NOTE:
[1.] Esempio di questo stile è il celebre testamento di Filippo II ovvero istruzioni a Filippo III; quivi occorrono cose degne di essere lette da principi, e da popoli, e dacchè i principi paiono di siffatte letture talentarsi poco, giova metterle spesso sotto agli occhi dei popoli. Filippo II, parricida del suo figliuolo, promotore della Inquisizione, carnefice dei Paesi Bassi, divorato dai pidocchi, così lasciava scritto al suo successore: «Principe, vedendomi giunto alla fine del tempo ordinato dal cielo alla mia dominazione sopra la terra, come voi ai primi anni della vostra... ho pensato, che sarei accusato, e ripreso di poca prudenza, di discernimento, o di difetto di cura e di amore verso di voi, se vi lasciassi (giovane ed inesperto come siete) tanti grandi regni, stati, terre e signorie in retaggio senza darvi nel tempo stesso precetti, avvisi e consigli, che una infinità di esperienze, pene, fatiche, disegni, e pretensioni (la più parte inutili) mi hanno fatto conoscere (ma troppo tardi) per il bene mio, dei miei popoli, e dei miei vicini essere necessarie per il buon governo dei popoli, di cui un giorno bisognerà rendere conto al Re dei re, davanti al quale sotterfugi e cavilli non giovano, conoscendo le inclinazioni, i disegni e i pensieri segreti degli uomini... tanti dolori ed accidenti strani da tanti mesi mi assalgono, che sono diventato di supplizio a me stesso... onde io prego Dio, che dalla terra mi chiami al cielo, usando meco quella misericordia, ch'io ed i miei non usammo a tanti popoli, che ce ne richiedevano, e lo prego eziandio che gli piaccia contentarsi delle mie pene crudeli e acuti dolori presenti, per espiazione delle mie colpe passate.» Artaud de Montor, Storia dei Papi, vol. I, p. 409.
[2.] Per la coratella di Dio.
[3.] Carlo V nel suo ritiro a San Giusto aveva menato seco certi fanciulli, i quali, fatti educare diligentemente nella musica, accompagnavano col canto i riti a cui egli assisteva con mirabile devozione; però nè la santità del luogo, nè le cerimonie solenni, nè la sua pietà tanto potevano tenerlo che, udendo stonarne qualcheduno, non lo rampognasse a voce alta così: «hijo de puta, bermejo, o otre nombre semejante» avverte il Sandoval, Hist. de Carlos V. Il costume del Lanzichenecco ripigliava il sopravvento.
[4.] Come il duca di Alva per poco non pigliava Roma, puoi leggere nella Guerra di Roma dell'Andrea, e nella Guerra fra Filippo II e Paolo IV, scritta dal Nores, e stampata nell'Archivio storico.
[5.] La passione del Figlio di Dio, e quella che mi partorì.
[6.] Sul mattino ammazzerò tutti i peccatori della terra per disperdere dalla città di Dio tutti quelli che operano iniquità.
[7.] Enrico IV, tratto certa volta in disparte il maresciallo Bassompierre, gli disse: — Badate, maresciallo, voi avete un pidocchio su la camicia. — Avete fatto benone, Sire, rispose l'arguto cortigiano, a dirmelo sotto voce, perchè nessuno si accorga di quello che si guadagna a servire Vostra Maestà.
[8.] Pilato adunque avendo udito queste parole, menò fuori Gesù, e si pose a sedere sul tribunale nel luogo detto Gabbata. — Evangelo di S. Giovanni, c. XIX, n. 13.
[9.] E il Centurione, veduto ciò ch'era avvenuto, glorificò Dio, dicendo: veramente questo uomo era giusto. Evangelo di S. Luca, c. XXIII, n. 47.
[10.] Ma essi gli fecer forza, dicendo: rimani con noi, perciocchè si fa sera, e il giorno è già declinato. Egli dunque entrò nello albergo per rimanere con loro. — E, quando si fu messo a tavola con loro, prese il pane, e fece la benedizione, e, rottolo, lo distribuì loro. — E gli occhi loro furono aperti, e lo riconobbero. — Evangelo di S. Luca, c. XXIV, n. 29, 30 e 31.
[11.] Per i grani del mio rosario.
[12.] Il Prescott americano. Storia del Regno di Ferdinando e Isabella.
