LA FLOTTA INVINCIBILE.
DA SCHILLER.
Essa viene, — viene la superba flotta del mezzo giorno; l'Oceano geme sotto di lei con suono di catene, e un nuovo Dio e mille bocche di fuoco ti si avvicina, — un esercito natante in formidabile cittadelle (che l'Oceano giammai vide simili). La chiamano invincibile. Si avanza placidamente su le onde spaventate. Il terrore che sparge d'intorno consacra il suo nome superbo. Con passo maestoso e tranquillo il pavido Nettuno porta il suo peso, — con la distruzione dello Universo entro di se si avvicina, e tutte le tempeste giacciono in quiete.
Ti sta già dirimpetto, o Isola avventurosa, — dominatrice dei mari. Questi eserciti di galeoni ti minacciano, o magnanima Brettagna! Guai al tuo popolo nato libero! Essa ti sovrasta come nube gravida di nembi.
Chi ti ha procurato il prezioso gioiello che ti ha fatto Regina delle terre? Non l'hai a forza ottenuto dai re superbi? Non hai tu sapientemente immaginato la legge del Regno, la Gran Carta, che fa i tuoi Re cittadini, i tuoi cittadini Re? Non hai conquistata la suprema potenza delle vele in battaglie marittime, e con milioni di prodi guerrieri? A cui la devi, se non al tuo ingegno e al tuo brando?
Infelice! — Getta uno sguardo là su quei colossi scaglianti fuoco, — mira, e presagisci la caduta della tua gloria. L'Universo ti guarda angoscioso. Tutti i cuori degli uomini liberi palpitano affannati, — e tutte le anime belle e generose gemono dolenti partecipando la caduta della tua gloria.
L'onnipotente Iddio volse uno sguardo alla terra, — vide sventolare i superbi vessilli col Leone del tuo nemico, — vide minacciosa aprirsi la sicura tua tomba. — Deve, disse egli, il mio Albione, deve perire? deve estinguersi la stirpe dei miei Eroi? l'ultimo argine di rupi della oppressione deve precipitare? deve essere annientato da questo emisfero il baluardo della libertà contro i tiranni? — No, esclamò egli; giammai sarà distrutto il paradiso della libertà.
L'Onnipotente soffiò, e l'armata fu dispersa dai venti.[4]
OSCAR D'ALVA,[5]
POEMA ROMANTICO DI LORD BYRON.
Come soavemente risplende per le sfere serene la lampada de' cieli sopra le sponde del Lora, dove sorgono tuttora le bianche torricelle di Alva, che più non odono il fragore delle armi!
Ma spesso la fuggevole luna mandò quivi i suoi raggi sopra gli elmetti inargentati di Alva, e visitò nella silenziosa tenebra di mezzanotte i suoi baroni ispidi di brunite armature.
E nelle rocce sottoposte al castello, che si sprolungano sopra l'inquieto flutto dell'Oceano, pallida pallida sogguardò nelle scomposte fila della morte percuotere sul terreno lo affannoso guerriero.
E molti altri occhi che più non poterono salutare la giovanetta luce del giorno, si volsero sospirosi al campo insanguinato, ed ebbero gioia del suo raggio quantunque rischiarasse la morte.
E pure una volta a quegli occhi tu splendesti, lampada di amore, ed essi benedissero la tua cara luce propizia; — ora poi ardi quasi una fiaccola funerale per la notte.
Poichè il nobile lignaggio di Alva è spento, e quantunque da lontano si veggano le sue grigie torri, non più i suoi eroi incalzano la caccia, nè più spargono l'onda vermiglia della guerra.
Or chi fu l'ultimo del superbo lignaggio? Perchè crescono i muschi sopra la pietra di Alva? Nessun passo umano suona per quelle volte: solo vi stride in passando il vento di settentrione.
E allorchè il vento soffia impetuoso e forte, si ode un lamento per quelle sale che si solleva fioco nel cielo, e si sparge intorno la muraglia rovinata.
