LA DEPOSIZIONE DI CRISTO DALLA CROCE.

Quadro esistente nella I. e R. Accademia delle Belle Arti di Firenze.

Può egli convenientemente affermarsi essere stato il Perugino maestro vero di Raffaello? Le intelligenze supreme, come quelle del Sanzio, hanno esse mestiero d'insegnamento? Bene Lucifero annunzia la venuta del sole, ma non lo accende. Ai figli dell'aquila basta mostrare dalla vetta delle Alpi lo spazio, e dire: — vola! — onde, confidati alla potenza delle ale, poggino là dove occhio umano non li può seguitare. La poesia e la pittura sgorgano da un fonte comune, e questo fonte è il cuore sublimato nella contemplazione di quanto Dio ne concesse moralmente o fisicamente bello. Se la pittura ad effigiare il suo poema adopera l'iride dei colori, e se la poesia l'armonia della lira, ciò non fa sì che il concetto abbia sede in parte diversa. Chi insegnerà all'uomo la mesta pacatezza del pensiero, e la segreta voluttà che sente nel vedere un magnifico tramonto, o nello udire un suono che sembra voce di genio invisibile, o nel contemplare una sembianza irradiata di gioventù e di bellezza? Chi educherà l'anima ai misteriosi colloquii col suo Creatore, per cui, da queste terrestri miserie sollevandosi, arriva a presentarsi faccia a faccia avanti a Dio? Chi il subito commuoversi, chi il brivido delle fibre tenuissime, e il nobile entusiasmo e lo sdegno generoso, e tutti gli altri elementi che formano l'anima dello artista e del poeta come le corde di un'arpa divina?

Ma posti anche in disparte tutti questi attributi psicologici, a me sembra, non che difficile, impossibile, che uomo possa per virtù imparare quanto pure si referisce alle ragioni del bello, considerato anche più materialmente. L'Urbinate non fu visto frequentare le scuole di Lionardo e di Michelangiolo, e nonostante apprese da ambedue loro, bastandogli a questo fine la vista. Per le intelligenze disposte, comprendere il meglio e conseguirlo, avviene a modo di favilla che arde le polveri. Una parola scende sopra cotesti sacri capi, come le lingue infocate sopra gli Apostoli il dì della Pentecoste. Con uno sguardo penetrano a un punto ed illuminano uno abisso, ove altri non vide, tranne tenebre e confusione. A me sembra non potersi avvertire abbastanza la seguente verità: che le cose belle pei supremi intelletti non corrispondono punto a lavori, ma ad altrettanti emanazioni facilissime e spontanee. — Però, malgrado i ragionamenti esposti fin qui, sebbene io non creda che le lezioni del Perugino creassero la intelligenza dello Urbinate, pure di leggieri concedo che da lui meglio che da altri egli ricavasse copia d'ispirazioni per arrivare alla eccellenza dell'arte, di cui terrà (e non fie vano lo auspicio) eternamente la prima sede.

E forse anche potrebbe riuscire vano lo auspicio, quante volte ci facciamo a considerare come se Raffaello non veniva al mondo, appena ci saremmo persuasi che il Perugino potesse andare superato nella poesia del concetto, nella tenerezza delle passioni, nella soavità delle forme, nei sobrii colori, nel magistero del disegno, e in ogni altra di quelle parti che costituiscono il valentissimo dipintore.

Porge testimonianza di questo la Tavola che ho impreso a illustrare. Consideriamola attentamente, imperciocchè coteste opere, come il Montesquieu diceva del carattere di Alessandro Magno, meritino essere esaminate a grande agio.

