lasciando i presagi, e tornando alle considerazioni dei tempi succedentisi, ecco come lo stravincere nocque al Papa; per cui stava di mezzo, opprimendo troppo lo impero, e' fu piuttosto necessità che scelta appoggiarsi sul pontificato; ma quando conseguita potenza lo provarono due cotanti più grave dello impero gli si voltarono contra: di fatti al berroviere in terra egli aggiunse san Michele, tipo vero di giandarme in paradiso; di quà fuoco di stipa, di là fuoco d'inferno; da un lato agguantava il pane del corpo, dall'altro rapiva la salute dell'anima: ma soprattutto quanto a quattrini senza pari il prete per farti la barba, e il contrappelo. Di quì una maniera di altalena tra imperatore e Papa secondochè i feudatari puntavano per una parte o per l'altra; ci era il popolo ma in cotesti tempi veruno se ne giovava; di fatti troppo procedeva salvatico, e feroce; egli non proseguiva un fine politico o sociale, ma sì come belva, rotta la catena, sbranava; e tali apparvero in Inghilterra, ed in Francia i rimescolamenti delle plebi. In Italia all'opposto il popolo ordinatosi a municipio diventò accorto, sopra i feudatari sagace e potente, anzi sperperò intorno a sè i feudatari, e li costrinse a riparare in città; in questo modo i municipi si trovarono condotti ad avversare naturalmente l'impero come quello, che dava vita ai feudatari, ed il Papato trovando nei municipi una forza da valersene alla occasione ora secondochè gli tornava li benedisse, o gli scomunicò; gli oppose allo impero, o li tradì, e perse credito non acquistò forza: la quale fu ridotta al verde dalla empia virtù degli scismi cui non valse più a torre di mezzo la fede; la Chiesa imbelle e screditata ebbe a limosinare il soccorso dell'autorità laica affinchè cessasse gli scismi ond'era lacerata.—Durarono, e durano tuttavia alla Chiesa le reverenze esterne; sempre verso lei si appunta il volgo delle femmine, e delle moltitudini, che alla parte plastica delle religioni si affezionano; qualcuno persevera a baciare il piede al Papa; il Papa continua a benedire: la barca va, ma per impulso dell'ultima vogata, sicchè ogni istante il moto si fa più languido; nè la volontà dell'uomo per quanto potente egli sia basta ad impedire il fato; così se la voce di un monaco vale a rimescolare la Europa contro l'Asia, tre secoli dopo, Pio II muore di dolore non potendo stringere in lega i Principi Cristiani, contro i Turchi irrompenti ai danni della umanità. Leone X renunzia a favore di Francesco I la facoltà di eleggere vescovi e beneficiati superiori per conservare la quale Gregorio aveva mandato tutto il mondo a catafascio. La opposizione non si manifestò meno pertinace nella Germania; e colà anco più ardua a domarsi perchè mossa da un nugolo di Principi;—si andò di concordato in concordato; le nuove decime ributtaronsi: nel 1500 furono permesse le prediche per le indulgenze, le vendite di queste, e le questue a patto, che per due terzi andassero allo imperatore, e per un terzo al Papa; di vero, se come Roma affermava, le dovevano servire alla guerra contro il Turco, lo imperatore, che lo aveva in casa, sapeva meglio di ogni altro, e sopra ogni altro lo premeva l'interesse di bene adoperare il danaro; così il prete rimase preso alla tagliola rizzata con le proprie mani.—In Inghilterra anco peggio; senza concordato il re propose i vescovi: invece di continuare la contribuzione del danaro di San Pietro, Enrico VII portò via la metà delle annate a Roma. Nel mezzogiorno il contrasto non meno gagliardo che nel settentrione; colà oltre la nomina ai vescovati, il re d'accordo coi frati, instituì la inquisizione, arnese politico larvato di religione, il quale sovente si oppose a Roma, e ne perseguitò i devoti, e tanto arrivò di prepotenza che giunse a minacciare Sisto V quando volle pubblicata la versione italiana della Bibbia. Il Prescott nella vita di Ferdinando e d'Isabella assai lungamente favella di simili screzii; nè il Ranke ne tace nella sua storia del Papato. Così del pari in Portogallo la Corona s'impadroniva dei beni degli ordini militari, e religiosi: si ritenne il terzo delle crociate, e pose le mani sopra le decime ecclesiastiche. Insomma da per tutto cede la Chiesa, pari all'onda iemale la quale, per essersi spinta impetuosa troppo e proterva, rotta in isprazzi adesso le tocca a stornare. Ormai la stagione del crescere si conchiuse per sempre, tanto più quella di allagare unica padrona; adesso entriamo nel periodo di conservazione: forse era tempo per lei di risorgere con la fede; ella non volle, o non ci credè; più tardi la vedremo tentare anco questa via, ma con tali argomenti da consumare la poca lena avanzata da tante prove: intanto ecco quali gli umori della Chiesa adesso palesati nel Concilio di Basilea da uno dei padri più autorevoli, che quivi sederono: «forse un dì sarebbe stato spediente separare affatto la potenza temporale dalla spirituale; ma pel tempo, che corre virtù senza potere è ridevole, onde il Papa romano scevro del patrimonio della Chiesa diventerà davvero: servo dei Servi di Dio.»
Indi in poi la Chiesa fruga nei suoi annali per trovare lo scampolo a rattoppare il manto; con frode, o con violenza ripiglia Imola, Faenza, Forlì, Urbino, Rimini, Pesaro, Ferrara ed altre più terre[1], e ciò con tanta maggiore acerbità quanto, che la paura di rimanere in camicia si manifesta due cotanti più apprensiva della cupidità di acquistare.—Le cerchia dell'interesse mano a mano si stringono per modo che nel dubbio di avere un giorno a cedere il dominio temporale ogni Papa pensa ai casi della propria famiglia e strappato un gherone del manto papale lo butta sopra le spalle ai nepoti; mosso da questo concetto Sisto IV concede ai Riario Imola, e Forlì, Giulio ai della Rovere Urbino, Paolo ai Farnese Castro Camerino e Nepi prima, poi Parma e Piacenza, e così di seguito; se non che considerando i Papi sorvegnenti come simili principati generassero troppa invidia onde sovente i nepoti con la sostanza perdessero la vita ritagliano più a minuto; invece di principati donano poderi, o benefizi, o pecunia.
[1] Comecchè di questi fatti vadano piene le storie merita essere ricordato il seguente o poco noto, od al tutto ignorato; «La madre del protonotaro Colonna corse come maniaca a San Gelso in Banchi dove giaceva il cadavere del suo figliuolo; quivi ella acciuffò pei capelli il suo teschio spiccato dal busto, e squassandolo su gli occhi al popolo gridò: «ecco» il capo del figliuolo mio, mirate fede di Papa! «Aveva promesso, che lo avrebbe riposto in libertà se noi gli consegnavamo Marino, ecco, il Papa ha Marino, e il Papa mi rende il figliuolo…. Mirate! non è fedele osservatore di sue promesse il Papa?»
Essendo questo epitome non già dei gesti universi della Chiesa, bensì dei fatti sopra i quali ella fonda il diritto di dominare su i popoli e noi il diritto del popolo a torle la signoria, dobbiamo rifare i passi, e considerare, come sul declinare del secolo decimosecondo il Papato combattuto in casa (reggendosi Roma a repubblica) ed oppresso fuori dagl'imperatori germanici, Adriano IV si gratifica il popolo: e fu consiglio astuto imperciocchè stando col popolo egli difendesse con l'altrui la propria libertà, mentre col Tedesco avrebbe saldato catene allo altrui polso ed al proprio; forse se Federigo Barbarossa consentiva ad accettare lo impero come un benefizio romano ogni screzio cessava fra loro; ma dura cervice a piegarsi era lo svevo, e al Papa toccò durare nel molesto amore del popolo, dacchè alla Dieta di Roncaglia i giureconsulti di Bologna dichiarassero niente meno lo imperatore padrone dell'universo: la quale dichiarazione parve immane al Papa, perchè non era stata fatta per lui. Di qui la lega lombarda, e le mirabili vittorie del popolo, e la troppo più mirabile fede. Molti mettono in dubbio la verità del fatto, che Alessandro del piè calcasse il collo al Barbarossa mentre recitava le parole del salmo: «sopra l'aspide, e il basilisco passeggerai, il leone, e il dragone calpesterai.» A cui il Barbarossa rispose: «non a te ma a san Pietro.» Nè io mi affaticherò a chiarirlo, che comunque la cosa stia, grande fa la prevalenza acquistata a cotesti giorni dal Papato sopra lo impero per virtù del popolo: però Alessandro non indugiò nè manco un momento a voltare il nuovo rigoglio contro il popolo, e presto accordato col tiranno ricusò tornarsi a Roma se prima il senato non gli giurasse fedeltà, restituirgli la pristina signoria, lui e i cardinali difendere dai nemici. Naturale cosa è, che quegli il quale ora su questo ora su quell'altro si appoggia per tradire tutti, eserciti travaglioso imperio, e sbattuto da perpetua fortuna ad ogni tratto accenni sommergere; di vero più, che mai si drizzano ora minacciosi contro il Papato le ire del popolo, il rancore dello impero, ed uno spirito nuovo sorge ad arruffargli i disegni: ai primi pericoli i Papi pensano provvedere con le crociate: molte le cause di questo rovesciarsi dell'occidente sopra l'oriente; e prima di tutto vuolsi attribuire ad una misteriosa corrente che vuole così: verso le contrade del sole due volte s'incamminarono i Greci condotti da Agamennone, e da Alessandro macedonio, poi i Romani, poi i Crociati: oltre questa spinta naturale colà li chiamava la copia dei beni della terra, che genera ricchezza; la facile vittoria, che in coteste terre il nemico più metuendo sia il cielo inclemente: molto altresì, e sarebbe vano negarlo, la devozione, e per me giudico, che con queste, e sopra queste cause stringessero il consiglio, e l'opera dei Papi di affrancarsi dagli ostacoli così popoleschi come baronali per ricuperare la scemata primazia; nè l'effetto i Papi provarono dispari dai concepiti disegni, imperciocchè di tanto crebbero in potenza quanto ne persero gli avventurosi crociati, e quindi a breve Lucio III perfidia per le immunità ecclesiastiche dagli obblighi feudali; Urbano III intendo restituiscansi i duchi di Sassonia, e di Baviera ribelli allo impero; nega il crisma ad Enrico IV, e torna su la pretensione del retaggio della contessa Matilde. Più temerario di lui Celestino III, che vieta ad Enrico la eredità siciliana della moglie Costanza; condanna Filippo Augusto a ripigliarsi Ingelberga dalla quale si era dipartito col pretesto d'incestuose nozze; ordina ad Alfonso re di Leone si separi dalla cugina figlia del re di Portogallo da lui condotta in moglie. Finalmente comparisce Innocenzo III ramo vero dello impronto Ildebrando; in mal punto eletto tutore di Federigo II si approfitta della minore età del pupillo; al mandato imperiale dei Prefetti surroga il proprio; patteggia co' Toscani perchè non riconoscano re od imperatore senza il consenso della Chiesa: intima Ottone a rendergli il retaggio della contessa Matilde, e poichè lo trova restio, gli sguinzaglia addosso Federigo II. Dopo scomunicata la Francia tutta, e Filippo Augusto, il quale invece di obbedirgli e ripigliarsi Ingelberga sposa Agnese di Merania, lo scomunicato blandisce, e lo avventa contro Giovanni senza terra, perchè gli tolga il regno; quando poi cotesto codardo gli s'inginocchia davanti profferendoglisi vassallo, lo arresta a mezzo: guai a lui se si attenta torcere pure un capello al re d'Inghilterra feudatario di Santa madre Chiesa!
Oltre la opposizione temporale aveva di già da lieve principio preso le mosse uno spirito di rivolta, il quale non solo accennava a riforme di costume, bensì si proponeva alterare le dottrine, e perfino i dogmi della Chiesa: fino dai principii pauroso; ora che mai diventerà crescendo? Più famoso degli altri novatori Arnaldo da Brescia; lo avevano precorso Pietro di Brais in Narbona che fu bruciato vivo a Santo Egidio in Linguadoca sul cominciare del secolo duodecimo; il monaco Enrico che perseguitato ferocemente dal vescovo di Mons, dallo abate di Cluny, e da quello di Chiaravalle san Bernardo menò vita insidiata sempre e randagia; e Tichelmo della estrema Zelanda cui per comando del Papa furono spenti a ghiado; ingegno, per autorità, per audacia di gran lunga superiore a questi Arnaldo; e seco andava il popolo: la sua cattedra piantata nel cuore del cattolicismo, Roma: egli predicava contro le lussurie della corte papalina, e le dovizie, e i beni terreni; veniva ricordando la povertà del Nazzareno, ed affermava la rilassatezza cagione dei danni presenti, e della ruina futura. In cotesto tempo non meno acerbo procedeva san Bernardo contro il costume romano, e ne fanno fede gli scritti; però troppo diversi i fati di Bernardo e di Abelardo, e la ragione è manifesta, che Bernardo rimorchia la Chiesa come persona venuta in iscrezio con l'amante, mentre, Abelardo la vuole tosata, e scalza; donde nacque, che Bernardo venerato in vita fu in morte scritto sopra l'albo dei santi, ed Abelardo commesso alle fiamme. Il Sacerdote pensò disperderne la memoria col gittarne via le ceneri, e s'ingannò; coteste ceneri sparsero nello avvenire tale seme di cui la messe intera germoglia sempre, e non finisce mai. A combattere questo spirito nuovo i Papi crearono gli ordini religiosi dei Francescani, e dei Domenicani, barbacani, secondo il sogno di Papa Onorio, della Chiesa ruinante; adoperaronci esortazioni, ma più ferro e fuoco, soprattutto fuoco, e non valsero, e non valgono; il fuoco accende il pensiero, che non si consuma; per la quale cosa continua lo spirito di Libertà ora in Germania, ora in Francia, ora in Italia, ed ora in Inghilterra. Affermano come in Italia fosse suscitato il desiderio di riforma dallo studio dell'antichità; e ciò troviamo falso sia quanto ai tempi, sia quanto alle cause, corre fama che pensatori piuttosto temerari che liberi fossero Federigo e Manfredi; lo stesso Guido Cavalcanti è rimproverato da Betto Brunellesco di aggirarsi fra gli avelli meditando, che Dio non è; rispetto poi alle cause, la imitazione dello antico certo contribuì alla rilassatezza; che abbassato un po' il cielo verso la terra, ed un po' vestito di spoglia decente il vizio si compose tale una mistura che maomettana non era e cessava di essere cristiana; ma la Chiesa Romana soprattutto fu combattuta dallo spirito. Il Savonorola, il Burlamacchi, il Paleario, i Soccini, il Carnesecchi, il Bruno, ed altri, che non nomino, senz'altro non mosse libito di senso. Piuttosto giudico, che come s'industriano sempre le tirannidi prostrare gli spiriti, così la Chiesa s'ingegnasse annegare lo intelletto nelle voluttà, che la imitazione degli antichi fece eleganti e desiderabili anco ai più schivi; e tuttavia andò fallito il disegno, imperciocchè dallo studio del piacere si generasse il tedio della disciplina, la inverecondia del costume, e con essi l'odio dell'autorità. Providenza di Dio immediata, o predisposizione di ordine stabilito da lungo tempo vuole che ogni tirannide nello scavarsi il fondamento ci getti il seme della cosa, che la sovvertirà; e in questo modo Leone papa mentre co' sollazzi s'industria assopire le menti indebolisce l'autorità, e Cosimo nipote di lui mentre tenta impoverire lo ingegno toscano nelle quisquilie della grammatica, crea custode della Libertà la lingua. Altresì giudico che le sette diverse nocessero sì all'autorità della Chiesa, ma nel medesimo punto di poco avvantaggiassero lo svolgimento dello spirito; e la ragione è chiara, però che lo liberassero da un viluppo per intrigarlo in un'altro, il quale posto ancora, che fosse men reo del primo, tuttavia è vincolo, o cerchio, mentre lo spirito batte sempre le ale, ed irrequieto si appunta nello infinito. Anco nel secolo passato al progredire dello spirito pregiudicarono la scuola degli Enciclopedisti, e il Voltaire, però che, a mio parere, lo affaticassero a fini di odio, e di contesa, mentr'ei non si pasce di negazioni, nè sono i suoi trionfi ruine; con ogni umano istituto, con la dottrina di tutte le religioni, con la sapienza dei secoli lo spirito ripiuma l'ale per durare all'eterno volo.
Intanto i Papi oltre le Crociate, la Inquisizione, e i Frati per apporre argine che valesse a trattenere le acque irrompenti stabilirono la meno dispendiosa, e la più sicura di quante polizie sieno al mondo, la confessione. Trovato questo non nuovo, e non inutile anco in antico, però che il colpevole nei misteri dei Numi, massime di Cerere eluisina, confessasse i falli, e a patto di certe penitenze rimanesse assoluto; ed a me parve cosa che anco la civiltà di oggi potrebbe avvantaggiarsene e non poco, là dove a udire, e a consigliare si preponesse il vecchio discreto, esperto delle umane passioni, ed uso a guarirle: bene intesi però, che simile ufficio si avrebbe ad esercitare sopra le menti giovanili quando una gomitata basta a farle rientrare nella pesta: all'opposto poi quando l'uomo ha messo il tetto lo ammonimento a che giova? Torna lo stesso che predicare ai porri.—La Chiesa Romana instituendo la confessione ebbe in mira di intromettersi nel penetrale delle domestiche pareti, d'insinuarsi tra padre e figlio, tra marito e moglie, e fatto padrone delle coscienze e dei segreti, vendicarsi, o arricchirsi secondo le occasioni.
Altro partito a crescere di potenza fu la mutata elezione del Papa, e degli altri principali offici, la quale di popolesca fu di mano in mano tirata al tirannico. Nei primi secoli del cristianesimo eleggeva i Papi la Chiesa, o vogliamo dire la universalità dei fedeli, vescovi, sacerdoti, chierici di ogni ragione, e plebe. Così ce la descrive San Cipriano nella epistola 52, discorrendo della elezione di Papa Cornelio: «fu eletto vescovo Cornelio da parecchi nostri colleghi, che allora albergavano in Roma col giudizio di Dio, e di Gesù Cristo, col testimonio dei chierici, coll'assenso dei vecchi sacerdoti, e col suffragio della plebe intervenuta.» Ai tempi di Costantino magno questi modi di elezione occorrono inalterati; e la elezione si eseguiva nelle Basiliche di Roma; per lo più nella Lateranense; nel 1059 il Concilio statui che vescovi, arcivescovi, basso clero, e popolo concorressero alla elezione del Papa, per evitare contese. Le medesime regole si praticavano nelle elezioni dei vescovi fatte dal capitolo, dal clero, e dal popolo della Diocesi, ed altresì in quelle dei vicari e dei parrocchi nominati dal clero, e dal popolo della parrocchia. Progredendo nel tempo in virtù della bolla di Alessandro III[1] rimasero esclusi tutti, eccetto alcuni pochi assistenti al soglio pontificio, che ebbero nome Cardinali da cardine, quasi fossero cardini o barbacani della Chiesa. Dopo ciò i Papi arrogaronsi il diritto di eleggere vescovi, e parrochi, donde sorsero le guerre di che abbiamo detto, e i concordati, i quali chiariscono quanto menzognera sia la dottrina del non possumus, dacchè i Papi in tutto e per tutto possono quando li pongono nello strettoio: pari alla Pitonessa, allorchè incontrano un'Alessandro magno, che gli attanagli a mezza vita esclamano: «figliuolo mio, tu sei invincibile!». Per me credo, che ogni principato tiri la sua origine dalla violenza, o dal voto universale; ma per parecchi il primo principio si perde nella notte del tempo, non così pel pontificato, dove avanzano testimoni solenni del diritto del popolo usurpato da Roma; e se principati vetustissimi di cui s'ignora lo inizio pure consentono a ritemprarsi nel suffragio universale, perchè e come ci si rifiuterebbe il pontificato di cui la usurpazione è palese? Il Papa che sè vanta rappresentante e vicario di quel Dio, che disse: «rendete a Cesare quello ch'è di Cesare,» come si augura potere con giustizia negare al popolo quello, ch'è del popolo?
[1] Parecchie sono le Bolle intorno alla elezione dei Papi. Gregorio X nel 1274 con la Bolla: Ubi periculum, ordinò il Conclave, e la facoltà di eleggere il Papa a quei soli Cardinali presenti nel luogo dove il regnante era morto. Giulio II con la Bolla: Cum tam divina nel 1504 bandì cose di fuoco contra le elezioni simoniache; la confermò Leone X, e non impedì, che Clemente VII indi a breve fosse eletto con laida, e palese simonia. Poi ci hanno le Bolle: In eligendis di Pio IV; Eterni Patris filius di Gregorio XV, ed altre non poche.
Narro di Federigo nipote del respinto Barbarossa, e di Gregorio IX: costui che compose il libro delle Decretali, congerie informe di rescritti emanati per casi speciali, e da lui promossi alla dignità di leggi, atti però a stabilire la monarchia romana, massime nelle materie beneficiarie, costui, dico, fu tenace a stringere, cupido di recuperare. Ora temendo non potere allungare le mani rapaci finchè gliele badasse Federigo, lo agguindola così, che gli è forza rendersi crociato; ma mentre sospettoso di qualche tranello Federigo tentenna di recarsi a Gerusalemme, il Papa infellonito per la paura di trovarsi deluso lo scomunica: finalmente parte: allora Gregorio palesa le insidie aizzandogli contro il socero Giovanni di Brienna, commettendo ai Domenicani ed ai Francescani ribellargli i popoli, e fino nell'oriente lo circonda di lacci mortali; ma Federigo vince, ed entrando in Gerusalemme, poichè i preti nicchiano a incoronarlo, ei s'incorona da sè; poi fatta pace col Sultano sollecita il ritorno. Di ciò spaurito Gregorio, e arrovellato, dichiara lo imperatore empio, gli rinnuova gli anatemi con la giunta di sciogliere i sudditi di lui dal giuramento, e concedere il regno a cui prima lo pigli; nè commosso, nè infievolito da armi cosiffatte Federigo viene, e vince; il senato e il popolo romani gli spediscono oratori per congratularsi della sua buona fortuna; allora il Papa torna amico allo imperatore, e poichè stanno in lega per non oziare nel male gli propone svellere cosa ad entrambi funesta, lo spirito di libertà; e quegli acconsente. In virtù di simile accordo nel 1233 per la prima volta fu arso un paterino a Milano; e il Prete romano con un piè sul collo alla natura comandava ai figliuoli di Ezzelino di consegnare il proprio padre alla Inquisizione. Dopo breve spazio secondo la infida lega degl'improbi, tornano alle offese costoro, e Federigo in pena di avere sovvenuto il Papa nella snaturata richiesta contro gli Ezzelini, mira con orrore insidiargli la vita il figliuolo Enrico sobillato dal mal prete: parve provvidenza e forse fu; peccato che questa provvidenza non tenga dietro ad ogni misfatto, o si riveli meglio agli occhi mortali! Gregorio mette mano da capo alle scomuniche, muove contro Federigo Genova e Venezia; e dubitoso, che le possano far breccia va fino in Francia secondo il consueto, a trovare puntelli alla immane improntitudine sua.
Viveva a cotesti tempi sul trono di Francia san Luigi, e dicono per senso di giustizia impedisse l'andata al suo fratello Roberto, e forte riprendesse il Pontefice; ma santi o no io per me credo e vedo, che re di Francia, e Francesi non abbiano mai reputato ingiustizia pigliare quello degli altri: di vero o perchè san Luigi concesse a Carlo altro fratello quello, che a Roberto negò? Forse perchè Carlo non ebbe bisogno di aiuti da lui, ed anco perchè altro era nimicarsi Manfredi re di Sicilia, ed altro Federigo imperatore. Il Papa sbuffando disegna con perverso consiglio bandire la Crociata contro Federigo; ed a questo scopo convoca i prelati del mondo cattolico a Roma: quei di Francia essendosi ridotti a Nizza il Papa manda le galere genovesi a levarli; lo imperatore contrappone a loro i Pisani, guelfi e ghibellini incontransi alla Meloria e per questa volta vincono i Pisani per rimanervi più tardi intieramente distrutti. Gregorio dopo abusato le cose divine, spinto i popoli italiani a guerra fratricida, da capo offerto dare la Patria in balìa dello straniero muore; ma non con lui muore il Papato.
Già dissi il Papato immondo boa che traversa i secoli; di fatti a Gregorio essendo, dopo il subito scomparire di Celestino IV, succeduto Innocenzio IV, questi di amico che era a Federigo gli si volta nemico, e, come più astuto, più implacabile di tutti; costui rinfocola la Crociata già bandita da Gregorio; Francescani e Domenicani sguinzaglia contro Federigo; gli tramano insidie, sottosopra gli cacciano lo impero infatigati, innumerevoli come le formiche: convocato il Concilio a Lione vi narra dei Tartari invasori della Moscovia, della Pollonia, e della Ungheria, dei Mongolli minaccianti la Europa, dei Carasmiani oppressori di terra santa, lo impero latino ridotto alle mura di Costantinopoli, e con fronte di bronzo tutti questi mali riversa sopra Federigo; Piero delle Vigne, e Taddeo da Sessa difendendolo invano, dal Concilio si depone e si scomunica lo imperatore, il quale sia per gli anni, e l'ira, e i pensieri torbidi di vendetta travagliato cessa. Non mai vita di figlio fu salutata così caramente come la morte di Federigo da Innocenzo, che già stende le mani rapaci sopra il reame di Sicilia: chi lo parava? Manfredi debole, e senza seguito; ma fra la mano e il frutto venne a mettersi Corrado figliuolo di Federigo: se il Prete riardesse di rabbia sel pensi chi sa quanta l'avidità sacerdotale, o l'ira che suscita l'ostacolo impreveduto, e la impotenza di rifarsi da capo: poichè pertanto il Papa venuto al verde per sè non poteva prendere si arrovella a cacciarne Corrado vicino trapotente, ed offeso, e tu lo vedi andare in volta, ed offerire la corona che gli scappava di mano al fratello, al figlio di Enrico III d'Inghilterra, e a Carlo fratello del re di Francia; allo improvviso Corrado muore; allora Manfredi raccomanda al Papa il nipote Corradino; padre gli sia, e protettore; Innocenzo muove come saetta volante a Napoli a fare da padre come costumano i preti: domina più che signore tiranno e insacca più che padrone predone; Manfredi custodito quasi prigioniero si salva ed allestisce armi ed armati per combattere il Papa, il quale adesso sentendosi in fine di vita i congiunti lacrimanti intorno al letto rampogna così: «perchè piangete voi altri? Forse quanto più poteva non vi ho empito di beni?» E furono parole di prete senza cuore ed avaro. Viene Alessandro IV a cui talentando meglio la spada del pastorale durando la contesa con Manfredi perde la Puglia, e la Terra di Lavoro; in Palermo, su gli occhi al suo Legato, inalberano la bandiera sveva.—Per questo Papa si conobbe quanta la potenza del pontificato su le faccende della religione, e sul popolo quando ordinava cose, che camminavano coll'umore del secolo, e quanta poca quando procedeva al ritroso; la Francia fu da costui felicitata della Inquisizione; cotesto ardere la gente di fede diversa parve nuovo in Francia, e come nuovo piacque ed attecchì. Avendo questo Papa bandito in Lombardia la crociata contro Ezzellino da Romano trucissimo tiranno di Padova, caduto in mano ai popoli per virtuosa battaglia periva di fame: per lo contrario tanto Alessandro quanto il successore Innocenzo mentre si attentano passare il segno in Roma, i Romani a tutela della pubblica salute eleggono Dittatore Brancaleone di Andalò bolognese, cui non rifinano insidiare, e poi giungono a bandire legatisi co' nobili; ma indi a breve il popolo ripreso il sopravvento lo richiama, e per questa volta osteggiando senza rispetti il Papa, lo assedia in Anagni, e lo costringe a sottomettersi al popolo. Urbano IV ebbe il vanto infelice di schiantare dalla Italia la stirpe sveva, anch'essa discesa dagli oppressori, e venutaci di Lamagna, ma ormai naturata fra noi: poichè costui spavaldo sfidò Manfredi, e rimasto vinto si volse alla Francia semenzaio sacerdotale di tiranni per la Italia: la tragedia di Manfredi, e quella più pietosa di Corradino vanno famose pel mondo; il quale tuttavia rammenta come il Papa mettesse tradimenti, e scomuniche in combutta con gli stocchi, e le mannaie di Carlo di Angiò.—Ora escono dal buio alcuni Papi, che passano a guisa di fantasime traverso il secolo per immergersi da capo nel buio; alfine viene Niccolo III degli Orsini, il quale dove avesse posseduto la potenza pari alla superbia tornavano in fiore i tempi dei Gregori; ributtate le nozze richieste del suo nipote da Carlo, con le parole atroci: «e perchè porti calzare rosso la tua signoria non è retaggio,» congiurando nuoce altrui, se non vantaggia.—Da lui si ordirono, o assai si promossero i Vespri Siciliani sia che si operassero per la virtù di Giovanni da Procida, o per maggiore virtù di popolo come credo anche io, chè dove il popolo non secondi il singolo o non può o mal può, e il popolo quando ha voglia di mettere al sole le barbe della trista signoria il suo capo trova sempre; non sempre, anzi rado, il singolo trova il popolo.
Affermano questo Papa essere stato il primo, che mosso da soverchio e non diritto affetto oltre il dovere arricchisse i nipoti a danno della Chiesa: e ciò mi riesce malagevole a credere, dacchè Innocenzo non procedesse punto diverso da lui, e il desiderio di avvantaggiare i suoi nasce con l'uomo, il quale cresce naturalmente quando la tua famiglia salita in altezza per fortuna, o per virtù tue, tu comprendi, che, al tuo sparire, diventerebbe per inopia contennenda; onde chi può non benefica i suoi piuttostochè superiore agli uomini parmi assai vicino alle bestie: tutto sta in questo come nelle altre cose procedere con discrezione; quindi per me penso, che Niccolò si mostrasse in questa faccenda non primo a tutti, ma più stemperato di tutti.
Quando dopo la morte di Clemente IV la sede pontificia rimase per bene tre anni vacante Gregorio X ordinò la elezione del Papa in conclave con l'obbligo di scemare il cibo ai Cardinali fino a ridurlo al pane ed all'acqua, e ciò perchè cotesto stroppio non si rinnovasse: e' sembra, che a quei tempi il Pontefice non fosse infallibile nei suoi partiti; difatti, morto Onorio IV per dieci mesi non fu eletto Papa, e prima di promovere al pontificato Celestino V la sede vacò due anni. Costui rinunziava dopo cinque mesi, e nove dì: scrittori guelfi raccontano come Benedetto Gaetani, che gli successe mediante cerbottana comandasse a cotesto semplice renunziasse al Papato dandogli ad intendere poi gli avesse proprio favellato Dio, e narrano altresì, che si gratificasse il re di Napoli dicendogli: «il tuo Papa Celestino ti ha voluto e potuto servire, ma non ha saputo; io vorrò, potrò, e saprò;» per la quale cosa il re commetteva a dodici Cardinali suoi divoti dessergli il voto. Il signore Luigi Tosti monaco di Montecassino nella vita di Bonifazio VIII nega tutto alla ricisa, e va bene, egli esercita il suo mestiere: noi ci stringeremo a credere, che il Villani contemporaneo di Bonifazio VIII potesse essere meglio informato del monaco Tosti, molto più che il Villani faceva professione di guelfo. Il monaco Tosti nega eziandio la strage di Celestino operata col conficcargli un chiodo nel cranio per comando di Bonifazio VIII; nè io potrei contraddirlo in questo; solo noto, che la testimonianza del Villani mette innanzi quando egli scrive, che faceva custodire il povero vecchio Celestino in onesta prigionia a Fumone, e lo ributta quando racconta della parlata a Celestino per via della cerbottana, e degli accordi simoniaci con Carlo d'Angiò: questa maniera di dettare storie, se male non mi oppongo, corrisponde ad arare coll'asino e col bue: e ciò messo da parte parmi degno di considerazione come nella Bolla con la quale Clemente V canonizzò santo Celestino si affermi con ischiettezza laudabile: «imperito di reggere la Chiesa come colui che dalla puerizia erasi consacrato interamente al culto delle cose divine.» dunque la si tenga per giudicata sopra l'autorità di un Papa, chi troppo osserva Dio non è capace a governare la Chiesa! Opinano gli scrittori Bonifazio VIII avere segnato l'apice del dominio temporale, donde, non potendo più sorgere, gli fu mestieri calare; questo a me non sembra, e non è; piuttosto parmi vera quest'altra sentenza, Bonifazio rappresenta l'ultimo sforzo papesco di riagguantare la immane primazia, come del pari l'epoca sua dimostra il duro, e insuperabile talento dei principi di resistere. L'almanaccare irrequieto di Bonifazio a taluni pare intelletto divino, e a me anfanamento di curiale appaltone. Giacomo di Arragona, chiamato in Ispagna per la morte del fratello Alfonso, abbandona la Sicilia; i Siciliani gli surrogano il fratello minore Federigo come quelli che circuiti essendo di nemici potentissimi abbisognavano di prode e solerte principe che vigilasse alla tutela loro, mentre Bonifazio li desiderava deboli, epperò sottoposti a signoria lontana. Dio è in alto, e il re è lontano, solevano dire i Vicerè di Sicilia quando i sudditi angariati minacciavano richiamarsene al re di Spagna; in questo intento il Papa sobilla Jacopo a ripigliarsi la Sicilia; difficile è credere, ch'egli aborrisse da guerra fratricida: piuttosto temendo di esito incerto cacciare per forza Federigo di Sicilia s'industria abbindolarlo spingendolo alla recuperazione dello impero di Costantinopoli testè perduto da Baldovino; gli promette il sussidio di cento mila once; per giunta gli dona Corsica, e Sardegna; veramente ci dominavano i Pisani; ma ciò non fece ostacolo allora nè poi ai Papi, solo il dono era condizionato allo andarselo a pigliare, e poichè Federigo ricusa, lo assalta secondo il consueto, e respinto secondo il consueto ei chiama di Francia Carlo Valesio: difettando di pecunia immagina il Giubbileo guazzabuglio del costume ebraico mediante il quale gl'Israeliti in capo a cinquanta anni, per sette settimane scioperando un anno intero lasciavano in maggese le terre, i servi affrancavano, i beni impegnati restituivano, i debiti rimettevano, e dell'anno secolare dei Romani; il Papa sbraciava indulgenze a carra, saldo di peccati vecchi e nuovi, ed anco ospizio ai pellegrini, di che fanno le meraviglie gli scrittori chiesastici; ma in cotesta come in ogni altra bisogna, il prete dava un'uovo per avere un bove[1]; le mani non bastando, i chierici dabbene ci adoperavano il rastrello col quale rastellabant pecuniam infinitam, dice la Cronaca e Giovanni Villani, che vi si trovò, conferma con queste parole: «e della offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe alla Chiesa, e' Romani per le loro derrate furono tutti ricchi.» Carlo Valesio, esercitate prima le armi di Giuda[2] in Firenze, dove abbattè i Bianchi esaltando i Neri, passa in Sicilia: combattuto dall'aere, e dagli uomini cala agli accordi; con esso i reali di Napoli per colpa di fortuna, e più per manco di virtù volti al basso. Da questa parte non ci era da sperare più nulla, e poi in Francia vivea Filippo il Bello uso a volere del soldo i due quattrini per sè, e Bonifazio VIII nè anco si sarebbe chiamato contento di tanto. Di vero con la costituzione Clericis laicos rimette in ballo le gregoriane pretensioni; i Colonnesi scomunica, e condanna alla dannazione nell'altro mondo, allo esterminio in questo con la Bolla Lapis abscissus; sopra le terre di Romagna restringe il freno; pei mali consigli di Guido da Montefeltro sovverte Palestrina forte, e bello arnese dei Colonna; due cose nuove comparvero con Bonifazio nella Chiesa, la prima furono i Cardinali vestiti di cappe rosse, e la seconda l'assoluzione anticipata al peccato che sta per commettersi. Federigo prima scomunicato ora torna in grazia di Dio. La costituzione Clericis allunga le mani; l'arcivescovo di Narbona pretende avere per vassallo il visconte, che ricusa omaggio sè confessando uomo del re: Bonifazio naturalmente per l'arcivescovo, pel visconte il re: poi ci fu la disputa per la contea di Melgueville; il Papa tira l'acqua al suo mulino, il re faceva lo stesso. Il monaco Tosti scrive la pretensione del re essere impertinenza; e non crediate mica, che tale opinione mettesse fuori il frate in cotesti tempi a Roma; egli ai dì nostri compone libri in Italia, e la nostra mente resta sbalordita pensando come il Ricasoli barone avesse tolto le costui dottrine a norma per regolare le faccende della Chiesa con lo Stato. Bonifazio invia in Francia legato il vescovo di Pamiers a sostenere le sue ragioni; Filippo lo agguanta, e lo condanna reo di maestà, e manda a notificarlo al Papa perchè gli rifaccia il resto. Chi dei due iniquo? Bonifazio capace di servirsi della opera di un fellone, Filippo attissimo ad apporre false accuse, entrambi per voglia d'imperio smaniosi. Se s'inalberasse a' cotesta notizia il Papa non importa dire. Mandò: «sopra il divino diritto, e l'umano dei chierici niente potere i laici; rendesse libertà, e beni, ed onori al legato: avvertisse essere incappato nelle scomuniche stabilite dai Canoni contro i percotitori dei chierici; si mostrasse più timoroso di Dio, il quale tanto lo aveva beneficato fin lì.» Subito dopo di rincalzo pubblica la bolla Salvator mundi spedita al re con la lettera che comincia: Nuper ex rationalibus causis, mediante la quale sospende ogni privilegio (così ei diceva, ed erano diritti usurpati dalla improntitudine pretesca) concesso dalla Chiesa al re finchè la causa del vescovo di Pamiers non fosse stata giudicata dai chierici francesi raccolti in sua presenza.—E come se tanto non bastasse indi a breve pubblica l'altra bolla Ausculta filii. In cotesto documento, modello dello idropico vaniloquio della Curia romana, messo a rifascio Dio, Cristo, la Madonna, la Chiesa unica perchè unica sposa di Gesù, il quale ebbe sempre in orrore la bigamia, ed unico il suo capo messo da Dio a giudice dei vivi e dei morti: insomma la Chiesa non patire moltitudine di capi; lui papa Bonifazio comecchè indegnissimo pure preposto da Dio per ragione dello ufficio apostolico ai re, e ai regni in generale, ed in particolare sopra lui Filippo, e sopra il suo regno per distruggere, e ricostruire, stiantare, e piantare, disperdere, e raccogliere, e via di questo gusto: dunque non presumesse di sgattaiolargli di sotto; si lasciasse tosare, e spellare di buona grazia; averlo già ammonito parecchie volte invano; piangergli l'anima (le paterne viscere non pare che usassero ancora) nel mirarlo precipitare ogni giorno più a rotta di collo nelle colpe, che ormai sembravano tramutate in costume; e poi venendo alle strette dichiarava in lui Papa stare la suprema potestà su i benefici dentro e fuori la Curia romana, ed egli re non avercene alcuna; invece attentarsi con empio consiglio usurpare ogni cosa, e poi giudicando sostenere le parti di giudice e parte, laici e chierici mettere ad un mazzo; niente voler sapere di tribunali chiesastici; i giudicati loro reputare anco meno che niente, anzi revocarli, impedire che altri gli osservasse; i beni laicali, o clericali tenere per feudi dependenti dalla Corona; nelle Chiese, e nei monasteri entrato in aspetto di guardiano per sottometterli ad incomportabile servitù; divorarsi le rendite delle sedi vacanti; vietare che alcuna particella se ne mandasse fuori di Francia; della falsata moneta tacere, della oppressione dei sudditi, e di altre nefandità. Ora poichè per ripigliarlo era divenuto roco, forse avrebbe dovuto addirittura porre mano ai gastighi, ma non volerlo fare se prima non avesse tentato uno sforzo supremo per ridurlo a partito: per le quali cose egli intimava una Sinodo a Roma dove egli re o di persona, o mediante suoi oratori, comparisse, ci mandasse quanti abati, vescovi, ed arcivescovi gli piacesse, a patto che a lui Papa fossero grati ed accetti; intanto cacciasse via dalla reggia i falsi profeti, i seminatori di scandali; breve, tutti i facinorosi che lo stornavano dal darsi co' piedi, e con le mani accaprettato in balìa della madre Chiesa, e di lui padre Papa, che lo arieno acconciato pel dì delle feste. Il monaco Tosti, scorta fidata del Ricasoli barone, trova questa bolla temperatissima, una maniera di bianco mangiare, tutta in regola; poichè trattando di collazione di benefizi, d'immunità di chiese e di monasteri, di rendite da mandarsi a Roma e via discorrendo sta sempre nello spirituale; forse si possono dire faccende temporali il mal governo dei sudditi, e l'alterata moneta; all'opposto il monaco Tosti dichiara insolenza temeraria e peggio quello che rispose l'oratore francese La-flotte al Papa: «la tua è spada di parole, quella del mio Signore è di ferro»; per ultimo sostiene falsa certa lettera scritta da Bonifazio a Filippo, la quale in somma ripete con parole più modeste quello che si contiene nella bolla Ausculta. La bolla Ausculta rimescolò tutti in Francia così laici come chierici; il conte di Arras strappatala dalle mani del legato la buttò sul fuoco. Il monaco Tosti rammenta le arsioni delle bolle papali essere state due, questa di Filippo, e l'altra di Lutero, in Francia la prima, la seconda in Allemagna; giova rammentare che in Italia non fu bruciata perchè Barnabò Visconti costrinse il legato a mangiarsela. Filippo bandì il legato, e vietò, che preti, e quattrini di Francia andassero a Roma: il Papa quanto a' preti avria per avventura lasciato correre; quella poi dei quattrini gli passò il cuore. Banditi i legati convocavasi un'assemblea nella chiesa di nostra Donna di Parigi; laici, e chierici respinsero le immani improntitudini papali; se autentica o no la lettera che si dice scritta in cotesta congiuntura da Filippo a Bonifazio ignoro, e dubito, tamen assai bene riporta la qualità degli umori del tempo: abbila quì lettore volta dallo idioma latino nel volgare nostro.
[1] Però non sembra che il Papa donasse la vettuaglia bensì provvedesse a non farne mancare, che non fu piccola cura, dovendosi alimentare pel corso di un anno intero 200,000 e più persone oltre la popolazione di Roma.
[2] Senz'arme n'esce, e solo con la lancia, con la quale giostrò Giuda….
«Filippo per la grazia di Dio re dei Francesi a Bonifazio che la fa da sommo Pontefice invia salute poca, anzi punta. Sappia la tua massima demenza come noi nelle cose temporali non sottostiamo ad alcuno; a noi per diritto regio appartengono la collazione delle chiese e delle prebende vacanti, e la percezione dei frutti di quelle; la collazione che noi ne facemmo e faremo saranno valide nel presente, e nel futuro, e per noi andranno virilmente difesi i possessori di quelle contro ogni persona; e a chi altro non crede noi mandiamo patente di grullo, e di matto. Dato a Parigi.
Così allora la pensavano in Francia re, baroni, e prelati rispetto al Papa; adesso dopo oltre cinque secoli e mezzo cotesti Francesi fanno di cappello al Papa, reputano piccolo omaggio baciargli i piedi, dicono non poterne fare a meno, e poichè non ponno astenersene essi lo tengono sul collo a noi come un giogo di ferro;—e poi la Francia, proprio lei, presume nella processione della civiltà umana portare innanzi il gonfalone!—
Di contro all'assemblea di Parigi Bonifazio oppose la sinodo di Roma donde uscì la Costituzione unam sanctam in virtù della quale, aboliti i vituperii, e troppo tardi e male velate certe pretensioni ci trovi quanto basta perchè il Prete se non per la via maestra, almeno per tragetti ti entri in casa a scombuiarti ogni cosa. Il monaco Tosti facendo l'indiano meraviglia come così discreta costituzione non si avesse ad accettare, ed ha torto, massime poi con lo esempio della Inghilterra cui allora presiedeva quel sozzo uomo, che chiamano Giovanni senza terra, mentre tace, che Odoardo I la respinse appena n'ebbe facoltà, ed è cotesto modo procacciante e insidioso di scrivere storia. Ragione ha poi quando scrive: se volete vivere da cattolici bisogna piegare il collo, e adattarsi, altrimenti buttate giù il cattolicismo: o mangiar questa minestra o saltare questa finestra: presumere di volere restare cattolici, e dare di cozzo al Papa ad un punto si offende la fede, e la ragione; nel secolo XVI Lutero, e gli altri buttarono giù buffa mostrando mente eretica ma discorso di ragione, sicchè chi legge se l'abbia per giudicato; dov'egli pure desideri vivere vita libera e cristiana gli è mestiere gettare il cattolicismo alle ortiche; e in questo mi trovo d'accordo col monaco Tosti. Costui però mal tasto ha toccato, e potria rendere tal suono pel quale la Curia forse non gli darà la mancia. Matta cosa quella di volere temperare l'assolutismo della monarchia della Chiesa con l'aristocrazia dei Concili, e peggio coll'autorità dei re, dice il monaco Tosti; e mille volte più matta volerla accordare co' liberi pensamenti della Democrazia, dico io. Noi altri, egli monaco, ed io laico, ci potremo vantare di avere fatto un gran bene ai tempi nostri, voglio dire, cacciato al diavolo qualunque equivoco, avere definito la quistione a modo, e a verso: o asso, o sei. Se cattolici che almanaccate di Chiesa libera in Istato libero?—Mi suona come la prima ottava del volgarizzamento delle Metamorfosi di Ovidio fatto dall'Anguillara. Osservate i sacramenti tutti con le interpretazioni del Papa, del vescovo, del curato, del cappellano, del sagrestano, e dell'ostiario; a Roma per le dispense pagate le annate, le decime, e l'obolo di San Pietro; abbiate i Gesuiti per babbi, i Paolotti per mamme, per fratelli i Domenicani, i Capuccini per sorelle; soprattutto riverite i tribunali ecclesiastici; lasciate i beni ai monaci, anzi cresceteli del vostro a cotesti serafici operai nella vigna del Signore; credete che Gesù si sia staccato di Croce per istringersi al seno Santa Caterina domenicana, e credete altresì, che il prelodato (a Torino dicono antefatto) Gesù barattasse il suo cuore con quello di Santa Brigida francescana; se no cessate essere cattolici per diventare cristiani. Per me, credo, che questa sarebbe la più diritta via per andarcene a Roma. Il Papa ci scomunicherebbe e se ne andrebbe: chè se Enrico IV potè dire, e male: «Parigi vale una messa» al popolo dovrebbe essere lecito esclamare a sua posta: «Roma vale una scomunica.»
Fra Bonifazio e Filippo, come succede fra due superbi e cupidi s'invelenirono le ire; di qua e di là crescono le offese; il Papa scomunica il re; questi appella al Concilio futuro; poi manda gente in Italia a recare supreme offese al Pontefice, la quale espugna Anagni, imprigiona Bonifazio, e lo percuote. Dicono gli desse la guanciata Sciarra Colonna, e corre fama conduttore delle genti fosse Musciatto Francesi; ciò dimostra come in ogni tempo i meno disposti a riverire come venerabile cosa il Papa sieno stati gl'Italiani: le guanciate non lodo, anzi biasimo; e poichè Filippo aveva appellato al Concilio, alle decisioni di questo aveva a stare; ma io già l'ho detto, tra Filippo e Bonifazio la correva come fra il rotto, e lo stracciato, e degnissimo di obbrobrio era certamente questo Papa il quale, mentre scomunica Filippo di Francia reo solo di volere essere forse troppo padrone in casa sua, accoglie da capo nella comunione dei fedeli Alberto di casa Asburgo fellone e omicida del suo re Adolfo, solo perchè piega il capo scellerato dinanzi alla potestà pontificia.
Dopo questa lotta disperata il sacerdozio co' nervi recisi ebbe a cascare in balia di Filippo: per lui fu eletto Bertrando di Got, il quale tolse nome di Clemente V; francese questo, e nello stato in cui si trovava che resistenza poteva egli opporre al re superbo? Tuttavia da quello astuto prete, ch'egli era, quanto non ispettava al sacerdozio facile concedeva; l'altro no, schermendosi artatamente; così per compiacere a Filippo egli gli condannò i Templari, di cui Filippo arraffati i beni costrinse gli Spedalieri a comprarli; cassò la bolla della scomunica, lui e i complici suoi mandando assoluti; gli concesse le decime per la guerra di Fiandra; e più oltre gratificando il temuto sire (deh! perchè lo spirito di Filippo il Bello non torna a soffiare sul reame di Francia?) tolte le tende da Roma andò a piantarle in Avignone; ma la truce voglia di disotterrare il cadavere di Bonifazio, e darlo al fuoco respinse; bene lo fece giudicare intorno all'accusa di eresia; ma di leggeri uomo si persuade, ch'egli mettesse in opera ogni industria, affinchè il Concilio di Vienna lo rimandasse, come avvenne, assoluto. Il papato adesso si arrampica da questa parte o da quella con perdita continua della sua autorità; legato alla materia si contamina di nefandezza, nè ad altro attende che ad ammassare pecunia; nella contesa tra Ludovico il Bavaro, e Federigo di Austria, il Papa parteggiando per questo scomunica il primo, il quale ito a Roma, crea antipapa Niccolò V, e fattosi incoronare accusa Giovanni XXII di eresia; se il Papa fosse eretico o no ignoro, quantunque la fama lo accusasse appartenere alla setta dei millenari; quello che so, egli è, che fu il più spietato usuraio di quanti mai comparvero al mondo. Benedetto XII tiene ferme le scomuniche contro Ludovico (io l'ho pure chiarito; i Papi sono tutti un prete) il quale per torgli il vino dal capo, convocata la Dieta, fa dare di frego alle censure di quello, e statuire allo impero eleggersi dagli elettori a pluralità di voti, in cotesta elezione il Papa non entrare per nulla, non lui, bensì il Conte palatino del Reno essere vicario a impero vacante. Con più animosi spiriti sottentra a sostenere la lotta Clemente VI, che richiesto di accordo lo rifiuta se prima Ludovico non risegni il trono, gli dia in mano i suoi difensori, e la Dieta non riconosca lo impero feudo papale; parendo le sue parole ebbre egli mette su taluni elettori ad eleggere emulo a Ludovico il figliuolo del re di Boemia; donde una guerra che subissò Germania; esso intanto viveva ozi lascivi in compagnia della contessa di Turena venditrice di grazie, o di benefizi, ed anco donatrice di cappelli cardinalizi a giovani notabili di robusta bellezza.—Da lui il diritto dei Papi sopra Avignone, ed ecco come Giovanna di Napoli, in qualità di erede dei reali di Provenza, lo possedeva; avendo ella trucidato il marito Andrea per isposarsi con Luigi duca di Taranto ora atterrita dalle armi di Ludovico re di Ungheria sceso a vendicare la morte fraterna, onde non inimicarsi il Papa, ricercata a grande istanza da lui glielo vende per ottantamila fiorini di oro: incauta sempre, prima di riscoterne il prezzo implora il perdono del delitto commesso e licenza di vivere col cugino adultero, ed omicida: l'assoluzione ella ottenne, ma non il pagamento della moneta: così con l'assoluzione di un delitto la Chiesa cattolica compra Avignone. Certo non era questo titolo di dominio da rispettarsi, ma fosse stato migliore non lo avrieno rispettato i Francesi, che glielo tolsero, e non lo restituirono. Ora i Francesi a noi contrastano, quanto a sè permisero; perchè questo? Giovò loro pigliarsi Avignone, non giova, che noi ci pigliamo Roma: a noi poi non lice imitarli come quelli che deboli siamo, e di farci potenti abbiamo quasi paura; ci sta tuttora nelle ossa la ruggine della servitù.
Qui s'intromette la storia di Cola di Rienzo; costui forse restituiva la repubblica romana se avesse posseduto mezze le virtù, che cantava in esso Francesco Petrarca; certo a ruinarlo ebbero parte e non poca i preti legatisi ai patrizi, e la feroce voltabilità del popolo: ma soprattutto vuolsene dare la colpa alla vanità di lui: come per questa tracollarono Masaniello a Napoli, l'Alesi a Palermo, ed altri parecchi è noto: Michele Lando vano non fu, ma avverso ai patrizi, nè tutto alla plebe; ammanniva il dominio al popolo grasso, a sè l'esilio: indole mezzana, e senza concetti se togli quello d'impedire disordini il quale quantunque buono, di per sè non costruisce; e chi ha a fare col fuoco non si deve sbigottire di scottature.
La lontananza dei Papi rilassava naturalmente i vincoli di subiezione, ond'è, che le città di Romagna o per via di tiranni, o di popolo si reggevano senza darsi un pensiero al mondo di loro. Innocenzo VI, e Urbano V deliberati ricondursele a devozione si avvantaggiarono delle compagnie di ventura. Che cosa esse fossero tutti sanno, e sorsero in Francia dalle guerre sia contro gl'inglesi, sia civili: da prima i Papi n'ebbero onta e danno; Arnaldo di Cervole del Perigord arciprete di Verny costringeva Innocenzo VI di riceverlo a gloria in Avignone, farlo sedere a mensa in compagnia dei Cardinali, assolverlo da ogni peccato, e per penitenza dargli del proprio 40,000 fiorini di oro, di che i preti si dolgono sempre; un po' più tardi il Du-Guesclin conducendo le compagnie bianche in Castiglia per sovvertire il trono di Pietro il Crudele, sprovvisto di pecunia, e ignaro a qual santo votarsi per metterne insieme, le menò ad Avignone, ed Urbano per levarsele dintorno ebbe a prosciorle delle peccata, ed in questo ci andò di buone gambe e più a fornirle di 200,000 franchi di oro, ed anco questo, comecchè gli paresse ostico, gli toccò a ingoiare. Tra loro si trovava Giovanni Acuto, e Malastretta, il Buda, il Sala; a tutti prepose Gregorio XI Roberto Cardinale di Ginevra, brutto di corpo non meno che tristo dell'animo: costui quando gli occorreva qualche masnadiero tutto sangue le mani, la faccia, e la spada urlando avere menato strage di donne, e di uomini, non esclusi i fanciulli eziandio lattanti, per grande gioia abbracciava, lo benediceva, il ferro gli consacrava.
Bologna mostrò allora come sempre, che agl'Italiani virtù non manca bensì la disciplina, dacchè due masnadieri Brettoni avendo sfidato tutto il popolo due giovani popolani, Guido d'Asciano sanese, e Betto Riffoli (il popolo ha sempre le mani lunghe per combattere, i patrizi quasi sempre per rubare), gittati a terra i cappucci loro accettarono la sfida, che a quel modo in cotesti tempi si dava e si riceveva il gaggio; poi venuti a battaglia, e superatili per virtù, e per fortuna, loro donarono per mercè la vita.
Lo sforzo del Papa era contro Firenze, dopo la guerra trucissima mossa da lui contro i Visconti; il legato pontificio Guglielmo Noellet di celato le spingeva contro l'Acuto, che per insidia tentava rubarle Prato, in vista poi mandava a testimoniarle maraviglia e dolore del caso, ma a cui l'ha da fare con tosco non vuole essere losco, e i Fiorentini svelti già avevano contaminato l'Acuto e il tiro pretesco andò invano.—Il Papa innanzi di movere aveva domandato al Malastretta, se gli bastasse l'animo «di pigliare Firenze? Ci entra egli il sole? invece di risposta interrogò il Malastretta.» E il Papa a lui: «certo, ei v'entra.» Dunque, conchiuse il masnadiero, «se ci entra il sole ci entrerò io.» Ma il sole continuò ad entrarci; ed egli mai.
E' non si vuole negare i Fiorentini avrieno dovuto combattere a viso aperto la Chiesa non già con le arti onde in breve fecero ribellare al Papa fino ad ottanta fra città e castelli: con le armi non co' fiorini vincere l'Acuto; ma per altra parte chi ravvisa il vicario di Cristo nell'uomo, che conduce per suo capitano l'Acuto il quale per mantenere in devozione della Chiesa Faenza la quale tentennava la manda a ruba, e a sangue senza perdonare a sesso, o ad età, contamina donne di ogni maniera, vergini o spose, monache o laiche; e per torre via la lite fra due conestabili, i quali, messa la mano addosso ad una fanciulla, se la contendevano, con un gran fendente la partisce in due gridando: «mezza per uno!»
Nè si dica, che questo commettesse l'Acuto per suo mal talento, imperciocchè chenti fossero i legati pontifici vedemmo, e peggio verrà chiarito per questo altro caso. I masnadieri della compagnia santa (santa suole chiamare il prete qualunque perfida, e scellerata cosa, purchè gli approdi) usciti dal contado di Firenze vanno a Cesena dove pigliano stanza col Legato del Papa nella Rocca: quinci rovesciandosi nella città funestavano del continuo i cittadini con soprusi, e offese, e rapine, che appena impedendosi negli eserciti regolari quasi si lodano nei masnadieri; i cittadini inacerbiti rivoltansi; afferrate le armi si mette mano a combattere; i soldati, come sempre nelle battaglie cittadine, ne toccano; e certamente in quel dì andavano sperperati del tutto, se il Legato interponendosi, molto supplicando, e molto promettendo, non gli avesse persuasi a posare. Venuta la notte, e quando il sonno tiene legata la gente, il Legato chiamato a sè l'Acuto gli disse (io vo' narrarlo con la Cronaca sanese di Neri di Donato) «messere Jovani…. io ti comando che tu et tua gente scenda nella terra et facciate justitia»—Messere Joanni disse: «Messere anderò, e farò sì con tutti li terrieri, che lasseranno le armi et si renderanno a voi in colpa.—No, disse il Cardinale, sangue, sangue e justitia.»—Disse messere Joanni: «pensate al fine.» Disse il Cardinale:«io vi comando così.» E mentre si mena va la strage il Cardinale correva intorno gridando: «affatto! affatto!» Cotesta fu immanissima strage; non si racconta l'uguale di Attila e di Tamerlano; oltre i consueti orrori furonci bambini inchiodati nelle porte delle case, e a tanti ruppero il cranio su le pareti, che la terra biancheggiava di cervella dintorno; non mancò nè anco chi sventrata la madre nelle viscere di lei troncò una non bene compiuta vita. Un padre dalle mura cala corde nel fosso, e ci si affida per accertare lo scampo alla moglie, ed ai figliuoli suoi; tentato il terreno si arrampica sull'argine: quivi il nemico ferro lo coglie, e l'uccide. La donna, aspettato indarno il marito, per cotesto aere cieco col bambinello al collo si commette alle funi; scese incolume, ma impigliatasi poi nella melma del fosso casca, e il figliuolo le si sommerge nell'acquitrino; lo cerca un pezzo brancolando, e dopo ora non breve lo ritrova; con esso in braccio traboccando ogni tratto, e nella fitta ad ogni passo affondando arriva a proda; quivi le occorre spento il marito, e si accorge tenere al seno pure esanime il figlio: allora dispettando la vita getta via il pargolo e corre a farsi ammazzare dai nemici. Chi fuggiva pari in fortuna a cui restava, però che i masnadieri corressero la campagna peggio dei segugi: a 5000 sommarono i morti in Cesena non contando gli arsi ed i mangiati dai cani; nè molti meno cascarono privi di vita pei boschi a cagione del freddo e della fame: le vesti dei traditi barattavansi a carra con altrettante carra di paglia: il Malatesta nel rifabbricare l'anno dopo Cesena trovò piene di ossa cave da grano e cantine, e le cisterne ampissime di San Gelone e di San Lorenzo.—Santo Antonino paragonò il Cardinale autore di tanto eccidio ad Erode ed a Nerone. La Cronaca di Bologna conclude la storia del caso miserando: «Nerone non commise mai una siffatta crudeltà, che quasi la gente non voleva più credere nè in Papa, nè in Cardinali perchè queste erano cose da uscire di fede.»
Gran bene aria fatto la gente di allora se tolto addirittura di mezzo il quasi avesse saltato il fosso rinnegando la Curia Romana. La Cronaca sanese di Neri di Donato già citata esclama: «così oggi sono venute le operazioni dei Prelati, e dei chierici della casa di Dio,» E pare, che il buon cronista non leggesse storie, nè che spirito di profezia fosse in lui, diversamente avrebbe conosciuto come le opere della Chiesa per lo innanzi scelleratissime si mantenessero dopo sempre pari.
Il Monaco Tosti si rallegra nella vita di Bonifazio VIII come la costituzione Unam sanctam di costui fosse accolta in Inghilterra; ei si rallegra intempestivo e male, imperciocchè cotesta Costituzione, e le altre intemperanze clericali già cominciassero anco là a rimescolare gli spiriti avviandoli alla ribellione; così che presto Giovanni Vicleffo colà sorgeva alla scoperta contro la dottrina e gli abusi della sede romana rammemorando ai popoli le lunghe rapine, e la feroce avarizia di lei.
Corre comune opinione che Papa Gregorio tornasse a Roma pei conforti delle due sante rivali nello amore di Cristo Brigida, francescana di Svezia, e Caterina, domenicana da Siena; io veramente penso, che le compagnie di ventura, massime le visite dell'arciprete di Perigord, e di Bertrando di Guesclin ve lo spingessero più forte: ad ogni modo pare che anco costoro con i ghiribizzi del proprio cervello ve lo inducessero, dacchè Gregorio XI in fine di vita ebbe a dire: «gli uomini prudenti si badassero dagli uomini, e dalle donne, che pigliando le fantasticherie loro per estasi religiose abbindolavano la gente; dallo quali invecerìe egli pure confessava essere stato sedotto.» E senza dubbio le donne opererebbero santamente a badare a' fatti di casa, ed in particolare le monache, le quali, secondo che porta il nome di monaco, dovendo starsene chiuse e sole non si sa, che diavolo vadano a sgonnellare nel mondo. Lui morto, i Cardinali riunironsi in Conclave ad eleggere il Papa; ventitrè erano in tutti, dei quali sei rimasti in Avignone, uno legato in Toscana, gli altri a Roma, undici francesi, uno spagnuolo, quattro italiani: elessero uno italiano: sicuro, una tal quale violenza ci fu a fare eleggere Papa italiano raccontando le storie, che da trentamila Romani assediassero il Conclave; le campane sonavano a stormo, il popolo urlava: «morte a tutti, Papa romano, o almanco italiano,» ed ammantava fascine per bruciare i contumaci; però sendo quattro i Cardinali italiani non gli obbligarono ad eleggere per lo appunto Bartolommeo Prignano da Napoli. Usciti di Conclave ebbero altri consigli, e si pentirono avere eletto un'uomo acerbo, che di colta volle ridurre, il vitto dei Cardinali ad una pietanza sola, pretese troncare di botto le simonie, ed impedire pigliassero doni: anco significò loro, che di tornare ad Avignone smettessero il pensiero, perchè a Roma intendeva restarsi: volere ad ogni costo deprimere la baldanza francese; essere tempo che la Chiesa cessasse di comparire feudo di Francia; volere (e in ciò forte lo inuzzolivano i Romani) promovere tanti Cardinali italiani in una volta, che ormai fosse disperata la elezione di Papa francese: sommo il disprezzo da lui mostrato ai Cardinali; a quello diceva: «taci, tu hai parlato anco troppo;» a questo: «smetti, che tu non sai quello, che ti dica;» il Cardinale Orsino un bel giorno salutò col nome di stolto; ed avendo chiamato il Cardinale di san Marcello senza rispetti ladro, questi di rimando lo rimbeccò con le parole: «tu menti come un calabrese.» Tutto questo forse era vero, ma che i Cardinali scismatici si sentissero obbligati in coscienza a spingergli contro Clemente VII, perchè lo provarono di natura crudele e feroce questo poi non regge, quante volte tu consideri Clemente VII essere stato niente meno che quel Roberto da Ginevra del caso di Cesena. Di qui scisma provvidenziale, onde vie più il Papato cascasse nel vilipendio delle genti: con Urbano rimasero Inghilterra, Lamagna, Ungheria, Polonia, Boemia, e Portogallo; andarono con Clemente Francia, Sicilia, Spagna, Svezia, e Savoia. Ora vedremo cosa nuova, due Papi donare a due un regno, e nei petti umani infiammare tanto odio, che peggio non avrieno saputo fare venti demoni.