Sì, — quando imperversa la procella crescente, batte lo scudo del generoso Oscar, sebbene non più quivi s'inalzino le sue bandiere nè le sue piume di nero avvolgimento.
Bello illuminava il sole la nascita di Oscar quando Angus lo baciò suo primogenito; e i vassalli intorno al castello del barone si affollarono per far plauso all'aurora avventurosa.
E la festeggiarono con i cervi della montagna, e la cornamusa squillò nelle acute sue note, e per meglio ravvivare il convito montanaro suonarono quelle armonie di numeri marziali.
E quando intesero l'aspra musica della guerra si affidarono che un giorno la stessa cornamusa avrebbe squillato davanti il figlio del barone mentre egli conducesse la masnada.
Trascorse ben presto un secondo anno, ed Angus salutò un secondo figliuolo, il suo giorno natale fu simile all'ultimo, e di subito fu imbandito il giocondo festino.
Ammaestrati dal padre a tendere l'arco sui colli tenebrosi del vento di Alva, i fanciulli in giovanezza cacciarono i cervi, ed affrettarono i cani dietro alla pesta di quelli.
Ma prima che avessero compiti gli anni della infanzia, si mescolarono nelle bande della guerra, lievemente trattarono la splendida daga, e scoccarono lontano i quadrelli fischianti.
Nera appariva l'onda dei capelli di Oscar e s'agitava scomposta all'alitare dei venti, ma i ricci d'Allan pendevano sempre ordinati e belli; — la guancia era pallida, e pensierosa.
Oscar palesava un'anima di eroe, e gli tralucevano i neri sguardi pei raggi della verità. Allan poi aveva imparato per tempo a frenare le passioni, e fino dagli anni primi placide suonarono le sue parole.
Prodi furono entrambi, e spesso la lancia sassone cadde spezzata sotto il costoro acciaro; il petto d'Oscar stava chiuso alla paura, ma il petto d'Oscar conosceva pietà.
L'anima d'Allan si celava sotto una vaga sembianza indegna d'abitare con tanta bellezza; e la sua vendetta si aggravava sopra i nemici atroce quanto il fulmine della tempesta.
Dalle torri lontane di Southannon venne una giovane e leggiadra damigella; giunse la figlia di Glenalvon dall'occhio cilestro recando in dote le terre di Kenneth.
Ed Oscar desiderò la lieta sposa, ed Angus sorrise al suo Oscar, perocchè l'orgoglio feudale del padre fosse lusingato con le nozze della figlia di Glenalvon.
Odi le note piacevoli della cornamusa! Ascolta i tripudii dei canti nuziali; si aprono i labbri a voci gioconde. Il coro di vassalli si sparge con incessante furore.
Vedi le piume colore di sangue de' baroni adunati nelle sale di Alva: ogni giovane vestito del suo mantello cangiante aspetta la chiamata del capitano.
Non per guerra domanda i loro bracci il barone: la cornamusa suona un inno di pace, le genti si affollano agli sponsali di Oscar, nè mai si rimangono i suoni del dolce riposo.
Ma in qual parte Oscar si nasconde? Certo egli indugia troppo. Questo è l'ardente desio del nuovo sposo? Mentre stanno raccolti i cavalieri, e le donne aspettano, non Oscar, non il fratello Allan, compariscono in Alva.
Pur finalmente giunse alla sposa il giovane Allan; e: — «Perchè non viene il mio Oscar?» domandava Angus. — «Non egli è qui?» rispose il giovane; «stamane non percorse meco la foresta.»
«Forse dimentico del giorno insegue le damme veloci, o l'onda dell'Oceano lo trattiene sul mare, quantunque la barca di Oscar di rado sia tarda.»
