CAPITOLO VIII.
Cause dei successi umani molteplici. La scuola storica italiana è sperimentale: a questa bisogna attenerci. Cariatidi, che sieno e donde ci vengono. Nobiltà, stato e condizioni del conte Gianluigi Fiesco. Calunnie in obbrobrio di lui. Di Catilina, e parallelo tra questo e Gianluigi. Cause vere e finte dell'odio di Gianluigi contro Giannettino Doria. Giannettino Doria e sue qualità. Umori dei cittadini; patrizi, popolo grasso e popolo minuto. Tessitori di Genova. Paolo III e i Farnesi incitatori della congiura del conte Fiesco. Cause di odio dei Farnesi contro lo imperatore e contro Andrea Doria. Negozio della eredità e del vescovo imperiale Doria. — La ruota romana giudica contro Andrea. Andrea piglia al Papa quattro galee a Civitavecchia e quello che ne segue; il Doria per ultimo ottiene intera la eredità del Vescovo. — Cause speciali di nimicizia tra Roma e Carlo V. — Francia, smaniosa di rifarsi, eccita il conte a tentare novità. — Novelle intorno al tempo del proponimento di Gianluigi di tramare la congiura. — Smania d'imitazione del secolo decimosesto. — Dei fini della congiura veri o verosimili. — Il duca di Piacenza vende quattro galee al Fiesco, e a quale scopo: patti della vendita: quale il prezzo delle galee. — Se il Papa sentisse volentieri questo negozio. — Palazzo del Fiesco. — Il Fiesco a Roma s'indetta col cardinale Trivulzio protettore dei Francesi, inverosimiglianza delle capitolazioni fatte tra loro. Supposta consulta tra il Fiesco e il Verrina. — Pretesa consulta di Montobbio. — Chi fosse Giovambattista Verrina; chi Raffaele Sacco; chi Vincenzo Calcagno. — Diploma di nobiltà largito dal carnefice. — Sebastiano Granara e i tessitori genovesi. — Larghezze del Conte al popolo. — Verrina principale autore della congiura. — Se il Sacco fosse uomo codardo. — Quali i complici della congiura rammentati dalla storia e dai ricordi del tempo. — Gianluigi in grazia della gente Doria. — Domanda licenza ad Andrea di mandare in corso una galera e ne ha repulsa, ne richiede Giannettino e l'ottiene. — Il Conte mette gente in città. — Il duca di Piacenza tiene 5000 fanti ai confini pronti a entrare su quel di Genova. Di ciò avuto indizio il duca di Firenze, ne avvisa invano l'Imperatore. — Si esamina se sieno verosimili certi partiti che si suppongono proposti di ammazzare i Doria. — La notte del 2 Gennaio destinata ad eseguire la congiura. — Arti del Fiesco per ingannare Giannettino, e lo inganna. Avvisi del Gonzaga e del Figuerroa al principe Andrea che non gli attende. — Gianluigi visita Andrea infermo, e lo inganna. — Altri avvisi di Giocante Corso, e quello che ne segue. — Gianluigi tentato si schermisce. — Perchè Andrea s'ingannasse a giudicare il conte Fiesco. — Forza di animo del Conte e suo giocare col cavallo sotto i balconi al Doria. — Operosità di Gianluigi; raccomanda la moglie al Panza; ode i rapporti del Calcagno; si acconta col Verrina; manda a invitare gente a cena, vanno e sono chiuse a chiave; suo discorso ai convenuti. Tutti si chiamano parati a seguitarlo tranne due; chi dice tre; vogliono ammazzarli, il Fiesco non lo patisce. — Si presenta alla moglie e le svela la congiura; parole che ha con lei; si parte crucciato; dopo vestite le armi si presenta ai congiurati, che lo accolgono plaudenti. — Si movono, ma prima il Conte torna alla moglie, che non si conforta. Augurii contrarii; singolare insistenza del suo cane. Quale strada ei tenesse. Cornelio piglia la porta dell'Arco; Ottobuono quella di san Tommaso; Gianluigi al ponte dei Cattanei trova la galea incagliata; è tolta d'impaccio; tenta avere la porta della Darsena per frode e non riesce; occupa a forza di arme quella del vino; dalla galea e dalla porta si versa gente in Darsena. — Girolamo spedito a levare a rumore la città. — Le ciurme tentano rompere la catena, la plebe corre a saccheggiare le galee; pericolo estremo; accorre Gianluigi al riparo; passando di galea in galea casca, sopra lui tre soldati a rifascio; muoiono tutti. — Sacco delle galee, galeotti affricani rotta la catena si salvano su la Temperanza invano inseguita da due galee del Mendozza; galeotti servi della pena irrompono in città: orribile tumulto. — Madonna Peretta, desta al rumore, avvisa Giannettino, che, ito a speculare, rimane morto alla porta di san Tommaso; chi lo ammazzasse. — Se Gianluigi bramasse sangue. — Tristizie di mali scrittori per torgli il merito della generosità. — Costanza di animo del vecchio Doria unica; monta a cavallo e arriva a Sestri; lì conosciuta la morte di Giannettino spedisce corrieri a Cosimo duca di Firenze e al Gonzaga vicerè di Milano; poi per mare a Voltri, donde si chiude a Masone. — Taluni patrizii dei più animosi convengono al palazzo; chi fossero; ci si trovò anco lo storico Bonfadio. — Figuerroa oratore di Cesare vuol fuggire, è trattenuto dal Lasagna che lo conduce in palazzo. — Chi fosse il Lasagna e natura della borghesia. — Provvidenza della Signoria; gente mandata a pigliare lingua a san Tommaso percossa e messa in fuga; ripara in casa Centuriona; torna a mettersi in cammino, dalla porta di san Tommaso è respinta malconcia. Il Lomellino preso si libera. — Altre provvidenze della Signoria per difendersi. — Il conte Girolamo a san Siro; gli annunziano la morte del fratello; deliberano egli prosegua la impresa in terra; il Verrina torna alla galea per vigilare il porto, e tenere aperto alla salute uno scampo. — Signoria manda deputati a intendere la mente del Fiesco; atterriti tornano addietro; il Riccio ammazzato allato al cardinale Doria. — Seconda deputazione; corre pericolo essere messa alle coltella; rimane Ettore Fiesco, il quale favellando con Girolamo scopre la morte di Gianluigi; udite le proposte di Girolamo va a riferirne in palazzo. La Signoria ripiglia cuore. Sul giorno Girolamo non vedendo comparire risposta si avvia ad assalire il palazzo, dove capita Paolo Panza: commissione che gli dà la Signoria. Il Panza offre perdono intero ed a tutti, purchè sgombrino dalla città. Girolamo accetta, e si ritira a Montobbio. Verrina, Ottobono e Calcagno su la galea si salvano a Marsiglia. — Fine della congiura. La Signoria manda a richiamare Andrea, che torna in sembianza misericordioso; ma si smentisce presto; vuole il cadavere di Gianluigi appeso alle forche: dissuaso da' suoi, gli nega sepoltura cristiana; lasciato a marcire là dove cadde, dopo due mesi sparisce. — Condoglianze e congratulazioni del Papa e di Pierluigi Farnese; il Doria si allestisce a dimostrare all'uno e all'altro la sua gratitudine. — Trattati tra Agostino Landi e il Doria per ammazzare Pierluigi. Il Farnese e il Gonzaga giocano di scherma per ingannarsi a vicenda, e non fanno frutto. — Lo Imperatore manda il Mendozza per condolersi col Doria, e fintamente anco egli. — Provvisioni di Cosimo duca di Firenze per soccorrere il Doria, le quali furono sincere perchè gli scottava ogni moto per la libertà vera o finta che fosse. Danni del Doria; piglia danari in accatto da Adamo Centurioni; prepone Marco figliuolo di Adamo alla condotta dell'armata. Quanta parte delle spoglie dei Fieschi si appropriasse Andrea; e quanta il duca Farnese e quanta il Papa. Singolare offerta di un Giulio Landi. Ogni rimanente sostanza di Gianluigi Fiesco va divisa fra la repubblica di Genova, Antonio e Agostino Doria ed Ettore Fiesco. Lo Imperatore ripiglia Pontremoli. Valditaro, prezzo di sangue, all'ultimo tocca ad Agostino Landi. La tradizione sola indica il luogo dove sorgeva il palazzo di Vialata. — Il conte Girolamo munisce Montobbio e vi convengono per le difese Verrina e Calcagno. Andrea insta perchè al Fiesco, e agli aderenti suoi, non si osservi la fede e non l'ottiene. — Proponesi dal Senato a Gerolamo Fiesco la cessione di Montobbio per cinquantamila scudi, che viene rifiutata; allora si dichiara la guerra. Assedio ed espugnazione di Varese e di Cariseto; il castellano Nicelli notte tempo scampò co' terrazzani e i soldati. Provvisioni grosse per la guerra; quali li ufficiali eletti; timori del Senato genovese. Si descrive Montobbio; l'assedio va male; si pende a smetterlo, ma la morte di Francesco I re di Francia, e i soccorsi di Firenze e di Milano confermano gli animi; si ripiglia l'assedio; estreme fortune degli assediati; ributtansi i patti. Nuovo esempio di che sappia la protezione dei reali di Francia. — Gli assediati si arrendono. — Strage per impeto e sono le meno infami. — Ragioni per mettere fine al sangue; lettera pietosissima di suora Angiola Caterina Fiesco. — Il Figuerroa oratore di Cesare sollecita dal Senato lo sterminio del Fiesco e degli aderenti suoi, e la spunta. S'instituisce come si suole un infame simulacro di processo; i condannati si appellano; i giudici domandano al Senato, che cosa si abbiano a fare, e il Senato spedisce la risposta col boia. Girolamo Fiesco e Giovambattista Verrina hanno il capo mozzo; il Cangialanza è impiccato. Di Cornelio Fiesco ignorasi il fine. Unico risparmiato dalla fortuna nemica Scipione Fiesco. — Ottobuono Fiesco è preso a Porto Ercole; consegnasi al Doria, il quale lo fa mazzerare. — Infamia di scrittori. — Ritratto del Doria in sembianza di percotere un gatto e perchè. — Immaginazioni di romanzieri e di poeti intorno alla Leonora Cybo moglie di Gianluigi Fiesco: sposa in seconde nozze Chiappino Vitelli soldato di Cosimo duca di Firenze; alloga danaro a interesse sul banco di San Giorgio. — Se la congiura di Gianluigi potesse riuscire; cause per le quali gli scrittori parziali al Doria negano; si esaminano queste cause e si confutano; primo a balenare nell'amicizia verso il Doria sventurato fu l'imperatore Carlo V. Amicizia di re che valga; ragione di Stato, che sia, e quello che diventi l'anima dei principi ai fieri rudimenti di questa.
Raro o non mai la causa degli accidenti comparisce unica e semplice: per lo contrario noi li vediamo derivare ordinariamente da cause multiformi e complesse di cui talune lasciano traccia, ed altre no, o perchè la si perde, o perchè sia incapace di segno sensibile; le prime si conoscono meglio dai presenti come più materiali, le seconde per avventura meglio dai posteri, imperciocchè spettando più al giudizio, questo cammina quasi sicuro, quando gli effetti appaiono nella massima parte, od in tutto compiti. Però, a fine che la fantasia non usurpi il campo della speculazione storica, tu farai di raccogliere con molto studio i fatti, cernirli, e t'industrierai a operare sì che il giudizio assai da vicino gli ormeggi non tanto per le considerazioni, che spillano, per così dire, dalle loro viscere, quanto per le altre, le quali nascono dal confronto di fatti di natura conforme. Ai giorni nostri s'industriarono parecchi surrogare alla scuola sperimentale italiana, con titolo ambizioso, una maniera di scienza, che non è propriamente metafisica, nè poesia, e che tuttavolta guasta ad un punto metafisica, storia e poesia; ed abusando costei della facoltà che possiede chiunque viene dopo di stendere la vista sul passato cavandone concetti generali, s'inerpica a suo mo' su per le cime degli arbori stampandoti astrattezze singolari e strane che annunzia al mondo col titolo di sistemi.
I padri di questa maniera portati, innamorandosene come suole oltre al giusto, si danno per la storia in cerca di fatti, che trovati poi sottopongono a sostegno dei mostruosi edifizi a modo di cariatidi[9] con iscapito inestimabile così della verità delle cose come del giudizio degli uomini. A noi, cui siffatta scuola non piacque mai, e parci a dritto, recheremo la storia della congiura di Gianluigi Fiesco, e delle cause che la generarono, col metodo appreso dai nostri maestri d'Italia.
