NOTE:

[1]. Discorso intorno al Sublime di Michelangiolo.

[2]. Pag. X. — Nella Viola del Pensiero: Livorno 1839.

[3]. Pag. Ivi. — Edizione del Vannini: Livorno 1839.

[4]. Pag. Ivi. — Tradotta in tedesco sopra la Rivista Viennese, senza nome di Autore.

[5]. Pag. XII. — Elogio di Cosimo Del Fante.

[6]. Pag. XIII. — Varchi, Storie, lib. 2.

[7]. Pag. XV. — «Per ora le maggiori cure sono state rivolte alla razza pecorina, ed essa le ricompensa largamente; sicchè l’esempio dei più solleciti mandriani stimola gli altri, e le lane son più fini ed abbondanti. Questo rapido perfezionamento si deve all’intelligente munificenza dell’ottimo Leopoldo Secondo: il quale fino dall’anno 1837 fece trasportare, dalle sue signorie di Boemia alla sua privata tenuta della Badiola, un gregge di 230 pecore merine legittime, belle per forme e ricche di finissimo vello. Questo gregge fu destinato a produrre i padri per gl’incrociamenti colle pecore nostrali, e così migliorare le vecchie razze. Quindi i maschi tutti di questo gregge sono stati e donati e venduti per padri alle diverse masserie della Maremma; in specie alla numerosa masseria dell’altra Reale Tenuta dell’Alberese. La riproduzione è stata grande, grande il progresso.

»Già si vedono molte migliaia di pecore meticce di lana perfezionata; già da queste meticce, accoppiate sempre con merine legittime, sono nate pecore che per la loro forma e per la finezza della lana si confondono colle merine legittime; e le vincono in questo, che sono perfettamente acclimatate, e non risentono quindi il minimo danno dall’esser munte e dallo stanziar continuo all’aria aperta in qualunque stagione dell’anno. Così noi possiamo dire che indigena assolutamente è omai questa preziosa razza di pecore, mentre con i ripetuti incrociamenti dei merini con l’antica razza maremmana, se n’è formata una ch’io chiamerai Merina Toscana.

»Intanto che sì gran vantaggio otteneva la razza antica, la stessa razza merina venuta di Boemia era perfezionata. Volendo conservare la legittimità delle merine boeme, per aver sempre montoni di puro sangue da destinarsi agl’incrociamenti, fu saggio consiglio di scegliere ogni anno nel gregge della Badiola gli agnelli e le agnelle di più belle forme, e di vello più fine e più folto, per sostituire nei greggi antichi le morte e le scartate, o per crescersi di numero.

»Con questo sistema, per cinque anni rigorosamente praticato, il gregge della Badiola, numeroso di circa 500 pecore, è giunto ad una bellezza di forme, e ad una perfezione di lana insuperabile.

»Di sì bel resultato dette conferma evidentissima il confronto che si è potuto fare di questo con altro gregge di 150 pecore merine, arrivate dalle stesse signorie di Boemia negli ultimi giorni del novembre 1812. Alcuni pastori di queste merine, che condussero pure le altre nel 1837, hanno dichiarato trovarle molto perfezionate nella finezza della lana e nella bellezza. Le merine boeme hanno sulle cosce e sul collo la lana meno fine; quelle nate alla Badiola sono per tutte le parti del loro corpo di lana uguale in finezza e foltezza.

»Nè debbo tacere che la pastorizia Toscana va debitrice di progressi sì rapidi e di utilità sì grandi al sig. Giovanni Giuggioli, Amministratore Generale dei Reali privati Possessi maremmani di S. A. I. e Reale il Granduca, che di questi (mirabilmente secondando le intenzioni del Munificentissimo Principe) va facendo un modello di possibile e veramente utile miglioramento agrario per la Maremma.»

Memorie economico-statistiche sulle Maremme Toscane. Firenze 1810.

[8]. Pag. XX. — Parini, Educazione.

