VII.

Poco innanzi l’alba del secondo giorno di novembre, un debolissimo colpo fu bussato alla porta della villa Salviati. Il fedele valletto, che aveva vegliato tutta la notte oregliando a quella porta, lo intese, e aperse subito, augurando sommesso il buon giorno al suo signore. Questi però non rispose: appoggiato il suo al braccio del servo, prese a salire le scale.

Il valletto a cagione del buio non poteva guardarlo in volto: gli toccò la mano, e la senti bagnata di freddo sudore. Salirono pianamente, e senza dire un fiato penetrarono nella sala, ove da una parte metteva capo il quartiere del duca, e dall’altra quello della duchessa.

All’improvviso si apre fragorosa la porta delle stanze del duca, e quinci esce la duchessa con un doppiere acceso nella destra: era pallida come morta; gli occhi aveva lucidi di fuoco febbrile; vestita di abito nero, co’ capelli sciolti giù per le spalle: pareva lady Macbeth[15] sonnambula pel rimorso de’ commessi delitti: traversò la sala, e andando verso il suo appartamento disse con voci rotte e sinistre:

“Ben venga il signor nostro a darci quelle contentezze che il nostro cuore desidera!”

Il duca levò la faccia. La visione era sparita.