Poichè Giovanna regina di Napoli si mostra fautrice di Clemente VII, e lo ricovera nei suoi stati, Urbano le sommuove sotto il regno, e costringe l'antipapa a ricoverare in Francia; nè qui si ferma, chè scomunicatala, e depostala dal regno lo conferisce a Carlo di Durazzo suo nipote, e da lei beneficato: all'opposto Clemente VII conferisce il medesimo regno a Luigi di Angiò figlio di Giovanni I re di Francia, e d'accordo con Giovanna chiama le armi francesi in Italia. Prevalse Carlo, che la zia benemerente soffoca fra i guanciali, e diventa re di Napoli: più di una testa non cape dentro corona regia. Luigi intanto veniva di Provenza alla vendetta, e al regno; Urbano approfittandosi della congiuntura insta presso Carlo, affinchè adempia la promessa stipulata quando lo investì del regno, la quale era conferire terre, castella, e pensioni ai suoi nepoti con più il principato di Capua; e Carlo lo tiene bene edificato finchè il pericolo dura, morto l'emulo in Bari di naturale infermità, al Papa, che alle solite istanze aggiungeva quella che avesse a levare via certe nuove gabelle, rispose: «il regno suo per diritto di successione e per armi; da lui Papa niente avere avuto eccetto quattro parole scritte sopra la investitura: quanto a gabelle non se ne impacciasse; attendesse ai preti.» Di qua e di là avvicendansi parole acerbe, e Carlo infellonito senza un rispetto al mondo va difilato ad assediare il Papa a Nocera. Se Urbano chiuso tempestasse, maledicesse, e scomunicasse non importa dire; tre volte in capo al dì si affacciava dalle mura, e a suono di campanello, in mezzo alle fumose vampe delle torce di pece avventava l'anatema contro Carlo. Cinque Cardinali che si trovavano seco attentaronsi dirgli, che campanelli, e torce, e scomuniche valgono contro cui le teme, ma ben'altri argomenti ci vogliono quando questi non approdano: si accordasse. Il Papa sospettando fossero contaminati gli fece in un'attimo appiccare per le braccia alla corda; intanto egli passeggiava recitando il breviario, e di ora in ora interrompeva la lettura confortandoli a palesare il tradimento; così un pezzo finchè cotesti meschini risoluti significarono, che non sentendosi in colpa, nè manco potevano confessarla; allora fatta dalle braccia attorcere la fune al collo di loro il santo padre ordinò gli strangolassero: aggiungono altresì che messi in pezzi e seccati i cadaveri nei forni n'empì parecchie valigie le quali dipinte a teschi, e a stinchi, e coronate col cappello cardinalizio poste su le groppe ai muli lo precedessero insieme con la triplice croce; questa per procacciarsi venerazione, quelle terrore: tuttavia parte con inganni, e parte per virtù di Ramondello Orsino e di Tommaso Sanseverino si sottraeva al presente pericolo rifugiandosi a Genova. Carlo lascia Napoli e va re in Ungheria; cola è morto; nella Chiesa di santo Andrea gli danno sepoltura cristiana, dove lo fa levare il Papa però che come colpito di anatema non potesse giacere in sacrato. Ora due re fanciulli emuli Luigi II figlio di Luigi di Angiò, e Ladislao figlio di Carlo; due madri tutrici contendenti con tutte le perfidie femminili senza pure una virtù da uomo; due preti che si maledicevano pretendendo entrambi rappresentare Gesù Cristo; Urbano per Ladislao suo pupillo, e Clemente per Luigi del pari suo pupillo, ed ambedue fermi di opprimere il re nemico e spogliare il proprio pupillo; poi Urbano scomunica tutti e due, bandisce crociate; e sè proclama re di Napoli; mentre da Perugia accorre a Roma per sedarvi una ribellione casca da cavallo e muore. Succede Bonifazio IX; anco Clemente cessa in Avignone; i Cardinali di Francia supplicati da molta parte della cristianità ad astenersi di eleggere altro Papa ovvero antipapa, e così porre termine allo scisma, non danno retta per paura di guai venendo in potestà di Bonifazio; però a Clemente surrogano Pietro di Luna di Arragona, che piglia nome di Benedetto XIII. Costui prima della sua elezione lamentava lo scisma; innanzi e dopo il pontificato ottenuto prometteva risegnare lo ufficio pel bene della cristianità, ma poi era niente; quando si veniva all'ergo, non trovava basto, che gli andasse; allora Carlo VI re di Francia, per venirne al chiaro, manda il maresciallo Boccicalto in Avignone perchè lo pigli e metta in carcere; tosto detto, e tosto fatto, chè i Francesi quando torna loro il conto non la stanno a guardare tanto pel sottile, ed allora la corte di Avignone gli uggiva. Forse lo scisma sarebbe stato tolto di mezzo, se Vinceslao imperatore avesse potuto, siccome prometteva, torre Italia e Lamagna alla obbedienza di Bonifazio IX, ma i baroni pel suo mal governo lo deposero surrogandogli nello impero Roberto il Bavaro; allora i Francesi rilassarono la custodia di Benedetto, tanto, ch'ei potè fuggirsi di prigione; tuttavia per buttare polvere negli occhi manda a Roma quattro legati onde venire ad un accordo; rompono da una parte, e dall'altra in rampogne sanguinose; di qua e di là ragione, ma Bonifacio come presente e rabbioso se ne arrapina più dell'altro, e muore[1]. I Cardinali si affrettano a dargli per successore Cosimo Migliorati di Sulmona, che assume nome d'Innocenzio VII.
[1] Taluni scrittori chiesastici scrivono come Bonifacio infermo di renella innanzi di usar con femmine, giusta il consiglio del medico, che gliel'ordinava per rimedio, elesse morire. Anche di queste ci tocca a sentirne!
E si affrettarono perchè il popolo tumultuante gridava: libertà. Certo se il popolo per genio proprio avesse appetito la libertà ei l'acquistava, ma ciò faceva per istigazione del re Ladislao[1], e ormai per mille prove si era visto, che la libertà in mano al principe è quasi una chiave per aprire la porta della tirannide, e dopo quel tempo per altrettante prove è rimasto confermato; ma il popolo non lo aveva per anco conosciuto, nè sembra lo conosca neppure adesso. Ladislao poi non si stava a minaccie, ma con molta copia di armati si accosta a Roma: gli resiste Innocenzo, e ributta il re con la peggio dagli assalti notturni: mentre però apparecchiansi nuove battaglie taluni cittadini non avversi, anzi parecchi al Papa divotissimi, si recano al campo nemico per vedere se ci fosse via per comporsi; di ciò piglia sospetto Luigi Migliorati nipote del Papa, e poichè il sospetto nell'anima del folle armato è morte pel sospettato, al ritorno ei gli agguanta, e ammazza; da ciò un tumulto d'inferno, onde il Papa riesce con istento a salvarsi in Viterbo. Ladislao entra in Roma sovvenuto dai Colonna e dai Savelli, i quali aristocratici essendo furono allora come sempre compari dei tiranni; ma il popolo non intende barattare una servitù con un'altra e delle due men trista la papale; e allora forse era così; prese pertanto le armi si azzuffano popolo e soldati regi e per tutto un dì combattono; verso sera i regi piegano, Ladislao è cacciato fuori delle mura, non prima però, che come testimonio col quale intendeva reggere i nuovi sudditi amatissimi, non avesse appiccato il fuoco a quattro quartieri di Roma. I Romani richiamarono il Papa, nel modo stesso, che i della Torre sperarono essere richiamati dai Milanesi, vale a dire quando i peccati dei Visconti avessero superato i loro, e morì senza avere o voluto, o saputo, o potuto fare niente per rendere la pace alla Chiesa.
[1] Questo re trovandosi al verde sposa di 14 anni Costanza di Chiaramonte figlia del conte Manfredi di Sicilia potentissimo per terra e per pecunia. Cresciuto in fortuna la piglia in uggia, e Bonifazio, il Papa, che prima di maculare la sua castità elegge morire, per gratificarsi costui gli concede il divorzio. Bella era Costanza, e amante, e da tutti amata, eccetto dal marito. Quando dopo avere ascoltato la messa il vescovo di Gaeta le lesse in faccia all'improvviso la bolla, e le si accostò per levarle di dito l'anello nuziale, per poco non le si schiantò il cuore: senza pietà la chiusero in un castello antico sotto la custodia di due vecchie; dopo tempo non breve n'era cavata per ordine regio perchè si sposasse con Andrea di Capoa figliuolo del conte di Altavilla; non si potendo in altro modo vendicare del malvagio marito, mentre costui se la menava a casa ella, udendo il popolo, esclamò: «Conte Andrea, tu puoi andare superbo su tutti i baroni del regno, perchè ti avrai per femmina la moglie legittima del re Ladislao tuo Signore.»
I Cardinali di Roma piuttostochè Papa deliberarono eleggere quasi un procuratore disposto a risegnare il papato; e così ognuno di loro giura avrebbe fatto dove lo avessero promosso al seggio pontificio; dopo ciò eleggono Angiolo Corrario da Venezia, che prese nome di Gregorio XII.
Questi fingendo osservare il patto propone a Benedetto la mutua risegna, e Benedetto a lui. Carlo imperatore per istringere la cosa invita i due emuli a deporre l'ufficio al cospetto del proprio collegio di Cardinali: ambedue girano nel manico e chiedono una conferenza in seno alla quale ognuno di loro renunzierebbe: per luogo di posta da entrambe le parti si accetta Savona; ferma e stabilita ogni cosa, le case, le guardie, le scambievoli malleverie, le galere, il tempo; di tutto questo corre l'annunzio ai principi: pareva che quei due vecchi preti altro non avessero a fare, che stendere la mano per toccarsela, e i due vecchi preti non mai furono come allora alieni di trovarsi insieme. I Veneziani indettati rifiutano le galere a Gregorio; di ciò movendosi querimonia grande a Roma, a Gregorio tocca uscirne, ma si ferma a Siena, e di qui ripiglia ad annaspare. Benedetto tastato il terreno, e sicuro ormai non si verrebbe a niente, più audace avanza, va a Porto Venere, va alla Spezia, e qui sosta. Gregorio preso pel collo da Siena si reca a Lucca, ma qui mette le barbe; nè ci fu verso di staccare il primo dalle marine, nè il secondo dalla terra ferma; «se uno muove un passo innanzi, scrive Lionardo Bruni nei Commentari, l'altro lo dà addietro; uno di loro come animale acquatico schifa la terra, l'altro animale terrestre aborre l'acqua; e per questa guisa questi due vecchi preti per pochi istanti di vita, che possono tuttavia loro avanzare, mettono a cimento la pace, e la salute della Cristianità!»
Gli asti cavillosi di questi due preti decrepiti avendo vinto la pazienza altrui, i Cardinali loro seguaci gli abbandonarono, e convenuti insieme con altri prelati bandirono il Concilio di Pisa; e fu cosa fuori di misura molesta tanto a Benedetto, che a Gregorio però, che alla monarchia pontificia con sì lunga industria stabilita venisse di un tratto a surrogarsi l'oligarchia cardinalizia; e non tornava meno ostico quello imporsi del Concilio sopra il Papa. Ancora, i Romani assai di quieto, anzi con maravigliosa contentezza, si adattavano alla signoria del Papa dacchè col trovato del Giubbileo, e con gl'infiniti altri ogni dì rinascenti, per cui il prete si mostra pescatore solenne di pecunia, colà in Roma si gavazzava; e il romano popolo non pure si era mantenuto quello del pane e dei circensi, ma nella pretensione di scioperare ed essere mantenuto a ufo erasi due cotanti più incarognato; ed ora per cotesti scismi, contenzioni, e guerre d'inchiostro non menochè di sangue invece di avvantaggiarsi col richiamo del Papa conosceva a prova averci scapitato e non poco: per le quali cose preso in uggia santa sede, e Papa macchinava cose nuove: onde il buon prete Gregorio innanzi che il popolo facesse atto di ribellione, ovvero l'odiato emulo penetrasse in Roma, assettò le faccende in guisa che Ladislao potè di leggieri occuparla mercè il tradimento di Paolo Orsino.
Nè lo emulo Benedetto sperimentava la fortuna meno acerba, però che Carlo VI al parere del Parlamento e della Sorbona avendo pubblicato uno editto che ordinava ai sudditi Papa, ed antipapa mandassero alla malora se prima dell'Ascensione non si fossero accordati, Benedetto indracandosi lo intimava ad abbuiare l'editto; se no, guai! E il re di rimando lo dichiarava nientemeno che scismatico, eretico ostinato, perturbatore della Chiesa di Dio, con altre siffatte galanterie che i re fino da cotesto tempo avevano rubato alla bottega del Papa. Allora chi piglia per un verso, chi per un'altro: Gregorio si commette a Carlo Malatesta di Rimini ed intima il Concilio a Ravenna; Benedetto va in Arragona, e convoca a sua posta il Concilio a Perpignano; il terzo Concilio intanto faceva le sue faccende a Pisa dove deposti Benedetto e Gregorio elessero Papa un Pietro Filardo, che volle appellarsi Alessandro e fu V di numero: poco visse, e corse fama credibile, raccolta eziandio dagli scrittori chiesastici, che morisse di veleno ministratogli da Baldassare Cossa legato di Bologna, non avendolo alla prova rinvenuto quale ei lo desiderava arrendevole. Se a sostituire il Cossa al morto Alessandro contribuisse lo spirito santo arduo è a sapersi; certamente vi ebbe parte il terrore delle armi stipendiate dal Cossa. Dal Concilio di Pisa ne uscì questo di bene che invece di due Papi d'ora innanzi furono tre, che si misero a straziare la Chiesa per modo, che peggio non avrieno potuto fare i Saraceni; e qui considerando come i Papi con poca e punta autorità temporale su Roma, e sopra gli altri stati, potessero condurre guerre così lunghe e dispendiose importa porre mente a questo, che appunto ricavando da altra parte, che dai pretesi loro dominii, danari a macco la perdita di quelli non ne alterava le condizioni: la sarebbe andata diversa se i cattolici ristucchi di tutti i Papi, e antipapi avessero tutti abbandonato; ma la procedeva diversa, però che essi si dividessero, ed uno seguitassero il quale per buono e santo obbedivano. I Papi poi e gli antipapi diversi in moltissime cose, nel pigliare pari: sembrava che Giovanni XXII dei trovati per carpire danari avesse tocco la cima, ed in breve fu vinto da Bonifazio IX il quale estese le annate anco alle prelature; e queste annate, che ai tempi suoi sommavano a mezza la rendita dell'anno, egli non si peritò crescere di punto in bianco fino a tre volte la rendita di un anno; ei prese a vendere tutto, indulgenze, cariche, e onori; in prezzo (mancando moneta) pigliava merci: per danaro perdonava delitti: prometteva a vari la cosa medesima, e poichè da tutti se l'era fatta pagare, tutti con fronte di bronzo truffava.
Per quanto i Papi si sieno industriati fare, hanno ricavato se non poco, però sempre meno di quello, che speravano dai popoli soggetti: e quante volte vi hanno avuto ricorso adoperarono in modo da tenerseli bene edificati. L'Albergato nei commentari dei suoi tempi nota: «come la Chiesa da Terracina a Piacenza possieda bella, e magna parte d'Italia; e tuttavia tanti popoli opulentissimi, tante città floridissime, le quali amministrate da altri, potrieno con le gabelle sopperire alla spesa di qualunque grande esercito, alle mani del Papa appena buttano tanto che basti alle cariche dei magistrati che ci mandano a reggerle.» Secondo la relazione dell'Oratore Zorzi, Perugia, Spoleto, la Marca, e la Romagna insieme fruttavano un 120,000 ducati, di cui se la metà entrava nelle casse del Papa era bazza.—I Papi si sono aggravati sopra i sudditi alla stregua, che alla devozione spariva il latte; e non mancano ricordi per informarci come le rendite dello stato sotto Giulio II di 35,000 scudi salirono a 420,000 ai tempi di Leone X; a Clemente VII riuscì portarle fino a 500,000; a Paolo III fino a 706,473; dopo alquanto di sosta ripigliano ad aumentare; Pio IV le spinge a 900,000 scudi, e nello spazio di nove anni le troviamo ascese al 1,100,000 ducati.—Pure negli stati della Chiesa questo toccare dei cofani più che altrove si mostrò pericoloso; e non contribuì poco a dare il tracollo ad Adriano la necessità nella quale ei si vide condotto di mettere il balzello di mezzo scudo a fuoco; e fu provato che anco nel 1846 il popolo degli stati romani pagava meno di ogni altro italiano e forse di Europa.
I Papi immaginarono altre vie per fare danaro; il primo fu imporre per modo transitorio, come promettono sempre, e poi durò un pezzo, il tributo, che a Napoli ed in Sicilia appellavasi donativo, in Ispagna servicio, a Milano mensuale; doveva gettare un 300,000 scudi all'anno, ma non li rese mai; nel 1560 appena ne raccattavano 165,000. L'altro fu creare debiti pubblici come oggi si costuma: sicchè possiamo sostenere i Papi maestri a noi Italiani nell'arte del debito pubblico; come col tirare a Roma tanto danaro di fuori dal mondo cattolico se non inventori certo utilissimi promotori del commercio di banca: i debiti poi operarono in due maniere, la prima redimibile, la seconda no: la prima si faceva sotto forma di nuove cariche istituite, le quali vendevansi, e sul prezzo sborsato si retribuiva una provvisione, la quale secondo la vita del compratore si calcolava a 14 per cento, e non era troppo; poi si costumò diverso: si tolse in presto una somma assicurandola sopra l'entrata di qualche gabella; anzi accettando i creditori a parte dell'amministrazione, ed assegnando sopra l'entrata della stessa gabella il pagamento dell'usura, la quale naturalmente per la durata, e la sicurtà del presto, ridussero a dieci, ed anco ai nove per cento. A tutti siffatti debiti imposero nome monti; e i primi furono detti vacabili, però che con la morte del possessore della carica vacavano; gli altri no, chè si alienavano, o tramettevano agli eredi.
Che cosa poi la Curia romana inventasse per vendere appena si crede: notariati, protonotariati, segretari, scrittori di brevi, scrittori di archivi, bollatori, porzionari di ripa, presidenti, e aggiunti al collegio dei presidenti, scudieri, cavalieri di San Pietro, cardinali, camerari; che più? Instituirono collegi di Stradiotti, di Albanesi, e perfino di 100 Giannizzeri, dai quali posti cavarono 100,000 ducati, ed a pagarli assegnarono in parte le rendite delle bolle e delle annate. Annate di benefizi, e bolle per pagare Giannizzeri!
Innocenzo VIII creò ventisei segretari nuovi e parvero troppi; Alessandro VI aggiunse sessanta scrittori di brevi; Gregorio XI cento scrittori di archivi; Leone, che avria venduto la sua parte di paradiso, portò le cariche nuove al numero di 1200; in tutto ai suoi tempi sommavano a 2150. Però intorno alle entrate della Curia romana giudico che si abbia a tenere per certo, che il prete non si attentò aggravarsi troppo sopra i popoli, come quello, che sentiva difettare di diritto, e temeva col soperchio suscitare querele ed indagini, che gl'importava evitare: avere il prete inventato con frutto sotto diverse forme varie maniere d'imprestito; essere stato costretto di ricorrere ai balzelli sul popolo mano a mano che gli scemavano le entrate per così dire spirituali: e queste essergli diminuite un po' per la calante devozione dei fedeli, e un po' per elezione di alcuni Papi, massime Paolo IV, e Pio V, rigidi vecchi, i quali, se la Curia poteva riformarsi, essi l'avrebbero riformata: nonostante tutto questo ed altro che se ne potrebbe dire, le entrate maggiori, non però infinite (come altri o credulo, o bugiardo va affermando) al Papa vengono per causa della fede, epperò egli avrà sempre potenza di nocerti, solo, che gli avanzi un castello dove possa affermarsi principe di corona e facultato a sostenere guerre contro i suoi nemici sieno o no cristiani di fede ortodossa, ovvero eterodossa.
Sigismondo imperatore, che si diè vanto mettere in sesto la Chiesa di Cristo, poichè vedeva i suoi pretesi vicari arrabattarsi per buttarla all'aria, si era fatto promettere a Giovanni radunerebbe il Concilio; creato Papa nicchiava; strettigli i parmi addosso intendeva bandirlo in Italia; lo ebbe a convocare a Costanza, o a meglio dire i suoi legati lo convocarono in onta di lui. Avendolo bandito Giovanni, gli fu mestieri andarci, ma per sospetto si munì del salvocondotto di Federigo duca di Austria. Qui non è luogo per la storia di cotesto Concilio, dire come e perchè il clero alemanno procedesse avverso al papato, l'italiano oltre ogni credere parziale; i padri riuniti considerato, che se si avesse a votare per capi avrebbero prevalso gl'Italiani, misero fuori una legge, che i voti si darieno per nazione, e le nazioni furono quattro, alemanna, inglese, italiana, e francese; confermarono la dottrina, che l'autorità del Concilio prevaleva a quella del Papa, e poi per dare il buono esempio agli altri presero a persuadere Giovanni a deporre il papato: amaro passo per costui, il quale si era raffidato, che deposti gli altri, lo avrebbe il Concilio raffermo; costretto a renunziare lo fece, ma con tanti arzigogoli che parve meno che niente: alla fine, vedendo che non la poteva spuntare, se la svignò riparando a Sciaffusa. Ne accadde un subito scompiglio, che tutti i Cardinali seguitarono il Papa: l'elettore di Magonza, il Margravio di Baden, e il duca di Austria si accontarono a sostenerne le ragioni: se nonchè il Concilio tenne fermo dichiarandosi non pure superiore, ma indipendente dal Papa; lo imperatore Sigismondo mette i fuggiti al bando dello impero, Lamagna, e Berna combattono il duca di Austria, e lo vincono, ond'egli in breve smarrito torna a Costanza menandosi dietro il Papa, il quale di foga accusato, e condannato chiudono prigione in Gottleben.—Facilmente potremo credere che costui non fosse santo, e nè manco buono; forse, se non tutte, almeno in parte si meritò le accuse appostegli; ma la furiosa condanna assai chiaro dimostra l'ira, non la giustizia del Concilio. Dopo lui rinunciava spontaneo Gregorio XII, che riassunti titolo, e qualità di Cardinale moriva decrepito a Recanati. Più duro Benedetto XIII, il quale propose rinunziare, ma a tali patti, che parvero ebbri: il Concilio di Pisa si annullasse; per lui il Concilio di Costanza si chiudesse, per lui un'altro se ne convocasse, dove dopo avere egli eletto un'altro papa spoglierebbe l'ufficio: questo accadeva a Perpignano, presenti Sigismondo imperatore ed il re di Arragona donde Benedetto, temendo o fingendo temere insidie, di un tratto fuggiva, e chiusosi nel forte castello di Paniscola di là scomunicava tutto il mondo, che lo aveva abbandonato.
Col Papa o senza Papa il Concilio di Costanza fu concilio di iene; quivi comparve Giovanni Huss raccomandato dal re di Boemia, e sotto guarantigia di salvacondotto imperiale; costui professava dottrine, che poi con auspici migliori prevalsero con Lutero, e prima aveva annunziato Wicleffo, al quale, mercè singolare prudenza, toccò in sorte di morire in pace: nonostante le regie commendatizie, e il salvocondotto imperiale l'Huss era sostenuto in carcere dove un tempo ebbe a compagno Giovanni XXIII. I padri furono giudici, e parte; infamie antiche, che ogni dì si rinnovano senza presagio di prossimo fine: lo arsero vivo, ed era egli solo in mezzo al suo supplizio sereno. Uguale fato, e per la medesima causa incolse a Girolamo da Praga: mite natura, ma costantissimo, e per sapienza mirabile: i riti che precedono a siffatti giudizi chi li fa li chiama processi, e sono assassinii; senonchè per consolazione dell'animo di cui si avvolge in questi laberinti di sangue la vendetta tenne dietro alla colpa, e quale vendetta! Trenta mila settari scesi dal monte Tabor comandati da Ziska bruciarono cinquecento chiese, spiantarono conventi, dispersero sepolcri, e la Boemia dà prima al mondo lo esempio di rompere la catena della curia romana. Il Poggio Bracciolini, presente al Concilio, scrivendo a Lionardo Aretino gli narrava commiserando il fato di cotesti due innocenti, e questi co' consigli della viltà nella risposta gl'insinuava a tenersi bene abbottonata quella disutile misericordia. Merita leggersi cotesta epistola di Lionardo Bruni, che è la nona del Libro IV; per me la considero modello dello stile che ora si disse dottrinario, ora riformista, ora moderato, e fu sempre codardo. Per avere un giusto concetto di ciò che si agitava nel seno di cotesto Concilio basti tanto, che lo stesso prudentissimo Aretino scrivendo al Poggio non dubita applicargli i famosi versi di Virgilio:
_«Quicquid delirant reges plectuntur Achivi
«Seditione, dolis, sedere, atque libidine et ira
«Iliacos intra muros peccatur et extra.»
Dentro e fuori si pecca, e delle frodi
Dei regi e dei corrucci il popol porta
Le pene, e dei delitti, e della rea
Lussuria di costoro._
Singolare fama davvero di tanti chiesastici raccolti in Concilio solenne per riformare il costume della Chiesa! Chi voleva eleggere il Papa, chi no: prevalsero quelli, che volevano; e per questa volta così fu eletto il Papa; si chiusero in Conclave trenta deputati delle cinque nazioni, ventitré Cardinali delle tre obbedienze; chi riportava due terzi dei suffragi uscisse Papa; dopo quattro giorni proclamarono Ottone Colonna che si nomò Martino V. Appena eletto costui considerando la gente stracca, e troppo più zelatrice dei propri comodi, che non di quelli della Chiesa, entra di mezzo e con accordi parziali componendosi co' singoli rompe la unità del concetto; per questo modo diventati con la divisione debolissimi rimanda tutti chierici a casa, e chiude il Concilio col decreto, che in capo a cinque anni se ne avesse a convocare un'altro; un'altro dopo sette; e da cotesta epoca in poi al fine di ogni dieci anni uno.
Pei costumi, che questo Concilio pretese riformare, e' fu come la nebbia, lasciava il tempo, che trovava; gli scrittori dei tempi ci attestano come, sia dopo, sia avanti il Concilio frati, e monache facevano famiglia insieme; preti e vescovi tenevano alla scoperta femmine di piacere in casa; in parecchie città i figli dei preti superavano quelli dei laici; ogni libito permesso: alla religione sostituite pratiche superstiziose, e materiali; i chiostri mercati; i monasteri delle donne lupanari; le basiliche, e le altre chiese asili di banditi.
Martino, separato il Concilio, una cosa tolse principalmente a cuore, e fu dichiarare non pure perniciosissima ma empia la dottrina, che stabiliva l'autorità del Concilio superiore a quella del Papa: pure mandava attorno i cedoloni per l'adunata di altro Concilio a Pavia.
Intanto Benedetto Papa ricalcitrante muore, e dicono di veleno; Giovanni si sottrae con la fuga al carcere bavarese; se connivente o no il Palatino non importa cercare; solo corse fama non lo lasciasse ire senza averne avuto lo sbruffo di 300,000 pezzi di oro; di Liguria scrisse a Martino profferendogli obbedienza, e fu accolto a braccia quadre; Martino per la consolazione lo ribenedisse Cardinale, anzi lo fece decano del sacro collegio, e gli compartì l'onore del tappeto, e della predella in pubblico; quanto gli poteva dare gli dette, tranne vita lunga; morì Giovanni povero, almeno così dichiara il testamento di Giovanni dei Medici, i quali dopo la morte di cotesto spiantato salirono al grado dei primi banchieri d'Italia, forse del mondo!
Braccio da Montone capitano di ventura messo da Giovanni XXIII a tenere Bologna in devozione della santa sede, viste le cose di cotesto Papa andare a rifascio, vende ai Bolognesi la propria libertà per settanta e qualche mila fiorini di oro: poi conducendo la guerra per conto proprio espugna Perugia, ed occupa Roma; ma nel punto in cui sembra, che meno possa cadere acconcio tra Braccio, e Martino, attese le scambievoli ingiurie, allo improvviso si accordano. Papa Martino finchè di lui il mondo potè dire quello che per istrazio gli cantavano i fanciulli a Firenze sotto i balconi: papa Martino non vale un quattrino, si mostrò migliore del pane, ma appena visto il destro di fare da lupo propose a Braccio ripigliarlo in grazia, dove in pegno della novella amicizia gli ricuperasse Bologna: gli è vero, che il Papa avevale concesso di reggersi a libertà, purchè osservasse obbedienza alla Chiesa, e tanto Bologna aveva promesso di fare, e faceva; ma ai Papi non sembra governare se non sono tiranni; però non ostante l'accordo Braccio rendeva serva al Papa Bologna a cui prima aveva venduto la libertà; e le stette a pennello però che le libertà comprate non durino, e in questo caso vale meglio tenersi i danari.
Dopo le male prove passate pareva che non dovesse a veruno cascare in mente di farsi antipapa; un altro antipapa scappò fuori, da prete chiamato Egidio Munoz, e da papa Clemente VIII; ma scomunicato ebbe paura, e renunziò.
Poco importa sapere quale fosse la indole di Eugenio IV: molto si riduceva a conversare con Cosimo, che la storia bugiarda chiama padre della Patria; tuttavia sopra molti altri Papi vissuti prima e dopo di lui andò famoso per ispergiuro, e fedifrago: ignudo di aiuto, non sapendo come schermirsi da Francesco Sforza, e da Fortebraccio, si amica Francesco, e a patto che lo difenda gli dà col titolo di marchese la Marca di Ancona, e promette lasciargli per certo tempo il dominio dei paesi da lui conquistati creandolo gonfaloniere della Chiesa; appena uscito, per la virtù di cotesto condottiero, di angustia, Eugenio commette a Baldassarre di Offida ammazzarlo; e di ciò lo Sforza venne in chiaro per lettere intercette; lo Sforza mise le mani addosso all'Offida, e lo fece morire nel castello di Fermo, non potendo usare il medesimo tratto col Papa amico suo sviscerato un tempo, Giovanni Vitelleschi, uomo di crudeltà pari all'arroganza, e tu la Chiesa, e i cherici che sieno argomenta da questo, che essendo egli partito legato di Eugenio nella guerra di Napoli, considerando il guasto alle campagne come spediente a condurre presto a fine la impresa, sbraciò centogiorni (e ormai che ci era poteva fare anni) d'indulgenza nel purgatorio ai suoi soldati per ogni pianta di olivi che avessero reciso; di un tratto gli congiura contro, volendo in contrasto al suo genio opprimere i Fiorentini odiatissimi, i quali per lettere sorprese a Montepulciano mettono Eugenio in chiaro della trama; a tradimento imprigionato da Antonio Rido castellano di Santo Angiolo che bel bello avvolgendolo co' ragionari, gli prese il cavallo per la briglia, e tiratolo di là dal ponte alla sprovvista gli fece calare la saracinesca dopo le spalle; affermano morisse avvelenato; ma io ricordo aver letto, che mentre stavano medicandogli una ferita, la quale aveva, difendendosi, rilevata, Luca Pitti cagnotto di Cosimo diede di un pugno nella tenta ficcandogliela nel cervello, onde su l'atto morì. Su di che non occorre avvertire altro; ma pel caso dello Sforza è provato come il Papa non si reputi per niente costretto a conservare pei successori suoi lo stato come lo ha ricevuto dai precedenti: il non possumus di Papa Pio IX hassi a tenere protervia di femmina incaponita, non già dottrina sostanziale della Chiesa.
Adesso del Concilio di Basilea; Eugenio dopo averlo guidato come il cane per l'aia, ora a Siena ora a Pavia, gli fu all'ultimo forza di convocarlo a Basilea. Qui subito si manifestava il contrasto di opinioni affatto nemiche; aborriva la Curia romana dai predicati del Concilio di Costanza intorno la prevalenza del Concilio sul Papa, nel quale appunto siffatta sbocconcellatura della sua autorità aveva acceso più, che mai l'agonia del dominio assoluto; i Padri per lo contrario alieni da qualunque subiezione intendevano ristabilire gli antichi instituti democratici della Chiesa. Primi atti del Concilio questi: la facoltà nel Papa di sciogliere di sua autorità il Concilio negarono; la indipendenza del Concilio da lui bandirono; la facoltà di creare Cardinali gli tolsero; citaronlo a comparire personalmente dentro tre mesi al Concilio: vacata la santa sede dichiaravano il Concilio solo abilitato a eleggergli il successore. Sigismondo imperatore va a Roma per incoronarsi, ed assettare gli animi arruffati di questi preti; quanto a corona si lascia fare, ed ei se la pone agevolmente sul capo: quanto ai preti l'osso è più duro; Eugenio riconoscerà legittimo il Concilio di Basilea a patto, che a tutto quello si fece fin lì si dia di frego; e di ora in poi lo presiedano i legati della santa sede. I padri del Concilio letta cotesta bolla la buttano via; essi maestri e donni, non compagni, molto meno soggetti; dentro sessanta giorni si presenti, altrimenti lo giudicheranno decaduto. Lo imperatore Sigismondo, a cui nel Concilio di Costanza era accaduto assettare altri screzi che questi, trasecolava; e veramente non ci era di che: questa la chiave di tutto: a Costanza comandava uno esercito, qui solo o male accompagnato: con femmine, fanciulli, e preti persuasore supremo la frusta. Continuano le liti fra il Concilio ed il Papa più che mai acerbe: a cui bene considera il Concilio rappresenta la medesima indole, che nella Inghilterra, e nella Francia mostrarono più tardi il lungo Parlamento, e la Convenzione; e se domandi perchè il Concilio non approdasse al fine stesso al quale giunsero coteste due Assemblee dirò, che il Concilio era disarmato, e coteste due Assemblee avevano armi: inoltre il Concilio comecchè insufficiente forse col Papa, volle attaccare briga anco con i principi: uniti e molti, o separati e pochi sempre nel prepotere uguali i preti, meno prudenti in questo di Lutero, che co' principi barcamenò procurando, come ottenne, che ne caldeggiassero le parti: bisogna tenere conto altresì, che le iniquità del Concilio contro gli Ussiti, le mortali insidie, e le stragi pareggiarono o vinsero quelle del Papa. Dicono Sigismondo imperatore ne morisse di dolore. Mentre così si tirano pei capelli sovviene al Papa inopinato ausilio, e fu Giovanni Paleologo imperatore di Oriente, il quale si profferiva studioso a mettersi in quattro onde lo scisma greco cessasse: certo non lo moveva amore di far procedere lo Spirito Santo dal padre solo, e non dal padre e dal figliuolo; nè dall'odio contro il purgatorio, e nemmeno dalla voglia di comunicarsi col pane senza lievito; lo avvicinarsi ogni momento più terribile dei monsulmani lo costringeva alla pace: quantunque poi queste discrepanze religiose fossero troppo più cosa allora, che non sono adesso, pure è da credersi che la causa più potente di separazione fosse la dependenza della chiesa greca dalla latina. Il Papa con affetto sviscerato gittò le braccia al collo al Paleologo, e ciò, come agevolmente si comprende, per due cause principali; che la gloria della cessazione dello scisma venendo a lui, il credito del Concilio ne scapitava, e forse sperò, come invero gli venne fatto, che il re greco gli porgesse un'appoggiatura a mutare la sede del Concilio. Il Paleologo poi si attenne al Papa e non al Concilio, però che il Papa essendo principe di stato grande, e poderoso di aderenze, ei solo offeriva maggiore sicurezza di soccorso, che non il Concilio, e s'ingannò. Il Concilio subodorando il tratto del Papa andò su i mazzi, e ab irato lo dichiara contumace: pessimo consigliere lo sdegno: gli ambasciatori dei principi pensosi dei trambusti, i quali il nuovo scisma avrebbe partorito per certo adoperarono parole gravi contro l'avventatezza dei Padri, sicchè Eugenio, colto il destro, potè traslocare il Concilio da Costanza a Ferrara, e quindi a Firenze. Ma fu a Ferrara, che mutata temperie, Eugenio con l'universale consenso dei Padri quivi raccolti potè scomunicare i Padri di Basilea, i parenti, i seguaci, gli albergatori loro, anzi perfino i mercanti che recandosi colà portavano le cose al vivere necessarie; nè si rimase alla scomunica soltanto, ma altresì accomodando, secondo il costume dei preti, le parole della scrittura ai fatti suoi, siccome il vangelo dice: che i giusti si portarono via le spoglie degli empi, così quando i fedeli della Chiesa porranno le mani addosso ai mercanti, ai vetturali, e ad altra gente siffatta gli spoglino con coscienza sicura, perchè si hanno a persuadere che compiono opere meritorie.—Conchiusa la riunione ognuna delle parti stupì del poco costrutto che ne aveva cavato: la biscia aveva morso il ciarlatano, ed in questo negozio ognuno era stato a vicenda ciarlatano e biscia. Eugenio contento per avere alle spalle dello imperatore greco rifatto il credito cagliò nel continuargli i sussidi, i quali furono sempre piuttosto avari, che scarsi; e quanto alla riunione delle Chiese, dei vescovi greci al ritorno a casa quelli che perseverarono nello scisma ebbero salutazioni, gli altri contumelie: per la quale cosa questa unione provocata dall'interesse cupido di avvantaggiarsi fu sciolta dallo interesse, che fatti i conti trova, che ci è perdita, o non guadagno.
Però Eugenio a fine di confermarsi la reputazione acquistata, e potendo crescerla, mise mano a certa menzogna, la quale come non prima così non fu nè anco ultima nella Chiesa; a certo altro simulacro di Concilio tenuto a Roma procurò si presentassero deputazioni di finti Etiopi, Caldei, Siri, e Maroniti che tutti protestarono volersi ridurre in grembo di Roma; i padri del Concilio ridevano di coteste lustre; forse ne rideva anco Eugenio, ma per amore del mestiere entrambi facevano le viste di crederci: il popolo ci prestava fede con tutte le viscere come quello, che a cotesti tempi credeva, e perchè ci aveva interesse: fra un secolo e mezzo quando i Gesuiti presenteranno a Sisto V l'ambasceria dei Giapponesi Pasquino e Martorio la conceranno pel dì delle feste. Finalmente il Concilio di Basilea elesse un'altro Papa, ovvero antipapa, che fu Amedeo duca di Savoia; che tolse nome di Felice V; e se per questo caso la rabbia dei sacerdoti già ardente divampasse lascio considerarlo al lettore. Eugenio, come se tante cure gli fossero poche, scompiglia il reame di Napoli spingendo Renato di Angiò contro Alfonso di Arragona, e forse il suo protetto ci faceva impressione, quando per la cupidigia di ricuperare la Marca di Ancona, posseduta da Francesco Sforza, gli muove contro ad assalirlo improvviso Niccolò Piccinino; per la quale cosa Francesco indugiando a sovvenire Renato di Angiò è cagione che le fortune di questo tracollino; più tardi va, e mentre altrui non giova sè ruina: a Renato tocca a scappare, che pieno di rovello si riduce a Roma per isfogarsi col Papa, il quale, con buone parole lo raumilia, e lo incorona re giusta in quel punto in cui lo perdeva; Renato invece di stare in Napoli con un reame torna in Francia con una corona, addentellato a nuove miserie d'Italia.
Tra i buoni Papi sogliono annoverare Tommaso di Sarzana, Niccolo V, migliore: costui nato di piccola gente fece assai professione di conversare con letterati, e procurò si recassero in idioma latino in cinque anni scrittori greci, più che innanzi a lui non si era fatto in tre secoli, ma vi hanno di due maniere letterati, quelli che più badando alla sostanza, che alla forma con la dottrina dei sommi intelletti nudriscono divinamente l'anima; altri corrono dietro agli artifici della orazione, le parole studiano non le sentenze, e vagheggiando la materia, materia rimangono: tra questi secondi Tommaso da Sarzana, fra i primi Stefano Porcari, il quale, appena morto papa Eugenio, raunata la cittadinanza romana nella chiesa di Araceli la confortava a cose santamente libere, però che lo dicesse: non esservi così piccolo borgo dove morto il signore non si ragionasse di ricuperare la libertà, o almeno di porre modo alla intemperanza dei futuri reggitori dietro la esperienza del passato. Non lo secondando i Romani, e forte avversandolo l'arcivescovo di Benevento, cotesta pratica non andò avanti. Tuttavolta Tommaso essendosela legata al dito relegò Stefano a Bologna con obbligo di presentarsi ogni dì una volta al governatore della città. Stefano fingendosi infermo corre velocissimo a Roma; tradito dalle spie, ripara in casa di sua sorella dove si nasconde dentro un cofano indarno; chè fin là rovistando lo trovano, lui arrestano con nove complici, e senza forma alcuna di processo tutti appiccano ai merli di Castel Santo Angiolo: comecchè ne facessero ressa negarono loro prima di morire i sacramenti a fine che il corpo ne andasse perduto con l'anima. Dopo queste prime altre stragi contristarono Roma; il 12 gennaio 1453 Eugenio manda alla forca un dottore bolognese compagno a Stefano nel suo ritorno a Roma; promette 1000 ducati a cui gli consegni nelle mani vivi due parenti del Porcari, Francesco Gabadeo e Pietro Monterotondo, sottrattisi con la fuga, se morti 500; serpentò con focosissime istanze tutti gli stati d'Italia, affinchè gli rendessero i congiurati fuggiti, e molti glieli diede Venezia, ospite sovente infida; tra gli altri Battista Sciarra nipote del Porcari, tratto a Roma per ricevervi la morte ignominiosa del capestro. Promise, mosso dalle preci del cardinale di Metz, grazia a Battista di Persona reputato innocente, e gliela fece, poi si pentì, e senz'altre cerimonie commise lo impiccassero. Sopra ogni altro infame il caso di Angiolo Ronconi, di null'altro reo, che di avere dato mano alla fuga del conte Averso dell'Anguillara amicissimo suo: gli manda il Papa di recarsi a Roma, e siccome ciondolava, ad assicurarlo gli spedisce salvacondotto da cima in fondo scritto di suo pugno: costui va, e non aombrato nè manco con pretesto di sorte il tradimento, il buon vicario di Cristo lo fa pigliare di botto, e decapitare.—Affermano, che quando questo reo fatto fu commesso Niccolò era ubbriaco: altri per istudio di difenderlo accerta, che Niccolò veramente era solenne raccoglitore di vini preziosi, ma non mica per sè, bensì perchè gli amici suoi, ai quali li donava tutti, se ne rallegrassero il cuore. Questo scrittore, che si favella, è il Vespasiano, incauto difensore se altri fu mai: lasciando correre, che il Papa fosse ubbriaco gli avrebbe reso il servizio più grande, che amico può rendere ad amico: nè è cosa nuova occorrere in Papi briaconi, che tali furono Giulio II, e Gregorio XVI, e dati al vino troppo più che alla dignità, non diremo di pontefice, ma di uomo comune non convenga, Paolo IV, e Sisto V. La gente mite, e pusillanime per paura diventa feroce, così i gatti spaventati graffiano. Durante questo pontificato, mentre i greci e i latini fra loro disputano, ed anco fra greci, e greci adoperano lo stesso, Maometto II piglia Costantinopoli e mette fine ai contrasti. Varia la fama intorno alla causa della sua morte; chi afferma per podagra, chi per subita febbre, e chi per ambascia del Turco irrompente; non manca chi voglia attribuirla al rimorso; ed e certo che su l'estremo della vita la vista di fantasimi lo assaliva; gli pareva nelle stragi commesse del Porcari, e dei consorti suoi lo avessero abbindolato i cortigiani; allora scioglievasi in lacrime, e sè miserrimo sopra quanti uomini vissero al mondo altamente chiamava. Posto, che ciò sia vero, noi pure lo saluteremo per uno dei migliori fra i Papi, dacchè l'anima sua non rimase chiusa al rimorso.
Di Calisto III successore a Niccolò sono notabili queste cose: dimenandosi invano a rintuzzare la ferocia del Turco ebbe in sorte vedere sorgere quel miracolo di valore di Giovanni Uniade a dargli la fiera battitura di Belgrado: ma se inetto ei si mostrava a combattere solenne perturbatore della cristianità si fece conoscere; pei suoi fini interessati Cristiano di Danimarca spinge contro la Svezia per vendicare il clero manomesso e spogliato, e Cristiano impadronitosi della Svezia lascia il clero come lo trova; onde Calisto reputandosi, com'era, uccellato rompe in querimonie infinite. Colto il pretesto, che Alfonso negò i soccorsi contro al Turco, ricusa investire del regno di Napoli Ferdinando figlio naturale di Alfonso quantunque di questo re fosse creatura, e gli avesse servito da segretario; alla persecuzione nuova non fece ostacolo nè l'essere stato Ferdinando suo alunno, nè la legittimazione di lui che egli, cardinale, aveva provocato da Niccolò Papa; il fine vero di simili trambusti era levare il regno a Ferdinando per darlo al proprio nipote Luigi Borgia, e gli riusciva non già in virtù delle bolle con le quali vietava ai sudditi napoletani di giurare fedeltà a' nuovi signori, e chi avesse giurato scioglieva, bensì per le armi di Francesco Sforza duca di Milano; se non che questi, raro esempio in ogni tempo, in codesto unico, ributtate le insidiose profferte si tenne fedele all'Arragonese, e Calisto ne morì di rabbia. Costui vuolsi annoverare fra i Papi, i quali per disordinato amore pei nipoti più depredassero la Chiesa; due ne promosse al cardinalato, un'altro creò duca di Spoleto, il quarto prefetto di Roma, e castellano di Santo Angiolo: lo scusano, e che non iscusano i preti? perchè avendo da presso due nemici terribili, come Alfonso e Ferdinando erano, non poteva fidarsi di altri, che del proprio sangue; difesa inane, però che dipendesse da lui amicarsi gli Arragonesi osservando quello, che Niccolò Papa, ad istanza di lui, aveva ordinato circa la successione del regno di Napoli; oltre inane la difesa dà ad intendere come in corte romana fossero tutti traditori; onde volendo coprire i piedi discopre il capo; per uno che salverebbe danna i mille. Quando altro non fosse a fare aborrire la memoria di questo Papa basterebbe questo; egli morendo legava alla Chiesa l'immane Roderico Lenzuoli, che poi fu Alessandro VI.
Di Pio II, Enea Silvio Piccolomini, non può dirsi, che bene; fu dotto e buono, ed alle cose di amore decentemente inclinato, e con bel garbo ne dettò libri, i quali tuttavia si leggono; chi volesse rinfacciargli, che eletto Papa con la Bolla Execrabilis ritrattasse le antiche sue dottrine avrebbe torto; se si fosse condotto diversamente avrebbe tirato i sassi in colombaia: nè manco gli procederemo severi se negoziando la pace con Ferdinando di Napoli da uomo svelto con la utilità della Chiesa procurasse quella della propria famiglia; alla Chiesa fece rendere Benevento, Pontecorvo, e Terracina; il suo nipote Antonio Piccolomini ammogliò con Maria figliuola naturale di Ferdinando ricevendone in dote il ducato di Amalfi, il contado di Celano, e la carica di grande giustiziere del regno. Luigi XI volpe coronata gli tramò un tiro furbesco, e ne rimase con le mosche in mano, chè a giocare di fine con Roma si perde il mosto e l'acquarello; a fine di tirarlo a sè, stornandolo dagli Arragonesi, manda fuori uno editto regio col quale revoca la Prammatica sanzione di Carlo VII contraria alle romane improntitudini; ma visto che il Papa non abboccava, ordinò di celato ai Parlamenti ne ricusassero la registrazione, ed in questa guisa rimase parola morta.
Cura perpetua di questo Papa combattere il Turco minacciante Cristo, e la civiltà; famosa la Dieta, ch'egli tenne a questo intento a Mantova, dove con sì stupenda sembianza di riuscire non si venne a capo di niente. Certo in caso tanto solenne il Papa poteva risparmiarsi, ed ordinare che risparmiassero i balli, i tornei, le fiere con rito pagano gittate nell'arena, dove, con infelice augurio della impresa, aborrirono combattere. Le cerimonie di austera religione forse avrieno più profondamente percossi gli animi, e persuasili di più a starsi congiunti in tanto pericolo: ad ogni modo non mai fu visto come alla Dieta di Mantova acceso fervore di principi, nè mai voglie sì ferme di fare altrimenti di quello, che davano ad intendere: parole magnifiche, tra le altre ammirate quelle del Filelfo: e nè anco mancarono le femmine, chè Ippolita Sforza trasecolò le genti con un discorso bellissimo latino: affermano lo improvvisasse, ed io non comprendo il pregio, che vedo largirsi ai discorsi improvvisati: quanto più meditiamo e più penetriamo nelle ragioni delle cose, e con accomodati concetti le significhiamo; allo improvviso commettonsi grullerie; commettonsi altresì a caso pensato, ma a questo modo più rado, quasi sempre all'improvviso.—Gli uomini speculatori, sentendo come Borso di Este duca di Modena, e di Ferrara avesse promesso contribuire alla impresa con 300,000 fiorini di oro ne trassero argomento, che si giocasse di noccioli, imperciocchè dov'egli ma' mai avesse sospettato si facesse davvero saria morto piuttosto, che cavare fuora così grossa moneta. Allo stringere del nodo le galere ammannite sul Rodano dal re di Francia, invece di corseggiare contra ai Turchi si voltano contro il regno di Napoli; in Roma i Savelli, nelle terre papali Sigismondo Malatesta riappiccano la guerra; vanno a soqquadro per inopinati rivolgimenti Boemia, Ungheria, Castiglia, ed Inghilterra. Mentre delirano i principi cristiani Maometto II procede sterminatore nelle terre della cristianità come lava vulcanica; soggioga la Rascia, e la Servia; conquista la Bosnia, e mali maggiori minaccia: la storia registra con amore come due soli uomini opponessero il petto a questa ruina, uno giovane, l'altro vecchio, uno quasi selvaggio l'altro civilissimo, uno educato fra i Turchi, l'altro supremo gerarca della Cristianità, e il primo fu Giorgio Castriotta chiamato Scandeberg, ovvero capitano Alessandro, l'altro il nostro Silvio Piccolomini, povero gentiluomo nato a Corsignano: magnanimo, e degno di eterna fama il primo, non però maraviglioso come quello, che nacque in Epiro terra altrice di eroi, e fu guerriero per istituto di vita; non così Pio II indole mite, e debile per anni, e per infermità: «poichè col dire andate,» egli bandiva, «poco costrutto vedo che se ne cava, io da qui innanzi dirò venite, però che abbia disposto recarmi io stesso alla guerra contro ai Turchi; forse vedendo andar me i principi cristiani si vergogneranno, e mi seguiranno; certo a morte sicura io m'incammino, ma poichè morire si deve, che importa cessare la vita in questo luogo od in quello? Dal combattere mi dissuadono il sacerdozio, e il corpo stremo di forze, ma a guisa di Moisè quando Isdraello pugnava contro gli Amaleciti, genuflesso su l'alto della poppa di una galera, ovvero di un monte, con la santa eucarestia davanti, circondato dai Cardinali chiederò a Dio la vittoria col cuore contrito ed umiliato.»
Se così avessero sempre favellato i Papi, la unità cristiana non sarebbe stata mai rotta, e la croce sostenuta da mani congiunte a questa ora avrebbe fatto il giro del mondo, come simbolo di amore, e di civiltà.
Il doge di Venezia invitato da Pio a unirsi di persona in cotesta guerra con lui si andava schermendo, ed ora metteva innanzi la età decrepita, ed ora non so quali altre scuse; ma il Consiglio dei Pregadi alla bella libera gli squadernò sul viso: «serenissimo, se tu non vuoi ire per amore, noi ti manderemo per forza, che della tua persona ci cale, ma dell'onore e della salute del paese due cotanti più.» Così allora gl'Italiani sapevano favellare ai principi, che avendo maggiore cura di sè, che della Patria si tiravano indietro da combattere le sue battaglie; al contrario di questo vecchio patrizio, Giovanni Carvajale cardinale di santo Angiolo, chiamato da Pio per eleggerlo luogotenente della impresa, si profferiva parato a tutto: «e se per te non sono scuse, egli diceva, gli acciacchi, e gli anni sicuramente non lo saranno per me. Tu mi scrivesti venissi, ed io vengo: tu mi ordini partire, ed io parto: contenderò a Cristo questa estrema reliquia degli anni miei?»
Peccato, che in questi egregi come abbondava il cuore così non sopperisse il giudizio. Pio per mantenere la Crociata raccolta ad Ancona di altro non aveva fatto procaccio, che d'indulgenze: gli uomini di armi, e il popolo misto che si erano ridotti alla posta di Ancona s'immaginarono che le indulgenze avessero ad essere un soprappiù al soldo, ma accortisi che da quelle in fuori non ci era da rodere altro da prima trasecolarono, poi attaccandola con Dio, e co' Santi si sbandarono; il volgo corso senz'armi, e lacero, senza sapere il perchè guaiva; i principi non arrivavano, l'armata veneziana nemmeno. Il Papa inferma, chè ai consueti malanni adesso si aggiungono la dissenteria, e il fastidio; mentre si tribola in simili ambasce, ecco approdare l'armata veneziana; allora contento si fa portare a braccia per contemplarla; erano dodici galere; soprasagliente a quelle Cristoforo Moro: nel vederle il moribondo Papa esclama: «prima mancava a me un'armata, ora all'armata io manco.» E fu profeta, chè indi a breve periva.—La bontà di questo uomo c'induce a desiderare, che i cieli gli fossero stati cortesi o di minor cuore, o di maggior mente, ovvero al tutto non lo traessero al Papato.
Allo scopo della storia nostra si attaglia meglio la vita di Paolo II, già Pietro Barbo veneziano, il quale di una tal quale sua avvenenza fu sì vano, che voleva pigliare nome di Formoso; morto Pio, i Cardinali convocati a Roma innanzi di procedere alla elezione di nuovo Papa statuirono, che qualunque di loro fosse rimasto eletto avrebbe adempito certa convenzione, che fecero; e ci si obbligarono con giuramento. La convenzione questa: Il nuovo Papa prosegua con tutti i nervi la guerra contro il Turco adoperandovici quante ha entrate la Chiesa, comprese quelle delle Allumiere di recente scoperte; senza il consenso dei Cardinali la Corte non muova da Roma; ogni tre anni convochi un Concilio ecumenico per riformare la Chiesa; non nomini Cardinali più di ventiquattro, e fra i parenti suoi uno solo; di più, Cardinale non avesse ad essere di ora in poi eccetto chi avesse trent'anni compiti, e fosse dotto in divinità ed in diritto. Il Papa non alienasse nè diminuisse il patrimonio della Chiesa, non rompesse guerra senza il consenso dei Cardinali espresso ad alta voce uomo per uomo; nelle Bolle si avesse ad usare la formula dietro deliberazione dei nostri fratelli. Ogni mese il Papa si facesse leggere questa convenzione in Concistoro. Due Cardinali, assente il Papa, in capo all'anno sindacassero se l'avesse, e come osservata il Papa. Paolo cominciò il pontificato con lo abolire questa convenzione, la guerra contro i Turchi non proseguì, da onori molti, e lettere ortatorie a tutti i principi in fuori, di altri soccorsi non fu largo allo Scandeberg ito a Roma per questo; ma erro, gli diè cappello e stocco benedetti da lui, e non so quali danari; non si ricorda la parte singolarmente strana assunta da lui di paciere per forza tra Veneziani e Fiorentini in mezzo ai quali ci mise male biette fino all'ultimo: allora scappò fuori per accordarli una sentenza accompagnata delle consuete scomuniche (ormai i Papi non sapevano parlare nè anco di pace senza incastrarci lo inferno) e di scancio ci aggiunse il patto, che gli stati d'Italia avessero a pagare a Bartolommeo Coglione 100,000 fiorini di oro per sostenere la guerra contro i Turchi; se non che gli stati indovinando com'egli disegnasse adoperare Bartolommeo piuttosto contro di loro, che contro il Turco, non gli danno retta onde a lui toccò riporre la scomunica nel fodero. Più felice, come più iniquo contro i baroni romani; però si lega con Ferdinando di Napoli perfidissimo fra i re: l'uno impicca, l'altro tira pei piedi. Paolo II compare di Deifobo di Anguillara si accorda segretamente con Ferdinando per ruinarlo insieme al fratello Francesco, in apparenza poi mostrano volersi combattere il Papa, e il re: gli Anguillara disponendosi a ingrossare l'esercito d'Jacopo Piccinino sono trattenuti da Paolo e persuasi a pigliare le sue parti contro cotesto conduttore. Il re Ferdinando, dopo avere accolto, elevato a cielo il Piccinino, di un tratto l'ammazza; poi spinge gente contro il confine romano; il Papa a posta sua c'incammina gli Anguillara con lo esercito, e quando meno se lo aspettano, alcuni loro capitani congiuntisi con i soldati del re gl'imprigionano. Ciò fatto non manca la scomunica per onestare la rapina di castelli tanto per arte, e dalla natura muniti, che a cotesti tempi si reputavano inespugnabili. E tu lettore piglia nota del modo di acquistare terre della Corte romana, donde poi cava il diritto divino, che la costringe al non possumus. I ladri su lo spartire del furto per ordinario hanno lite fra loro; Paolo pretende da Ferdinando il tributo pel regno, il quale un dì, quando le due Sicilie stavano unite al medesimo scettro, sommava 60,000 fiorini, ed ora divise, a Napoli ne toccavano 40,500: a Ferdinando pel soccorso dato al Papa per opprimere gli Anguillara pareva ch'ei gli avesse a rendere il resto; di qui ire, e contese, per cessare le quali Ferdinando, armata mano, occupa Terracina, Sora, e le allumiere della Tolfa, onde il Papa empie di querele il cielo e la terra.
Nè meglio incolse a costui guerreggiando co' Malatesta: a malincuore la Curia concesse un dì feudi in Romagna a questa famiglia; morto Sigismondo, e trovandosi il figliuol suo Roberto presso il Papa, questi stende la mano sul bramato retaggio. Isotta matrigna confidando più nel figliastro, che nel Papa lo avvisa per segreto messaggio; a Roberto custodito rigidamente per deludere Paolo soccorre un bellissimo trovato; va al Papa, cui mostra le lettere d'Isotta, gli si professa devoto, e gli si lega a tradire la matrigna; Paolo lo prosegue di laudi infinite, gli promette in mercede le signorie di Senigaglia, e Mondovì, e di presente gli paga mille fiorini per le spese. Roberto giunto a Rimini s'impossessa del retaggio paterno, e manda al Papa che se vuole le sue terre venga a prenderle; Paolo, dissimulati la beffe e il danno, piglia in presto ai Veneziani quattromila cavalli, e tremila fanti, molti capitani della Chiesa spinge contro Roberto allettandoli con la promessa di fare a mezzo delle spoglie del Malatesta. Dunque possono i successori di San Pietro spartirne il manto quando il conto torna? E bugiardo il pretesto onde coloriva la impresa, ch'era la estinzione della linea legittima dei Malatesta chiamati per succedere al feudo, imperciocchè Roberto, quantunque figlio naturale, fosse stato legittimato da Pio II.—L'esercito papale rilevò la più sonora sconfitta che da molto tempo si udisse; per virtù di Federigo di Montefeltro socero di Roberto, e mercè i soccorsi di Napoli e dei Fiorentini ai quali premeva, che la Romagna rimanesse in piccoli stati divisa, e la troppa potenza del Papa dava ombra.
Paolo poichè ebbe tentato invano accendere nuova guerra in tutta la Cristianità, e chiamare belve straniere in Italia per vendicarsi del Malatesta: tastato Federigo III di Austria, e parsogli, come veramente era, uomo da non potersene fidare; atterrito dai Turchi più e più sempre approssimantisi si appacia col Malatesta consentendogli il possesso dello intero retaggio paterno. La vittoria di Rimini aveva sforzato il non possumus. Delle cose per questo Papa agitate fuori d'Italia qui non occorre discorrere; odiatore egli fu dei letterati solenne; pauroso, e per paura feroce: certa accademia di dotti scambiando in congiura, prende e tormenta uomini venerandi per dottrina non meno che per pietà: alle torture assiste, nè potendo venire a capo di nulla, tanto eccita il carnefice ad inasprirle, che il povero Agostino Campano rimase morto su l'atto. Il Platina nella vita di questo Papa racconta le persecuzioni, che a lui pure toccò patire: appena promosso Papa tutti gli officiali dei Brevi creati da Pio come ignoranti, e disutili licenziò; niente curando se cotesta carica avessero eglino comperato a contanti, e meno ancora se fossero letterati grandi i quali sogliono dare alle Corti maggiore ornamento di quello che ne ricevano; e poichè il Platina come colui al quale pareva essere troppo gravato pregava che la causa si commettesse agli auditori di Rota il Papa guatandolo torvo gli disse: «dunque delle cose che noi facciamo tu ti appelli? E non sai, che tutta giustizia, e tutto diritto stanno nel sacrario del nostro petto? Così voglio io, che Papa sono e posso come mi piace fare e disfare.» Gli officiali scacciati persa la pazienza mandarono al Papa una maniera di protesta la quale esprimeva questi sensi: «se a voi è lecito spogliarci della nostra legittima compra ed a noi deve permettersi dolerci di questa ingiuria, che ci fate, e poichè ci troviamo con sì incomportabili danno e contumelia banditi ce ne andremo presso re e principi perchè vi abbiano ad intimare Concilio dove rendiate conto dello spoglio di nostre proprietà.» Tra i mali consigli pessimo quello del debole che minaccia il forte; preso, e incatenato il Platina ebbe a giustificarsi di libello famoso, e gli fu ventura se dopo due anni di acerba prigione ne uscì rovinato così nella sostanza come nella salute. Più tardi questo Papa leggero e tristo spaventato da falsi rapporti ripiglia il Platina, bandisce parecchi cortigiani, e cittadini, tormenta i fratelli Quadrari, fa il diavolo e peggio; poi conosciuto a prova essere stato giuntato perdona raro, ed alle preci altrui per mostrare di avere avuto ragione; e questa la non è colpa speciale sua bensì di tutti quelli, che dominando assoluto devono fare grande fondamento sopra la superbia. Per converso questo Paolo si dilettò stupendamente di giuochi, e di uomini vulgari; in occasione della pace fra il duca di Milano, e i Veneziani ei fece correre pali da vecchi, da uomini di età mezzana, e da fanciulli; dopo questi corsero giudei (che uomini allora non si reputavano) prima costretti a bere vino in copia perchè traballassero, poi cavalli, cavalle, asini, e buffali; il Papa contento, e per soverchio riso lacrimante, donava a cui fieno e a cui grossoni. In cima dei suoi affetti tenne un Priabisio, e un Malacarne, di loro professione giullari, e dopo essi in minor luogo altri buffoni. Non gli mancarono buone doti, come la larghezza, e la storia ricorda com'ei fosse prodigo donatore di teriaca: ai Cardinali donò la facoltà di vestire panni purpurei, e portare berretto vermiglio, e cappello foderato di mantino pure rosso; ai Cardinali poveri assegnò quello che chiamano piatto, il popolo imbestiò coi congiari; morì di apoplessia, e sarebbe stato meglio non fosse mai nato.
Di male in peggio, finchè si giunga al pessimo: ebbe Sisto IV della Rovere il papato per simonia; è certo, che i tesori accumulati da Paolo arrapinasse; ma le sono inezie da non ci badare; se da lui non comincia il nipotismo, da lui certo piglia a gettare cupido gli occhi sopra gli stati della Chiesa, e dei vicini, e voler diventare principe di corona: ebbe nipoti molti, che amò di amore disordinato, dicono, taluno d'infame; ma siffatte nequizie se non provate bene voglionsi rigettare; veramente non isperimentiamo buoni gli uomini, massime preti, ma ritraendoli peggiori di quello, che sono non se ne avvantaggia la Storia. Giudicando di lui pretende taluno ch'egli si proponesse la unione d'Italia; ma ciò non accorda con le opere della sua vita, le quali anzichè disporla a simile unità altro non fecero, che scombussolarla senza requie: anco ammesso, che i tempi non repugnassero ai venefici, ed alle insidie mortali, tuttavia le morti per veleno o per ferro a tradimento meditate da cuore, che anco a quei tempi ci volevano dare ad intendere pieno dello Spirito Santo, non paiono per ordinario lodevoli nè efficaci partiti: comunque sia non per amore d'Italia bensì per odio contro i Medici, i quali si opponevano al molesto ingrandimento dei suoi nipoti, egli congiurò co' Pazzi per trucidarli: di fatti i Medici sovvennero Niccolò Vitelli contro le violenze del Papa, e gli salvarono la città di Castello; non si rimasero da mettere in pratica ogni tentativo per impedire a Girolamo Riario nipote del Papa l'acquisto d'Imola: e Girolamo finchè durassero i Medici dubitava tenerla piuttosto a titolo precario, che con istabile dominio; il Papa poi sbuffava contro Lorenzo per la lega formata da lui nell'alta Italia, e per quel suo concetto di bilanciare uno stato con l'altro per modo, che veruno preponderasse fra noi. Comecchè discorriamo volando sopra questi casi non possiamo astenerci da mostrare la matta e ad un punto feroce improntitudine di Sisto, il quale dopo avere promosso il Salviati arcivescovo di Pisa, mandato Raffaele Riario figlio di Girolamo a Pisa con pretesto di studi, e Giovanbattista di Montesecco come oratore in Toscana per condurre a buon fine la congiura, benedetto i pugnali, consentito si consumasse la strage fra gli altari da preti, nel momento che il sacerdote leva l'ostia al cielo, di un tratto si arrapina perchè Lorenzo non abbia voluto farsi ammazzare, e rompe in iscandescenze perchè con giuste pene multarono gli assassini. Queste le parole della Bolla di Sisto IV riportata dal Rainaldo negli annali ecclesiastici 1478, e ti rammentano Fimbria imbestiato contro Scevola perchè assalitolo ai funerali di Caio Mario col ferro in mano lo assalito non gli aveva conceduto tanto gli ficcasse in corpo lo stile, che lo ammazzasse: «Contendendo i cittadini per lite privata fra loro questo Lorenzo co' priori di libertà…… calpestato ogni timore di Dio, vinti dal furore, pieni di diabolico spirito, di sè fuori come cani arrabbiati infierirono con immane ignominia contro persone ecclesiastiche. O dolore! O inaudito delitto! Le mani violente portando sopra un'arcivescovo appiccaronlo alle finestre del palazzo della Signoria.» E non gli saldarono il conto, imperciocchè gli salvassero il giovane cardinale Raffaele, il quale sebbene gli rendessero incolume non per questo attutì il sacerdotale odio; dissuadendolo invano il re di Francia, i Veneziani, l'imperatore Federigo, i duchi di Milano e di Ferrara volle rompere guerra ai Fiorentini; poco dopo ai Veneziani perchè derelitti da tutti, e con più infamia da lui, che sperperava a danno dei cristiani le forze le quali doveva volgere contro i Turchi, si erano composti in pace con Maometto. Fin negli Svizzeri va a suscitare nemici contro il duca di Milano solo per trattenerlo da porgere soccorso ai Fiorentini; allettamento a cotesti rudi montanari le largite indulgenze, delle quali essendosi mostrati piuttosto ghiotti, che cupidi, si avvisa cavarne partito, però non le dona più oltre, le vende, e ci fa grosso guadagno. Intanto Lorenzo trovandosi in procinto di dare la balta si getta in balìa di Ferdinando di Napoli; e' fu come mettere il capo in bocca al lione, ma lo beneficò la Fortuna sicchè giunse ad amicarsi Ferdinando. Il Papa stette per diventarne pazzo, nè si sa fin dove sarebbe precipitato se i Turchi avendo preso Otranto non lo avessero fatto cagliare. Impaurito si accorda con tutti; ma con la morte di Maometto indi a breve, cessata la paura, torna a scombuiare ogni cosa: co' Veneziani si accorda spogliare il duca di Ferrara, e dividersene gli stati, Ferrara a lui, a loro il restante. Di qui nuove divisioni; la Italia rotta in cento parti le une contro le altre armate; forse non una spanna di terra senza risse di sangue.—Di tutti questi scompigli il Papa altro frutto non cava, eccetto quello di vedersi minacciata Roma dal duca di Calabria; allora invoca aita dai Veneziani i quali gli mandano duemilacinquecento cavalli e Roberto Malatesta capitano strenuissimo; nè Malatesta comparve minore della fama; andò e vinse il duca a Campomorto dopo acerba battaglia. Il Papa per doppio motivo (e bastava uno) gli fu ingrato, il primo perchè gli uomini di raro ricompensano il benefizio cui possono ricompensare, il benefizio poi, ch'eccede le facoltà loro detestano, e più chi lo ha fatto: quindi un re ti darà guiderdone se gli acquisti un contado, se un regno cercherà perderti, e questo ci testimoniano le storie antiche, più le moderne; l'altra causa movente il Papa era che Girolamo suo figliuolo appetiva Rimini retaggio di Roberto; quindi questi ottenne quello che doveva ottenere, morte per veleno immatura, ed una statua col motto veni, vidi, vici. Appena morto il Papa si affrettò alla rapina di Rimini, e tanto più gli parve sicura, che in cotesti giorni periva il duca di Urbino disegnato da Roberto tutore del suo figliuolo, mentre il duca di Urbino nel suo testamento raccomandava a Roberto il figlio Guido Ubaldo.