«Oh! no!» — rispose l'angoscioso genitore; — «non caccia, non onda trattengono il mio figliuolo: vorrebbe comparire scortese agli occhi di Mora? Qual cosa impedirebbe il suo cammino verso di lei? — Oh! cercate voi, capi! Oh! ricercate attorno! Allan, con questi scorri per Alva; finchè Oscar, finchè mio figlio non è trovato affrettati, affrettati, nè osare di darmi risposta.»
Da pertutto è trambusto: — roco giù per la valle echeggia il nome di Oscar, e sorge col vento di settentrione, finchè la notte abbassa le tenebrose sue ali.
E poi rompe i silenzi della notte, ma le sue ombre rimbombano indarno: finalmente suona per la nebbiosa luce del mattino, ma Oscar non apparisce alla pianura.
Tre notti vegliate, e tre giorni cercò il barone per ogni caverna della montagna il suo Oscar: quando la speranza gli venne a mancare: i suoi capelli si fecero bianchi con infinito dolore.
«Oscar! figliuol mio! — Tu, Dio del cielo, ridona il sostegno alla cadente età; o se questo voto non può essere adempito, abbandona almeno il suo assassino alla mia vendetta.
Sopra qualche deserto e dirupato scoglio ora forse giacciono le bianche ossa del mio Oscar! Concedi dunque tu, Dio (sol questo ti domando), che sia dato morire con lui al suo forsennato genitore. Pure egli potrebbe vivere! — via, disperazione; confortati, anima mia, egli può vivere; la mia voce si astiene dal bestemmiare il destino: Oh perdonami, Dio, l'empia parola!
Perocchè se egli vive, non viva più per me, ed io cada diserto nella polvere, e la stagione della speranza di Alva sia passata: ahimè! possono essere mai giusti affanni sì fatti?»
Tale si lamentò lo sfortunato genitore, finchè il tempo che mitiga le angosce più aspre gli ritornava la pace, e fece sì che le lacrime cessassero di scorrere.
Però che tuttavia una segreta speranza che Oscar sopravviva gli rimanesse nel cuore, e potesse anche una volta apparire; e questa speranza ora declinò, ora sorse, finchè il tempo lo fece vecchio di un altro fastidioso anno.
I giorni trapassarono, il pianeta della luce percorse di nuovo lo spazio destinato, ma Oscar non allegrò la vista del genitore, e lo affanno lasciò più debole la sua traccia;
Rimanendo pur sempre il giovane Allan, adesso unica gioia del padre dolente: e il cuore di Mora di leggieri fu vinto, perchè vaghezza ornasse il giovane dalle belle chiome.
Ella pensò che Oscar fosse caduto spento, e la faccia di Allan appariva maravigliosamente leggiadra: — se poi Oscar viveva, qualche altra fanciulla formava adesso il sospiro di quel petto infedele.
Ed Angus disse: «Se un altr'anno trascorre in arida speranza, ogni dubbio soverchio sarà rimosso, ed io destinerò il giorno dei nuovi sponsali.»
Tardi si avvolsero i mesi, ma benedetto alfine giunse il giorno desiato, l'anno dell'ansia trepidante passò; quali sorrisi avvivano le guancie degli amanti!
Odi la piacevole noia della cornamusa! Intendi il magnifico canto nuziale! Si spandono le voci in accenti gioiosi, e incessante si prolunga il fervido coro.
Di nuovo la tribù in festosa corona si affolla intorno la porta del castello di Alva; echeggiano forte le liete armonie: tutto rimembra la gioia primiera.
Ma qual è quegli di cui la fronte oscura attrista in mezzo del giubbilo universale? I suoi occhi tramandano un colore più sinistro della fiamma cerulea, che viene meno nel focolare.
Nero ha il manto che veste la sua forma, e la sua piuma ondeggia di rosso sanguigno, la sua voce è simile alla tempesta; lieve e senza traccia il suo passo.