La Regina del dolore si presenta in mezzo al quadro, e tiene in grembo il suo figliuolo Gesù, deposto pure ora dalla Croce, sostenuto dal capo da un Santo, che io credo Santo Iacopo, e dai piedi dalla Maddalena: un poco più indietro compariscono un vecchio, dalla parte della Maddalena, e dalla parte di Santo Iacopo, San Giovanni, Tutta la composizione spira una mestizia profonda, eppure tranquilla solennemente; un dolore che commuove le tue viscere umane, e che pure non sembra cosa terrena. Santo Iacopo piagne, ma siccome il suo capo sta accanto a quello di Cristo, in cui la Madre si affissa, così adempie l'ufficio angoscioso di sorreggere il capo del Maestro, volgendo altrove, per un senso squisito di gentilezza, la faccia, onde la Madre non veda coteste sue lagrime, e ne ricavi argomento di affanno.

La Maddalena con sottile intendimento sta intenta a considerare i fori sanguinosi che lasciarono i chiodi nel piedi divini, e pare che di questa più che di ogni altra cosa si disperi. Ho detto con sottile intendimento, imperciocchè i dolori comuni volentieri sminuzzino le cause dell'afflizione, mentre i grandi rimangono assorbiti per entro una sintesi di amarezza infinita. Quindi l'anima disposta a consolarsi sta percossa e si lagna delle livide carni, degli spenti occhi, dei capelli bruttati di sangue e simili, mentre all'opposto l'anima per sempre desolata concentra il sentimento in una punta acuta che le toglie il pensiero e la parola.

Il cuore del vecchio è una coppa da gran tempo vuota o colma dalla mano della sventura. Molte rughe l'angoscia ha già solcato sopra il sembiante di lui: egli non piange, perchè volge ormai lunga stagione ch'ei pianse le ultime sue lagrime; ma ben si comprende come cotesto affanno che soffre, sia l'ultimo peso che farà traboccare la vita nel sepolcro. Nè egli già si duole del sepolcro, perchè da molti anni lo desidera come lo assetato la fonte dell'acqua pura. Quante volte coteste labbra devono aver detto alla fossa: — Tu sei la madre mia! — Quante volte deve egli avere teso le orecchie per sentire se Dio lo chiamasse alla sua pace, nella stessa guisa che il prigioniero attende la voce del custode che lo restituisce alla libertà!

San Giovanni meno degli altri si mostra rassegnato: egli leva la faccia al cielo e par che dica: — Nei tesori della tua misericordia, perchè non trovasti modo, o Signore, di risparmiare questo sagrificio di sangue? — Se mai dall'affetto ardente dello animoso discepolo volò cotesto rimprovero contro la Provvidenza, avvenne di quello come della bestemmia dello zio Tobia: — l'angiolo dell'accusa, nel registrarlo sopra i suoi libri, lasciò cadere una lagrima, e ve lo cancellò per sempre. —

Cristo anche nella morte è divino: da quel suo volto spira a modo di eco soavissimo l'amore che il mosse a supplicare perdono ai suoi medesimi uccisori. Non orma di angoscia, non vestigio di sensazione dolorosa; quanto aveva di umano, con la sua natura di uomo, passò. Ora il pensiero che per lui andò placata la giustizia eterna, lasciava diffusa per le celesti sembianze l'altera contentezza del più grande benefizio che Uomo o Dio potessero largire. — Egli dorme come un eroe nei sogni del suo trionfo.