Anco qui tra la mano e il frutto s'interposero i Fiorentini e misero un calcio nella gola al Papa, il quale ne resta con la voglia. Dall'altra parte le cose in apparenza procedevano prospere al Papa, in sostanza no; il duca di Ferrara già stava in procinto di trovarsi spogliato, ma il Papa temè che i Veneziani o pigliassero tutto per loro o alla meno trista si facessero la parte del leone: allora arruffa; e prima accetta la pugna, poi si appacia con Ferdinando di Napoli; i Veneziani, ai quali cotesta pace ruinò addosso come fulmine a ciel sereno, ebbero invito aderirvi e posare le armi; restituissero gli acquisti fatti, il duca di Ferrara come vassallo della Santa sede rispettassero: poi senza pure aspettare risposta bandisce i Veneziani nemici della cristianità perchè ostinati a continuare la guerra contro il duca di Ferrara; gli scomunica; ai loro debitori comanda non li paghino; a chi uccida un Veneziano indulgenza plenaria; quanto a scudi adagio; per dare la pace alla cristianità spinge le armi di tutta Italia contro i Veneziani pure ieri suoi collegati, amici, ed eccitati da lui a combattere il duca di Ferrara. I Veneziani, secondo il consueto loro, tengono di occhio ai chiesastici, chiunque porti la scomunica a Venezia senza rimissione s'impicchi; e qualunque riceva lettere da Roma le porti chiuse agl'inquisitori di stato; con questa gente non ci era da metterla in canzone; il Patriarca portò loro la scomunica presto presto come se avesse ricevuto cosa, che gli scottasse le mani; poi mandarono al Patriarca di Costantinopoli l'appello della scomunica al futuro Concilio; il Patriarca ammette l'appello, sospende la scomunica, e cita il Papa a comparire al futuro Concilio. Quello, che non riuscì al Papa riesce ai Veneziani, i quali trovarono modo di affiggere la citazione alle porte del Vaticano e della Rotonda; il Papa cieco per furore fece in un'attimo impiccare le guardie notturne, che pure da per tutto non si potevano trovare; ma gli è caso antico, il potente non potendo battere l'asino batte la sella. I Veneziani procedendo oltre intimano i preti paesani a lasciare Roma sotto pena di perdere i benefizi; il Papa come colui, che ha perso la bussola bandisce farebbe vendere per ischiavo chiunque si attentasse uscire da Roma; guerra fiera e promiscua si agita in Lombardia, in Napoli, negli Stati pontifici: alle cause antiche per cui la famiglia del Papa, e il Papa andavano aborriti adesso si aggiungono le prodizioni, le stragi, e gl'incendi, onde vollero sterminata casa Colonna: pietosissimo fra tutti il caso del protonotaro Luigi Colonna, che prima stracciarono con ispietati tormenti, non mica per cavarne confessioni, bensì per rendergli senza fine amara la morte, poi uccisero.
I Veneziani sempre pronti a cogliere la occasione a volo, sentendo come tra i Reali di Napoli e Ludovico il Moro fosse entrato screzio per causa della dipendenza da che questi teneva Giovanni Galeazzo Sforza genero al duca di Calabria, mediante Roberto da Sanseverino negoziando con esso lui la pace, e invano contrastando il legato e Girolamo Riario, i quali mescendo le cose sacre con le profane, affermavano i Veneziani indegni di posa perchè nemici di Dio come quelli che avevano confiscato i benefizi ecclesiastici, e tenuto in non cale le scomuniche del Papa, la conclusero a Bagnolo.
Il Papa udita la pace per rovello ne infermò a morte; quando gli ambasciatori gliela portarono egli raccogliendo le forze estreme con irosim accenti proruppe: «che pace! che pace! questa è ignominia, è vergogna; io non posso approvarla, non benedirla.» E poichè gli andavano persuadendo essere ormai cosa conchiusa, e sempre degna la pace tra cristiani della benedizione di un Papa egli levata dalle fasce la mano gottosa fece atto che taluno prese per benedizione, ed altri per maladizione, nè ci fu modo a chiarirlo, imperciocchè senza profferire parola il giorno dopo morì più che per altro per rabbia di vedere in pace questa mìsera Italia cui egli aveva così scelleratamente lacerata.
Alessandro VI, che sta per venire, le immanità papali, e imperiali supererà tutte; pure Sisto, e Innocenzo gli ammannirono stupendamente il terreno: delle truci e nefande libidini taccio; sia questa prova della sanguinaria indole del Papa defunto; suo diletto assistere ai mortali duelli: due ne ordinò a piè della scala del suo palazzo di piazza San Pietro, egli mastro del campo: i duellanti non incominciassero se prima egli non ne avesse dato il segno, e il segno fu quello della redenzione….. la Croce. Il Papa ci prese un gusto matto, e desiderò vederne altro; nel primo duello uno dei combattenti morì su l'atto; nel secondo ambedue mortalmente feriti furono tratti a spirare l'anima altrove.—
Per ciò che importa peculiarmente al nostro assunto vuolsi considerare come in questo pontificato per promovere gl'interessi della famiglia Riaria non si ebbe scrupolo sbonconcellare il preteso retaggio di San Pietro: non era ancora stato trovato il non possumus: e non ancora un Concilio di preti bugiardi aveva bandito divina la istituzione della potestà temporale del Papa; di vero per causa del matrimonio di Lionardo della Rovere con la figlia naturale di Ferdinando, Sisto abbandona al re il ducato di Sora, Arpino, e gli altri feudi della Chiesa nel regno di Napoli; nè basta, gli rimette il tributo arretrato solito a pagarsi da Napoli alla Chiesa, e ne lo dispensa finchè egli viva. Imola, la quale secondo la novella dottrina fa parte del non possumus, fu comperata a contanti co' danari della cristianità da Pietro Riario pel suo fratello Girolamo. Concesse in feudo a Giovanni della Rovere fratello di Giuliano, Sinigaglia, e Mondovì, e i Cardinali approvarono senza pensare al non possumus. Prima con ogni argomento il Papa si ingegnò spogliare i Vitelli di Città di Castello; trovato l'osso duro, gliela concede in signoria. Smania di Sisto, prima di Alessandro VI, fu costituire della Romagna un principato pel suo nipote Girolamo; alla via storta non badò più che alla diritta. Pino Ordelaffi principe di Forlì morendo lascia la sua eredità al figlio nato di non legittime nozze; glielo contrastano i cugini figli di Galeotto; entrò in mezzo giudice Sisto, che spoglia tutti a profitto del nipote Girolamo. Forlì è città che ai dì nostri compone parte del dominio temporale, che il Pontefice non può alienare per istituzione divina. Se la morte non troncava i suoi disegni, egli mulinava nella sua mente torbidi concetti per potere assegnare al nipote Girolamo Rimini signoria del tradito Malatesta, e Pesaro retaggio di Giovanni figliuolo di Costanzo Sforza. Dei benefizi cumulati sul capo di Pietro Riario non importa discorrere; oltre al titolo di patriarca di Costantinopoli egli possedeva tre arcivescovati, ed altri benefizi infiniti; il lusso di costui ignoto ai moderni si appressò alle sgangheratezze di Nerone e di Eliogabalo: i suoi conviti pari a quello di Trimalcione cantato da Tito Petronio Arbitro: banchettando gli oratori di Francia mise a contribuzione i paesi nostrani, e gli stranieri; le vivande, l'ordine, l'apparecchio, le cose o rare o strane e mostruose diligentemente notate fornirono materia ad un poema, il quale fu diffuso per le stampe in Italia e fuori. Subito dopo passando per Roma Eleonora figlia di Ferdinando di Napoli, che andava sposa al duca di Ferrara, volle onorarla col fabbricarle un palazzo smagliante oro e seta; qui dentro tutto di oro di argento, anco i vilissimi arnesi; ci spese 100 mila fiorini di oro che aveva in serbo, e s'indebitò per 60 mila; ed era frate di san Francesco costui, ed aveva pronunziato voto di povertà. Immaturo per la via di vulgari piaceri egli giunse al sepolcro. Non bastando le rendite dei benefizi cumulati nella propria famiglia per sopperire a tanta enormità di spese Sisto dichiarò venali tutte le cariche della corte apostolica indicandone il prezzo; per pubblico bando vendè i più cospicui benefizi, ed anche qualche cappello cardinalizio; spesso, chi pagava innanzi giuntava: delle indulgenze peggiorò il traffico già abbominevole; eresse lupanari, tassò baldracche; i facinorosi poterono comprare perfino la impunità del delitto commesso, o che stavano per commettere: dei grani fece lo incettatore comperandoli al prezzo di un ducato il rubbio; poi li rivendeva quattro o cinque; se veniva a mancare egli ne acquistava fuori di qualità tristissima; e poichè sotto pene acerbe costringeva i fornai a servirsene è comune opinione che cotesto alimento corrotto partorisse le pesti che indi desolarono per parecchi anni Roma. Accennammo a offici di Maomettani, Giannizzeri, e Stradiotti instituiti a Roma, e vendibili a contanti, e fu Sisto che gli fondò: tuttavia non si creda, che alcun bene egli non facesse; all'opposto ne fece parecchi, ed affinchè la cristianità miri s'ell'abbia a rallegrarsene io li dirò: innanzi tratto conferma la bolla di Paolo II, che accorcia di venticinque anni la celebrazione del Giubbileo, e parendogli la frequenza non bastasse a tirare scudi a Roma, aggiunge, che durante il tempo del Giubbileo le indulgenze in tutte le altre chiese s'intendano sospese: conferma altresì la regola dei minimi di san Francesco di Paola, di cui un convento ebbi vicino a Genova onde della bontà, della dottrina, della carità, e soprattutto della castità di cotesti degni padri io potrei raccontare vita, morte, e miracoli: ordinò la festa della concezione di Maria madre di Cristo, cui egli primo chiamò immacolata; poco dopo, siccome tutti i frati non la volevano intendere; ed avevano fra loro di fiere batoste fino a bandire dai pulpiti in peccato mortale chi ci credeva, Sisto per torre via le dispute dichiarò solennemente immacolata la Concezione della madre di Cristo, e saperlo di certo, però ci credessero i fedeli, se no guai a loro! Su di che ci occorre notare come questa concezione immacolata scendesse nel cervello, e si predicasse prima da un tristo frate tenuto per incestuoso, e rotto a libidini nefande, e poi, che a Pio IX uomo anch'egli alla vaga venere troppo più, che non conviene un dì inchinevole, dopo quasi quattro secoli pigliasse quel ghiribizzo medesimo. Proprio le menti umane più che da tutto vengono percosse dalla ragione dei contrari. Ancora, non contento di gratificarsi la moglie s'industria tenersi bene edificato il marito, quindi comanda si festeggi l'annovale di San Giuseppe; ma più di ogni altra cosa, a parere mio, deve procacciare fama a questo Papa la doppia decisione intorno alle stimate di santa Caterina da Siena, ed ecco come sta la faccenda. Santa Caterina domenicana scriveva al suo confessore: «voi sapete, padre mio, che io porto sopra il mio corpo le stimate di Gesù Cristo Signor nostro per sua misericordia.» E il povero padre non ne poteva in coscienza sapere niente, conciossiachè santa Caterina non ce le avesse mai avute, e questo si sa per testimonianza della medesima santa; di fatti, ella racconta: «io vidi il Signore appeso alla croce discendere sopra di me con molta luce….. subitamente dalle cinque cicatrici delle sue sagrate piaghe vidi cadere sopra di me cinque raggi di sangue, tendenti alle mie mani, ai miei piedi, ed al mio cuore. Conoscendo questo essere un mistero esclamai: Signor mio, e Dio mio, vi prego che queste cicatrici non appariscano sopra il mio corpo esternamente (o dunque come aveva a fare a saperlo il padre confessore?) Gesù Cristo mi rispose e mi parlava ancora quando questi raggi di sangue divennero risplendentissimi e colpirono le cinque parti del mio corpo da me indicate.» Non so se in cotesti tempi, ma ai nostri femmina che simili fandonie sciorinasse si terrebbe dagli uomini di giudizio addirittura per matta: dal comune allora si esaltava santa; la quale credenza oggi continua appo i Turchi, voglio dire, che venerano i pazzi per santi. Ora si faceva un gran battagliare per questo fra Domenicani e Francescani; i primi avevano dalla loro santo Antonino, e Pio II; ma tanto è, i Francescani così seppero rigirare la faccenda, che Sisto proibì sotto pena di censura ecclesiastica dipingere cotesta santa con le stimate; i Domenicani presi di punta, s'incocciarono a sgararla; quali ingegni ci adoperassero ignoro; so che il Papa, (certo per dare saggio della sua infallibilità) dopo poco levò le censure, e sua mercè noi abbiamo potuto contemplare santa Caterina percossa in un colpo in cinque parti del suo santissimo corpo.
Questo Papa dabbene scrisse altresì opere teologiche come quello che in divinità fu maestro solenne; il Panvinio cita le seguenti—de sanguine Christi,—defuturis contingentibus,—de potentia Dei,—de conceptione Virginis, e certo scritto contro un bolognese frate carmelitano, il quale perfidiava a sostenere, che salvare un dannato non istà nè manco nel potere di Dio. Il Fleury ne aggiunge un'altra, ed è la spiegazione del trattato di Niccolò Riccardo intorno alle indulgenze concesse per le anime del Purgatorio: questa fu giudicata d'importanza superlativa per modo che nel 1481 la mandarono alle stampe.
E perchè nulla mancasse alla esaltazione di tanto pontefice ci fu uno inglese, certo Roberto Fleming, al quale bastò l'animo di comporre un poema eroico in sua lode intitolato: Lucubrationes tiburtinæ; e ciò volli riferire perchè serva di alcun conforto a coloro, che a cagione della vita presente si sgomentano: corsero tempi più duri di questi, ed in difetto di meglio tanto ne consoli per ora.
La vita d'Innocenzo VIII, Giambattista Cibo, non importa molto il fine del presente lavoro, però che del dominio della Chiesa, che a detta dei moderni dottori per istituzione divina non deve menomarsi mai, poco scisse, pure scisse, chè a Giuliano e a Giovanni della Rovere in mercede simoniaca dell'opera loro per esaltarlo al papato largì terre, e castella, al Savello Monticelli, ad Arragona Pontecorvo, a Parma la Magliana, a Colonna, che di terra possedeva anco troppo, venticinquemila scudi, il figliuolo Franceschetto Cibo investì della contea dell'Anguillara; quanto a moneta poi gliene sbraciava un subisso. Però come Papa onde i tempi nostri derivano, vuolsi tenere breve sì ma peculiare discorso. Nelle signorie elettive vediamo come gli elettori ad ogni promozione s'indettino, scottati dalla esperienza, a limitare le facoltà dello eligendo; colui poi che esce eletto prima si accorda con gli altri, anzi sovente procede più rigido degli altri: fatta la festa si leva l'alloro, e si torna da capo. Ordinariamente alla promessa aggiungono il giuramento, nè se ne vede ragione; perchè questo non lega mai, e a chi non osserva il patto poco preme davvero comparire spergiuro. Il Sismondi nota come i re pollacchi, gl'imperatori di Germania, e i dogi di Venezia comecchè laici giurando i patti prima di pigliare possesso del dominio troppo meglio dei Papi rispettassero la santità del giuramento, quasi intendesse inferirne essere lo spergiuro privilegio del Papato; e non è così; nei primi casi gli elettori rimangono sempre potenti di armi; nel secondo i Cardinali tremano sotto la doppia oppressione della potestà temporale e delta spirituale; cui un momento prima fu loro pari adesso prosternati nella polvere adorano; l'eletto con uno stringere del sopracciglio può il corpo alla forca, l'anima allo inferno dannare. Tuttavia anco negli stati laici quando colui che giunse a limitare la potestà principesca perde la potenza di rado avviene, che non finisca sul patibolo: non occorre allegare esempi che sarebbero infiniti; tanto basti, che nelle costituzioni antiche e moderne non avendo saputo i cittadini trovare un modo per reprimere l'elemento monarchico nei suoi conati al dispotismo le proviamo campo aperto alle procelle popolari, o alle insidie regie. Nella Inghilterra assai comunemente si accetta il diritto della resistenza alle usurpazioni della monarchia; ma, a senso mio, dalla libertà di palesarlo in fuori non vedo a che giovi: imperciocchè tutto si riduca nella potenza di poterlo esercitare, e se potrà, il popolo fie, che l'adoperi o l'abbia detto o taciuto, se poi non potrà, o lo eserciterà infelicemente, e allora ancorchè lo abbia espresso, ed anco gli sia assicurato per legge, non per questo la monarchia trionfante glielo farà scontare più mite; in simili casi il traditore è il vinto, e i giudici per condannare si trovano sempre. Ai tempi nostri abbiamo veduto in Francia quei medesimi giudici, i quali avevano dettato il decreto di accusa contro Napoleone III come traditore della Patria, amministrare la giustizia in nome di lui.
Le costituzioni giurate, o no abbile per menzogna sempre finchè non contemplino un mezzo facile per infrenare la potestà regia, o meglio se la potestà regia non metti in istato di non nocere scemandola delle prerogative delle quali, volendo, può abusare. Ai nostri padri, massime ai Veneziani, non sembrava mai sentirsi a bastanza sicuri, sicchè ponevano cura indefessa a limitare le attribuzioni del potere; noi all'opposto gliele sbraciamo con la pala, e poi ci lagniamo se la libertà abbia faccia di menzogna. Il Segni, nel libro ottavo delle storie, racconta come quando, dopo la strage di Alessandro dei Medici, si riunì la pratica per surrogargli nel ducato Cosimo, Francesco Guicciardino intendesse camminare rispettivo imponendo limiti, e condizioni all'autorità di lui; senonchè saltato su Francesco Vettori ruppe in queste parole, le quali non potrebbero mai essere abbastanza lette e considerate da quanti si professano amici della libertà: «mi maraviglio bene ora di voi, messere Francesco, che siete stato sempre tenuto prudente, che consideriate tante minuzie nel far creare questo principe: perchè se gli date la guardia, le arme, e le fortezze in mano, a che fine mettere poi ch'ei non possa trapassare oltre ad un determinato segno?» Ora considerino i savi se le prerogative dalle nostre costituzioni attribuite ai re superino o no quelle di cui favella il Vettori, e formino il giudizio che reputeranno più giusto.
Certo è poi che il Papa possiede quasi la fabbrica privilegiata dello spergiuro, e ciò non tanto per la malignità dell'uomo, quanto per quella dello istituto; di vero una delle principali prerogative del Papa consiste nello sciogliere altrui dai voti e dai giuramenti; adesso viene poi suoi piedi, che s'ei può esercitare simile facoltà in benefizio altrui, tanto maggiormente lo possa in utile proprio.—Nel caso d'Innocenzo VIII i Cardinali attesero a sorreggere il giuramento con una molto terribile clausula, la quale fu, che ogni Cardinale promise, se eletto Papa, osservare nella sua pienezza, la costituzione, dichiarandosi dove mai trasgredisse anatema, da cui nè da sè potesse, nè da altri si facesse assolvere; ma l'erano baje che cotesti uomini dovevano pure sapere. Innocenzo VI fino dal 1353 aveva stabilito non potersi con alcuna promessa etiam giurata limitare dai Cardinali l'autorità pontificia, conciossiachè ai cardinali nella sede vacante altro diritto non competa tranne quello di creare il nuovo Papa; e questa dottrina sempre resse la Chiesa, e tuttavia la regge.—
Innocenzo pertanto nè volendo, nè per avventura potendo procedere diverso dagli altri i patti promessi da Cardinale, pontefice spergiurò; e se lo spergiuro meritasse mai scusa, l'avrebbe meritata adesso, dacchè i Cardinali con la nuova costituzione non mirassero ad altro che ad avvantaggiarsi. Di questa costituzione a noi importa riportare unicamente il disposto che vieta eleggere Cardinali minori di trenta anni, aumentarne il collegio oltre ventiquattro, governare senza il concerto dei Cardinali, ed alienare beni ecclesiastici dove almanco i due terzi di loro non acconsentissero. Da diverse femmine questo Papa dabbene ebbe sette figliuoli, e tutti riconobbe per suoi, e colmò di ricchezze: però stati della Chiesa a veruno assegnò, terre sì, e contadi. A Franceschetto, che tale ebbe nome dalla esigua statura, procacciò le nozze con la Maddalena figliuola di Lorenzo il Magnifico, e si reputarono regie; in compenso egli promise eleggere Cardinale Giovanni dei Medici, più tardi Lione X, e lo elesse di tredici anni, da tanto che gli premeva osservare la costituzione giurata da Cardinale, e insieme con lui un suo servitore di anni venti. Visse vita agitata, disforme, perniciosa ad altrui ed a sè; prima s'inimica Ferdinando di Napoli, poi gli rompe guerra, e pauroso, che lo Sforza da Milano accorra in aiuto di Ferdinando, gli suscita contro gli Svizzeri; ma spaventato per la vittoria del duca di Calabria al ponte di Lamentana dove (se narra il vero la fama non vi furono morti nè feriti) cala agli accordi, i quali acerbamente sopportando, da capo ingaggia guerra contro Ferdinando. Per ingagliardire le armi temporali ci aggiunse la scomunica; senonchè riputandola di piccolo ausilio si risolve voltarsi alla Francia; tutti i popoli del mondo nemici alla Italia, tutti le furono servi, ma sovra ogni altro molesto il Francese; colpa massima del Papato; però veruno degli stati italiani ne andò immune; chi primo aperse le porte ai Francesi il Papa; ma poi in capo a dieci anni a volta a volta ce li chiamarono i baroni Napolitani, i Toscani, i Lombardi, i Veneziani, ed i Genovesi, e vennero, ce ne fosse stato! ora con Carlo il vecchio di Angiò, ora con Filippo e Carlo Valesi, ora con Ludovico I, II e III della nuova casa di Angiò, il vecchio Renato, il figliuol suo Giovanni duca di Calabria, Renato di Lorena, e Renato II due volte; del seguito taccio; solo dico, che infino a quando gl'Italiani non si sentano capaci a fare da sè non si movano; chiama come vuoi il forestiero, che ti aiuta, lo proverai sempre padrone, Carlo VIII invitato dal Papa non venne (doveva venire agli altrui inviti più tardi) onde a questo, fu mestieri appaciarsi con Ferdinando. Prima di raccontare la sua morte diciamo alquanto dei suoi costumi. Gem nacque figlio a Maometto II quando questi sedeva sovrano, Bajazzette mentre durava privato; distinzione sufficiente, anzi ce n'era di troppo, a fare che il fratello minore nato nella porpora vincesse il maggiore; ma bisognava prevalere nelle armi; invece fu Gem sconfitto, ond'ebbe di catti scappare, e ripararsi a Rodi sotto la protezione dei Cavalieri di san Giovanni: protezione nemica vuol dire, quando è bazza, prigione, quasi sempre morte di laccio, di ferro, o di veleno. I Cavalieri lo mandarono in Francia nella commenda dell'Alvernia; a loro lo chiese il Papa, e il gran maestro Francesco d'Aubusson facendovi calca dintorno, glielo consegnarono; il d'Aubusson in mercede ebbe il cappello cardinalizio. Bajazzette promise al Papa gli avrebbe pagato quarantamila ducati annui se glielo custodiva stretto, e il Papa, che aveva voluto Gem appunto per questo, conchiuse il negozio; però non sentendosi il Bajazzette abbastanza sicuro s'industriò avvelenarlo; propinatore a prezzo del veleno un Macrino del Castagno gentiluomo della Marca di Ancona; scoperto patì orribile supplizio; non dissentivano i Papi ad avvelenare Gem, solo intendevano avvelenarlo essi, come di fatti fece più tardi Alessandro VI e per molto tesoro, come noteremo a suo luogo. Sicarii, ed avvelenatori in cotesti tempi frequentissimi a Roma, e non poteva essere a meno, però che nei casi ordinari come si costumava fino dai tempi di Bonifazio VIII, vendevansi bolle d'impunità, e indulti per delitti commessi, e da commettersi, allegando a scusa della iniquità le parole del Vangelo: «non voglio la morte del peccatore, ma viva e si penta.» I preti erano macellari, albergatori, biscazzieri, ruffiani, e peggio. Pareva che più in fondo non si potesse andare e si andò, perchè non conosce fondo l'inferno; un Domenico da Viterbo in società di Francesco Maldente fabbrica false bolle con le quali si permettevano per danaro infamie, che non hanno nome; scoperta la frode, erano dannati nel capo; il padre di Domenico con molte lacrime supplica la vita del figlio; glielo concede il Papa a patto paghi seimila ducati; il misero si mette dintorno, e scombussolando parenti ed amici ne raccoglie cinquemila; recali al Papa, il quale li piglia, ma poi dichiara il misfatto tale da non potersi saldare con meno di seimila ducati, epperò non rende i cinquemila, e taglia la testa al viterbese. La inquisizione Innocenzo non instituì; già innanzi a lui era; ma ai tempi suoi si perseguitarono Ebrei, e Mori per cupidità, per diletto, e per devozione; dacchè ad ottenere la rimessione di un'omicidio bastava ammazzare un'Ebreo; se due meglio che mai; ed egli fu che sotto pena di scomunica ordinò ai giudici secolari senz'appello, senza revisione nel termine dei sei giorni eseguissero la Sentenza. Il prete decretava la strage, ma voleva, che chi s'imbrodolava nel sangue fosse il secolare.
A tempo di questo Papa Giovanni Pico della Mirandola di ventitrè anni sostenne a Roma le sue famose tesi in tutte le scienze, non escluse la Magia, e la Cabala, comprensive novecento proposizioni estratte da scrittori greci, latini, ebrei, e caldei; più tardi tredici ne furono trovate eretiche, e il Pico non mancò difenderle a spada tratta. Fra le tesi condannate, vale il pregio ricordare queste. Veruno può credere una cosa dove manchi di motivi sufficienti per crederla. Si parla più impropriamente affermando Dio intelligenza, o intendimento, che dire di un Angiolo che sia anima ragionevole; e rinterzando si difendeva co' libri di san Dionigi areopagita, il quale nega bravamente Dio essere una intelligenza. Finalmente il Pico non dubitava sostenere come l'anima non possa concepire distintamente altro che sè.—E ci era la inquisizione! È da credersi che non l'avrebbe passata liscia se non era principe, e non gli facevano spalla i più potenti d'Italia; il Papa si tenne a citarlo a Roma dove il Pico non comparve, e a condannarne le tesi.
Nel settembre del 1490 tanta paura lo vinse per lo scoppio di un fulmine caduto nel campanile di san Pietro che cadde come morto colpito dall'apoplessia; durò venti ore come passato, e durante questo tempo i Cardinali entratigli in camera ne portarono un milione di oro per sottrarlo alle rapine dei figliuoli; pure essendosi riavuto tirò innanzi come una cosa balorda: ogni via tentarono per guarirlo ancora che strana ed immane; tra le immani la trasfusione del sangue; la tentò un medico ebreo il quale per aggiungere un filo di vita ad un tristo vecchio non dubitò troncarla a tre giovanetti; ma e prima e dopo di lui medici non so se più ignoranti o feroci avvisarono guarire parecchie infermità col sangue, a mo' di esempio l'elefantiasi. In Toscana un medico Polli di Casentine molto si travagliò intorno la trasfusione del sangue, ed anco ai tempi nostri qualcheduno lo ha tentato. Il Fleury afferma per attenuare l'orrore della cosa che i giovanetti erano morti; questo è falso però che sangue di morto stimavano privo di virtù l'ebreo non essendo riuscito scappava; il vecchio Papa precipitava nel sepolcro strascinandovi secolui tre vittime.
Se Alessandro VI, che seguitò, fosse il solo Papa incestuoso, avvelenatore, fedifrago, ladro, e assassino io vorrei, che sopra la sua immagine fosse tirato un velo come su quella di Marino Faliero, ma pur troppo costui va sciaguratamente accompagnato con troppi più soci, che non si crede. Sazievole, e non utile dire tutto di lui; anco quello che giova compendierò in istile, che l'amore della chiarezza mi consentirà più conciso. Anco in questo conclave i Cardinali giurarono patti, e furono: l'eletto Papa non promoverebbe altri Cardinali senza il consenso del sacro collegio: allora sommavano ventitrè in tutti: la esperienza aveva dimostrato, che sottomettere un prete al giuramento, egli era come legare di ritorte Sansone prima che avesse la chioma mozza, proprio pel piacere di vedergliele rompere, e se questo commisero gli altri Papi immaginate che mai fosse da aspettarsi da Alessandro VI. Per consenso degli stessi scrittori ecclesiastici lo spirito santo non entrò per nulla nella elezione di lui, bensì la simonia, e non più vista della così sfacciata; al Cardinale Ascanio Sforza risegnò la carica ch'egli teneva di vicecancelliere, e per caparra prima della elezione gli mandò a casa 5000 ducati di oro; il Cardinale Orsini ebbe il suo palazzo di Roma, ed i castelli di Monticelli e di Soriano; il Colonna si buscò l'abbazia di Subiaco con le castella; il Michiel il vescovado di Porto col palazzo, masserizie, e financo il vino che molto e prezioso si conservava nelle cantine di quello; la villa di Nepi al Cardinale di Parma, al Savelli la chiesa di santa Maria maggiore, e Civita Castella; toccò al Cardinale di Genova la chiesa di santa Maria in via lata; altri comprò a contanti. In quel torno Cesare Borgia suo figliuolo si trovava a studio in Pisa sicchè udita appena la esaltazione del padre di un salto fu in Roma; presentatosi al Papa, questi, che non rifiniva parlare di riforme, del vituperio delle simonie, e di altre infamie da doversi torre via dalla Chiesa col ferro, e col fuoco, mentre tuttavia gli stava genuflesso dinanzi gli sciorinò una lunga diceria di cui la sostanza era, che non isperasse grazia o favore; i premi se gli aveva a guadagnare con illibati costumi, e studi poderosi; egli non avrebbe imitato lo esempio dello zio Calisto, il quale smembrò la Chiesa del ducato di Spoleto per donarlo a lui, a lui la prefettura di Roma, e la vice cancelleria della Camera, a lui il generalato della Chiesa, ed altri benefizi parecchi, che arieno potuto bastare a guiderdone di molti, e tutti più capaci di lui.—Ai presenti, udendo coteste parole, sembrava di avere le traveggole; egli era negare il pasto all'oste co' vermicelli in bocca; Cesare ne trasecolò, e corse difilato a sfogarsi con la madre Vannozza, la quale ne rise di cuore confortandolo ad aspettare.
Assunto al pontificato Alessandro prese a inimicarsi con Ferdinando di Napoli perchè egli dette sottomano i danari agli Orsini onde acquistate le castella di Anguillara, e di Cervetri gliele tenessero come un calcio in gola; la quale avversione crebbe fuori di misura per la repulsa di Alfonso duca di Calabria di maritare certa sua figliuola naturale con uno dei figli del Papa; per la quale cosa egli si strinse in lega co' Veneziani e col Duca di Milano osteggiando il re di Napoli; ma Ferdinando, che per sagacia, malignità, e ferocia si rassomigliava come uovo ad uovo al moderno Ferdinando II, con ogni studio volendosi tenere bene edificato il Papa, impedì recassergli ingiuria i baroni romani di concerto con Piero dei Medici, e il duca di Calabria, e mise pratiche per istaccarlo dalla Lega, ed accorciarsi con lui; il Papa volentieri le accolse, ma evitava venire alle strette confidando, che il tempo greve di casi, gli porgesse occasione di avvantaggiarsi con suo maggiore profitto; nè la occasione si lasciò aspettare; dacchè la calata di Carlo VIII si conobbe statuita, Ferdinando compunto da affannosi presagi morì, e Alfonso bisognoso della investitura papale, smessa la superbia, ebbe a calare concedendo la figliuola Sancia da prima negata a Giuffrè figlio del Papa, col titolo di principe di Squillace, e Cariati, 10000 ducati di pensione, 300 uomini di arme pagati per sua difesa, e per giunta il protonotariato di Napoli ch'è delle sette principali cariche del regno; nè qui finiva: a Francesco duca di Gandia un'altra delle sette cariche, e 10000 ducati di pensione, a Cesare, che allora era Cardinale, e per giunta arcivescovo di Valenza, un benefizio, e dei grossi; del quarto figlio maschio del Papa tace la storia, e non ne ricorda il nome, forse nacque sconcio, e visse così.
Alessandro, sarebbe ingiustizia negarlo, con tutte le forze si oppose alla venuta dei Francesi in Italia, e all'oratore di Carlo VIII senza ambage dichiarò, non potere spogliare gli Arragonesi di Napoli dove il re non provasse superare in diritto gli Angioini; feudo della Chiesa cotesto reame, spettare al Papa decidere il piato, se Carlo ci adoperasse la forza sarebbe come assalire la Chiesa. Nè manco, come corre la fama, la colpa della chiamata di Carlo VIII vuolsi rovesciare tutta sul Moro; all'opposto egli aveva tentato comporre una lega di principi italiani per la difesa della nostra terra contro le invasioni dei barbari; lo attraversò Piero dei Medici; sicchè quando conobbe formata una lega contro di lui, non riputandosi capace a combatterla solo, e certo togliendogli baldanza la rea opera, che intendeva condurre a compimento, ed era torre come tolse il governo di Milano al nipote Giovanni Galeazzo, e forse anco la vita, si apprese al partito miserabile di chiamare lo straniero fra noi: poco dopo si pentì, ma ormai si era chiuso la via al riparo, conciossiachè mentre si sarebbe fatto nemico implacabile Carlo non poteva confidare amicarsi Alfonso, però che egli intendesse regnare, e Alfonso a ragione domandava rendesse il ducato al genero, ed alla figlia Isabella. Colui, che spinse in Italia i barbari fu per lo appunto Giuliano della Rovere, più tardi Giulio II, il quale dagl'imperiti delle storie viene celebrato come perpetuo nemico degli stranieri, ed irrequieto ripetitore del grido: «fuori i barbari!» Ahimè! peccarono a volta a volta tutti i nostri padri, e i Veneziani stessi col trattato di Blois convennero co' Francesi di pigliarsi, e spartirsi il Milanese: che Ferdinando il cattolico e Luigi XII cristianissimo si accordassero a dividersi il reame di Napoli, bene sta; per loro era preda, ma che preda i Veneziani considerassero la Italia, questa è cosa ch'io perdono loro meno, che il truce istituto degl'inquisitori di stato.—
Però il Papa se non chiamava i Francesi, per contrapporli a loro chiamava i Turchi mandando a questo fine un Bucciardo oratore fino a Costantinopoli, mentre coll'avventato stile delle bolle papali eccitava Carlo a voltare le armi contro quel desso Turco dimostrandogli quale e quanta enormezza fosse per un re cristianissimo mettere a fuoco, e a fiamma la cristianità mentre gl'infedeli minacciavano straripare fino a Roma; a tale lo conduceva (fosse stato migliore di quello ch'egli era) la mostruosa miscela del temporale con lo spirituale.
Però il Turco non gli dette retta, e Carlo dopo avere ciondolato alquanto, sovvenuto dalle donne ducali, e marchionali di Savoia, e di Monferrato, che Dio confonda, venne ai nostri danni in Italia. Il Turco Bajazzette non accogliendo tutte le istanze del Papa ne secondò parecchie come si cava dalle sue lettere, che intercette da Giovanni della Rovere, furono mandate a Carlo mentr'egli stanziava a Firenze; in una di queste del 12 settembre 1494, si diceva: ringraziarlo degli avvisi portigli intorno ai disegni di Carlo VIII, il quale intendeva impadronirsi del fratel suo Gem per servirsene a tentare cose nuove in Oriente; facesse una cosa, la quale avrebbe giovato a loro, ed anco a Gem, ed era avvelenarlo o in altro modo procurargli la morte; giovato a Gem perchè a fin di conto mortale essendo gli toccava un giorno o l'altro finire, ed ora levandolo dalle miserie del mondo lo avrebbe avviato in luogo pieno di ogni felicità; se ciò avesse fatto egli giurava pagargli subito 800 mila ducati, e di più gli prometteva non avrebbe danneggiato le terre dei cristiani; quanto a lui si sarebbe tolto quel fastidio di fratello dintorno; in segno dello amore sviscerato che gli portava, tosto avutone il corpo lo avrebbe in magnifico sepolcro sepolto; ancora, lo supplicava di compiacerlo in altro suo desiderio, il quale consisteva nel promovere al cardinalato Niccola Cibo arcivescovo di Arles. Così i Turchi raccomandavano al Papa i prelati, e il Papa le raccomandazioni con pronto animo accoglieva!
E poichè nonostante gli ostacoli, Carlo VIII sceso in Italia cominciava la corsa, la quale dissero vittoria, dove i Francesi altra arme non adoperarono eccetto sproni di legno, e gesso per segnare i quartieri alle milizie, il Papa tentennando propone accordarsi con Carlo, poi se ne pente, e sostiene i Cardinali Sforza, Sanseverino, Colonna, Lunate, ed altri parecchi; ma progredendo vie più Carlo torna a ciondolare; finalmente vinto dalla paura libera i prigionieri e gli mette framezzo pacieri; il re oltre parecchie cose pretende Santo Angiolo, lo nega il Papa, il re Carlo due volte appunta le artiglierie per espugnarlo; ma visto il papa deliberato di porre ogni sua fortuna in isbaraglio innanzi di cedere renunzia al castello, e tiene il fermo sopra le altre condizioni, le quali vengono concesse; tra queste la consegna di Gem, e l'ebbe vivo ma con la morte in seno; il Papa per gratificarsi il Turco, e buscarsi gli 800 mila ducati lo avvelenò.—
Gli Italiani tardi commossi dalla subita conquista dei Francesi si uniscono in segretissima lega e la sottoscrissero il Papa, i Veneziani, il re di Spagna, e quello dei Romani, e il duca di Milano, in apparenza volevano difendersi, ma in fondo dare addosso ai Francesi. Naturale talento dei popoli di mutare signoria, provata, che l'abbiano basto in tutto uguale alla signoria antica, la stupenda, e insanabile levità dei Francesi, lo istinto loro di guastare sempre e non ordinare giammai, le voglie ladre, la ingiuriosa jattanza, ed altre pecche, le quali non si ricordano unite alla fama della novella lega cominciano a sgomentare i Francesi, nè Carlo si trovò mai così presso a perdere la corona come in quel punto nel quale ei se la mise in capo. Come e perchè questi successi avvenissero, ed ai Francesi toccasse sgombrare il regno più presto di quello, che l'occupassero altri disse e bene; mi stringo a raccontare che dopo infelici fortune, tornato il re in Francia, Gilberto di Monpensieri ebbe a capitolare in Atella; stipulava salute per sè e per gli aderenti suoi, ma siccome fra questi erano gli Orsini, cui il Papa disegnava spegnere per eredarne le spoglie, ordinò a Ferdinando di Napoli non l'osservasse, anzi se disobbediente ai comandamenti suoi lo avrebbe scomunicato; però Paolo e Virginio Orsini furono sostenuti prigioni nel castello dell'Uovo, e le milizie loro assalite a man salva e svaligiate.
Fin qui contro Francia; morto Carlo e succeduto Luigi XII Alessandro piantati là gli Aragonesi si stringe alla Francia mercè novella lega cui rinterza co' vincoli sempre provati fallaci, e pure sempre appetiti, del matrimonio; e poichè Carlotta figliuola al re di Napoli ricercata di nozze dal Valentino, mostrando il coraggio, che allora ai più animosi faceva, difetto, gli buttò sul viso queste parole; «io non vo' per marito un prete, figliuolo di prete, fratricida, infame per nascita, e più per opere scellerate.» il Valentino si tolse per moglie un'Albret figliuola del re di Navarra dotandola, invece di riceverne dote, conciossiachè fossero patti degli sponsali, sodasse il Papa duegentomila scudi alla sposa, un cappello cardinalizio conferisse al fratello di lei. Quello, che il Papa e il Valentino ardissero con l'aiuto di Francia vedremo; ora importa sapere, che di nuovo la fortuna dei Francesi scadde in Italia non per mancanza di valore, bensì per le indomabile levità, e spensieratezza loro; il Papa, e il Valentino tosto mutata vela secondo il vento pigliano ad intorarsi con Francia, mettono la parola di possibile accordo col Gonzalvo; co' Pisani temporeggiano; insomma stanno a cavallo al fosso per buttarsi dove il conto torni. Le sorti di Francia veramente toccarono il fondo, ma quivi si rifecero, secondochè la favola immagina del titano Anteo, e con la Tremoglia si avventura a nuovo esperimento; da una parte, e dall'altra avendo sete del Papa, gli profferiscono mirabilia per tirarselo a sè, ed egli col Valentino in mezzo a mettersi allo incanto e a succhiellare la carta; le proposte più turpi si volsero alla Francia, e questa tutta ingolfata nell'interesse presente, non curando vergogna le accettava; ma Valentino provato il terreno sollo a ingolare la vanga, armeggia a ficcarci ancora il manico; la sorte sul più bello gli fece la cilecca, il Papa morì, ed egli stette a un pelo di tenergli dietro.
Di queste trappole non appunteremo costoro; a quei tempi o farle o patirle, ed anco ai nostri così; il Papato diventato cosa terrena si schermisce con le industrie persuase dai tempi, e dagli uomini: però cosa iniqua non per chi presume rappresentare Cristo, bensì per ogni creatura umana la smania di arraffare la roba altrui, e il modo per venirne a capo.
A mano a mano che divoravano in cotesti maligni crebbe la fame come sempre nei cupidi accadde; per ora basta Romagna, più tardi la Toscana, e se la morte non troncava i disegni non si sarieno contentati dell'Italia. Concetto pari ebbe Sisto IV. ma non potè dargli fondamento, quindi essendo il fabbricato da lui ostacolo allo edifizio dei Borgia, ebbe a crollare. Parte dei principi di Romagna, i Bentivoglio, e gli Orsini confidavano nella protezione della Francia, ma re Luigi bisognoso di tenersi bene edificati il Papa, e il Valentino di un tratto significa loro, chi può salvarsi si salvi, non potere egli nè dovere pregiudicare i diritti della Chiesa. Diritti la Chiesa non aveva, se togli le antiche e famose donazioni, pure non si vuole negare, che parecchi per possedere simulacro di potestà legittima a opprimere i popoli avevano sollecitato ed ottenuto titolo di vicari della Chiesa, e promesso eziandio il censo annuo, che non pagavano mai: non importa, porgi al prete la cima della corda in mano, ed ei saprà tenerla inoperosa per secoli, finchè non giunga la opportunità di stringertela al collo; difatti occorrevano città come Ancona, Spoleto, Terni, Narni, Assisi, e qualche altra, che si reggevano a ordini repubblicani; peccato che gare interne ed esterne le impedissero a costituirsi in valida lega fra loro, sicchè ogni giorno crescevano le cause della provocazione, quelle della difesa diminuivano. Primi a cadere i Riario nepoti di Sisto investiti d'Imola e di Forlì. Imola non oppose resistenza, a Forlì la vedova Caterina Sforza, scansato prima il figlio Ottavio a Firenze, volle mostrare il viso alla fortuna, e fece strenua difesa, non felice, chè il Valentino sovvenuto da 300 lance di Francia espugnò prima la terra, poi la rocca. Caterina venuta in potestà del Borgia, andava a Roma prigioniera e fu chiusa in castello Santo Angiolo, donde la trasse fuora Ivo d'Allegre o vergogna lo rimordesse, od altra passione lo stimolasse.—I signori di Faenza, e di Rimini apprensioniti supplicano per soccorso. Astorre, il quale pure nacque dalla figlia di Giovanni Bentivoglio, fu respinto dallo zio, ch'ebbe di catti ottenere perdono dal re Luigi pei sussidi somministrati al duca di Milano; nè gli riuscirono migliori amici i Fiorentini pensosi anch'essi dei fatti loro: peggio di tutti i Veneziani, che in coteste strette disdissero l'amicizia vecchia, e scrissero nel libro di oro il nome del Valentino che a questo modo diventò nobile veneziano. Pandolfo Malatesta signore di Rimini vista approssimarsi la burrasca si tirò al largo; e ne seguì lo esempio Giovanni Sforza signore di Pesaro; per converso elesse contrastare Astorre Manfredi di Faenza giovane fuor di misura bellissimo, e di magnanimi spiriti; il Valentino si mosse ad assaltarlo con potente esercito, e copiosa artiglieria; adoperando le armi costui non poteva omettere i tradimenti, e corruppe Dionigi di Naldo a tradire Astorre del castello; scoperto il trattato le spengono a ghiado: durarono tutta una stagione intorno all'assedio di Faenza invano: entrato il verno in cotesto anno rigido oltre il consueto e' fu forza ritirarsi; il Valentino tornò in primavera con animo più perverso, ed esercito più gagliardo; due volte assaltò, e due rimase respinto: tuttavia i Faentini considerando non poterla durare, così com'erano privi di ogni umano aiuto con le lacrime agli occhi supplicarono Astorre a capitolare; i patti brevi: salvi le persone, e i beni, libero Astorre recarsi dove gli talentasse.
Astorre con un suo fratello bastardo ed una giovane donna erano menati prigioni in castello Sant'Angiolo, quivi stettero un anno in capo al quale i cadaveri di questi miseri furono trovati nel Tevere; quello di Astorre aveva una corda intorno al collo, gli altri due stretti insieme e con le mani legate dietro il dorso. Il Guicciardino scrive essere corsa fama, come qualcuno sfogasse la immane libidine nel corpo di Astorre, il quale qualcuno nella vita del Valentino, che un dì pubblicata col nome di Tommaso Tommasi sappiamo essere opera di Gregorio Leti, diventa colui, che sconvolgeva tutte le leggi di natura e di Dio, con le quali parole dà ad intendere, lo scellerato stupratore fosse il Papa: ahimè! troppi vediamo essere i delitti veri commessi da questo empio uomo, onde gli si abbiano ad aggiungere anco gl'immaginati. Astorre cadde nelle mani del Valentino nel 1500, e l'anno dopo periva, e siccome in quel torno il Papa annoverava bene settanta anni, così se il volere gli avesse consentito la infamia, la età gliene levava il potere. Il Gordon nella vita di Alessandro VI afferma la donna rinvenuta nel Tevere in compagnia di Manfredi essere stata la donzella, che inviata da Elisabetta Gonzaga duchessa di Urbino a marito in Venezia con Giovambattista Caracciolo generale di fanti della repubblica, il Valentino fece rapire presso Cesena, nè se ne seppe più altro: non avendo trovato in veruno scrittore italiano tenuto ricordo di cotesto particolare, io lo giudico giunta dello scrittore.
Arte profondamente arguta per isbigottire, e per gratificarsi i popoli già soggetti fu questa, che il Valentino mandasse a governarli o piuttosto a tribolarli un'Orco Ramiro; quando conobbe immensa gravare sul capo di costui la maladizione dei traditi, quasichè il Borgia sentisse pietà dei popoli, un bel giorno spartito in due cotesto ribaldo in mezzo a parecchi torchi accesi lo fece esporre sopra la piazza di Cesena; il quale trovato, pieno di malizia, gli conciliò l'animo non pure dei soggetti, ma eziandio degli altri che intendeva sottoporre, imperciocchè dai vecchi signori fossero con ogni maniera di strazi angariati.
Adesso il Borgia accenna alle Marche, alla Toscana tutta, a Bologna, a Urbino, e a Piombino. Da prima si volta contro Giovanni Bentivoglio, e lo vinceva, se non lo impediva Luigi XII a cui era cotesto signore raccomandato; non potendo cavarne tutto il vestimento, il Borgia per allora si contentò del mantello; volle Castel bolognese, e 1000 ducati all'anno, con 100 uomini d'arme e 2000 fanti pagati; poi minaccia Toscana, e ne corre le terre; pretesto allo assalto la licenza data al Rinuccio da Marciano che passò con la sua compagnia al servizio del Bentivoglio; Firenze con Pistola ribellata, il contado in ruina, strema di forze a cagione della guerra pisana poco schermo poteva fare se il Borgia chiamato a Napoli non avesse dovuto lasciarla stare pel momento; in passando assediò Piombino, il quale resistendo oltre il presagio, fu espugnato più tardi dai suoi luogotenenti. Reduce da Napoli, macchina la usurpazione del ducato di Urbino retto da Guidobaldo che per cotesti tempi fu una coppa di oro di principe, e lo sarebbe anco ai nostri per bontà, e per sapienza; il modo che il Papa e il Valentino tennero, questo: gli finsero maravigliosa benevolenza, composero le liti che cotesto signore teneva con la Camera apostolica, il nipote Francesco Maria promossero a prefetto di Roma, e per fino gli proffersero ammogliarlo con Angiola Borgia; tranquillatolo così ingrossarono l'esercito nelle terre vicine sotto colore di assediare Camerino, e poi gli mandarono messi con lettere ortatorie perchè gli servisse per cotesto assedio delle sue artiglierie, assettasse le strade, provvedesse vittovaglie ai soldati, consentisse per le sue terre il passo a un 1500 uomini. Il duca rimandò indietro al Valentino per accertarlo sarebbe servito; se altro avesse desiderato comandasse, e il Valentino come intenerito si profondava in grazie maravigliose giurando non volere in Italia altro fratello, che il duca; per colmo di favore gli saria grato se incamminasse un migliaio di fanti in aiuto del Vitellozzo suo capitano su quel di Toscana. Tesa a quel mo' la rete, di un tratto la strinse; non contento dei beni voleva la vita del buon Guidobaldo, che avvertito non credeva, ma reso accorto in estremo appena col nipote Francesco Maria della Rovere poterono scappare a sant'Agata, dove presa veste contadinesca separaronsi commettendosi all'aiuto di Dio, che li condusse a salvamento fuori di ogni pericolo. Pazienza! Il Borgia si morse il dito; e non sospese pure di un'attimo la opera propostasi; col Vitelli minaccia la Toscana, ribella Arezzo, e n'espugna la Rocca, e forse Firenze non la contava se accordatasi col re di Francia, questi non avesse spedito in diligenza ordine al Valentino di lasciare illesa la Toscana; e nondimeno egli più tardi quando i Fiorentini gli mandarono legato il Machiavello costui con giuramento affermava di coteste rivolture sè non solo innocente, ma inconsapevole; di ogni cosa colpa il Vitelli. Intanto egli assedia più certa preda Camerino; fatta un po' di resistenza Giulio Cesare da Varano propone gli accordi, e il Valentino gli accetta, ma sul punto di segnarli egli sforza la terra, i patti straccia, mette le mani addosso a Giulio Cesare, e a due suoi figliuoli Venanzio e Annibale, i quali tutti in un'attimo strangola, il primogenito Giovanni Maria poco innanzi ito a Venezia per miracolo scampa.
Vinti e spogliati i nemici, rimaneva a spengere, ed a spogliare gli amici; già per venirne più agevolmente a capo il Papa si era industriato commettere scandali tra gli Orsini e i Colonna, e ci era riuscito come quelli che ab antiquo procedevano scambievolmente nemici; però il Papa si mosse meno pel proposito di separarli, che per l'altro di non farli mai ora nè poi riunire. Fino dalla capitolazione dell'Atella il Papa dopo avere fatto sostenere, in onta alla fede giurata, Virginio Orsini, ne pubblicò i beni ordinando al duca di Gandia, e ad altri parecchi mandassero la sentenza ad esecuzione: donde una guerra lunga e varia, ove nella difesa di Bracciano mostrò la donzella Bartolommea, sorella di Virginio Orsini, tale prova di valore da disgradarne i più intrepidi. Carlo Orsini in buon tempo venuto di Francia con Vitellozzo Vitelli, che congiunti erano, si legano ai danni dei Borgia; gli sovvennero Perugia, Narni, e Todi, e messe assieme le genti s'incamminano a Bracciano; occorsero loro i papalini, ed incontratisi su la via di Soriano danno subito di piglio alle armi: dopo lunga battaglia andarono sconfitti i papalini, prigione il duca di Urbino, sfregiato in faccia Francesco Borgia. Impaurito il Papa, chiede accordare, e l'ottiene; in questa pace fu notabile il caso seguente: il Papa di leggeri ammollì su tutto, tranne che volle gli Orsini gli pagassero 70 mila ducati per le spese della guerra; ma perchè sapeva costoro corti a pecunia li persuase a non liberare il duca di Urbino, eccettochè con la taglia, e gli Orsini non intendendo a sordo gliela imposero, e appannata, 40,000 fiorini, i quali da una mano presero e dall'altra pagarono al Papa; così Alessandro buscava la taglia di tale, che combattendo per lui era caduto prigioniero! Dopo questo successo gli Orsini servirono i Borgia di coppa e di coltello, soldati e sicari come meglio loro ordinavano, sicchè poste in oblio le date e le ricevute ingiurie estimavano esserseli amicati per la vita: funesta fiducia con tutti, co' Borgia poi anco matta, ma anzi non è così, almeno non sempre, imperciocchè tanto gli Orsini quanto i Vitelli congiunti, ed aderenti loro incominciassero quasi per istinto a fiutare la mala parata, per la quale cosa convennero segretamente alla Magione terra prossima, a Perugia, per concertare la comune difesa: a questo congresso si trovarono il Cardinale Orsini, il fratel suo Paolo, Vitelozzo, Giovampaolo Baglioni, Ermes Bentivoglio, Oliverotto, Antonio da Venafro pel Petrucci di Siena, e dicono ci si facesse rappresentare anco la vedova di Giovanni della Rovere signora di Sinigaglia. Al Talentino incominciava a voltare faccia la fortuna: i suoi capitani ormai ribelli restituiscono nell'usurpato retaggio il duca di Urbino maravigliosamente sovvenuti dai popoli devoti al principe benemerito: pel costoro abbandono scemato l'esercito al Valentino questi trovandosi a mal partito ordina con celeri messi ad Ugo di Cardona e a don Michele capitani fidatissimi suoi, schivata ogni battaglia, ridursi a Rimini con quanto rimanga loro di forze, ma non gli obbediscono allettati dal destro di pigliare Fossombrone, e Pergola, dove sorpresi da Paolo Orsini e dal duca di Gravina restano percossi di sconcia battitura, il Cardona casca prigioniero, don Michele a gran ventura scappa a Fano, poi a Pesaro. I collegati potevano vincere spingendosi risoluti innanzi, e non seppero, per riguardo al re di Francia protettore dei Borgia, come se i principi stranieri non si amichino sempre chi vince; dacchè tutte le leghe non abbiano ragione oltre queste due, il danno o il comodo che puoi recare; ora questa venendoti a mancare quando sei vinto gli è chiaro come l'acqua, che tu non offerisci più argomento di lega. Mentre costoro ciondolano improvvidi, i Borgia usano l'estremo dell'arte per cavarsi dal mal passo: prima di tutto il Valentino s'industria rabbonire i Fiorentini; stava allora presso a' lui oratore di Firenze Niccolò Macchiavello, e proprio l'andava tra corsaro e pirata; il primo non rifiniva far toccare con mano che aveva sempre nudrito filiale amore per Firenze, non averglielo troppo palesato fino di ora perchè sendo debole gli pareva che avessero potuto ascriverlo a paura, e sospettarlo poco sincero, egli di cui un dì avrieno detto le genti, che quando la lealtà fosse stata bandita dal mondo avrebbe preso rifugio nel suo seno: ora poi, che vinto ogni ostacolo si sentiva gagliardo si profferiva affatto uomo di Firenze, lo mettessero alla prova, e vedrebbero. Da ora in poi Firenze e i Borgia avere ad essere tutta una cosa.—
Questo per paura che i Fiorentini legandosi co' ribelli in questa stretta non l'opprimessero. I Fiorentini, che per non venire in uggia al Borgia ricerchi più volte dai ribelli si erano ricusati a fare causa comune con essi, dichiaravano al Valentino per bocca del Macchiavello: alle proteste di amore del Borgia credere quanto nel vangelo e più; e di questo avesse per pegno, che sollecitati a legarsi co' suoi nemici per abbatterlo avevano rifuggito sempre, e rifuggirebbero. Posto in quiete da questa parte il Valentino prese a negoziare con Paolo Orsini, e riuscì ad agguindolarlo con parole, e con doni: gli uomini per ordinario sono prosuntuosi in proprio danno, e nello altrui, ma più nel proprio, però che accomunandosi ai tristi in questo fidano, o che questi si guarderanno bene di farla a loro, o che sapranno guardarsene, e quasi sempre restano ingannati; tu poi imita la prudenza dello antico Ulisse, quando rasenti lo scoglio delle Sirene turati le orecchie, se con la cera, o con le mani non rileva, purchè tu le tappi; Paolo prese a serpentare gli altri sicché volenti o no li condusse agli accordi, di cui primo effetto fu lo abbandono del duca di Urbino al quale toccò rifare i passi dello esilio. Rispetto al Bentivoglio, i collegati lasciarono lui, ed egli i collegati e con duri patti si compose col Borgia, che mallevati dal re di Francia, dal duca di Ferrara, e dai Fiorentini lo guarentirono meglio.—
In virtù dello accordo il Valentino deliberò co' suoi capitani tornati a divozione di lui se fosse ad assaltarsi Toscana o Sinigaglia; elessero Sinigaglia, e di vero mossero colà di concerto commettendo il terzo tradimento, come quelli, che alla posta della Magione avevano promesso sostenere la Castellana. La città noti oppose resistenza; solo la Castellana, e il Doria ridottisi nella Rocca dichiararono ad altri non volersi rendere, tranne al duca; per la quale cosa gli Orsini mandarono per esso; ed egli colto il destro, parendogli, che della sua andata non potessero pigliare ombra poichè eglino medesimi lo chiamavano, rispose, andrebbe, ma la città sgombrassero dalle milizie loro stanziandole nei borghi, dacchè nella città intendeva alloggiare le proprie, e come disse fecero: allora si mosse da Fano, e non potendo farne a meno spinti dai fati gli occorsero in su' muletti Vitelozzo, Pagolo, e il duca di Gravina, entrambi Orsini, questi armati, l'altro disarmato con una cappa foderata di verde, afflitto in vista quasi presago della morte imminente, e corse fama, che innanzi di separarsi dalle sue milizie fece con loro le ultime dipartenze raccomandando ai capi la casa sua, e i nipoti ammonì che non alla fortuna degli avi pensassero, bensì alla virtù, e gl'imitassero. Se con lieta fronte gli accogliesse il Borgia non si racconta nè manco, se nonchè stringendo gli occhi si accorse non essere fra loro Oliverotto, e saputo come fosse rimasto dentro Sinigaglia con le sue genti attelato sopra la piazza, mandò don Michele a dirgli, che menasse le milizie altrove e andasse con gli altri a complire il duca. Oliverotto non se lo fece ripetere due volte studioso con la nuova obbedienza cancellare l'antica ribellione. Entrati tutti insieme in Sinigaglia scavalcarono all'alloggiamento del duca, che li condusse in sala, donde poichè ebbero alternato alcuni ragionari, il duca sotto pretesto di mutare vesti si allontanò; sopraggiunsero a un tratto scherani che pigliarono i traditi a mano salva. Il duca tosto monta a cavallo e si arrabatta a svaligiare le milizie di Oliverotto e degli Orsini; riuscì con le prime perchè prossime e prese alla sprovvista, con le seconde no, che avuto tempo di mettersi insieme con ardimento pari al valore si ridussero in salvo. Durante la notte Vitelozzo, e Oliverotto erano strangolati, il primo (pare impossibile!) pregando si supplicasse il Papa a dargli la indulgenza plenaria, l'altro piagnendo, e tutte le sue colpe riversando su Vitelozzo. Ma chi potrebbe affermare queste cose vere? Le riporta il Machiavello, il quale da altri non può averle apprese eccetto dal Valentino e dai carnefici suoi interessati troppo a fare comparire colpevoli i traditi, e non contenti, secondo il costume dei tiranni, a saperli morti se anco non li sappiano e contennendi, e vili: Paolo, e Francesco Orsini il duca di Gravina furono strangolati più tardi avendo prima voluto accertarsi il Valentino, che il suo dabbene genitore Alessandro Papa aveva a Roma messo le mani addosso al Cardinale Orsino, all'Arcivescovo di Firenze Rinaldo Orsino, a Messere Iacopo da Santa Croce, al protonotaio Orsini, ed all'abate Alviano fratello di Bartolommeo.
Gli argini al delitto parvero rotti; dopo questa strage piglia Città di Castello dei Vitelli, piglia Perugia dei Baglioni, saccheggia lo stato di Siena, piglia Chiusi, e Pienza, invade gli stati degli Orsini. Il demonio, a detto della gente sbigottita, fatto vicario di Cristo, il vessillo dello inferno in mano al Papa, il padre dei fedeli dispensatore a un punto di crisma e di veleni, i sette sacramenti in questo mondo oppressione, nell'altro dannazione, a cui raccomandarsi non sapeva, il cielo sembrava fatto più truce dell'erebo e senza fine disperata la gente diceva: «Dio non è!»
Di un tratto questi immani colpevoli, che stavano sopra le leggi divine ed umane con le proprie mani si avvelenano; il Papa muore; il Valentino della vita in forse perde il credito; tradito chi tutti tradì, spogliato chi tutti spogliò, abbindolato, deriso, fuggiasco cessa di vivere per ferita rilevata in oscura avvisaglia, e fu fortuna oltre i meriti suoi.—
La pietà pei tristi è furto della pietà dovuta ai buoni, però io non mi appassiono per la strage di tali, da cui se pochi ne eccettui, furono anco più rei del Valentino, il quale pure qualche sollievo ai popoli concesse, e di tanti basti dire di Oliverotto da Fermo: rimasto orfano costui raccolse e nudrì lo zio Fogliano avo materno, il quale volendo fargli apprendere la milizia lo accomodò con Paolo Vitelli; ebbe fortune varie, e ottenne fama di valoroso; militando in ultimo sotto la bandiera del Valentino gli si parava occasione di approssimarsi a casa. Da Camerino scrisse allo zio chiedendogli licenza di andare a riverirlo per mostrargli i segni di prodezza acquistati in guerra facendosi accompagnare da cento cavalieri; risposegli lo zio: magari! sarebbe le mille volte il ben venuto. Va, gli occorre lo zio, che gli getta le braccia al collo, e piange: se lo mette in casa co' cento cavalieri: fa baldoria, pare che dall'allegrezza non possa più capire dentro la pelle; indi a pochi dì per festeggiarlo meglio imbandisce un convito ai maggiorenti di Fermo; Oliverotto sopra le mense ospitali trucida tutti, poi balza fuori sanguinolento e con la spada alla gola costringe i cittadini a tremarlo principe. Certo chi tale acquista non merita misericordia se il Valentino lo spoglia.