È mezzanotte: la tazza va in giro, bevono largamente alla salute dello sposo, — le volte rimbombano di gridi, e tutto si unisce a fare plauso all'ultimo sorso.
Subitamente si leva lo straniero barone, i clamorosi circostanti si acquietano, le guancie di Angus ardono di maraviglia, il dilicato seno di Mora ne diventa rosso.
«Vecchio,» — gridò, «questa coppa è vuota, tu lo vedesti: ma ella fu debitamente bevuta dalle mie labbra: — io propiziai alle nozze di tuo figlio; ora chiedo a mia posta una coppa da te.
Mentre qui attorno è tutta gioia per benedire la lieta ventura del tuo figliuolo Allan, dimmi, non ti rimane un altro figlio? Dimmi, perchè dimentichi il tuo Oscar?»
«Ahimè!» rispose l'angoscioso genitore; e gli scendeva parlando una grossa lacrima; «quando Oscar disertò il mio castello, o cadde morto, il mio antico cuore quasi si ruppe.
Tre volte la terra ha rinnovato il suo giro da poi che il sembiante di Oscar non benedice il mio occhio: adesso Allan è la mia sola speranza, dacchè il mio prode Oscar è morto o fuggito.»
«Or bene,» replicava il feroce straniero; e tristamente dardeggiavano gl'inquieti suoi sguardi; «io sarei vago d'intendere novella del fato d'Oscar: forse quel prode non è morto ancora.
Forse se quelli che egli amò tanto ora lo chiamassero Oscar, ritornerebbe; forse il barone è andato fin qui pellegrinando; per lui potrebbe rinnovarsi il fuoco di maggio.[6]
Si empia dunque la tazza, e giri attorno la tavola: io non vo' che si propini in silenzio: si empia, dico, ogni tazza di vino, perchè il mio saluto è per la vita di Oscar.»
«Con tutta l'anima,» riprese il vecchio Angus, ed empi fino all'orlo la coppa; — «e sia pel mio figliuolo o vivo o morto: nessuno de' miei figli fu eguale a lui.»
«Bene, vecchio, il tuo saluto è stato accettato: ma perchè Allan si sta tutto tremante? Bevi, via, alla rimembranza della morte, e solleva la coppa con mano più ferma.»
L'ardente rossore della faccia di Allan di subito si converse in ispaventevole pallidezza; le goccie della morte spingevano l'una l'altra con umore di agonia.
Tre volte sollevò la tazza, e tre i suoi labbri rifiutarono di libare, e tre volte incontrò gli occhi dello straniero fitti sopra di lui con ira mortale.
«Così dunque un fratello saluta? così si accarezza la rimembranza di un fratello? Se in questo modo si manifesta la forza dell'affetto, cosa potremo noi aspettarci dalla paura?»
Eccitato dall'amaro sogghigno sollevò la tazza: «Possa Oscar partecipare in questo momento alla nostra allegria.» — Lo interno rimorso gli sconforta l'anima, e la coppa gli cadé di mano.
«È desso! Odo la voce del mio assassino!» — forte strillò uno spettro oscuramente lucido. — «Del mio assassino!» — ripeterono le volte; e tempestosa proruppe la bufera.
Le fiaccole vacillarono, i castellani fuggirono, lo straniero sparì; — tra la moltitudine fu vista una forma avvolta in verde mantello, che allo improvviso crebbe in ombra di terribile grandezza.
Un largo balteo le stringeva la cintura, una piuma nera l'ombreggiava, ma nudo era il suo petto, ed ivi dentro vermiglie ferite, ed immobile il suo occhio invetriato.
E tre volte con l'occhio mandò un truce sorriso sopra Angus, che gli cadde d'innanzi, e tre volte guardò bieco un barone steso sul pavimento.
Intanto i fulmini strepitavano da polo a polo, i tuoni rimbombavano traverso il cielo, e l'ombra infocata scorreva via sopra le ale del turbine per mezzo alla procella.