Il conte Gianluigi Fiesco, nato di nobilissima stirpe, contava nel millecinquecentoquarantasette venticinque anni, bello era e biondo, di poca barba, e di aspetto gentile; gli fu padre Sinibaldo, mostratosi sempre, mentrechè visse, assai parziale al principe Andrea, o perchè veramente lo amasse, o perchè, così fingendo, gli paresse provvedere meglio alla sicurezza ed alle comodità sue; difatti corre fama credibile, che lo imperatore Carlo pei conforti di Andrea, lo investisse, o piuttosto lo facesse investire dal duca di Milano, del feudo di Pontremoli per fellonia del conte di Noceto ricaduto alla camera imperiale: però i suoi maggiori seguitarono sempre co' Grimaldi parte guelfa, e fieramente furono avversi al Doria ed agli Spinola perpetui ghibellini; nè senza ragione, come non senza pro, imperciocchè la casa Fiesca noverasse ben quattrocento mitrati tra vescovi e arcivescovi, parecchi cardinali e due papi, nè, a crescerne la superbia, mancavano fregi laicali, chè si faceva vanto di aver dato alla Sicilia anco un re. Lo stato del giovane conte, non tanto da costituirlo principe di corona, pure era superiore a quello che a privato cittadino convenga; di vero egli è certo che esercitasse dominio baronale sopra trentadue o trentatrè castella la più parte munite di rocche e di artiglierie: attorno a Genova possedeva terre dalla Polcevera fino a Sestri e a Moneglia; poi in Lunigiana, poi in Lombardia; sudditi molti; rendita infinita[10]. Fra le tristi condizioni questa sperimentiamo pessima come quella che, facendoti impaziente della civile uguaglianza, ti spinge all'acre voluttà del dominio, massime poi, se altri si attenti accenderti con l'emulazioni e i soprusi. Nato a questo modo e cresciuto Gianluigi, agevole cosa è credere, che fumasse di superbia, la quale, dicono con molto fondamento di verità, venisse in lui fomentata dalla madre Maria, dacchè anch'ella nacque e crebbe tra fasti pari, forse maggiori, come quella che usciva di casa della Rovere, onde si trovava a partecipare della grandigia di due famiglie magnatizie, nè la modestia era mai stata il pregio di quella della Rovere. Quali i modi, e quali le parole adoperate da cotesta femmina per serpentare il figliuolo noi ignoriamo; pure a immaginarseli facile, che le passioni, quantunque con forme più o meno rudi, si manifestino in ogni tempo tutte ad un modo. Riferiscono altresì che il giovane conte, anco senza pungolo, sarebbe stato portato a immanità, però che molto si dilettasse nella lettura della Catilinaria di Sallustio, della vita di Nerone dettata da Svetonio, e delle opere di Niccolò Machiavello; ma tu abbi queste accuse in conto di novelle, che i vili seguaci della fortuna prodigano sempre in biasimo dei vinti: se il Fiesco restava di sopra, chi sa di quanto improperio andrebbe gravata la memoria di Andrea, e per opera di quei dessi! Nè queste le sole, chè gli furono cortesi del moto irrequieto, e del torbido sguardo di Catilina, e miseria, e libidine come a Catilina spinta fino al delitto. Anco Catilina fu vinto; e il vitupero di lui, non la storia scrissero i patrizi suoi nemici: però così di fuga, circa a Catilina meritano considerazione queste due cose: ch'egli morì in battaglia da eroe, e che la repubblica romana quinci a breve ruinò pei vizii di quei medesimi, che a Catilina gli rinfacciavano.
Comunque fosse di Catilina, troppo dista il romano dal patrizio genovese; e fie utile a chi legge, caro a noi, mettere qui un breve parallelo, scritto sopra le traccie di Jacobo Campanaccio, uomo non volgare, nè timido amico della verità, il quale, composto un libro di questa congiura, lo dedicò a Ferdinando Gonzaga. Lucio Sergio Catilina, e Gianluigi Fiesco sortirono inclito sangue: di ambizione, e di audacia pari; a prevalersi della discordia dei cittadini, industriosissimi entrambi: in ambedue si videro di non poca virtù mirabili segni: ancora, l'uno e l'altro nello studio di conciliarsi gli animi col facile costume, coll'ossequio, co' benefizii e coi doni, singolari. Nelle cause del fare diversi, chè mosse, a quanto sembra, Catilina la povertà del censo, e quantunque conoscesse scelleraggine, niente altro che scelleraggine essere la sua, nondimanco si ostinò a commetterla; spinsero all'opposto il conte Fiesco la invidia, la emulazione, l'alterigia propria, la impazienza dell'alterigia altrui, la cupidità di gloria: forse altre cause incognite sì, ma non ignobili, le quali tutte ebbero virtù d'impartire al delitto specie di generosità. Ecci altresì chi afferma le angustie di pecunia avere fatto forza al Conte, il Bonfadio tra questi; ma come non fu vero, così non è verosimile; conciossiachè stando anco a quello che dicono, essere il suo patrimonio gravato di ventimila scudi di debito, che cosa montano essi per chi possiede trentatrè castella? Nè torre danaro in presto denota sempre inopia, bensì talvolta bisogno di sopperire a spesa non presagita e straordinaria, ed abbiamo veduto Andrea stesso accattarne dal Centurione, da Erasmo Doria, dal Pallavicino, e da altri. Come nelle cause, se vuolsi favellare il vero, nelle forme e nei modi furono disuguali Catilina e il Fiesco; il primo per aggrondatura terribile, e per occhi chiazzati di sangue, pallido in faccia, e stravolto sempre; l'altro di aspetto giocondo, piacevole, dignitoso ad un punto e venusto. Catilina anco prima della congiura infame per libidini e delitti, anzi reputato vesano; Gianluigi al contrario sariasi in ogni tempo tenuto incolpevole, in mezzo poi al tempo in cui visse, santissimo, però che non sia vero, e non si trovi scritto su verun libro ch'egli amoreggiasse, come fingono romanzieri e tragedi, con la sorella di Giannettino, ed invece ci trovi la moglie Leonora gli fosse sommamente diletta. Catilina ebbe usanza con uomini rotti a mal fare e perduti, e questi a tutti gli altri antepose; diverso il Fiesco scelse alla opera compagni cuori di salda fede, e nello amore di patria forse più sinceri di lui. Il Fiesco giovane supera Catilina attempato nella callidità, nello ingegno, e nella costanza, avendo saputo con sagacia stupenda allestire le forze della moltitudine, e mantenere la segretezza, difficile eziandio nei pochi, per modo che anco Cicerone ne sarebbe stato preso; però che, se vogliamo giudicare senza passione, a scoprire la trama di Catilina troppo più contribuiva la insania di lui, che la solerzia del Consolo. Catilina giacque vinto dagli uomini, Gianluigi dalla fortuna: per ultimo Catilina prese le armi contro la patria, il Conte forse per sè, ma contro la patria non mai.
In quei dì corse il grido e Gianluigi ci credè, o finse crederci, e forse artatamente fece spargerlo egli stesso, che Giannettino Doria gl'insidiasse la vita, avendo procurato parecchie volte propinargli il veleno, e poichè in questo non era riuscito, avere, per ultimo, commesso al capitano Lercaro, che, appena chiudesse gli occhi Andrea, lo ammazzasse. Non ci era bisogno di tanto perchè Gianluigi pigliasse in odio Giannettino, comparendo anco questi giovane, e bello, quantunque di bellezza affatto disforme a quella del Conte, ch'ebbe persona robusta, capelli neri, occhi grandi ed azzurri, e nella faccia più espressione d'imperio, che di bontà; tristo veramente non era, senonchè l'abitudine del comando gli aveva dato modi risoluti troppo ed acerbi: di sè presumeva molto, nè a torto, che per le prove sostenute in terra e in mare era dagli amici del pari, che dai nemici tenuto degno di succedere ad Andrea, non senza fiducia, che lo avesse a superare, e già egli lo aveva eletto suo luogotenente: quanto allo Imperatore, non era dubbio che, morto Andrea, gli conferirebbe titolo e grado di ammiraglio.
Quindi comparirà naturale come il Conte sentisse accendersi in cuor suo il desiderio di emularlo, non gli sembrando essere, e non essendo punto sotto di lui per istato, e per attitudine a operare cose illustri. Negli uomini meccanici e bisognosi, la gara nasce per la soddisfazione dei volgari appetiti della vita, nei gentili poi e nei ricchi, per cupidità di gloria e di comando; onde gli Stati, se intendono godere pace, bisogna che, non solo non chiudano, bensì all'opposto procurino tenere sempre aperte le strade ai cittadini per lo esercizio delle peculiari loro ambizioni; altrimenti la gara impedita degenera in invidia, e le forze dei privati in contesa fra loro, invece di aumentare la patria, ne perturbano il quieto vivere, le industrie e i commerci, e coll'offenderne le leggi, e soperchiarne i magistrati, la spingono a inevitabile perdizione. Arrogi che Andrea, procedendo sempre con vesti dimesse, non si mostrando per le vie con maggiore compagnia, che di un servo, professandosi in palese osservantissimo della legge, poteva gettare a molti polvere negli occhi, non però a tutti; chè non mancavano di quelli, che i modi suoi co' modi di Cosimo il vecchio dei Medici paragonassero, e sapessero com'ei di nascosto allungasse le mani sopra le leggi e sopra i magistrati, lento e cauto gettando le fondamenta della grandezza della propria famiglia; senonchè Giannettino veniva talora a guastargli i disegni con le iattanze soldatesche, e le improntitudini proprie dei guastati dalla fortuna; che per le vie passava rumoroso pel codazzo di una turba di staffieri: il nugolo dei parasiti, e degli adulatori, com'è da credersi, non lo lasciava un momento; egli splendido di vesti sfoggiate, orgoglioso, insultante, ed anco a sprazzi benefico; ma gli oltraggi nocevangli, e non lo avvantaggiavano i doni, perchè balestrati là come se fossero sassate; nè cotesti modi incivili recavano molestia agli emuli ed ai pacifici cittadini soltanto, bensì ancora agli stessi amorevoli della casa Doria, i quali, pensosi delle proprie fortune, ed anco di quelle della patria, ne avvisarono Andrea, che, secondo il solito dei vecchi, si metteva in quattro a difendere Giannettino a lui più caro delle pupille degli occhi.
Nè la città pativa difetto di pessimi umori; all'opposto ce n'era di avanzo; oltre la domestica tirannide minacciata da Giannettino, quel sentirsi di dì in dì stretta maggiormente dagli ugnoli dell'aquila imperiale, tornava a molti fuori di misura fastidioso. La spartizione dell'autorità dello Stato si trovava a fin di conto essersi fatta tra nobili e nobili, e fra questi anco in misura non giusta, per guisa che i vecchi del portico di San Pietro, soperchiando in virtù della legge i nuovi del portico di San Luca, questi, di quanto tolsero loro le leggi, si erano rifatti a furia di brogli, donde gozzaie presenti, con pericolo di peggio per lo avvenire: il popolo minuto brontolava, imperciocchè egli volentieri si astenga dalle magistrature per elezione, sentendosene incapace, ma non intenda a verun patto rimanerne escluso per legge. Unico contento il popolo grasso, o vogliamo dire i mercanti, ellera degli Stati, dacchè come l'ellera rompe i muri al punto medesimo che li sorregge, così i mercanti, mantenendo lo Stato co' guadagni, lo rovinano con la viltà; nè può negarsi da cui abbia pratica della storia, insegnandogli questa, che se i patrizi nuocono con l'emulazioni, il popolo coi tumulti, dei mercanti sia proprio vizio la viltà; a tutto si accomodano purchè i guadagni camminino: nell'abbondanza vendono molto, nella penuria caro; alla prosperità forniscono delizie, alla moría bare. La tirannide che li conosce, quando ha paura, tocca certi tasti di ordine, e di disordine, che mandano a bene o a male i traffici, e i mercanti per paura inferociscono, facendo mostra di valore per la tutela dei fondachi, mentre per la patria non si moverebbero quanto hanno lungo il braccio. Anco nelle altre classi del consorzio civile occorrono abietti, i mercanti quasi tutti servi volontari della gleba.
Accortezza, e forse anco spavento persuasero dopo la congiura a far correre voce, che dei nobili veruno s'indettasse col Conte a caso pensato, fossero tutti stati colti alla sprovvista: si tentò, che altri credesse similmente del popolo con poco frutto; chè troppo si conobbe essere andato d'accordo, però che oltre le cagioni addotte lo stimolasse la fame, precipuo incentivo a novità, ed, a quei tempi, infiniti gli operai stanziati in Genova: affermano gli storici quelli della sola arte dei tessitori fossero trentamila, e mi pare troppo: capo del popolo Giovambattista Verrina, uomo del quale, a vero dire, non sappiamo molto, ma che i pochi fatti chiariscono anima antica, e lo stesso biasimo a forza onesto dei suoi nemici ce lo attestano intemerato cittadino; egli perpetuo eculeo ai fianchi del Fiesco, o sia perchè entrambi si proponessero scopo e pratiche pari, o come credo piuttosto, d'accordo nelle pratiche, differissero, almeno nel riposto animo, sopra i fini della impresa.