Tuttavia anco ad acquistare a quel modo ci voleva pecunia, e di molta, ed anco per la spesa di certa pompa regia, che ai Borgia piacque sempre sfoggiare un po' per talento, e un pò per politica, imperciocchè i panni rifacciano le stanghe, e il parere avvezza ad essere, ed educa altrui a riverirti. Del Papa a cotesti tempi corse un distico, il quale volgarizzato suona così:
Vende Alessandro altari, e chiavi, e Cristo; E ben lo può, che pria ne fece acquisto.
Aperse mercato d'indulgenze, ma questa vuolsi considerare galanteria; chi non poteva andare a Roma pel Giubbileo pagasse la indulgenza un terzo della spesa del viaggio; immenso ei ne raccolse tesoro; il Bembo afferma 800 circa libbre di oro dalla sola Venezia, e parmi troppo se consideriamo, che le miniere del Perù, e del Messico erano tuttora sconosciute; immagina un collegio di ottanta scrittori di Brevi e li mise allo incanto, e neppure qui vuolsi biasimare troppo; costrinse il cardinale Colonna a rendere l'Abazia di Subiaco, e quanti simoniacamente lo promossero ebbero a rimettere fuori lo ingoffo; e in questa parte quasi lo lodo; spogliò i Savelli; peggio toccò ai Caetani; di un tratto imprigiona Giacomo protonotaro apostolico, e l'unico figlio Niccolò; questo strozza, quello avvelena, poi dichiara devoluti alla Camera Sermoneta e gli altri stati di loro: indi a breve li comperava Lucrezia ottantamila fiorini, e si dissero, e altri finse credere, sborsati; e' bisognava fare roba per Lucrezia, e fu colpa dei Caetani, che la possedessero, e che accomodasse a questa femmina dabbene; a forza s'impadroniva della eredità del Cardinale Domenico della Rovere, nonostante la facoltà concessagli per disporre liberamente delle sue sostanze da Sisto IV; per quella del Cardinale Zeno morto a Venezia strepitava, sicchè il Senato per lo meno reo consiglio gli ebbe ad ammollare non poca moneta. Il Cardinale di Lisbona assalito da subito male si riebbe alquanto; parendogli sentirsi prossimo il fine supplica il Papa gli conceda testare del suo; quegli nega; il Cardinale arrovellato dona tutto il suo ai servi, agli amici, e ai luoghi pii; poi risana, i beneficati non che gli mostrassero gratitudine gli negarono soccorso, e lo uccellavano. Appunto come più tardi successe all'Ammannato, il quale poichè si fu disfatto del suo in prò dei Gesuiti lasciandosi tanto, che bastasse alla presunta sua vita si trovò a vivere oltre il presagio; nè soccorrendolo cotesti cuori duri ed avari il tapinello vagava per Firenze supplicando:
«Un po' di carità per lo Ammannato «A cui mancò la roba, e crebbe il fiato.
Eredi universali di tutti, il Papa, ed i figliuoli; ma spesso venivano a screzio fra loro come accadde alla morte di Pietro Caranza cameriere segreto del Papa; fra i beni lasciati da lui si trovavano ventimila fiorini; Alessandro gli donava alla Lucrezia, ma il Valentino che ne aveva bisogno pei fatti suoi li prese, e agli urli del padre e della sorella fece orecchia da mercante. Creò quarantatrè Cardinali, da ognuno dei quali raccattò almanco diecimila ducati, da taluno più. Tutto questo come turpemente iniquo ti mette addosso fastidio; quanto ti narrerò adesso ti farà paura; prima creò Cardinali, e porse loro la maniera di arricchire per via di inusitate angherie; quando a mo' di mignatte li sapeva pinzi di sangue succhiato li spengeva, e così costumò coi Cardinali di Capua, Santo Angiolo, e Modena, odiati tutti e a dritto: all'ultimo, che fu Giambatista Ferrara composero il seguente epitaffio, che reco dallo idioma latino al sermon nostro.
Giambattista Ferrara nello interno Giace a quest'urna: ebbe la terra il corpo, I beni il Papa, e l'anima l'inferno.
Il Valentino per menare grossa la guerra richiede danari al Papa, il quale patendone inopia s'indetta col figlio a cavarne da questo suo trovato; eleggerebbe per la festa di san Pietro nove Cardinali tra i più ricchi prelati della Corte, poi li conviterebbe a cena, dove gli avvelenerebbe tutti, così le nove eredità giungerebbero manna ai loro bisogni; tal detto, tal fatto; i Cardinali pubblicati furono Giovanni Castellare, Francesco Remolino, Francesco Soderino, Melchiorre Copis, Niccolò Fiesco, Francesco di Sprate, Francesco Iloris, Jacomo Casanuova, e Adriano Castellante da Corneto tesoriere, che si giudicava il più ricco di tutti. Il Papa, e questo fu tiro del Valentino, non li convitò nelle proprie case, bensì pregava il Corneto gli prestasse per simile festa la sua vigna prossima al Vaticano, la quale gli venne più che volentieri consentita: a questo modo non davano adito a sospetto, e si assicuravano la presenza del Corneto: mandarono intanto vini preziosissimi, tra cui parecchie boccie attossicate; il maggiordomo complice le aveva in custodia con la istruzione del come le avesse adoperare; ora sia che il maggiordomo sbagliasse, o piuttosto tradisse i traditori, sopraggiunto il Papa alterato per lo eccessivo calore del giorno e chiesto da bere trangugiò il veleno; indi a pochi istanti entra il Valentino e anch'egli tracanna tossico. Narrano alcuni, che il Papa costumasse portare addosso un'ostia consacrata avendogli certo astrologo predetto che insino a tanto che ei la portasse veleno alcuno avrebbe avuto virtù su di lui, e giusto in quel punto accorgendosi averla dimenticata al Vaticano mandò monsignor Caraffa a pigliarla! comunque paia stravagante, per cui conosce le contradizioni dello intelletto umano, e la ragione di cotesti tempi non gli tornerà incredibile.—
Quando il Caraffa tornò, il Papa era sfidato, e il Valentino preso da atroci dolori rotolandosi per la terra mugliava. Morto il Papa veruno prendeva cura dei suoi funerali: i congiunti e gli aderenti suoi atterriti del presente, e paurosi del peggio con la fuga, o col nascondersi si procacciavano salute; il vice cancelliere intimò l'associazione: andarono tutti mossi dalla novità del caso, ma entrati appena nella Chiesa di san Pietro il popolo fatto impeto per arraffare le torce al clero lo sbarattò, ed egli corse a ripararsi in sagrestia; rimasto il cadavere in mano alla moltitudine gli si assiepa dintorno per imprecargli l'eterna dannazione; se non che vistolo orribilmente deforme, gonfiato, e nero, con la bocca aperta, la lingua fuori ciondoloni, colante tabe dal naso, e contristata dallo insopportabile fetore scappò via senza potere profferire parola. Sulle prime ore della sera taluni tristacci a ciò comandati lo cacciano dentro alla cassa e poichè per la gonfiezza a stento ci capiva, con istrazi, e con iscede lo rincalcavano.
Oltre ai raccontati, per adunare i danari, ricorse ad altri partiti, e furono imporre gravissima tassa agli ebrei sotto colore della guerra contro il Turco, e col medesimo pretesto volle la decima delle rendite ecclesiastiche non eccettuato Cardinali, nè monasteri, e poi invece che guerreggiare il Turco non una ma due volte lo salutò amico, e ne supplicava i soccorsi; una cosa ordinò contro i Turchi, e fu l'obbligo di recitare in confusione di loro l'Ave Maria al suono di mezzogiorno. Con questa difesa la cristianità poteva dormire tranquilla fra due guanciali: intanto i devoti sappiano che recitando l'avemaria meridiana si gratificano l'anima di quel santo pontefice, che fu Alessandro Borgia.
Sfrontatezza di prete è cosa enorme, due cotanti cresce nel frate: nel gesuita poi perde peso, numero, e misura, però ci ha caso sentirci opporre: «lasciamo da un lato le arti, il pontefice ripigliava il suo.» Anco così non sarebbe vero; il Papa avrebbe sempre lacerato il manto pontificio per istituirne retaggio ai propri figli, e al Valentino uno stato da potere usurpare Roma e la Italia. Per ottenere sposa al suo bastardo Giuffrè Sancia bastarda di Alfonso il Papa consentì si alienassero dalla Chiesa le contee di Anguillara e Cervetri, poco prima causa di guerra tra Ferdinando di Napoli e lui: un dì propose in concistoro erigere un ducato di Benevento, Pontecorvo, e Terracina, ed investirne il duca di Gandia; nè i Cardinali dissentirono, uno, il Piccolomini, si oppose invano: dov'è dunque il dominio temporale d'instituzione divina? Dove la ragione del non possumus di questi preti potenti della nostra sola stoltezza. Quando Lucrezia andò a marito ad Alfonso d'Este arraffò al capitolo di Bologna Cento, e Pieve, e gli aggiungeva per dote alla figliuola dilettissima.
Che fosse diventata Roma in cotesti tempi io non dirò, lascio che lo racconti il Cardinale Eligio di Viterbo di cui le parole queste, voltate nella favella italiana: «non mai nelle città della sacra giurisdizione furono visti più scellerati tumulti, più spessi saccheggi, nè stragi più miserande, non mai per le vie meno vigilate la rapina dei ladroni, o in Roma non mai maggiore la copia delle spie, e dei delitti, o la licenza dei sicarii, o l'audacia e il numero degli arraffatori per modo che fuori delle porte non puoi andare, nè dentro senza pericolo rimanere; i cittadini si avversano nemici; legge umana o divina non si osserva; se in casa serbi alcun che di bello o di prezioso, guai! Invano in torre chiuso, in casa, o in camera ti confidi sicuro; nulla vi ha di sacro, nulla di salvo; quì l'oro, la violenza, e il veleno comandano.»—
Ed era un Cardinale della Chiesa, che sbottonava così, immagina che avrebbe detto Lutero se si fosse trovato a Roma in quei tempi. Nè sole le sostanze della Chiesa, o dei cittadini gettaronsi nelle fondamenta della potenza dei Borgia, ma il sangue altresì; di fatti il Valentino ammazzato il fratello lo gittò nel Tevere; il padre Alessandro pianse e si disperò, poi ridottosi a colloquio col Valentino si tacque, nè più ricordò il trucidato figliuolo. Io per me penso, che queste saranno state le truci consolazioni di Cesare; dentro una corona non capire due teste, però o Cesare o Francesco Borgia; e il fatto mostrava chiaro per la fortuna della casa meglio assai adattato lui, che il morto; il quale con pari odio lo ricambiava, ma meno si sentiva audace, ed era povero di partiti. Così avere ordinato il genio di Roma fino dai tempi di Romolo, la prima pietra fondamentale per costruire grandezza nella eterna città dovere essere intrisa di sangue fraterno. Quasi tutti gli storici aggiungono come oltre la cupidità dello impero spingesse il Valentino al fratricidio l'astio di vedersi il fratello rivale negli amori incestuosi con la sorella Lucrezia, la quale con entrambi, e con altri, cristiana Messalina e peggio, si mescolava; e può darsi, chè della famiglia degli antichi Atridi, dei meno vecchi Borgia, e dei moderni Romanoff di Russia tutto è lecito credere; tuttavia non penso, che anco il padre Papa appetisse abbominevoli congiungimenti con la figliuola[1]: troppo il misfatto, troppo poche le prove, e per compenso non presto fede alla vita incontaminata, che ci raccontano avere ella condotto dopo le nozze col d'Este; le lettere scritte da lei duchessa di Ferrara a Pietro Bembo, che poi fu Cardinale, e le treccie dei suoi capelli biondi che vi sono attaccate le quali si serbano nella Biblioteca Ambrosiana di Milano dimostrano espresso, che forse ella perse il pelo, il vizio mai. Anco sopra di lei il Papa faceva fondamento di grandezza; già accennai delle terre, e delle ricchezze donatele; ora ricordo, che in pubblico concistoro Alessandro la promosse governatrice perpetua della città e ducato di Spoleto, ce l'accompagnò il fratello Giuffrè con regia pompa, e si racconta, come in quel torno ella essendo caduta inferma tre vescovi le ministrassero le cure servili alle quali prepongonsi le privatissime ancelle; le dettero quattro mariti; al Papa padre aveva un bell'ordinare Gesù, quod Deus junxit homo non separet, egli univa, e scioglieva secondochè gliene tornasse il conto; il primo fu certo gentiluomo napolitano o spagnuolo, che la tolse innanzi che Alessandro agguantasse le somme chiavi, e dopo la lasciò avutane la mancia; di costui non mi venne fatto rinvenire il nome e non importa; poi se l'ebbe Giovanni Sforza e la tenne quattro anni in capo ai quali si lasciarono; il Guicciardino narra, che ciò fu per colpa del Papa il quale non potendo soffrire neppure uno sposo per rivale annullò il matrimonio per causa d'impotenza; arduo a credersi, e inoltre mal si accorda con le nuove nozze subito procurate a Lucrezia di Alfonso duca di Biselli figlio naturale di Alfonso II re di Napoli; da questo ebbe un figlio, e sembra i coniugi si amassero, però o gelosia, o cupidità di più utili parentele, ovvero odio che il giovane gl'inspirasse, o quale altro demonio invasasse il Valentino lo fece assassinare da una mano di sicari davanti la stessa porta di San Pietro, e poichè sembrava che delle ferite non volesse morire un bel dì lo trovarono nel letto strozzato.
[1] Il Pontano per Lucrezia viva, e che sopravvisse a lui meglio di 20 anni, compose questo epitaffio:
«Lucrezia fu di nome, e Taida in fatti,
«Adesso in questo tumulo riposa.
«Di Alessandro figliuola, e nuora, e sposa!
«Hic jacet in tumulo, Lucretia nomine sed re Thais,
«Alexandri filia, sponsa, nurus.»
E il Sannazzaro, quel sì pio, che cantò con un poema pieno
di devozione de partu Virginis, fece questi altri versi in
infamia del padre, e della figliuola:
«O fato! sempre ti appetisce un Sesto
«Lucrezia, adesso per te il padre è questo!
«Ergo te semper cupiet, Lucretia, Sextus!
«O fatum diri numinis hic pater est!
Concetto degno di scolare di rettorica come quello, che poggia sul riscontro del nome di Sesto Tarquinio, e del numero di ordine, che toccò ad Alessandro.
Il Guicciardini il quale sempre pensa alla più trista nondimanco con prudenza dichiara: «era medesimamente fama, se però è degna di credersi tanta enormità, che nello amore di madonna Lucrezia concorressino non solamente i due fratelli, ma eziandio il padre medesimo.»
Questo vuolsi considerare, che il Pontano e il Sannazzaro napolitani erano, e devotissimi agli Arragonesi indegnamente traditi dai Borgia, e la passione non vede lume; gli uomini corrono a credere piuttosto il male che il bene per tutti massime pei potenti; i quali se beneficando sempre appena acquistano grazia, diventano segno di odio imperituro quando adoperino la potenza in danno ed in istrazio altrui.—E certo io reputo indizio grande di verità il silenzio, che di questo incesto col padre ed anco co' fratelli osservò il Burcardo maestro di cerimonie del Papa, il quale delle infamie di casa Borgia ti comparisce piuttosto rivelatore sfacciato, che dissimulatore devoto, o almanco prudente.
Quando mi sono adoperato di purgare il Papa e la figliuola Lucrezia dalla scellerata accusa io lo confesso ci sono stato condotto piuttosto dallo orrore, che sento per simili immanità, che da persuasione, la quale fosse in me; difatti vuolsi sforzo non piccolo a sostenere così, dove pensi quali, e quante le turpitudini, e le brutture in che si avvoltolarono costoro. Tu odi questo racconto ricavato non mica da gente ostile, bensì da amicissima, anzi dallo stesso maestro di cerimonie del sacro palazzo, Burcardo, e poi confrontando con quanto Svetonio e Tacito raccontano di Nerone, e Sifilino di Eliogabalo giudica dove sia maggiore la infamia: «nella domenica ultima del mese di ottobre cinquanta meretrici oneste, o vogliamo dire cortigiane cenarono col duca Valentino nelle sue camere nel palazzo apostolico, le quali dopo cena prima con le vesti addosso e poi ignude danzarono co' servitori, e con altri convenuti là dentro: poi disposero candelieri da altare con i ceri accesi sul pavimento dove essendo sparse noci le meritrici giù nude carponi si dettero a raccattarle aggirandosi traverso i candelieri; il Papa, il duca, e la sorella Lucrezia tutte queste cose contemplando ne pigliavano maraviglioso diletto: all'ultimo per giudizio dei presenti furono distribuiti i premi ai vincitori con vesti di seta, paia di pianelle, berrette, ed altro, vale a dire, a quelli che pubblicamente si fossero più volte mescolati in venereo congresso con le femmine[1].» Certo senza tema di aggravarci la coscienza noi ci possiamo avventurare a credere molte cose di simil padre, e di siffatta figlia.
[1] Burcard. Diarium De convivio quinquaginta meretricum cum duce Valentino. Eliogabalo, per testimonianza di Sifilino fece di più, compose alle meritrici radunate una bellissima orazione, la quale, chi ne ha vaghezza, può leggere nel medesimo autore.
Gli uomini inconsueti allo sguardo lungo nelle storie sbigottiscono del presente; chi poi ha per costume speculare nei tempi tocca con mano come la Provvidenza, o vuoi ordine segreto delle cose mantenga il mondo in perpetua vicenda cavando dal male il bene, ed anco pur troppo dal bene il male dove questo o giunga inopportuno ovvero offenda co' modi; però dallo eccesso della depravazione romana ecco uscirne la necessità della riforma; troppo presto arrivarono i martiri di Basilea, e troppo presto altresì Girolamo Savonarola, nè buono in tutto, nè sacro; chè presumendo ritemprare la gente con la esagerazione della beghineria si tolse a compagno della opera l'errore, non già la sapienza, inoltre ricorrendo ai miracoli dimostrò tre cose, una anco a mente dei creduli, e fu la prosunzione di tentare Dio ad operare miracoli per lui; le altre al cospetto della filosofia la quale giudica così, o egli ci aveva fede, ed era grullo, o non ce l'aveva, ed era ciurmatore: anco cotesto avviticchiare la religione con la politica non va, nè può andare a sangue ai prudenti: per ultimo spietato fu col Gonfaloniere Bernardo del Nero, e i quattro cittadini messi a morte dirittamente forse, ma in ispregio della legge dal medesimo frate proposta, ed a insinuazione di lui decretata: nè si opponga, ch'ei se ne stette a parte, imperciocchè questo al contrario lo aggrava, avendo lasciato fare i suoi fazionari cui egli avria di leggeri potuto impedire; ma non importa, il ragno dopo sette volte cessa ordire la sua tela la umanità non ismette mai; tra poco verrà Lutero.—La sventura della invasione straniera anch'ella a qualche cosa fu buona: tardi a cotesti tempi i commerci fra gli uomini, difficili, per non dire disperate le notizie lontane; strade nessuna o poche, e queste dirotte, o pericolose; la stampa novellina; da questo veniva, che pochissimi sapessero le infamie di Roma, ed in confuso; ora i Francesi, i Tedeschi, gli Spagnuoli, gli Svizzeri, e di ogni generazione stranieri qui convenuti videro a prova chente fossero Roma, e i sacerdoti suoi; e le incredibili immanità ebbero pure a conoscere vere; donde lo scapito della reputazione già grande toccava il colmo. La Chiesa appartatasi dalla dottrina di Cristo, e dalla virtù dei primi padri della Chiesa con la temeraria improntitudine sua si era alienata i fedeli, sicchè curando meno lo spirituale, assai aveva fatto assegnamento sul dominio temporale, e vi era riuscita; la Chiesa considerata stato non fu mai tanto potente come ai tempi di Alessandro VI; dopo lui declina; più tardi lo vedremo, si arrabatta a riagguantare il credito spirituale con le manette, i roghi, e il carnefice, ma atterrisce non guadagna cuori; e il temporale, dopo essersi dibattuto invano per reggere da sè, non può sostenere, se non a patto di profferirsi sbirro ai principi secolari: messi in comunella gli arnesi delle varie tirannidi instituiscono preti, e principi società di tiranni.—Ora la Chiesa cattolica agonizza, e l'hanno condotta a tale molto la virtù dei riformatori, e dei filosofi, ma cento cotanti più i suoi misfatti, e la sua superba follia; ella pensò avere riposto nel sepolcro la libertà dell'anima, ed in vero, ce la chiuse, non però morta: quel sepolcro diventava un'altare, e dalle fessure della lapide proruppe la luce, che illumina e non consuma, eccetto le ree cose. Di fronte alla inquisizione sta la stampa; a Costantinopoli, tolto alla cristianità per colpa dei principi, l'America data alla cristianità da un popolano, il quale secondo il solito ne ottiene un guiderdone di catene. Da tutto questo deriva, che noi dobbiamo ammirare, per mio giudizio, come provvidenziale il pontificato di Alessandro VI; più volte questa forza segreta, che agita i casi umani lo preservò; la prima quando reduce dalla sua legazione di Arragona, e di Portogallo ruppe sopra la spiaggia pisana, e di centottanta ch'erano con esso seco su la galera, veruno, egli eccettuato, si salvò; la seconda allorchè tracollando la cima del campanile di San Pietro massi enormi e ferri gli cascarono ai piè senza offenderlo mentre in compagnia del Cardinale capuano passeggiava per la loggia delle benedizioni; la terza, e fu la più paurosa di tutte: stando egli nelle segrete stanze il giorno della festa di San Pietro un turbine fra folgori, e pioggia schiantato il più alto dei cammini del Vaticano lo rovescia con immenso fracasso sul tetto, il tetto, sfondasi fiaccando due travi del pavimento più prossimo, le quali ruinando il soffitto della medesima stanza nella quale in cotesto punto si trovava il Papa ne fracassano la trave maestra, che precipita giù in mezzo a un nugolo di calcinacci giusto in quel punto, che due prelati d'ordine suo si erano fatti alle finestre per chiuderle; onde essi sbigottiti dallo sprofondamento inforcati i parapetti quindi strillavano: il Papa è morto!—Il Papa, se togli lievi contusioni, e moltissima paura ne uscì liscio, gli altri no; chi ne rimase morto, chi ferito; egli volle andarsene in pompa a ringraziare la Vergine nella Chiesa del Popolo, cui aveva fatto dipingere a immagine della Vannozza!
Molte costituzioni di questo degno sacerdote tuttavia come dommi si riveriscono ed osservano; che monta ei fosse quello che fu, e che piglia fastidio ridire? Quanto a fede poteva disgradarne i più solenni fra i santi padri. Perciò che spetta noi altri scrittori, noi dobbiamo professargli obbligo grande, ed è la censura della stampa confidata ai Vescovi, ed ai Vicari. La tirannide per istinto sente la ingiuria della libertà, e per converso questa le ingiurie di quella: il duello da secoli dura fra loro, nè sta sul punto di cessare per ora.
Pio III, dei Piccolomini, passa come ombra sopra la opposta parete, subentra Giuliano della Rovere col nome di Giulio II; dicono eleggesse questo nome con la intenzione d'imitare i gesti di Giulio Cesare, nè questo io credo, chè uomo inane ei non si mostrò mai, comecchè ambizioso fosse ei molto, di sè sentiva altamente, e come osserva con parole argute il veneto Trivisan: «il Papa vuole essere il dominus et il maistro del foco del mondo.» Assunto al pontificato a posta sua bandì una bolla contro la simonia dei brogliatori al papato, quantunque egli per arrivarci promettesse al Cardinale Ascanio Sforza restaurare i suoi nel ducato di Milano, a quello di Carvajale conserverebbe il regno di Napoli al re cattolico; che più? Il Valentino si obbligò per iscritto promovere a gonfaloniere, e Capitano generale della Chiesa. Ora se questa non è simonia in che cosa dovrebb'ella consistere noi per verità non sappiamo; ma i potenti ebbero sempre in costume una volta saliti in alto, maledire la scala, che gli ha condotti. Egli fu d'indole piuttosto, che risoluta avventata; urlò fuori barbari, e più volte gli spinse in Italia cominciando da Carlo VIII; sempre vario, ora infocato, tempesta contro i Veneziani, e da prima gli scomunica; vedendo non fare effetto le scomuniche forma la lega di Cambrai ai danni loro; ma poichè essi disertati rendono la città causa prima dei suoi furori, di un tratto di amico si fa nemico ai Francesi, arma gli Svizzeri, scomunica il duca di Ferrara perchè amico alla Francia, assedia la Mirandola, ed espugnatala ci entra per la breccia; lui non domano gli anni, nè le infermità, nè le asprezze di rigidi inverni; acquista alla Chiesa Bologna e Perugia, quella levando ai Bentivoglio, questa ai Baglioni, e la prima ordina a reggimento oligarchico, la seconda a democratico; nato, e cresciuto in mezzo ai repubblicani, Giulio repubblicano era a modo suo; durante la vita sostenne sempre, che non valgono nascita, nè trattati per legittimare il dominio di principi così nostrani come forastieri sopra i popoli; ogni cosa dover cedere dinanzi alla comodità di questi, unici e veri sovrani della terra. Siffatte dottrine professò Papa Giulio, e qualche altro Papa altresì; forse, cercando, si troverebbe ancora parecchi principi repubblicani in casa altrui; in casa propria poi la bisogna cammina diversa.
Di amici un dì Luigi XII e Giulio II diventano nemici mortalissimi; quegli convocati i Concili di Bourges, di Pisa, e di Milano fa che vi depongano il Papa; Giulio raccoglie il suo Concilio in Laterano, scomunica l'altro, e dichiara Luigi decaduto dal trono: si guerreggiano con le penne, con le armi, e con la lingua; il men triste saluto di Luigi al Papa era; briacone; quello del Papa a Luigi non importa dire. Il Cattolico usurpa iniquamente la Navarra approfittandosi di cotesti rimescolamenti, e il Papa in odio a Francia approva; il quale trasportato da quella sua veemente e procellosa natura, per isgararla sul re Luigi, ordina la lega santa affatto contraria all'altra di Cambrai; di qui nacque la terribile battaglia di Ravenna vinta dai Francesi con la morte di Gastone di Foix: vittoria miserabile fu quella, conciossiachè le fortune francesi indi a poi declinassero sempre. Lo imperatore Massimiliano con improntitudine austriaca presume tenere per sè Verona e Vicenza: Bergamo, Padova, Treviso, Bergamo, e Crema concederà a titolo di feudo imperiale a patto gli si contino duegentomila fiorini di presente, e quarantamila annui; i Veneziani, rotta la pazienza, accordano co' Francesi; il Papa si rode dentro dalla rabbia, inferma, e muore. I laudatori di questo Papa affermano i suoi concetti generosi sempre, ma poi per soverchio di passione sovente guasti, e parci lode strana, però che, se ne eccettui Dio, veruno conosce le origini del pensiero, nè all'uomo è dato giudicarne fuorchè dagli effetti; riesce poi arduo credere, che generoso fosse il disegno di spengere la repubblica di Firenze, bandire Piero Soderino innocentissimo, rimettere in casa i Medici solo per vendicarsi di avere consentito Pisa essere stanza al Concilio, senza punto avvertire che Firenze pusilla, e strema di forze non poteva ributtare la istanza di Luigi poderosissimo allora in Italia: nè lo salva addurre come Giulio non prevedesse nè consentisse mai i Medici si comportassero da tiranni a Firenze, perchè appunto ne fossero stati banditi a causa di tirannide, ed anco non lo fossero stati prima, tiranno diventa qualsivoglia cittadino, il quale venga rimesso in casa dalle armi straniere; e i Medici prima di entrare in Firenze se ne fecero innaffiare la strada di sangue cittadino; informi Prato allo eccidio del quale si trovò presente il cardinale Giovanni dei Medici, che or'ora si trasforma in Lione X. Insomma dopo avere disegnato di opporre barbaro a barbaro servendosi dell'uno per cacciare l'altro, tolto a Luigi il titolo di cristianissimo, e conferitolo al re Enrico d'Inghilterra (e fu facile), e toltogli anco il trono, e donatolo a cui se lo andava a pigliare (questo poi parve più difficile), dopo avere a furia di bastonate sul pavimento fatto certo il Cardinal Grimani, che anco gli Spagnuoli se ne dovevano andare, e dopo empito di sangue, di miseria, e di disperazione quasi tutte le terre d'Italia morì lasciandovi barbari quanto, e più di prima.
Tuttavia Giulio fu Papa animoso, e di spiriti eccelsi così che, nota il Machiavello, se prima di lui non vi era barone romano, per piccolo ch'ei fosse, il quale si peritasse a sfidare la potestà della Chiesa, ai tempi suoi anco il re di Francia bisognava che procedesse con riguardo verso di quella. Egli concepì il disegno di San Pietro, promosse Bramante, anco Michelangiolo, e di uno sguardo benigno fecondò Raffaello. Lione, che gli successe mieteva la messe seminata da lui; questi grande di nome, Giulio grande di sostanza; che se cupido ei si mostrò dello altrui (quale il prete che non sia cupido?) arraffò per la Chiesa; fu ladro ma sacro; solo persuase Guidubaldo di Montefeltro duca di Urbino ad adottare, in difetto di successori, per figliuolo Francescomaria comune nipote a cui rese le signorie di Mondovì e di Sinigaglia; più tardi lo elesse vicario di Pesaro, e morendo supplicava i Cardinali, che non lo removessero; questa unica grazia facessero alla sua memoria, ed alla famiglia di lui.
Il Cardinale Raffaello Riario sperò che riscattata Imola dalle mani del Borgia la si renderebbe ad Ottaviano, e s'ingannò; il Papa rispose reciso non volere arricchire la famiglia a danno della Chiesa; e proprio pochi momenti prima ch'ei desse i tratti madonna Felicia sua figliuola maritata a Giangiordano Orsino con accese parole instando presso il morente per un cappello a benefizio di Guido da Montefalco suo fratello uterino, glielo negò dicendo esserne indegno. Ora di Lione X.
Piuttosto che lamentare inopia, patiamo abbondanza di scrittori intorno a lui, e non pure vari ma contrari; però di questo Papa possiamo dire quello che cantava l'Ariosto di Augusto:
«Non fu sì savio, nè benigno Augusto
«Come la tromba di Virgilio suona.
«L'avere avuto in poesia buon gusto
«La proscrizione ingiusta gli perdona.
l'Ariosto, il quale da lui larghissimo, anzi sprecone verso giullari, ed uomini contennendi, altro non ebbe che una stretta di mano, un bacio sopra le due gote, la rimissione della metà di spese per certa bolla, e finalmente la scomunica contro cui gli stampasse in suo danno l'Orlando furioso[1].—Questo Papa consente allo impulso dato alla Chiesa di convertirla in potenza temporale, e poichè chi troppo attende alla materia, e all'interesse non può fare a meno che l'interesse suo, e dei suoi non anteponga a quello altrui, così ogni Papa mira a fare stato ai congiunti principalmente con le sostanze della Chiesa, onde accadeva, che questo dominio temporale rispettabile e rispettato non si potesse formare mai, imperciocchè o i nipoti del Papa eletto avevano a spogliare i nipoti del Papa defunto, e a questo modo era guerra perpetua, ovvero sopprimendo i feudatari vecchi se ne creavano nuovi, ed allora era un disfare lo stato filo per filo; ma se qualche Papa doveva attendere ad ingrandire i suoi, Lione aveva ad essere quello, che la sua famiglia da lunghi anni, e con tenace studio mirava al principato, ed oggimai si trovava in parte dove se non anco principesca, vinceva ogni uguaglianza cittadina, e a diventare tiranno non le mancava che il nome. Lione poi nasceva da quel Lorenzo, il quale quasi metteva su la coscienza a Innocenzo VIII se non procurasse costituire i suoi in condizione regia. Partendo da Firenze per andare a Roma non si voltò addietro perchè avrebbe visto due capi mozzi, quello del Boscoli, e l'altro del Capponi colpevoli di volere restituire a Firenze la libertà, che i Medici con secolare scelleraggine s'ingegnavano torle. Promosso Papa perdonò i superstiti, arte vulgare di regno, e poi di altro non furono trovati rei, che di avere saputo la congiura, ed abborrito palesarla. Gli contrastava il papato, dicono, Massimiliano voglioso di rendere lo impero teocratico quale adesso vediamo nella Russia e nella Inghilterra; ma a cotesti tempi parve concetto mostruoso. Giulio II comecchè inviluppato in guerre continue, tuttavia, morendo, lasciò da parte 300 e più mila fiorini, a cui tosto dava la stura Lione: nelle pompe della incoronazione ne spendeva 100 mila. Della sua esaltazione menarono gazzarra i Fiorentini tutti repubblicani o no, però che tutti sperassero avvantaggiarsene; il genio mercantesco ribolliva, il quale adesso senza mistura schifoso, allora qualche pagliuzza di buono la conteneva sempre. La famiglia del Papa in cotesti tempi si trovava composta del fratello Giuliano, di Lorenzo nipote figlio di Pietro, e di Giulio figlio naturale di Giuliano morto nella congiura dei Pazzi, e di due giovanotti Ippolito, ed Alessandro figli naturali quegli di Giuliano fratello del Papa, questi di Giulio; poco curati gli ultimi, ogni fondamento di futura grandezza si poneva in Giuliano, e in Lorenzo; il Papa a costituire loro lo stato speculava dentro e fuori; ora sperò mettere le mani sul ducato di Milano, ora sul regno di Napoli, e come colui che sempre stava fisso a questo chiodo si barcamena tra Francia e Spagna, quantunque se si fosse lasciato ire propendesse per la Spagna. Strana la ventura di Parma e di Piacenza prese e riprese più che non fu il corpo di Patroclo tra Greci e Trojani; le arraffò Papa Giulio non già a nemico bensì ad amico, e confederato, a Massimiliano Sforza durante la santa lega, allegando avere esse ab antiquo fatto parte dello esarcato di Ravenna largito da Carlo magno alla Chiesa, la quale cosa nè era, nè egli poteva supporre vera. Morto Giulio queste due città pei conforti di Raimondo da Cardona rientravano in obbedienza del duca; ma appena esaltato Lione, esperto, che quanto è buono a pigliarsi è buono del pari a tenersi, le rivuole ad ogni patto; anch'egli metteva fuori il non possumus patire diminuito il retaggio di S. Pietro trasmessogli dai suoi antecessori, ma dopo pochi anni le rendeva ed ecco come: ciondolando sempre il Papa stava tra gli avversi alla Francia quando Francesco I sceso in Italia vinse a Marignano; il Papa si teneva per ispacciato, mal potendo comecchè prete capacitarsi che il re di Francia, potendo ristorare Firenze degl'immensi mali patiti per Francia, non lo volesse fare cacciandone via i Medici, e restituendola a libertà; ma se i re accettano aiuti anche dalle repubbliche non per questo renunziano ad ammazzarle quando ne capiti loro il destro; quindi ora messo pacieri tramezzo rinvenne il terreno morvido circa a lasciare incolume sè, e i suoi nella tirannide della Patria, anzi il re gliela garentiva; allora Lione sicuro da questa parte s'industria tentare gli Svizzeri, l'imperatore Massimiliano, e i Veneziani affinchè continuino la guerra; riuscita invano ogni arte rende al duca di Milano Parma e Piacenza a patto, che oltre l'accerto di Firenze egli concedesse a Lorenzo pensioni, condotta di milizia, ed obbligasse Milano a provvedere sale alle saline di Cervia: vedremo sul declinare della sua vita il Papa riagguantarle da capo, anzi somministrare, come affermano alcuni, argomento alla sua morte.
[1] «Piegossi a me della beata sede
«La mano, e poi le gote ambe mi prese,
«E il santo bacio in ambedue mi diede.
«Di mezzo quella bolla anche cortese
«Mi fu, della quale ora il mio Bibbiena
«Espedito mi ha il resto alle mie spese.»
Sicchè più tardi esclamava:
«La sciocca speme alle contrade ignote «Salì del ciel quel dì, che il pastor santo «La man mi prese, e mi baciò le gote.»
Qui sarebbe luogo a parlare della brutta ingratitudine di lui contro Venezia lasciata in asso mentre più pericolava, ma ne porgeremo esempio supremamente scellerato nel caso del duca di Urbino; piuttosto ora accennerò la fede pessima con la quale egli ingannava amici, ed avversari con eleganti ribalderie, e vanto infelice, però che sovente fosse sentito dire: «che quando si era fatto lega con uno non per questo si doveva rimanere di trattare col principe opposto[1]». Chiesta ed ottenuta fiducia di paciere egli si mise in mezzo alla Francia, all'Austria, a Venezia, alla Svizzera per accordarle; diverso poi il fatto dalle apparenze, perchè le sobillasse tutte facendo fuoco nell'orcio per avvantaggiare i suoi: sollecitava Luigi XII a calare da capo in Italia mentre sapeva attraversarlo ostacoli non superabili; e mentre che con le nozze di suo fratello Giuliano con Filiberta sorella di Luisa di Savoia madre di Francesco I mostrava attaccarsi alla fortuna di Francia spediva segreto negoziatore Pietro Bembo a Venezia per alienarla dalla Francia, ed accordarsi col re di Spagna, e con lo imperatore: narrata questa una, ci dispensiamo dalle altre perchè uguali tutte non solo nella vita di Lione, bensì di quasi gli universi pontefici. Un'Edoardo re d'Inghilterra prese per insegna una coda di volpe, ed ebbe fama di sincero: sarebbe stato salutato sincerissimo il Papa se il suo triregno avesse composto invece di tre corone di tre code di volpe.
[1] Suriano Relazione di 1553.
Alla casa d'Este non ci era maniera di cortesia ch'ei non usasse; nel suo incoronamento commise al duca Alfonso portasse il gonfalone della Chiesa; ora però noi sappiamo se coteste mostre avessero virtù di trattenerlo dalle insidie nel fine di creare uno stato ai suoi dove gli tornasse più destro: a questo duca invece di restituire Reggio usurpatogli dalla Chiesa, gli piglia Modena cui prima ribella a Massimiliano imperatore, e poi gliela compra per quarantamila ducati; e non basta, perchè non contento di levargli lo stato si adopra torre al duca Alfonso col veleno la vita; più tardi negoziando con Francesco I a Viterbo l'ebbe a restituire, ma in compenso volle, che gli fosse concesso manomettere il duca di Urbino, e questo gli consentì Francesco, secondo il costume dei Francesi, soliti a procurarsi lucro ovvero ad evitare danno alle spalle degli amici; però Lione comecchè avesse ottenuto licenza di stiantare il duca di Urbino se ne trattenne, e ciò perchè (la storia volenterosa lo attesta) Giuliano, il quale nella sventura ebbe fidato esilo nella corte di Guidobaldo di Urbino, non consentì si recasse ingiuria al suo successore: ma egli immaturo periva, insegnamento solenne pel vicario di Cristo a non porre il suo cuore qui dove la tignola rode; invano però che la libidine di averi riardeva nel petto al pontefice vie più. Ora si pubblica il monitorio contro Francescomaria duca di Urbino dove s'incolpa micidiale del cardinale di Pavia, ed era vero, che lo ammazzò alla sprovvista di uno stocco nel petto, dello assalto dato alle milizie pontificie e spagnuole dopo la battaglia di Ravenna, e del rifiuto di unirsi con la gente di Lorenzo dei Medici contro Francesco I. Francescomaria inetto alla difesa scansavasi a Mantova; indi a poco conchiuse tra Francia, Austria, Chiesa, Spagna, e Venezia la pace. Francescomaria si propone a mo' di condottiero di ventura ai soldati dimessi e con essi osteggia il Papa, e ripiglia il suo; ne segue una guerra varia dove Lorenzo tale riceve un picchio nel capo allo assedio di castello Mondolfo, che lo reputano morto. Firenze ne mena baldoria, dopo quaranta dì ricomparisce Lorenzo che fa scontare con lacrime di sangue ai Fiorentini la intempestiva allegrezza. Il duca di Urbino condusse cotesta guerra da ardito non meno che da prudente capitano, minacciò Siena e Perugia, invase la Marca di Ancona, e la Toscana, e se non avesse avuto a combattere altro che armi e' pare, che aria potuto vincere, ma il tradimento non potè; il Papa tentò farlo avvelenare, nè qui riuscendo gli contamina i soldati rapaci, e traditori. Maldonato, Suares, con due altri capitani spagnuoli si obbligano consegnare vivo o morto il duca al cardinale di Bibbiena; senonchè il duca, preso fumo della trama, audace e franco gli accusa davanti ai soldati invocando l'antico onore spagnuolo; gli va bene il tiro che gli Spagnuoli accesi e adulati lì per lì gl'impiccano; tuttavia il duca, considerando che con cotesti arnesi non vi era a fare a fidanza, nè parendogli prudente esporli al cimento della seconda prova, molto più che erano creditori di ben 100 mila fiorini di paghe, nè egli sapeva, per soddisfarli, a qual santo votarsi, piegò agli accordi col Papa abbandonando per la seconda volta il ducato, che venne tosto conferito a Lorenzo. Quantunque l'animo di Lione fosse fallace peggio del mare in bonaccia pure non mancò chi ebbe cuore per domandargli onde tanta ira contro Francescomaria della Rovere, al quale egli celando la vera, o almeno la più prossima, palesò la causa più remota, ed era: «corrergli l'obbligo di punirlo della sua contumacia, imperciocchè dalla pazienza del principe ogni barone avrebbe baldanza a contradiarlo; potente avere trovato la Chiesa, e potente volerla lasciare.» Nella storia davvero percuote la mente la strana persistenza dei casi umani, che sembrano ostinarsi a torre, e a dare questo ducato ora ai Medici, ora ai Della Rovere finchè dopo avere una di coteste famiglie inghiottita l'altra vengono ambedue sommerse dalla morte. Lorenzo anch'egli dopo avere affaticato la mente dello zio Papa per farlo principe grande; e dopo essere riuscito a farlo entrare nella casa di Francia, in virtù del matrimonio con Maddalena della Tour, manca alla cupa ambizione di casa sua morendo della turpe infermità che avvelena la sorgente della vita: e non obliando pegno di sua tenerezza lascia alla moglie l'onta e il dolore della medesima malattia. Il Papa allora invece di rendere il ducato ai Della Rovere parte ne assegna alla Chiesa, e parte ai Fiorentini in saldo dei denari somministratigli per sostenere cotesta guerra; ma Adriano IV reintegrò Francescomaria nel suo retaggio, e i Fiorentini altresì gli resero Montefeltro e le castella; così durò fino al 1626; in questo anno periva per ischianto di cuore Federigo Ubaldo infamia della sua nobile casata lasciando il padre decrepito, e la moglie Claudia incinta; il vecchio Duca, il quale quasi per assuefarsi alla quiete del sepolcro si era ritirato agli ozi melanconici di Castel Durante, eccolo di un tratto fatto campo sul quale si esercitano le minaccie e le suggestioni della Curia Romana, di Venezia, e del Granduca Cosimo II; la prima per ampliarsi, gli altri per impedirglielo. Cosimo chiamata a Firenze Claudia con la figlioletta Vittoria pure ora venuta al mondo, questa alleva e cresciuta marita col figliuolo Ferdinando II, e per simile guisa acquista i diritti della casa Della Rovere; dopo gl'intrighi le armi; il Duca vecchio aborrendo lasciare ai suoi sudditi eredità di contese renunzia il ducato al Papa; se ne pentì poi, anzi subito, chè spedì dietro al corriere per ritirar l'atto, ma non fu a tempo; così alla Chiesa toccò il ducato, alla Casa dei Medici l'archivio dei duchi di Urbino, il quale anco ai dì nostri si conserva a Firenze.
Tornando a Lione mentre negoziava la renunzia di Modena e di Reggio e la consentiva, levando al cielo il danno, chiese compenso, che a Francesco parve cosa d'importanza non grave, e la concesse, e questo fu la soppressione della Prammatica; già dissi come quella volpe di Luigi XI per gratificarsi Pio II l'abolisse, ma visti capitare male i suoi tiri furbeschi ordinò al Parlamento si astenesse da registrare il suo decreto, e così rimase in vigore meglio di prima; il prete per conseguire lo intento non si ristette da largheggiare di promesse, e di beni non suoi; promise il cappello cardinalizio al Boisy fratello del gran maestro di Francia, il soccorso di 500 uomini di arme, e il soldo di 3000 Svizzeri caso mai fosse assalito lo stato di Milano. Di questo concordato sostituito alla prammatica sanzione di Carlo VII si commossero maravigliosamente il Clero, la Università, e il Parlamento di Parigi; tale fu la sua ragione; il re nominava ai benefizi maggiori, e il Papa ne percepiva le annate, onde il timore, che la Chiesa di Francia diventasse vassalla della Chiesa di Roma; il Cardinale di Lorena spesso durante il Concilio di Trento fu udito dire, che Francesco e Papa Lione si erano spartiti i benefizi, come i cacciatori gli uccelli. E Mezeray più arguto notava: «il Papa, ch'è potenza spirituale prese per sè il temporale; lo spirituale, o vogliam dire la collazione dei vescovati, toccò al principe temporale,» Tuttavia però i Francesi non mettono su la bilancia un pezzo del vero legno della Santa Croce che Lione donò a Francesco dentro una teca preziosa, la quale era stimata quindicimila fiorini, e più, e lo dovevano mettere. Tuttavia è giusto considerare, che se la Chiesa gallicana rimase scema dei suoi diritti, questo accadde non già a benefizio della Chiesa Romana, bensì del re, e se ben guardi vedrai, ammirando, come Lione senza troppa repugnanza cedesse cosa a cagione della quale Gregorio VII aveva scombussolato il mondo.
Più tardi, nella occasione degli sponsali di Lorenzo con la Maddalena dei Reali di Francia, accadde permuta anco più turpe. Francesco restituì a Lione la carta con la quale si obbligava cedergli Modena e Reggio, e il Papa cortese gli concesse le decime levate sopra il clero francese per la guerra contro i Turchi adoperasse a suo talento, anco ai danni dei cristiani: demolitore supremo della fede il Papa.
Anco a lui, anzi più che ad altri, a lui faceva mestieri empirsi le tasche di pecunia, e poi aveva bisogno che i cardinali lo temessero, al quale intento promosse in un picchio trentun cardinale; molta arte ei mise per onestare così stemperato partito; molto più, che tra i promossi noveraronsi due figli di sue sorelle, e non pochi uomini di mal affare; gli altri ebbero a comperarsi a contanti la dignità cardinalizia, togline alquanti per dottrina, e per rettitudine illustri, cacciati costà come i frodatori sogliono inalberare bandiera di potenza amica per mettere dentro il contrabbando.
La necessità di promovere Cardinali nacque da questo, che ridotti a dodici non davano luogo a intrigo; pochi da gran tempo erano rimasti, ma a tali estreme angustie il sacro Collegio si trovò condotto dalla congiura Petrucci; se, e fin dove costui fosse colpevole insieme ai suoi complici qui non occorre cercare; certo è che Lione co' Petrucci svisceratissimi suoi prima della congiura si mostrò crudele, dopo fraudolento e spietato; il cardinale Alfonso presentandosi in compagnia del cardinale Bandinello Sauli, fidato alla religione del salvocondotto papale, è preso, e sostenuto in castello; il Sauli gli tenne dietro, e dopo il Sauli Riario, Adriano da Corneto, e Francesco Soderini; ancora cacciarono le mani addosso ad un Pocointesta da Vercelli cerusico, ed al Nino segretario. In cotesti tempi, per virtù degli argomenti che mettevano in opera, si accusavano gì'incolpevoli; i rei poi sbaldanziti dalla paura, o dal rimorso sborravano addirittura; nondimanco taluni confessarono il Petrucci, e il Sauli avere stabilito ammazzare il Papa investendolo con le coltella, o contaminando il suo cerusico Battista da Vercelli perchè lo avvelenasse medicandogli certa ulcera di che andava afflitto. Petrucci e Sauli furono entrambi degradati e commessi al braccio secolare; il Petrucci solo strozzarono; Sauli dannato a perpetuo carcere offre riscattarsi a contanti: gli si concede a patto, che torni a confessare le sue colpe in pieno concistoro: confessato, e soprattutto pagato il riscatto licenziasi; indi a breve muore, colpa della paura, o piuttosto del tossico ministratogli dal Papa. Gli altri cardinali degradati anch'essi ebbero a pagare grossa somma, Adriano da Corneto e il Soderino venticinquemila scudi; essi credevano fra tutti e due, ma pagati i venticinquemila furono ammoniti, che bastavano per uno: allora si tirarono al largo; di Adriano non più si seppe nulla; forse il ferro proditorio lo spense; il Soderino si riparò a Fondi sotto la protezione di Prospero Colonna, e quivi stette finchè durò in vita Lione; i minori congiurati, laceri, che gli ebbero i tormenti, gittarono al carnaio.
Se intorno alle guise di acquistare stato tra lui e Alessandro VI corresse divario può giudicarlo il lettore: costituitosi giudice tra Giampaolo e Gentile Baglioni, Lione cita il primo a comparire in Roma; quegli subodorando il capestro si finge infermo, e manda in sua vece il figliuolo Malatesta, il quale con oneste accoglienze accarezzato pure come procuratore del padre non si accetta; Giampaolo tentenna, ma confortato dal genero Cammillo Orsini, e da altri baroni romani, ottenuto salvacondotto papale, di mala voglia va; incauto! quanto valesse il salvacondotto del papa lo aveva pure a sapere! Lione sentendolo prossimo a Roma si reca a stanza in Castello; quivi lo accoglie, lo sostiene, e lo ammazza. Colpe al tradito apposero molte, anzi infinite, e forse ne aveva oltre al dovere; ma talune (delle quali si menò maggiore strepito) in Roma si avevano per vezzi; causa vera fu, che Giampagolo si era mostrato sempre parziale al Duca di Urbino, torbido, e cupido di dominio, insomma tale che parve al Papa non potere starsi sicuro finchè vivesse. La strage proditoria del Papa pensarono i Fiorentini più tardi imponesse al figlio il debito della vendetta, sicchè non ultima fu questa considerazione per eleggere Malatesta capitano generale; allora Macchiavelli era morto, pure aveva lasciato scritto come gli uomini, almeno allora, il sangue paterno più agevolmente perdonassero della perdita del patrimonio; peccato fu, che i Fiorentini se lo dimenticassero.—Dopo il Baglioni mandò Giovanni dei Medici contro il Freducci diventato signore di Fermo; lui avventuroso, che morì da soldato sopraffatto da fanti e cavalli in numero venti volte maggiore del suo! i minori tiranni atterriti, sbandandosi riparano in questa parte, e in quella: taluni fiduciosi della misericordia del Papa si ridussero a Roma, e la ottennero; dopo che la tortura ebbe loro stracciate le membra, patirono morte di corda l'Amedei tiranno di Recanati, Zibicchio di Fabbriano, e Severiani di Benevento. Il Roscoe solenne encomiatore di Lione siffatti gesti del suo eroe non potendo giustificare, li tace; però non dissimula quello, o piuttosto quelli che il Papa dabbene commise a danno di Alfonso d'Este, il quale comunque sortito all'onore di portare il gonfalone della Chiesa alla incoronazione di lui non andò immune dall'assalto proditorio delle milizie papaline, mentre giaceva infermo, della vita in forse, e il fratello Ippolito si trovava in Ungheria; e ne sarebbe rimasto oppresso di certo, se di opportuno aiuto non lo sovveniva Federigo duca di Mantova. Andate a vuoto queste prime insidie Lione tornò alle benevolenze consuete fra le persone più care, e queste non tolsero, che da capo non gli tramasse contro il tradimento corrompendogli Ridolfelle capitano delle sue guardie, che per danari promise ammazzare il Duca, e consegnare una porta al nemico; ma costui o buono in tutto, o subdolo tenne il trattato doppio e svelò ogni cosa al Duca. Il Sismondi afferma due cose, che al paragone io non rinvenni esatte, la prima delle quali è, che secondo lui il Muratori afferma avere letto il processo compilato intorno a questo misfatto; ora di ciò è niente; il Muratori dice, che il Duca dopo composto il processo dell'attentato con le deposizioni di alcuni complici e le lettere del protonotaro Gambara ordinatore insieme al Guicciardino di tanta enormità, lo mise da parte per valersene all'occorenza. L'altra inesattezza consiste nel supporre che il Roscoe dubiti della strage del Duca ordinata da Lione, mentre questo scrittore dichiara vere le insidie del Papa per rubare la città, ed altresì vera la tramata uccisione, solo non trova prova di fatto, che costui la comandasse; o solo lo sapesse; e così sarà, ma ciò non monta, imperciocchè riesce piuttosto assurdo negare, che facile credere come Lione, il quale per ben due volte tentò sforzare alla traditora Ferrara in odio al Duca temuto, dimenticasse metterci la giunta di mandarlo all'altro mondo: quando il prete recita l'oremus del ladro, l'amen dell'omicidio ce lo mette sempre. Il Guicciardino, che di coteste rivolture fu molta parte, raccontando il caso, tace dello assassinio; forse lo ignorava, ma sapendolo è naturale lo dissimulasse o perchè ogni uomo rifugga confessare la propria infamia, o perchè manifestandolo si sarebbe tirato addosso l'odio dei Medici suoi padroni, e quello degli Este provocati a bastanza: però voglionsi bene conficcare nella mente questi ricordi di lui, che ho allegato altrove, e mai non rimango citare quante volte me ne capiti il destro; da questi si ricava in qual concetto tenesse la gente chiesastica, e se di ogni più rea azione li reputasse capaci: «io non so a cui dispiaccia più, che a me l'ambizione, l'avarizia, e la mollizie dei preti… nondimeno il grado, che ho avuto con più pontefici, mi ha necessitato amare per il particolare mio interesse la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Lutero quanto me medesimo, non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana… ma per vedere ridurre questa caterva di scellerati a' termini debiti, cioè a restare o senza vizii, o senza autorità.[1]» Ribadisce più veemente il chiodo col Ricordo CCCXLV: «io ho sempre desiderato naturalmente la ruina dello stato ecclesiastico, e la fortuna ha voluto che sieno stati due pontefici tali che sono stato sforzato desiderare e affaticarmi per la grandezza loro; se non fussi questo rispetto, amerei più Martino Lutero, che me medesimo, perchè spererei, che la sua setta potessi ruinare, o almanco tarpare le ale a questa scellerata tirannide dei preti.»
[1] Ricordo XXVIII.
Nel Ricordo CCCXVII insegna…. che insegna egli mai? Cose che essendo state pensate e dette ora sono trecento anni e più fra noi, sembra impossibile che non l'abbiano apprese, apprese non l'abbiano tolte a norma di vivere: «tutti gli stati, chi bene considera la loro origine, sono violenti, nè vi ha potestà che vi sia legittima, dalle repubbliche in fuora nella loro patria e non più oltre: nè anco quella dello imperatore, ch'è fondata in sulla autorità dei Romani, che fu maggiore usurpazione che nessun'altra; nè eccettuo da questa regola e' preti, la violenza dei quali è doppia, perchè a tenerci sotto usano le armi spirituali, e le temporali.»
—Tre cose, messere Francesco desiderava vedere innanzi, la sua morte, ma dubita, ancora ch'ei vivesse molto, non ne vedere alcuna: uno vivere di repubblica bene ordinata nella città nostra, Italia liberata da tutti e Barbari, e liberato il mondo dalla tirannide di questi scellerati preti.[1] E sembra, che sia difficile però ch'io mi trovi giusto a desiderare queste cose come lui; però se non conseguiva la prima, sua la colpa in gran parte, essendosi adoperato a tutto uomo a rituffare la Patria nel servaggio, quantunque lo spettacolo della virtù cittadina strappasse dai suoi labbri beffardi la singulare sentenza:—«accade qualche volta e' pazzi fanno maggiori cose, che e' savi: procede perchè il savio dove non è necessitato si rimette assai alla ragione, e poco alla fortuna: il pazzo assai alla fortuna e poco alla ragione; e le cose portate dalla fortuna hanno talora fini incredibili. I savi di Firenze arebbono ceduto alla tempesta presente, e' pazzi avendo contro ad ogni ragione voluto opporsi, hanno fatto insino a ora quello che non si sarebbe creduto, che la città nostra potesse in modo alcuno fare.—«E su ciò nota, che i cittadini di Firenze non si posero in balìa della fortuna bensì della virtù, la quale se non li rese felici nè anco potè farli sventurati, avendo conseguito fama immortale, e morte onoratissima combattendo per la Patria; mentre Messer Francesco, che certo si poneva fra i savi, nocque alla Patria, guastò il nome, e dopo vita umiliata lo colse la morte senza compianto. Piaccia al cielo che i nostri figliuoli, tenuta a vile la sapienza dei Guicciardini, s'innamorino della follìa del Ferruccio.
[1] Ricordo CCXXXVI.
A così enormi prodigalità, a tanti tramestii ogni gran fonte di guadagno veniva meno, sicchè per ultimo mise mano alla vendita delle indulgenze facultando i suoi commessi ad aprirne mercato là dove trovassero il terreno disposto. Qui non ha luogo la storia di simile successo, epperò mi passo da investigare se e quanto vera la fama delle turpitudini, che lo accompagnarono; fatto sta, che cose brutte ci furono, e Lione fece prova di solenne imperizia a toccare quel tasto. Non secondando gli umori dei tempi la Curia di Roma potè, mescendo disciplina e domma, perfidiare offesa alla religione ogni conato di riforma morale, e commettere al fuoco il molesto predicatore; quando poi, per le cause discorse allorchè tenni proposito di Alessandro VI, gli stranieri conobbero di che panni vestissero i preti di Roma bisognava, per evitare che i nodi arrivassero al pettine, avvertire due cose, mutare costume, e credere, o fingere credere quello che sotto pena di fuoco si pretendeva che credesse altrui: di vero dei roghi dei primi eretici non avanzò altro, che ceneri, le quali andarono disperse dal vento; ma di quelli di Girolamo da Praga, di Giovanni Huss, e del Savonarola rimasero tizzi accesi a illuminare le menti degli uomini. Gli scrittori clericali, ed anco altri per avventura non clericali negano addirittura la incredulità del Papa e dei chierici romani, ovvero co' soliti arzigogoli l'attenuano: certo noi non possiamo accertare se Papa Lione dicesse a Pietro Bembo:—buon pro ci fece, Pietro, cotesta novella di Cristo.—Neppure ci è dato conoscere la verità di quanto afferma Lutero, il quale scrive avere udito a Roma certo sacerdote nella consumazione del sagrifizio della messa dire a voce alta, quasi parlando all'ostia:—pane sei, e pane rimani,—comecchè la ci paia proprio fandonia, a meno che il prete non fosse matto; tuttalvolta ci era da fare poco fondamento su la fede di un Papa educato dal Poliziano, il quale sul serio scriveva a Lorenzo il magnifico fargli specie come la moglie Clarice non si vergognasse di mettere fra le mani al suo figliuolo Giovanni un libro barbaro come il saltero, e questo Giovanni fu per lo appunto Lione. A Roma Pomponazzo predicava l'anima mortale ovvero materia; e dalle sue opere si apprende manifesto lo spregio in che ei teneva la religione cristiana[1]. Erasmo ebbe a maravigliare non poco quando un dotto prelato pretese provargli la uguaglianza dell'anima umana con quella delle bestie per via di argomenti cavati dalla storia naturale di Plinio. Sappiamo da Paolo Canensio nella Vita di Paolo II come giusto in Roma, anzi nella Curia medesima, moltissimi prelati, massime giovani, andassero strombazzando la fede cattolica fondarsi sopra pie frodi di uomini riputati santi, piuttosto che sopra testimonianze di verità; e discorrendo pei generali il Caracciolo nella vita di Paolo IV ci assicura che in quel tempo non pareva fosse galantuomo e buon cortigiano colui che dei dogmi della Chiesa non avesse qualche opinione erronea, ed eretica.—Nè in Roma solo ma per tutta Italia; e il Daru, il Ginguenè, e il Ranke ricordano certo poema di Francesco de' Lodovici intitolato il Trionfo di Carlomagno, dove immagina Rinaldo, essendo penetrato nell'antro dove la Natura fabbrica gli animali, sente dire da lei, ch'essa assegna loro più intendimento o meno secondo la eccellenza della forma; e domandando egli se anima ce ne metteva la Natura risponde:
«Quell'altro poi, che in voi dici immortale
«Io non lo fo; se Dio lo fa, sel faccia;
«Che cosa egli si sia nè so, nè quale.
«Puote esser molto ben, che a lui ne piaccia
«Far, quando i corpi fo, qualcosa in voi,
«Che torni al vostro fin nelle sue braccia.
«E questo se a te par creder lo puoi.—
[1] Messo a mal partito poi si ritrattò affermando così avere sostenuto non per suo convincimento, bensì secondo la opinione di Aristotele, ma ei mentiva; materialista incurabile lo chiariscono le sue opere tutte, e per fine l'epitaffio, che, da lui stesso dettato, gli posero sopra la tomba.
Quanto a costumi non importa dire; anco prima di Leone le meretrici pubbliche avevano sepoltura in Chiesa, come la famosa Imperia, cui inalzarono onorato monumento in San Gregorio con tale epitaffio dove levavasi al cielo la venustà delle sue forme.—A dritto uno storico gravissimo dichiara il pontificato di Lione essere stato tutto un Baccanale; Marco Minio oratore con parole come convengono al suo ufficio compassate scriveva:—è docto, e amador di docti, ben religioso, ma vuol viver.—Di lui corse fama bieca per troppo addomesticarsi che faceva co' paggi di corte, formosissimi tra i garzoni d'Italia, e il Giovio nel difenderlo lo aggrava, dacchè dopo averlo encomiato casto al pari di Giuseppe ebreo o giù di lì, mi scappa fuori con la domanda: e chi può avere scrutato i segreti della notte? E aggiunge poi che tali bazzecole non si hanno a rinfacciare ai buoni reggitori, essendo noto come quel Traiano, delizia vera della umanità, di culto eccessivo proseguisse gli Dei consenti Venere e Bacco: per me dico, che le specialità non possono con giustizia apporsi a persona dove non siano chiarite; rispetto alle generalità basta la induzione onesta e giudiziosa; così questa facenda dei donzelli non credo perchè non trovo provata, ma nè pure mi persuado della esemplare castità di Lione considerando la vita, gli ozi, ed i sollazzi di lui; stivalato e incavallato buona parte del tempo egli spendeva alla caccia, e tanto dietro questo divertimento andava perduto, che per poco non cadde prigioniero dei Turchi a Civita Lavinia; le commedie alle quali egli assisteva, ai dì nostri la censura più rilassata ributterebbe come troppo invereconde; mostruosi i vizi di Alessandro VI, e per questo appunto meno nocivi come quelli, che si svelavano nella immane loro bruttezza; pieni di pericolo quelli di Lione perchè eleganti; tutto rettile il primo, sirena il secondo; non arduo schermirsi dalle infamie borgesche, impossibile non isdrucciolare nelle corruttele medicee; ora le turpissime cose spolverizzate dei profumi di Tibullo, di Anacreonte, e di Orazio. Giuochi, canti, e femmine leggiadre; il Papa caritava anch'egli, e bene; giocava alla disperata, vincesse o perdesse le monete di oro buttava via: pareva larghezza e non era, bensì voglia o bisogno di vedersi attorno faccie contente che lo rallegrassero; di vero, passato quel momento, si mostrava piuttosto scarso, che no; e qualche volta anco avaro. I suoi sollazzi crudeli, e rammentiamoci, che il Petrarca, il quale più volte volle divinare amore, ci scappa fuori con questi versi:
Ei nacque di ozio, e di lascivia umana, Nudrito di pensier dolci e soavi, Fatto Signore e Dio da gente vana.
E quel Platone filosofo solenne, donde venne l'amore platonico, spasimò di amore per Archeanassa di già attempata dicendole con galanteria da disgradarne un Parigino, che nelle rughe del suo volto scorgeva il nido degli amorini; e quello ch'è peggio ebbe in delizia Astero venustissimo per cui compose bellissimi versi, che pure ci sono avanzati. Accoglieva parasiti a patto mangiassero corvi, scimmie, ed altre simili ree vivande; se squisite le avevano a scontare con mille strazi, e spesso con percosse da spezzare loro le braccia, e le costole; non mancarono nè anco le ferite con le quali rimase deturpato il Querno: uomini per vecchiezza venerabili uccellava così, che ne diventarono matti; dopo averli ridotti a questo miserrimo stato li cacciava su la pubblica via. L'inglese Roscoe panegirista di Lione narra del trionfo del Barballo, povero uomo che pativa dello scemo, infatuato della poesia così da reputarsi maestro non che ad altri all'Alighieri e dei velluti verdi e dei rasi cremesini, dei ricchi e belli vestimenti, dei preziosi ermellini, e di ogni altro apparecchio per la sua incoronazione in Campidoglio; ce lo mostra assettato sopra le groppe dell'Elefante che il re di Portogallo donava a Papa Lione procedere glorioso, poi tremare a verga però che il Liofante, atterrito dal rombazzo di urli, di nacchere, di trombe, e di tamburi, giunto al ponte Santo Angiolo non volle più ire innanzi, sicchè fu ventura al tapino scendere salvo da cotesta altezza, e tra i fischi, e le sassate della bordaglia ridursi al suo povero tetto.