Ma sopra ogni altra cosa, venite e considerate, come si merita, l'atteggiamento e la sembianza della Madre di Cristo. Non linea, non fibra, non tocco di quel volto senza dolore; però non disperato come di persona che gittati gli argini della pazienza prorompa, o impietrito come di persona per troppa angoscia diventata stupida, e quinci emana un senso di solennità religiosa, uguale a quello che usciva da Gerusalemme desolata a commuovere i precordii di Geremia profeta. La Madre guarda gli occhi del Figlio, imperciocchè quivi ella vedesse la favilla estrema di vita, e le rammentino la traccia ultima della esistenza di lui. — Forse ella sa che la morte non ha forza di prevalere sul Cristo, che il termine del martirio terreno è continuazione della sua gloria nei cieli: anzi ella lo sa, non vi bada adesso; più tardi il pensiero le revocherà tutto questo alla memoria, e ne andrà consolata.... per avventura anche lieta. Lei diranno le genti beatissima tra le madri, ed ella si terrà pur tale, e tendendo un giorno le braccia aperte verso il Cielo, l'amore materno, a guisa di ali di fuoco, lei trasporterà verso il suo Creatore, verso il suo Figlio ch'è nei cieli: ora ella si mostra madre terrena, quantunque di natura più eletta di ogni altra figliuola di Adamo. L'arte antica e la moderna non seppero, per quanto io conosca, presentarci tipo di dolore così sublime come quello della Madonna. Veramente Niobe supera ogni affanno che pensiero umano valga a superare. Niobe non impreca, non si stempra in lacrime, non prorompe in urli o in atti deliranti, ma cade segno di vendetta che per uomini sarebbe infame, per Numi poi è inconcepibile; cruda, sterile e ignobile vendetta, la quale non può fare a meno che susciti maledizione e furore: il sangue dei figli di Niobe fuma ira; e se Niobe potesse, l'avventerebbe come una fiamma da ardere l'Olimpo, e farebbe bene. — Ma il sangue di Cristo supplica perdono: egli volente lo sparse, egli l'offerse per prezzo di riscatto, e tornerebbe ad offerirlo di nuovo: di qui la differenza maravigliosa dei due tipi di dolore materno, di Niobe e di Maria, che io reputo argomento degno di nobile e profonda scrittura.

Ma se il dolore di Niobe cede a quello della Madre di Cristo, supera poi qualsivoglia dolore effigiato da mano o da parola mortale. Paragonate Niobe con Laocoonte, non parlo già del Laocoonte di Virgilio, sibbene del Laocoonte di Polidoro, Atenodoro ed Agesandro, perocchè gli scultori vinsero il poeta, e sentirono più magnanimamente di lui. Il Laocoonte degli scultori soffra col coraggio dell'uomo forte, e con la dignità dello innocente oppresso, e non fa punto sembianza di prorompere nelle immoderate strida, che nel poeta suscitarono la similitudine anche più infelice del loro non bene mazzolato:

E di orribili strida il ciel feriva;

Qual mugghia il loro allor che dagli altari

Sorge ferito, se del maglio appieno

Non cade il colpo, ed ei lo sbatte e fugge.

Eneid. l. II.

Comunque però vinca il Laocoonte scolpito il Laocoonte del poeta, pure, anche il primo del quale ragiono s'ingegna svincolarsi dai nodi dei serpenti, e ai figli che gli stanno accanto, avviluppati nelle medesime spire, ei non bada. Non così Niobe! Oh non così! Ella, sente fischiarsi sul capo la romba dei dardi celesti, e per se non li teme, e non tenta nemmeno sottrarvisi; solo si ricovra in grembo la fanciulletta unica della bella figliuolanza che la rese infelicemente superba, e con estremo conato si sforza salvarla dalla vendetta celeste. Amore di madre non si supera nè si uguaglia, e di questo vadano orgogliose le donne; chè se di altre dignità si mostravano loro i cieli avari, questo solo basta a formare la corona della loro vita, e a farle perdonare di ben molti peccati. Le donne non ebbero mai più gentile lodatore di quel Martino Lutero, di cui il nome solo mette spavento alle mie leggitrici cattoliche. Fra Martino, il quale ebbe, come il Bandello lasciò scritto, — un bellissimo ingegno, — notando la sua Bibbia, al punto in cui si narra il sacrifizio d'Isacco, scriveva così: «Quali mai furono i sentimenti di Abramo allorchè acconsentiva a svenare il suo figliuolo unico? Certo egli non ne tenne parola con Sara....» — Lo Chateaubriand avverte sembrargli cotesta riflessione per semplicità e per tenerezza quasi sublime. Perchè quasi? Io di mia propria autorità tolgo l'avverbio modificativo, e la dichiaro del tutto sublime, e se taluno si avvisasse riprendermi, io me ne appello a tali giudici, che so troppo bene che mi daranno ragione, — voglio dire le Madri.