[13.] Se anco dettando racconti, io mi studio, per quanto so, pigliare cura della lingua, sia procurando rimondarla da modi e voci barbari, sia rimettendo in uso parole obliate, sia raccogliendone altre sfuggite alla diligenza dei Collettori, confido non cavarne biasimo; molto più che per le scritture degli ufficiali del Governo, le dicerie dei parlatori nel Parlamento, e lo scombiccherare della più parte dei giornalisti, se lo idioma nostro non diventa il gergo franco adoperato su per gli scali del Levante, e' vuol essere un vero miracolo di Dio. Però parmi bene notare qui, che nelle pagine antecedenti adoperai la parola sgallinare la quale non mi occorse registrata nei Vocabolari delle lingue; tu la troverai nel t. VIII, pag. 81 delle opere di N. Macchiavelli ed. Conti. — Niccolò aveva domandato ai Signori Dieci, durante la legazione al Valentino, gli mandassero 50 ducati, e 16 braccia di damasco nero per farne presente, e questi mandarongli i ducati e il damasco; Biagio Bonaccorsi scrivendo a Niccolò il 12 Dicembre 1502, rispetto a queste sedici braccia di damasco, avvertiva: = voi sgallinerete pure un farsetto da questo drappo, tristaccio, che siete! = Onde e' sembra che stia a significare: buscare su, o avvantaggiarsi con malizia; ed io lo reputo modo vivo e pieno di acconciatezza da meritarsi che si rimetta in onore.
Qui mi valsi della parola riportare nel senso di richiamarti a mente, o tornare a rappresentarti la idea di una cosa: nei Vocabolari non trovai attribuito simile significato a questa parola, bensì nella canzone su la Gatta di Francesco Coppetta gentiluomo perugino, assai valoroso poeta del secolo decimoquinto:
«Se per casa giocondo al par di lei
«Qualche Gattino almeno mi restasse,
«Che me la riportasse
«Nello andar, nella voce, al volto, e ai panni.
[14.] Incioccare, incioccamento. Questa voce non è registrata, e vale strepito di arme percosse. Insieme a molte altre del pari non raccolte mirala nello stupendo volgarizzamento di Dafni e Cloe per Annibale Caro, p. 67.
[15.] Buona notte, figliuoli, torniamo a letto.
[16.] Affinchè veruno dei lettori meno perito dei costumi dei tempi in cui io pongo questo racconto mi appunti di esagerazione pei colori, che adopero nel tratteggiare i miei personaggi, ricordo solo due fatti a chiarire quanta fosse l'albagia degli Spagnuoli.
Il marchese di Varambone, reggendo pel re di Spagna l'Artois, fu vinto e fatto prigioniero dal maresciallo di Byron; istando allora, perchè a norma delle leggi di guerra gli s'imponesse la taglia, per potersi riscattare lo tassarono a 30,000 scudi; udito ciò egli ruppe in querimonie infinite, protestando, che si sarebbe lasciato piuttosto morire prigione, che approvare così indegno apprezzamento di sè; il maresciallo di Byron, dopo avergli fatto umilissime scuse, lo pregò, che da per sè si mettesse il riscatto, ed egli ringraziando lo portò fino a 50,000 scudi. — Ecco il secondo:
Certi campagnuoli lombardi essendo entrati nel palazzo di don Gabrio Serbelloni, governatore di Milano pel re di Spagna, videro un tratto comparire un uomo vestito di nero portante sopra un cuscino di velluto rosso trinato di oro un gran vaso di argento, intorno al quale camminavano quattro staffieri in abito di gala, con torce di cera bianca accese in mano. I campagnuoli immaginando, che per lo meno, fosse il Santissimo, si genuflessero devotamente cavandosi il cappello, ma se restassero trasecolati sel pensi il lettore quando seppero, che il vaso era pieno di minestra per l'eccelso don Gabrio Serbelloni governatore di Milano.
[17.] Mactador si chiama colui che ammazza il toro ficcandogli la spada tra una vertebra e l'altra sotto la nuca; deriva evidentemente dal latino; la nostra lingua non possiede questa parola con tale significato, possiede bensì il verbo mattar co' significati di dare scacco matto e confondere: però a Portoferraio ho udito, che si dice far mattanza quando si ammazza una quantità di tonni secondo la commissione del soprastante alla pesca, che chiamano Rais.
[18.] Ecco il passo di santo Cecilio Cipriano estratto dal primo Sermone, ch'egli dettò intorno alla elemosina, volgarizzato da Annibale Caro — «perciocchè essendo tassati i suoi discepoli, che mangiassero senza prima lavarsi le mani, Cristo rispose dicendo: colui che ha fatto quello ch'è di dentro, ha fatto medesimamente quello ch'è di fuori; fate delle elemosine, e con questo vi laverete ogni cosa...»