Questi gl'impulsi proprii e domestici; gli esterni non che mancassero abbondavano; prima di tutti instavano il Papa, e i Farnesi, e questi, non tanto per odio contro lo Imperatore, quanto contro Andrea; taluno nega che Paolo III partecipasse alla congiura, ma la è cosa, che non si può negare: i Farnesi odiavano Andrea, perchè Cesare, conferendo con esso lui i negozii di Stato, massime d'Italia, egli gli avesse persuaso a tenersi Milano, e caso mai si trovasse costretto a disfarsene, ne investisse il genero Ottavio, occupando però con forte presidio i castelli di Milano, e di Cremona: non mancano neppure di quelli che disdicono fosse desiderio del Papa di acquistare Milano, e per conseguente la causa dell'odio contro il Doria, ma e' sono prelati quelli che lo sostengono, ed attendenti alla Curia romana, come Apollonio Filareto, il cardinale Pallavicino, ed altri siffatti; pure anco il Pallavicino accorda che nel congresso di Busseto, il Papa, poichè ebbe negoziato invano per ottenere che Cesare restituisse il ducato alla Francia, s'industriò a farlo cedere al nipote Ottavio, e Margherita di Austria, la quale avvisata in fretta, corse fin là per sollecitare la pratica; forse la sgaravano, se Ferdinando Gonzaga, odiatore perpetuo dei Farnesi i quali lo ricambiavano a misura di carbone, trovandocisi a caso presente non avesse sturbato il trattato. La storia dei fatti chiarirà meglio il vero; intanto si tenga per certo che nei tempi, giusta la comune opinione, furono reputati i Farnesi partecipi e istigatori del Fiesco: i ministri di Cesare lo rinfacciarono apertamente a Cammillo Orsini dopo la strage di Pierluigi, quasi ad ammonirlo, che l'uomo, qual semina, tal raccoglie. Oltre questa che ho detto, tra i Farnesi e il Doria ci fu un'altra causa di dissidio, meno grave in sè, ma che s'inciprignì per le offese scambievoli: era morto poco prima monsignore Imperiale Doria vescovo di Sagona in Corsica, e abbate di San Fruttuoso, ricco, tra le altre sostanze, di molta rendita per pecunia investita nel reame di Napoli: certo i suoi denari non erano pochi, ma la fama, come suole, esagerava; però non è da dirsi se la Curia ci stendesse sopra in un attimo le mani; Andrea, che corsaro era e genovese, epperò in verbo quattrini punto meno tenero di Roma, chiese gli si rendessero gli averi del Vescovo, e tutti, e subito. Allora la Curia romana, almanaccando secondo il solito, sottopose la lite alla sacra Ruota di Roma; Andrea, persuaso che sarebbe stato un contare le sue ragioni peggio che agli sbirri, non ci comparve nè manco: infatti i giudici romani decisero in pro del Papa invocato il santissimo nome di Dio, e in omaggio della giustizia. Andrea ricorse in appello dinanzi ad altri giudici, e lo fece mandando Giannettino a Civitavecchia a ghermire quattro galee del Papa, e rimorchiarle a Genova: e sottosopra, con giudici diversi, fu giustizia pari. I Genovesi più o meno sbrizzolati sempre di pinzochero levandone al cielo le stimate, si accalcarono intorno Andrea per sapere come fosse ita la faccenda; egli rispose: — L'andò pei suoi piedi, il Papa leva la mia roba a me, ed io levo la sua a lui; egli che è più forte di me a Roma mi dà il torto co' suoi giudici, ed io che mi trovo più forte di lui in mare, mi fo ragione co' miei soldati. — Però al Papa sovveniva un altro partito a cui non aveva posto mente il Doria, e questo fu di catturare quanti Genovesi si trovarono allora a Roma, e di staggirne gli averi. Levossene per Genova infinito rumore, onde al Doria reluttante toccò a cedere, e lo fece a patto che nel restituire le galee si accordasse di sottoporre la lite a' giudici convenuti tra le parti. Intanto Roma aveva chiarito la eredità del Vescovo Imperiale minore della fama, e per di più grave di molti carichi destinati a sollievo di parenti poveri. Il Mascardo prelato afferma, che il cardinale Farnese la offerisse al Doria quando che volesse accettarla in dono da lui; e non è vero; il Sigonio al contrario narra, che il Cardinale gli proponesse di fare a mezzo (probabilmente quando era sicuro di perdere l'intero) e questo arieggia meglio all'avarizia di Roma; ma Andrea fermo; o tutto o niente. Delegata la causa al Nunzio di Napoli, questi per manco di scandolo, la decise in via sommaria a favore di Andrea.
Milano negato al Papa era causa di odio comune contro Cesare e Andrea; lo spoglio del Vescovo di Sagona causa peculiare al Doria, ma Paolo III ne aveva altre speciali contro lo Imperatore, per cui intendeva tenerlo basso non solo a offesa, quanto a schermo della sua prepotenza: lungo troppo raccontarle tutte, bastino queste più cocenti. Carlo V aveva percosso di fiere battiture i Luterani, ma piuttosto in pro della propria autorità, che per interesse di Roma, alla quale egli non gli costringeva umiliarsi, o almeno quanto pretendeva la Curia; non recava minore cruccio vedere come i prelati spagnuoli, rigidissimi in fatto di religione, avversassero a spada tratta le prerogative della Chiesa nel Concilio di Trento. I Papi, da molto tempo in qua, non hanno saputo stare con l'Austria nè senza l'Austria; gli unisce il talento e il bisogno di opprimere, li separa l'agonia di soperchiarsi.
Chiunque consideri lo struggimento dei Francesi a pigliare la roba altrui, oggi ridotti a cedere la propria, o piuttosto, che reputavano tale; e pensi all'odio antico, all'orgoglio umiliato di Francesco re, che le buone qualità e le ree di cotesto popolo in sè raccolse tutte in modo eccessivo, crederà di lieve, che giornaliere, e focose dovessero venire a Gianluigi le istigazioni di Francia per isturbare in Italia le faccende dell'Imperatore: certo era fresca la pace di Crepy, ma tu non andrai errato se immagini, che il re di Francia, mentre intingeva la penna nel calamaio per segnarla, mulinava il modo di romperla. Narrano parecchi come Gianluigi, tuttavia adolescente, gli si profferisse, ed in prova di ciò allegano, che quando Cesare Fregoso fu morto nel Po, il marchese Davalos, tra le altre scritture di Cesare, trovasse un memoriale di mano del Fiesco sottoscritto da parecchi cittadini genovesi, col quale si dichiaravano parati a tentare cose nuove in benefizio del Re; nè il Marchese mancava di mandare le carte al Doria, ammonendolo di tenere la barba sopra la spalla, ma questi gittava il memoriale sul fuoco reputandolo affatto immeritevole di fede e falso, imperciocchè, anco messi da parte la età novella del Fiesco, la indole mansueta, l'affetto, ch'egli doveva portargli come a suo tutore, la reverenza a Cesare, non era da supporsi ch'ei volesse commettersi in balía del Fregoso, vecchio nemico di casa sua, tra le famiglie dei quali erano occorse sempre offese, ed uccisioni, anzi perfino un Fiesco, colpa di un Fregoso, fu tratto già per Genova a coda di cavallo, morte non meno salvatica, che infame: onde spedì lettere al Davalos che del tutto deponesse il sospetto, e si guardasse dal disservire il suo pupillo Gianluigi presso lo Imperatore, e quegli, per contentare l'amico gliel promise, pur tuttavia nel riscrivergli avvertendolo, che se ne pentirebbe.
Novelle tutte, messe fuori per piaggiare, per colorire le calunnie, ed anco per istudio d'imitazione degli antichi, febbre del secolo di cui scriviamo: allora, più che avanzarsi col proprio ingegno, parve bello saccheggiare l'altrui, e comparire scrittori piuttosto eruditi che originali: facile però ravvisare in questo la traccia di Silla, che presente Cesare giovanetto diventerebbe adulto peggiore di due Marii, e ai prieghi altrui non lo uccide, e di Marcello che a Nola, invece di mettere le mani addosso a Lucio Banzio, volle con parole accorte, e co' benefizi amicarsi cotesto ferocissimo; aggiungono altresì che Andrea imitasse Marcello nell'arsione della lista dei congiurati, ma sbagliano, conciossiachè Tito Livio, nel libro terzo della Deca terza, testimoni come Marcello, invece di trascurare la lettura dei nomi dei traditori, ributtato Annibale ne facesse diligente inquisizione mandandone poi meglio di sessanta sotto la scure. Or ora esporremo come il concetto della congiura, di mano in mano, sorgesse nell'animo del Fiesco, quanto dondolasse, e quali argomenti ce lo confermassero: intanto le cose discorse intorno al memoriale rinvenuto addosso al Fregoso abbiansi per invecerie: sta fermo, che la barca dov'erano le carte del Fregoso e del Rincone potè riparare a Piacenza, mandando delusa la brama del marchese assassino.
Altri, dissero, contribuirono a dare la pinta a Gianluigi e può essere, come Renata di Francia duchessa di Ferrara, Piero Strozzi, Pierluca Fiesco, Cangino Gonzaga e degli altri si tace; certo quanti seguivano le parti di Francia e quelle dello Impero avversavano, non avranno fatto a risparmio di aizzamenti con Pierluigi e con altri per ispingerli a opere utili alla propria fazione, dannose alla nemica.
Esposte le cause, ragione vorrebbe che io discorressi dei fini o veri o verosimili, che il Conte si propose nella impresa zarosa; i primi rimasero sepolti nel suo petto, che di questa maniera disegni non si mettono in carta: intorno ai secondi, oltre quelli che adombrammo nel favellare delle cause impellenti l'animo del Conte, e' pare che lo movessero l'ambizione di costituirsi signore della città dove si sentiva vassallo; indole maligna, epperò prona alla vendetta non sembra che lo sforzasse, e questo chiarirà la storia; forse lo indusse desiderio di riformare lo Stato con migliore fondamento di giustizia, ma ciò non è certo, a ogni modo con pari imparzialità possiamo affermare sicuro, ch'egli intendesse distribuire meglio gli uffici e lo esercizio del potere tra i nobili del portico nuovo e quelli del portico vecchio, che la cosa condotta a cotesti termini non poteva durare: se, e quanto avrebbe messo la plebe a parte del reggimento non ci è dato accertare: senza dubbio di lusingherie ei non faceva a spilluzzico col popolo, ma questo, secondo il consueto, chi più divisa opprimere più blandisce, e i patrizi, agitati dall'uzzolo di prepotere, costumano sempre, e non di rado pur troppo anco quelli che pure escono dalle viscere del popolo. Però è da credersi che s'egli se ne dimenticava, del popolo si sarebbe ricordato il Verrina. Questo dentro; di fuori non avrebbe potuto per avventura fare altro, che mutare soma alla patria, e di spagnuola renderla francese, e quindi difficile a giudicarsi se di tutto quel tafferuglio la carne valesse il giunco; pure a danni saremmo andati giù di lì; soprusi avrebbero patito maggiori; il guadagno poteva ridursi nella voltabilità dei Francesi, e nel tedio in cui cadono presso loro le cose, che hanno con più ardente brama appetito, mentre la mano dello spagnuolo sembra una grappa di ferro murata sopra le cose che piglia: però essendo Gianluigi di spiriti alteri, e come giovane pieno di baldanza e di cupidità di gloria, fie razionale supporre, che avrebbe colto tutte le congiunture per procurarsi stato e mutare, potendo, anco le condizioni d'Italia: — La quale anco a cotesti tempi fu opera disperata unicamente e di vili: possibile agli animosi se, posponendo il proprio interesse alla Patria, avesse messo a repentaglio per lei gli averi e la vita; e ciò chiariremo con prove in mano più tardi.