L'Inglese dabbene tratto dalla manìa di lodare il suo eroe non bada che quel povero Barballo abate fosse, e come pure ci ricorda il Giovio, di sessanta anni vecchio, per aspetto venerabile, e di capelli canuti, nè che per cotesto strazio crudele in lui restasse spento quel po' di lume d'intelletto, onde l'uomo fa fede della sua origine celeste[1]. In somma chiunque si assettasse sopra la cattedra di S. Pietro se tristo diventava immane, se comportabile tristo, lo inculto selvatico, il culto vulgare: pareva, che un'aere pestilenziale si respirasse in coteste sedi sublimi; leggesi come Lione assai si commovesse quando Lutero accennò ai costumi pieni di obbrobrio della Chiesa romana, allorchè poi prese ad assalire il dogma assai se ne rallegrasse: «costui ha tolto» corre fama ch'ei dicesse, «costui ha tolto a dare di scure al ceppo; «più forti braccia che non sono le sue ci si ruppero, e ci si romperanno.» Lione s'ingannò; sagace era, ma la troppa fiducia illude i meglio avvisati; sicchè i preti andranno in fondo per sempre esclamando, che la bandiera del diavolo non prevarrà; che se questa superbia non faceva velo a Lione avrebbe veduto la necessità appunto di stringere le redini dello spirituale; imperciocchè mentre il papato insaniva dietro i beni terreni, ed i vani diletti, i principi laici per incalzarlo meglio delle cose dell'anima neglette si prevalevano a loro pro; di vero Carlo VIII assai si avvantaggiava del Savonarola contro Alessandro VI, Luigi XII per mettere Giulio II a partito convocò il Concilio di Pisa. Lo imperatore Massimiliano prese a proteggere Lutero, non patì gli usassero violenza, e quando lo raccomandò al principe elettorale di Sassonia gli disse: «custoditelo diligentemente, che un dì potremmo avere bisogno di lui.» Troviamo scritto pei libri come Carlo V fra le cose di cui molto si pentiva annoverava quella di avere osservato la fede del salvacondotto a Lutero, parendo a lui che gli eretici non meritino altro che capestro, e fuoco; e questo può darsi, così favellava a San Giusto distrutto parte dalla gotta, e parte dalla paura del diavolo; però quando lo fece sparire a Varburga, uno scrittore del tempo ci attesta: «ch'ei soleva escusarsene pel rispetto al salvocondotto; ma la verità fu che conoscendo, che il Papa temeva molto di questa dottrina di Lutero, lo volle tenere con questo freno.»
[1] Ma il Giovio cortigiano e vescovo dopo averci narrato, nella Vita di Lione X, che il Cardinale Bibbiena si distingueva a far perdere il senno ad uomini provetti, e il Papa soleva pigliarsi spasso di loro, li lodava, li regalava, dava loro ad intendere panzane per modo che di sciocchi ch'essi erano gli faceva diventare al tutto pazzi ed insensati, aggiunse: siffatti scherzi erano degni di un principe nobile e gentile.
Scrittori gravissimi meditando intorno alle cause per le quali la dottrina di Lutero attecchita in Germania non provò in Italia affermano, che in Italia pigliò indole piuttosto letteraria, che teologica; e dicono altresì, che i nostri filosofi invece di riformare la religione saltarono su ad abbattere Dio addirittura; certo lo studio dei classici così greci come latini educò, più che non bisognava, i savi del tempo al dubbio beffardo; e non contrasto la negazione di Dio essere antica dottrina in Italia; per non rammentarne altri da Guido Cavalcanti fino al Pomponazzo ne occorre continua la traccia; ma la sentenza degli scrittori alemanni troverai non vera solo che tu pensi ai tanti confessori della dottrina luterana surti in Italia tutta, a Siena come a Ferrara, a Lucca come a Firenze, a Napoli, e altrove, nè fra gli uomini solo bensì tra le donne, e non mica vulgari, o ignoranti, ma all'opposto preclare per ingegno, e di alto legnaggio. A suo luogo accennerò della causa, onde la riforma venne meno in Italia; intanto se ciò fosse bene o male, io non saprei; dacchè la riforma ti paia cosa finchè combatte, ed abbatte: adesso cattolicismo, e riforma mi fanno sembianza di gladiatori spiranti per le mutue ferite; chi lamenta la unità cattolica offesa per mio avviso ha torto; imperciocchè prima di raccogliere gli uomini tutti, o almanco la massima parte, in una fede sola essa decadde per non riaversi mai più; nè era desiderabile, che da lei si assembrassero i viventi dentro concetto di errore; e parmi non abbia ragione chi si lagna, che non incontrino favore fra noi le dottrine dei riformisti, dacchè se meno assurde tuttavia ci sonano a posta loro erronee, o almeno vuote della verità finale in cui spero, che si appunteranno un giorno tutti gl'intelletti umani:—Dio—
Dio, mente dell'universo, al sentimento del quale per sicuro non ci avviano nè Bibbia, nè Corano, nè altro libro di religione antico o moderno; e dico sentimento non conoscenza, però che per questa a noi facciano difetto sensi, e spiriti, mentre per sentirlo ci basta amore.
Poichè in fondo all'agonia di fondare stato alla sua casa Lione si trovò con tre bastardi, Giulio cardinale poi Clemente, Ippolito e Alessandro, di un tratto preso da non so quale uzzolo di emulazione per Giulio II si mise a gridare: «fuori barbari!» A questo fine aizza l'un contro l'altro Francesco I e Carlo V, i quali non avevano bisogno di stimoli; al Papa piacevano Parma e Piacenza guadagnate da Giulio, e perdute da lui; onde ricuperarle bisognava romperla con la Francia; gli garbavano altresì molte provincie del regno di Napoli, e tutto, magari, se si potesse; ma per questo bisognava osteggiare lo Impero; scelse per amica la Francia; poi allo improvviso lasciata in asso la pratica si accorda con lo Impero: di qui la guerra che il Guicciardino descrive, e della quale fu parte: anco una volta ebbero a sentire i Francesi (comecchè non l'abbiano imparato mai) la terra d'Italia avere destinato i cieli per loro sepoltura; persero Milano, Lodi, Pavia, Como, e Parma e Piacenza; queste due città insieme a Ferrara, per patto accettato da Carlo V, dovevano aggiungersi alla Chiesa. Il corriere gli portò la nuova a Malliana mentre recitava il benedicite seduto a mensa: «buona nuova è questa che ci havete portato» disse al corriere, e non capiva in sè dalla gioia: se si straviziasse non importa dire; gli Svizzeri di guardia presero a menare gazzarra, e quantunque il Papa mandasse ad ordinare, che smettessero non gli diedero retta: era il 24 di novembre, e tra il calore del fuoco, i fumi del vino, e l'eccitamento dell'allegria il Papa sentendo il caldo grande non posava mai di andare su e giù dal balcone al cammino; la notte gli prese la febbre; fattosi condurre a Roma si mise a letto; intanto sopraggiunse la nuova della resa di Piacenza, e la sua gioia cresceva intantochè il maestro di cerimonie, consultato da lui, lo chiariva non essere costume della Chiesa celebrare con feste, e grazie a Dio le vittorie riportate sopra principi cristiani, a meno che grandissimo benefizio ella non ne avesse risentito; egli rispose che il benefizio veramente era maraviglioso; apparecchiasse pure le feste, e pel 1 di decembre riunisse il concistoro. In cotesto giorno non fu tenuto il concistoro perchè Lione si sentiva indisposto vie più, però non tanto da inspirare apprensione; nella giornata giunse un'altro corriere con la notizia della presa di Parma; e il Papa parve andarne in visibilio: si saria detto che si contendessero la sua vita la Fortuna, e la Morte; superò questa, e nella notte del 1 decembre 1521 rese l'anima senza sacramenti. Certo tristo poeta con un certo distico latino, a torto attribuito al Sannazzaro, ammonì che non glie li poterono amministrare però ch'ei gli avesse venduti.—Di tanti servi, e cortigiani il solo frate Martino buffone e parasito gli si trovò allato nell'ora del transito, il quale non sapeva confortarlo altrimenti, che dicendogli: «ricordatevi di Dio, santo Padre.» E Lione smanioso esclamava: «Dio buono! Dio buono!» Comune opinione fu, ch'ei morisse di veleno; ne incolparono parecchi Francesco I, il duca di Ferrara, e l'altro di Urbino, però altri negarono; forse l'accusa si partì dalla considerazione dell'odio che ciascheduno di loro gli aveva naturalmente a portare, massime i due ultimi, i quali se fosse vissuto si avevano a tenere per giudicati; nè del diverso grido uomo può farsi maraviglia; imperciocchè anco col cadavere aperto davanti, chi lo sostenne e chi lo negò attossicato. Il Sanuto riporta certa lettera d'Jeronimo Bon, veneziano dimorante in Roma, al suo barba dove leggiamo: «non si sa certo se 'l pontefice sia morto di veneno. Fo aperto; Mastro Fernando judica sia stato venenato; alcuno de li altri no; è di questa opinione mastro Severino che lo vide aprire, e dice, che non è venenato.» A noi questo importa poco; ci preme invece mettere in sodo, che Lione come gli altri Papi arraffò violento, insidioso, e ladro; restituì costretto; nè manco per ombra reputò lo stato pontificio d'istituzione divina, nè sè impedito a cederlo per comandamento di Dio; fisime queste di quel prete scemo, che ha nome Pio IX.
Lo scopo di questo epitome pertanto sarebbe compito massime quanto alla prima proposta, che il temporale non fu istituzione divina, bensì rapina, e la storia dei Papi seguenti altro non fa, che confermare come eglino stessi per promovere figli o nipoti il patrimonio della Chiesa alienassero. A Lione subentrò Adriano di Utrecht maestro dello Imperatore: questi non ebbe difetto di virtù, anzi si celebra grandemente come colui, che procedè temperatissimo, e modesto. In certe lettere scritte al Cardinale Fiesco così occorre descritto: «del proprio è avaro: di rado concede, e più di rado piglia; al rompere del dì celebrava messa: chi ami, e se qualcheduno ami s'ignora: a non trascorre mai alla ira: dai sollazzi rifugge: allo annunzio della sua elezione al ponteficato non esultò; all'opposto fu sentito sospirare per angoscia.»
Volle riformare e non potè sia a cagione della vita breve, e più perchè non volendo omettere gli studi sua delizia mancò di applicazione, che non basta la indole tenace per reggere gli stati, ma si richiede altresì tenace opera, e scienza, e pratica di negozi: però non reca meraviglia se la gente interessata a mantenere i vecchi abusi lo avversasse in tutto. Se intendeva sopprimere delle vendite chiesastiche quelle, che gli parevano contaminate di simonia, gli opponevano i diritti ormai quesiti dei terzi; se riformare le dispense matrimoniali lo spaventavano col dirgli che ruinava la disciplina della Chiesa; se reprimere i disordini delle indulgenze, gli obiettavano, badasse bene, che per edificarsi Lamagna non gli fuggisse Italia.—Essendo stata vinta ai suoi tempi Rodi, e il Turco invasore dando a temere non che per Ungheria, per Italia e per Roma, con istanze supplichevoli s'ingegnò condurre fra Francesco, e lo Imperatore se non pace almeno tregua, e non l'ottenne, però che i Francesi sprofondati come sempre nel proprio interesse quotidiano, senza curare l'avvenire, delle sconfitte dell'Austria esultavano, importando loro piuttosto lo Impero perisse, che la cristianità si salvasse. Dettando questo Papa dabbene le istruzioni al nunzio Chieregato spedito alla Dieta di Norimberga lo ammoniva: «la corruttela dal capo si diffuse per le membra; abbominevoli eccessi si rinnuovano ogni giorno presso la sede apostolica; delle cose spirituali è nefando lo abuso; tutto qui vedo contaminato; peccarono tutti; non uno ha fatto il bene, non uno. Egli periva esclamando: «oh! quanto è duro venire al mondo in tempi nei quali virtù di uomo non basta, e bisogna, ch'ei ceda.» Questa esclamazione, per cura degli amorevoli suoi, fu incisa sopra la tomba di lui nella Chiesa tedesca di Roma; ed anco sopra l'altra sepoltura che provvisoriamente lo accolse in San Pietro si leggeva questa non meno disperata sentenza: «Qui sta Adriano IV a cui nulla potò incogliere di peggio nella vita, che imperare[1].» Mi occorse altresì un altro epitaffio di lui così composto, che chi lo lesse ebbe ad esclamare: «tutti hanno avuto che fare con questo Papa eccetto Dio.» Lo bandirono ignorante, e non era; gli garbavano gli studi gravi, gli altri aborriva, massime la poesia come quella che manteneva vivi i costumi e le credenze dei pagani. Della libera stampa non fu amico di certo, se dobbiamo credere il Berni, il quale nel capitolo contro questo Papa scappa fuori con questi versi:
«E quando un segue il libero costume «Di sfogarsi scrivendo e di cantare «Lo minaccia di far buttare in fiume.»
[1] Hadrianus IV hic situs est, qui nihil sibi infelicius in vita, quod impererei, duxit.»
I detrattori di lui notano come il Giovio racconti il Papa essergli stato cortese di un benefizio perchè lo seppe alieno dalla poesia: «così, avverte il medesimo messer Paolo, mi giovò la ignoranza;» tacciono però quello che aggiunge, ed è questo, che se il Papa lo amava, perchè non faceva professione di poesia, molto poi lo teneva in pregio scrittore di annali elegantissimo. I Romani odiarono Adriano non perchè non possedesse virtù, al contrario perchè non possedeva vizi; tentarono per fino ammazzarlo, e Mario di Piacenza, impedito ad usare il pugnale contro il Papa, lo volse contro sè e si uccise; i Cardinali lo detestavano, e quando mentre egli orava nella cappella pontificia ruinò la volta fracassando parecchi Svizzeri e lui lasciando illeso, taluno di loro si fece sentir dire alla libera: «oh! quanto era meglio ci restasse schiacciato lui, che quei meschini.» Proprio cotesto Papa nacque a mala luna; a fine di conciliarsi il favore della Germania volle canonizzare un santo tedesco, Pennone di Sassonia; non lo avesse mai fatto! Gli si scatenò contro Lutero con un libro (Lutero componeva libri come focacce) intitolato: «Contro il nuovo idolo, che deve erigersi a Misna,» sicchè ebbe a pentirsi per non averlo lasciato stare.
Ecco Clemente VII: di lui nei nostri libri favellammo assai; molti storici lasciarono minuta descrizione della sua indole: come Medici si versò nelle lettere; assai si dilettò di arti; della musica prese maraviglioso sollazzo; sonava e cantava non senza lode di maestro; lo affermano non avaro, non superbo, non libidinoso, parco nelle vesti e nel cibo; ma di cuore fu diaccio, senza pietà, implacabilmente imperioso, timido, pieno di ambagi; a' danni suoi simulatore e dissimulatore solenne; finchè durò Cardinale ebbe fama di eccellente governatore dello Stato, e la perse da Papa: in mal punto strinse leghe, e fece guerre, e conchiuse paci.
Avanti lui i Papi chiamavano in Italia principi cristiani, gli uni contro gli altri aizzavano, e questo fu per loro affrancare la Italia dagli stranieri, onde sovente le raddoppiarono le catene, e sempre si aggravò di peso la catena di quello, che qualchevolta ci rimase solo: in siffatta opera nefaria non diverso dagli altri, anzi più, che tutti colpevole Clemente, e lo confessa egli stesso; imperciocchè nella istruzione conferita al Cardinale Farnese, che poi fu Paolo III, quando andò legato in Ispagna, si raccomanda a chiarire lo Imperatore come per lui Francesco I. ebbe tronchi i disegni di spingersi fino a Napoli nella sua prima invasione d'Italia; per lui Lione X. non impedì la elezione di Carlo; per lui non fu fatto caso della vecchia costituzione proibitiva del cumulo sopra la medesima testa delle corone imperiale e del regno di Napoli; per lui Lione si collegò con Carlo pel ricupero del ducato di Milano; per lui finalmente il maestro dello Imperatore era assunto al papato. Insomma costui tanto si avvilì, che un bel giorno gli venne ad uggia la propria abbiezione; allora ei s'industriò a comporre la lega tra Veneziani, duca di Milano, Francia, Inghilterra e lui per deprimere in Italia la soperchieria spagnuola; ed innanzi aveva tentato contaminare il marchese di Pescara, il quale dopo lunga ponderazione se meglio gli tornasse tradire, o rimanersi fedele allo Imperatore, rimase fedele: intanto il Papa agguindolato da altrui, e da sè stesso si trovò solo.
Il sacco di Roma è noto per infelice celebrità; Clemente cadde prigione, lo colmarono di obbrobrio, e di scherno, però che mentre l'Imperatore lo teneva in ceppi ordinasse in tutti i suoi regni si esponesse il Sacramento per la liberazione di lui; ma le battiture, le quali per gli uomini di cuore sono cause di giusto sdegno, persuadono il prete a mansueti consigli: si accordò pertanto coll'Imperatore, lo incoronò, gittategli le braccia al collo lo baciò in volto a piè degli altari, e dello aiuto porto a costui per inschiavire la universa Italia ebbe per salario la facoltà di sottoporre la Patria alla tirannide del suo bastardo Alessandro, venuto al mondo dal sacrilego commercio del sacerdote con certa serva affricana: lo Imperatore per calpestare Firenze gl'imprestò quel medesimo esercito, che gli aveva nabissato Roma, onde il Papa potè stabilire nella nobile Patria la signoria medicea, la quale incominciava con amori incestuosi per cessare con amori nefandi, se pure coteste infamie possono chiamarsi amori.—Viluppo maraviglioso di vicende umane! Lo Imperatore trema della riforma presagendone diminuzione al suo assoluto dominio, e se ne serve per domare il Papa; il Papa all'opposto aborre dalla riforma, e l'aizza contro lo Imperatore: quietata alquanto la paura il Papa si accosta di nuovo a Francesco I. di Francia, il quale a sua posta in odio a Carlo promuove i riformati in Germania, e li sovviene con ogni maniera sussidi; in Francia gli arde.—Il Langravio Filippo di Assia con sagacia pari alla virtù, ed alla fortuna si approfitta di simili insidie, ripone in casa il duca di Vittemberg, e conduce Ferdinando di Austria alla pace di Kadan: la riforma, in grazia di questa pace fatta sicura, allaga la Danimarca, la Pomerania, la Marca brandeburghese, il Palatinato, la Sassonia in parte, tutta la bassa Germania; in breve seguiterà la Svevia. Affermano come anco qui il Papa rimanesse aggirato dalla vacua presunzione di Francesco I, il quale lo accertò, che i principi luterani in riconoscenza degli aiuti somministrati sarieno agevolmente tornati in grembo della Chiesa, ed all'opposto se ne valsero per convalidare lo scisma ed estenderlo. Dopo così grande jattura Papa e Imperatore si sentirono dalla necessità costretti a convenire in un modo di difesa comune; ma l'uno non si fidava dell'altro, anzi con odio infinito si aborrivano; allora parve a Carlo (e fu un bel tratto davvero) uscire fuori con la proposta del Concilio; per questo si sarebbe posto freno alle papali intemperanze, e termine alla rosa dei protestanti, provveduto a sè solido fondamento, perchè appoggiato alle deliberazioni di collegio gravissimo, non già in balìa dei capricci di un'uomo.
Il Papa, secondo il solito, alla parola Concilio si arruffa, e scrive di mano propria allo Imperatore, essere cotesto partito pieno di pericolo dove fosse adoperato senza discrezione e non concorressero le circostanze capaci a renderlo vantaggioso; la Curia romana ne rimase sgomenta così, che gli uffizi rinvilirono tanto, da non potersene più cavare danari; dopo le solite ambagi conchiuse notificando al fratello dello Imperatore i principi da lui consultati non avere corrisposto; averne tenuto proposito anco al re Francesco, il quale era di parere non correre tempo propizio per cotesta facenda: così giusta al costume delle deboli menti, cresceva il male col differirne il rimedio.—Anco lo scisma inglese fu consumato a cagione del suo continuo annaspare: invece di opporre rifiuto assoluto promise avrebbe compiaciuto il re, ma per allora bisognava non pensarci avendo la prospera fortuna levato lo Imperatore a stupenda superbia, e col precipitare nuova rottura con lui ne sarebbe accaduto l'eccidio totale del suo stato: starebbe alle vedette e quando qualche congiuntura favorevole gliene porgesse il destro lo servirebbe da buono amico come gli si era professato sempre; ma la congiuntura favorevole non venne; al contrario sempre più gli andarono le cose a rovescio; e poi l'agonia d'imporre tiranno alla Patria il suo bastardo gli fece scredere o non curare lo scisma inglese; tremenda cosa è questa, e non pertanto verissima, al preteso vicario di Cristo piacque più il servaggio dei suoi concittadini che la unità della Chiesa; quindi di un tratto avoca a Roma la causa del divorzio di Caterina con Enrico VIII, ed ordinato con segreto messaggio al Cardinale Campeggio, che arda la bolla decretale del divorzio già partecipata al re, rompe fraudolento la fede, ed è cagione, che il re Enrico infellonito separi la Inghilterra dal grembo della Chiesa cattolica.—Con questo Papa cessa se non il volere, certo la potenza nella Corte romana di costituire libera la sovranità temporale della Chiesa, mentre l'autorità spirituale logorata a conseguire simile intento casca a pezzi; ormai siamo giunti a tali termini per cui tocca al papato sostenersi con altri concetti o perire.
Di vero, in questi tempi a cui bene osserva comparisce la genesi di tre partiti; quello della riforma ormai potente, e per gli acquisti fatti fiducioso ad ottenerli maggiori mandando ogni cosa sottosopra; il secondo partito si compone di mezzani, che sarebbero i nostri moderati, i quali per via di mutue concessioni non pure intendono impedire nuovi danni, ma sì anco assettare i passati; per ultimo il terzo, che si ammannisce a guerra aperta, e disperata non solo per mantenere il presente, ma sì, potendo, riacquistare il perduto. Dapprima prevalsero mezzani però che gli uomini, massime nelle questioni morali, repugnino precipitarsi agli estremi repentini, e zarosi, e perchè il papato sentendosi infermo innanzi di cimentarsi voleva tastare il terreno. Al partito mezzano appuntavasi la congregazione dell'Oratorio dello Amore divino alla quale appartenevano Gaetano da Tiene, Lippomano, Contarini, Sadoleto, Giberti, Caraffa, ed altri parecchi; nelle altre parti d'Italia consentivano con essi Brucioli, Reginaldo Polo, Pietro Bembo, Gregorio Cortese, Luigi Priuli, Marcantonio Flaminio, Giovanni Valdez, Vittoria e Vespasiano Colonna con la sua moglie la bellissima Giulia Gonzaga, l'Occhini, il Carnesecchi, il Morone, fra Antonio da Volterra; insomma per non produrre allo infinito questo catalogo di nomi, veruna città d'Italia andava scevra di persone, che commosse dal pericolo imminente di ruine religiose, e per conseguenza anco morali e civili non predicassero con le parole, e con lo esempio la necessità di riformare la Chiesa.—Questi partiti mezzani in ogni contesa vengono a galla: accarezzati da tutti inorgogliscono scambiando per autorità propria la peritanza dei partiti estremi di venire impreparati a mezza spada; e per loro speciale sapienza la tregua, che precede le procelle così fisiche come morali.—Nè anco gli uomini i quali formano siffatti partiti durano lungamente insieme essendo legati fra loro da comune paura, non già da passioni, o concetti comuni; così vero questo, che le consorterie mezzane, cessato il terrore che le tenne unite, si screpolano in frammenti, e si osteggiano a morte. Si provano poi sempre funeste a sè stesse, ed a cui vogliono tutelare, perchè, concedendo, crescono baldanza al nemico, e scemano credito all'amico; quello non contentano, all'opposto inviperiscono, questo debilitano e rendono male soddisfatto.—I moderati religiosi, per ciò che spetta a dottrina dommatica, si trovavano rasentare i luterani, e potremmo anco dire luterani erano senza accorgersene, mentre col sostenere la unità della Chiesa, la venerazione del Papa, e la più parte dei riti cattolici non potevano accordarsi co' seguaci di Lutero: e spesso quello che maggiormente importa non è ciò che più divide, comecchè la supremazia papale presenti scoglio dove rompe ogni composizione.
Considerate la inanità della dottrina di questa Consorteria esposta da Gaspare Contarini uomo del tutto degno di reverenza: «è legge di Libertà, egli predica, la legge di Cristo; a ragione i luterani vituperano come servitù di Babilonia starsi soggetti alla pretensione esorbitante del Papa di pigliare la propria volontà a norma unica di costituire od annullare il diritto positivo. Potremmo chiamare governo quello dove sia regola la volontà dell'uomo per natura inchinevole al male e governato da infinite passioni? Incomportabile ogni dominio oltre il dominio della ragione; tutto questo sta bene, ma l'autorità del Papa appunto è dominio di ragione come quella che Dio confidò a San Pietro, ed ai suoi successori, affinchè incamminassero il gregge sopra la via della umana felicità. Quindi deve astenersi il Papa di ordinare, proibire, o dispensare a suo talento, ma sì giusta la regola che tutto riferisce a Dio, ed alla comune salute, la quale non può fare a meno di essere regola di ragione, di comandamenti divini, e di amore.»—«Guardati, aggiunge poi il nostro Gasparo, volgendosi a Paolo III, di non lasciarti vincere la mano dalla tua volontà, che sceglie male, e pende alla servitù del peccato: se da ciò andrai immune tu sarai libero, tu potente, e la vita della repubblica cristiana veracemente sarà chiusa in te.» Non si desidera troppa levatura per comprendere la fallacia di siffatto argomento; immagina quanto vuoi, e credi la regola fuori della tua volontà, ma quante volte fie rimesso al tuo arbitrio consultarla o no, e intenderla secondo i tuoi errori, secondo la tua ignoranza, ed i tuoi affetti, egli è come non ci sia.—La tinta gialla non istà negli oggetti circostanti, sopra loro la diffonde la itterizia, che hai.
Tuttavolta siccome il vento spirava riforme, e la gente procedeva appassionata agli accordi, la si volle tentare con tutti i modi. Paolo III, succeduto a Clemente, spediva il dabbene Contarino suo nunzio alla conferenza di Ratisbona; mandato senza limite non gli volle affidare, perchè ci hanno cose, che il Papa solo può concedere, ed altre che stanno fuori perfino della sua potestà: nè parve disonesta la scusa. Paolo commetteva argutamente al suo legato: non mettiamo troppa carne al fuoco; prima d'inoltrarci vediamo un po' se possiamo andare d'accordo intorno la supremazia della Chiesa, poi sopra i sacramenti, e su qualche altra cosa; in che consista questa qualche altra cosa non è chiaro; si adombra però con le formule, che Roma procede secondo lo spirito delle sante scritture, e con la dichiarazione di osservare l'uso costante della Chiesa. Parole equivalenti alle porte segrete donde il debitore scivola alle persecuzioni del creditore importuno. E qui per lo appunto giaceva l'osso non avvertito (pare impossibile!) nè manco dagli uomini più sagaci di cotesto tempo: tanto vero ciò che Marino Giustiniano oratore veneto in Germania presso il re Ferdinando informava il Senato: «agevoli parergli gli accordi là dove il Papa, renunziata la pretensione di essere vicario di Cristo nel temporale, si contentasse rappresentarlo unicamente nello spirituale: ai vescovi ignoranti si dessero coadiutori periti; non si vendessero da ora in poi le messe, non si cumulassero i benefizi, la comunione sotto le specie del pane e del vino si concedesse; e con qualche altra zacchera lo screzio della giustificazione, e delle opere buone per salvarsi si accomoderebbe.» E questo di leggieri credo ancora io; e il Contarino da quell'uomo sagace, ch'egli era propose alla Dieta rovesciare l'ordine delle cose da trattarsi, prima il dogma, poi la supremazia del Papa: procedendo con siffatto metodo in breve i teologhi delle sue parti accordaronsi su quattro punti principalissimi; il Contarini si lasciò andare fino a convenire, che la giustificazione si operasse per via della sola fede senza mestieri di opere. La buona gente non capiva in sè dalla contentezza; ormai predicava ogni discordia assettata, mantenuta la unità della Chiesa e con essa quella dello Stato: che rimaneva dunque per ridurre a perfezione il negozio? Poca cosa in verità, la ratifica di Lutero, e del Papa. Lutero esaminato bene gli articoli dell'accordo buttò carte in tavola, e disse ai Deputati, che glieli presentarono: «rigettarli reciso perchè pieni di equivoco: a lui piacere le cose chiare.» Dall'altro canto il Papa sottoposti gli articoli ai Cardinali Caraffa e San Marcello, perchè gliene riferissero, questi se ne mostrarono scandalezzati, li dissero nebulosi, e insidiosi: da ambe le parti ragione ad un punto e torto, ognuno li voleva patenti a modo suo: insomma accordarsi non potevano, chè virtù al mondo non basta per mettere in pace il fuoco e l'acqua. Il Papa astuto rispondeva: «non approvo, nè respingo la convenzione, solo avverto, che anco i parziali di quella giudicano come i concetti ne abbiano ad essere meglio esplicati.»
Ecco le correnti sotterranee, che cospiravano occultamente a mandare a male il negozio: per simile convenzione la Germania avrebbe acquistata stupenda unità religiosa e civile, a capo della quale dove fosse giunto a mettersi l'Imperatore, fermo nella idea, che a lui spettasse il diritto di convocare il Concilio, poco più gli avanzava per giungere alla monarchia universale, che stette lunga pezza in cima dei suoi pensieri: però se ne spaventavano i cattolici al pari dei luterani, il Papa non meno di Lutero. Il re di Francia ostentandosi, secondo il solito, sviscerato della Chiesa sobillava sotto dicendo: «la causa di Roma in pericolo: degno di acerbo biasimo il contegno del legato in Germania, il quale così si era lasciato abbindolare, che ormai più poco rimedio ci si vedeva: non patire i principi cristiani si agitassero faccende di tanto momento senza essere consultati: ad ogni modo egli sempre pronto a mettere per la tutela della Chiesa le forze e la vita.» Mentre il re Francesco ficcava queste male biette presso i cattolici, non rimaneva da fare fuoco nell'orcio presso i luterani, e mandava loro lettere, che il Granvelle ministro di Carlo V. affermò con suo giuramento di avere letto egli stesso, con le quali lì confortava a non accordarsi; avere voluto conoscere le opinioni loro, le quali non gli spiacevano.
Anco i principi cattolici non andavano di buone gambe in cotesta faccenda; lo esempio fortunato del Langravio Filippo stimolava non pochi a imitarlo: tra questi il Duca di Baviera, e l'elettore di Magonza: l'ultimo avvisava il Papa: ci pensasse due volte ad accordare, gli avrebbero portato via le penne maestre, e lo vedrebbe.» Roma, Francia, Lamagna di un tratto levaronsi contro Carlo V.: «i nemici dello Imperatore, scrive il segretario del legato Contarmi, dentro e fuori paurosi della sua grandezza, dove mai egli avesse raccolto sotto la sua autorità la universa Germania, presero a seminare la zizzania tra i teologhi: e l'interesse come sempre vinse la ragione.» La opera dei mezzani perpetuamente così; le carezze tornarono in vilipendi, la riverenza in iscede; ogni cosa al vento: bastavano due, ed erano tre gl'interessi contrari per non venire ad accordi. Il Papa voleva ricuperare il suo dai luterani; Lutero torre di sotto al Papa quanto gli avanzava; lo Imperatore salire sopra le ruine di ambedue.
Nella Chiesa, scomparsi i mezzani, prevalsero gli estremi: ora in breve esporrò, che cosa operassero per impedire il naufragio della barca del pescatore San Pietro.
Come chi presagisce la necessità della guerra ci si apparecchia con lunghi ammannimenti, il partito ormai diventato dominatore della Chiesa vide la deplorabile decadenza degli ordini monastici, e s'industriò ridurli a termine da potersene servire con profitto: le raccolte erano sperperate, quindi la necessità di tornare al lavoro; non che le altre regole quella dei Camaldolesi si trovò corrotta; un Giustiniano, o piuttosto un Bosciano, sottomise a discipline più severe, impose solitudine assoluta, e vita separata in cellette sparse qua e là per luoghi pieni di orrore; rinnovaronsi i voti, e con maggiore severità ne curarono la osservanza: ma i tempi ben di altro abbisognavano, che di eremiti contemplativi.
Anco i Cappuccini ricondussero al canapo; tuttavia anche qui le notti vigilate, le discipline, il silenzio, i digiuni poco soccorso potevano portare alle angustie del cattolicismo: fin d'allora le vesti, la foggia del calzare, i capelli rasi, il salvatico che emanava da loro li facevano contennendi e vili: e poi quelli che più premeva riformare non erano i monaci bensì i componenti il clero secolare; nè parve mai consiglio buono spendere tempo e denaro in rassettare arnesi logori mentre puoi farli più acconci e nuovi.—Degli uomini dell'Oratorio dello amore divino due, dispersi gli altri, rimasero uniti, Gaetano da Tiene, e Giampiero Caraffa; accordaronsi, perchè diversi d'indole; ciò sembra contradittorio, e non è, e pensandoci sopra ne troviamo la ragione in questo, che due uomini pari d'ingegno, e di talento vanno per una medesima strada dove quegli cammina con più risoluto passo, questi con orme più tarde, sicchè all'ultimo chi resta addietro si chiarisce inutile; mentre coloro, che procedono per diverso sentiero si prestano mutuo soccorso, uno si avvantaggia della opera dell'altro, si completano insieme: se entrambi nelle diverse, non però opposte vie, fanno lavoro di pregio uguale meglio che mai, se dispari non monta; imperciocchè uno aderendo all'altro riesce tutto a guadagno: gli uomini, i quali per diversi tramiti tendono al medesimo segno si accomodano fra loro come la guaina, e il coltello. Gaetano fu mite, Giampiero turbolento; quegli parlava rado e soave, questi copioso e veemente: entrambi tenevano ufficio autorevole, chè Gaetano fu Protonotaro partecipante, Giampiero vescovo di Chieti ed Arcivescovo di Brindisi, e li risegnarono per fondare l'ordine dei Teatini; oltre i tre voti consueti stabiliscono di non cercare elemosine, vivrebbero con quelle che sarieno state loro spontaneamente largite; non si astrinsero, almeno da prima, a foggia speciale di vesti, non a riti particolari; si conformerebbero a quelli dei paesi che avrebbero visitati; scopo loro instituire un seminario di preti secolari governato con ordini monastici; intendevano guadagnarsi i popoli con le missioni, coll'amministrare i sacramenti, con la cura degl'infermi. Da prima partorirono non lieve impressione comparendo su pei trivi, e per le piazze col berretto quadro in capo, roccetto e stola, a piè di un crocione, sopra un palco parato di panno nero predicando smaniosi terrori piuttosto che speranze, ed anzi di additare la via del paradiso spalancando davanti gli atterriti a due battenti le porte dello inferno: giovavano al popolo, ma di bene altro soccorso questo aveva mestiero; non erano a bastanza pugnaci; nello instituto non si trovarono ordinati a guerra, e nell'applicazione non penetravano profondo nel cuore del popolo nè con mani gagliarde a modo loro lo plasticavano. Nocque loro il partito di astenersi dall'accatto, onde in breve non poterono ammettere altre persone, che le provviste con maggiori o minori sostanze; di qui ricchezza, e superbia: e procedendo con simile tenore si venne al punto, che per entrare nell'ordine dei Teatini bisognò produrre le prove della nobiltà; il cerchio degli educandi si restrinse, e diventato aristocratico, epperò esclusivo, di ora in poi non valse ad altro, che a fabbricare vescovi.
Dopo i Teatini vennero i Somaschi, fondati da un Girolamo Maini; anco di questi fu intento educare, predicare, assistere gl'infermi, e più specialmente pigliarsi cura degli orfani, pur troppo infiniti a cotesti tempi in Italia per le guerre continue e per le pesti che la desolarono: dopo o insieme co' Somaschi i Barnabiti per istudio dei preti Zaccharia, Ferrari, e Morigia milanesi: buoni tutti a qualche cosa, impari a reggere contro la procella, trattandosi adesso meno provvedere al futuro, che porre argine efficace alla ruina del presente. A tanta mole quasi bastò un matto; e questi fu Inigo, o vogliamo dire Ignazio Lopez di Recalde nato a Loiola nella Guipuscoa. La Chiesa lo ha scritto sopra l'albo dei santi, ed il Gioberti me lo ciurmò uomo grande da paragonarsi con Giulio Cesare in tutto e per tutto, perfino negli occhi grifagni; stravizi d'ingegno, che perse, o non ebbe mai bussola: tu lettore mira se matto o savio potesse essere Ignazio: ei nacque di signorile lignaggio; cresciuto in castello remoto il suo cervello si saturava con ogni maniera di frottole, e di errori da lui parimente creduti, e serbati cari; da prima usò in corte di Ferdinando il Cattolico, poi in quella del duca Najara dove vie più gli prese a turbinare dentro la mente una vertigine di armi, di amori, di cavalli, di dame, di santi, di apostoli, di angioli e di demoni: alla difesa di Pamplona contro i Francesi percosso di terribile ferita in ambedue le gambe, rimase, finchè visse, zoppo.—
Giacente nell'ospedale sul letto del dolore, non consolato da congiunti, o da amici, in sollievo delle sue sofferenze finchè il giorno durava leggeva assiduo i romanzi di cavalleria, massime l'Amadigi delle Gallie, e insieme ai romanzi le vite, o piuttosto le leggende dei santi, di Cristo, e di Maria; durante la notte sognava, ed anco ad occhi aperti vedeva, battaglie stragrandi di angioli e di demoni, giganti immani terribili dragoni strascinati in omaggio ai piedi della Beata Vergine; lo pungeva cocente emulazione per Domenico Guzman anch'esso dalla Chiesa convertito in santo; mirava superarlo debellando gli eretici con isterminati colpi di spada, e con colpi non meno sterminati di devozione; sarebbe ito a Gerusalemme, nelle parti più lontane del mondo a vincere anime a Cristo, anzi sceso dentro lo inferno a sfidare a duello Lucifero, abbatterlo, e mandarlo in dono alla donna dei suoi pensieri Maria: sue armi, daga e vangelo, o piuttosto le miserabili scritture con le quali monaci ignoranti contaminavano questo libro santissimo: così travagliandosi dopo molto stento potè levarsi ranchettando da letto e corse in furia a Monserrato, dove fece la veglia delle armi, ch'era una cerimonia di notti passate nella veglia, nel digiuno, e nella orazione ond'essere creato cavaliere della Santa Maria Vergine: per colmo dello staio si dilettava di comporre versi; io non l'ho letta, ma dicono, che ci avanza di lui una romanza sopra San Pietro, che basterebbe sola come certificato di pazzia per ischiudere le porte del manicomio ad ogni fedele cristiano.
Da Monserrato si condusse a Manresa per quinci recarsi a Gerusalemme, e davvero gli era come andare a Roma per Ravenna: intanto che si allestisce a battagliare i Maomettani, si trattiene nel convento dei padri Predicatori a pregare genuflesso davanti la immagine di Maria sette ore del giorno e a flagellarsi quotidianamente tre volte dentro ventiquattro ore. Ma qui dopo tanta presunzione lo colse lo scoramento, chè gli pareva trovarsi immerso nel peccato fino ai capelli; sè indegno di essere eletto a tanta opera; mancipio senza rimedio dello inferno: confessavasi, e riconfessavasi, nè potendo aver pace statuì finirla col buttarsi dalla finestra. Gli atti di Santo Ignazio c'istruiscono, ch'ei se ne astenne per tema di offendere Dio: io i segreti di Dio non so, ma quasi metterei pegno, che se Ignazio si precipitava giù del balcone non se ne saria preso a male.—Qui fu che una vecchia gli predisse: stesse di buono animo chè Gesù gli sarebbe comparso davanti; ed avendosi egli ficcato in mente cotesta fantasia quasi oracolo della Sibilla cumea un bel di si ferma di un tratto sopra gli scalini del convento dei Domenicani di Manresa e scoppia in pianto, però che proprio lì gli si rivela il mistero della santissima Trinità sotto la figura di tre tasti da organo, senza dire se di ebano o di avorio[1]. Veramente non so che cosa ci fosse da piangere nel vedere tre tasti, ma l'andò così: un poco più tardi circoscritto da un'ostia vide colui il quale adorano i Cristiani Dio ad un punto ed uomo; nè le visioni finiscono, che meditando lungo la sponda della riviera Llobregat nelle acque fuggitive egli degge tutti i misteri reconditi della fede cattolica. Ora se non giudichiamo matto costui io penso che non possiamo pretendere di essere tenuti savi noi. Insomma, se altri lo abbia detto non so, ma io penso che santo Ignazio si abbia a definire un Don Chisciotte di fanatismo religioso; e non di manco questo uomo, che al suo primo comparire nel mondo ci sembra matto, instituiva un'ordine stupendo di forza operosa per modo che se la Curia romana avesse potuto salvarsi non ha dubbio, che solo poteva farlo la Compagnia di Gesù. Considerando questo nostro intelletto umano troviamo com'egli talora deviando a poco a poco dal segno del discorso smarrisca prima, e poi perda del tutto il lume di ragione spento dentro una idea fissa, che lo soverchia; tale altra all'opposto avviluppato dalla idea fissa a mano a mano la dirada, imprime il suo concetto nelle cose e negli uomini circostanti, li trasforma, e li contorce; aggiuntata poi la ragione non le mette già in mano il timone, bensì il remo, e a questa figlia del pensiero di Dio incatenata al puntale tocca pur troppo vogare nella galera dello errore.—I concetti che penetrano profondamente la umanità emanano da due origini le quali sono esaltazione, e meditazione; i primi fuoco, i secondi gelo; procedono quelli a modo di turbine e presto o si snaturano, o rallentano, o cessano; i secondi scavano come la goccia che casca giù dalla volta sopra il sasso del pavimento; e dove si versino intorno al bene durano meno, ma durano.—Gli uomini posti nelle consuete condizioni della vita, quantunque speculino bene, non possono speculare a lungo quanto basta; quindi s'illudono più spesso, che non vorrebbero, e questo nasce perchè delle cento faccie che prestano i casi umani, ne lasciano inosservate la metà, quando ne lasciano poche: l'uomo ristretto in carcere, se di tempra gagliarda, può solo disporre la mente a dipanare un filo lungo e non interrotto di pensieri: fuori di prigione lo caverà a gugliate: anco in monastero al cenobita è tolto meditare pari al prigioniero, come quello che ora la preghiera, ora il refettorio, ora altra cosa interrompono; il carcerato sta solo con la solitudine, veruno lo importuna, veruno lo chiama a mensa: la subiezione del corpo gli viene compensata col regno del pensiero. Napoleone III vince tutti i suoi fratelli in dispotismo, perchè ebbe in sorte educare la mente alla meditazione in carcere; forse non ce lo tennero quanto faceva mestiere; se ci tornasse diventerebbe perfetto.
[1] En figura di tres teclas.
Ripigliamo il filo del nosto Ignazio da Loiola: ai frati di Manresa non parve vero di sbarazzarsi di ospite tanto molesto, e gli fecero ponte di oro quando ei volle condursi a Gerusalemme per convertire gl'infedeli, dove giunto i superiori conosciutolo tosto per nuovo pesce forte temendo, ch'ei non li esponesse a qualche duro cimento gli comandarono se ne tornasse a casa, ed egli cheto come olio ripigliò la via di Spagna: qui predicando le sue bizzarrie stette a un pelo, che come eretico lo condannassero: ma i superiori di Alcalà e di Salamanca conosciutolo a prova obbedientissimo lo persuasero a cessare le prediche; studiasse prima la teologia; la Sorbona unica al mondo per ottenere con profitto nella conoscenza della divinità; così palleggiato si condusse a Parigi, dove quantunque grande e grosso ebbe per cagione della sua ignoranza a piegarsi allo studio della grammatica. Gliela insegnò per ben due anni Girolamo Ardebale, ma egli era come pestare acqua nel mortaio; di 35 anni Ignazio fu licenziato dalla scuola più ignorante di prima. Qui incontrava due compagni sopra i quali acquistò in breve singolare dominio, Pietro Fabro di Savoia, e Francesco Saverio di Pamplona, plebeo il primo, gentiluomo il secondo e, come di lignaggio, di talento diverso; quegli tenace e di mediocre ma compassato ingegno, questi più frondoso, però sopra il compagno fantastico, e proclive alle avventure; entrambi volontà meno austera d'Ignazio, e quindi ottimamente disposti a lasciarsi governare da lui. Raccolti insieme nella medesima cella, in comune digiunavano, pregavano, si esaltavano, e l'uno e l'altro correggendo si contemplavano: un po' più tardi aggiunsero alla loro compagnia Salmeron, Lainez e Bobadilla, co' quali conferendo, un giorno vennero nella determinazione d'instituire una maniera di lega: a questo fine vanno alla chiesa di Montmartre; il Fabro prete celebra la messa; al fine della quale si votano alla povertà, alla castità, ed alla conversione degl'infedeli; caso mai l'andata; o la fermata a Gerusalemme fosse loro interdetta si recherebbero a Roma per profferirsi anima e corpo al Papa, dove meglio giudicasse opportuno gli spedisse, senza compenso, senza patto avrebbero adempito i pontifici comandi: già incomincia a comparire il soldatesco ordinamento.
Essendosi rotta la guerra contro il Turco Ignazio si portava a Venezia dove conobbe il Caraffa; e desideroso investigare che avesse di buono l'ordine dei Teatini per farne suo pro prese stanza nel convento loro; anch'egli a visitare gl'infermi, e ogni altro esercizio di carità, giusta la regola dei Teatini; esercitando vide quanto credito dalle medesime pratiche avrebbe acquistato l'instituto, ch'egli mulinava stabilire: quindi anco di quelle fece tesoro; è fama che col Caraffa entrassero in iscrezio, e lo credo, per la ragione già esposta, che due nature uguali non attecchiscono insieme; la santità non muta le passioni umane, solo ne varia l'applicazione, o il modo di manifestarle. Però Ignazio ed i compagni suoi si accinsero alla prova di supplantare il Caraffa, nè lo tennero difficile opponendo le forme democratiche all'aristocrazia teatina; di vero dopo quindici giorni di preghiere e di digiuno scappano fuori a Vicenza in un medesimo punto, si arrampicano su i poggioli, e dopo agitati i cappelli, pigliano con istrana favella spagnuola mescolata d'Italiano a urlare a squarciagola la parola di Dio: accadde loro quello che negli Atti degli apostoli leggiamo avvenisse a questi primi compagni di Gesù quando dopo la pentecoste scesero per le vie a predicare in tutte le lingue: il popolo pieno di meraviglia esclamava:—sono pieni di vino dolce[1]. Ma il dominio della repubblica non era terra da piantarci vigna democratica; dopo un anno, ebbero a ripiegare le tende, e ridarsi a Roma.—Siccome per fuggire ogni intoppo molesto nel cammino si avvisarono pigliare diverse vie, innanzi di separarsi deliberarono imporre nome allo instituto loro e si trovarono di accordo ad accettare quello suggerito da Ignazio di Compagnia di Gesù; imperciocchè egli dominato sempre dal militare costume, intendesse ordinare la sua regola ad esercito, e quei pochi primi Gesuiti gli paressero appena bastevoli a comporre una compagnia; se fossero stati in numero maggiore, per me credo che ei gli avrebbe distinti col nome di Brigata o di Colonnello di Gesù. Sul principio a Roma furono guardati in cagnesco; in seguito, perchè dettero saggio di sè, la gente prese ad accettarli, poi lodarli, all'ultimo, come avviene, levarli al cielo. Nel 1540 Paolo III gli accettava, li confermò nel 43; convocati ad eleggersi il Generale votarono per Ignazio a cui commisero comporre lo schema degli Statuti della Compagnia; il Generale, che in ogni altra faccenda procedeva assoluto, per questo era obbligato consultarsi co' soci. Per siffatta maniera rimase la società dei Gesuiti simile nel carattere generale alle altre fondate sopra i doveri clericali, e monastici, ma diversa nelle specialità, o negl'intenti: di vero accolte tutte le disposizioni teatine intorno ai riti, alle vesti, ed a quanto altro poteva renderli più spediti, i fondatori aggiunsero la dispensa delle preghiere comuni, e del coro, procurandosi per siffatto modo la maggior somma di tempo per accudire con inquieta alacrità a tutti insieme gl'intenti, che somministravano divisi scopo speciale alle altre instituzioni; però precipui fini di loro la predicazione al popolo, la confessione, la educazione dei fanciulli; per la prima, di eloquio elegante curandosi poco, posero studio nel parlare veemente, nel ripetere le locuzioni popolesche, troppi e figure capaci da scotere forte la immaginativa; con la confessione ora spaventando, ora allargandosi a vituperose compiacenze s'impadronirono della famiglia, dello stato, di tutto; con la educazione le novelle anime foggiarono ad arnesi, o meglio ad armi per conquistare, e difendersi. Accetti al popolo i Gesuiti entrarono in breve nella grazia dei principi. I Farnese gli accolsero a Parma; a Venezia Lainez, messo in disparte il popolo, spiegò il vangelo ai nobili e piacque; Montepulciano, e Faenza si sottomisero a loro con la docilità del somiero: dove comparivano pullulavano scuole, e sbucavano congregazioni come per pioggia estiva tu vedi brulicare le rane di mezzo alla polvere.
[1] Act. Ap. C. 2, n. 13.
Dove poi la nuova società trionfò gloriosa fu la Spagna: di colta conquistava Francesco Borgia Duca di Gandia; a Valenza il popolo traendo a stormi per udire l'Aroz, venuta meno per capacità ogni chiesa, questi lo sermonò allo aperto; e poichè quando la spinta è data senza ragione nè cagione governa l'andazzo, nobili e plebei si misero dietro le calcagna di Francesco di Villafranca malescio di persona, contadino, ignorante; in breve la Spagna ne rimase coperta come dalle barbe della gramigna. In Portogallo non si specolarono meno, che nella Spagna ad aprire loro le braccia, forse più: quinci con regio beneplacito partiva Francesco Saverio per le Indie orientali a procacciarsi fama di apostolo, e di santo: ella fu una smania, un furore, vuoi nei grandi come negl'infimi di pigliare i Gesuiti per direttori spirituali; il presidente del Consiglio di Castiglia, il Cardinale di Toledo, i primi fra i gentiluomini, la famiglia reale, mettevano tutti da sè stessi il collo dentro il capestro.—Dopo la Spagna, il Portogallo e la Italia, primeggiarono a insanire pei Gesuiti Parigi, i Paesi-Bassi e la Germania.
Ignoro se l'esito superasse il presagio: fatto sta, che la Compagnia di Gesù salita a tanto incremento abbisognò di riforma; da prima ella conobbe due classi professi, e novizi; i professi insegnavano; ma essendosi obbligato per voto a impedire in ogni tempo, ed in qualunque luogo missioni, secondo la volontà del Papa, ei fu mestieri creare una classe stanziale di maestri, e questo Ignazio fece instituendo i Coadiutori spirituali: ancora, i professi avevano a campare di elemosina, ma con sussidi raccattati, per così dire, a balzello male si ponno tenere in piedi collegi, onde, riformando, fu detto potessero i collegi possedere beni, ed una quarta parte di Gesuiti col titolo di Coadiutori laici venne instituita per amministrarli come altresì per provvedere alle necessità della vita esterna.—Ciò quanto alla forma; circa la sostanza la Compagnia si propose non già torre l'anima ai suoi alunni, ma sì plasticarla in guisa che non sentisse, non pensasse, nè palpitasse per altro, che per lei; l'amore di famiglia considerò peccato carnale, e fu lodato Luigi Gonzaga perchè favellando a sua madre non le levò mai gli occhi in faccia, nè di minore encomio proseguirono il Fabro, il quale dopo molti anni recandosi in patria non ci si fermò neppure una notte; il retaggio paterno doveva distribuirsi ai poveri prima di entrare nella Compagnia, non già abbandonarsi ai parenti; più tardi le più ree, e sozze colpe commisero per grancire beni a qualsivoglia ragione: lettere non si ricevono nè si spediscono se prima non sieno lette dai superiori; nè basta, poichè tra i Gesuiti l'uomo vuolsi ridurre in mano al Superiore come un cadavere, o meglio come un bastone da viaggio; così egli ha da conoscere l'intimo dell'animo suo mediante la confessione: a questo sembra mettano ostacolo due cose, la prima che il Superiore non può confessare tutti, e se altri li confessa, deve per religione tenersi il confessato segreto: per così poco non si smarriscono i Gesuiti: odano, assolvano, e conservino segrete le confessioni nei casi ordinari i professi, ma i casi riservati deferiscansi al Superiore; ed ecco come questi viene a conoscere regolarmente quanto gli piace e gli giova.
Sopra ogni altro precipuo fondamento della Compagnia la obbedienza; quella del soldato, che pure è piuttosto immane, che eccessiva, non bastò ad Ignazio; egli la esagerava spingendola a segno ormai non più umano; nel solo Superiore stanno scienza, potestà, ed afflato di Provvidenza divina; il singolo ha da credere, che adempiendo quanto gli viene prescritto dal Superiore non commette peccato veniale nè mortale; assoluto il dominio di costui; da prima era obbligato a consultarsi co' professi del luogo dove si trova; poi l'obbligo fu tolto tranne i casi di riforme dello statuto, ovvero di soppressione di case e di collegi. Il pasto, l'ora delle preghiere, dello studio, e del vitto, la veglia, il sonno, il vestire, il camminare, tutto prescritto dal Superiore, il quale a sua posta aveva dintorno i delegati dell'ordine che lo vigilavano, e un censore, che lo ammoniva. In caso di colpa gravissima, i delegati avrebbero potuto convocare l'assemblea generale della Compagnia perchè avvisasse. E' sembra che a questo modo l'uomo isolato e subietto avesse a diventare ebete; e pure la non andava così: imperciocchè con tanta profondità di consiglio si vedono congegnate le prescrizioni, che non si toglie all'uomo sprofondarsi nello sviluppo delle sue facoltà a patto però che rimangano isolate, e solo al servizio del Superiore: per questo tanto bene le monarchie si accomodarono dei Gesuiti: non mai il servaggio conobbe più solenni maestri di loro; e i re l'avrieno sempre tenuti fra i più squisiti arnesi di regno là dove non si fossero accorti all'ultimo, che scopo dei Gesuiti insomma era comandare in ginocchioni.—
Gesuiti, e razza dei Gesuiti in convento o fuori, quanti sussurrano dentro gli orecchi delle generazioni: agire è cosa che fa sudare, patire forse può lodarsi, morire con le mani giunte baciando la mano del re, e più del sacerdote maestro e donno dei re, perfezione suprema; per bene comprendere questo importa meditare assiduo; nè vi ha cosa che si confaccia meglio alla meditazione quanto le tenebre; mira l'asino, e il cavallo; perchè macinino bene il grano, ovvero attingano l'acqua dai pozzi fa mestiere bendarli: lasciamo che altri comandi; noi reputiamo singolare benevolenza di Dio possedere un re, e meglio un sacerdote che c'insegnino quello che deva operarsi da noi: felicità grande è il maestro pratico, la guida sperta che ci governi, e ci conduca; la nostra assidua meditazione ha da cadere sul modo di eseguire puntualmente quanto ci venga comandato e non sopra altro. Udire e obbedire non solo si dice dagli schiavi del Sultano, ma sì dagli Angioli del Dio di Moisè, e si deve celebrare massima virtù da quanti ha sudditi il Principe creato proprio ad immagine di cotesto Dio.
Se bene consideri vedrai, che i vantati Statuti dei Gesuiti a fine del conto consistono in questo, che giunsero ad adattare allo spirito la istruzione medesima la quale nella milizia si applica alla materia; in questo si posero interi anima e corpo; oltre tenersi liberi da qualsivoglia cura, non accettarono cariche, nè benefizi, quantunque sotto mano gli avessero tutti; non digiuni, non veglie, non fatiche eccessive; i Gesuiti avevano bisogno di tutte le loro forze per durare nelle battaglie della disputa, della predicazione, e dello insegnamento. Se leggi le lettere del padre Segneri vedrai come il Papa medesimo lo presentasse di canditi, e di non so quali ortolani; il Granduca Cosimo III di cioccolata più volte, ed egli stesso gli chiede vino generoso per cavarne lena a mostrarsi valente operaio nella vigna del Signore.—A conseguire simile scopo di leggeri si comprende come lo insegnamento avesse ad essere cura suprema dei Gesuiti; di fatti, a Roma esercitando una volta i letterati nocque piuttostochè giovasse alla religione; i Gesuiti intesero soppiantarli e ci riuscirono; sempre conformi a sè stessi immaginarono metodi affatto soldateschi, e discipline, e pene; insegnavano gratis, come predicavano, e celebravano la messa; vietato non solo chiedere, ma accettare elemosine: nelle chiese non tenevano cassetta: gli scampoli disprezzavano: si contentavano rubare la pezza. Anco questo modo d'insegnamento ebbe sequele terribili nella società nostra, e durano; le scuole ordinate a mò di esercito con soldati, e ufficiali diventarono pugnaci.—Noi dobbiamo venerare la Provvidenza, la quale volle, che simili forze ordinate in pro della tirannide, e dello errore, o non durino, o durino poco; un verme segreto le corrode; la stessa violenza dei moti le fiacca; circoscritte dentro un termine ingeneroso o cattivo s'intristiscono ripiegandosi sopra sè stesse, dacchè paia certo, che la sola bontà sia progressiva durevolmente. Chi mai al mondo potè ridurre le anime umane a stiletti come il vecchio della Montagna?—I Giannizzeri un pezzo sostennero il Sultano, e poi ei gli ebbe a trucidare quanti erano, così gli Sterlitzi in Russia, e così i Mamalucchi in Egitto; in pari guisa il Papa, dopo avere provati i Gesuiti sua lancia, e suo scudo, gli sperdeva quasi piante venefiche. Merita non mediocre considerazione come i Gesuiti scolino, per così dire, dai luoghi che primi inondarono; nel 1606 ebbero a spulezzare da Venezia; da Napoli e dai Paesi-Bassi nel 1618; dalle Indie nel 1622; di Russia nel 1676; dalla Francia nel 1764 per opera della Pompadour, e del duca di Choiseul, affaticandocisi attorno con le mani e co' piedi un gobbo, lo Abate di Chauvelin, onde motteggiando dicevano: quello che uno zoppo fondò disperse un gobbo: nel 1767 li bandiva la Spagna; nel 1769 il Portogallo dove furono incolpati di tradimento contro la persona del re d'intesa con la casa Tavora; e forse non fu vero.—La vita, la morte e la resurrezione dei Gesuiti porgono manifesto segno della demenza dei Papi, i quali con miserabile non meno che ridevole presunzione si sostengono infallibili. Paolo III nel 1539, informato dal Cardinale Guidiccioni sul conto della regola proposta da Ignazio, dà cartaccie; nel 27 Settembre 1540 con la Bolla: Regimini militantes Ecclesiae l'approva; Clemente XIV nel 21 Luglio 1773 con la Bolla: Dominus redemptor la sopprime; la resuscita Pio VII nel 7 Agosto 1814 con l'altra Bolla: Sollicitudo omnium. E non basta; tanto Clemente che li spenge, quanto Pio che li riaccende, si affermano inspirati dallo spirito santo; il primo si conduce alla soppressione dei Gesuiti mosso dalla voce universale; il secondo compiacendo alle istanze dei fedeli li rimette sul candeliere; Clemente in virtù della sua autorità in materie religiose distrugge per sempre la Società di Gesù, i suoi instituti, e le sue opere; Pio in virtù della pienezza della potestà apostolica da valere in perpetuo restituisce ai Gesuiti tutte le concessioni, diritti, facoltà e privilegi, che prima possedevano, e mantennero nello impero di Russia; dacchè sbanditi da tutto il mondo costà si ricoverarono, e tra i Cosacchi parvero civili. Lo Spirito santo inspirò Clemente, ed inspirò Pio: entrambi questi Papi infallibili; il sì e il no, il bianco e il nero non si contrastano in loro: prediletta stanza quando lo Spirito santo scende in terra il cervello loro: bisogna pur dire, ch'ei sarebbe meglio albergato nella locanda della Luna.—
Quasi non bastassero queste zanne alla romana belva ne provvidero, o piuttosto ne rinnovarono un'altra più terribile di tutte, intendo parlare della inquisizione, e ciò pei conforti dei Cardinali Caraffa, che poi fu Paolo IV, e Bürgos Alvarez di Tolcdo. Antica, lo abbiamo veduto, era la inquisizione, esercitata unicamente dai monaci, i quali col volgere del tempo ammansivano, ovvero la sfruttavano a proprio profitto, od anco maneggiando eresie diventavano eglino stessi eretici.—
I nostri novellieri raccontano casi d'inquisitori, che assai di lieve componevansi a danari, le cose della fede adoperando giusto per ami da pescare; quanto a' frati avversi a Roma basti ricordare il Savonarola, il quale appunto uscì dall'ordine, ch'ebbe la inquisizione un tempo per retaggio privilegiato: pertanto instituivasi un'inquisizione romana. Come da Roma un dì leggi, ed eserciti si diramarono per l'universo; come a Roma tutto le vie del mondo misero capo alla fontana, dove i gladiatori, superstiti al circo, lavavano le ferite, e il ferro insanguinato, così ora da Roma non più aquile, ma avvolto avevano a dipartirsi per inviluppare le menti entro una rete di errore e di terrore. Ignazio loiolita, ed i suoi si precipitarono a sostenere l'opera di sangue col bramito di fiera.—Furono eletti sei Cardinali presieduti dal Caraffa e dallo Alvarez inquisitori universali in materia di fede, con facoltà di sostituire, e procedere, e giudicare in disparte dal tribunale ecclesiastico ordinario; senza distinzione tutti sottoposti alla loro potestà; le pene che potranno infliggere, carcere, morte, e confisca di beni. Se vuolsi avere esempio moderno della rabbia religiosa di costoro tu non potresti rinvenirne riscontro, tranne nella rabbia politica dei montanari della Convenzione di Francia: presto, predicava colla spuma alla bocca il Caraffa, ferro e fuoco al male prima, che incancherisca; basti a punire il sospetto; non arresti nascita, nè grado; del pari tremino principe o plebeo, prelato o paltoniere; se taluno cerca schermo dietro la protezione dei potenti, guai! di uguale colpo percotansi protettori e protetti; verso cui subito si confessi in peccato, e si prostri qualche po' d'indulgenza si potrà adoperare.—Tale Asino dà in parete tal riceve, dice il proverbio, nè ardere significa persuadere; però da persecuzione sorse persecuzione; qui porrò l'eresie che reputavano gl'inquisitori degne di fuoco, avvertendo che non sono tutte, ed anco per minor fallo bisognava morire: da ardersi chi credeva non le opere proprie bensì i meriti di Cristo salvassero il cristiano; da ardersi chi credeva bastevole la confessione avanti Dio, però che nè Papa, nè Sacerdoti abbiano facoltà di rimettere i peccati; fuoco a cui afferma Gesù Cristo non presente nell'ostia consacrata; fiamma a chi sostiene il Purgatorio fandonia e però inutili le preci pei morti; si brucino coloro, che negano la facoltà nel Papa di concedere indulgenza e perdoni, e dicono potersi i preti ammogliare legittimamente, dannosi i conventi, troppe le feste, ridevole il divieto delle carni e di altri cibi nei giorni prescritti dalla Chiesa: che più? morte e fuoco a chiunque affermi, sostenga od anco pensi la setta luterana capace a condurre le anime per la via della salute.—Furono le accademie scientifiche perseguitate; quella di Modena e l'altra di Napoli chiuse; chi professava lettere visto in cagnesco, la censura resa insopportabile, lo Indice ampliato. Monsignore Giovanni Della Casa compilò il catalogo dei libri proibiti: sommavano a settanta; in breve se ne compilò un secondo più ampio, finchè in quello del 1529 fra le opere degne di fiamma il Casa potè leggere annoverate anco le sue: così sottile fu il rovistare, così ardente il distruggere, che taluni libri scomparirono affatto, come il Benefizio di Gesù Cristo; a Roma incenerirono cataste di libri; anco Omar praticò a quel modo in Alessandria, entrambi papi, o califfi, entrambi interessati a mantenere nello errore il fondamento della propria dominazione.—Chiamaronsi anco parecchi secolari a puntello dello instituto scelleratissimo: con immunità e con danaro presente e poco, con isperanze infinito e future si aizzavano; di spie un nugolo: l'antica semenza dei guelfi e ghibellini rinfocolata; alle vecchie si arresero nuove e mortalissime ingiurie; i Principi, paura fosse, o male creduta utilità, porgevano aiuto; esecutori essi medesimi delle sentenze di sangue, la quale cosa il prete significò con la formula ipocrita:—riporre il condannato al braccio secolare: appena Napoli ardì impedire la confisca dei beni; Venezia, stata fino allora l'asilo dei fuorusciti per cause politiche o religiose, colta da vertigine, della quale si pentirà amaramente e presto, quanti piglia condanna a fiero supplizio; postili sopra due barche li manda in alto mare fuori delle lagune, dove li costringe ad assettarsi su di una tavola; ad un segno queste si scostano, e i miseri traditi sprofondano nelle acque invocando per l'ultima volta il nome di Gesù; sazievole, nè utile al mio intento riferire i nomi dei tanti tribolati; basti questo, che non salvarono nè fama di vita religiosa, nè veste monastica, nè professione di sacerdozio, nè stato principesco. Renata di Ferrara provò nemico il Duca suo sposo: divisa dalla Francia, senza che alcuno la ripigliasse per lei, ella annacquava con sue lacrime il vino. La più parte dei fuggiti perì senza ricordo del dove e del come; certo cadde nelle insidie parate a mo' di trabocchetto; non fu udito nè manco il rantolo della agonia. Antonio dei Pagliaricci, queste, ed altre nefandigie raccontando, ci afferma come veruno comecchè, di cuore cristiano poteva impromettersi di morire nel proprio letto. Però non tutti rimasero presi, nè tutti si spensero, anzi scamparono i più gagliardi e diventarono atleti contro Roma; celeberrimo tra questi Bernardo Occhino, che di generale dei Cappuccini diventò eretico, esiziale per anni, per dottrina, per santità di costume, e potenza mirabile di predicazione; fuggì, traverso mille pericoli, Pietro Martire Vermigli, e dopo lui uno stuolo dei suoi alunni da Lucca. Celio Secondo Curione col bargello e gli sbirri in camera, essendo atticciato, e gagliardo si fa largo a sergozzoni, e ripara tra gli Svizzeri; migrarono da Modena Filippo Valentino e quel Castelvetro che come scrittore troppo fu sotto allo Annibal Caro, ma come uomo (e questo è quello che conta) di troppo lo superò.—Questi tutti andarono ad ingrossare la schiera dei settari di Lutero, di Zuinglio, di Ecolampadio, di Melantone, e di Muncero. La provvidenza poi, che governa le vicende umane, come se questi non bastassero a sostenere la lotta ecco evoca, non so donde io mi abbia a dire, Calvino anima, e volto di scure affilata; egli di petto ad Ignazio fu lima contro lima: e per me ho fede, che se i loro spiriti sopravvissero al corpo, di presente non si abbiano a trovare divisi, bensì incoli di un medesimo luogo, che di certo non sarà il paradiso.