So per lettura di effemeridi che pittori francesi, fra i quali Delacroix, concepirono e dipinsero la Pietà, (che Pietà suole chiamarsi in arte, la Madonna col Figlio morto in grembo); ma primieramente perchè non ebbi mai sott'occhio cotesti quadri, e poi perchè mi sento pochissimo disposto a giudicare con favore della pittura francese, così parmi onesto tacerne.

Piuttosto mi permetterò alcuna parola discorrere intorno alla famosa Pietà del Buonarroti. Veramente, quando uomini quale io mi sono, ci facciamo a ragionare di cotesti prodigi d'intelligenza, pudore e dovere persuadono a procedere molto rimessi, e a modo di dubbio: però la reverenza del nome non ha da togliere il giudizio: ossequio non suona tirannide, come libertà non corrisponde a licenza. Ora dunque a me sembra la Pietà di Michelangiolo comprendere copiosamente in sè tutte le qualità egregie e riprovevoli di quel divino intelletto. — Il pensiero e l'arte, e se vogliamo meglio, la parte materiale o la spirituale, in cotesta opera sconfinano i supremi limiti della Natura; per la quale cosa il dardo per tensione soverchia dello arco forvia dal segno, e l'effetto viene a mancare. Quanto di più infelice e di pauroso può esercitare il patimento sopra la creatura umana; quanto lo strazio può lasciare sopra la nostra carne di miserabili vestigi, — tutto è ritratto dallo spietato scultore in quel gruppo. L'anima nostra, sotto la sferza cocente del dolore, s'irrita: ella gronda sangue, non lagrime, e rimane stupida di ribrezzo, non commossa a pietà.

La Madre in Michelangiolo, sola con solo, sta col suo Figlio in grembo, lacero nelle membra, infranto da torture ineffabili, senza che nulla temperi lo spettacolo del morto staccato dal patibolo. Da quel congresso tremendo la Madre non può uscire che in due maniere, o col cuore impietrito, o col cuore rotto. Ora il concetto spinto a simili estremi ci vince; noi ci pieghiamo gemendo sotto questa forza, come se fosse un giogo di ferro, ma tenerezza, pietà, lagrime, ogni maniera insomma di sensi gentili, irrigiditi per soverchio rigore vengono meno. Ma ogni uomo è dominato dal proprio genio, e tale appunto la natura dispose, onde dai modi diversi di concepire e ritrarre il concetto nascesse poi celesta infinita varietà di cose, per cui l'Universo sembra che infaticabilmente si rinnuovi. Nè creda alcuno potere dominare il suo genio, però che muovendogli guerra si sposserà nella lotta, e in ultimo si troverà inetto ad imprendere opera che valga. Di tutte le contese, la più sterile è quella che combattiamo contro noi stessi... — Chiunque si fosse quegli che immaginò ferreo il freno da imporsi al pensiero, certo fu volgarissimo ingegno. Quando Sansone può starsi legato, è segno che gli cadde il vigore dei capelli. Trovi l'acerbo censore Milizia quanti pur sa difetti nel Moisè: egli deve confessare, il primo senso provato alla vista di cotesta statua, essere stata la paura. Ora se Michelangiolo si fosse studiato a togliersi la facoltà di atterrire che gli veniva dalla Natura, l'arte non avrebbe potuto dargli di commuovere blandamente, ed egli sarebbe rimasto come uomo abortivo.