[19.] La storia della follia della regina Giovanna madre dello imperatore Carlo V è così piena di passione, che merita essere da me riportata, da altri letta. Esaminate le Storie stampate del Mariana, e le manoscritte del Bernaldez gli Annali stampati del Zurita, e i Manoscritti del Carbajal, le Opere di Pietro Martire, la Vita del Ximenes del Robles, i moderni storici Robertson nella Vita di Carlo V, ed il Prescott nella Storia del Regno di Ferdinando e Isabella, possiamo affermare per vero che:
Giovanna, durante la malattia del marito, non si allontanò per preghiera nè per istanza dal letto di lui, quantunque nel sesto mese di gravidanza. Spirato che fu Filippo, ella non versò lacrima, nè profferì querela; tutta compresa nel suo dolore, proseguì a vegliarlo con la medesima tenera sollecitudine come se fosse anco vivo, e benchè al fine lo lasciasse seppellire, lo fece poi cavare dalla tomba, e riporre nel suo appartamento. Colà fu deposto sopra un letto di Stato in isplendido arnese, ed avendo ella da alcuni frati inteso certa leggenda di un re, il quale morto, era risuscitato in capo a quattordici anni, stava con gli occhi intenti sul cadavere, aspettando il momento felice della sua risurrezione. Nè questa strana affezione pel marito andava immune dalla acerba gelosia con la quale lo aveva proseguito vivo, dacchè vietò sempre alle fantesche si accostassero al letto dov'egli giaceva e a qualunque altra donna entrare nello appartamento, e piuttosto di permetterne lo ingresso ad una levatrice, sebbene avvertissero sceglierla di età matura, si sgravò della principessa Carlotta assistita dalle sole persone di servizio. — Essendosi verso la fine di Decembre decisa la regina Giovanna di lasciare Burgos per trasportare il corpo del marito a Granata, giusta la sua ultima volontà, ella volle prima di partire contemplarlo, nè dal fiero spettacolo poterono punto removerla i suoi Consiglieri, nè i frati del monastero di Miraflores, i quali considerando come le opposizioni loro eccitassero la sua frenesia, ebbero per la meno trista a soddisfarla. Tolto il corpo dal sepolcro ne apersero le due casse di piombo e di legno, e videro come, nonostante l'avessero imbalsamato, egli serbasse appena la traccia della sua prima condizione; la regina con le proprie mani lo stazzonò senza versare una lagrima; dopo che da lei era stato scoperto infedele, ed una donna fiamminga averle rapito il cuore del marito, ella non pianse più. Il corpo fu posto sopra un magnifico carro tirato da quattro cavalli, andandogli dietro un lungo codazzo di ecclesiastici, e di nobili, i quali lasciarono la città insieme con la regina la notte del 20 Decembre. Giovanna viaggiava la notte adducendone per ragione: «che una vedova, la quale abbia perduto il sole della sua anima, non deve esporsi alla luce del giorno.» Quando poi fermavasi il corpo del suo defunto marito veniva depositato in qualche chiesa, o monastero, dove si celebrava l'ufficio funebre come se Filippo fosse morto pure allora, e guardie armate vigilavano il feretro, a fine principalmente d'impedire che qualunque donna profanasse il luogo con la sua presenza. — In altro viaggio a piccola distanza da Torquemada ella ordinò, che il cadavere fosse portato nel chiostro di certo convento; credeva che lo abitassero frati, ma quando seppe che ci albergavano monache, presa da orrore, fece senza porre tempo frammezzo trasferirlo in campo aperto: quivi ella si accampò circondata da tutto il suo seguito, fatto prima aprire la cassa per riscontrare lo stato del cadavere; il vento essendosi levato gagliardo spense le torce, onde passarono la intera notte a ciel sereno, nel buio, e al freddo.