Tristo è il festino, il tripudio cessò. — Qual è colui che giace sul pavimento? L'oblio opprime il petto di Angus; pur alla fine ritorna a palpitare il suo polso vitale.
Presto presto provisi un medico a riversare la luce negli occhi di Allan. — La sua fossa è scavata, la sua carriera è compita; oh Allan non sorgerà mai più!
Ma il petto di Oscar diventò freddo come creta, i suoi capelli furono sollevati dal vento, e lo strale di Allan giacque con lui nella oscura valle di Grentarar.
E donde venne lo spaventoso straniero, o chi si fosse, niuna mortale creatura potè mai sapere; ma nessuno dubitò sull'ombra infocata, però che i vassalli di Alva ravvisassero Oscar.
L'ambizione afforzò la mano del giovane Allan, il demonio esultante diresse lo strale, mentre la invidia scuotendo l'ardente tizzone versò il veleno dentro il suo cuore.
Veloce scocca lo strale dall'arco di Allan. — Di cui è quel sangue che gli contamina il fianco? È basso il nero cimiero del prode Oscar, il dardo ha bevuto la sua onda vitale.
L'occhio di Mora commosse il feroce Allan; ella fu che suscitava il suo orgoglio oltraggiato: ahimè! quegli occhi che raggiavano amore poterono costringere un'anima ad opere d'inferno.
Ecco, vedi la tomba solitaria che s'inalza sopra un guerriero defunto; ella apparisce per l'oscurità del crepuscolo: oh! quella è il talamo nuziale d'Allan.
Lontano, molto lontano, sta il nobile avello che nasconde le grandi ceneri della sua schiatta; nessuna bandiera sventola sopra il suo cadavere, perchè sozzo di sangue fraterno.
Quale antico menestrello, quale bardo canuto oserà inalzare sulle corde dell'arpa le geste di Allan? Il canto è il principale rimerito della gloria: e potrebbe egli forse risuonare la lode dell'omicida?
Senza corde, negletta rimanga quell'arpa, nè ardisca il menestrello suscitare quel tema; il delitto renderebbe la sua mano paralitica, le corde dell'arpa si spezzerebbero al tocco.
Non fama di lira, non versi sacrali inalzeranno la sua gloria sublime per l'aria, però che gli echi risponderanno l'amara maledizione di un padre moribondo e il gemito mortale di un fratello trafitto.[7]
LA FIDANZATA DI CORINTO.[8]
TRADUZIONE LETTERALE DA GOETHE.
Nell'ora mestissima in cui il pianeta della luce abbandona la terra, un giovane Greco partito da Atene si approssimava a Corinto, fidente di abbracciare un cittadino a lui affezionato, e per antica amicizia diletto al suo genitore. — I capi di queste due famiglie avevano un giorno solennemente sacramentato di formare dei crescenti loro figli uno sposo e una sposa.
Ma in questi giorni di vicende religiose terranno i padri l'antico contratto? — Il giovane si conserva pagano come i suoi avi, quei da Corinto già sono battezzati, e cristiani. — La nuova fede tronca ogni vincolo di amore e di fedeltà.
Taceva profondamente la casa quando vi giunse il giovane Greco. Il padre e la figlia godevano la soave pace del sonno; — sola vegliava la madre. — Ella lo raccoglie festosa, lo conduce in una cameretta per vaghissimi ornati leggiadra, e prima ch'ei ne chieda, gli appresta sollecita l'aceto, gli pone su la mensa vivanda e vino, quindi cortese augura all'ospite la tranquilla ed avventurosa notte.
Ma nessuno desiderio di cibo o di bevanda prende il giovanetto, che oppresso di stanchezza si abbandona sopra le piume: — appena abbassa le palpebre al sonno, ecco gli si affaccia su la porta un ospite singolare.