Affermano alcuni che il concetto non costituisce l'arte; ma io non so comprendere arte che cosa sia senza concetto: ambedue formano un nesso che non può stare diviso, e i vizi e le virtù del concetto si trasfondono necessariamente nei modi di significarlo. I critici vengono dopo, come i soldati tenevano dietro al trionfo degl'Imperatori romani: accompagnando essi con parole di biasimo gl'ingegni sublimi, li ammoniscono mortali essere stati e fallaci come gli altri uomini tutti. Sterile scopo ed astioso; imperciocchè lo schiamazzo non tolga che gli errori commessi si emendino, nè che per le virtù esercitate i gloriosi ascendano al Campidoglio, nè che i futuri grandi uomini possano salirvi scevri affatto da colpa.

UNA MADONNA COL BAMBINO, QUADRO DEL PROF. TOMMASO GAZZARRINI.

Esposto nell'I. e R. Accademia di Firenze nell'anno 1829.

Credette Cimabue nella pintura

Tener lo campo.

Dante.

Prima che per me si discorrano alcune parole di lode intorno all'opera della quale l'egregio nostro Tommaso Gazzarrini volle onorare la diletta sua Patria, abbia sincerissime grazie ed elogio il cittadino che seppe affidarne la commissione all'ottimo artista con magnificenza degna piuttosto degli antichi tempi di gloria, che singolare nei moderni, per pochezza di anima e per avarizia distinti. — Tengo celato il nome onde la sua modestia non si offenda, ma ben può bastare per chiunque legge la cosa. — Desidero un'opera delle vostre mani, disse il liberale cittadino all'artista; — e prezzo, soggetto, tutto insomma, lasciava all'onestà e, all'ingegno del pittore. — Il pittore commosso condusse il quadro con tale una tinta, che di rado s'incontra su le tavolozze umane, — la gratitudine. Narrasi di Raffaello Mengs, che avendo terminato il ritratto di Giuseppe II, questi sebbene assai, come meritava, lo commendasse, nondimeno dicesse parergli men bello di altro che scorse attaccato nello studio del pittore; alla quale osservazione il Mengs rispose: — «Ciò avviene perchè è di un mio amico.» — L'imperatore soggiunse: «Ed anche nel mio procurate di porvi l'amico;» ma siccome gli affetti non si comandano, così il ritratto di Cesare rimase per sempre inferiore a quello dell'oscuro amico. — Se noi vorremo volgere la mente alla miseria del pensare, ed allo spasimo dell'ostentare; se alle interne cupidigie ed alle frugali magnificenze esterne; se allo studio del comparire e non essere; se alla quartana di conseguire il molto col poco; se al costume di acquistare tutto a peso o a misura; se alle barbare ignoranze; se alle povere stupidezze: io non conosco davvero nella nostra favella parole bastanti a celebrare l'uomo che accolse nello spirito il desiderio gentile di possedere un'opera che fosse, e non paresse bella, e sentì che l'ingegno non si compra, non si paga; ma soltanto in parte si ricompensa. Il secolo venale in tutte le cose pretende patti chiari e patti avanti, e le passioni più nobili sono calcolate alla ragione del sei per cento all'anno. Tuttogiorno intendiamo il rimprovero, a noi, moderni, non esser mai riuscito di aggiungere l'eccellenza nell'arte dei nostri padri; ma qual potente adesso manderebbe, come papa Giulio II, cinque corrieri e tre Brevi alla Signoria di Firenze per indurre il Buonarroti a tornarsi in corte di Roma? e se lo incontrasse, come a lui accadde, a mezzo cammino, gli parlerebbe: «Poichè tu non sei venuto a trovar noi, noi siamo venuti a trovar te;» e minaccerebbe in questo modo un cortigiano che volle scusare Michelangiolo chiamandolo ignorante: «Tu gli di' villanìa che non diciamo noi: lo ignorante e lo sciagurato sei tu e non egli: levamiti dinanzi in tua malora!» e cotesto cortigiano era vescovo! — Bei tempi quelli dei nostri padri per le arti! Leone X, assunto al grado supremo dell'umano potere, con pubblico editto dichiarava essere suo intendimento le arti come altissimo mezzo di civiltà, e parte sostanziale di ottimo governo, con ogni suo studio sovvenire. Allora non principe, non gentiluomo, non monastero di frati o di monache, non semplice mercante occorreva, il quale consentisse a starsi privo di un qualche dipinto, di una qualche scoltura di artefici valorosi. Perfino nei cuori feroci della gente data ai ladronecci ed al sangue, capiva il soave talento delle belle arti, e quel Ramazzotto da Scaricalasino, masnadiero, ebbe vaghezza di fabbricare in Bologna un tempio, e con ornati di ogni maniera decorarlo. — Se dunque in tanta diversità di costume, in tanta trascuranza, per non dire disprezzo manifesto d'ingegni, ci serbiamo quali ora siamo, deve attribuirsi senz'altro a miracolo di Dio. — Peccato che le arti belle abbisognino di protezione! Bene amate voi lettere, che, a guisa dell'arca del patto, qualunque umano sussidio schivate, ed a cui poco accette, o maligne giungono le rugiade dall'alto! —