Queste le armi della tetra instituzione, che ha nome Papato allora, adesso, e sempre; affetto, ragione, il tempo stesso, il quale ha virtù di vincere non che i cuori il metallo e il granito, niente possono su i preti composti a curia Romana: udite come bandisse ieri al mondo Pio VIII: «egli è mestieri, venerabili fratelli, perseguitare questi perniciosi sofisti, denunziare le opere loro ai tribunali, bisogna dare i corpi loro in balìa della inquisizione, e mercè le torture richiamarli ai sensi della vera fede della sposa di Cristo.» Ed oggi Pio IX con solenne enciclica, quasi dispettando il secolo, indice guerra alla libertà della coscienza, e dei culti al suffragio universale, alla libera stampa, alla inviolabilità della famiglia, a tutto insomma che non sia regresso verso concetti ormai sommersi nei, gorghi del tempo.—Di qui imparino i settari, che ci governano, con quanto senno essi argomentino; tristo, è vero, ma conforme a sè sempre il Papato: non per virtù, non per generosità, e manco per intelletto l'umano consorzio sarà felicitato con nobili conquiste, bensì per viltà, per anarchia, per repulsa invincibile o per minaccia dei nostri nemici; a questo modo andremo debitori della pena di morte abolita ai fratelli La Gala, di cui fu imposto si rispettasse il capo scellerato; la libertà civile alle pubbliche e private fortune manomesse: la indipendenza agli assalti dell'Austria; la libertà religiosa alla ostinazione del Papa: anco da fetida erba nasce il giglio, ma i gigli usciti fuori così nè olezzano, nè durano.—
Nè le armi sole, ma assicurato il tempo opportuno il Papa bandisce il Concilio di Trento; il tempo era destro però, che allora Carlo, e i due capi della riforma germanica si travagliassero in aspre guerre fra loro, onde gli facevano mestieri i soccorsi della Chiesa e più dei soccorsi gli premeva non gli procedesse nemica. Il Papa si liberava, intimando egli il Concilio, dalla minaccia dello Imperatore di volerlo aprire egli stesso: chi ha in mano il timone governa.—Da noi non si attende la storia del Concilio di Trento; ne possediamo due, quella del Pallavicino, e l'altra del Sarpi, le quali dettate con opposto intendimento, può chi ha voglia di studiare, ponendole a confronto, assai bene conoscere gli umori dei tempi e la verità delle cose.—Chi non può o non vuole attendere a siffatte ricerche sappia, che il Papa instava si cominciasse a discutere su i dommi, l'Imperatore all'opposto dalla riforma; la ragione delle contrarie sentenze questa: la riforma dei costumi confessata necessaria non si poteva contrastare; i libri santi non offerivano riparo, anzi condanna; difficile poi presagire dove, riformando, si sarebbe messo capo; all'opposto spuntandola sul domma la riforma sarebbe andata soggetta a regole e a freni o non avversi, o secondi agl'interessi della Chiesa. Tuttavia i prelati romani per non entrare in iscrezio collo Imperatore composero, che si sarebbe discusso nel medesimo punto sopra il domma, e sopra la riforma; ma in fatto poi si cominciò sul domma, e si venne addirittura a mezza spada mettendo in campo la quistione, se nel solo Evangelo si trovasse compreso tutto quanto importa alla nostra salute. Non ci è mestieri troppa levatura per conoscere, che vinta questa sentenza, il cattolicismo aveva finito; però ogni estremo sforzo si adoperava a rigettarla, e prevalse l'altra che la tradizione della Chiesa propagata dagli Apostoli sotto la protezione dello Spirito Santo fino ai tempi presenti deve accettarsi ed osservarsi quanto e più la santa Scrittura; a questo modo l'interesse del sacerdote rimase, siccome già era, sostituito alla dottrina di Cristo. Roma vinse nel Concilio per perdere più tardi senza rimedio nel mondo. Nè di minore importanza parve spuntarla intorno alla giustificazione, dacchè se veniva deciso la medesima effettuarsi unicamente pei meriti di Cristo, e non in virtù delle opere la Chiesa si trovava a chiudere bottega di sacramenti; e tanta fu la rabbia dei disputatori, che mancate le ragioni contesero a pugni, e se ne ricambiarono dei solenni il vescovo della Cava, e certo monaco greco. Ributtata la definizione assoluta, con asprezza pari respinsero qualsivoglia ammenda, massime quella delle due giustizie, che insomma era un'empiastro moderato col quale si presumeva stabilire, che per salvarsi si chiedessero ad un punto i meriti di Gesù Cristo e la virtù delle opere: pro le stavano Scripando, e i Cardinali Polo, e Contarini, contro il Cardinale Caraffa, e i Gesuiti Salmeron, e Lainez: prevalsero gli ultimi, che ogni sapienza pongono in questi due termini: fermi o addietro.
Quando consideriamo la perpetua contradizione dell'uomo sovente, ci sorge nella mente il dubbio se davvero egli possieda discorso, e se per esso proprio si distingua dagli altri animali; di vero il sacerdozio romano piegò al Concilio mosso dal senso del bisogno della riforma, e chiuso nel Concilio pesta le mani e i piedi per rimanere inalterato o concedere solo ammende, che non hanno costrutto; appunto come le Monarchie ridotte al verde oggi accettano le Costituzioni per convertirle in arnesi di tirannide due cotanti peggio di prima.
Il Papa parve, e tuttavia sembra, capo di cotesto moto di offesa o di difesa del cattolicismo, e certo ogni cosa ebbe approvazione da lui; egli convoca il Concilio, egli lo dirige; da lui emanarono le Bolle dei nuovi instituti monastici, sua la Bolla che invia Saverio alle Indie, sua quella, che fonda l'arcivescovado nel Messico; chi altri se non esso, mediante il nipote Rinaldo Farnese arcivescovo di Napoli, tribolò il vicerè Pietro di Toledo a rizzare la Inquisizione in cotesta città, donde le fiere sommosse per le quali dopo tanta uccisione di uomini e' fu mestieri deporne la voglia? E pure nonostante queste apparenze non visse per avventura uomo nella cristianità, che sia co' principeschi consigli, o sia co' privati costumi, più di lui attraversasse l'esito della riforma.—Nei primordi del pontificato si stringeva in lega co' Veneziani, e lo Imperatore contro i Turchi; dopo spazio non lungo di tempo fa alleanza col Turco e il re di Francia contro lo Imperatore: combatte con armi spirituali e temporali alla scoperta i Luterani e di celato se la intende con loro.—Così Papa e Imperatore accordatisi a Vormazia per annientare la lega di Smalkalda, il primo manda, giusta il concerto, armi in soccorso col cardinale nipote Alessandro; sbigottito poi dalla prospera fortuna del suo collegato, di punto in bianco richiama il cardinale Alessandro coll'esercito: mentre la Germania settentrionale trema del progresso del potere pontificio, il Papa esulta delle battiture che dà l'elettore Giovanfederigo al duca Maurizio, e aizza segretamente Francesco I sovvenire i Luterani, finchè tengono le armi in mano; osso duro a rodere per Carlo essere tuttavia cotesto; col mezzo dell'Oratore francese lo ammonisce così: «S.S. ha inteso che il duca di Sassonia si mantiene gagliardo, di che piglia inestimabile contentezza, giudicando, che il nemico commune in virtù di questi intoppi si troverà inetto al compimento delle sue imprese, onde pensa, che tornerebbe a grandissimo benefizio comune sovvenire di sotto mano coloro che gli resistono, e dice che voi non potreste fare spesa che fosse più utile.» Nè questi suoi disegni, o piuttosto intrighi, rimasero punto nascosti allo Imperatore, il quale prevalendolo sempre nelle armi mandava al suo Oratore, perchè lo partecipasse al Papa: «avere conosciuto, pur troppo, il pensiero di S.S. essere stato quello di porlo a cimento in impresa zarosa e poi abbandonarlo, per ciò avere alla sprovvista richiamato le sue milizie; nè di questo più che tanto importargli però che prive di soldo, e indisciplinate gli erano piuttosto di danno che di benefizio; amareggiarlo questo altro, nè volerlo sopportare, che senza suo avviso avesse trasferito il Concilio a Bologna.» Piegava allora Paolo sotto la mano di ferro delle Imperatore; ma quietata alquanto la paura, eccolo da capo alle insidie; però, che non si neghi Gian-Luigi Fiesco aizzato non meno dal re di Francia, che dal Papa tramasse la congiura contro Andrea Doria, che andata a vuoto, questi più tardi barattò a Paolo con la morte del figliuolo Pierluigi. Duro freno a mordere, ma dalle labbra fermenti del Papa in cotesto acerbissimo caso uscì spuma non parole, e cauto si mise ad annondare una nuova lega ai danni dell'odiato Imperatore con Francia, Venezia, Svizzera, e il Turco: quantunque avesse scomunicato gl'Inglesi, pure consigliava Enrico II a pacificarsi con Eduardo VI per non provarlo d'impedimento alla guerra, che imprenderebbero pel bene della Cristianità.—
La Chiesa si era ridotta al termine di che parlammo per colpa dello strazio che ne manarono i Papi in benefizio dei loro figli e nipoti: per questo diventò necessaria la riforma, che lo stesso Paolo III prescrisse, e verun Papa mai dava come costui esempio pernicioso dei medesimi errori.—Creò cardinali suoi figli o nipoti Alessandro, e Ranuccio Farnese, e Guido Antonio Sforza figliuolo di Costanza Farnese di dodici, di quattordici, e di quindici anni; e non che ad altri allo Imperatore, che gliene toccò qualche parola, rispose, contro il suo costume alterato; e promosse altresì alla porpora Niccolò Gaetani discendente di Bonifazio VIII e congiunto con la casa Farnese; fra i trentasei cardinali, ch'egli elesse, occorre anco un Roderigo Borgia dei duchi di Gandia, onde non istette per lui che un'altra volta il sangue di Alessandro VI non rese sacro il soglio di San Pietro.—Usurpò Camerino alla ultima erede dei Varano, allegando le femmine escluse dalla successione del padre, nè lo rese già alla Chiesa, bensì lo tenne per darlo a Ottavio suo nipote nel modo stesso che dal manto della Chiesa aveva sbarrato Castro per investire il figliuolo Pierluigi, e Nepi per coprire l'altro nipote Orazio. Le paci e le guerre nelle quali egli spinse la Chiesa miravano sempre ad avvantaggiare i suoi; la quale cosa sovente gli veniva fatto di conseguire con destrezza mirabile. Quando prima si pose in mezzo paciere tra Francesco e Carlo a Nizza pescò a Pierluigi il Marchesato di Novara da una parte, e dall'altra provvido ad allogare sposa in casa di Francia la nipote Vittoria col duca di Vandome; a questo, non avendolo ottenuto subito, e poco dopo essendosi rotta da capo la guerra tra Francesco e Carlo, egli ebbe con inestimabile cordoglio a renunziare; ma guasta una tela il ragno ne incomincia un'altra; quindi Paolo più tardi torna agli amori francesi, e gli riesce fidanzare il nipote Orazio con la bastarda di Enrico II.—Ardendo pel desiderio di lasciare alla sua casa un principato che le fosse scala ad acquisiti maggiori ora delibera investire Pierluigi del ducato di Parma e Piacenza e lo sgarò nonostante, che messa la pratica in Concistoro il cardinale Caraffa non intervenisse, anzi nel medesimo giorno visitasse le sette Chiese come straordinariamente si costuma tra i Cattolici nelle gravi sciagure, ed ordinariamente il Venerdì santo; e il cardinale da Trani con onesto sermone tra le altre cose lo ammonisse «e che diranno di siffatto partito i Luterani, ora che il Concilio è aperto, vedendo il patrimonio della Chiesa dai Papi stessi, i quali come fedeli tutori dovrebbero mantenerlo, e difenderlo, essere dato ad altri?» Al Papa non piacque cotesto suono, nè lo menò buono il Collegio dei Cardinali; per la quale cosa se non si rinnegò allora Dio, nè si manomisero i suoi precetti per lacerare in parte il dominio della Chiesa e gittarlo in pastura all'uomo forse più nefando, che mai vivesse al mondo, vorremo noi credere al Papa adesso, che afferma i comandamenti divini impedirgli di rendere la potestà dei suoi domini al popolo italiano per comporsi una Patria potente, e felice?
Non contento di Parma e Piacenza, poco dopo il Papa armeggia per procurare al medesimo suo indegno figliuolo la duchessa di Milano, e sottilmente arguto insinuava pei suoi negoziatori a Carlo: «a te disdice chiamarti conte, duca, e principe, Cesare sei; non le molte provincie, ma i grandi vassalli hanno da formare la tua forza: dacchè mettesti le mani sul Milanese non godesti un'ora di bene; che tu lo renda al Re Francesco non si consiglia, però che questi dopo il primo pasto avrebbe più fame che pria delle terre italiche; ma nè anco lo devi serbare per te, considerando come cotesto acquisto ti abbia fruttato nemici molti e poderosi, i quali ti stimano insaziabile dei domini altrui: se vuoi, che il mal sospetto cessi, fa una cosa, dà il Milanese a qualche duca; così Francesco I non troverà più partigiani, tu all'opposto ti amicherai per la vita Lamagna e Italia, e perciò franco da ogni impaccio potrai portare le tue bandiere nelle più remote regioni, e rendere il tuo nome immortale.» Ma lo Imperatore considerando come quello, che è buono a pigliarsi si prova ottimo a tenersi faceva orecchia di mercante; e poi quando avesse tentennato le persuasioni di Ferrante Gonzaga e di Andrea Doria, avversissimi ai Farnesi lo avrebbono dissuaso di piegare alle voglie del Papa.—Quando trucidato Pierluigi Farnese, Ferrante Gonzaga occupò Piacenza per lo Imperatore il Papa per via di negoziati pose in opera ogni sua arguzia per ricuperarla; al solito metteva innanzi la donazione di Costantino, e subito dopo quella di Carlomagno; ma visto, che coteste donazioni non facevano breccia allegò la cessione di Massimiliano I Imperatore a Giulio II e la conferma fattane da lui stesso Carlo nell'anno 1521: lo Imperatore nonstante siffatte dimostrazioni perfidiava con lunga scrittura a volere serbarsi Piacenza, ed anzi avrebbe preso anco Parma assegnando per compenso ad Ottavio 40,000 scudi di entrata nel regno di Napoli, somma a cui non erano mai giunte le riprese di Parma e di Piacenza; la quale profferta rincrescendo al Papa per torsi le molestie dattorno propose allo Imperatore lo scambio di cotesto ducato con Siena; ma Siena già era segno di cupidigia di Cosimo I; il quale stava su l'avvisato, avendo scritto fino dal 1537: «al Papa non è rimasta altra voglia in questo mondo, se non disporre di questo stato e levarlo dalla devozione dello Imperatore, ma gli sarà mestiero portarsela seco lui dentro il sepolcro.» All'ultimo considerando, che il ducato di Parma e Piacenza mentre lo aveva tolto alla Chiesa poco restava sicuro in mano ai suoi deliberò restituirglielo cassando il baratto antico di Camerino e Nepi: così da capo il ducato Parma e Piacenza difeso dal pontificale ammanto gli sembrava potersi più agevolmente conservare; e non temeva opposizione dal lato dei nipoti come quelli, che egli aveva sperimentato sempre ossequentissimi a propri voleri, non avesse fatto cosa che in massima utilità loro non ridondasse; ora poi bisogna vedere che avverrebbe pungendoli nello interesse; di vero Ottavio si rovesciò, e non si astenne da adoperarsi di avere a certo pranzo in casa Sanvitali Cammillo Orsino governatore di Parma pel Papa per quivi ammazzarlo, o imprigionarlo, e poi correre la terra; e poichè Cammillo non cadde sul vergone neppure aborrì ricorrere a Ferrante Gonzaga precipuo operatore della paterna strage per ottenere con la forza, quello, che con la fraude non aveva potuto conseguire; Ferrante poi (qualunque fosse l'animo suo, che per me giudico tristo) non si mostrava alieno da porgere aiuto ad Ottavio a patto, che ei tenesse Parma a nome dello Imperatore. Il Pallavicino nella Storia del Concilio di Trento afferma avere Ottavio rigettato la proposta; al contrario il Gossellini nella Vita del Gonzaga dichiara, che fu spedito un corriere allo Imperatore per la ratifica dello accordo; checchè di ciò sia Ottavio scrisse lettere a Paolo III significandogli, che dove si ostinasse a negargli Parma per amore, e' se la sarebbe presa per forza co' sussidi del Gonzaga; giunse questa nuova oltre ogni credere amara al Pontifice, il quale querelandosi diceva la viltà del nipote, che per cupidigia d'imperio acconsentiva stringere la mano intrisa del sangue paterno avergli trafitto il cuore assai più della strage di Pierluigi; ma non gli credevano, nè a torto, imperocchè anch'egli, nonostante cotesto omicidio, o non aveva negoziato con Cesare per barattare Parma e Piacenza con lo stato di Siena? Avanzava una speranza al Pontefice, ed era, che il Cardinale Alessandro non avesse intinto in coteste tresca; ma chiamatolo a sè, conobbe il contrario; allora ruppe in escandescenze, e in mezzo ad una procella di rampogne strappò di mano al Cardinale la berretta sbatacchiandola a terra; all'ultimo tramorti; rinvenuto dopo parecchie ore si giudicò morto, per la quale cosa convocati i Cardinali commise loro pigliassero tosto i provvedimenti che al bene della Chiesa reputassero più acconci; però al tempo stesso o che la cupidigia d'ingrandire la propria famiglia ripigliasse in lui il sopravvento, o per la contradizione inseparabile dalla nostra natura sul punto di chiudere gli occhi sottoscrisse un Breve per Cammillo Orsino e glielo mandò pel suo segretario Antonio Elio vescovo di Polo con ordine espresso di restituire Parma ad Ottavio; se nonchè Cammillo da prima sospettandolo falso, non lo volle obbedire, e poi chiarito dell'autenticità sua, ma al punto stesso della morte del Papa, s'intorò nel rifiuto allegando, che la volontà di uomo sano di corpo e di mente non si aveva a posporre a quella di uomo moribondo per avventura privo di discorso di ragione.
I costumi di questo Papa perversi; da parecchie femmine ebbe figli non pochi: sua madre per temperarne la licenza lo fe' chiudere in castello S. Angelo, donde il futuro vaso dello Spirito Santo si calò per mezzo di una corda; altri poi affermano patisse la prigione a cagione di Brevi falsati: cardinale lo creò Alessandro VI e affermano in salario di libidine dal vecchio Papa sfogata nella sua sorella Clara e sarà; altre cose aggiungono, ma le lascio addietro, perchè molto gravi elle sono ed a me paiono provate poco; assunto al ponteficato condusse onesta vita; egli è ben vero che allora contava sessanta anni sonati; ma ciò non fa caso; anco Alessandro VI giunse a cotesta età e tuttavia nelle senili membra riardeva più tetra la libidine: ma se quanto alla sua persona lasciò poco a riprendere, a veruno dei Papi prima o dopo di lui fu secondo nel patire le infamie della propria famiglia. Margherita tenne sempre in dispregio il marito Ottavio, e se ne aperse col padre Carlo, che le detto facilmente ragione; di nefanda celebrità vanno famose le turpitudini de Pierluigi Farnese: io le ho discorse nella vita di Andrea Doria, nè quì le ripeterò: tanto basti, che quando i Luterani seppero il mostruoso strazio di Cosimo Gheri vescovo di Fano esclamarono: «verun tiranno al mondo avere immaginato modo più truce di martirizzare i santi.» Paolo fu uomo di molta dottrina; lo educò nelle lettere Pompilio Leto, nelle matematiche Alberto Pigho; dimorando nelle case di Lorenzo il magnifico apprese eleganza e vizi; facondo nel dire, e abbondevole, ma avviluppatore così che mal sapeva sviticchiarsi dalle sue medesime reti: magnifico nei palagi, nelle vesti, e nelle suppellettili, e tuttavia laido, onde essendogli un giorno state donate sessanta catinelle, e sessanta boccali di argento ne cavarono fuori certo epigramma, che concludeva: «or come con tanti bacini, e mesciroba conservi, o S. Padre, così sudice le mani?» Vezzo comune a cotesti tempi la fede nell'astrologia, ma a lui Papa disdisse mostrarsi nella pratica di errore siffatto piuttosto eccessivo che zelatore: nè piccolo nè grande negozio s'iniziava da lui se prima non andava certo della influenza degli astri; protrasse a lungo la conclusione della lega con la Francia perchè non rinveniva conformità di nascita tra quella del re Francesco e la sua: non so, se sul declinare della vita si guarisse da cotesta infermità, certo egli ebbe a patire di fieri disinganni; imperciocchè il medesimo giorno, forse la medesima ora nella quale sè predicava beatissimo, ed in felicità si metteva allato di Tiberio (in che potesse estimarsi avventuroso Tiberio io non saprei dire) i patrizi Piacentini dopo avere messo il figliuol suo alle coltella lo spenzolavano, miserando cadavere, fuori delle finestre della cittadella di Piacenza.
Gli archivi di stato di Firenze contengono minuta la storia dei viluppi adoperati nei Conclavi, dacchè d'ora in poi si può dire, che i Medici fabbricassero i Papi. Da prima i voti si portano sul Cardinale Salviati a cui per nocere meglio finse porgere aiuto Cosimo I; poichè ebbe logorato il Salviati al Cardinale Ridolfi il Conclave si volse al Cardinale Polo, e riusciva se non gli apponeva il Cardinale Caraffa dubbio di fede non sana; allora si trastullarono col Burgos per trovare l'uomo sul quale accordarsi. «O perchè non fate me Papa? Disse celiando il Cardinale dal Monte. Io vi prometto, appena assunto Papa, creare Cardinale il garzone, che custodisce la mia scimmia e darvelo per collega.»
Piacque la giocondità del Cardinale, e ci pensarono su; Cosimo lo ebbe caro perchè suo suddito come quello che aveva sortito il nascimento a Monte Sansavino; non garbava agli Spagnuoli temendolo parziale ai Francesi, ma anco qui pose sesto Cosimo, il quale condusse i Farnesi guadagnati col patto di favori ampissimi, e della restituzione di Parma al duca Ottavio, e non se ne poteva fare a meno, imperciocchè i Cardinali Farnesi disponessero di ben ventitrè voti: accomodate a questo modo le cose scese lo Spirito santo ed uscì eletto il Cardinale dal Monte, che tolse nome di Giulio III, in memoria di Giulio II che lo aveva creato camarlingo.
Giammaria Giocchi, che tale si chiamava veramente Giulio III, mantenne Papa le promesse del Cardinale: innanzi tratto risegnò il suo cappello cardinalizio di santo Onofrio al ragazzo amato da lui e glielo mandò fino a Bagnaia di Viterbo. Invano i Cardinali si opposero alla strana elezione, e sopra gli altri il Caraffa che commosso da tanta indegnità (ed egli a suo tempo fece peggio) si astenne da intervenire in concistoro: a quanti esponeva ignota la nascita del garzone, troppo fresco di età, annoverando diciassette anni appena, veruna fama correre dei suoi meriti, piuttosto bocinarsi di sue capestrerie e non poche, il Papa piacevolmente rispondeva: «O voi quando mi avete eletto Papa quale merito avete trovato in me? Io davvero non lo so, pensate se voi!» Dissero, che il giovane nacque a Piacenza da gente povera, che lo abbandonava su la strada, ond'ei menò primi anni da zingano più che altro; il Cardinale dal Monte passando per certa via a Parma vide il garzone alle prese con una scimmia: pigliando piacere alla singolare giostra stette a mirarne l'esito, che fu la disfatta della scimmia senza troppo danno del ragazzo; allora se lo condusse in casa, e siccome il Cardinale assai si dilettava tenersi attorno strani o rari animali ei ne commise il governo ad Innocenzo. Aggiungono, che il ragazzo di giorno in giorno viepiù gli entrò in grazia, non senza taccia di turpe amore; per la quale cosa persuase il suo fratello Baldovino ad adottarselo per figliuolo, gli diè maestri di lettere, lo provvide del prevostato della Chiesa di Piacenza, se lo condusse a Trento, dove infermatosi per consiglio dei medici lo mandò a Verona a pigliare aria; e quando risanato annunziò al Cardinale il suo ritorno a Trento, questi sotto colore di recarsi a diporto fuori della città condusse seco ad incontrarlo una caterva di prelati quasi a testimonio delle stemperate carezze con le quali lo accolse. Il Papa poi a giustificare cotesta sua insania afferma amare il giovane perchè gli avessero presagito gli astrologhi, che alla buona ventura di lui andava legata la sua.—Migliori ricerche oggi ci certificano, che il Cardinale Giammaria impregnasse la moglie di un bombardiere della rocca di Forlì, che a suo tempo partoriva questo fanciullo, il quale dal padre vero derelitto, dal putativo dispettato fuggì di casa furfantando, e accattando per diverse ville finchè il caso non lo fece cascare nelle scuderie del padre Cardinale allora legato a Bologna, dove dopo diversi casi riconosciutolo gli pose soverchio affetto come troppo poco gliene aveva portato prima, a sè ed a lui nocendo con gli eccessi insensati. Certo questa notizia non lava la memoria di Giulio III, pure lo salva da maggiore infamia; e per un Papa ordinariamente la minore vergogna pare quasi lode. Di questo Cardinale chiamato, per ispreto, scimmia, avremo a ragionare più tardi.—
Tutti gli altri empì di prebende e di benefizi; nel dare quattrini poi questo Papa parve rovesciasse la cassetta, e ne scotesse il fondo; ma il guaio che mise da capo a soqquadro la cristianità fu la promessa di rendere Parma ai Farnesi; e questo attenne, anzi Cammillo Orsino nicchiando a consegnarla sotto colore, che ci aveva speso ventimila scudi di suo per difenderla, il Papa glieli mandò liberandosi dalla avara fedeltà di cotesto soldato, nè si fermò qui, chè si obbligò eziandio pagare ad Ottavio Farnese duemila ducati il mese perchè la difendesse. Ottavio poi non solo intendeva difendere Parma, ma sì anco ripigliare Piacenza, mentre Ferrante Gonzaga tornato ai suoi primi odi contro i Farnesi gl'insidiava il Parmigiano, e il Papa ormai di danari si trovava al verde. Ottavio andato a Roma per soccorso senti rispondersi che non solo doveva deporre la speranza di aiuti, ma renunziare alla pensione dei due mila scudi mensili; allora egli più volte chiese, e più volte il Papa gli concesse di legarsi con qual Principe più gli paresse spediente a sostenerlo incolume dagli assalti di Spagna. In quei tempi in fatti di leghe non vi era luogo a scelta, o con la Francia, o con l'Austria, dacché gli altri potentati o con questa o con quell'altra si azzoccassero: di fatti Ottavio si accosta a Enrico II, che lo accoglie a braccia quadre, e pone sopra lui il fondamento della prossima guerra; pigliò ai suoi stipendi il presidio di Parma, e i soldati francesi tornarono a rovesciarsi nel bel mezzo d'Italia. Il Papa accortosi di quel nuovo groppo di guerra o sia, che non desse intenzionalmente alle sue parole la estensione, che pure esse presero o non reputasse Ottavio capace di valersi della facoltà concedutagli, fatto sta, che saltò su i mazzi, e procedendo tutto pieno di stizza tacciava Ottavio di verme prosuntuoso: ed aggiuageva «nostra volontà è confidarci insieme con lo Imperatore ad una medesima nave: allo Imperatore spettano intelletto e potenza;—s'intimi Ottavio recarsi a Roma e subito; depona le armi costui; sè commetta intero alla balìa del socero augusto; se tentenna, guai! lo bandirà ribelle, lo assalirà con le armi spirituali e temporali.» Ottavio rispondeva gli torrebbero prima la pelle, che Parma, e il Papa aizzato dallo Imperatore, e dal nipote Giovambattista dal Monte giovane, che di sè sentendo altamente desiderava acquistarsi buon nome nella milizia rompe la guerra a Ottavio radunando impetuoso armi, e cavalli: cavatosi a un tratto dalla consueta indolenza egli agita adesso cielo e terra per opprimere il Farnese; spedisce tra gli Svizzeri perchè neghino soldati al re Enrico, poi scrive in Francia per dissuadere Enrico stesso da sovvenire il duca Ottavio profferendogli mari e monti se si fosse inchinato a compiacerlo; trovato il terreno duro il Papa monta in furore e grida che se il re non gli lascia stare Parma a lui basterà l'animo di levargli la Francia. I Consiglieri del Cristianissimo non si spaurivano del Papa a cotesti tempi, epperò in brevi accenti gli notificarono, quanto a Parma non voler sentirne parola, quanto al restante intimerebbero un Concilio nazionale in Francia, e lo intimarono, il Papa spaventato prega cessi il re ogni disegno di Concilio; rispetto a Parma, ogni litigio fra loro rimanga cireoscritto là dentro. Ma la contesa si dilatò oltre ogni giudizio umano e valse a mutare le condizioni della Germania, ed anco quelle d'Italia, ma in peggio. La guerra di Parma andò a precipizio, il Papa ci perse l'esercito, ci spese l'ultimo suo soldo, e per colmo di dolore gli ammazzarono il pro' nepote Giovambattista mentre con la consueta prodezza combatteva fuori della Mirandola; i Francesi legati co' protestanti di Germania compaiono sul Reno, l'elettore Maurizio di Sassonia nel Tirolo, Carlo postosi a cavaliere su i monti per contenere amedue è costretto a fuggire da Inspruch per non cascare in mano del nemico.
Quando le faccende riescono per la peggio i soci litigano fra loro, ed è fatto antico, però tra il Papa, e lo Imperatore ricambiavansi i rimproveri, il primo perchè non gli pareva essere stato secondo le speranze o le promesse soccorso, il secondo perchè avendo assunto cotesta impresa pei conforti del Papa, questi avrebbe dovuto buttarcisi dentro a corpo perduto; ma lo screzio era comparso maggiore in materia di religione però, che Giulio avesse promesso riaprire il Concilio, ed anco questo era stato da lui attenuto; tuttavia in breve si accorse come i vescovi spagnuoli mirassero a scemargli l'autorità più rigidamente, che i deputati tedeschi, imperciocchè da un lato essi presumessero rendersi schiavi i capitoli, e dall'altro torre al Papa la collazione dei benefizi, dal che questi com'è naturale aborriva; onde scrivendo al Cardinale Crescenzio esclamava: «non sarà vero, non comporteremo mai, prima lasseremo ruinare il mondo.» Mosso dalle quali considerazioni prese a favorire i protestanti anzi tirarseli a sè con doni, e con pecunia; l'autorità di Cesare per le battiture della fortuna scemando crebbe la baldanza nei germanici; di qui risse, ed oltraggi ai prelati massime spagnuoli, che male sopportando il presente, troppo più temevano pel futuro; onde non parve vero a tutti tornarsene a casa; molto più, che il Concilio non si scioglieva, bensì si prorogava: termini medi dentro i quali si adagiano beatamente le anime codarde.
A Giulio non parve vero uscire dal pelago per immergersi nella naturale indolenza; si chiuse nei diletti della vita, non però volgari, chè temperato ei fu, e cultore dei buoni studi, e delle belle arti; attese a fare stato ai suoi: la duchea di Camerino rapita alla Varana concesse a Baldovino, non in signoria assoluta, ma in feudo; modo che in fine di conto torna ad alienazione sovversiva (secondo le moderne dottrine della curia romana) la Chiesa di Cristo.
Marcello Cervini, che sotto nome di Marcello II subentra a Giulio nella cattedra di San Pietro passa come ombra; lo celebrano buono; forse ei non deve questa reputazione se non al tempo breve, che soggiornò sopra la terra.
Già toccammo di Giovampietro Caraffa, uomo torbido, sempre in contrasto seco stesso o con altrui; renunziò vescovato ed arcivescovato per fondare l'ordine dei Teatini, ma si lasciò eleggere cardinale; contava ben settantanove anni quando lo promossero Papa; parte dei costumi di lui, anzi anco dei detti gli scrittori attribuiscono a Sisto V, però che fosse egli il quale gittata di un tratto la lunga ipocrisia appena vestito il gran manto, interrogato quale desiderava avesse ad essere il suo trattamento e la mensa, rispose: da principe grande; indole impastata di odio senza pure un pugillo di amore; si vantava non avere mai compiaciuto persona di cosa che gli fosse richiesta; bastava, che taluno lo supplicasse di qualche favore perchè subito sorgesse in lui la repugnanza invincibile di concedergliela. Nello intento di sostenere le forze rifinite cibava vivande di molta sostanza e beveva vini gagliardi, massime una maniera di vino grosso napolitano chiamato, mangiaguerra, capace da rompere le pietre[1], pareva, argomentando sulla passata vita, si sarebbe consacrato tutto alla religione, e invece s'intricò in guerre pericolose; ancora, presagivano la fede avrebbe conseguito per lui notabile avanzamento, ed all'opposto le nocque quanto il più tristo o il più inetto dei Papi. Nei primordi del pontificato giurò alcuni patti, che spergiurò, e a cui gliene mosse lamento fece una bravata da mettere addosso il ribrezzo della febbre quartana; spedì monaci di Montecassino in Ispagna a curare la disciplina dei conventi; ad ogni patto esaltò alla porpora il nipote Carlo Caraffa soldato; in costui non una virtù, bensì un vizio il quale nella estimativa del Papa non solo teneva luogo di tutte le virtù ma le superava, ed era l'odio rabbioso contro Carlo V e la sua potenza per cause o lievi o poco onorevoli; le quali furono avergli tolto un prigione senza riscatto, ed impedito il possesso di una prioria di Malta. Egli aveva tuffato le braccia fino al gomito nel sangue umano, e non lo ignorava il Papa, ma avendone fatta la confessione e la penitenza secondo la estimativa pontificia ridivenuto candido come colomba: se questo poi credesse o no Paolo nella intima coscienza ignoro, ma certo agevolmente aggiustiamo fede a quanto a noi piace, che sia. Poco dopo con manifesta tragressione ai patti giurati. Paolo bandiva Cardinale Alfonso figlio del Conte di Montebello garzone di solo diciasette anni.
[1] Vuol essere servito molto delicatamente, e nel principio del suo pontificato non bastavano venticinque piatti; beve molto più, che non mangia: il vino è possente, gagliardo, nero e tanto spesso, che si potria tagliare col coltello, e dimandasi mangiaguerra. Relazione di Bernardo Navagero.
La storia ricorda avere questo vecchio concepito profondissimo odio contro gli Spagnuoli, il quale era come ereditario nella famiglia di lui, che nei ricordi del regno di Napoli vediamo sempre disposta a seguire le parti di Francia, e a pigliare le armi contro gli Spagnuoli; essendo egli cardinale consigliò Paolo III a impadronirsi di Napoli: non rifiniva mai di levare a cielo la Italia, quando principi nati o naturati in lei la governavano, paragonandola ad una cetra di quattro corde mirabilmente armoniate fra loro Napoli, Milano, Venezia e Chiesa; nè di maledire le perdute anime di Alfonso di Arragona, e di Ludovico il Moro, che ci avevano chiamato gli stranieri per sostenere le scambievoli querele. Seduto a mensa quando gli lavorava dentro il vino mangiaguerra buttava fuoco e fiamme vituperando gli Spagnuoli di dannati, razza di mori e di giudei, feccia del mondo; e via di seguito; sè millantava destinato a sbrattare la Italia da cotesta pestifera genia.
Cause all'odio suo molte; talune private, ma potentissime tutte; private erano, averlo lo Imperatore escluso dal consiglio di amministrazione del regno di Napoli, molestarlo nel possesso dei suoi benefici, vituperarlo con parole, scapestrate in tutti, ma nello Imperatore indegnissime cause pubbliche, la persuasione che Carlo talora avesse favorito la causa degli eretici, e i tentativi di lui per farsi dichiarare da Paolo III suo successore nel papato; i quali intenti comecchè paiano adesso strani non furono nuovi, chè anco Massimiliano suo avo ci si provò, e quando Carlo li ripropose non se li vide mica scartare come enormità, leggendosi nei dispacci del Mendoza come essendosi aperto in proposito col Cardinale Gambara, questi lo accettò averne scritto al Papa, che rispondendo disse non trovarci niente di male; e senz altro lo uccellò: per ultimo, la conoscenza forse, che Paolo ebbe come Carlo non riuscendo nello intento di farsi eleggere Papa disegnava torgli il potere temporale, e di ciò porge testimonianza il suo testamento pubblicato in Ispagna ai giorni nostri dove occorrono questi notabili precetti al suo figliuolo Filippo.
«Art. 5.» «Dopo avere ridotto tutti i principi in condizione di semplici governatori bisognerà torre al Papa ogni dominio temporale, oltre la città di Roma… si avranno poi a chiamare persone dotte, affinchè per via di concioni e di scritture insegnino ai popoli essere improntitudini pontificie le scomuniche ai principi per negozi puramente temporali, nè Cristo avere trasmesso mai siffatte facoltà alla Chiesa.»
«Art. 6.» «Spogliato il Papa di ogni suo possesso, fie mestieri professargli reverenza profondissima per quanto concerna la sua autorità spirituale e tenerlo a Roma, come già fu in Avignone, subietto ai principi regnanti.» Ed altra volta avvertimmo come Carlo, tenendo prigioniero Clemente VII, pure ordinava in tutte le cattedrali dei suoi vasti stati si esponesse il Sacramento per la liberazione di lui; leggesi altresì, che dopo morte, stessero a un pelo per processarlo come eretico, e s'egli ne uscì illeso si riversarono le ire sacerdotali sopra il suo teologo e predicatore arcivescovo di Toledo Carranza. Però non si creda mica che Carlo non fosse devoto, anzi bigotto, ma l'autorità papale egli voleva sottoposta a sè in sostegno della sua tirannide, mentre il Papa disegnava usarla per mettersi sopra di lui; le inimicizie loro gara di dispotismo. Il Papa si lega con la Francia contro la Spagna, dove Carlo continua a vivere non da Imperatore, ma da frate; indi a breve la Francia voltabile fa tregua con la Spagna; il Papa indracato di guerra manda a Parigi il Cardinale Caraffa per rompere la tregua; ma i Francesi stando sul niego, per isgararla, prima da Napoli poi sbracia Milano; di Napoli consente si componga un regno per un figlio del re Enrico II, di Milano per un'altro: la nostra Caterina dei Medici era stata tanto feconda, che bisognava pure pensare di ammannire una pastura di popoli ai regali appetiti; ancora, vediamo, che cosa intendono i Papi per restituire libertà alla Italia; trarre dall'asse chiodo con chiodo, agli Spagnuoli sosituire Francesi; lo sfogo delle vendette sacerdotali appellano cura, e utilità della Patria. In questa guerra, Paolo IV, modello quasi perfetto del romano pontefice, strinse alleanza con Soliman; così per vendicarsi di Carlo reo di avere favorito i Luterani, e non era vero, egli si acconta co' Turchi; e fa anco peggio, perchè conosciuto come l'oratore di Filippo Garcilasso della Vega di tutti questi tramestii ragguagliasse il suo signore, e non faceva altro che adempire il proprio dovere, lo caccia in prigione, in prigione altresì il Taxis, direttore delle poste spagnuole per avere spedito i dispacci, e per di più lo tortura; l'oratore imperiale Saria, il quale commosso da tante enormezze si affretta a moverne lamento col Papa, dopo averlo fatto aspettare per più di un'ora alla porta, appena è intromesso. Parmi utile che gl'Italiani conoscano (essendo cose ormai poco note o affatto dimenticate) come Filippo II, uomo piuttosto furibondo di religione cattolica, che cattolico, riunito un congresso di teologici di Salamanca, di Alcalà, e di Vagliadolid, non che dei più illustri giurisperiti spagnuoli, innanzi di rompere la guerra al Papa, volle lo chiarissero intorno ai seguenti quesiti i quali di unanime accordo furono risoluti in pro della prerogativa regia: «in caso di guerra difensiva contro il Papa possono sequestrarsi le rendite dei beni di coloro che spagnuoli o no li posseggono in Ispagna, quante volte rifiutino obbedienza al sovrano del pari, e nel medesimo caso possono sequestrarsi le entrate dei benefizi ecclesiastici, e vietare ogni spedizione di pecunia a Roma: o che sarebbe peccato convocare un Concilio per esaminare un po' se Papa Paolo sia stato canonicamente eletto? E non importerebbe alla incolumità della Chiesa instituire una inchiesta sopra gli enormi abusi della curia romana, ed avvertire alquanto, senza lasciarsi scarrucolare dai preti, di metterci sesto davvero?
Per altra parte il duca di Alba vicerè di Napoli (e imparino i ministri del nostro regno italiano come, ora fanno tre secoli, uomini salutati campioni del cattolicismo costumassero con Roma) inviava al Papa lettere ortatorie perchè smettesse ogni disegno di guerra, e il Papa rispondeva cacciando il messo in prigione, e taluni aggiungono mettendolo al tormento; al tempo stesso avendo ammannito armi ed esercito il vicerè faceva alle pontificie capestrerie tenere dietro il castigo: occupa le terre della Chiese, e da per tutto appicca i cedoloni con le armi del sacro collegio, annunziatori, renderebbe le terre al nuovo Papa eletto legittimamente, industriandosi di porre in iscrezio Papa e Cardinali. Cadde Anagni dopo piccola resistenza, e andò a sacco; la subita resa preservò Tivoli; a Roma desolazione e paura; solo il Papa imperturbato; allora gli gettarono a palate lodi di costanza; a noi adesso sembra, qual'era, vecchio stupidamente incaponito: all'oratore Veneziano, che gli metteva parole di pace rispose: uscissero gli Spagnuoli di su quello della Chiesa; poi avviserebbe; certi gentiluomini francesi presi in sospetto di negoziare tregua col duca di Alba minacciò del capo, e alla minaccia aggiunse il sacramento di Dio e dei suoi santi; ma siccome co' giuramenti, e con le minacce non si sostengono guerre, così Paolo si sbracciò ad abborracciare un'esercito non badando, per formarlo, più allo storto, che al diritto, e però come prima si era amicato col Turco, adesso pigliava al soldo della Chiesa Tedeschi luterani; perseguitava di odio immortale (egli almeno afferma così) Carlo V perchè non procedeva modo suo feroce con gli eretici, ed egli se li pigliava a difensori; se lo Imperatore, o il Re gli avessero pur tocco un po' di calugine s'inalberava sbuffando, gli eretici condotti dal Papa sberteggiavano lui, la fede, e i riti cattolici, ed egli, purchè la sua sterminata superbia rimanesse soddisfatta, sopportava in pace.[1] Ponete mente, che di qui scappa fuori una grande lezione; questo Papa, reputato atleta della fede cattolica, guerreggia popoli cattolici con armi luterane e turchesche. Ma ogni difesa cedendo alla fortuna spagnuola, espugnata Ostia, sconfitto lo esercito, invano facendosi dal Cardinale Caraffa prove di egregio valore, il Papa ebbe a piegare la cervice arrogante, e chiedere tregua. Egli vi si condusse nella speranza d prossima vendetta ragguagliato com'era dei Francesi accorrenti alla riscossa; non la dissentì il Duca di Alba perchè prudentissimo, e perchè anch'egli avesse rilevato di fiere battiture, massime allo assalto di Ostia, onde rimase conchiusa per 40 giorni: questa nuova giunse a Carlo mentre s'incamminava al romitorio di San Giusto, e gl'increbbe così, che con parole acerbe censurò la tregua come quella che concedeva tempo ai Francesi di soccorrere Roma; questo piissimo Imperatore mentre stava per entrare in convento moriva di voglia di mandare a sacco una seconda volta la sede della Chiesa cattolica; anzi ci si trovò presente a coteste sue querele arroge, com'egli borbottasse fra i denti altre parole irate, che non si poterono capire.
[1] «Quel pontefice per ciascuna di queste cose fosse cascata in un processo avrebbe condannato ognuno alla morte ed al fuoco le tollerava in questi come i suoi difensori.» Relazione di Bernardo Navagero.
I Francesi arrivarono di corsa condotti dal duca di Guisa, le terre della Chiesa occupate dagli Spagnuoli furono riprese in un batter di occhio; il Papa non capiva in sè dalla contentezza, di benedizioni e di promesse dispensò un diluvio, ma quando il Guisa fu sul punto di entrare su quel di Napoli il duca di Montebello nipote del Papa gli condusse pochi fanti di aiuto: presero Campli e col vessillo della Chiesa ci furono commessi fati, che i Turchi non avrieno potuto peggiori; famoso va per le storie l'assedio di Civitella dove si ruppero le forze francesi e del Papa davanti la resistenza disperata dei cittadini, massime delle donne. Certa cosa ella è che se i soli soldati avessero condotto le difese, i Francesi vincevano: ma a sbaldanzire la burbanzosa prosunzione dei soldati gesti antichi di popolo non bastano, nè anco i moderni; le forze del popolo sempre durante il pericolo s'implorano, passato il pericolo si dispettano sempre. Questa lega incominciata con le benedizioni finì con lo scaraventare, che fece il Guisa un piatto nel capo al duca di Montebello; sopraggiunsero acquazzoni a guastare le opere francesi, sicchè il Guisa stizzito ebbe a dire: «anco Dio è diventato Spagnuolo!» Il duca di Alba campeggiando ributtò il nemico fuori del regno; non mancarono in cotesti tempi censori, i quali lo ripresero per non avere assalito i Francesi nella ritirata, principalmente al passo del Tronto, ma egli rispondeva: le fortune della guerra mutabili; suo intento sbrattare il regno dai Francesi, e questo avere conseguito; non doversi mai cercare miglior pane, che di grano, nè egli volere giocarsi Napoli con la casacca di broccato del duca di Guisa. Però non istette guari che gli assalitori diventarono assaliti: Segni pagò per Campli; francesi o spagnuoli espugnando bene saccheggiavano, stupravano, uccidevano, gli uccisi, e i rubati italiani. Il duca di Alba all'improvviso di Fabio si tramuta in Marcello, e con audacissima mossa si avventura a sorprendere notte tempo Roma; nè gli andava fallito il disegno se considerando uno irrequieto agitarsi di torce, e certi cavalli proprompere fuori delle porte non avesse temuto, che Romani avvertiti del pericolo mandassero pei soccorsi al Guisa accampato a Tivoli; per la quale cosa il duca di Alba non volendo essere tolto in mezzo a due fuochi rifece i passi. Gli storici affermano che il duca di Alba non si apponesse al vero, imperciocchè il Caraffa perlustrasse la città non per avviso speciale, ma sì per abito di militare diligenza; e i cavalleggieri fossero usciti con tutt'altra intenzione, che quella di chiamare i Francesi. L'oratore di Venezia Bernardo Navagero afferma intendimento del duca di Alba essere stato sol quello d'impadronirsi della persona del Papa e così troncare di un colpo la guerra tuttavia bene nota il Prescott nella vita di Filippo II è difficile credere, ch'egli avesse potuto, entrato ch'ei fosse, contenere quella, che il nostro Niccolini definisce:
«Avara crudeltà di Catalogna.»
E volente, o no si sarieno rinnovati i recenti orrori del contestabile di Borbone, ed i più antichi dei Goti; e a questo modo la pensa anco il Campana, il quale dichiara quanto allo assalto notturno degli Spagnuoli il cardinale Caraffa averne avuto odore dal segretario Placidi, e quanto al sacco essere cosa ormai stabilita fra i Tedeschi che si trovavano col duca di Ala. I Romani commossi dal pericolo con vivissime istanza, che facevano sentire la violenza, chiesero al Papa smettesse la guerra; ma questo vecchio indracato li chiamò vili, ribaldi, degeneri da quegli antichi Romani, che innanzi di sottomettersi ai Goti elessero morire di fame, ma a fiaccargli l'orgoglio giunsero a un punto la nuova della sconfitta dei Francesi a San Quintino, e il richiamo del Guisa, il quale si mostrava tanto di cotesta impresa ristucco, che a cui non voleva saperlo andava dicendo: «nè manco con le catene lo avrieno tenuto in Italia.» Il Giusa pertanto in compagnia dello Strozzi fu dal Papa, ed espostagli la condizione delle cose lo confortò alla pace: narrasi, che udite le costui parole con mal piglio il Papa dicesse al Giusa: «Andate via, e con voi rimanga il convincimento di avere operato poco in pro' del vostro re, meno per la Chiesa, niente per l'onor vostro.» La pace sforzata in virtù di questi casi venne conclusa, non però senza contrasti attese le esorbitanze del Papa, che per primo patto volle andasse il duca di Alba a chiedergli perdono a nome del suo re, e a quante rimostranze gli movevano per procedere più temperato rispondeva: «caschi il mondo, io non ci renunzio, non mica per me, sibbene per l'onore di Gesù Cristo!» Come s'egli fosse Cristo, e a Cristo premessero onori siffatti; il duca che fumava di superbia non meno di Paolo stava duro a respingere il patto, ma venutogli dal re ordine espresso di accettare, piegava la testa: si recò a Roma, si genuflesse al Papa, gli baciò il piede; tuttavia levatosi ebbe a dire «hoggi il mio re ha fatto una grande sciocchezza, e se io fossi stato in suo luogo, et egli nel mio il Cardinale Caraffa sarebbe andato in Fiandra a fare quelle stesse sommissioni a Sua Maestà, che io vengo hora di fare a Sua Santità.»
Dopo la pace le faccende dei contendenti rimasero come prima della guerra, meno le ruine dei popoli, che non si contano.
Il duca di Alba quando repugnava a chiedere perdono al Papa aveva torto; più arguto di lui Filippo pensò, che il perdono implorato dal vincitore al vinto insomma è giunta di strazio al danno; comecchè in ginocchioni egli rinfacciava al Papa le sue scomuniche ormai incapaci ad ardere non che altro i pagliai, ed averlo avuto nelle mani per istritolarlo a suo agio: proteggerebbe l'autorità religiosa del Papa, a patto, che gliela noleggiasse per rinforzare l'autorità sua di sovrano crudamente dispotico. Paolo IV ebbe a salutare Filippo amico, e figliuol prodigo, ma sottovoce mormorava: «amico sì, che mi tenne assediato, e cercò l'anima mia» al vescovo di Angulemme confidava sommesso: «il vostro re non degenere dai suoi pii predecessori sarebbe campione vero della Chiesa, e se potesse farsi eleggere imperatore, beati noi! La razza austriaca fu nemica sempre del Papato e di Roma.» Tuttavia egli poteva mordere non rompere il freno; allora lo impeto disordinato di lui si avventò come fiamma ad altri obietti; già vedemmo, com'egli avversasse fieramente da cardinale ogni maniera di nepotismo e come creato Papa vi si lasciasse ire peggio di ogni altro che le storie ricordino; rapite le castella ai Colonna, Palliano concesse in feudo a Giovanni Caraffa, Montebello, che fu dei conti Guidi, all'altro nipote Antonio; Alfonso figliuolo di questo promosse diciannovenne al cardinalato, ed ebbe nome di cardinale di Napoli; non ci fu grazia, o favore, che sopra questi nipoti non profondesse; tuttavia mirabile, e pure vero a dirsi quello, che in altrui opera amore, in questo Papa fece l'odio; cessato simile vincolo i nipoti gli vennero in uggia, poi detestò; ed essi cui pareva piccolo parentado per loro quello del duca di Ferrara, e povero acquisto lo stato di Siena: essi di cui le donne ormai non contente di berrette gemmate dicevano di ora in poi ai loro figli far di mestieri corone di un tratto furono rovesciati nella polvere: vizi possedevano in copia (nè lo ignorava il Papa) i quali però non misero ostacolo all'avanzamento loro; solo si ricordò della costoro malvagità quando non li potè più adoperare strumenti d'ira contro gli Spagnuoli: e siccome nello ardore di promovere gl'interessi spirituali della Chiesa, non potendo più i temporali, li reputò ostacolo prese a perseguitarli eccessivo ed iracondo poco meno, che gli Spagnuoli. Causa o pretesto al prorompere del Papa una rissa notturna, per via di certa cortigiana chiamata Martuccia, nella quale il cardinale Montino, parzialissimo dei Caraffa, tratta fuori la spada fe' prove da Sacripante. Essendo stato ragguagliato il Papa di simile disordine attese, che il nipote cardinale Don Carlo gliene parlasse, e poichè conobbe a prova com'ei glielo volesse tacere, un bel di al cospetto dei cortigiani gliene fece una bravata solenne; di qui i cortigiani fiutarono il vento che soffiava, onde il Gianfigliazzi oratore fiorentino nemico mortale dei Caraffa trovòmodo di penetrare nelle stanze del Papa e concitarlo contro il suo sangue; una mala femmina, che Dio faccia trista, la marchesa della Valle (perchè se iniqui erano i Caraffa una donna del parentado loro non gli aveva a precipitare), costei tanto assottigliò il cervello, che giunse a far mettere dentro il breviario del Papa una nota dei principali delitti attribuiti ai suoi nepoti, la quale conchiudeva con le parole: «e se più vuol saperne la rimandi con la sua segnatura.» Il Papa segnò, e ne seppe un subbisso di cui un terzo forse vero, l'altro aggiunto dalla malignità; se sbuffasse fuoco e fiamma non è da dire: come Augusto, si narra, errasse un dì smemorato per la reggia esclamando: «le mie legioni rendimi Varo» così Paolo correndo pel Vaticano urlava: riforma! riforma! Ma il cardinale Pacheco di un tratto gli disse in faccia: «Santo Padre, prima di ogni altra cosa bisogna incominciare la riforma da noi.» Queste parole furono come zolfo sul fuoco, Paolo diede in ismania, non mangiò, nè dormì, lo prese la febbre; per dieci giorni durò infermo; seco la più parte del giorno stava ridotto don Geremia teatino, che aveva voce di santo, ed era fanatico; finalmente convoca il sacro collego, dove dopo querimonie infinite dichiara decaduti i suoi nepoti da ogni ufficio, e li confina con le famiglie loro a Civita Lavinia, a Gallese, e a Montebello; la madre loro, vecchia di settanta anni, che gli s'inginocchia davanti implorando mercede duramente ributta; la nipote moglie del marchese di Montebello la quale arriva in quel punto a Roma trova il suo palazzo chiuso; nessuno locandiere per paura del pontificio sdegno ardisce albergarla; si ricovera in rimota e povera osteria dove il rumore di cotesta catastrofe non era anco giunto; il cardinale Caraffa si offre costituirsi prigione per iscolparsi, ma il Papa ordina agli Svizzeri caccino via lui, e tutti i clienti e servitori suoi dalla condanna universale eccettuò solo il giovane cardinale di Napoli per tenerlo seco a recitare l'uffizio.
Ciò fatto, siccome al bisogno di esercitare furiosamente la sua irrequieta natura si aggiunse l'altro di divertire la nuova angustia nella moltiplicata agitazione muta tutti gli ufficiali nel governo temporale con modi, che dirò convulsionari: a mo' di esempio, manda a Perugia nuovo governatore, il quale arriva notte tempo, e convocato su l'alba il Consiglio municipale mostra la sua spedizione, e poi senza cerimonie imprigiona, lega, e manda a Roma il governatore, che si trovava lì a presiedere il Consiglio; il governo da cima a fondo sconvolto, tasse diminuite, l'erario restaurato; le chiese sottomette a più rigida disciplina, gli accatti alla messa proibiti; i quadri scandolosi negli oratori soppressi; frati sfratati fuori; il digiuno quaresimale, e il precetto della pasqua severissimamente imposti: di nuziali dispense non volle più saperne; insomma da per tutto l'aventatezza del boscajolo, che atterra piante a colpi di scure, non senno non pacata tranquillità del riformatore. Di questo ha da rendergli grazie la civiltà, che per lui si rinnovasse e quasi si ricreasse la Inquisizione; ogni suo affetto in lei: sovente mancò ai concistori, e alla segnatura, non mai al Santo Uffizio; egli presiedeva sempre; ne ampliò la giurisdizione sottomettendole nuovi delitti, e le concesse la facoltà di provare gli accusati con la tortura; a persone non ebbe riguardo; potenti baroni, e magnati in prigione; in prigione i cardinali Morone, e Focherari ai quali pure dianzi aveva commesso il carico di esaminare gli Esercizi Spirituali d'Ignazio da Loyola, dubitando putissero di eresia. Di qui apprendi che razza di Papa avesse ad essere costui a cui pareva eterodosso Santo Ignazio! Naturale pertanto che facesse sua delizia San Domenico Gusman, di esecrata memoria; di fatti, in onoranza di costui instituiva festa solenne. Finalmente piacque alla morte liberare la terra da cotesto flagello; parve volesse ribellarsi alla natura, e prossimo a tirare l'ultimo fiato assurse dal letto, ma ricadde, e nello sforzo spirò: appena morto il popolo, in parte raccoltosi in Campidoglio, decretava tutti i suoi monumenti si demolissero perchè immeritevole della città, e di Roma, e del Mondo, in parte saccheggiò ed arse il palazzo del Santo Uffizio; ne manomise i ministri; a stento potè svolgersi da mandare in fiamma tutti i Conventi dei Domenicani; nè il popolo solo, bensì anco i baroni pigliavano parte a cotesti eccessi; le statue del Papa furono atterrate, e infrante, le teste loro col triregno strascinate a dileggio dalle bardasse per la mota.
Se questo Papa fosse o no santo ignoro davvero: di certo so, ch'egli era imbecille, testardo, e malvagio, e la Chiesa sotto il suo pontificato si trovò ridotta a tale, che peggio non si può dire.
Nella Germania, opponendosi egli, per odio contro la casa di Austria, alla trasmissione della corona imperiale a Ferdinando I, il protestantismo per connivenza, e per favore di lui si dilata nella massima parte delle città; la Polonia, e la Ungheria bollono; Ginevra diventata Roma dei calvinisti, con lei gareggia nel primato di eresia Wittemberga; la Scandinavia tutta repudia il cattolicesimo; in Francia e nei Paesi Bassi non solo, ma nella Spagna, e nella Italia altresì formicolano le nuove dottrine: la Brettagna andò perduta, e la poteva salvare, se meno impronto, e meno tracotato avesse proceduto con la regina Elisabetta, però, che innanzi di accettare qualunque proposta di accordo impose tutti i beni chiesastici fossero restituiti, il danaro di San Pietro da capo come ai tempi di Gregorio VII si collettasse; la regina per quello che spetta i suoi diritti al giudizio di Roma si sottoponesse; e poichè gli parve, che Reginaldo Polo non camminasse di buone gambe, gli tolse la legazione della Inghilterra, che da cotesta ora in poi ama il papato come il fumo agli occhi; tenne ferme Spagna ed Italia perchè accanto alla croce rizzò su la forca. Ora vediamo succedergli Pio IV a industriarsi di ottenere i medesimi intenti con partiti contrari; il papato in sua movenza fermo con tutti i venti gira le vele al suo mulino; ei fu dei Medici di Milano, di linguaggio piuttosto misero, che povero; andò debitore di ogni sua fortuna al fratello Giangiacomo il quale incominciava col fare il sicario: costui ammazzò per prezzo ai Visconti, che poi lo mandarono al castello di Musso sopra il lago di Como con lettere al Governatore perchè lo spegnesse; sennochè egli accortosi della ragia tolti seco alcuni compagni, entra in castello, e l'occupa: presolo con arte, lo difese con virtù, finchè compostosi con Cesare piglia croce bianca, e si converte imperiale; fu generale di artiglieria in Germania, e capitano supremo nella impresa di Siena: ebbe fama meritamente di spietato, e di avaro; quanti gli capitavano contadini portatori di vettovaglie a Siena tanti impiccò, ovvero di sua mano col bastone ferrato ne stritolò le ossa. Giovannangiolo comecchè sovvenuto a spilluzzico dal fratello diede opera agli studi della giurisprudenza nei quali riuscì prestantissimo; poi acquistò un protonotariato vivacchiando finchè i Farnesi giudicando proficuo tirare da la loro il marchese Giangiacomo gli proposero le nozze di una Orsina loro congiunta, ed ei le accettò, ponendo tra gli altri patti che il fratel suo promovessero cardinale, il che fu eseguito: con Paolo IV non ebbe buon sangue mai; stette, finchè costui visse, lontano da Roma, a Pisa, o a Milano, vivendo alla grande, facile donatore del suo, pietoso a sovvenire le pubbliche necessità.
Ecco in che cosa procedè diverso da Paolo, e in che conforme con lui, e con quanti prima e dopo vissero Papi: diverso in questo, che non gli parve più tempo di contendere co' principi; disperate le faccende di Roma se le due tirannidi sacerdotale e principesca non si accordavano; conforme in questo altro, che gl'interessi della curia romana, e della propria famiglia con ogni diligenza dovevano confermarsi ed ampliarsi. La Inquisizione lasciò intatta nulla ammaestrato dalla ira popolare la quale si avventa terribile, ma rompe poi pari a maroso dentro gli scogli: contro la famiglia del suo predecessore procedè senza pietà; certo, delitti avevano commessi i Caraffa; ultimo la strage ordinata dal conte di Montorio della moglie Garlonia ed eseguita dal conte di Alife suo cognato, e da Lionardo di Cardine; intorno ad essi Pio IV conferendo coll'Amulio oratore veneziano tale favellò; «siamo stati sforzati a metterli in castello per dovere nostro e per grandi cause; costoro hanno fatto un processo falso accusando Carlo V imperatore, ed il re Filippo che volessero attossicare il Papa, e avessero mandato veleno per metterlo dentro ad una cisterna; il che non è vero niente, e tutto è falso; fecero impiccare tre proveri uomini per la verità manifestata per detto loro, e per altro ch'è in processo: e con questo persuasero quel vecchio a fare la guerra, e tanto male quanto n'è seguito dopo; e non è da credere, che lo imperatore ed il re avessero pensato a questa cosa.—Paolo voleva maledire e privare delli regni re Filippo, e l'averia fatto, vinto da questo sdegno, se non fosse stato consigliato altrimenti, ed egli lo consigliò in queste ed in altre, che contro il Caraffa si vanno udendo ogni dì querele delle più brutte cose del mondo. Sapete quello, che fece in Venezia la settimana santa? Ha fatto fare tanti omicidi per danari, tanti stupri, tante violenze, e per quella povera giovane di Mazzarini, che si godeva, fece ammazzare quel povero giovane; e tante tirannie ha usate, che non si ppoteva più sopportare. Il cardinale di Napoli ha rubato nella morte di papa Paolo più di 100,000 seudi, e le gioie, e le scritture, e nell'amministrazione ha menato le mani; si è fatto fare una donazione falsa e bolle false per dare benefizi, e cose simili. Il duca di Palliano oltre tante violenze espresse ed iniquità… complice, e consapevole di tante scelleratezze ha poi ammazzato… un suo nipote, e la moglie con un figliuolo in corpo, ed altre cose da non potere sopportare.»
Ora ad escusazione del duca di Palliano io non dirò, che la moglie sua avesse adulterato con Marcello Capece, e nè manco, che di cotesta maniera vendette assai comunemente a quei tempi costumasse; noto solo che di bene altre più grosse ne aveva perdonato Roma, e non pure fatte, ma ed anco da farsi. Noto altresì, e meco l'Adriani, che il Papa ardeva arricchire i suoi nipoti Borromei con le spoglie dei Caraffa, e voltare a loro le pensioni, che questi godevano per la parte di Spagna; aggiungo, che Filippo Secondo covava odio antico contro i Caraffa, e l'odio suo spengeva lento come il veleno, o subito come il pugnale, ma inevitabile sempre. Le accuse dette dal Papa all'Amulio bugiarde per la massima parte e il Nores lo fa toccare con mano, il fiscale Pallantieri nemico, ed offeso per lunga prigionia sostenuta sotto il pontificato di Paolo IV, e cessata solo alla esaltazione di Pio IV; la sentenza scritta di mano del Papa da aprirsi solo il giorno seguente, che fu poi quello della morte del cardinale Caraffa, e del duca di Palliano. Il cardinale con oscena ressa tre volte fu sollecitato a compire la confessione, e le orazioni: rotta la corda onde lo strangolarono supplirono con uno asciugatoio; un quarto di ora e più impiegarano a torgli la vita; morto, rubategli le vesti, lo lasciarono ignudo; meno dura fine fece il duca di Palliano, a cui mozzarono il capo; degli altri supplizi taccio. Questo però importa sapere, che Pio V, dalla Chiesa venerato il Santo, rigidissimo uomo più tardi volle rivedere il processo da sè, e dopo lungamente considerata la cosa revoca la sentenza, restituisce in onoranza la memoria della famiglia Caraffa, il fiscale Pallantieri manda al patibolo: dunque o in Pio IV o in Pio V lo spirito santo non ci ha che fare; colpa ne fu la nuova viltà del Papa smanioso di tenersi bene edificata la Spagna; il Muratori sacerdote piissimo scrivendo di cotesta tragedia afferma: «in cotesti tempi la gente accorta ben si avvide che non dal genio clemente di papa Pio era proceduta sì rigorosa giustizia contro i Caraffeschi, ma si bene dai segreti, e gagliardi impulsi della Corte di Spagna a cui per vari riguardi era molto tenuto lo stesso Pontefice.»