Non sarà troppo arrisicato accertare, che Guglielmo di Bellay, oratore di Francia presso il Senato di Genova, tentando ogni via per nocere allo Stato che l'ospitava (officio a simile razza di gente allora e poi ordinario), commise a Pierluca Fiesco consorte di Gianluigi di dare nelle buche intorno a lui per iscoprire paese; costui avendo conosciuto, che nel terreno tentato entrava non che la vanga anco il manico, tirò innanzi la pratica, e su quel subito venne conchiuso, che Gianluigi si avesse a recare fino a Piacenza dal duca Pierluigi Farnese dove avrebbe inteso il resto; e il Conte andò, parandosegli innanzi giusta causa a colorire il viaggio, qual era quella di rendergli omaggio, per le castella di Calestano, e di Borgo di Val di Taro, il quale, comecchè fosse feudo imperiale, pure dipendeva dal Duca per trovarsi sul Piacentino: negoziando insieme il Duca e il Conte, per dare a questo plausibile copertura di assoldare fanti e raunarli a Genova senza sospetto altrui, si accordarono che il primo venderebbe al secondo le quattro galee ch'egli teneva, o figurava tenere agli stipendii del Papa; però Gianluigi, procedendo col calzare di piombo, volle presentirne Andrea, a cui disse che senza il suo consenso non avrebbe mosso foglia; della quale cosa assai si compiacque il vecchio, molto confortandolo a farlo, però che, torre cotesti legni di mano a gente nemica, da un lato non gli paresse che bene, e dall'altro pensava, che una via per isfogare il giovanile rigoglio bisognava aprire a Gianluigi: così egli a cui non era dato penetrare nel cupo animo del Conte; ma Paolo Panza suo maestro, che ci leggeva aperto, consultato all'uopo dissuase il trattato, ma senza prò. Il prezzo delle galee chiarisce in parte lo scopo dello acquisto, poichè oggi si conoscono i patti di cotesto contratto stipulato a Piacenza il 23 Ottobre 1545 i quali sono: per le quattro galee chiamate la Capitana, la Padrona, la Vittoria, e la Caterina paghi il Conte trentaquattromila scudi d'oro; un terzo subito: un terzo per Pasqua di Natale del 1546: il saldo al medesimo termine dell'anno successivo; in guarentia del pagamento s'ipotecava il castello di Calestano.
Ora, da quanto occorre scritto nei ricordi dei tempi, si giudica che una galea valesse ad un bel circa ventimila scudi; di fatti il Brantôme racconta come si trovasse presente a Malta, quando certo signore de la Rone gentil soldatino di Poitiers, giocatore per la vita, vinse di un tratto a Giovannandrea nipote adottivo del principe Doria diecimila scudi di oro; della qual cosa stizzito Giovannandrea propose di giocarsi una galea di contro a ventimila scudi di oro, e il soldatino accettò, senonchè l'altro, soprastato alquanto, non ne volle fare nulla: — perchè, egli disse, io non vorrei che questo soldato di ventura, dopo avermi guadagnato la galea, andasse vantandosi in Francia avermela vinta con altro, che con le carte. — Anco Cammillo Porzio, avendo occasione sulle sue storie di notare la compra delle galee di Pierluigi fatta dal Fiesco, la chiama grandissimo mercato. Donde non parrà strano tenere, che, senza un secondo fine, il duca di Piacenza s'inducesse a scapitare in quel negozio un quarantaseimila ducati almanco.
Dall'essere state da Andrea staggite coteste galee al Papa, taluno credè argomentare che le non appartenessero al duca Pierluigi, ma fu mala prova, dacchè, volendo Andrea ricattarsi a ogni patto per via di rappresaglia, non istette a guardarla tanto pel sottile; gli giovava credere, che il padre facesse col figliuolo tutta una borsa e così credè. Paolo III sofferse acerbamente l'alienazione delle galere, più che per altro, a causa della consueta avarizia dei preti la quale s'industria a guadagnare sempre a man salva senza arrisicare mai nulla, e ne rimangono testimonianze storiche; tra le altre basti la lettera scritta dal cardinale Farnese al Duca suo padre il nove gennaio 1546, dove si dichiara, quando possa rompersi il contratto col conte Fiesco, l'animo di Sua Santità essere inclinato a compiacerne Lione Strozzi, o meglio l'arcivescovo Santi, il quale, oltre all'offerirne più giusto prezzo, aveva sborsato cinquemila scudi di caparra; ma poi il Papa, fatto capace della cosa, si acquietò; e quando poco dopo Gianluigi trasse a Roma a fine di presentargli il fratello Girolamo per capitano delle galee, di cui tre lasciò al soldo della Chiesa, una si tenne per lui, e da quella via per baciargli i piedi, lo accolse alla grande, così persuadendogli la indole sua fastosa, e la memoria della magnificenza con la quale il padre Sinibaldo lo aveva per lo addietro ospitato nel suo palazzo di Violà.
E adesso dov'è ito questo palazzo di cui il Bonfadio scrive, che soprastando a Genova pareva, che ne domandasse il principato? Invano tu ne cercheresti la traccia: tuttavolta, se il Bonfadio non avesse con mal suo pro' dato a pigione anima e penna, avrebbe potuto riflettere che se il palazzo del Doria posto in bassissimo livello su la estrema sponda del mare non domandava il dominio della città, egli era perchè già lo teneva. Questo palazzo di cui non fu lasciato pietra sopra pietra, illustre per tante memorie, ornato di ogni maniera di spoglie, famoso per le immagini di numero infinito di personaggi per dottrina o per prodezza eccellenti, sorgeva sul poggio di Carignano a manca di cui guarda la basilica dell'Assunta, da un lato ha il mare, dall'altro la valle del Bisagno, a oriente la costa si stende sino a Portofino, a occidente di promontorio in promontorio tocca l'estremo capo di Noli. Con molti e diversi nomi lo troverai appellato dagli storici, come Violato, Violà, Violacio e Violata: il volgo chiama tuttora quei luoghi Viovà; il vero nome del palazzo fu di Via lata però che quivi appresso, in antico, un canonico Fiesco della collegiata della chiesa di Santa Maria in Via lata di Roma, facesse per sua devozione fabbricare sul medesimo poggio, più in piccolo, una immagine della basilica romana; questa chiesa protetta dalla religione dura anco adesso, ma non ha guari ebbe mozza la cuspide del campanile o per timore di ruina, o per altra causa a me ignota.
A Roma Gianluigi si accontò col cardinale Trivulzio protettore dei Francesi, il quale senza dubbio lo avrà con efficacissimi discorsi inanimito alla impresa; quali essi fossero io ignoro; altri sasseli, beato lui! Ma certo, che il Cardinale, come altri immagina, ricontasse al Conte la storia di casa sua non parmi che fosse, imperciocchè sarebbe stata perdita di tempo espresso dandomi a credere che Gianluigi la dovesse sapere un poco meglio di lui. Ai retori succedono, più trista genia, i calunniatori, i quali dopo averci ritratto il Conte di ambizione e d'ingegno sfasciato, ora ce lo affermano in balía della Francia, a patto che al fratello Girolamo si commettesse la condotta di sei galee; a lui quella di duecento uomini di arme pagati per la difesa di Montobbio, e il comando di non so quanti cavalli col soldo di dodicimila scudi l'anno: aggiungono però si riservasse a ratificare il contratto dopo il suo ritorno a Genova, e parrebbe per conferirne assieme ai suoi fidatissimi; tuttavia non la contano così, e ci dicono, che tocca appena Genova, approvò addirittura ogni cosa mandando Antonio Foderato a Roma co' capitoli sottoscritti; così, dopo avere reso vana ogni consulta, per opinione di cotesti strani storiografi, egli se ne aperse col Verrina, e lo ricercò del suo parere; questi lo ripiglia severo; turpe ammazzare il nemico e fuggire; gli stessi Francesi, come uomo di animo feroce e codardo, lo avrebbono tolto in dispregio; che Giannettino si trucidi sta bene, e con esso Andrea, Adamo Centurione, il suo figliuolo Marco e i maggiorenti della terra, ma col braccio del popolo ha da rifare uno Stato a modo suo, ed egli mettersene a capo; in Genova nè Spagnuoli, nè Francesi: quanto a lui non intendere mutare soma, bensì volere libertà. Dopo questo discorso, fingono, che Gianluigi si pentisse dei capitoli sottoscritti, e mandasse in fretta un servitore su le traccio del Foderato per chiamarlo indietro. Stupide cose abboccate da uomini stupidi non meno che tristi. Sappiamo di loro, e fermiamoci a tanto, che il concetto del Conte, non anco bene disegnato circa alla sua estensione, per ora non si stringeva a meno, che a sostituire sè nella signoria di Genova; poi da cosa nasce cosa, e il tempo la governa.
Affermano eziandio, che Gianluigi si riducesse circa a quel torno, e non si sa perchè, a Montobbio per consultare la cosa con Giovambattista Verrina, Vincenzo Calcagno, e Raffaelle Sacco: se ciò fu, pensa se coteste consulte avessero a tenersi segrete, nondimanco ci ha scrittori che sanno di che negoziassero, e quali ragionamenti tenessero senza preterire una virgola. Intanto giovi dire chi costoro si fossero: già qualche cenno intorno al Verrina toccammo di sopra: vari i racconti, e più vari i giudizi allora e poi circa a questo uomo; secondo gli scrittori parziali al vivere libero, o sviscerati alla monarchia più o meno tirannica, diventa eroe cascato fuori dalle pagine di Plutarco, o ladro, che per angustia di averi, per appetiti di vizii desiderava sovvertire la città per mettere le mani su quel di altrui; a noi non comparisce degno di tanta lode e nè di tanta infamia; dai pochi frammenti che ci avanzano dei suoi costumi arduo ricomporne figura intera; pure possiamo affermare, ch'ei fosse di nobile schiatta, e lo ricaviamo da questo, che, preso a Montobbio, gli mozzarono il capo assieme al conte Girolamo Fiesco, mentre il Cangialancia impiccarono; ora è noto come la testa tagliata costituisse un privilegio di nobiltà; appendevansi i plebei: appo gl'Israeliti ed in China, all'opposto i maggiorenti strangolano e strangolavano, i plebei decapitarono e decapitano; e' sono tutte opinioni. Tra noi più di un patrizio provò a questo modo la gentilezza della sua prosapia; se il carnefice ne dovesse fare le maraviglie tu pensa, il quale, spiccando un capo dal busto, non si sarà mai creduto dalle milla miglia coniare pei posteri del giustiziato un diploma di nobiltà. Fandonia, ch'ei patisse inopia di averi, accordandosi la più parte degli scrittori com'ei provvedesse il Conte di denari, onde taluno che ciò confessa e pur persiste a sostenerlo misero, ad evitare la contraddizione racconta, che egli gli accattasse dagli amici, e non si accorgono che l'uomo industre, il quale trova credito presso gli amici facoltosi, prima ha da ispirare di sè buona estimazione, e poi, che con questi aiuti di leggieri si cava di angustie: pertanto nobile, e di sostanze per nulla al verde, sembra che piacesse al Verrina promovere sempre le parti del popolo, onde si argomenta, che quanto a lui potesse essere affatto generoso il fine propostosi: abitando egli in Carignano pigliò usanza con Gianluigi, ed avendo agio di trattenersi seco lui domesticamente, vuolsi credere, che questi nei consigli si accordassero: per sua interposizione il Conte potè trattare col popolo cattivandosene lo affetto, mercè le carezze e i benefizi: trovatosi insieme col consolo dei tessitori Sebastiano Granara, volle informarsi intorno allo stato dell'arte, e sentendolo ridotto al verde, scarsi i lavori, i salari grami, e pel caro del vivere parecchi operai versarsi nella inopia, gli raccomandò, mandassegli i bisognosi al palazzo, non già in frotta, bensì alla spicciolata, i quali andati, dopo avergli compianti furono da lui amorevolmente avvertiti a rammentarsi come la casa Fiesca dimostrasse in ogni tempo viscere pel popolo: di presente pigliassero dai suoi fattori grano a credenza; pagherebbonlo a miglior fortuna: alle necessità della famiglia sovvenissero; solo desiderare, che ciò non si divulgasse, perchè Dio non conta la carità ambiziosa, la quale riceve la sua mercede nella superbia appagata: altri all'opposto afferma, ch'ei ne chiamò alcuni pochi in palazzo, e questi tutti sudditi suoi, a cui pose mensa, ed essi mangiarono e bevvero, e poi caldi di vino gli si proffersero largamente: non negano la esibizione del grano, ma accertano, che fu da tutti rifiutata; più bello il secondo racconto, più vero il primo. Insomma il Verrina s'industriò per modo, che Gianluigi venne presto in cima allo amore del popolo. Ci è chiaro altresì che della congiura fu parte principale il Verrina, avendone sicuro riscontro nelle lettere di Raffaelle Sacco che pauroso, il Verrina lo aggravasse nelle sue deposizioni, offre giustificare come costui fosse autore, capo, mezzo, e fine della congiura[11]: uomo costante lo manifestano lo studio di mantenere la parte Fiesca nell'avversa fortuna, la pertinacia a combattere per la causa della libertà, e finalmente la morte incontrata. Di più, per ricerca che mi abbia fatto, non trovai, e dettando storie di più non aggiungo.