Il quadro del professore Tommaso Gazzarrini rappresenta una Beata Vergine nell'atto di deporre il suo divino Figliuolo, che le si è addormentato in collo, entro il lettuccio il quale viene preparato da un giocondo angioletto, mentre un altro angiolo di sembianza più mesta par che gl'invochi un lieto sogno sul capo. Solenne è la bellezza del volto della Vergine, e se lungamente contemplandolo ti sovviene come tra breve lo disfarà il dolore più fiero che mai possa travagliare anima di madre, ti partirai sconsolato dal quadro. Il pargolo, con infinita diligenza condotto, dorme davvero, improvvido dell'avvenire nella sicurezza di sua innocenza. Nei due angioletti, l'uno operoso, l'altro assorto nella preghiera, forse intese l'artista significare la vita attiva e la vita contemplativa, che gli antichi teologhi, secondo che Dante ammaestra, rappresentavano sotto i simboli di Lia e di Rachele; — ma di questo la verità al suo posto. La Natura, null'altro fuorchè la Natura, guidò la mano e la mente del nostro pittore nella espressione e nei moti delle sue figure; — intorno la quale Natura, dacchè cade in acconcio, mi piace avvertire che io per me la paragono a un codice del Dante manoscritto nel trecento, in cui due sono le difficoltà che s'incontrano: prima di leggerlo, seconda d'intenderlo (si ritenga però che la seconda non è tolta dalle moderne edizioni, nè anche da quelle dell'Ancora). Una volta era più facile leggere la Natura, perchè non tanto rare si vedevano le belle sembianze, e l'artista effigiando ritratti veniva quasi a toccare l'estremo dell'arte. Milizia, che tra buone e cattive tante cose scrisse su lo arti, favellando della eccellenza delle opere greche, afferma che i Greci pei costumi, pel clima e pel governo loro forse soli poterono vedere la bella natura, e renderla ancora più bella a cagione dell'amore che nudrirono per le Grazie; e racconta come instituissero una pubblica festa in cui si premiava tra la bene disposta gioventù coloro che sapevano dare baci più leggiadri. — Oggi, continuando con le idee del medesimo scrittore, in qual modo osservare la venustà delle forme se dai busti, dalle fasce, dai lacci, dalla inerzia, dalle stesse carezze, prima che nate distrutte? — È accaduto per la Natura quello che avviene ai quadri che la gente del mestiere chiamano restaurati (per mostrare almen col vocabolo ai Signori che spendono bene il danaro), dei quali, se vuoi distinguere il merito, bisogna prima che tu separi ciò che è sacrilegio di restauratori da quello che fu sapienza del pittore. Ci vuole occhio arguto per discernere, come cuore gentile per sentire; e fin qui della prima parte, cioè del leggere. Conosciute le arcane bellezze, l'arte domanda genio per avvivarle, o piuttosto per fedelmente tradurle. Canova non sortì dal cielo un bel volto, e testimoni ne sieno gli occhi di chi vide il suo ritratto dipinto nella Galleria di Firenze; pure quando lo scolpì colossale nel marmo, seppe cogliere un atomo di misteriosa bellezza, e infonderla nel suo sembiante, in guisa che irradiato da luce celeste ti appare quasi divino. Certo le forme rappresentate dal Gazzarrini furono tolte dalla Natura; ma prima le accarezzò con caldissimo amore, e le ritrasse poi lieto d'ineffabile piacere. Questo valoroso artista, per esaltare lo intelletto alla contemplazione delle linee segrete e sublimi per cui la Natura procede maravigliosa, adopra la