Al fioco chiarore della lampada vede avanzarsi nella camera una fanciulla, modestamente silenziosa, vestita di bianco, con un velo bianco sopra la testa, e la fronte cinta da una benda nera tessuta d'oro. — Procedendo lieve lieve per la stanza, allo improvviso si ferma allorchè si accorge del giovane, e atteggiata di maraviglia e di spavento solleva una mano candidissima.
«E sono io,» — esclamava — «sono io tanto straniera in una casa da ignorare quale ospite vi alberghi? — Ah così rinchiusa mi forzano a vivere nella solinga mia cella! Ed ora la vergogna mi assale tutta..... Riposa sul tuo letto, o straniero, e perdona se inconsapevole del tuo arrivo venni a turbare i tuoi sonni. — Io torno veloce allo asilo donde partiva.»
«Oh! rimanti, bella fanciulla,» rispose il giovane balzando dalle piume; — «vedi, qui stanno i doni di Cerere e di Bacco; e tu, fanciulla leggiadra, mi porti amore. — Perchè sei pallida di spavento? — Ti conforta, o desiata; — vieni, e vediamo come lieti ci si mostrino gli Dei.»
«Scostati, giovanetto, e non osare toccarmi; — io più non appartengo alla gioia. — Ahimè! tutto perdei per la stolta superstizione della ottima madre mia quando una infermità la travagliava: — sconsigliata giurava che risanando avrebbe offerto al cielo la mia giovanezza!
La turba gioiosa dogli antichi Numi ha derelitta questa casa. Ora vi regna il silenzio dei sepolcri!.... Ora non più si sagrificano tori od agnelli, ma si domanda il sagrificio di vittime umane.....»
Ansioso la ricerca il giovanetto, ed attento l'ascolta, e libra ogni parola, di cui nessuna gli sfugge dalla mente, ed alla fine prorompe: «Egli è possibile mai che in questo luogo consacrato dal silenzio e dalla solitudine io abbia dinanzi la mia cara fidanzata? Sii mia dunque, eternamente mia; chè la promessa dei nostri padri già impetrava dal cielo la benedizione.»
«Anima bella,» gli rispose la fanciulla amorosa, «tu non puoi conseguirmi: la mia minore sorella ti è destinata. E quando, io sortita a gemere, io vivrò solitaria nella trista mia cella, deh! fra le sue braccia rivolgi un pensiero pietoso verso di me, che ti avrò sempre nella mente e nel cuore; a me, che consumata dall'amore scenderò bentosto dentro la tomba.»
«No: — lo giuro per questa lampada che stringo, e che propizio ne accenna l'Imeneo, tu non sei morta alla gioia, — tu vivi ancora per me. — Meco verrai nella mia casa paterna, — quivi meco trarrai tempo felice: — intanto ti rimani, o desiata, e celebriamo, solleciti, il convito nuziale.»
E si ricambiano i pegni dell'amore. Dona la fanciulla allo amante una catena di oro, ed ei vuole presentarle una tazza di argento ammirabile per lo egregio lavoro; ma ella la ricusa sospirando: — «Ahi! che non è per me! donami invece, ti prego, una ciocca dei tuoi capelli.»
Suona l'ora solenne degli spiriti, e la fanciulla pare che per la prima volta senta la ebbrezza della gioia: con pallide labbra avidamente sorbisce il vino colore di sangue, ma rifiuta il pane che il giovane le presenta.
E poi offrì la tazza allo amante, che bevve con pari ardore: — l'anima di lui ebbra di voluttà domanda in quel convito corrispondenza di affetto. Pur ella si ricusa; ed egli travagliato dalla febbre dell'amore insiste pur sempre, finchè cade affannoso e piangente sul letto.
Trepida gli si accosta, e gli si pone al fianco esclamando con un sospiro: «Oh come il tuo dolore sconforta l'anima mia! Ahimè! se tu ardisci lievemente toccare le mie membra, sentirai con ribrezzo ciò che ti nascondo: — bianca come la neve, ma fredda come ghiaccio è la fanciulla che il tuo cuore si è eletta.»