Anco su Vincenzo Calcagno le notizie ci vennero scarse: nato in Varese, si accomodò prima per paggio con Sinibaldo padre di Gianluigi; morto Sinibaldo, durò col figliuolo in officio di cameriere. Gli scrittori, massime moderni, per aggruppare figure, come i dipintori costumano nei quadri, spiccanti per contrasto, dopo averci ritratto Verrina arruffato, ci danno ad intendere il Calcagno mite e amico del lieto vivere; noi possiamo credere ch'ei col suo padrone fosse un'anima ed un cuore; per lui visse, morì per lui.
Quanto a Raffaello Sacco, egli era, come dice, savonese, e studiò legge; negli Stati del Conte tenne ufficio di giudice; poi Gianluigi se lo tolse appresso in condizione di auditore; egli seguì la fortuna del Fiesco non senza mistura d'interesse privato, chè parteggiò pel re di Francia, un po' perchè col favore di questo sperava salire in grandezza, e un po' pel rancore che ogni Savonese sentiva allora per Genova; costui fu compagno al Conte in Roma e a Piacenza, e intervenendo ad ogni trattato, gli parve che il Conte, sovvenuto da Francia, dal Papa e dai Farnesi, non potesse sinistrare, e s'ingannò; per la morte di Gianluigi non tenne disperate le cose; di fatti nel febbraio del 1547, scrivendo a Girolamo Fiesco a Montobbio, lo confortava a mostrarsi animoso perchè di qua ci hanno molti amici, e metta il tempo a partito per munire e rafforzare il castello; del resto stia gagliardo, che forse, se Dio vorrà, il mondo potrebbe havere un'altra faccia questa state, e farsi vedere uomo valente così con gli amici come co' nemici. Speranze di fuorusciti; andato tutto alla peggio, vedemmo come si sbracciasse a riversare la colpa sopra Verrina, e smanioso che questi possa acquistarsi fede, si rammarica di essere perseguitato perchè savonese; con tali invenie, confidando tornare in grazia agli offesi, o almeno essere perdonato da loro; anco queste illusioni di fuori usciti. La debolezza del Sacco però non vuolsi vituperare come infamia, chè lui scusano la moglie e i figli in miseria, la potenza dei Doria che lo cercavano a morte, e la natura nostra, la quale, pei lunghi infortunii, anco tra i più gagliardi sbigottisce: traditore non fu, al contrario fedele ai Fiesco fino alle ultime prove, poi prevalsero nell'animo suo cure di sè e della famiglia.
Se, dopo questi, altri partecipasse alla congiura io credo di sì; di fatti taluni si rammentano sparsamente in questa storia, e frugando trovo eziandio nominati Gasparo Botto, Francesco Curlo detto Becchino, Benedetto Cirese, Girolamo Magiolo, Francesco Verze, e Pierfrancesco Fiesco, questi di Genova; Scipione Carsetto, Girolamo Sacco e Francesco Macchione questi altri del dominio di Genova; nè certo i soli, però, a parere mio, con questa distinzione, che parecchi la conoscessero nei generali, e la assentissero; nei particolari pochi, e forse i soli tre prima ricordati, e di ciò porge testimonianza lo stesso Sacco quando si confessa in colpa di avere taciuto, non gli parendo ufficio di uomo dabbene sventare cose onde il suo padrone ne avesse a perdere lo Stato e la vita, come anco non lo hanno fatto altri, che pure lo sapevano ed avrebbono potuto palesarle, e non di manco stanno nei loro letti.
La consulta di Montobbio è riportata da quasi tutti gli storici, ed in taluni comparisce amplificazione rettorica, in altri (questi più parziali pei Doria) un misto di rettorica e di malignità. Quegli immagina al Verrina oppositore il Sacco spaurito e tremante, questi, meglio avvisando, dacchè il Sacco, compagno di Gianluigi nelle sue pellegrinazioni politiche, doveva ormai essere domestico così nella congiura da non sentirsi venire la pelle di oca a favellarne, mette da parte il Sacco e gli surroga il Calcagno, uomo che, dal padrone in fuori, non vedeva più in là, a' cenni del quale teneva affilate anima e spada: naturalmente i consigli del Verrina s'immaginano tutti immani: secondo lui agevole cogliere la città alla sprovvista presidiata da soli duecentocinquanta soldati, di cui almeno venti sudditi suoi; le galee in darsena custodite da poca guardia; le armi chiuse nell'arsenale del Doria. Il Sacco (così messer Cappelloni segretario di Giovannandrea figliuolo di Giannettino) rispondendo comincia col dire che gli tremano le gambe sotto (e se fosse uomo da tremargli le gambe lo dimostra la lettera scritta al conte Gerolamo a Montobbio), parere facili i partiti rischiosi, ma poi tal bove crede andare a pascere e va al macello; i Genovesi amare la libertà, ed essi volerneli privare! Da troppe cose doversi essi guardare, dalla fedeltà di Genova per Andrea, dal nome, e dalla solerzia di lui; superati questi pericoli, dalla esecrazione universale, e dalla pubblica vendetta: impossibile che principi, o vogli italiani o vogli forestieri, consentissero ingrandire il Fiesco: inoltre doversi porre mente allo erario disperso, al banco di San Giorgio messo a ruba, alla iattura della pubblica e della privata fortuna, rotti i commerci, guaste le industrie, nabissata la città; e, posto ancora che tutto andasse in filo di ruota, e come presumeva il Conte che il popolo genovese lo acclamerebbe padrone? — Questo dabbene segretario ebbe avvertenza a ogni cosa; come vedete non lasciò tasto senza toccarlo. Verrina allora si fa piegare da lui a partiti più cauti, non però meno feroci, e s'immagina che suggerisse nella massima parte le provvidenze ammannite dalla sagacia dello astuto Conte.
Le quali furono: innanzi tratto tenersi bene edificati Andrea, Giannettino e l'altra gente Doria con gli ossequii e i blandimenti; e questo Gianluigi potè con tanta efficacia conseguire, che Andrea, ormai vecchio di ottantun'anno, e malescio, nella conversazione del giovane trovava non mediocre sollievo: Giannettino altresì gli aveva posto amore; tanto vero questo, che avendo il Conte chiesto ad Andrea licenza di armare la galea tenuta fuori della condotta col Papa per mandarla in corso, nè questi potendoglielo consentire a cagione dello Imperatore, che intendeva la tregua pattuita col Turco si osservasse, egli turbato per credersi guasto il disegno di raccogliere senza sospetto gente in Genova, ne mosse querimonia a Giannettino, il quale baldanzoso gli disse: «non mancasse armare la galea, e spedirla in Levante che poi per la strada si aggiusterebbero i basti.»
Anco per questo fatto che non sembra potersi rivocare in dubbio, rimane chiarito di che sorta libertà godesse Genova, dove un cittadino non poteva mandare fuori legno in corso senza il beneplacito di Andrea; e quanta la superbia di Giannettino, che tale faceva caso dei voleri, non che di Andrea, dello stesso Imperatore.
Giannettino non favellò a sordo, che Gianluigi, senza lasciarla freddare, prese a introdurre in città gente avvezza a fazioni arrisicate, in parte suoi vassalli, in parte fornitagli dal duca Farnese; furonci anco di quelli, che rimasti senza soldo, cessata la guerra di Smalcalda non sapevano, per così dire, che cosa farsi dell'anima loro: a stornare ogni sospetto, parte di questi entrò sfilatamente in veste rusticana, riducendosi di nascosto al palagio di Vialata, parte ci furono tratti alla scoperta in catene come forzati; a questo modo ne radunò trecento. A sostenere il moto appena fosse avvenuto, indettaronsi Gianluigi col duca Farnese, che questi avrebbe tenuto su le mosse ai confini tremila fanti, la quale proposta molto volentieri fu dal Duca assentita, come quella che avrebbe potuto aprirgli la via a tenersi Genova per sè. Gli storici toscani ricordano di tali maneggi avesse fumo lo scaltrito duca di Firenze, che per opera dei suoi fidati pose mano su certa lettera in cifra del Farnese, la quale mandò con la chiave in diligenza allo Imperatore, che non ne fece caso, perchè divertito allora in negozi più urgenti, o perchè così voglia la fortuna, che volge i casi umani. Sul proposito dei tremila fanti tenuti pronti dal Duca, gli scrittori parziali al Doria aggiungono: che, mentre il popolo si sfogava a mandare a ruba le case dei cittadini, e a far carne, dovevano essi introdursi in città, e parte occupare le porte, parte spingendosi oltre, impadronirsi del palazzo, dove su quel primo bollore chiamato il popolo, il Verrina, senza tante concioni, avrebbe posta sul capo al Conte la berretta ducale; gli schiamazzi del popolo sarieno stati tenuti in conto di universale acclamazione; se taluno contrastasse, gli avrebbono tagliato ad un punto parola e gola. Tanto basterebbe al diritto, se fosse bastato a sostenerlo la forza. Anco qui calunnia, e imitazione classica, arieggiando il trovato a Marcantonio che presenta nei lupercali il diadema a Cesare. Dopo questi apparecchi noti, e i troppi più che ci rimasero sconosciuti, chi scrisse in infamia della congiura racconta essere stata prima proposta del Verrina, che nella congiuntura delle nozze del marchese Giulio Cybo cognato di Gianluigi con la Peretta sorella di Giannettino, egli convitasse a banchetto Andrea, Giannettino, i figliuoli suoi, il Figuerroa ambasciatore cesareo, e quanti più potesse caporali della terra, e a tavola tutti senza misericordia trucidassersi; su l'avvertenza di Gianluigi che Andrea per la sua decrepitezza non andava a mangiare fuori di casa, Verrina rispose; ciò non mettere inciampo, imperciochè egli si faceva forte entrargli in casa con due suoi fratelli, e otto o dieci a lui devotissimi, e quivi scannarlo. Al Conte non piacque il partito, e siccome mostrava raccapriccio al troppo sangue, Verrina riprendeva che in simili faccende non aveva mai visto che il troppo sangue guastasse, bensì il poco. Così il Capelloni che s'industria a torre, o almeno ad attenuare nei Doria la macchia di fede tradita. Più di lui immaginoso il Sigonio, non potendo dissimulare come sarebbe stato troppo semplice supporre, che un vecchio di ottantun'anno si fosse condotto da Fassuolo fin sul Carignano pel diletto di assistere a conviti, dà ad intendere che Andrea ci sarebbe stato chiamato non per questo, bensì per sottoscrivere, come tutore dei Fiesco, non so quale strumento in virtù del quale il conte Girolamo cedeva certe sue giurisdizioni; e non avverte, che se a questo modo poteva forse chiamarcisi Andrea, non si comprende come ce lo dovessero accompagnare Giannettino e i figliuoli, molto meno i maggiorenti di Genova. Di fatti egli afferma che a cotesto disegno non fu dato seguito, proponendosi invece di ammazzare il principe Doria ad una messa novella che si doveva celebrare in santo Andrea, il quale concerto del pari rimase senza conclusione, perchè presentirono, non vi avrebbe assistito il Principe nè Giannettino, bensì vi sarebbe andato il conte Filippino a farvi la solita offerta per la parte di Andrea. Questa pure imitazione, non però classica ma moderna, delle congiure dei Pazzi, e dell'Olgiati, e ad arte imaginata per rendere la cosa più abbominevole coll'orrore del sacrilegio.