musica; e quando la melodia dei suoni gl'investe l'anima, comprende cose che raramente è concesso vedere ad occhi mortali. Se alcuno dei miei lettori dubitasse, l'artista e il poeta non essere mai tanto bene disposti a concepire il sublime che dopo avere ascoltato un concerto, o fatto un'azione generosa, si persuada ch'egli è uno dei due, stupido o maligno. — Venendo ora a parlare più particolarmente della pittura del Gazzarrini, mi reputerei degno della taccia di vano o di peggio, dove potendo adoperare il giudizio di persona illustre nell'arte, con perverso consiglio nol facessi; — nè temo che sia per venirmene rimprovero, dacchè non mi è parso sentire finora che manifestare i sensi di amore e di ammirazione che l'uomo nudre per l'altro uomo sia colpa da riprendersi. Lorenzo Bartolini pertanto, onorandomi di sue lettere, mi scriveva: «In breve, credo, vi si offrirà occasione per rendere giustizia ad un artista di vero merito. Il nostro Gazzarrini ha terminata la sua bella Madonna, il merito della quale principalmente consiste nel non essere una produzione accademica: originale nello stile, amorevolmente condotta, con armonia singolare di tinte, leggiadria di pieghe, vaghezza di teste, — sorprendente poi la testa e l'estremità superiori del putto Gesù: l'espressione del sonno è veramente soave e degna di chicchessia; infine quella è la strada per ricondurre gli artisti traviati ad operare con l'amore dell'arte, e far dei quadri che onorino i nostri tempi e la nostra nazione.» E in altra lettera aggiungeva: «Sento con sommo piacere, che voi pensiate come io penso sopra il merito della bellissima Madonna dell'amico Gazzarrini. Certo questo vero artista merita una grande occasione; assai sarebbe necessario pel progresso delle Arti.» — Un altro giovane artista mi scriveva intorno al medesimo soggetto in questa sentenza: «Della Madonna del nostro Gazzarrini io vi dirò che mi sembra bellissima, e che, più di ogni altra cosa operata dagli artisti moderni, mi rammenta i tempi felici del cinquecento. — Il magistero, l'arte ch'egli vi ha adoperata, come voi potrete conoscere, sono pressochè immense: il colorito divino e pieno di trasparenza, le ombre leggiere e variate; e voi vi troverete il lungo studio che ha fatto sopra i maestri del colore. Guido, Tiziano, Veronese, Tintoretto ec. ec.» — Il Gazzarrini ha studiato questi grandi, e tuttavia studia; e ciò per desiderio di grandezza vero, perocchè gli uomini, appena giunti a certo grado di fama, si rimangano come stanchi; egli poi per la parte del colorito poteva rimanersi dallo studiare, dove volgiamo l'attenzione ai suoi dipinti, e specialmente al ritratto del nostro Granduca; e chi non vede i pregi del colorito in quel quadro, peggio per lui. Eppure nella Madonna ha superato se stesso; e vi si vede una diligenza di pennello da sbalordire, dimodochè se voi v'avvisaste dividere quella pittura in otto e dieci parti, di ogni parte avreste un bel quadro; e questo si chiama sapere. — Uno avanzo di greca scoltura svela la grandezza dell'arte in quei tempi remoti, perchè la bellezza esiste in quel frammento separato, e dà idea della statua intera. Però l'artista non deve esercitare l'arte con regole fisse: e questo fu tra i Greci, e dovrebbe essere tra noi, e voi lo avete già detto. L'Apollo non ò trattato come il Colosso di Montecavallo, e così dovrebbe essere nella pittura, e così nella architettura ec.