[20.] Nella inopia di libri in questo paese non ho potuto rintracciare chi fosse l'arcivescovo di Napoli nel 1588. Bene scartabellando su i libri trovo un Bartolommeo Chiaccarello, che scrisse un libro de Archiepiscopis Neapolitanis, ma sì vattelo a pesca: potrei andarmene fino a Napoli a riscontrarlo nelle Biblioteche; e ci andrei se da un lato non mi trattenesse il pensiero che per un arcivescovo non vale il pregio mettersi in viaggio, e il Lamarmora, che nonostante la mia medaglia di deputato, parmi civile e militare a bastanza da cacciarmi nel Castello dell'Uovo con somma esultanza di tutti i Napolitani, come non mancherebbero scrivere i Giornali ministeriali. Alfonso Caraffa sembra che alla morte dello zio Pontefice contasse appena quindici anni, e arrivò ai ventiquattro non bene compiti: «il cardinale di Napoli, giovane di regolati costumi, pieno di umiltà e modestia, non si partiva mai dal fianco del Papa, intanto che molti il biasimavano: quasi che col tenere sempre rinchiuso seco questo giovanetto, che non passava l'età di quindici anni ed era anco di complessione delicata, senza dargli adito a ricrearsi, potesse manifestamente pregiudicare alla sua salute, e ridurlo a termine di qualche perniciosa abitudine, come l'esito dimostrò, essendo il Cardinale pochi anni vissuto dopo il Papa, e morto appena allo arrivare del venticinquesimo anno.» Guerra degli Spagnuoli contro Papa Paolo IV di Pietro Nores, C. 4. Ora Paolo essendo morto il 18 agosto 1559, il Cardinale Alfonso gli tenne dietro nel 27 Agosto 1565. — Tanto avverto perchè o non mi appuntino di anacronismo, o avvertano questo essere stato per me volontario fallo. Circa poi ai rinfacci, che gli muove il Marchese d'Ayerba pur troppo veri, ce gli attesta la storia. Al duca di Palliano tagliarono il capo per avere fatto strangolare la moglie Violante Garlonia rea di adulterio con Marcello Capece, e il cardinale Alfonso strozzarono come complice di questo delitto: però non fu il solo, ed altri imputarono misfatti così all'uno come all'altro, che non importa discorrere; narrasi, che la prima corda messa intorno al collo del cardinale Alfonso nello strozzarlo si ruppe, e fu mestieri adoperarci la seconda; su di ciò uno elegante spirito, scrive il Summonte, compose il seguente distico:
Extinxit laqueus vix te Caraffa secundus,
Tanto enim sceleri, non satis unus erat.
(Te appena uccise il secondo capestro, o Caraffa, però che a tanta colpa non ne bastasse un solo).
E pure Pio V, che dicono santo, dichiarò nulla la sentenza, la morte ingiusta, i processi falsificati, e il fiscale, che fabbricò il processo, quasi pubblico ladrone dannò alla forca. Come si chiamava cotesto fiscale? Si chiamava Palantieri, ma non monta: I FISCALI SONO IN TUTTI I TEMPI TUTTA UNA COSA, FANGO E SANGUE. Don Antonio marchese di Montebello scampò a Napoli, il figliuolo cardinale Alfonso non volle o non potè fuggire, e fu prima sostenuto in Castello e poi condannato in centomila scudi da pagarsi dentro certo tempo, e questo per tante gioie che non si poterono rinvenire dopo la morte dello zio. I Cardinali non potendo altro fare, mossi dalla sventura, e dalla bontà del giovane, si collettarono raccogliendo diecimila scudi, i quali posero nella Camera apostolica per liberarlo, e di più molti fra loro sodarono per lui chi in quattro, chi in cinque, e chi in diecimila scudi, fra i quali Santa Fiora, e Farnese. Il Papa, secondo il costume di cui regge perverso, studioso di dare alla soverchieria sembianza di generosità, gli rimetteva venticinquemila scudi; ma non per tanto lasciava il Cardinale libero di uscire di Roma, onde il Marchese suo padre, venduta una delle sue terre, lo riscattò; ed egli, uscito dalla città funesta alla sua famiglia, si ridusse a Napoli, dove visse e morì onorato, e compianto dall'universale.
Aggiunta. Per le ragioni allegate dissuaso di recarmi a Napoli alla pesca di un Vescovo ci spedii una lettera, alla quale un dotto ecclesiastico fece la seguente risposta: «non si è trovato il Chiaccherello, bensì nella Biblioteca di San Domenico maggiore il Parascandolo, donde si cavano le seguenti notizie. Annibale da Capua dei duchi di Termoli patrizio napolitano successe al beato Cardinale di Arezzo nella Chiesa di Napoli che governò dal 1578 al 1596; reputato solenne giureconsulto, Gregorio XIII prima lo creò referendario di Segnatura e prelato domestico; poi nel 1576 nunzio straordinario allo Imperatore Rodolfo II, e quindi alla Repubblica di Venezia. Sisto V lo spedì nunzio apostolico co' poteri di legato a latere a Stefano Battory, poi alla Dieta polacca. Nel 1595 convocò a Napoli il sinodo diocesano per la riforma dei costumi del clero e del popolo;» il restante delle laudi si legge nel suo epitaffio ch'è lungo lungo. Questa notizia essendo giunta tardi, non ho mutato nulla; j'ai fait mon siège esclamai come lo storico Vertot, e non rimossi dal posto il Caraffa, perchè dava ad ogni modo saggio degli uomini e dei tempi.