Vigoroso di amore e di giovanezza egli se la stringe al seno ed esclama: «Non importa; quando anche tu mi venissi dal sepolcro ti scalderò fra le mie braccia.» — Adesso gli aneliti dei loro labbri si confondono: — i baci ai baci! — e nel tripudio di quelle carezze il giovane prorompe: — «Non avvampi? non senti ancora le fiamme del mio cuore?»
Amore li stringe più forte, le lacrime scorrono nella voluttà: — avidissima ella liba le fiamme dalla sua bocca, e i sensi loro confusi sembrano tramutati dall'uno nell'altra. La violenza amorosa riscalda d'insolito fuoco il gelato suo sangue, ma non le palpita il cuore nel seno.
Frattanto pei lunghi corridori tacita si avanza la madre, che per consueta vigilanza domestica percorreva la casa. — Uno strano mormorio la percuote; — si avvicina alla porta, e si pone in ascolto: — ode voci di giubbilo, — voci di lamento, — intende i nomi di sposo e di sposa, — e la frenesia di un delirio voluttuoso. — Rimane immobile alla porta, non ardisce entrare prima di chiarire meglio quanto le sembra.
Nuovamente si pone in ascolto alla porta, e fremendo ode i solenni giuramenti dell'amore, e parole e carezze di affetto; quindi gioconda una voce: — «Silenzio! — il gallo si desta..... giurami tornare la notte ventura;» e un replicare: «lo giuro, addio.» E baci sopra baci.....
Nè più raffrena la genitrice lo sdegno; — apre furente la porta, e: «Chi delle mie schiave ardisce lasciarsi pronta alle voglie dello straniero, che accolgo nel letto ospitale?» — Quindi s'inoltra, e al chiarore della lampada scorge: — o Dio!.... la propria sua figlia.
Tentò premuroso il giovane cuoprire le membra divine della fanciulla con la coltre, col velo, e con la veste: ma ella come uno spirito s'innalza allo improvviso lenta sul letto, e cresce lunghissima.
«Madre! madre mia!» esclama con voce sepolcrale; «m'invidiate voi la notte felice? Perchè mi svellete perfidamente dallo asilo del mio amore? — Ahimè! e devo svegliarmi soltanto al dolore e alla disperazione? Non vi basta di avermi coperta del manto funerale, e di avermi prima del tempo sepolta viva?
Una forza misteriosa di arcano destino mi trasse dall'angusta dimora. — Il canto lamentevole dei vostri Sacerdoti non ha potenza nessuna; — il sale e l'acqua non gelano la giovanezza, nè agghiacciano la Natura. — Nissun potere sopra la terra vale a soffocare l'amore!....
Questo giovane m'imprometteste allorchè sereno brillava il tempio di Venere: — madre, mancaste alla parola; — voi rompeste la fede perchè un voto fallace vi costrinse. Ma non v'è Dio ch'esaudisca la madre che fa giuramento di ricusare la mano già promessa della sua figlia. — Io mi partii dal sepolcro per conseguire il bene di che volevate privarmi; — io venni dal sepolcro per amare l'amante perduto, e per suggere il sangue del suo cuore.....
O giovane leggiadro che appena ho amato, tu non puoi vivere di più: — in questo luogo tu rifinirai. — Per pegno del mio amore io ti ho donato la catena di oro: — meco porto i tuoi capelli. — Mirati attentamente; — tu incanutisti sul mattino, nè ricomparirai bruno fuorchè nell'altro mondo.
Ascolta, madre mia, — ascolta l'ultima preghiera della tua figlia infelice. — Componi un rogo, — apri la mia trista fossa, e concedi l'ossa degli amanti alle fiamme; e quando le faville stridenti sorgeranno, — quando le ceneri saranno roventi, — noi voleremo frettolosi verso gli antichi Dei.»