Ora pertanto, esposte le false trame, discorriamo le vere, o almeno quelle che ci sono meglio accertate. Pareva opportuna la notte precedente alla elezione del nuovo Doge, che doveva farsi il quattro di gennaio; ma il Conte, temendo lo indugio non pigliasse vizio, volle precipitare gli eventi: i trecento fanti già in casa, gli altri tremila pronti ai confini: il popolo minuto disposto, i nobili malcontenti, vogliosi di vederne la fine; la galea venuta da Civitavecchia la vigilia di Natale aveva dato fondo sotto Sarzano. Andrea il primo dell'anno si mise a letto travagliato di forte doglia al braccio, il due gli entrò la febbre accompagnata da emicrania. Gianluigi a vespero si fa a trovare Giannettino, e gli confida avrebbe durante la notte imbarcata la ciurma su la galera, e spedita subito in corso, che a tenere tanta gente su le spese non ci era da cavarne troppi avanzi; da Sarzano l'avrebbe fatto tirare innanzi al ponte dei Cattanei; caso mai udisse rumore nella nottata, non pigliasse sospetto, ed acchetasse Andrea, se sveglio o destato se ne adombrasse; più tardi sarebbe ito a visitarlo a casa, e Giannettino improvvido forse lo ringraziava. In questo mentre non erano mancati, nè mancavano avvisi ad Andrea, Ferdinando Gonzaga, subentrato nel governo di Milano al marchese del Vasto, giusto poco prima defunto, vigilando sottile gli andamenti del Duca per debito di ufficio, e per odio antico, come prima seppe della massa dei tremila fanti raccolti ai confini, spedì lettera a Don Gomez Suarez di Figuerroa oratore cesareo a Genova perchè desse la sveglia al Principe, nè questi se ne rimase, anzi narrano che lo faceva appunto nel momento in cui Gianluigi entrò in camera al Principe per visitarlo, e con fervide parole instava perchè in grembo a cotesto giovane non si addormentasse. Il Conte, ingenuo e mansueto, dopo riverito a mo' di figliuolo Andrea, prese a informarsi a parte a parte del suo male, e a mostrarsene dolente, lo consolò con parole tutte amorevoli; onde il vecchio se ne sentì come ricreato; ciò fatto, recatisi su i ginocchi Giovannandrea, Pagano e Carlo figli di Giannettino, li vezzeggiò, li baciò, con varii giochi li divertì, sicchè egli era un ridere festoso, un'allegria; della quale cosa pigliando Andrea maraviglioso diletto, chinatosi verso il Figuerroa, gli susurrò nell'orecchio se gli paresse il Conte uomo da fraudolenza e da sangue. Che cosa rispondesse lo Spagnuolo s'ignora; forse gli avrà dato ragione un po' per piaggeria, e un po' persuaso. Declinando il giorno, Gianluigi tolse commiato, e capitatogli dinanzi Giannettino, gli raccomandò ad ordinare, che per quella notte tenessero aperta la bocca del porto, e quegli il promise. Giocante della Casabianca, alfiere della guardia corsa, nella prima ora della notte venne ad avvisare Andrea come, ito ai quartieri per cavarne i soldati a rilevare i posti, avesse trovato mancarne parecchi, e tutti sudditi di Gianluigi, della quale novità pigliando Andrea non lieve alterazione, Giannettino reputò spediente non tenergli più oltre nascosta la licenza data al Fiesco di mandare in corso la galea, a patto che di notte l'armasse, e di notte la facesse uscire di Genova, affinchè il Turco ignorandolo, non ne venisse danno alla città; senz'altro il Conte essersi valso dei soldati sudditi suoi per tenere in rispetto su la partenza le ciurme: di qui tra Giannettino e Andrea corsero diverbii, volendo quegli che la parola data ad ogni modo andasse innanzi, ed a scusarsi, può credersi, facesse valere come la repulsa data da Andrea si attribuisse a invidia ch'egli portasse a Gianluigi, anzi i commettimali avere sparso voce com'egli, andato in Ispagna, avesse disservito il Conte presso lo Imperatore, ond'egli aveva voluto a quel modo smentire l'addebito. Quanto allo Imperatore poi, difficile gli arrivasse agli orecchi; e sapendolo gl'importerebbe poco: ad ogni modo premere assaissimo alla gente Doria tenersi bene edificati gli amici di casa[12].
Forse cotesta fu baldanza di animo gagliardo, e può darsi che invece fosse orgoglio di mente superba; tuttavia che Giannettino mancasse di tenere l'occhio addosso a Gianluigi non è da credersi, ma, per sua opinione, aveva tanto in mano da reputarsi sicuro. Nelle lettere del Sacco, già da noi citato, occorre ricordare come il giorno stesso della congiura, di buona ora, persona che non nomina, fosse a trovare il Conte in Carignano, e gli proponesse farlo signore della città; di che il Conte la sgridò forte, e se la cacciò via davanti, mentre ella non rifiniva di serpentare, che tanto con quel governo erano risoluti di romperla, e ch'egli buttava la fortuna fuori della finestra. Il Fiesco ed i compagni suoi tennero cotesta persona per ispia; dove mai l'avesse inviato Giannettino a fare le forche, dal rapporto dello accaduto potè trarne argomento per aquetare il sospetto, caso mai gli fosse sorto nella mente.
Quanto al vecchio Andrea dirò, che i Genovesi per ordinario sentono e spesso non immeritamente di sè, la quale estimativa io penso che in lui la sperienza lunga, i partiti quasi sempre riuscitigli utili, e la fortuna piuttostochè diminuire crescessero, onde in grazia di questa prosunzione vediamo come l'uomo rimanga preso quasi sempre, perchè sè troppo reputa capace, e altrui troppo semplice o imbelle. Il giudizio nuoce talora in altra e diversa maniera, imperciocchè, argomentando che le azioni altrui devano essere sempre condotte con discorso pari al tuo, mentre spesso commettonsi in balía della insania, e dell'avventatezza, avviene, che ti colga inopinato quello, che ad ogni verso ti pareva impossibile. Se poi Andrea s'ingannasse per estimare troppo o troppo poco Gianluigi, non posso chiarire; prudentissimo, anzi trincato egli era, e un giovancello lo vinse: di qui, a cui preme guardarsi, prenda insegnamento a bene operare lo ingegno.
Merita che da noi si riferisca un caso su cui si accordano parecchi storici ed è, che Gianluigi, uscendo di palazzo Doria, poichè fu montato sopra un suo giannetto briosissimo, prese a farlo corvettare sopra la piazza sotto i balconi di Andrea ostentando la sua perizia nell'arte del maneggio; cosa che dimostra quanto impero avesse su l'anima sua cotesto uomo: nature forti, che apparendo quasi sempre fra popoli prima di tracollare nella servitù, sembrano quasi gli ultimi tratti della spirante libertà. Smesse le corvette se ne va difilato a casa, muta veste, e chiamato a sè Paolo Panza, gli raccomanda che tenga compagnia alla Contessa, con qualche lieta lettura, o gioconda novella la diverta; la visiterebbe più tardi; ode dal Calcagno i rapporti, e con nuove istruzioni lo licenza, poi, tolti seco dieci uomini, scende da capo in città, e si acconta col Verrina, che forse l'aspettava; gli dice niente essere mutato; nella notte si strigherebbe il fatto: raccolga congiurati, e glieli meni a casa; veda condurci anco gente la quale, quantunque non partecipe della congiura, pure egli sappia di animo avverso al governo, e ai Doria: perchè i chiamati non sospettassero, e venissero volentieri, dica loro egli convitargli a cena: ci sarebbe una grande adunanza, non mancherebbero dame, andarono degli uni e degli altri chi dice ventotto, chi trenta, chi più, e ordine era dato alla guardia lasciasse entrare tutti, uscire nessuno: i convenuti poi, condotti da servi discreti dentro una sala, quivi erano lasciati chiusi a chiave: di veglia non videro apparecchio, bensì udirono romore di arme, e la misteriosa frequenza che palesa qualche grave successo, o che sta per accadere; chi era a parte non istupiva, gli altri sì, e temevano; pure tutti, è da credere, aspettassero pieni di ansietà la fine della strana avventura. Di un tratto ecco spalancarsi le porte, e comparire Gianluigi pallido in faccia e aggrondato; egli si fece a capo di una lunga tavola; rimane in piedi e con ambo le mani si agguanta allo spigolo; le due candele che sole ardevano colà si mette a destra e a sinistra; intorno alla tavola si dispongono curiosi i convenuti, secondo il digradare della luce più o meno rischiarati; taluni al buio; allora egli con voce commossa, per testimonianza dei presenti, è fama, che favellasse così: — Amici, e compagni miei, io vi ho tratti qui con lo invitarvi a cena, nè mi disdico; e la cena, che io intendo imbandirvi fia tale che da lungo secolo non fu mai vista in Italia: io vi ho invitato a liberare la patria e voi dalla tirannide di Andrea Doria, e da quella imminente e più grave di Giannettino, il quale, è noto, poco innanzi recatosi dallo Imperatore in Ispagna, avergli chiesto con l'accordo dei nobili del portico vecchio, potersi dopo la morte dello zio scoprirsi addirittura padrone della città, e tanto essergli stato di leggieri concesso; però che fausto ai despoti sorga quel giorno in cui mirino spenta una repubblica. Di ciò porgergli sicurissima notizia il signore duca Pierluigi Farnese con le lettere ch'egli metteva loro davanti (e qui buttò su la tavola un fascio di fogli), le leggessero, le ponderassero, e si chiarissero. Giannettino (e a parecchi di loro doveva essere noto), consapevole com'egli Fiesco non sarebbe stato per patire questa cosa giammai, s'industriò con ogni via levarlo di mezzo con veleno o con ferro, nella quale scelleraggine se non era riuscito, averne debito alla fedeltà altrui, ed alla sua buona fortuna; adesso poi sapere di certo, Giannettino avere commesso al capitano Lercaro, che appena morto Andrea (al quale per essergli aggravato di molto il male rimanevano più pochi giorni di vita; forse ore) lo finisse; onde amore di patria prima, e poi cura di sè, che arma i più imbelli tra gli animali, costringerlo a troncargli i disegni...
Giunto a questa parte del suo ragionamento il Fiesco si spaventò nel considerare come gli astanti, parte sorpresi dalla novità del caso, e parte atterriti non si commovessero, ond'egli allora parlò di forza:
«Ora quali sembianti sono questi, che mi mostrate voi? O che volevate mutare le sorti della città e le vostre a suono di querele? Pensavate forse, che le congiure stessero nel consultare sempre, e venire all'atto delle mani mai? Non volete essere meco? Doveva aspettarmi siffatta fede da voi? Così premiate me che intendo farvi liberi?»
Si riscosse a tanto uno dei raccolti, e rispondendo per tutti disse: — pigliate animo, Conte, che noi non saremo per mancarvi mai. —
Ma Gianluigi, non si mostrando pago di cotesto gramo consenso, aggiunse con ismania crescente: «no, io vo vedervi in faccia, io vo sentirmelo dire da tutti ad uno ad uno; nè, se voi ricusate seguirmi, io vo sforzarvi, solo scongiuro, che taluno di voi impugni questo pugnale — e trattoselo da lato lo gittò su la tavola — e mi ammazzi: meglio è che muoia per mano degli amici, che dei nemici miei: ciò mi fia manco dolore assai. — »
A questo modo gli agguindolò, li vinse; in molti prevalse eziandio la paura di essere messi in pezzi contrastando. Così il vero mescendo al falso, i piaggiatori del Doria felice, per interesse o per sospetto ai tempi suoi, e dopo perchè la potenza anco svanita induce ad ossequio; all'opposto il Campanaccio, meno servile, ne accerta, che i convocati, udendo coteste pietose parole, lo levassero a cielo, profferendosi parati a seguitarlo in ogni più fortunosa avventura, e così poco gli abbindolò con gli artificii, o con la violenza li costrinse, che due di loro, Giovambattista Giustiniano, e Giovambattista Bava, altri ci pone un Cattaneo, si ricusarono a mettersi al cimento.
Gli altri, crucciosi del rifiuto, gli appellano traditori e li vogliono morti: ciò non patisce il Conte; bensì ordina, che come prigioni nel palagio fino al termine della impresa custodiscansi: sembra però che i mentovati patrizii non dissentissero mica dalla impresa, bensì per manco di animo si tirassero indietro dalla baruffa. Comunque sia, ordinate per tal guisa in questa parte le cose, fece portare vivande e vino, ed eglino presero, così in piedi alla soldatesca senza apparecchio, a riconfortarsene. Mentre i congiurati trattengonsi nella commessazione, il Conte sale in camera alla moglie Eleonora e sì favella: — La dama, che io corteggio da tanto tempo con sì acceso affetto, di voi punto men bella, oggi si è disposta a darmisi del tutto in balía...
E siccome la Contessa allo strano discorso si affannava, Gianluigi, consolandola, le scoperse cotesta donna essere Genova, e la tramata congiura, e la esecuzione imminente; di questo Leonora sentendo infinita paura e con esso lei il Panza, presero entrambi a scongiurare Gianluigi a mettere giù il pernicioso disegno, mescolando i pianti con le persuasioni, le carezze co' terrori. Fors'egli si aspettava ad altro, imperciocchè sbuffando gridò, se avessero più caro che Giannettino lo scannasse. — Siccome il Panza rincalzava. — coteste senz'altro essere calunnie di gente trista; egli soggiunse averne prove in mano: ad ogni modo ormai, anco volendo, non potersi più tirare indietro; pigliassero pertanto in buona parte quanto stava per accadere; dopo ciò, malissimo soddisfatto, fece per quinci partirsi, e mentre sta per voltarsi, un grossissimo cane da lui avuto in delizia, si levò diritto mettendogli le zampe davanti sopra le spalle quasi per trattenerlo; della quale cosa crucciato a un punto e commosso, se lo scacciò dattorno ordinando lo incatenassero giù nel cortile.