[21.] Pietro Aretino incomincia la satira a Cosimo I col verso:
Al tempo che volavano i pennati.
Senz'arme n'esce e solo con la lancia
Con la qual giostrò Giuda.
Purgat. 20.
[23.] Però alcuni sostengono la Venere dei Medici fosse per lo appunto quella di Gnido.
[24.] Diego di Alcalà dell'ordine dei Francescani canonizzato da Sisto V nel 1588.
[25.] Ormai è comune errore, che Popilio Lena fosse il legato romano che chiuse Antioco nel cerchio; chi veramente lo fece si chiamava Gneo Ottavio. Cicerone, Phil. 9. Plinio, Hist., L. 34, c. 14.
[26.] Tali con altri molti fu creduto che molinasse in quel suo fervido cervello Sisto V: è certo che in Persia, e co' maggiorenti degli Arabi e dei Drusi tenne pratica, non meno che con altre parti di Oriente: armò galere, si fece amico Stefano Battori re di Polonia, e sottoposte a lui le forze della Moscovia ebbe per fermo di salutarlo compagno e capitano nella impresa contro i Turchi. Su i Moscoviti egli esercitava autorità grande fino da quando Ivano Vasiliovitz tzar di Mosca mandò oratore a Roma, e parve mirabile per la barbarie sua: le credenziali di che andava munito per Venezia dicevano: al grande governatore della signoria di Venezia, ed interrogato della ragione di siffatto titolo rispose: per comune opinione in Moscovia reputarsi la Venezia dominio del Papa dov'egli inviasse governatori come a Bologna, e questo nel 1580! Il vino invece di temperare con l'acqua mescolava con l'acquavite, comecchè gliene apparecchiassero dei più fumosi. Non volendo questo ambasciatore per nessun verso baciare il piede al Papa, Sisto, allora cardinale di Montalto, con tante buone parole lo raumiliò, che alla fine si chiarì disposto a farlo; conservando poi sempre, finchè stette in Roma, usanza con lui, così lo edificava co' costumi, co' sermoni e con le opere che partendo disse: — tanto avere provato il cardinale di Montalto diverso dagli altri, che se fratelli erano, di certo egli ebbe a nascere bastardo. — Questo moscovita poi, perché udiva che si chiamavano fratelli fra loro, credè che fossero davvero figliuoli di un medesimo padre. — Quanto al concetto di restituire il commercio di oriente alla Italia conquistando l'Egitto e mettendo il mediterraneo in comunicazione col mare rosso, ne abbiamo memoria dal dispaccio del 23 agosto 1587 dell'Oratore Gritti al senato di Venezia, nè manca monumento storico della strana pratica di far succedere don Michele Peretti ad Enrico III: così ne parla il Ranke nella Storia del Papato, T. III. — Questo occorre in certa memoria del signor di Schomberg maresciallo di Francia sotto Enrico III, che si conserva nella biblioteca imperiale di Vienna, n. 114, fra i manoscritti di Hohenbaum: «Qualche tempo dopo la morte del signore di Guisa accaduta a Blois il cardinale Morosini, per parte del santo padre, propose che dove S. M. avesse voluto dichiarare il marchese di Pom (il nome certamente è errato) suo nipote erede della corona, e farlo accettare con le richieste solennità, il Papa da parte sua lo assicurava di fare in guisa che il re di Spagna concedesse in matrimonio al prelodato suo nipote la infante, donde avrebbero avuto termine i disordini della Francia. Il signor di Schomberg afferma come S. M. mostrandosi propenso ad accettare il partito, egli giunse a mandarlo a monte persuadendo il re che questo tornerebbe a rovesciare l'ordine di Francia, abolire le leggi fondamentali e lasciare ai posteri testimonio perenne della dappocaggine e pusillanimità sue.»
[27.] O della Mentana.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (vice-cancelliere/vicecancelliere, follia/follìa, scancìo/scancío e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per la nota n. 16 è stato aggiunto il richiamo, mancante nell'originale, alla fine del capitolo VI.