E perchè non si creda, che Pio V a questo modo operasse per bizza, ma sì all'opposto per giustizia, avendo veduto, che il cardinale Montino per pene gravi ma non estreme impostegli da Pio IV non si correggeva, senza un rispetto umano lo mandò addirittura in galera[1]. A me non è concesso entrare in altri particolari, ma chi avesse vaghezza di sapere più oltre di questa tragedia può vederla nella storia del Nores.
[1] Il Suriano oratore veneziano afferma che il Papa lo relegò a Monte Cassino sotto la custodia di due gesuiti.
Questo Papa riaperse, e chiuse il Concilio di Trento; e come non fu prudente riaprirlo, così non giovò, anzi nocque alla Chiesa chiuderlo nella maniera di che favelleremo. Agl'istituti fradici i rimedi pregiudicano tanto più quanto si sperimentano gagliardi, massime le concioni, e le dispute; il silenzio del dispotismo li mantiene meglio. In seno del Concilio più, che a conferenza teologiche attendevasi ad alternare vituperi, e percosse: sangue corsero le strade, di sangue andarono perfino pollute le chiese; ormai si temeva inevitabile la ruina della Chiesa; il cardinale di Carpi supplicava Dio lo chiamasse a sè per non vedere questo giorno di lutto; i cardinali meglio avvisati stavano chiusi nello sgomento.
Francesi, Spagnuoli, Tedeschi, ognuno per parte sua infieriva nella opera di demolizione; Ferdinando imperatore proponeva il Papa si umiliasse come Cristo, ed attendesse a riformarsi sul serio rispetto a sè, alla sua corte, ed allo stato. Il Concilio provveda a migliorare i Cardinali e il conclave, imperciocchè come possa pretendersi che da Cardinali pessimi esca Papa buono, davvero non si comprende; i decreti si ammanniscano dai deputati della varie nazioni; di più, lo imperatore domandava il matrimonio dei preti e la comunione sotto le due specie; si fondassero scuole pei poveri, si depurassero i breviari, le leggende, e le vite dei santi; le orazioni nello idioma nativo ogni popolo recitasse; si mettessero a partito i Conventi, a fine che le male possedute ricchezze a scopi empi non si spendessero; con altre più cose per le quali da cima in fondo la Chiesa sarebbe stata trasformata. Gli Spagnuoli aborrivano dal calice pei laici, dai connubi legittimi pei preti; instavano poi perchè la residenza dei vescovi nelle diocesi si dichiarasse di diritto divino, non già di umano instituto, e questo per sottrarre così di straforo l'autorità vescovile dal potere del Papa. I Francesi in parte aderivano ai Tedeschi, in parte no, ma Tedeschi, Spagnuoli, e Francesi si accordavano in certi punti contrari a Roma; primo fra tutti odioso, la pretensione arrogatasi dal Papa di volere egli solo, esclusi gli altri, proporre le cause da definirsi al Concilio, per la quale cosa l'Imperatore soleva dire due essere i Concili, uno a Trento, l'altro a Roma, e il meno, che contasse quello di Trento; non mancarono motteggiatori a sbottonare che lo Spirito Santo arrivava a Trento dentro la valigia del Corriere.
Roma caduta in queste angustie ecco piglia partito: Pio IV astuto subodora uno astuto, il cardinale Morone, e lo invia a negoziare con Ferdinando; lui vinto, agevole ogni cosa, però che con lui i Francesi si accontassero, e Filippo II per sangue, e per reverenza assai gli deferisse. Duro intoppo non chè persuadere, blandire lo imperatore, il quale si mostrava indracato perchè delle sue proposte di riforme non avessero fatto caso, e perchè il Papa, mercè le istruzioni ai legati governasse a modo suo il Concilio, e tuttavia il destro prelato sul primo punto diede ad intendere, che se le proposte dello imperatore non erano state messe innanzi al Concilio, non si poteva sostenere poi che non si fossero avute nella considerazione, che meritavano, imperciocchè talune di loro avessero fornito argomento a speciali decreti: non potersi negare e non negava la ingerenza soverchia di Roma nel Concilio, ma i Principi via, co' propri ambasciatori non s'industriavano sempre scavalcare Roma? E quì il cardinale usò l'estremo dell'arte pretesca, e della sottigliezza italiana per dare ad intendere a Ferdinando ch'egli voleva gittarsi nelle sue braccia, in tutto e per tutto contentarlo, e al punto medesimo non cedergli un capello quanto ad autorità del Papa.—Torre ai legati la facoltà di proporre riforme per concederla ai vescovi tornava lo stesso, che mandare a soqquadro non pure la Chiesa, bensì lo Stato; ponesse mente lo imperatore alle improntitudini vescovili, alle incessanti pretensioni loro; non avere mestieri incentivi i sudditi laici o no a contradire l'autorità: di punto in bianco i governi di monarchie si sarieno convertiti in oligarchici per diventare in breve democratici: lasciava giudicare al suo senno, se imperatore o Papa per voglia di bisticciarsi, avessero a dare le mani per fabbricare di questa maniera trabiccoli: ecco, si sarebbe potuto assettare la faccenda così; non i vescovi sibbene gli ambasciatori dei principi commettessero ai legati del Papa di proporre al Concilio quanto reputassero spediente, con facoltà di proporlo eglino stessi caso mai i legati si rifiutassero; altri punti concesse il Morone o finse concedere, e per compenso lo imperatore ammollò intorno a parecchie pretensioni, e principali fra queste la riforma del capo, e la dichiarazione se il Papa sia o no superiore al Concilio?
Il re di Spagna fu condotto a piegare in grazia di certo contrasto d'interessi che preme conoscere: i capitoli delle chiese spagnuole possedevano privilegi esorbitanti sicchè sovente contrastavano ai vescovi; di più i prelati spagnuoli avevano mosso querela al Concilio dei carichi co' quali gli opprimeva il governo; e poichè questi formavano parte non piccola delle entrate del re ne veniva che mentre i prelati s'industriavano a ripigliare il perduto, egli mulinava la guisa di tosarli più rasente alla pelle, che mai; invece poneva ogni diligenza in ampliare la potestà dei vescovi come quelli che pochi essendo più facilmente potevano corrompersi, od atterrirsi: quindi il compito del Papa non pure diverso ma contrario a quello del re, però egli promoveva a spada tratta gl'interessi dei capitoli; democratico con la Spagna, despota in Germania: ma poichè Filippo senza la Chiesa non poteva fare, si convenne il Papa tenesse in freno i capitoli, il re ordinasse ai vescovi di procedere meno arroganti, e questi di un tratto sommessi troppo, come troppo per lo innanzi impronti così passarono il segno della obbedienza verso Roma, che il re, quando ei furono tornati a casa, ebbe a dire loro «mi rallegro con le signorie vostre, che andati vescovi al Concilio hanno saputo tornarne vicari.»
In Francia governa sempre un'uomo, che qualche volta fu re, e spesso no; la forma politica non fa caso, repubblica o monarchia bisogna, che ella serva un padrone, e padroni per ora erano i Guisa, di cui gl'interessi li spingevano a mostrarsi zelaori rigidissimi della Chiesa; però protessero il Papa e ne furono protetti, rimossero le gozzaie, blandirono gli umori, dove il danaro valse non istettero su lo spilluzzico s'interposero mediatori felici tra i principi e Roma, onde il Papa più volte e in occasioni solenni ebbe a professarne al cardinale di Lorena ampissime grazie.
Pertanto il Papa accordatosi co' principi venne di leggeri a capo di ogni difficoltà; anzi per meglio tenerseli bene edificati renunzia alla riforma, che anco di loro doveva decretare il Concilio; quanto alla sua la promette sconfinata; solo lascino fare a lui, nè essi, nè il Concilio se ne mescolino.
Intorno al diritto esclusivo dei legati pontifici a proporre partiti, il Papa collo imperatore si erano accordati, e dicemmo come; restava ad assettare lo screzio con gli Spagnuoli, i quali essendosi spencolati a contrastarlo ora non vedevano passatoia per uscirne con decoro, ma ecco pronto il Morone a trovare un sutterfugio il quale consistè nella dichiarazione, che ad ogni prelato spettava il diritto di chiedere e dire quello che a lui Papa era concesso chiedere, e dire secondo gli antichi Concili: la parola proporre posero sotto lo staio.
Rispetto alla residenza dei vescovi pretesa di istituzione divina, ed alla incompatibilià dei Cardinali di tenere vescovati, abbazie, e benefizi curati e' fu fatto un empiastro; all'arcivescovo di Granata non garbava, e si ammanniva a contrastare in isgravio della sua coscienza; ma il conte di Luna lo persuase, che se la coscienza non gli consentiva a parlare contro il suo convincimento, nulla ostava a farla tacere: pertanto fu dichiarato, nel decreto, che i vescovi, e i cardinali, non potessero lungamente stare lontani dai vescovadi, e dagli altri benefizi con la cura delle anime; tale essendo il precetto di Gesù Cristo; così di scancio fu decretato, che i cardinali potessero possedere vescovadi, e abbazie, e che la residenza dei vescovi non era di diritto, bensì raccomandata da Cristo. Il Cardinale Morone poi promise, che una volta affermata l'autorità del Papa a forma del Concilio fiorentino, avrebbe consentito si dichiarasse la residenza dei vescovi di diritto divino, ma anco queste l'erano lustre sapendo che del Concilio di Firenze veruno voleva udirne parlare, e i vescovi o si accorgessero del tranello o no, abboccarono.
Composti a questo mo' gl'interessi del corpo, gli altri dell'anima aggiustaronsi di rincorsa; nelle tre ultime sessioni fu provvisto alla ordinazione, al matrimonio, alle indulgenze, alle immagini, al culto dei santi, e ad altre parecchie non lievi riforme. Non mai Concilio fu iniziato con intenzioni, ed anco con atti così ostili a Roma, e non mai alcuno rimase concluso con maggiore servaggio verso l'autorità pontifica; e non reca stupore, imperciocchè i prelati sovvenuti in prima nella opposizione dai principi trovandosi allo improvviso derelitti s'industriarono con la nuova sommissione ricattare la protervia antica. Il Papa, che si volle riformare ne uscì assoluto peggio che mai, molto più, che con una Bolla, vietò che altri chiosasse, e interpretasse le dottrine del Concilio, ed instituì una Congregazione di Cardinali deputata a interpetrare i decreti del Concilio; e di che sappia la facoltà d'interpretare in mano a Roma ogni uomo conosce; significa leggere nel Vangelo bianco, dove sta scritto nero.—Despota peggio che mai uscì il Papa dal Concilio di Trento, ed è vero, ma despota di seconda mano, arnese di servitù straniera alla Patria; il Concilio chiuse la porta a qualunque composizione co' cristiani di Oriente, e co' protestanti; sguinzagliò il fanatismo, che poi non volle, e più tardi non seppe reprimere. I popoli sperarono dal Concilio riforme gravissime; e rimasero delusi: le due tirannidi unite ai danni d'Italia la ridussero peggio che cimitero, però che questo raccolga quanto di materiale avanza alla creatura umana, mentre le nostre terre di ora in poi si fecero sepolcri di anime. Napoli e Milano spagnuoli; Venezia trepidante per trame occulte, o per manifeste violenze. Genova, Firenze, Mantova, Parma, Ferrara tratte schiave dietro al carro della Monarchia Spagnuola. Siena stramazzata per fame sul terreno imbevuto del sangue dei suoi migliori figliuoli; Lucca beffa di repubblica. Emanuele Filiberto, Alessandro Farnese, Ambrogio Spinola, Giovannandrea Doria, ed altri imperiti a combattere per la Patria, eroi per vincere battaglie ed espugnare terre in pro dello straniero; per la tirannide fulmini, per la libertà paralitici; lingua, andazzo, e tutto dentro, e fuori spagnuoli; intantochè i grandi stati intorno alla Italia si formano, la Italia per colpa propria, ed altrui si rompe in brandelli; poi viene la pace di Castello Cambrese, che marca la Italia in fronte, come nei tempi feudali i baroni marchiavano gli schiavi propri per non confonderli con gli schiavi dei baroni vicinali.
Pio V rimase come sfinito dagli sforzi durati pel Concilio di Trento; prima, che le riforme dei costumi si ponessero in esecuzione egli si dispose a godere del benefizio del tempo per sollazzarsi: di offici divini non volle intendere; di negozi meno che mai; prese a costruire fabbriche magnifiche, ogni dì feste, e conviti: le stemperatezze della corte di Lione X intendevano riformare, e rinnovavano. Ma il fanatismo, di che toccai, appena sveglio minaccia lo stesso Pio; un Benedetto Accolti, il quale nientemeno presumeva essere consultato dal Padre eterno intorno alle cose da farsi in questo mondo, ed anco palesava lo stabilito fra loro, non senza offerirsi a provarlo vero con lo sperimento del fuoco, macchina insidie alla vita del Papa. Causa della strage i fatti del Papa diversi dalle parole: costui incapace, anzi indegno, a reggere il gregge cristiano, Pastore di Cristo, si aggiunge un complice a cui promette un diluvio di beni nell'altro mondo; in questo non tanti, pure una buona derrata per la parte del successore di Pio: si appostano per trucidare il Papa, alla vista del quale manca loro il coraggio: da per loro si accusano; dovevano essere mandati allo spedale dei matti, e li mandarono al supplizio!
Ecco un santo, e sia per la chiesa; per noi uomo santo significa buono, che cammina diritto nelle vie del Signore di tutta misericordia; io lo dimostrerò a filo di storia; chi legge giudichi. Costui nacque di piccola gente a Bosco presso Alessandria, e si nomò Michele Ghislieri; si rese frate domenicano, in breve fece prova di fanatismo feroce, onde lo deputarono inquisitore, e lo preposero agli uffici di Bergamo e di Como come quelle che per la prossimità degli Svizzeri, e dei Tedeschi, o della Valtellina od erano o correvano rischio di riuscire più contaminate di eresia: dei modi suoi selvatici basti udirne tanto, che spesso ebbe a fuggire, o nascondersi in remoti tuguri: a Como lo presero a sassi: da Bergamo fu bandito dal governatore Niccolò da Ponte per colpa della improntitudine sua, non essendosi peritato da citare dinanzi al suo tribunale Vittorio Soranzo vescovo di cotesta città per provarlo intorno alla fede; il conte della Trinità a Fossano minacciò gettarlo nel pozzo: nella relazione dell'oratore veneziano Paolo Tiepolo se ne ricava la causa, che fu non volere costui pagare certa tassa per sopperire aì bisogni della guerra; però la minaccia non era annegamento, bensì bastone; e quando cotesto conte fu spedito dal duca di Savoia a complire il Papa per la sua esaltazione, questi glielo ricordò, ma al punto stesso aggiunse, che molto lo teneva caro e lo aveva in pregio perchè nemico acerbissimo degli eretici. Questi ed altri siffatti meriti supremi ora ed allora presso la Chiesa, per la quale cosa prima lo promossero commissario della inquisizione, poi vicario dello inquisitore generale; poco dopo Paolo IV volle consacrarlo vescovo di Nepi, e Sutri, ed indi a sei mesi Cardinale, e Inquisitore generale: eccessivo l'ufficio; e troppo più eccessivi i modi di esercitarlo, sicchè Pio IV lo cacciò via dal Vaticano, e lo ammonì a procedere con maggiore discrezione, se pure non voleva andarsene diritto come un cero in Castello. Diventato Papa invece di mutare costumi, levò la muserola alla immane indole sua: non conobbe giocondità alcuna di vita; il cibo più che parco, la bevanda acqua mista a poco vino, e al Tiepolo che gli osservò a quel modo non potria durare rispose sarebbe già morto se non costumasse così; mangiare la carne per medicina; non lasciò mai la camicia di rascia che come frate soleva portare; lunghe le preghiere, spessi i digiuni, i cilizi, le lacrime, le processioni a piedi, e capo ignudi, l'estasi, e i deliqui, insomma nulla difettava in lui di ciò, che forma un santo vero a mo' della Chiesa.
Subito la prese con le cortigiane, che in Roma furono sempre in numero stragrande, e nulla valse a chiarirlo che per la lontananza loro Roma andrebbe deserta; i disordini che ne uscirebbero infiniti; quello che premeva era attutire la lussuria, non già scacciare le meretrici; rimase sul duro, o fuori esse, od egli: e quelle partirono; tra esse, e i bertoni di un tratto Roma si vide scema di venticinquemila, e più persone (chè anime non mi pare che si abbia a dire); fra i creditori di quelle per danari o per robe date in prestanza un diavolio; peggio quest'altro, che degli amanti non pochi si mutarono in assassini, e colto il destro, fiduciosi d'impunità, parte delle sciagurate femmine misero alle coltella, parte annegarono dentro il Tevere: dopo cotesto groppo di danni il Papa consentì a correggere il suo comando: vietò ai medici visitare gl'infermi oltre la terza visita se non si fossero confessati; frugò per le case, pei letti maritali levando scandali quasi polvere turbinata dal vento sopra le pubbliche strade: ai bestemmiatori multa, frusta; e all'ultimo lingua fessa; fino sul vestire più o meno ampio pose norme, e divieti; egli stesso accusò il suo nipote Paolo ai Conservatori di Roma colpevole di vestire brache grandissime; e poichè i Conservatori pensando ch'ei risposero, che i nipoti del Papa non andavano soggetti a simili prammatiche, egli tutto acceso soggiunse: «anzi hanno ad essere i primi, sostenete il mio nipote, e dopo avergli cavato di bocca chi gliele ha fatte condannate lui e il sarto.» Che fosse pietà ei non conobbe mai; non mitigò sentenza veruna, non perdonò: per lui Cristo poteva proprio risparmiarsi le parole: «non voglio la morte del peccatore; viva e si penta,» conciossiachè fosse convinto, che l'uomo non abbia facoltà di emendarsi; le conversioni ipocrisie, passata la paura i rei tornano a fare peggio. Veramente egli non conobbe nipotismo; il nipote Paolo, quello dalle brache larghe, riscattò di mano ai Turchi, e ci spese fino a 300 scudi; gli consentì ancora vivere a Roma assegnandogli sottilmente di che campare la vita; agli altri congiunti diede il puleggio accomiatandoli con qualce po' di danaro; creò cardinale il nipote Michele Bonelli figlio di sua sorella, perchè prete a modo suo era, e gliene facevano ressa i cardinali medesimi.—
Veruno, se non fuggendo, potè salvarsi in Italia dalla truce persecuzione di lui. Al duca di Albuquerque governatore di Milano ordina gli consegni Aonio Paleario, e quei glielo dà perchè il Papa quando si tratta di eretici può farli agguantare in tutte le parti del mondo: a quali strazi fosse sottoposto il misero io taccio; basti, che fra i tormenti lo costrinsero a scrivere certa ritrattazione dove fra le altre cose confessa come il Papa in certe occasioni abbia il diritto di ammazzare di propria mano i colpevoli come leggiamo che facessero il sacerdote Samuele, e lo apostolo San Pietro[1], confessione la quale, a parere nostro, dimostra meno la debolezza del misero lacerato che la fece, quanto la stupida immanità di cui la fece fare. Ottavio Farnese non meno premuroso di tenersi bene edificato il Papa gli mandava in ceppi a sua richiesta Francesco Celaria, il quale anch'esso si chiamò in colpa, e chiese misericordia: nome e cosa ignoti a Pio V; entrambi perirono tra le fiamme: così del pari Pietro Carnesecchi fiorentino: convitollo Cosimo I duca di Firenze, e dopo pasto lo fece legare e trasferire a Roma: a questo tradimento si condusse Cosimo per paura, e per isperanza; paura, che Pio V (come di vero lo minacciò) abolisse la Bolla della istituzione dei cavalieri di Santo Stefano ottenuta da Pio IV; speranza di venire insignito da lui della dignità di Granduca, o di Re per ispuntarla sopra il duca di Ferrara, siccome accadde più tardi. Il Carnesecchi secondo corre il grido andò a fronte ferma, lindo di biancheria, e di panni, chè le altre vesti, e quali! somministrava il Santo Officio; gli fu compagno al supplizio un frate francescano del Cividale di Belluno: altri quindici furono in quel dì i condannati di cui taluno chiuso fra due muri, altri in prigione o in galera perpetue; altri ad altre pene. Anco Venezia per blandire cotesto santo Papa assetato di sangue mise le mani addosso a Guido Ginetti da Fano a Padova e glielo mandò a Roma. Il Fleury afferma che anch'egli fu arso, ma non è vero; dalla relazione dell'oratore veneziano si cava che il Papa lo condannò a prigione perpetua, non mica pei buoni uffici interposti da Venezia, sibbene perchè il Papa non lo giudicò relapso, e più perchè per suo mezzo sperava venire in cognizione di molte cose importanti intorno alla fede; però il medesimo atto della Inquisizione che dannava il Ginetti alla carcere, commetteva alle fiamme quattro eretici, e dieci più multava con pene diverse: non isgomentavano il Pontefice nè altezza di lignaggio, nè potenza di signorie, nè dignità ecclesiastiche; vescovi, prelati, cardinali in prigione senza un riguardo al mondo; anzi nella relazione del Tiepolo leggonsi proprio queste parole: «ha avuto a dire Sua Santità tra i suoi familiari, che desidereria potersi giustificar, se qualche grande, ancorchè cardinale fosse di questo vitio colpevole, perchè faria procedere contro di lui con ogni severità, colla morte, e col foco acciocchè si cognoscesse che la giustitia si estende non solo contro i bassi, et poveri, ma anchora contro i grandi et potenti.»
[1] Quod ipsement summus pontifex, in casu aliquo potest etiam per se hæreticos occidere, ut legimus de Samuele et Petro.
Insomma al pari di Paolo IV in tutto impetuoso, eccessivo, e senza un briciolo di prudenza; onde il sagace Tiepolo riferendo di lui al senato di Venezia dice: «spesse volte nel dare rimedio a qualche disordine incorre in altro maggiore, procedendo massimamente per via degli estremi:» Chi ha vaghezza di conoscere più addentro di lui può leggere il suo catechismo catolico romano; a me non è concesso metterne quì nè anco uno estratto; chi si piglierà lo studio di confrontarlo col Sillabo di Pio IX toccherà con mano se sia vero quanto più volte affermai, che i Papi sono tutti un Papa; gli screzi non contano; per portare acqua al suo mulino essi si rassomigliano come uovo con uovo.
Fuori di casa due cotanti peggio: quasi avesse bisogno di sprone stava li col pungolo addosso a Filippo II demonio meridionale, perchè s'imbrodolasse di sangue; nè rifiniva assillare quell'altro immane uomo il duca di Alva: non tregua, nè pace, nè misericordia, nel sangue si affoghi l'eresia; egli somministrerà armi e danari: se ce ne fosse mestieri apprendetelo da questo; certo frate agostiniano Lorenzo di Villacancio tra le altre cose consigliava Filippo: a tuffare la spada nel sangue degli eretici, se pure non teme, che il sangue di Gesù Cristo non gli si rovescii sopra la testa…. Il santo re David bandì dal suo cuore ogni misericordia verso i nemici di Dio; li percosse tutti, ad uomini non badò nè a donne, ai fanciulli infranse il capo alla parete. Moisè ed Aronne in un giorno solo sterminarono tre mila Israeliti dei cattivi, e fu un bel ratto; un angiolo, e questo è anco più bello, in una notte trucidò 60 mila nemici del Dio vivente. Ora quello che Moisè, e David fecero non avrete a fare voi? O non siete come loro capo di popolo? Non un angiolo del Signore? Ma sì che lo siete, però che la scrittura appelli per lo appunto così le teste coronate, e gli eretici non gli avremo a considerare nemici del Dio vivente?» Fra Lorenzo incontrò grazia presso Filippo il quale se ne valse come consigliere, e mestatore nei rivolgimenti di Fiandra. Avendo più tardi il re dovuto piegare alquanto ai voleri armati dei popoli Pio ne mosse smanioso lamento, ma Filippo gli fece dire in un'orecchio: non si scarmanasse perchè fermo di non attenere pure uno iota di quanto aveva promesso; allora il Papa si tranquillò: qualche volta si pesticciavano, il re non voleva intendere, ch'egli avesse ad obbedire alla Bolla In coena Domini che vieta ai principi mettere le mani su quello dei preti, e il Papa a posta sua non voleva capire di regio Exequatur; da un lato, e dall'altro querimonie grandi, ed anco talora minaccie, ma poi si riconciliavano; uno delizia dell'altro: anzi Filippo essendo caduto infermo, il Papa fu udito pregare Dio di tosargli qualche anno della sua vita per aggiungerlo a quella del suo figliuolo diletto Filippo II. Francesco Goubau di Anversa segretario del marchese di Castel Rodrigo oratore a Roma per Filippo IV raccolse e pubblicò duegentoventiquattro anni fa le lettere di questo Santo Papa; il de Potter nel 1827 ne imprese una seconda edizione a Bruxelles; io le ho lette, e mi hanno messo addosso il ribrezzo; la dottrina, che per loro s'insegna questa: «riconciliarsi mai; non mai pietà; sterminate chi si sottomette, e chi resiste sterminate; perseguitate a oltranza, ammazzate, ardete; tutto vada a fuoco e a sangue purchè sia vendicato il Signore, molto più, che i nemici suoi sono ad un punto i vostri.»
Esorta il Papa con coteste lettere il re di Spagna e il Duca di Alva a sovvenire il re di Francia per disperdere gli eretici; nell'ottobre del 1567 avventa lettere di fuoco a Luigi Gonzaga duca di Nevers, a Girolamo Priuli doge di Venezia, al duca Emanuele Filiberto perchè le mani loro uniscano a quelle di Carlo IX e di Caterina dei Medici per torre via dal mondo gli ugonotti. Al Cardinale di Armagnac governatore di Avignone manda confischi senza remissione tutti i beni degli eretici, e non ne renda particola ai congiunti loro comecchè buoni cattolici[1]: a quello di Lorena suo legato in Francia palesa il rovello, che ciò non sia stato a punto eseguito, dacchè la paura di ridurre i suoi cari nella miseria avrà virtù di trattenere i vacillanti, Dopo la battaglia di Giarnae esorta Carlo IX a rammentarsi Saulle; costui in onta al comando di Dio, manifestatogli mediante il sacerdote Samuele, non trucidava l'universo popolo Amalecita; sentì di qualcheduno misericordia, e lo salvò, onde in pena di questo orribile misfatto più tardi perse il regno e la vita: esempio che ogni re deve tenersi davanti agli occhi, perchè impari che trascurando la vendetta degli oltraggi di Dio, questi non volga contro lui l'ira, e il gastigo. Nel giorno medesimo scrive alla dilettissima figliuola in Gesù Cristo Caterina dei Medici: badi bene a non tentennare, non si rimanga, finchè gli eretici non sieno spenti tutti (deletis omnibus). Da capo a Caterina, al re, a tutti perchè s'impietrino e la vendetta inesorabile empia di terrore la Francia: lo esempio di Saulle parendogli proprio al caso ecco lo rinnuova scrivendo al duca di Angiò, facendogli sapere, che Dio lo rese vittorioso appunto perchè sgozzasse quanti gli capitavano sotto: e stringendo tutto in una parola dirò, che gli occhi dopo lette l'epistole di cotesto santo vedono cosa dintorno colore di sangue.
[1] «Ne bona hæc propinquis ipsorum, aut affinibus quantumvis bonis et catholicis aut alia quavis ratione perveniant.»
Pio non aspirò il fumo del sangue della scellerata strage che va distinta col nome di notte di San Bartolommeo; ma l'ammannì, la eccitò, la ordinò, sul punto di morire la toccava con le mani; di fatti quando il Cardinale nipote fu spedito in Francia per frastornare le nozze di Margherita col re di Navarra, Carlo IX tale si aperse con lui: «dirvi tutto non possiamo, ma in breve conoscerete a prova come non vi abbia cosa che valga a confermare la religione nostra in Francia, e a disperdere i nostri nemici quanto queste nozze… voi ve ne chiarirete fra poco: io voglio punire questi malvagi felloni facendoli tagliare tutti a pezzi, o non essere re, perdendo affatto la corona; e facendo questo obbedirò a Pio stesso, il quale mi eccita ad ogni momento di promovere in simile guisa l'onore di Dio, e quello della mia corona…. credete in me, anco un po' di pazienza, e il Santo Padre sarà costretto a confessare che non si poteva provvedere più, nè meglio per la religione.»
Tuttavia il Santo Papa non rimase privo di credenza del macello francese; gli letificarono il cuore le stragi di Caors, di Tolosa, di Tours, di Amiens; nè quivi cessarono la beccheria se non quando videro non avanzare più persona da uccidere; nè poteva fare a meno, imperciocchè gli editti regi ordinavano così: «si corra addosso agli empi sonando le campane a stormo; da per tutto si perseguitino, con ogni arnese si assaltino, come bestie feroci si sterminino, come lupi, come cani arrabbiati desolazioni del regno; se ne rompano le case; non rispettinsi anni, qualità, nè sesso: ferro e fuoco da ogni luogo a mo' d'interdetto.»
Non sono invenzioni dei Convenzionali gli annegamenti di Nantes, bensì imitazioni regie e chiesastiche, dacchè leggiamo che il governatore di Macon facesse quotidianamente buttare nella Saona all'ora della passeggiata a mucchi gli eretici; di che pigliavano maraviglioso diletto le buone dame cattoliche.—A Nantes, e a Lione il popolo inferocito saldò il conto dei sacerdoti, e dei re. Il santo Pontefice aveva mandato milizie ausiliarie a partecipare in guerre siffatte; le comandava un Gabrio Serbelloni. Io sono stato lunga pezza esitante se dovessi tacere o raccontare gli orrori di questa gente benedetta da Pio V, ma mi sono risoluto a dirle perchè uomo apprenda prete, che sia. Io non le chiamo belve perchè farei torto ai lupi, nè appongo aggettivi, perchè non ne conosco veruno abbastanza orribile che loro si attagli: alla presa di Orange il Serbelloni fece precipitare sopra spuntoni, alabarde, e picche gli ugonotti, appenderli e tuttavia vivi arderli a lento fuoco; le donne, svergognate prima, poi messe a bersaglio dagli archibusieri, o impiccate fuori delle finestre; dei fanciulli non si parla… le gentildonne le quali innanzi di patire oltraggio si erano uccise, furono esposte ignude alle scede della ciurmaglia con corna ficcate nelle parti sessuali: parecchi perirono negli spasimi di scottature cagionate dall'arsione di Bibbie di Ginevra abbruciate sopra il corpo loro.—Le abominazioni dello antico Egitto i soldati papalini rinnovarono in Francia; i contadini francesi li chiamavano: «ammazzatori di donne, e di fanciulli; amatori di capre;» però quante capre trovavansi nei luoghi da loro traversati incendevano.
Contro Elisabetta regina d'Inghilterra il santo Padre tramò congiure, tese insidie segrete, allestì guerra aperta, promosse le pretensioni di Maria Stuarda, la sovvenne con ogni industria, nè si rimase contento finchè non l'ebbe condotta al patibolo: rea femmina cotesta fu, e adultera e omicida, ma perchè papesca, la scattò di un pelo che oggi i cattolici non l'adorino sopra gli altari allato a Pio V: questi scrivendo al duca di Alba per indurlo a spedire milizie di Fiandra contro Elisabetta aggiunge, colei che la trincia da regina l'Inghilterra[1]; peggio poi quando scrive pel medesimo intento a Caterina di Francia; allora non si perita appellare Elisabetta rea femmina e perfida; chiarisce com'egli cospirasse ai danni suoi, e sottecchi aguzzasse ogni ferro per ribellarle i sudditi cattolici, i quali per gli aiuti procurati alla Francia, non chiedevano altro, che essere a posta loro soccorsi a rimettere in trono la Stuarda loro legittima sovrana. Dunque per la stessa confessione del Papa è vera la trama contro Elisabetta? Perchè dunque la negano gli storici chiesastici? E perchè vanno fantasticando di amori offesi, e di senili gelosie?
[1] Quæ se pro Angliæ regina gerit.
Questo Papa promosse con tutti i nervi la guerra contro il Turco, la quale fu conclusa con la famose battaglia di Lepanto; ma non sarebbe giusto supporre che a ciò lo spingesse senso di civiltà; papa egli, papa Selimo, però gelosia di mestiere, chè è detto antico il vasaio portare invidia al vasaio. Alle cose lungamente da me discorse intorno a questa battaglia nel libro Isabella Orsini ho da aggiungere, che cotesta vittoria rimase senza costrutto perchè l'anno seguente il Turco uscì in mare quanto prima gagliardo, e i Veneziani gli cessero Cipro prima cagione della guerra: i Cristiani poi ci guadagnarono la festa del Rosario, ch'è quella cosa composta di 150 Ave Maria divise per diecine sotto la presidenza di 65 Paternostri inventata dal frate Alano bretone abitante in Olanda; e per vantaggino la giunta di auxilium christianorum nelle litanie. La cronaca di Torres y Aguilera narra come veruna palla o freccia offendesse il Cristo dipinto nel gonfalone; solo due freccie rimasero ciondoloni nel campo, le quali, osservate da una scimmia si arrampicò pei cordami, e quinci strappatele le buttò in mare: su di che osserva il Prescott, che considerando l'enorme quantità dei cappuccini e dei gesuiti presenti a cotesta impresa fa maraviglia come i miracoli fossero tanto pochi.
Nel pontificato di Pio V rimasero soppressi gli Umiliati pel tentativo di ammazzare San Carlo Borromeo; i frati si erano ridotti a 174 religiosi abitanti in novantaquattro monasteri; immensi i beni, e del pari immensi i vizi; la Chiesa ne pigliò le sostanze, di cui parte concesse a San Carlo per instituire seminari, e collegi di nobili, e di Svizzeri; la quale cosa dimostra come la Chiesa adopri la facoltà, che oggi contrasta altrui, di torre via religioni o inutili o dannose applicandone le sostanze ad opere di pubblica beneficenza.
Innanzi di morire volle Pio V. dare la benedizione al popolo, il quale non sapeva che farsene; ma tanto è, il Papa benedice sempre repugnanti, e volenti; di vero, appena morto Roma proruppe in tumulti come al Caraffa.—Il Cantù ei fa sapere, come Francesco Bacone certa volta fu udito esclamare: «o che gingillano a Roma a canonizzare santo questo uomo sovrumano!» Se la cosa sta come il Cantù la racconta gli è mestiere dire: che al gran Cancelliere talvolta si ecclissava la mente come pur troppo gli si ecclissò la morale. Parlando di Paolo IV. ho detto che costui rizzò la forca allato alla croce; Pio V. remosse la croce, e ci lasciò sola la forca: predicatore il carnefice. Nella Spagna e nella Italia l'eresia rimase annegata dentro il sangue, altrove crebbe, e combattè alla stregua della necessità; il cattolicesimo invece di acquistare perse i Paesi Bassi. Il Concilio di Trento, e le asperità di Pio impedirono ogni riforma onde gl'istituti mano a mano rinnovandosi durano, e il male rinchiuso dentro la Chiesa la divorò come il cancro: in Italia fra il popolo non si sentì più favellare di eresie, ma in regioni più alte fu coltivata la filosofia, meno presta sì, ma più radicale emendatrice di errori; la riforma aperse appena mezzo l'uscio alla ragione, la filosofia gliela spalancò tutta; la ragione luterana, o calvinista, o zuingliana, o valdese procedono impacciate, non sono avvinte di corde, ma di stringhe sì, la ragione della filosofia si libra per gli spazi sconfinati del pensiero; fra lei e Dio non occorre impedimento o ritegno.
Dopo Pio V. gli stati pigliano l'andatura, che conservarono fino verso il declinare del secolo decimottavo; Pio IV. sente e dimostra, che la Chiesa ormai senza il ferro dei principi non si regge; sotto Pio V. i principi si persuasero, che anco gli stati loro andrebbero a rifascio se sostenuti dalla autorità della Chiesa non impedissero qualunque spirito che sapesse di libero, ed anco di nuovo; rimase compita la teoria della reciprocazione di tutte le tirannidi fra loro, quella poi di tutte le libertà non hanno in qui appreso i popoli.
Qui sarebbe compito il mio assunto, il quale secondo il disegno, piacemi ricordarlo da capo, consisteva nel dimostrare quale e quanta la legittimità del dominio del Papa, e se vero, che non mai ne fosse stata alienata parte da lui: tuttavolta giova accennare come meglio io possa succinto, le guise per cui la Chiesa s'impadronì di parecchi nobilissimi municipi, e il perfido governo, che ne fece. I priori di Viterbo durante il secolo decimoquarto accoglievano seduti fuori delle mura il potestà inviato da Roma, nè lo immettevano dentro se prima non giurava la osservanza delle capitolazioni loro: a patti men larghi erasi dato Fano; la vendita del sale tutta a suo pro; balzelli per venti anni non ne avesse a pagare; libertà illesa, e diritto di eleggersi chi meglio volesse per potestà senza bisogno di conferma. Sinigaglia da sè s'imponeva le tasse, da sè le riscoteva; alla Camera apostolica pagava il convenuto; e di questo si chiamò contento non che altri Cesare Borgia; e Giulio II. cacciato via da Perugia il Baglione, si astenne da toccare le sue vetuste franchigie, aborrì il retaggio usurpato dal tiranno; per lungo tempo ella pagò al Pontefice un censo annuo di pochi mille scudi; anco sotto Clemente VII. partecipava alla difesa dello stato con milizie sue proprie; così pure Bologna, la quale conservò le sue libertà municipali, amministrò le sue entrate da sè, manteneva milizie proprie, e pagava il legato del Papa; non diversa Ravenna, e le città di Romagna tutte, che liberate dalla dominazione del Borgia, furono da Giulio II. ricevute a patto. Non sempre i governatori erano prelati; all'opposto bisogna confessare che le città stesse imploravano magistrati chiesastici, dai laici rifuggivano: dentro le città prima per necessità, poi anco per uso di discordia antico, il popolo minuto avverso al popolo grasso, il popolo grasso sospettoso dei nobili, i nobili nemici a tutti; i municipi stessi se non sempre contrari fra loro, di rado concordi; onde le assemblee provinciali attecchirono; così i principi e gli stati comporsi in lega o non seppero, o non vollero; i popoli eziandio rimasero disgiunti, bellissime gemme di collana sfilata, onde la causa perpetua della nostra nullezza politica. La poca virtù dei governati, anzi le ree passioni di loro provocarono i governanti ad asservirli, come ordinariamente succede; e poi maledicono al tiranno come cosa fuori di loro, e cadutagli addosso a mo' di aereolito, mentre egli nasce dalla servitù ch'essi chiudono dentro nel sangue. Allora nel rinnovamento dei patti di dedizione il prete astuto allunga la mano, e quando si tratta di franchigie da tasse aggiunge: «finchè per cause gravissime a me non piaccia altrimenti,» se di giudizi criminali da definirsi dai potestà eletti dal municipio, il prete mancino arroge: «eccetto nei casi di maestà e simili, ai quali piglierà parte anco il Governatore.»
I borghesi proviamo operosi, e pacifici, cupidi di guadagno, odiatori degli uomini, e delle cose capaci a sturbarlo di presente; del futuro non sanno; quando la vista di qualcheduno di loro si distende molto non passa la lunghezza del braccio con che misurano la pannina, però inchinevoli ad abbietarsi davanti chiunque loro accerti vita tranquilla, e commerci sicuri; talvolta se li difendono da sè, e allora tu li sperimenti feroci così, che Leonida alle Termopili si stinge a petto del borghese, che pugna per la sua bottega; non pertanto indi a breve caglia, chè la fatica lo uggisce, e il pericolo lo impaura; se taluno sorge a schermirlo davvero, ei volentieri lo paga con pecunia, con subiezione, e con la libertà. I nobili per converso schifano la fatica; ai guadagni tirano anch'essi, e come! ma bisogna sieno grossi; onesti non importa; storia questa non pure antica, ma odierna, anzi modernissima; però in ogni tempo armeggioni, arruffatori per allungare le mani in quel del pubblico: mestieri loro tiranni, e ladri; di altro non s'intendono. A simile maledizione aggiungi l'altra delle parti guelfa, e ghibellina, attutite sì, non però spente, le quali dividevano non solo cittadino da cittadino, ma eziandio città da città. A Fano i borghesi si costituirono in lega chiamata in Santa unione di cui questo, lo scopo: «i pacifici si uniscone per opporsi alle ruine, e agli omicidi i quali non si limitano a desolare le famiglie dei tristi che li commettono, ma offendono altresì quelli che intendono mangiarsi in pace il pane guadagnato col sudore della propria fronte.» Di siffatti istituti vedemmo esempi nella Spagna, e ai dì nostri in Italia; ma poichè operavano separati dal Governo, furono da questo aboliti, ed a ragione, chè lasciandoli crescere avrebbero costituito uno stato dentro lo stato, o piuttosto lo avrebbono sovvertito, molto più che lo stato vecchio patendoli veniva a confessarsi inetto a mantenere la sicurezza pubblica, vale a dire, al fine pel quali i governi si fanno. Piacquero all'opposto ai preti, però che per causa di religione sottoponendosi a loro senza fatica e senza spesa si trovarono in mano uno arnese stupendo per riuscire; essi pertanto benedicevano cotesti istituti, li spruzzavano di acqua santa, con le indulgenze li santificavano, li presentavano con gonfaloni, e bandiere; tuttavolta non importa nè manco avvertire com'essi venuti in mano al prete non servissero già allo scopo proposto; al contrario senza pure addarsene servissero a perpetuare la discordia fomentata da costui; nè calunnio io, dacchè il governatore di Romagna G.P. Ghisilieri tale ragguagliava Gregorio XIII: «siccome il popolo disunito facilmente si domina, così difficilmente si regge quando è troppo unito.»
Oltre gli umori tra nobili, e borghesi una mala peste ingombrava le campagne, ed erano le famiglie di contadini collegate fra loro a modo di tribù; anch'esse assumevano nome di guelfe e ghibelline, ma agevolmente lo mutavano; in questo solo ferme, saccheggiare più, che potessero: non importa dirne il nome, basta la infamia; e di queste ai preti resse il cuore valersi per rendere subietti cui in loro fidò; nè ai tempi nostri i Prelati romani diversi; solo tu vogli ricordare le centurie di Gregorio XVI, e i masnadieri benedetti di Pio IX.
Talora o perchè si sentissero stringere troppo o per quale altra causa i municipi si rivoltavano, e collegati insieme si opponevano alla crescente tirannide; qualche volta anco soli, e la storia ricorda Ravenna, la quale dichiarò volersi dare ai Turchi piuttostochè patire la pretesca oppressura. Faenza, pontificando Lione X, cacciò via gli Svizzeri, i quali comecchè valorosissimi fossero, ebbero di catti fuggirsene, tanto può la pazienza offesa del popolo; in pari modo il popolo d'Jesi, assalito e vinto il governatore papalino esigente cose improntissime, lo bandiva dalle mura; però da queste sommosse non ne usciva libertà, sibbene raddoppiata tirannide, onde sovente sorse ragionevole sospetto i preti le provocassero per cavarne argomento ad opprimere. Di fatti, Ancona pagava al Papa tenuissimo censo; crescendo ella pei commerci a florido stato, di un tratto glielo crebbe; il quale aggravio da lei non si comportando ruppe a rivolta, ed assaltato il castello lo prese; si venne agli accordi, ma Clemente VII trucidatore della libertà della sua Patria, non era uomo di certo da rispettare quella di Ancona; sotto presto di difenderla dai Turchi fabbrica la cittadella; non anco condotta a termine alla sprovvista manda fanti, e cavalli ad occupare una porta della città; poi il condottiero delle armi va difilato al palazzo degli anziani, e significa loro che il Papa vale e vuole regnare assoluto: gli anziani piegano il collo e spulezzano; alla città è messo un duro freno a rodere Benedetto Accolti legato piglia in appalto l'entrate di Ancona per 20,000 Scudi all'anno: ordine questo, che praticato un dì nelle terre della Chiesa, dei Turchi oggi vediamo accolto eziandio dai governatori del regno italico. Dopo ciò il regno del terrore; gli antichi statuti manomessi; tolte le armi; i maggiorenti banditi, dai pubblici uffici la più parte dei cittadini esclusi, taluni presi, e decollati, e i capi loro esposti in mezzo a ceri accesi sopra un tappeto nero nella piazza del mercato. Questi i titoli di dominio della romana corte sopra Ancona.
E poichè Roma tiene della natura della lupa, la quale dopo il pasto ha più fame di pria, oppressa Ancona, si volta a Perugia a cui di subito cresce il prezzo del sale niente meno che il doppio; la città si oppone, e il Papa scomunicatala prima le intima la guerra; i Perugini non se sbigottendo punto depongono le chiavi della città a piè di un Cristo drizzato in piazza, e deputano venticinque difensori alla tutela della Patria. Basta l'animo per meritare la propria salvezza non basta per provvedere alla comune: i venticinque non seppero raccogliere forze e pecunia, e lo avessero anco saputo non avrebbero potuto rendersi gagliardi su le armi da fronteggiare Pierluigi Farnese, che mosse ai danni loro con bene 10,000 italiani, e 3,000 spagnuoli; e' fu mestieri mandare oratori i quali con la corda al collo, vestiti a scorruccio chiedessero inginocchiati perdono al Papa di avere avuto ragione. Questo il perdono del Papa; le armi cedute, ogni franchigia tolta, dei venticinque difensori fuggiti le case a terra, il consueto morso di una cittadella imposto; tutto il governo ridotto in un'ufficiale eletto dal Papa di cui il nome basta a chiarirne il compito: «Conservatore della obbedienza alla Chiesa.» Qualunque gravezza d'ora in poi i Perugini avessero a sopportare senza dire un fiato.
Ora considerino i discreti, comecchè religiosi e cattolici, se veramente il Papa per disfare simili nequizie sia facultato dalla parte di Dio ad opporre il non possumus.
Quasi correndo adesso io compirò l'arringo toccando dei Papi fino a Pio IX non perchè faccia mestiero al mio assunto al quale parmi di avere soddisfatto, ma sì perchè a causa della lunga laguna si verrebbe a perdere la tradizione dei Papato, quantunque a cui poteva averla smarrita troppo bene gliela fece risovvenire l'enciclica, e il sillabo di Pio IX. Fu Ugo Buoncompagno uomo di vita gioconda, non imperito di giurisprudenza, nei negozi versato, di costumi facile, conobbe amori verecondi, ed ebbe un figlio, ch'egli amò ma non promosse a scapito della Chiesa, tenendolo sempre nei limiti di decente agiatezza non mai lo chiamò parte delle faccende di stato; molto meno consentiva usurpasse l'autorità principesca, onde certa volta ch'ei si attentò liberare di prigione due giovani amici suoi di studio lo bandì da Roma senza remissione, e lo avrebbe privato di ogni suo ufficio se le preghiere della sua sposa contessa di Santa Fiora non erano; non fu avaro, non violento, anzi propenso a donare, e benigno, e nondimanco acconsentendo alla spinta perversa di Roma quando gli giunse la nuova della strage, che piglia nome di san Bartolommeo, ordinò gazzarra al Castello Santo Angiolo con lo sparo di tutte le artiglierie, e fece falò; inoltre rendeva solennissime grazie a Dio, e bandiva un giubbileo perchè gli universi cattolici n'esultassero.
E tutto questo pareva poco per manifestare la letizia infinita del fatto, sicchè allogava a valenti pittori parecchi quadri che rappresentano, il primo Coligny investito da un sicario cattolico mentr'esce dal Louvre; l'altro la strage orribile degli Ugonotti; il terzo Carlo IX che in Parlamento si vanta di avere sollevato il boia in cotesta fatica; questi quadri durano tuttavia nel Vaticano nella sala appellata dei Re (e ci stanno bene) la quale precede la cappella sistina. La memoria di cotesta scalleraggine compariva raccomandata anco troppo alla esecrazione pubblica, ma non contenti i preti degli affreschi vollero commetterla anco alle medaglie; di vero Gregorio XIII ne fece coniare una, e stupenda la quale certo gesuita dabbene ci descrive così: da un lato rappresenta il macello orribile esegito da 60,000 uomini degli eretici nella capitale, nel corso di tre giorni e di tre notti, secondo il consiglio di Dio sovvenuti dal suo aiuto celeste[1]; dall'altro è la immagine del buon Gregorio. Per colmare lo staio il santo Padre spediva in Francia legato a latere il Cardinale Orsino con la istruzione, che insista fortemente perchè la cura tanto bene incominciata co' rimedi bruschi non guasti con importuna umanità[2]; in così degna gara è naturale non volesse rimanersi addietro Carlo IX, ond'egli pure commise una medaglia dove da una parte si mira con un mucchio di cadaveri sotto i piedi, e dall'altra un fascio di allori fra gigli, corone, e collari di San Michele. La Convenzione provvide, sotto la finestra del braccio del Louvre, che sporge di più sopra la Senna, si murasse una lapide con la iscrizione: di qui l'infame Carlo IX di esecranda memoria bersagliava il suo popolo con lo schioppetto. Napoleone Bonaparte la fece levare; deliberato di crearsi tiranno s'imparentava con ogni regia nequizia: ora i re, secondo loro natura, uno la ripiglia per l'altro.
[1] non sine Dei ope, divinoque consilio eam stragem
perpetratam esse in numismate percusso docuit Gregorius.
[2] insistat fortiter neque curam asperis remediis
inchoatam prosphere perdat leniora miscendo.
Gregorio quando avesse voluto operare diversamente non sarebbe riuscito, imperocchè oggimai i gesuiti, e i teatini si arrogassero verso i Pontefici l'ufficio che i profeti giorno esercitavano co' re, e co' sacerdoti d'Isdrael; cresciuti nel deserto, custodi rigidi delle vetuste discipline, di repente comparivano per rampognare, punire, e correggere; assillato da cotesti mali cristiani, fino con 400,000 scudi per volta sovvenne Carlo IX nella impresa di lacerare da cima in fondo la Francia; da lui prese vigore la lega contro Enrico III, Enrico IV, quegli ucciso, questi ribenedetto dai preti perchè picchiava forte, e spesso: egli istigatore delle ribellioni d'Irlanda contro Elisabetta; egli irrequieto sollecitatore della guerra di Spagna contro la Inghilterra; e in quella il Vicario di Dio parve capire alla rovescia lo intendimento del suo padrone, però che una ventata delle solenni mandasse a rotoli la grande armada; onde Elisabetta, anch'essa, coniò la sua brava medaglia con le navi spagnuole sottosopra, e il motto: affiavit Deus et dissipatti sunt. Così degli uomini chi piglia Dio per un lembo, e chi per un'altro secondo le sue bizze, ed egli infinitamente buono compassiona la follia di tutti e si lascia fare.[1]
[1] Prova dell'arrogante potenza abbilo in questo, che mentre la gente tremava al solo pensiero di provocare l'ira di Sisto V, al gesuita Francesco Roledo, quando costui promesse a cardinale il Gallo suo servitore, bastò il cuore di predicargli in faccia: «allorchè si conferisce un'officio pubblico in mercede di servizi privati si pecca: non perchè uno sia buon coppiere, o scalco gli si commette senza nota d'imprudenza un vescovato ed un cardinalato.»
A questo Papa dobbiamo il lunario cioè commise lo acconciasse a un Lilio calabrese, perchè i Papi da per loro non saprebbero nè manco fabbricare lunari; in compenso rovesciò sul paese questi altri danni: non volendo imporre nuovi balzelli sul popolo, e d'altra parte abbisognando di danaro cominciò da sopprimere franchigie, privilegi, e fin qui fece bene; poi sottopose a dazi la tratta dei grani e qui fece male: inoltre ricercato sottilmente quali fossero i beni feudali commise s'investigasse se fossero ricaduti alla Camera o per linea estinta degl'investiti, o per censo insoluto e così trovando si comperassero senza misericordia; prescrizione di tempo remotissimo non bastava, conveniva produrre la prova del dominio; cosa non pure difficile, ma impossibile; di qui universale sgomento; veruno o pochi si tenevano sicuri; taluni erano spogliati; troppi più tremavano di restare in camicia; agl'Isei levaron Castelnuovo, Corcona ai Sassatelli, Lonzano e Savignano ai Rangoni de Modena, Alberto Pio per evitare liti rendeva a patto Bertinoro; ma non si contentò la Camera; ella volle anco Verrucchio: dopo lo sbigottimento, come succede ecco sorgere il desiderio di resistenza, e col desiderio un legarsi, un raccogliere armi; per ultimo un prorompere in manifesta rivolta; rovinati per rovinati, dicevano i feudatari, giova morire con le spade in mano per la salvezza dei nostri beni. Impedita la libertà di commercio da questo Papa ignorante Ancona decadde per risorgere mai più; dalle economie manomesse nacque perturbamento nell'amministrazione, si rinfocolarono le parti, e procedendo di male in peggio da prima le furono soperchierie, e subito dopo omicidi, assassinamenti, e di ogni maniera immanità. A torme furono visti masnadieri scorrazzare la Campagna, e le Marche, gli assoluti dai Tribunali sovente essi condannavano e finivano; i dannati all'opposto assolvevano, e allora assalito il carcere ne li traevano fuori. Li conducevano uomini nobili, e prestanti nella milizia, un Piccolomini principe di Amalfi, un Malatesta, uno Sciarra od altri di minor fama. Il Papa spediva uno esercito sotto la condotta del suo figliuolo Giacomo, con facoltà da disgradarne le moderne russe in Polonia, ma non fece frutto, e ciò perchè essendosi egli alienati con le sue improntitudini gli animi del re di Spagna, del Senato Veneziano, del Granduca di Toscana, del Duca di Ferrara, insomma di tutti, questi si pigliavano diletto a dispettarlo, offerendo asilo nei propri Stati ai rifuggiti; nè per cosa al mondo consentendo a restituirli. E' fu mestieri ch'ei concedesse perdono al Piccolomini; dicono, che leggendo l'indice dei misfatti ch'egli ebbe a perdonare, lasciasse cascarsi dalle mani il foglio come vinto da ribrezzo, ma gli toccò a provare peggio, e fu (io lo dirò con le parole della relazione dell'oratore veneto Priuli) che monsignore Odescalco avendo ottenuto si rendesse certo prigione al prete Guercino famoso masnadiere conosciuto col nome di Re della campagna tanto con questo mezzo gli divenne amico, «che si è fatto suo procuratore per impetrare la liberatione sua dal Pontefice, la quale era ordinata assolvendolo sua Santità da 44 omicidi commessi. Et mentre si faceva la espeditione, è venuta nova che il ribaldo ha ammazzato quattro suoi nemici in un castello. Questi tristi se ne vanno di questa maniera burlando della giustitia, et se bene potriano essere rimessi dalla gran benignità di Sua Santità, pare non di manco non se ne curino. Niuna cosa più di questa dà travaglio al Papa, perchè vede il disordine, e la indegnità grande, pur non sa rimediarla.» Di vero anco questo estremo oltraggio non gli fu risparmiato, però che offerta la grazia a certo masnadiero Martinazzo, questi la ricusò dicendo: «io non so che farmene, mi torna più continuare bandito, che ridurmi a vivere in casa mia.»
Di Sisto V assai si favella, ma lo conoscono pochi; anco ieri leggendo non so che Diario, vidi appuntarmi di averlo nel Paolo Pelliccioni di troppo alterato: e' non sanno quello, che si dicano; non mai sommo pontefice meritò più di lui il nome di sommo carnefice: nè io lo infosco, bensì i suoi gesti; di vero quale concetto dobbiamo formarci noi di un Papa il quale inaugura il suo pontificato con la impiccatura di quattro giovanetti di Sora per l'orrore di portare archibugi comecchè mostrassero la licenza del porto di arme loro concessa da Mario Sforza luogotenente del Duca di Sora? E più tardi senza nè anco forma di processo intendeva mandare alcuni sciagurati alla forca, e udito come al suo fiero talento si opponessero le prime norme della giustizia tempestando esclamava: «orsù processateli, a patto che me gl'impicchiate prima di desinare, e abbiate in mente, che stamane ho fame.» Forse parrà troppa la esecrazione al Vicario di Cristo, al quale mentre altri dimostra non potersi con l'ultimo supplizio finire un giovanetto per pochezza di anni dalla legge reputato incapace di dolo, egli ferocemente beffando risponde: «ciò non tenga, se gli mancano anni per mandarlo alla forca ecco io gliene dono una dozzina dei miei[1].»
[1] Di Sisto V. nove vite, 4 stampate e 5 manoscritte; delle stampate sono scrittori Robardi, Leti, Tempesti, Lorenta; delle manoscritte Gualterio, Galetino, Anonimo, una altra vita emendata proprio da Sisto V; poi si hanno Memorie autografe dello stesso Pontefice, ed altre memorie; per ultimo le relazioni degli oratori Veneti Priuli, Gritti, e Badoero, ed i dispacci Veneti dal 1573 al 1590.
Danno a Sisto facile la lode di sterminatore di banditi, e ciò ch'è peggio ai giorni nostri ripetono siffatto resultato doversi alle immani asprezze di lui, e questo non risponde al vero; al contrario si deve ai buoni uffici co' quali seppe nei primordi del suo pontificato conciliarsi i principi circostanti, ond'egli gli ebbe a provare benevoli quanto malevoglienti Gregorio, per la quale cosa disperati di asilo, sicuri di non potersi oggimai sottrarre alle meritate pene scomparvero: essendo anco a quei tempi per esperienza conosciuto dai rettori di stato non la gravezza bensì la sicurezza del castigo quella che tira indietro gli uomini da mal fare; la quale sentenza occorre significata nei ricordi di messere Francesco Guicciardini con queste parole di oro: «le pene eccessive… non sono necessarie, perchè da certi casi esemplari in fuora, basta, a mantenere il terrore, il punire e' delitti a 15 soldi per lira, pure, che si pigli la regola di punirli tutti.» Di vero, quando Sisto reputandosi bene assodato prese a fare il viso dell'arme ai principi non più Filippo II ordinò ai vicerè di Napoli, e di Milano obbedissero i comandi del Papa quanto e meglio dei suoi; Venezia, e Toscana gli procederono avverse, e allora, che cosa gli valse segnare ogni giorno della sua vita col taglio di una testa? Che i campi, le strade, e le foreste gremite di pali co' capi mozzi fittici su? E che salutare co' dolcissimi nomi quelli fra i suoi governatori i quali con maggior copia di teste mozze lo presentavano? Sul declinare della sua vita i banditi sguinzagliati dai principi tornarono a nabissargli lo stato; Piccolomini in Romagna, Sacripante in Maremma, Battistelli nella campagna di Roma; nel luglio del 1590 scorrazzarono fino alle porte della eterna città: sopra gli altri principi infesto Filippo di Spagna, il quale non andò immune dal sospetto di avere fatto propinare il veleno a Sisto.
Ed anco i Baroni romani inaspriti da Gregorio egli si conciliò, fino a dissimulare l'omicidio del suo nipote Felice commesso per ordine di Paologiordano Orsino, il quale non si fidando di coteste lustre si cansò con la sua Accorambona a Venezia; e a torto, imperciocchè il Papa s'industriasse imparentarsi con le case baronali Orsini e Colonna maritando due sue nipoti con Marcantonio Colonna, e Virginio Orsini, assegnando doti, doni, ed elargizioni le quali a cotesti tempi giudicate mirabili, oggi parrebbero immani; per certo tra danari, gemme, entrate, e di ogni ragione comodi non portarono le spose ai loro mariti meno di un milione di scudi per una. A cui ben guarda in questa agonia d'imparentarsi con le precipue famiglie baronali d'Italia ravvisa il villano che ha in uggia la memoria del suo umile stato.—Il nipotismo da Pio V abolito rispetto ad alienazioni in pro della famiglia del Papa di parte dei domini della Chiesa, Sisto rinnovò in altra guisa e fu sbraciare a ribocco entrate, e benefizi ai suoi congiunti. Provvide il cardinale Montalto di una rendita di centomila scudi fra patrimonio proprio, e benefizi, 250 mila e più glieli donò in case, suppellettili, e vasellami; poi cariche, offici a fusone tanto che fu estimato ed era il più ricco cardinale di Roma; così alla stregua gli altri parenti.
Certo non sarebbe giusto censurare Sisto se difettò della notizia dei precetti economici, che altri in queste faccende più versato di lui, a quei tempi ignorava; tuttavia anco allora parve strano creare debiti, e scorticare i popoli: per provvedere a immaginate necessità. Stupenda mania di Sisto radunare pecunia, tantochè Gregorio avendo lasciato l'erario al verde Sisto tenne sul serio che costui avesse commesso peccato grave da doverlo scontare per lo meno col Purgatorio; per lo che un bel giorno ordinò celebrassero non so quante messe per l'anima di cotesto Papa morto spiantato. Sisto pertanto durante il suo breve regno giunse a depositare al Castello S. Angiolo 5 milioni di scudi di oro; che ragguagliati al pregio della moneta dei giorni nostri farebbero un 300 milioni di lire; in vari tempi vincolò l'uso di cotesto tesoro a varie costituzioni, che volle giurate dai Cardinali, e furono non si spendesse in tutto o parte eccettochè per riscattare la Terra santa dalle mani del Turco, ovvero nella crociata universale contro lui, bene inteso però non prima, che l'esercito cristiano non si sia trasferito a proprie spese nelle terre degl'infedeli; ovvero se così tremenda soprastasse la fame al popolo romano, che non sovvenuto perisse; del pari in caso di moria: ancora, se qualche terra della cristianità corresse pericolo di cascare nelle mani dei nemici della fede: a più forte ragione, se fosse minacciato il dominio della Chiesa da qualunque principe infedele o no, il quale non istesse già su le mosse, ma fosse già mosso ai danni suoi: per ultimo se senza spenderci danari non si potesse ricuperare taluna terra alla Chiesa, e ricuperata conservarla. Questa costituzione corresse l'anno terzo del suo pontificato dichiarando potesse adoperarsi il tesoro per guadagnare provincie, o liberarle, a patto però che le dovessero rimanere in potestà della Chiesa ossivvero, permutarle in altre più proprie a benefizio di lei: insomma prestare a usura.—
I cinque milioni non furono nè anco quelli ch'egli ricavò dalla pratica detestabile della Curia Romana, cui egli estese ai limiti estremi, vo' dire creare nuovi uffici e venderli; di vero trovo come da 36,550 uffici e cariche venduti egli tirasse scudi 5,547,630; però depositava 547,630 scudi di meno di quanto aveva raccolto da questo brutto mercimonio: fra gli offici esposti allo incanto ne occorrono parecchi singolari, il Soldano ovvero carceriere di Torre di Nona, i custodi delle catene, i Prefetti delle carceri, i Sensali di Macerata, e perfino 100 Giannizzeri! Sicuro, il Papa teneva presso sè i suoi Giannizzeri nè più nè meno come il Turco, e ne raccattava la somma di scudi 68,000. Instituì ancora undici monti, tre vacabili, e otto no; ovvero imprestiti redimibili, e non redimibili. Ora bisognava pure in qualche parte pescare il danaro per sopperire al soldo degli uffici venduti, e all'interesse dei monti, che nel sottosopra puoi calcolare un venti per cento, epperò un milione, e più di scudi; quando egli fu assunto al pontificato scrivono la rendita della Chiesa sommasse a 1,746,814 scudi; alla morte di lui toccava i 2,576,814 scudi, che fanno 830,000 scudi di vantaggio; i modi, ch'ei pose in opera diversi affatto dagli usati da Gregorio, o sia che non ci fosse più nulla da levare di sotto ai feudatari, o sia, che Sisto volesse gratificarseli quanto gli aveva tribolati il suo antecessore: tutto sottomise a dazio, grano, vino, olio, le sostanze alimentarie di prima necessità, che più? Fino le povere alzaie, che tirano sul Tevere contro corrente i navicelli in compagnia dei bufali ebbero a pagare il balzello: alterò la moneta, e barattatala con la buona, anco questa dopo averla falsata rivendeva: buttò a terra il commercio aggravandolo di due per cento sul valore delle merci introdotte nella città; le quali cose considerando il Leti, quantunque si palesi ammiratore dei modi di amministrare di Sisto, non può astenersi da confessare: «lasciò il popolo così angariato, che da quel tempo in poi…. non si è sentito parlare che di povertà e di miseria avendo continuato i popoli ad essere esangui, e meschini.» Narrano come coteste diavolerie gli mettesse in capo certo ebreo portoghese chiamato Lopez, ma io noto, che i Preti nel magistero di piluccare danaro non hanno mestiero d'insegnamento, e possono tenere cattedra; di consigli non voleva saperne; in altri negozi talora si accomodava, ma in quanto a fare quattrini Sisto non pativa avvertenze; però avendo consultato il cardinale Albani di Bergamo, che cosa gli paresse del dazio sul vino rispose: «io approvo tutto quello, che piace a vostra Santità, tuttavolta, veda, approverei con più cuore, se questa tassa a vostra Santità dispiacesse.» Quando la tirannide imperversa questa opposizione apparirà anco troppa.