Senza perdere altro tempo, ito in camera, si chiuse nell'arme da capo a piè, e con la rotella in braccio e la picca in mano tornò ai congiurati, che, al vederselo comparire dinanzi a quel modo prestante, applaudirono. Distribuite poi picche, e spade ai congiurati disse: andiamo. Voleva non rivedere più la sua Leonora, ma la passione lo vinse, sicchè tornò a lei per raumiliarla con dolci parole, e la pregava di starsi di animo lieto; non gli levasse al maggiore uopo il coraggio: manco per questa volta egli non ne cavò costrutto, perchè, tanto ella come il Panza, nello udire per casa strepito di arme, tremavano a verga, e gli risposero: — non che potere dare coraggio altrui, impossibile procurarsene a sè, pensando al cimento in cui si metteva, di ammazzare o di essere ammazzato, e se Dio non rimediava, vedevano chiaro ch'egli si andava a buttare giù nel precipizio. — Allora risoluto Gianluigi concluse: — orsù, Leonora, fate forza all'animo vostro, domani od io sarò morto, o voi meco Signora di Genova. —
Narrano che sinistri presagi in quel dì lo funestassero, ed in tempi nei quali Re, Imperatori, e lo stesso Papa tenevano astrologhi in Corte, ai presagi di cui o speravano o impaurivano, non sarà maraviglia se anco il volgo ci prestasse fede. Tali si estimarono certi corvi con pertinacia precorrenti al suo cavallo, e lo incespicare di questo così, che quasi con le ginocchia toccò terra; però se la impresa fosse ita a bene non sarebbero mancati gli augurii felici; non è tuttavia da tacersi, che il cane, quantunque messo a catena, quando ei passò pel cortile, gli si posse traverso le gambe impetuoso in modo, che s'egli era men pronto ad appuntellare la punta della spada per terra stramazzava; ond'ebbe a dire: Dio ce la mandi buona! Il Sacco, che gli procedeva a lato, soggiunse: — non vi turbate per tanto; fate come i Romani che interpretavano gli augurii a comodo loro. — Ma spesso con danno — concluse il Conte e tirò innanzi.
Anco su la via che tenne, gli scrittori discordano; messi a confronto ed esaminati i luoghi, parmi più verosimile questa, che il Conte, dopo avere mandato il Verrina al ponte dei Cattanei per isferrarvi la galea, e accostarla bel bello alla bocca della Darsena, si conducesse un'ora prima della mezzanotte all'antica porta di Sant'Andrea assieme a tutta la comitiva. Quelli cui preme far credere, che Gianluigi traesse a forza i congiurati, danno ad intendere, ch'egli ordinasse con voce terribile si uccidesse senza rimissione chiunque si attentasse uscire di schiera; la quale cosa come potesse conoscersi di notte per cotesto laberinto di vicoli non si comprende, e meno ancora come per lui si sperasse riuscire in così arrisicata avventura con questa razza compagni. Da Santo Andrea Gianluigi spedì Cornelio con cinquanta fanti a pigliare la porta all'Arco, e ciò fu presto eseguito; due o tre guardie uccise, alcune più ferite. Presa la porta ed avutane notizia per Prione, e San Donato dopo traversata la piazza dei Salvaghi, il Conte arrivò al ponte dei Cattanei; quivi commise al minor fratello Ottobuono Fiesco, e al Calcagno una squadra maggiore di soldati, perchè con essa pel borgo a Prè si affrettassero a impadronirsi della porta di San Tommaso all'altro estremo della città: anco qui la faccenda riuscì a pennello, sebbene con alquanto più di resistenza, chè il capitano Lercaro non si arrese se prima gravemente ferito non lo atterrarono, restandoci morto il suo fratello, l'alfiere con una diecina di soldati. Aveva la città in quei tempi altre tre porte, ed erano la Carbonara, dell'Acquasola, e di Oricina; ma a queste, come di poca importanza, non provvidero.
Intanto Gianluigi, notando con inquietudine che la galea non si moveva, chiesta la causa, seppe essersi incagliata: adoperandoci sforzi supremi, dopo mezz'ora la trassero d'impaccio, avviandola verso la bocca di Darsena.
Gianluigi, disegnando assalire la Darsena dalla parte di terra e al medesimo momento dalla parte di mare, aveva pensato che la galea, giunta appena a mettersi dietro la Darsena, desse il segno con una cannonata: poi si rimase per non ispaventare la città; bensì, fatto il conto del tempo, quando gli parve ora, spedì innanzi a sè Tommaso Assereto, per soprannome Verze, con alquanti dei più maneschi, a torre su se potesse la porta di Darsena per via di astuzia; tosto giunto il Verze picchia; domandato qual fosse, dice il nome; lo riconoscono, e comecchè lo sapessero uomo di Giannettino, gli schiudono alquanto la imposta: troppo impetuoso costui si avventa per occupare la soglia dando adito ai custodi di sospettare la insidia e richiuderla a furia; allora lui e i suoi piglia lo sgomento; onde correndo portano male nuove a Gianluigi. I congiurati, tra pel primo intoppo della galea, e quel secondo della porta, temendo che si abbuiassero le cose, cominciano a balenare; ma alquanto ripresili il Conte, senza punto smarrirsi, ordina al capitano Borgognino salga con la sua squadra certi legni con somma previdenza da lui fatti ammannire, assalti e rompa dal lato del mare la porta della gabella del vino, e con rapidi accenti gliene mostra il modo per lo appunto; il Capitano come gli fu insegnato fece, sicchè, ferendo ed ammazzando alla sprovvista i custodi, molto lievemente compì il comando. Irrompono i soldati del Conte ad un medesimo punto in Darsena dalla porta del vino e dalla galea: qui con mirabile prestezza ordinata la gente in manipoli, ci mette a capo l'altro fratello Girolamo perchè corra la città col grido di popolo, popolo, e libertà, menando rumore di pifferi, e di tamburi; dato assetto alle galee lo raggiungerebbe; la posta a San Siro. Cotesta faccenda delle galee s'intristiva, imperciocchè la maestranza della Darsena, e la plebe uscita dai borghi circostanti, massime da quella di Prè (che non volle in cotesta occasione far torto al nome, significando appunto in dialetto genovese Prede), facevano le viste di volerle mettere a ruba: anco le ciurme, accortesi correre stagione di pescare nel torbido, bollivano; nello indugio pericolo, però Gianluigi si mise a cacciare dinanzi a sè quanti gli stavano attorno, perchè, saliti su le galee, subito le presidiassero, ed egli dietro, passando di galea in galea, qui dava secondo la congiuntura consigli, là comandi. In questo punto la fortuna gli troncava i disegni e la vita; le galee, a cagione delle onde per cotesto trambusto commosse, mareggiavano ora accostandosi ed ora scostandosi, così che, mentre Gianluigi mette il piede sopra un assito, gli manca sotto, ed egli tracolla giù in un fascio con gli altri che lo seguitavano. Splendeva limpidissima la luna, ma la gente agitata dai moti scomposti, dal frastuono, che intorno si levava infinito, e più che altro dalla ansietà, non avvertì la caduta; forse anco avvertendola non l'avrebbero potuto salvare; sicchè vuolsi credere, che cause della sua morte fossero meno il peso dell'armatura, e la melma dentro la quale lo trovarono impegolato, quanto la percossa dei tre soldati, che gli rovinarono addosso, e rinvennero morti accanto a lui.
Difficile affermare se, lui vivo, si sarebbe potuto impedire il sacco delle galee, e la fuga delle ciurme, chè le umane belve sperimentiamo terribili se punte nel medesimo istante dai supremi aculei, amore di rapina, e di libertà: certo è che, lui morto, andò ogni cosa a fascio; la cupidità della plebe giunse a tale, che di venti galee, in poco di ora, dalla scafa in fuori non ci rimase altro: se presto non veniva giorno avrieno disfatto anco questa. Di due maniere galeotti, una peggiore dell'altra: i forzati per delitti commessi dannati al remo, e i Turchi presi schiavi; pareva dovesse essere pari in entrambi la brama di libertà e di rapina; ma non fu così; prevalse l'amore della libertà negli schiavi fatti in guerra, ond'essi attesero a rompere le catene, ed impadronitisi della galea la Temperanza, naviglio destinato a strane venture, con grande furia di remi volsero alle coste dell'Affrica; più tardi gl'inseguirono due galee spagnuole condotte da Bernardino Mendoza, ma invano; se la Temperanza sboccasse dalla Darsena prima che si partisse il Verrina, non trovo; forse in tanto e sì fiero avvolgersi di casi, o non avvertì o non potè impedire; trovo eziandio ricordato che le due galee spagnuole del Mendoza surgessero in porto (luogo diverso della Darsena), ma mi capacita poco, dacchè se costui si fosse trovato presente al caso del Fiesco, spontaneo o richiesto avrebbe fatto opera efficace; mentre veruno storico rammenta ch'egli in cotesta congiuntura si mostrasse vivo, parmi pur ragionevole supporre, che in qualche non lontano porto della riviera stanziassero.
Gli altri galeotti servi della pena, chi sì, chi no, rotti i ceppi, trassero nella città dove pure scorrazzava la plebe. Di questi si riagguantò la massima parte, scontando poche ore di male usata libertà, con molti anni di pena meritamente inasprita.
Intanto le grida diverse e terribili, che urlava il popolo; qui libertà, lì Francia; altrove Gatto, Gatto, e più che tutto Fiesco, lo strepito delle armi, il suono dei tamburi, e dei pifferi, lo strascinio delle catene, si può immaginare se empissero il cuore a molti di spavento: dei vecchi nobili, e dei mercanti grassi non si parla nè manco: chi si asserragliava in casa tutto avvilito, chi dalla disperazione cavava ardimento, taluno per gli oscuri vicoli fuggiva; le altre moltiplici immagini di terrore finga chi legge, che me preme debito di sobrietà: pure questo mi giovi notare, esempio non ignobile dello strazio della fortuna: mentre tutta la città echeggia col nome del Fiesco, e sembra ormai accertata la impresa, ecco il Conte dibattendosi nel pantano trae l'ultimo fiato.
Madonna Peretta (moglie di Andrea), destatasi, porgeva mente allo strepito, e sembrandole troppo maggiore di quello che faccia una galea quando leva l'àncora, sveglia Giannettino, partecipandogli le sue apprensioni: questi, dopo porto ascolto, viene nel medesimo avviso, molto più che restava stabilito la partenza della galea si facesse quanto più si poteva di cheto per iscansare querele dallo Imperatore e dal Turco; pure non gli cadde in pensiero alcun sospetto, onde gittatasi addosso una veste marinaresca, senza più compagnia, che di un paggio solo, il quale lo precedeva con la torcia, s'incamminò alla porta di San Tommaso per pigliare lingua di quanto accadesse: qui giunto chiamò il Lercaro; conosciuto da quei di dentro alla voce, aprirongli la imposta; quivi entrato gli si fece incontro Agostino Bigellotti da Barga con lo archibugio in mano, dal quale non si badando Giannettino, come quello ch'era soldato della guardia di Genova, costui potè spararglielo a brucia pelo nel petto.
E qui cade in acconcio discorrere se Gianluigi, come pur troppo lo accusano parecchi, fosse assetato del sangue altrui; in ispecie di quello dei Doria. Anzi taluno dei tristi piaggiatori della fortuna ardisce affermare come cosa vera, che a certo patrizio, il quale nel calare giù da Carignano in città gli domandava se avessero ad ammazzare tutti i nobili vecchi, cocendo a lui potere mettere in salvo qualche suo consorte, egli rispondesse: — tutti, cominciando dai miei parenti, imperciocchè, se si principia a fare eccezione, chi vorrà cavare fuori l'uno, chi l'altro, e a questo modo non ammazzeremo alcuno. —
Certo che simili rivolgimenti possano condursi a fine senza sangue, arduo è che uomo creda, e forse meno degli altri lo credeva il Conte, ma tra levare di mezzo chi contrasta, e spegnere chi cede, corre divario grande; quella è necessità, questa talento di sangue; guerra la prima, la seconda beccheria. Però indizio della bontà dell'animo di lui tu lo hai nell'essersi egli astenuto di commettere ad Ottobuono, che ammazzasse il capitano Sebastiano Lercaro, custode della porta di San Tommaso, il quale sapeva essersi preso il carico di ammazzarlo, e posto eziandio che così egli non credesse, è sicuro, che egli desiderava di farlo credere altrui; adesso pei feroci ciò somministra anco troppo argomento di offendere, consapevoli come pel comune degli uomini la vendetta faccia prova della ingiuria nei privati, e nel pubblico la pena attesti il delitto: ad ogni modo riputavano il Lercaro, ed era, lancia del Doria; onde spegnere uomo devoto e prode poteva parere ben fatto. Nè anco i più ostili a Gianluigi possono negare, ch'egli non solo ordinasse, mai sì espressamente proibisse di assaltare il palazzo di Andrea: questo poi non gli attribuiscono a bontà, all'opposto a cupidigia; chè le robe dei Doria desiderando intere per sè, non voleva le rubassero i soldati, e a provvidenza astuta temendo che nel saccheggio la gente di Ottobuono si sbandasse, lasciata senza presidio la porta; riserbandolo a farlo con maggiore agio più tardi; od anco a peritanza; anzi havvi perfino chi attesta, che, morto Giannettino, tanto assalse gli uccisori lo spavento, che rimasero lì come impietriti, il quale indugio fu causa che il vecchio Andrea si salvasse. Così fatte asserzioni non meritano seria disamina, perchè o affermano cose inverosimili, o riposti concetti dell'animo a cui non corrispondono i successi: a chiunque abbia fiore di senno apparirà come dal Conte si desiderasse, che i Doria ponessersi in salvo: aperte a loro le vie della terra, e del mare; nè da presumersi che in tanta vicinanza della città o da per sè stessi, o da qualche loro fidato non fossero avvertiti: di vero indi a breve Luigi Giulia preposto alla fregata del Doria, che vigilava il porto, venne a dargli notizia del caso, e Giannettino andò proprio a mettersi in mano alla morte; nè sarà fuggito all'attenzione del lettore come lui uccidesse non già lancia e cagnotto del Fiesco, bensì un soldato della guardia di Genova, forse per isgararsi di qualche ruggine antica.