Ma siccome mai comparve sereno senza che nebbia nuvola, quantunque picciolissima, in parte non l'adombrasse, così tra tanto consenso di lode sorse lo stupido, sorse il maligno, e nulla potendo biasimare sul disegno, nulla sul colorito, intorno alla composizione nulla, irrise al cuscino di velluto che l'angiolo appresta al bambinello Gesù, ed all'ale poste sopra le vestimenta dell'angiolo stesso. Osservazioni entrambi di ogni buon fondamento manchevoli; imperciocchè io non saprei vedere qual ragione si opponesse alla verosimiglianza dell'origliere di velluto. Forse la povertà del Redentore? Veramente attesta Plinio che in quei tempi con una libbra d'oro si comprasse una libbra di seta; ma poniamo mente, di grazia, che i Magi d'Oriente gli avevano offerti doni preziosi, onde non parrà strano se tra questi vi fossero sete, naturale prodotto delle contrade orientali. Forse perchè la manifattura del velluto in quei giorni non si conoscesse? Se l'Holosericus villosus equivale al velluto, quantunque si abbia dalle istorie che primo ad adoprarlo fosse Eliogabalo imperatore, ciò non dimostra che per lo innanzi s'ignorasse; e Tacito ricorda come nell'anno di Roma 769 venisse proibito ai cittadini romani l'andarne abbigliati; e G. C. nacque, secondo quello che ne dicono i cronologisti, l'anno di Roma 755. Riguardo all'ale, non istarò ad esporre che anche Raffaello lo ha fatto, perchè i grandi uomini non si debbono imitare negli errori, ed egli ne abbia commessi la sua parte in fatto di anacronismi, fino al punto di dipingere Apollo sul Parnaso con un violino in mano, che è una maraviglia a vedersi. Mi stringerò soltanto a dire, che siccome io so di certo nessuno di questi critici avere mai veduto angiolo in viso, essi hanno tanta ragione da sostenere che debbono portare le ale attaccate alle spalle, quanta ne abbiamo noi a supporre che le tengano sopra le vesti; e al peggio caso, da giudici non iniqui sospenderemo la quistione fino a nuovi schiarimenti. Queste poi non sono circostanze da badarsi, e insistendovi più oltre temerei di nuocere alla gravità del soggetto.

Ora secondino i cieli il nostro Tommaso Gazzarrini, affinchè gli sia dato condurre nella cattedrale di Livorno il fresco del Martirio di Santa Giulia; ed io quanto più posso lo scongiuro a farlo presto, onde i miei occhi prendano conforto dei recenti spettacoli di cui va funestata la città. — In quella guisa che il sangue di Abele chiedeva vendetta al cospetto del Signore, una cupola, non ha guari imbrattata, grida mano di bianco alla pietà dei fedeli: e bianco scongiurano certe figure tinte in certa cappella, e battezzate per angioli, le quali se partecipino dell'angelico io, come non sortito alla vista di sostanze che non hanno corpo, non posso affermare e negare nemmeno; solo però dopo lunghi confronti con molte e diverse razze di uomini, francamente affermo che nulla partecipino dell'umano. Pensino gli ottimi Operai al passo dell'Ariosto che dice: Non fu sì grande nè benigno Augusto — Come la tromba di Virgilio suona, con quello che seguita; — e cogliendo una bella occasione di farsi memorabili, accomiatino l'illustre artista con accendergli il desiderio nel cuore di farsi ancora più grande per vie maggiormente onorare l'amatissima ed amantissima sua Patria.