Celebrano autori così chiesastici come laici la magnificenza di Sisto nell'ornare Roma di fabbriche eccelse, e veramente meritano lode; però non fu, come pure si doveva avvertito, che spesso le sue costruzioni attestano altrettante distruzioni, ovvero trasformazioni; il famoso Settezzonio di Severo, reliquia davanti alla quale sembrava si fermasse il Tempo per ammirarlo non per distruggerlo fu abbattuta da Sisto e ne fece trasportare le colonne a San Pietro; gli era entrato l'uzzolo addosso di buttare giù ogni cosa, tra le altre il sepolcro di Cecilia Metella monumento illustre dei tempi della Repubblica; i romani atterriti da questa salvatichezza fratesca, gli stessi cardinali, eziandio quelli che più zelavano la fede cattolica si misero intorno al Papa scongiurandolo a deporne il pensiero, ai quali egli rispose: «che avevano torto perchè egli aveva avuto in mente di torre via le turpezze, sostituendo edifizi degni di ammirazione.» A malincuore pativa albergare nel Vaticano le statue di Apollo e di Laoconte; dal Campidoglio poi risoluto le mandò via; anzichè sopportarcele gli avrebbe dato fuoco: ebbero ad esulare dalle sedi terrene Giove e gli altri Dei consenti come già furono banditi dalle celesti: la terra e il cielo governano fati inesorabili! solo trovò grazia al cospetto del Sacerdote del nuovo Dio Minerva a patto, che deposta la lancia pigliasse la croce; così Pallade cecropia fu vista con l'elmo in testa, la gorgone sul petto, e la croce in braccio in sembianza di convertita alla religione cattolica romana. In pari guisa, remossa dalla cima della colonna traiana, l'urna la quale, secondo che ricordava la fama, conteneva le ceneri di Trajano, ci fece porre la statua di bronzo dorato di San Pietro, e gliela dedicò, per guisa che sembra lo Apostolo abbia operato le imprese contro i Parti e i Daci non già Traiano; non diversamente si comportò con la colonna antonina eretta dalla pietà di Marco Aurelio al suocero benemerito Antonino Pio, Sisto la incoronò con la statua di bronzo dorato di S. Paolo e gliela offerse in dono, onde S. Paolo a questo modo sembra il domatore dei Marcomanni, impresa che si contempla scolpita a vitalba intorno alla colonna: in entrambe Sisto procurò s'incidesse il suo nome, e se così giovasse, a poca spesa acquisteremmo nome di supremo fabbricatore fra quanti vissero e vivranno figliuoli dell'uomo. Degli obelischi non parlo anch'essi dallo Egitto trasportati a Roma dapprima onorarono gli astri, poi gli uomini. Sisto parve quasi un Nume per averli drizzati sopra la base, in Egitto coloro che li svelsero dalle viscere della terra non furono tenuti per superiori agli uomini. Storici che scambiano la storia co' panegirici gli attribuiscono molti, e sperticati disegni; tra gli altri quello del taglio dello stretto di Suez, che avrebbe tronche le ale al moderno Lesseps; forse egli potrà averli concepiti, ma per uomo di stato piccolo vanto è questo; imperciocchè d'immaginazioni Ludovico Ariosto sapesse partorirne più stupende; il nodo sta a chi governa di attendere a cose proporzionate alle forze, e con indefessa cura ridurle in atto e compirle. Rispetto a politica terminò peggio di Gregorio XIII essendosi inimicati il re di Spagna, e i Guisa senza guadagnarsi Enrico IV, che non fatto capitale di lui, anzi contro lui si propose re alla Francia; se cotesto re, abiurate le dottrine tornava in grembo alla Chiesa, ciò accadde più tardi non per opera di Sisto bensì per quella di Clemente VIII.
Notai come la fede cattolica prevalesse a furia di fuoco, e di forca in Italia e nella Spagna; adesso mi occorre aggiungere che parve anco volesse allagare sempre a modo di lava nei Paesi-bassi, in Francia, in Germania, e perfino nella Svezia, ma l'arco teso si ruppe; la ragione calpestata levò la testa tornando più gagliarda alle lotte, che all'ultimo non perde mai, anzi qui in Italia dove il trionfo del cattolicismo sembrò intero cosicchè i Preti pensarono potere tornare in ballo co' miracoli di Madonne, che piangevano, ridevano, o favellavano, e talora apparivano traverso un pagliaio, tale altra su di una siepe; qui nella potente Italia cessati gli studi teologici, e la opposizione scolastica lo ingegno si raccolse pigliando a consultare il manoscritto originale di Dio, vale a dire l'universo e la natura, buttati via i libri dei dottori: anco qui la Chiesa romana, quasi per istinto avvertita del pericolo, accorse a spegnere; a che prò? Ella non poteva immaginare, che meglio di venti cattedre avrebbe distrutto l'ammasso dei suoi errori un fornello di chimica; gl'Italiani devono, per così dire, ringraziare i Papi se scacciati dal sentiero dove sarebbero riusciti calvinisti, o luterani, o socciniani trovarono la strada della filosofia: le sette più o meno si proposero a fine la riforma, emenda, non estirpazione di errore; la filosofia di altro non si appaga, tranne dell'assoluta verità. Senza jattanza, per me credo, che verun popolo al mondo racchiuda in sè come lo italiano nostro istinto ed attitudine non di riformare, bensì di trasformare la vita della umanità.
Seguono tre Papi, che poco fanno e male: dirò succinto di loro. Intanto è degno di considerazione grandissima come secondo tira il vento gli uomini mutino voglie e concetti. Nella politica occorrono di tre maniere teorie, talune precedono più o meno lontano i fatti e queste talora imbroccano, e talora no; altre sorgono contemporanee ai fatti, e queste quasi sempre troviamo fallaci perchè più che da ragione dettate dalla passione; altre poi si cavano fuori dalla materia dei casi accaduti; e queste per ordinario danno ottimo argomento di governo. In questi tempi furono sposte teorie strane e per la sostanza, e per gli uomini, che le professavano; i chiesastici, i gesuiti, soprattutto il più assoluto diritto dei popoli per isgararla contro principi eretici bandivano: il solo Papa preposto da Dio al potere spirituale; non così al temporale; nondimanco anco questo gli sottostà a mo' che il corpo serve all'anima: certo il Papa per ordinario non esercita autorità alcuna sopra le leggi degli altri stati, ma se il principe negasse ostinato una legge necessaria alla salute delle anime, ovvero volesse imporne un'altra dannosa il Papa non solo può ma deve ordinare la prima ed abolire la seconda.—Errore solenne credere, che Dio abbia conferito all'individuo facoltà regia, ei la concesse al popolo universo; però in lui il potere, e in lui la facoltà di torlo ovvero darlo altrui; così il Bellarmino, il Sa negli Aforismi pei Confessori cavati dalle sentenze dei Dottori, Suarez ed altri parecchi: il Mariana nel trattato del Re, e della sua instituzione detta il panegirico di Giacomo Clemente il quale innanzi di uccidere Enrico III volle consultarsi con teologhi profondi in divinità: un'altro gesuita, il padre Boucher predicava: veruno potersi presumere legittimo re se non eletto dal popolo; solo un confino posto alla libera volontà di lui, e questo consistere nella scelta dello eretico; dove ciò faccia, la maladizione di Dio gli cascherà sul capo. Quando innanzi al Parlamento di Francia si deliberava sul partito della cacciata dei Gesuiti comparve un libretto di massime tratte dagli scrittori chiesastici, massime Gesuiti ostili ai principi, e come i Francesi costumano quando la vogliono spuntare ne diffusero a centinaia di migliaia anco per la Italia, e per la Spagna; oggi a ristamparlo in Parigi ci sarebbe il caso di rifinire in prigione. Simili dottrine poi non mica invise al popolo, all'opposto, da lui professate smanioso come quelle, che servivano al suo talento di contradizione, ch'è l'anima dell'anima del popolo francese, e Filippo II (mirabile a dirsi!) travolto dall'agonia di soverchiare la Francia le accetta, e le promuove anch'egli potendo più in lui la rabbia di nuocere agli emuli, che la necessità di provvedere a sè.
Per converso i protestanti sovvertitori nella fede, procedevano conservatori nella purità della monarchia sostenendo: Dio solo impone i principi al genere umano; a lui il diritto di suscitare, e atterrare, concedere, ovvero torre la potestà. Certo ai dì nostri il Signore non cala sopra la terra per regalarci un re, ma per virtù sua ogni stato osserva certe leggi nella elezione del principe; per modo, che se un principe venga promosso a norma di quelle, si può dire, che la voce di Dio ammonisca i popoli ad obbedirlo per re; da lui poi pendono i re avvenire per diritto legittimo di successione. Alla legge bisogna stare; se la si potesse offendere sotto pretesto delle colpe del principe, addio stati; la eresia non libera dall'obbligo della obbedienza, perchè in ciò che offende Dio non hai ad obbedire; nelle altre cose sì.—
Appena però il Papa, e i re ebbero messo in comune manette, sbirri, e carnefici, la Chiesa buttò via le dottrine sovvertitrici; da quel giorno in poi, ella non rifina mai bandire che i popoli hanno ad obbedire sempre ai re, e in tutto e per tutto; e non le mancano autorità; prima Cristo, dopo Paolo: il primo lo volle significare col detto: «date a Cesare quello, ch'è di Cesare.» più chiaro l'altro: obbedite ai principi etiamtsi discolis. Passione vince prudenza anco nei savissimi, sicchè a seconda l'interesse più urgente l'uomo stesso sostiene a volta a volta il diritto, e il rovescio; e talora eziandio nel medesimo punto, donde la perdita di reputazione nelle autorità e la voglia nei popoli di sovvertirle quando cascano in dispregio.—
Chi volle ridurre il processo del Papato a teorie afferma, che il Conclave tenne nello eleggere i Papi questa ragione, al rigido surroga il mansueto, al parziale per Francia lo zelatore per Austria; ma non pare vero, almeno sempre; e così essendo siffatte alternative accadono non mica per consiglio, bensì per irrequietezza dei cervelli umani. Di vero, che Giovambattista Castagna ovvero Urbano VII. sostituito a Sisto V. si sarebbe mostrato diverso da Sisto non comparisce; anzi sembra lo indicasse egli stesso, allorchè sedendo a mensa con altri cardinali e con lui non rinvenne pera, che non fosse fradicia esclamò:—è tempo che le pere cessino; Urbano VII. durò nel papato non bene intere due settimane: ombra che segna la sua apparizione su le pareti del Vaticano e passa.
Ora la Spagna nel presagio che Francia pigli il sopravvento propone, o piuttosto impone al Conclave uno strano partito; ella farebbe una nota di sette candidati; eleggessero tra questi cardinali il Papa; non piacque; nè Spagna nè Francia la spuntano; il nipote di Sisto V. cardinale di Montalto incapace a creare il Papa, attissimo ad escluderlo se non gli garbasse; pure si accorda a promovere colui che gl'incresce meno: di qui la elezione di Gregorio XIV. Costui sparnazzò la pecunia improvvidamente raccolta da Sisto V. in usi improvvidissimi; sovvenne la lega di Francia contro il Re di 15,000 scudi il mese, e di fanti e di cavalli condotti dal suo nepote Ercole, e se non bastavano prometteva maggiori soccorsi: rinnovò la scomunica a danno di Enrico IV, spedì fino negli Svizzeri ad arrolare fanti con danari, e indulgenze; se queste operassero meglio di quelli non è chiaro, perchè gli uni e le altre buttavano con la pala, e gli Svizzeri avuti i quattrini pigliavano anco le indulgenze, che a qualche cosa a quei tempi la gente le credevano, e troppo anco ai nostri le credono buone: morì dopo 190 giorni di pontificato: ben pel mondo che morì presto; unico elogio degno di lui. Da capo gli Spagnuoli propongono sette cardinali, ed il Conclave fra questi elegge Giovannantonio Facchinetti da Bologna; anch'ei fu lampo, ma di luce maligna però che spedisse pecunia alla lega, consigli ad Alessandro Farnese per mantenere in subbuglio la cristianità. Adesso quelli, che l'odio divise, accorda, come per ordinario succede, l'interesse; i cardinali spagnuoli acconsentono a non procedere più ostili alle creature del Montalto, e questi per compenso promette non avversare i parziali di Spagna, che subito si pone coll'arco del dosso a fare riuscire il suo, il quale si chiamava Santorio, ed era cardinale di Sanseverino; in lui accadde una stranissima cosa; già lo credevano eletto; i camerari secondo l'uso davano il sacco alla sua cella; già gli emuli prostrati lo supplicavano di perdono, ed ei facile concedeva, dichiarava in pegno volersi appellare Clemente, tuttavia tremavano, avendolo a prova sperimentato feroce, quando ad un tratto il cardinale Altemps verificando trova mancare un voto ai due terzi onde la elezione diventa legale: allora preso coraggio dal pericolo il cardinale Ascanio Colonna esclama ad alta voce: «egli è chiaro; qui si vede che Dio non vuole Sanseverino, e nè anco io lo voglio.» Ripresero gli scrutini, e ad ogni volta egli perdeva voti i quali si logorarono sopra cinque; finalmente rimase eletto Ippolito Aldobrandino, che buono o reo consiglio lo persuadesse volle accettare il nome di Clemente scelto prima dal Santorio. Quale e quanta l'ambascia di questo non si crederebbe oggi, se avendo scritto egli le proprie memorie non ce ne avesse lasciato testimonianza irrecusabile; «la notte successiva, egli narra, fu la più dolorosa di tutta la mia vita; l'afflizione profonda, l'ansietà dell'anima (mi attenterò a dirlo?) fecero trasudare da tutto il mio corpo sangue!»
Chi Clemente VIII fosse non importa ricordare; nacque da Silvestro Aldobrandino fuoruscito di Firenze per colpa piuttosto di avere odiato il tiranno, che amato la libertà: fu grasso, fu avaro, fu gottoso, cupo, giurisperito, e ladro insanguinato; all'Austria caro per avere, negoziando, tratto fuori dalla prigione di Polonia lo arciduca Massimiliano. I principali fatti di lui questi: Enrico IV. assoluto, Ferrara ripresa, la famiglia Cenci assassinata per libidine di ricchezze: l'ultimo delitto negò temerario quanto inverecondo un Gesuita in certo suo libro impresso a Milano, e inutilmente, imperciocchè F. D. Guerrazzi nella ultima edizione della Beatrice abbia chiarito la malignità di costui con documenti usciti dalla mano propria del medesimo Papa. Quanto a Ferrara, la rabbia, bisogna dirlo, era fra i cani: i vulgari su la fede dei poeti credono che il magnanimo Alfonso fosse magnanimo davvero; le città sotto il suo dominio diventarono deserte; nabissati i canali, le riviere ostruite, per sabbie ammonticchiate la navigazione sul Po impedita: il duca venditore esclusivo del sale, esattore di un balzello sopra tutti i contratti, qualunque derrata entrasse in città aveva a pagare il dazio; ma questo anco ai dì nostri costumasi con la giunta del bollo; quello che non si costuma fra noi è il principe, come Alfonso di Ferrara, unico fornaio dello stato, e impiccatore di sei miseri co' fagiani legati ai piedi uccisi nel parco ducale: di omicidii commessi per via di sicarii non si parla nè manco. L'Ariosto nell'Orlando lo leva a cielo; nelle satire è altra cosa. Il Tasso sel sa se meritava le laudi che prodigo troppo gli sbraciava: il mondo sa la lunga prigionia a cui lo dannava, ma forse una causa più o meno giusta per questo possiamo supporre ch'egli avesse, ma il mondo ignora come lo lasciasse penuriare così anco nei giorni di favore da obbligarlo di mettere in pegno allo ebreo certi arazzi di casa e perfino le camicie; ed io non so immaginare sfregio più grave di quello, che gli fece quando con questi due versi ordinò gli desse il suo fattore una botte di vino:
«Una botte di vin sia data al Tasso, «Mangi, beva, poeti, e vada a spasso!»
E più tardi scrivendo il Tasso al duca di Urbino ecco a che riduceva in prosa il magnanimo Alfonso cantato in versi: «il duca per naturale inclinazione è dispostissimo alla malignità, ed è pieno di una certa ambiziosa alterezza, la quale egli trae…. dalla coscienza del proprio valore, del quale in molte cose non si dà punto ad intendere il falso.»—
Disperato di prole, e pure repugnante a menomare la sua autorità, tardi elesse Cesare cugino suo erede, il quale ammonito come Clemente intendeva ricuperare ad ogni patto Ferrara feudo chiesastico deliberò mostrare il viso alla fortuna raccogliendo armi ed armati, munendo le fortezze, e facendo ogni altra provvisione di esperto capitano di guerra; e il Papa dal canto suo non si arrestava; anch'egli data la stura ai tesori di Sisto arrola eserciti, ammannisce grande apparecchio, conduce generali illustri, e non omette scomunicare Cesare con parole esecrabili, a suono di trombe e di tamburi, mentre le campane rintoccavano a morto, e gittando, giusta il costume, dalla loggia di San Pietro una torcia accesa sopra la piazza del Vaticano: però le sarieno state novelle, se Spagna non pativa, che il Papa facesse, e Francia non lo aiutava a fare; Cesare di Este assai si confidava a Filippo, tanto, che lo propose arbitro della lite, e si profferse mettere presidio spagnuolo nelle sue fortezze; non meno si riprometteva da Enrico avendolo gli Este sovvenuto nelle sue angustie di un milione di scudi, il quale se gli fosse stato restituito gli dava abilità di mettere insieme tale uno esercito da contrastare qualunque più potente principe della cristianità non che il Papa, tuttavia al maggiore uopo gli venne meno ogni cosa; Filippo vecchio, e sfiduciato, vinto ormai dalla sua impotenza piuttostochè persuaso della umana pochezza come dal suo testamento si manifesta rifuggiva a commettersi da capo alle ansiose vicende della guerra, però scrisse ai suoi Vicerè d'Italia lasciassero correre: Enrico era nemico mortale della gratitudine: troppo gran servizio il milione di scudi, ond'ei potesse rimunerarlo con altro, che col perseguitare il creditore; e poi lo stringeva necessità di tenersi bene edificato il Papa, il quale o favellasse sincero oppure fingesse sempre dubitava della lealtà della sua conversione, per la quale cosa non gli parve vero potere gratificarselo alle spalle altrui; e da ciò venne che non solo consentì al Papa di operare a modo suo, ma sì gli scrisse avrebbe mandato in soccorso di lui uno esercito intero oltralpe, e se non bastava sarebbe accorso in persona: se poi lo avesse fatto, è un'altro paio di maniche. La Corte romana per lo inopinato ardore di Re Enrico andò in visibilio; di eretico dannato al fuoco eterno per poco non lo salutarono Giuda Maccabeo, e Gedeone. Il cardinale di Ossat gli scriveva: «non ho parole, che bastino per significarle quante lodi, benevolenze, e benedizioni la Maestà vostra siasi tirate addosso in grazia delle sue profferte.» Don Cesare abbandonato dagli amici di fuori, dentro insidiato ebbe a cedere; Clemente acquista Ferrara, la quale da prima resse benigno, poi mano a mano acerbo, più acerbo, e finalmente acerbissimo; tanto, che per sospetto volesse il popolo ferrarese dare la balta il Papa ci fece costruire la fortezza, e i Ferraresi si condussero a lamentare il dominio estense; cosa d'altronde ordinaria nelle tirannidi, che la nuova desti il desiderio dell'antica non perchè paia quella più dura, ma veramente sia.
L'assoluzione di Enrico IV fu negozio, che dopo averlo succhiellato da una parte e dall'altra visto che tornava ad ambedue si sarebbe tosto conchiuso, ma il Papa andava giravoltando un po' per tema di Spagna, un po' per cavarne più, che potesse: così tentato prima Filippo, che ormai, come avvertii, aborriva da nuove guerre, ed impartita al negozio indole religiosa per modo che il piissimo Re spagnuolo l'avesse a trangugiare lodandolo aperto, ed in segreto maledicendolo poteva avventurare il passo, ma allora appunto cominciarono le ambagi di Roma; tuttavia quando tirate troppo le corde fu temuto, che le si rompessero il Papa calò, molto più che nel mezzo tempo Enrico faceva a vittoria succedere vittoria; in Francia per la solita voglia di saltare dallo scacco bianco al nero, o piuttosto per paura accadde un solenne voltolone. La Sorbona revocando i suoi decreti dichiarò la monarchia d'istituzione divina, necessaria la obbedienza al Re quantunque respinto da Roma, e poichè il becco emissario ci ha da essere sempre questa volta toccò ai gesuiti; anzi in quel torno un Giovanni Chatel avendo assalito Enrico per ammazzarlo e trovato che a costui avevano guasto il cervello le prediche dei gesuiti, questi ebbero ad uscire dal regno come seduttori della gioventù, perturbatori della quiete pubblica, nemici dello Stato e del Re.—I patti apposti alla assoluzione del Re non gravi per ora quanto alla sostanza, ma quanto all'apparenza eccessivi, imperciocchè Enrico dovesse farsi rappresentare da un'oratore a posta il quale nel portico di San Pietro genuflesso ebbe a leggere la supplica regia, e a sopportare di essere percosso con le verghe su le spalle secondo il rito di Roma quando assolve gli scomunicati.—
Dicono che Enrico esclamasse:—Parigi vale bene una messa!—Se questo dicesse ignoro; certo parmi che da eroe non adoperasse, bensì da uomo di stato valoroso, imperciocchè secondo che avviene nei perturbamenti politici, le parti estreme si fossero combattute, e stremate; gli eccessi vicendevoli le avevano scemate di credito, e la parte mezzana standosi da canto cresciuta di forze, ampliata di aderenti per avere quiete accettava il Bearnese a condizione si rendesse cattolico; e il Bearnese considerato, che contro questa parte non sarebbe mai venuto a capo nè anco se i suoi ugonotti fossero stati interi, epperò molto meno poteva riprometterselo adesso che erano laceri; pensando altresì come a cotesta parte per vincere basti stare fermo, di un tratto staccatosi dagli amici, a piè pari le salta in mezzo, e regna.—
Anco il Papa ci fece il suo civanzo, oltre quello che apparve stipulato, e questo fu, che si amicò la Francia senza romperla con la Spagna, onde alla occasione si procurava la scelta della servitù; alla Italia poi invece di uno pose sul collo due gioghi, consueti doni del Papato. Di Alessandro dei Medici, che prese nome di Lione XI altro non è a dirsi, eccettochè visse soli 27 giorni; i Francesi, i quali lo reputavano a loro propizio ci spesero per ispuntarla contro gli Spagnuoli 300,000 scudi; li giuntò la morte, e per questo li posero in canzone gli Spagnuoli, che messi su l'avvisato attesero con diligenza maggiore alla nuova elezione donde uscì fuori Cammillo Borghese in fama di loro parziale, che tolse nome di Paolo V.—Anco di lui breve, comecchè agitasse gravi cose, ma all'argomento nostro non pertinenti; poco seppe dei governi del mondo sprofondato negli studi forensi nei quali acquistò nome di sofista, e d'ingegno cupido, mascagno, e presuntuosamente cocciuto; siccome per essere eletto Papa egli si astenne dai soliti intrighi, ebbe fede sul serio trovarsi assunto alle somme chiavi per virtù dello Spirito Santo; oltre questa fede egli n'ebbe un'altra, e fu, che lo avessero ad uccidere di ferro, o di veleno; per la quale cosa sospettando di tutto, e di tutti viveva misera vita; impaurito atterriva, e a danno suo lo seppe il misero Piccinardi cremonese, il quale compose non so quale poema satirico nè manco in ispregio di lui, sibbene in odio di Clemente VIII; il misero poeta non lo aveva per altro pubblicato con le stampe, anzi lo teneva sotto chiave; lo denunziò una donna; Paolo ne prese occasione per ispaventare, e siccome la voglia sua parve piuttosto immane, che feroce, magnati Romani, oratori di principi amici lo supplicarono per cotesto fallo non volesse fare sangue, ed ei lo promise: ma quando se lo aspettavano meno gli mozzò il capo a Santo Angiolo, e ne prese i beni. Proseguendo nella tumida presunzione scomunica il reggente di Napoli per avere dannato alle galere per cause attenenti ad interessi chiesastici un protonotario, e un libraio; si arruffa con Savoia a cagione di benefizi, con Genova per avere vietato le assemblee dei Gesuiti scuola perpetua di subbugli, con Lucca la quale ordinò i decreti degli officiali del Papa non si eseguissero se non dopo ottenuta l'approvazione del Governo; con Venezia poi molti e vari i capi di contesa nè spirituali tutti; litigavano pei confini su quel di Ferrara, per le pesche, e per la navigazione del Po; il legato di Ferrara fece pigliare alcune barche peschereccie dei Veneziani; questi per rappresaglia si portarono prigioni una frotta di papalini, e con navigli armati sostennero a forza le loro ragioni. Ma il Papa più pertinace che mai pretende i diritti regali su Ceneda, e i Veneziani non gli danno retta; egli ordina i giudizi dei tribunali vescovili della Venezia si deferiscano a Roma, i Veneziani minacciano a cui obbedisce guai; il Papa scomunica i renitenti, i Veneziani provvedono non sorta effetto civile la scomunica: poi venne il negozio delle decime; il Papa le volle per sè, non le potendo ottenere, dispensava da pagarle; se non le poteva esigere egli nè anco i Veneziani le dovevano avere; anco su i libri si levarono querimonie infinite: larghi i guadagni di questa industria a Venezia; il Papa si affaccendava quotidianamente a proibirli mettendoli allo Indice; a questo mo' impedito che a Venezia si stampassero e altrove emendati alla sua maniera procurava si pubblicassero a Roma: questo volgere l'autorità spirituale in prò della bottega uggioso sempre, insopportabile adesso perchè lesivo gl'interessi del commercio, di cui ogni mercante è tenero, e i Veneziani ne furono tenerissimi. I Veneziani dal canto loro non tenevano le mani a cintola, e con lo escludere dalle assemblee chiunque tra loro per professione, e per elezione dipendesse da Roma, taglieggiare il clero fino alla carne, pretendere, che i benefizi ad altri, che paesani non fossero, non si avessero a conferire, e questi soli presiedessero alla inquisizione, vigilare ogni ritrovo chiesastico, impedire, che pure un quattrino ricapitasse a Roma rendevano pane per focaccia. Insomma alle romane improntitudini significate a questo modo, che gli stati volendo anco in minima parte mescolarsi nei negozi della Chiesa, dirigerli, molto più contrastarli commettevano tirannide pagana; lo imperatore non può giudicare i Papi, ma sì i Papi gl'Imperatori; l'anima ha da vincere la carne, lo spirito supera la materia: da quando in quà la pecore si rivolterà al suo pastore, o lo vorrà sermonare? Il sacerdote va esente da qualsivoglia balzello; ha da essere pagato non già pagare; egli appartiene alla famiglia di Cristo: mirate i Leviti, tutto Isdrael contribuiva loro la decima. E i sacerdoti non rendono con inestimabile usura questo po' di benefizio terreno pregando pei peccatori, ed offerendo il sagrifizio? Da Cristo scende il sacerdozio cristiano così, che spento l'ultimo prete (inorridisco a pensarlo!) preti non se ne potrebbero trovare più nè anco a pagarli cinquanta centesimi l'uno; degl'Imperatori, dei Re, Duchi, Granduchi, Arciduchi eccetera poi il popolo ne possiede la stampa. Tanto affermano il vecchio, e il Nuovo Testamento, i dottori della Chiesa, i Concili, e perfino le Bolle dei Papi.
Tra i Veneziani allora viveva un frate servita Paolo Sarpi uomo di costumi illibati, dotto in molte maniere di sapienza umana, d'ingegno acre, e battagliero, indefesso agli studi, nelle dottrine canoniche singolare; e per di più padroneggiato da passione dominante, che era l'odio contro l'autorità temporale dei Papi: il Senato l'oppose a Roma; e il Sarpi solo dimostrò col vangelo, co' dottori, ed anco con i Concili (perchè ce ne ha di tutti i colori) che tutto potere ci viene da Dio e lo ha detto l'Apostolo (il quale se la poteva risparmiare) che ogni persona è tenuta ad obbedirlo, e lo ha detto Dio; al principe sta dettare le leggi, giudicare la gente, imporre le gravezze, ed in questo così chierici come laici dovergli sommissione: per nulla le prerogative del principato eccezione del sacerdozio; al contrario quelle del sacerdozio concessioni del principato; questo dette alla Chiesa possesso e giurisdizione, e l'è protettore, anzi patrono; da lui pertanto a buon diritto dipendono la nomina ai benefizi; e la pubblicazione delle bolle, e via discorrendo. Gli è chiaro che riusciva più agevole mettere insieme l'acqua e il fuoco, che queste due pretensioni contrarie, si venne alle rotte, e il Papa scomunicò il Doge, il Senato, tutti i magistrati della repubblica, e segnatamente i consultori; impose altresì ai preti pubblicassero la scomunica dagli altari, o affiggendola alle porte della chiesa, a chi mancasse guai in questo mondo, e nell'altro. Il Doge Leonardo Donato, eccetto un po' di decreto stampato in un quarto di foglio col quale ammoniva il clero a non curarsi di quelle grullerie, ed a continuare nel debito verso la Patria, non se ne dette per inteso. Avvertiti i Dieci come certo parroco si fosse vantato bandire la mattina di poi la scomunica, notte tempo gli fecero rizzare le forche dinanzi alla Canonica, e bastò; al Vicario di Padova, il quale interrogato dal Provveditore, che cosa intendesse praticare circa la pubblicazione della scomunica, rispose: «io farò quello, che lo Spirito Santo m'ispirerà.» Il medesimo soggiunse: «reverendissimo ci pensi due volte, perchè io so di certo che i Dieci hanno risoluto impiccare qualunque prete a cui lo Spirito Santo inspirasse la pubblicazione.» Lo Spirito Santo, certo per non mettere a repentaglio il Vicario, si astenne da ogni ispirazione. Ricorrendo la festa del Corpus Domini il Senato provvide si celebrasse con solennità straordinaria, e così come sapevano i nostri maggiori mostrarono ai preti che mal presumono trafficare su Cristo come cosa di loro privativa: Cristo è dei cristiani, e meno di ogni altro di loro. Roma arrovellando voleva dire, e fare; quanto a dire ella mantenne la promessa anco troppo, quanto a fare e' fu diverso; la guerra rimase alle minacce; non così circa allo assassinio del povero fra Paolo; la prima volta fu spedito da Roma Rutilio Orlandini per ammazzarlo; di presente gli pagarono un mille ducati; compita la strage avrebbe avuto, chi dice 5000, e chi 50,000 ducati; egli prima di partire mostrò a Flavio di Sassoferrato l'assoluzione del delitto il quale stava per commettere: non importa nè anco notare che i preti negano a spada tratta; ma che non negano, quando torna loro i preti?
E tuttavia si avrebbero a ricordare, che il Cardinale Barberini poi Urbano VIII, andava in Parigi promettendo nonchè assoluzione indulgenza a cui ammazzasse fra Paolo, Clemente VIII, aveva concesso mediante uno elegantissimo breve in virtù del quale era dato facoltà a taluni cittadini di Rieti di spengere senza sospetto di pena in questa e nell'altra vita gli assassini del padre loro. L'Orlandino, messo appena il piede su quello della repubblica, fu preso, e strozzato in un bacchio baleno: più avventuroso, o piuttosto più misero di lui Ridolfo Poma il quale forse pei conforti del Papa stesso, e certo poi di Cardinali, Prelati, e Chiesastici di ogni risma legatosi con parecchi preti, e parecchi ribaldi assalito a tradimento il Sarpi presso al suo convento nella contrada di Santa Fosca lo lasciò come morto per terra trafitto da venti coltellate. Tuttavolta ei sopravvisse, e all'Acquapendente, che nel medicargli quella delle ferite la quale dalla manca orecchia destra gli passava tra il naso e la guancia notò non averne mai veduto altra più strana, egli avvertiva: «la è fatta stylo romanae Curiae.» Nè qui rimase l'odio, che non perdona mai, imperciocchè Roma non aborrisse a gran pezza Calvino, e Lutero quanto fra Paolo; s'industriarono farlo avvelenare nel cibo, ovvero nei panni co' quali curava certe sue infermità emorroidali; essendosi salvato il Poma lo ridussero prima al disperato, poi lo aizzarono a tentare da capo assassinarlo; e così durarono un pezzo le insidie finchè la coscienza pubblica in Italia, in Francia, e in Germania si rovesciò contro la infamia di Roma: allora il Papa, e i preti si avventarono a un tratto su quanti poterono mettere le mani addosso, e come dettava loro la paura di rivelazioni temute, la rabbia di minacciosi rimprocci e la speranza inane di coprire con la ferocia nuova la complicità antica gl'imprigionarono strepitosi, in mezzo ad apparecchio eccessivo, e li posero in parte dove non videro più luce: intanto i Veneziani in silenzio avevano agguantato gli altri, e segretamente consegnati all'acqua o alla terra. Interpostosi Enrico IV, tutti questi dissidii si composero; i Veneziani in apparenza piegarono, in sostanza no, chè mantennero inalterata la propria giurisdizione sul clero, e la legge intorno i beni stabili chiesastici. Assettate le controversie venete Paolo ad altro non attese, che a fabbricare congregazioni, instituire ordini religiosi, ed a promovere lo incremento di casa Borghese; ai tempi suoi si rinfocolò più che mai tra Gesuiti e Domenicani la lite intorno la immacolata Concezione; quelli l'affermavano, questi la negavano, ei fe' silenzio, e messosi in mezzo impose silenzio ad ambedue come per riservarne la gloria di deciderla al nostro Pio IX; e vietò anco un'altra cosa, e fu che il Galileo si astenesse come da eresia dallo insegnare la dottrina del moto della terra: altro non occorre dire di lui, ed è già troppo il detto.
Ormai la storia del Papato diventa di papa in papa più inutile pel nostro scopo; ora coglierò in qua e in là qualche fatto, il quale confermi il concetto, che egli da sè come potenza temporale non può reggere: commesso alla protezione di potenze straniere si sente sbatacchiato ora da questa parte, ed ora da quella, servo spregievole e mal fido, sicchè lo Spirito Santo uccello smarrito batte incerto l'ala senza più sapere dove ei si abbia a calare. Gregorio XV. tenta riprendere lo spirituale per servirsene di leva a rifare lo stato; ma lo spirituale solo non fa prova, ed ei reputa venirne a capo stringendosi in società con l'Austria; però mettono in comunella fra loro sacramenti, e carnefici, missionari, e sbirri; l'Austria tiene i popoli pei piedi, il Papa li converte con la corda al collo; e tuttavia ella parve prevalere; la Germania rimase inondata di frati predicatori, le prediche dei quali se convertivano tanto meglio, se non convertivano subentravano i soldati a disertare gente e paesi; felici i banditi! Le missioni, seme di rabbia, e di furore in Europa, attecchirono in America, e ciò perchè in Europa opprimevano, in America parevano affrancare; fra popoli eruditi Roma faceva ufficio di spegnere, tra ignorantissimi appariva luce di intelletto; qui niente aveva da insegnare; costà se non tutto, molto. Anco in Francia la Chiesa sembrò rifiorire, però che la baronia, d'indole ad un punto prepotente e servile, considerando adesso la Monarchia di concerto con la Chiesa, non trovasse il suo conto a dare del capo dentro un'arnese tanto gagliardo; e poi capiva che governo aristocratico la Francia non patisce; costà gli aristocratici comparvero e compariranno sempre a mo' di penero cucito all'orlo del mantello reale o imperiale: arrogi a questo, che la dottrina della riforma impaziente di autorità senza quasi addarsene aveva incamminato i popoli alla repubblica, e già se n'erano visti i segni; e se ai Monarchi la repubblica garba quanto il fumo agli occhi, nè manco piace agli aristocratici che quelli sono monoliti, e questi frantumi di tirannide schietta. Dove tu cerchi se la Chiesa se ne avvantaggiasse, tu trovi il contrario, e ciò perchè gl'interessi andarono tutti da un lato, e veramente furono i più; la fede rimase dall'altro scarsa, ma depurata da ogni terrena miscela, epperò miglior seme per fruttificare, e per vincere. Anco nei Paesi Bassi, per testimonianza del Bentivoglio fu visto agitarsi un moto tendente al cattolicismo, e i piedi guazzavano sempre nel sangue per le guerre contro Roma; certo il Bentivoglio come nunzio romano merita piccola fede nei suoi scritti, e tuttavia quanto egli afferma può darsi, imperciocchè non so se accada, come affermano nell'aria, ma sicuramente nello spirito umano, la corrente, che succede, tira nel verso contrario a quella, che passa. Nella Inghilterra comparivano indizi di non lontana mutazione; costà reggeva il figliuolo della Maria Stuarda vago di procurare a Carlo suo primogenito nozze spagnuole, e Gregorio in istile di gente innamorata gli scriveva: «la vecchia radice della pietà cristiana feconda un giorno di sì bei fiori fra i monarchi inglesi germoglierebbe da capo nel suo cuore.» A questo modo al Papa pareva camminare in bussola; sopra tutti appoggiavasi, lo sostenevano tutti; ad un tratto Austria e Spagna si legano contro Francia a cagione delle alpi elvetiche; il Papa esse tirano chi di quà e chi di là; era mestiero risolvere, e commettere la tiara all'alea delle battaglie; prevalse la buona fortuna di Gregorio XV. eletto a comporre le liti, e lo faceva forse, se la morte non gli avesse tronco le pratiche. Subentrato a Gregorio Urbano VIII. dei Barberini cambia aspetto ogni cosa; Gregorio in cuore austro-spagnuolo, in sembianza no, Urbano poi francese affatto in apparenza ed in sostanza; ed a rilevare inoltre i fiacchi spiriti di Francia ecco sorgere ministri Vieuville e Richelieu; allora il nuovo Papa butta all'aria le nozze di Carlo Stuardo con la infanta di Spagna ponendo per patto nella dispensa, che il Re si obbligasse a costruire chiese cattoliche in ogni provincia del regno; Giacomo, il quale, a quanto pare, aveva per la sua testa un po' più di tenerezza del figliuolo Carlo ne dismise il pensiero: nè basta; in odio all'Austria, e alla Spagna Urbano si accosta ai protestanti, e fidato alla Francia mulina non so quali disegni: di un tratto, la Francia, seguendo la vecchia usanza, conchiude la pace di Monzon, e pianta i collegati su le secche. Questo saggio della lega francese gli avrebbe pure dovuto aprire gli occhi, ma non valse; intricatosi nella successione di Mantova chiama i Francesi a pigliare parte nelle faccende in Italia; egli li sovverrebbe con i danari, e con le armi: allora al Papa non cadeva in mente essere il padre dei fedeli; crisma contro crisma egli spingeva e portava: sempre invasato dall'odio contro l'Austria nella guerra dei 30 anni parteggia per Gustavo Adolfo di Svezia, e favorisce i protestanti: dopo fabbricato il porto di Civitavecchia, lo dichiara franco, e vede frequentarlo più che tutti pirati barbereschi, i quali ci vanno per vendere ai sudditi del Papa le rapine fatte a danno dei Cristiani, nè lo vede solo, ma se ne avvantaggia, e ci ha piacere: forse e' fu per simili meriti, che abolì il decreto del Senato e del Popolo romano proibitivo della erezione di statue al Papa, dicendo, che stava bene per gli altri non per lui frivolissimo uomo, poetastro astioso e presuntuoso.
Il Papato ormai non ardisce più concupire i reami altrui, nè anco si attenta sbarrare un gherone del manto di San Pietro, solo ne cincischia brandelli per coprirne le spalle ai suoi figliuoli, e questi si tirano da parte a rosicchiarli come gatti il ventriglio. Sisto V al cardinale nipote assegnava centomila scudi di rendita, all'altro co' danari della Chiesa comprò il principato di Venafro, e la contea di Celano. Quello che ardisse Clemente VIII. non si ricorda; donò ai suoi un milione fra tutti; poi ad ognuno sessantamila scudi di entrata; mancatigli i beni della Chiesa, arraffò gli altrui, aiutatori giudici, auspice il boia. Paolo V. co' suoi Borghese procedeva anco più largo; il Cardinale Scipione ebbe 150 mila scudi di rendite ecclesiastiche, Marcantonio il principato di Sulmona, palazzi, ville, vasellami di argento, gemme, suppellettili che valsero un tesoro; di danaro un milione; e più strano ancora il privilegio di ribandire gli sbanditi, instituire fiere, imporre gabelle sopra altrui, non pagarne essi; andare immuni da confische, impunità per qualunque maniera di devastazione: più discreto Gregorio XV. il cardinale Ludovisio provvide con 200 mila scudi di rendita, il fratello Orazio con 800 mila scudi di monti, con la contea di Fiano e il principato di Zagarolo.
Urbano VIII. si spinse a tale enormezza, che parve a molti, ed a me pure esagerata; ciascheduno dei tre nipoti gratificò con 100 mila scudi di rendita, compreso il padre Don Carlo; oltre questo occorre scritto in più parti, come le somme donate dal Papa alla sua famiglia toccassero il valsente di 105 milioni di ducati. E' sembra che anco al Papa così immane spreco stesse su la coscienza, sicchè elesse certa commissione per esaminare se si avesse a correggere: la Commissione scrisse con una mano avesse facoltà il Pontefice come principe temporale a fondare un maiorascato nella sua famiglia con gli avanzi delle rendite pubbliche del valsente di 80 mila scudi di rendita netta; alle nepoti potere assegnare la dote di 180 mila scudi: il Vitelleschi generale dei Gesuiti consultato intorno questo parere lo sottoscrisse con due mani; al Papa presso a morire gli tornò lo scrupolo a galleggiare sopra lo stomaco; per la qual cosa egli ebbe a sè il cardinale Lugo, e il Gesuita Lupis, che risposero a coro non dovere permettere il fratello, e i nipoti suoi avessero a rendere pure un baiocco, e ne misero innanzi questa stupenda ragione: «tale e tanto è l'odio, che si sono tirati addosso i nipoti del Papa, che giudicano non solo giusto, ma necessario per l'onore della sede apostolica lasciarli in istato di conservare il fasto principesco anco dopo la morte del Pontefice! Alessandro VII. considerando come più prudente consiglio sia fuggire, che resistere alle tentazioni, eletto Papa vietò ai Chigi recarsi a Roma; e nientemeno gli fu apposto a peccato dal padre Oliva rettore dei Gesuiti, onde il Papa dabbene per non precipitare giù dentro lo inferno chiamò i Chigi a Roma, e Mario fratello fece provveditore dell'annona, e rettore di giustizia nel Borgo, il nipote Flavio cardinale nepote provvide con 100,000 scudi di entrata, l'altro nepote figlio di Agostino diventò principe, ebbe Aricia, principati, nozze illustri, tanto altro bene di Dio, onde potè fondare una delle trapotenti famiglie di Roma. Non so se i Pamfili arraffassero più dei Barberini, certo è che ne vinsero i modi tuttochè turpissimi. Olimpia Maldacchina cognata d'Innocenzio X, apre traffico di offici; vende, e baratta, nè solo dentro, ma fuori dello stato, frapponendosi per sensali gli oratori stranieri; empie il Vaticano di clamori a cagione di bizzosi puntigli con la nuora Olimpia Aldobrandina; il Papa caccia prima la nepote, poi la cognata, quindi ambedue, finalmente le richiama, nè cessano le domestiche liti; ludibrio di sacerdozio infemminito.
Ma per tornare a Urbano VIII., spinto dai dispetti dei nipoti muove guerra ad Odoardo Farnese per togliergli Castro, come già aveva tolto alla ultima donna di casa della Rovere, Urbino, Gubbio, Pesaro, Sinigaglia, e Montefeltro: di qui vicende le quali per essere da un lato degne di riso, dall'altro non disertavano meno i popoli: invano il Papa cavò da Santo Angiolo 500 mila scudi del deposito di Sisto V. per sostenere la guerra, e invano ce ne spese dintorno altri quattro milioni e mezzo, e s'indebitò per sette chè legatisi ai suoi danni i vari stati italiani egli ebbe a ribenedire a forza il Farnese, e rendergli Castro: dicono, ch'ei ne morisse di dolore; ed aveva torto, imperciocchè dovevano essergli di conforto la città di Roma ingombra di ruine, il titolo di eminenza largito ai Cardinali, e soprattutto la tortura a Galileo, e la condanna della eresia del moto della terra.—Innocenzo, empiti i suoi di facultà, moriva con settecento e più mila scudi di peculio privato; saccheggiaronlo i parenti, che negarono fargli le spese del funerale, e gli diede sepoltura, tre dì dopo ch'ei fu morto, un canonico spendendoci attorno uno scudo: qual seme, tal frutto: sangue di prete non può fallire:—prima di cessare, Innocenzio riprese Castro, e ne abbattè le mura, proprio perchè questa terra avesse ad essere la pietra del paragone della perduta autorità pontificia; di fatto, sforzato dalle prepotenze di Francia la ebbe a rendere più tardi Alessandro VII. insieme a Ronciglione. In breve toccherò dello strazio francese in onta al papato, ora aggiungo il trattato di Wesfalia concluso senza pure farne motto a Papa Innocenzio, che non mancò di protestare e di buono, e gli altri tennero coteste proteste in conto di rondini dell'anno passato. Chiunque osserva mira accadere adesso alla Curia romana quello, che succede a' nobili spiantati, cupidi di crescere le apparenze alla stregua, che la sostanza scema: in questo secolo andò famosa la Corte di Roma per isquisiti trovati di ossequi, che si appellano etichetta, da disgradarne Spagna, e formare la disperazione dello stesso Luigi XIV; infiniti i puntigli su le precedenze tra cardinali, prelati, e famiglie Romane; a cui si apriva la porta spalancandone ambedue le imposte, ad altri una sola; quando passava la carrozza di qualche pezzo grosso, il pezzo minuto fermava la sua: frivole cose queste, non frivolo ma grave oltremodo questo altro: il Papa Alessandro VII. proprio pigliando il Vangelo a contro pelo non patì tenersi dintorno persone, che non fossero nobili di ventiquattro carati, e ne allegava per ragione, che i principi della terra circondandosi volentieri di servitori gentileschi, doveva credersi che tanto più Dio si avesse a compiacere nel vedere il suo servizio compito da personaggi, che andavano per la maggiore: ma! tanto è, il Chigi veniva da Siena, e sembra che nè anco lo Spirito Santo entrando nei cervelli arruffati dei sanesi li possa ravviare.
Fino da questo tempo gli uomini di stato considerando come i monti caduti in mano di stranieri, i quali tiravano la rendita standosi fuori, e non contribuivano a spesa (I Genovesi ne cavavano 600,000 scudi ogni anno) prevedevano la miseria crescente nei popoli; ma chi reggeva, non dava retta, appunto come adesso costuma il governo d'Italia: ma ti dia la peste!, almanco allora erano preti schietti, e correva il secolo decimosesto, mentre oggi siamo al decimonono, e ci regge gente soda, ma soda davvero. In cotesti tempi uno arguto ingegno paragonò il governo papalino al barbero spossato, cui, per eccitarlo a correre, si raddoppiano le perette finchè non crepi; mirate un po' se questa similitudine potesse accomodarsi ai casi nostri.—
Ora i nostri liberaloni larghi di cintura dopo essere stati un pezzo col sasso in mano per lapidare i monaci, presi da terrore, lo buttano in terra; la corte romana due secoli addietro non faceva a spilluzzico; segno a strazi continui erano i frati a Roma; non concedevasi loro la mitra, molto meno il cappello per non inquinarli; nè manco un fallito, nota Antonio Grimani, nella sua relazione della corte di Roma, si gioverebbe a pigliare il cappuccio. I conventi parvero troppi, e vani; ne restrinsero il numero; Innocenzo X. ne soppresse buon dato perchè, egli disse, senza tante invenie, sono fatti spelonca di lussuria, e di delitti; anzi Alessandro VII. propose spontaneo ai Veneziani levassero di mezzo quanti più potessero monasteri, e del ricavato dalla vendita dei loro beni si servissero nelle guerre contro i Turchi: alla quale proposta i Veneziani contrapponendo certi loro dubbi, il Papa riscrisse: «non gingillassero, facessero come il buon contadino che pota i sarmenti per crescere vigore alla vite.»
I Gesuiti all'opposto ingrassano mangiando i frutti del male di tutti: in grazia loro Innocenzo X. con la bolla Unigenitus, che ribadì Alessandro VII, s'inimica i Giansenisti condannando come eretiche cinque sentenze del libro Agostino, nel quale Giansenio presumeva avere spillata la dottrina del santo vescovo d'Ippona: poi li facoltò a eleggersi oltre il generale un vicario, che fu l'Oliva: non si badò al come vivessero, nè come trafficassero, nè in breve costumassero peggio degli altri frati, e non pertanto riputandosi essi necessari, i precetti pontifici sprezzavano da per tutto, massime nelle missioni; alfine ne commisero delle così grosse, che Clemente XIV. gli ebbe ad abolire; ma ormai nè lo stare, nè lo andare giovava a Roma: meglio di Clemente XIV., e di Benedetto XIV. compresero il papato quei pontefici, che s'intorarono a nulla mutare: certo il papato così non può vivere, ma se si muove casca; di vero Pio IX. avendo un micolino fatto le viste di uscire dalla carreggiata risicò andare in fascio in meno che non si dice un credo. I Gesuiti argine alla fiumana del secolo non possono e non poterono opporre; tuttavia remossi loro, la filosofia dilagò; i Gesuiti sono pel popolo quello che l'ellera è pei muri, che prima li rompe, e poi li tiene ritti.—I Gesuiti soppressi da Clemente XIV. ispirato dallo Spirito santo, e per sempre, restituì Pio VII in virtù della ispirazione del medesimo Spirito santo e per sempre: altri di cotesta voltabilità dello Spirito sorride; per me l'ho per buona, e le fo di cappello, prima però che dia una solenne smentita alla cocciutaggine di Pio IX, e poi perchè nutro speranza, che un giorno o l'altro egli abbia a chiarire lui o un altro come la miglior cosa che possa fare un Papa sta nel disfare il papato.
Progredendo per sintesi noi vediamo Roma, come il gladiatore ferito a morte, stramazzare, rilevarsi sul gomito, di nuovo cadere, boccheggiare, insomma se mi si consente il detto, vivere di agonia. Le diete Germaniche dal 1654 al 1658 attendono rigidamente a limitare la giurisdizione dei nunzi; Genova, Napoli e Savoia aspreggiano Roma; il peggiore male glielo fa la Francia destinata a minarla sia che le proceda nemica, ovvero amica, ma come amica due cotanti più infesta. Finchè gli stati di Europa durarono in pace Roma servì tutti, e da tutti si fece pagare i salari, ma venuti in rotta fra loro chi aveva ella a servire? E' bisognava indovinarla: nella guerra della successione di Spagna, il Papa accostandosi all'Austria si aliena Francia, la quale intesa corpo ed anima alla utilità presente non pone fine, nè modo alle sue persecuzioni; da prima Luigi XIV confisca i beni chiesastici; altri grava di pensioni; durante la vacanza dei vescovati risquote le rendite della mensa; gli si oppone il Papa Innocenzo XI, che minaccia scomuniche, Luigi gli aizza contro il clero francese servitissimo, che non si perita così abiettarsi a quel superbo: «noi ci attentiamo appena a movere domande per tema di limitare lo zelo della V. M. La deplorabile libertà dei lamenti oggi si muta nella soave necessità di lodare il nostro benefattore.» Essendo poi convocato in assemblea cotesto clero, compiacendo al Governo, decretò i quattro articoli famosi, fondamento delle libertà gallicane; al tempo stesso Luigi per darsi sembiante di ortodosso incrudelisce a danno degli ugonotti; ma chi troppo l'assottiglia la scavezza, e Roma non si lascia pigliare da siffatte lustre, onde il Papa trovando il conto a rammentarsi che ei presume rappresentare il Dio delle misericordie ammonisce Luigi, che Gesù Cristo praticò altri modi e volle che fosse condotta, non già strascinata la umanità nel tempio. Luigi quantunque cristianissimo fumava d'ira, e durante i suoi deliri avrebbe cozzato non che contro il Papa contro Dio, e già per sostenere il diritto di asilo nel palazzo e nelle contrade circostanti al palazzo del Cardinale d'Este protettore dei Francesi a Roma aveva preso pugna con Alessandro VII cacciando via di Francia il nunzio, occupandogli Avignone, minacciandolo di Concilio e di guerra; onde cotesto Papa tapino per ottenere pace ebbe a mandare il cardinale nipote a Versaglia a chiedere perdono; Mario suo fratello giurò non aver preso parte nella contesa, e tolse esilio da Roma, la guardia corsa fu licenziata, una piramide eretta dove si leggeva incisa la superba vanità di Francia, e la paura del prete imbelle, lasciando incerto chiunque la vedesse se la prepotenza galla superasse la viltà del prete romano, o questa quella: il Papa riebbe Avignone, ma gli toccò restituire Castro e Ronciglione ai Farnese, e cedere le valli di Comacchio al duca di Modena. Più duro cozzo accadde con Innocenzo XI. risoluto propugnatore della regalia, che dichiarava usurpata da Luigi XIV, il quale riuniti 34 vescovi, e arcivescovi, e 35 deputati ecclesiastici della diocesi fa bandire solennemente le libertà della chiesa gallicana dettate dal Bossuet; ripiglia Avignone, sostiene il nunzio a santo Olone, si appella al Concilio e manda con fanti e cavalli il marchese Lavardin a Roma per atterrire ed oltraggiare lo atterrito Papa che soppresso l'asilo non solo al palazzo di Francia, ma eziandio a quelli degli altri oratori pubblica la scomunica contro chiunque si attentasse ripristinarlo; e aveva ragione: tuttavolta il Papa sta fermo, bene può starci plaudendo l'Europa la resistenza di un vecchio imbelle al tracotato re, il quale più tardi oppresso dalla fortuna e dagli anni diceva: «non mi fate rammentare, che in «casa mia ho comandato sempre, nell'altrui sovente.» Morto questo Papa e subentratogli Alessandro VIII, Luigi renunzia al diritto di asilo, trista causa di tanta lite, e rende Avignone; trionfo più splendido ebbe Innocenzo XII. che respinse ogni modo di ritrattazione del Clero francese se non contenesse renunzia chiara e lampante alle proposte della Chiesa gallicana; il Clero francese con la corda al collo confessava il suo torto prostrato ai sacri piedi di Sua Santità con dolore inestimabile. Se cerchi il motivo di tanta vicenda, lo troverai nella mutata fortuna di Luigi XIV vinto dalla Europa legata contro lui, e nella viltà dei preti di Francia pei quali vittoria o sconfitta non muta abbiezione: e noi italiani uomini per gratificarci gente siffatta ci dovremo rendere come loro lumbrichi? E perchè? Per conficcarci i chiodi con le nostre mani dentro le carni; mentre essi che oggi ci vogliono compagni nella umiliazione, domani ci pretenderanno compagni nello insulto. Verun popolo cattolico ha recato crudeli offese alla Curia Romana, al cattolicismo, anzi alla religione di Cristo più dei Francesi, anco ai più avventati rincrebbero le turpi scede, onde un giorno fu segno il rito cattolico, e gli ornamenti sacerdotali, e i sacri vasi laidamente profanati, come la vera filosofia si sgomentò nel vedere in Francia il culto della dea Ragione sostituito a quello di Dio; Dio poi restaurato a mediazione del Robespierre. La Francia da due terzi di secolo s'impadronì dei beni ecclesiastici, comecchè si presumesse sostenerli, dagli interessati, beni della Chiesa universale, e incorso nella scomunica chiunque si attentasse sbocconcellarli; Avignone, e il contado venassino ripresi e per questa volta non più restituiti: gli ordini religiosi saranno i voti disciolti la elezione ai benefizi popolare come nei primordi della Chiesa. Roma certo odiava la Francia, nè davvero aveva causa di amarla; però con preci, e conforti, insomma con tutti gli arnesi dell'armeria spirituale ella promosse la lega dei Principi contro la Repubblica; inoltre la invendicata strage del Basseville le tirò contra le ire di Francia, la quale anco senza pretesto si sarebbe mossa ad angariarla; di fatto ecco allo improvviso voltarle contro le armi, e solo consentire posarle a prezzo di quadri, di sculture, e di ventun milione di lire. Il Papa piangeva, per così dire, a goccie tanti bei milioni frutto della vendita di tanti miliardi d'indulgenze, ed in mal punto porse orecchio all'Austria, di che avuta notizia il Bonaparte sperde le milizie inferme del Pontefice e lo costringe alla pace di Tolentino, dove il Papa, bene e meglio potendo, cedeva alla Francia oltre Avignone, e il contado venassino, già presi, Ferrara, Bologna, e Ravenna. Passato appena l'anno colto il destro da una sommossa, della quale impossibile adesso conoscere, e difficile anco allora, chi innocente, e chi reo, la Francia decreta il potere del Papa abolito; a lui, che implorava lo lasciassero morire in Roma risposero: avrebbe potuto morire da per tutto; gli strapparono dal dito l'anello, gli posero a sacco le camere, gli tolsero le cose necessarie così alla mondizia della persona, come al vestire, e strascinatolo in Francia, quivi poco dopo ottantaduenne periva. Allora il Direttorio trovando come il governo dei preti non potesse accordarsi con quello di Francia rinvenne, fra i suoi tanti, l'uomo (Merlin) che dettando il rapporto per la decadenza del Papa non si peritava scrivere: «rammentate la strage dei Francesi in Sicilia, e voi sentirete Niccolò II. darne il segno; aprite la storia sanguinosa dei Borgognoni e degli Armagnacchi e ci vedrete il dito di Bonifazio IX; se ponete mente alla tirannide di Luigi XI ecco Sisto IV l'approva. Mirate Gregorio XIII che seduto in trono accetta dalla Lega la spaventosa offerta del capo di Coligny. Quando Enrico IV pretendeva come suo retaggio il trono di Francia, Gregorio XIV ci spedisce contro un esercito, e Clemente VIII ci comanda di pigliarcelo per Re. Prorompe la Fronda, ed Innocenzo X protegge il cardinale di Retz. Innocenzo XII benedice i carnefici delle Cevenne, ed allorchè le bambinesche liti del giansenismo guastavano le menti, la voce di un prete straniero, Clemente IX, entra di mezzo a scompigliare, e inasprire.»
Napoleone trovando creato un nuovo Papa se ne valse, come Carlomagno, per consacrare il delitto; l'uno l'altro ingannò; l'uno l'altro tradì: se vuoi penetrare dentro le viscere del Concordato leggilo nell'Apologia del Foscolo, e confronta con la saccente vulgarità in proposito del Thiers compilatore senza più dei sofismi bindolissimi del Bonaparte.
Il Thiers, che la Francia pregia per uomo grande, in Italia, misurandolo per di dentro, e per di fuori, lo trovarono pari così nella materia, come nello spirito; anzi in questo più breve. Il Papa credeva avvantaggiarsi leccando, e invece non fa civanzo co' Francesi, e con cui li comanda se non mostri loro i denti. Napoleone un bel dì (egli aveva allora allora vinto ad Osterlizza) scrisse al Papa lui essere lo Imperatore di Roma e suo padrone, però si dichiari nemico dei suoi nemici, conceda il matrimonio ai preti, abolisca gli ordini monastici, affranchi l'episcopato dalla sede pontificia, e accetti il codice civile. Il Papa si schermisce dietro la donazione di Carlomagno e strilla che non lo condurranno ad ammazzarsi da sè, Napoleone gli risponde, che appunto per virtù di cotesta donazione egli è principe, il Papa feudatario, e che con tutte quelle cose di meno potrà vivere ottimamente: provi, e vedrà, e per persuaderlo meglio gli leva ad un tratto Ancona, Macerata, Urbino, e Camerino, manda in Roma presidio francese, i cardinali disperde, i soldati pontifici mescola coi suoi: molto il danno, peggiore lo strazio, però che al cospetto dei Deputati delle Marche con queste acerbe parole Roma vituperasse: «ho considerato i vizi dell'amministrazione dei vostri preti: gli ecclesiastici regolino il culto e l'anima, insegnino teologia, e basta, Italia scadde, dacchè i preti pretesero governarla.» Ancora scrivendo al principe Eugenio afferma: «i preti inetti a governare.» Miollis in certo suo bando assicura ì Romani, che da ora in poi non torneranno più sotto gli ordini dei preti, e delle donne. L'appetito viene mangiando, dice il proverbio napoletano, e oramai che Napoleone ci era fece del resto; il 1. Gennaio 1810 (aveva vinto a Venezia) considera che il suo antenato Carlomagno donò al vescovo di Roma certi paesi pel bene dei suoi sudditi, senza che Roma cessasse per questo di formare parte dello impero; e come dalla unione dei due poteri derivassero e derivino disordini continui, e via via; onde per accordare la sicurezza delle sue armi, la quiete dei popoli, il decoro, e la integrità dello impero, sentite mo', che cosa fa: dichiara Roma città LIBERA, ed ordina ne piglino possesso in nome suo.—La Francia di Luigi Filippo, quantunque occupasse Ancona consenziente o non repugnante il cardinale Bernetti, procedè avversissima a Roma, bandi i Gesuiti, auspice quel Thiers sviscerato adesso dei Gesuiti e di Roma; inquietò il Papa, ai conforti del Guizot protestante allora, adesso anch'egli papista. Di Napoleone III non si discorre nè manco; i diari riportarono di recente i vituperi ch'ei vomitò a bocca di barile contro il Papato in presenza del conte Grillenzoni, e del signore Raffaelli; di cosiffatti testimoni se ne troverieno a carra: anch'egli, attesta il signore Aulaire nella scrittura del 27 marzo 1831 come Luigi Napoleone avesse l'audacia di scrivere direttamente al santo Padre parole minatorie, e insolenti, intimandogli a deporre il governo temporale, e a dargli riposta: non potendo avere altro, in quei lumi di luna, Luigi Napoleone si sarebbe contentato di Roma, di Perugia, ed anco di Peretola; adesso Napoleone presume sommetterci a Roma come alle forche caudine, e ciò pretendendo compiace al vulgo patrizio, ed al plebeo; degli errori, e della petulanza del vulgo patrizio abbine prova nei discorsi del Thiers; del plebeo nei furori barbari contro la religione e nelle più salvatiche idolatrie della moltitudine dei Francesi: checchè si abbachi, Luigi Napoleone triviale fondamento dava al suo trono di ogni maniera errori, e di materia soddisfatta: partiti vecchi, e sperimentati più o meno fallaci, e con maggiore o minore durata caduchi: ei si appoggiò sopra una canna, che lui ha ferito, e schianterà la sua stirpe.
Concedere o negare torna adesso ad una medesima cosa: contrastando al secolo Roma manda su gli scogli la barca di San Pietro, col suo carico di bolle, canoni, riti, sacramenti, e credenze; non la impedite di grazia, così ordina la Provvidenza; col suo sillabo o vogliam dire indice (i Preti. e i Moderati sono solenni trovatori di parole magnifiche a cose brutte, o plebee) Roma si è messa traverso la via della umanità come una lebbrosa; guai a cui le si accosterà! El piglierà la lebbra.
Concessero Benedetto, e Clemente XIV; contrastarono gli altri prima, e dopo la Rivoluzione di Francia, entrambi dimostrarono che il Papato tracolla, e puntellarlo è inane; taluno afferma come Lione XII fosse uomo convinto di quanto operava e diceva: che rileva questo? Pochi uomini hanno fede quanto gl'ignoranti nella propria ignoranza; e il carnefice per riputarsi esecutore di giustizia si estima forse meno carnefice? Pio VIII parve un rimasuglio di lievito inquisitoriale dimenticato nella madia del Santo Uffizio; di Gregorio XVI poco monta conoscere se il vino temperasse con altro vino, e se la moglie del suo barbiere di colpevole amore proseguisse o no; importa, ed è certo questo altro, che cotesti passi si rassomigliarono come anelli della catena: recenti sono i gesti loro, e scritti col sangue; altri li narrò: a noi non giova farlo; ci aspetta Pio IX l'Augustolo dei Papi. Piccola cosa è un Papa; molto più, ma neppure egli metuendo troppo, il sacerdozio; per converso immane, e potentissima la gerarchia ecclesiastica: questa la rete onde si pescano, e si ripescano i popoli; alcune maglie per vetustà erano rotte, prudenza consigliava lasciarle stare, perchè le prossime indebolite dalla lacuna a posta loro sfilacciavano; all'opposto la Italia manda gente a Roma per sovvenire il Papa a racconciarle. Un dì Diogene esposto in vendita al mercato gridava: «Ateniesi, chi vuol compare un padrone?» Oggi la Italia sporge i polsi senza catena, ed urla smaniando: «Preti, Tiranni del mondo, chi vuole comprare una schiava?» Ora gente di ogni ragione già cominciano a spaventarsi, e la paura le persuade a stringersi insieme come appunto accade nelle sventure comuni: non badiamo se la paura o l'amore ce le riconduca, che a fine di conto gli è un tristo vanto il nostro di avere saputo presagire i danni della Patria, e non averli saputi riparare. Dio faccia, che ora bastino a tanto le forze riunite, e i voleri.