[9]. Pag. 7. — Non posso astenermi (che mi parrebbe ingratitudine) di confessare come parecchie frasi di questo periodo sieno reminiscenze di un Canto di Francesco Pacchiani; Francesco Pacchiani, natura privilegiatissima che Dio si compiacque ornare dei tesori della più alta intelligenza. In lui era materia da mostrarsi al mondo in un punto Dante e Galileo, e il Pacchiani durante tutta la vita si affaticò a disperdere i doni di Dio. I tempi e i costumi lo guastarono; provò la sventura, ma tardi, e come conseguenza di vita scomposta, non già come persecuzione di animo gagliardo o d’intelletto svegliato. Poco ci avanza di lui, e tra le altre cose il Canto in cui leggiamo le seguenti terzine:

Come aureo industre verme esce di spoglia,

Lucida spoglia ov’ei si fece alato,

Dell’infinito valicò la soglia.

Dalle candide penne ventilato

Spirò dal cinto d’Iri il ciel di Flora

D’ambrosia e d’armonia senso beato.

Pe i medicei laureti udissi allora

Uscir dalle famose arpe commosse

Il suon che gl’immortali anco innamora;

E dall’onda dei numeri percosse

Che destò il ventilar dell’ala bianca,

Detter mie corde, che la man non mosse,

Il suono che dal tempo i nomi affranca,

E l’inno che raccolsi nella mente

Incominciai come persona franca.

[10]. Pag. 14. — Veronica Cybo nacque nel 1611. — Vedi Viani, Memorie di casa Cybo.

[11]. Pag. 21. — Osteria a quei tempi in via dei Pilastri. Vedi Cicalata di Bastiano de’ Rossi. Prose fiorentine, p. 3, v. 2.

[12]. Pag. 22. — L’arte della Seta.

[13]. Pag. ivi. — Vedi Galluzzi, Storia, lib. VI, cap. 8, ediz. di Livorno, tom. VI, p. 26.

[14]. Pag. 30. — Poesie di Francesco Berni, Sonetto 18.

[15]. Pag. 34. — Shakspeare, Macbeth. Atto V, Sc. I.

[16]. Pag. ivi. — Alla battaglia d’Ivry Enrico IV disse queste parole: Ralliez-vous à mon panache blanc: vous le verrez toujours au chemin de l’honneur et de la gloire.

[17]. Pag. 35. — Vedi Revue des Deux Mondes, 1835. — Article Luther, par Mignet.

[18]. Pag. 39. — Furono coniati dal Cellini, e detti così perchè erano la gabella del Barile del vino. Vita di B. Cellini.

[19]. Pag. ivi. — Viani, op. cit., p. 227, v. 37.

[20]. Pag. 41. — Lastri, Osservatore fiorentino, tomo V, p. 101.

[21]. Pag. 42. — Vedi sopra la Revue Britannique, un articolo intorno ai mangiatori di oppio.

[22]. Pag. 43. — Æneid., I.

[23]. Pag. 50. — Grandissimo era in quei tempi l’amor de’ profumi. Il conte Lorenzo Magalotti nelle Lettere 8 e 9 delle scientifiche, riporta, tra le altre notizie, che due cuscinetti di odori giungevano al prezzo di 400 pezze d’oro.

[24]. Pag. ivi. — Buccheri erano vasi di pietra odorosa; i preziosi venivano da Quito, Chily, Guadalakara: i preziosissimi da Natan. Questo odore fu ricercato con fanatismo: somigliava a quello che nella state tramanda la terra riarsa dal sole quando è bagnata. — Questa terra mangiavano perfino ridotta in pastiglie. Oggi l’odore del bucchero è cosa ingrata. In questo modo odori, sapori, opinioni ec. vanno mutando col tempo.

[25]. Pag. 53. — Ferdinando II imperatore, con diploma del 7 febbraio 1625, concesse il titolo d’illustrissimo a Carlo I, principe di Massa, per sè e suoi eredi legittimi nello stato. — Viani, op. cit., p. 44. — Si narra come i popoli esultanti per così sperticato benefizio ricevessero l’ordine d’illuminare spontaneamente le finestre per tre sere di seguito.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.