Andrea, alla nuova del fiero accidente, precipitò dal letto: proprio non aveva più tempo per sentirsi infermo; conobbe bisognargli vita e gagliardia se pure non voleva sopravvivere, in certo modo, a sè stesso: la virtù dell'animo gli somministrò ambedue; chiese di Giannettino più volte, e supplicò a non tenergli nascosto nulla; sè essere parato a tutto; non lo poterono contentare, pure non gli parendo questo il caso per dire, niuna nuova buona nuova, lo fece spacciato; donde in lui più urgente la necessità di mantenersi in vita: sopra i nipoti adottivi non poteva contare per ora, perocchè il maggiore Giovannandrea toccasse appena il nono anno, egli decrepito, adesso, unico pollone a conservare in fiore la casa; il tempo non pativa indugi, nè seco poteva salvare tutti; salito pertanto a cavallo in compagnia di Filippino, e di Agostino Doria, scortato da soli quattro famigliari, fuggiva il Fiesco in quel punto già morto. La moglie Peretta con le sue donne riparò nel monastero dei Canonici regolari di San Teodoro accanto al Palazzo di Fassuolo; la moglie di Giannettino co' tre figliuoli e le figlie si nascose in quello di Gesù e Maria. Ammirando la costanza del vecchio indomito, mi mette ribrezzo cotesto immenso amor proprio, che lo persuade, seco, e solo con lui andare la fortuna dei Doria; forse non correvano periglio alcuno i fanciulli; poteva per avventura assicurarlo la conoscenza dell'indole generosa di Gianluigi, più che tutto il costume vecchio di Genova, dove si contendeva piuttosto per cupidità d'imperi, che per odio di persona: tuttavia sopra il Fiesco egli era caduto in grandissimo errore, nè il costume a cui accenno si mantenne sempre inalterato così, che qualche sanguinosa eccezione di tratto in tratto non incontrasse. Altri non avrebbe sofferto lasciarsi addietro tutti i nipoti, ed uno almanco, il maggiore, avrebbe condotto abbracciato al collo seco. A Sestri lo aspettavano lugubri novelle: quivi e non altrove seppe la morte di Giannettino; non pianse, ma scrisse a Cosimo duca di Firenze, e al Gonzaga vicerè di Milano, entrambi provati da lui fidatissimi allo Imperatore, e nemici mortali di ogni moto capace a sturbarne la tirannide, perchè in fretta e in furia avviassero armati su quel di Genova; poi salito sopra la fregata dei Costi giunse a Voltri, e da Voltri su per l'erta giogaia si arrampicò fino a Masone, castello degli Spinola.
Non tutti i patrizii però furono codardi: alcuni al contrario animosi, i quali o non avvertito o non curato il pericolo, accorsero al palazzo per sovvenire, essi dicevano, alla Patria, e forse il credevano, in fatto gl'interessi della propria fazione. Le storie tengono ricordo di Niccolò Franco decano del Senato, e nello interregno magistrato supremo, il cardinale Girolamo Doria, Bonifacio Lomellino, Giovambattista Grimaldo con Antonio Calvo, e Cristoforo Pallavicino; eranvi altresì Ettore Fiesco, e Benedetto Fiesco Canevari consorti di Gianluigi, ai quali rimase fedele l'alfiere Giocante co' suoi trabanti corsi: ci si trovò presente anco Jacopo Bonfadio, di questi fatti narratore molto maligno e verace poco: l'oratore Figuerroa in cotesta fortuna comparve troppo minore del suo grado, perchè volesse ad ogni patto fuggire, e lo faceva, ma lo rattenne Paolo Lasagna, il quale confortandolo a stare fermo, sotto buona scorta lo condusse al palazzo; dove con la presenza, ed autorità sua confermò gli animi esitanti, crebbe la baldanza ai risoluti: nè questo fu il solo benefizio, che il Lasagna rese ai patrizii: datosi intorno a tutt'uomo, messe insieme nel generale trambusto copia di amici ed aderenti suoi, venendo per questo modo a levare forza ai Congiurati, ed aumentarla al governo. Che poi il Lasagna, borghese essendo, operasse a quel modo, veruno maraviglierà pensando come la borghesia proceda per ordinario troppo più nemica al popolo minuto, che al patriziato, di questo astiando le ricchezze, di quello temendo la inopia; i patrizii, come quelli che sente da più di lei, maledice e sopporta, il popolo minuto reputando da meno di lei detesta e combatte; alla borghesia sembra che, dove co' patrizii non la possa sgarare, almeno la impatterà, perchè respinta dagli uffici supremi le rimarranno i minori, e si rifarà co' traffici; col popolo lo scapito è sicuro. Il borghese non si agita spesso, ma quando si agita nol fa mai per diventare cittadino pari ad ogni altro in libera terra, bensì per trasformarsi in patrizio entrando in verzicola co' dominatori; fra le tristi classi nell'umano consorzio pessima la borghesia bottegaia.
La prima cosa, che i patrizii avvisassero fare, fu spedir gente verso la porta di San Tommaso, così per rinforzare la guardia, come per prendere lingua di Andrea: andarono il Lomellino, il Pallavicino, e il Calvo con l'alfiere Giocante e venticinque trabanti; il Mascardi dice cinquanta; ma in questo come negli altri particolari, dove il Bonfadio non aveva interesse a mentire, preferisco la sua storia ad ogni altra. Costoro, mentre usano diligenza per arrivare, s'imbattono in una banda di congiurati, i quali, scortili appena, gli urtano, e li sbarattano con minacce di morte; fuggendo essi, per ventura si salvano, eccetto uno, nelle case di Adamo Centurione quivi vicine. Anco là rinvennero raccolti Francesco Grimaldo, Domenico Doria con altri maggiorenti della terra; onde, rinnovata con loro la pratica, vennero d'accordo, che sul momento non ci era di meglio, che mandare a esecuzione il consiglio del palazzo: speculata da prima la via e uditala quieta, ripresero il cammino della porta di San Tommaso: colà arrivati domandarono passare per amore e non l'ottennero; tentarono per forza e furono respinti con busse e ferite; ci rimase preso Lomellino, il quale menava mani e piedi per riuscire dall'altra parte: gli altri tornarono addietro più che di passo, ma non istette guari, gli raggiunse il compagno svincolatosi a morsi e a calci dai nemici.
Frattanto la Signoria non istava con le mani alla cintola: raccolti i soldati li dispose intorno al palagio: ai cittadini accorsi assegnò la difesa dei canti delle strade; trasse le artiglierie in piazza tenendoci allato i bombardieri con le miccie accese. Dal lato suo nè anco Girolamo tentennava, e comunque giovane assai e pingue della persona, pure in cotesta notte mostrò singolare prestanza, tenuti in buono ordine i suoi, comecchè ad ogni momento venissero a urtarsi con ischiamazzo infinito a cotesta banda ondate di popolo: giunse alla Chiesa di San Siro; pôsta assegnata. Qui la fortuna gl'inchiodò la sua ruota. L'Assereto, e a quanto sembra il Verrina, vennero ad annunziargli essersi smarrito Gianluigi; ma più basso aggiungevano farlo morto addirittura: però subito partito, deliberarono: Girolamo proseguirebbe la impresa in terra, il Verrina tornerebbe su la galea a vigilare il porto; e in ogni evento a tenere aperta alla salute una via; parve cotesto il più prudente consiglio, e per avventura era, ma spesso non isperimentiamo i consigli più prudenti migliori, però che a Girolamo, col partirsi dal Verrina, venne meno il più accorto, e risoluto aiutante, e ai congiurati la previdenza dello scampo rubò l'animo.
La Signoria, udendo avvicinarsi il Fiesco, deliberava spedirgli contra due consorti suoi Ettore, e Francesco Fiesco per ispiare la mente di lui: profferirsi parata ad accordarsi con modi civili senza mettere la città al cimento di andare sottosopra: partirono, ma poi volendo dare maggiore autorità alla deputazione, richiamatili addietro, aggiunsero loro un Giambattista Lercaro, e un Bernardo Interiano Castagna in compagnia del cardinale Girolamo Doria; questi di conserva misersi in cammino, ma incontrati certi popoleschi che dissero loro villania, e temendo peggio, il Cardinale, a cui parve che la dignità sua ne scapitasse, ricusò farsi più oltre; mentre retrocedevano, un trabante della guardia, o pigliasse sospetto della turba che rispinta accalcavasi scomposta, e a tumulto, o per quale altra disgrazia, sparò l'archibugio, ed uccise di colta un Francesco Riccio proprio al lato del Cardinale, onde non ci fu più verso di svolgerlo, per quante supplicazioni gli facessero, a volere rendere servizio in tanto estremo alla Patria. Crescendo di minuto in minuto il pericolo, e considerato che si correva troppo grossa posta ad aspettare là dentro, chiusi, gli assalti, Ettore Fiesco, Ansaldo Giustiniano, Ambrogio Spinola, e Giovanni Imperiale Balbiano, come più animosi, si proffessero di andare a conferire col Fiesco, andarono di fatti e ben ebbero mestiere sentirsi saldo il cuore, imperciocchè, mentre raggiunto con conati infiniti Girolamo a San Siro stanno esponendogli l'ambasciata, l'Assereto, ed un altro popolesco chiamato il Marigliano si misero a gridare: a che prò parole? Tanto e' bisogna ammazzargli tutti: rifacciamoci da questi. E posta mano alle coltella presero a menare; gli altri fuggirono per miracolo; Agostino Lomellino stette a un pelo che non ci restasse ucciso; più tenace degli altri Ettore Fiesco, confidando forse nella parentela, cominciò a dire con voce sommessa; — che modi sono questi! Da quando in qua si accolgono a questa guisa amici e parenti, i quali s'intromettono pacieri del bene comune! Allora quietaronsi; poi, riconosciuto dai soldati per la usanza che aveva in casa Gianluigi Fiesco, ottenne facoltà di favellare ad agio con Girolamo: nella conferenza, egli che astuto era, alternando ad arte parole, venne a scoprire il caso di Gianluigi, e circa ai finali intendimenti di Girolamo, si accorse come nè anco nell'animo di lui fossero chiari, dacchè quegli insisteva sempre nel volere consegnato subito il palagio dichiarando che in quanto al resto si sarebbe provveduto a bello agio. Ad Ettore parendo averne cavato più del bisogno, pensò a scansarsi; onde, conchiudendo ne avrebbe riferito ai padri, e saria tornato con la risposta, prese licenza. La notizia della sorte toccata a Gianluigi riebbe i padri da morte a vita, i quali, ripreso coraggio, si ammannirono a sostenere gli assalti delle bande del Fiesco. Dall'altra parte la impresa del Fiesco appariva come una macchina a cui si fosse rotta corda o catena; non andava più: quel sostare a mezzo nelle rivoluzioni è morte espressa: i meno intorati dei compagni suoi, col favore dell'ultima vigilia della notte, di mano in mano spulezzavano, sicchè quando Girolamo, tardi impaziente degl'indugi trasse innanzi, trovò di tali apparecchi munito il palagio, che ben si accorse non potrebbe spuntarla con baruffa manesca; al contrario dovesse consultare con prudenza il modo dello assalto.
In questa si metteva un po' di lume, e Girolamo non senza terrore si accorse come assottigliata gli durasse la gente dintorno; però conobbe che invece di pensare ad assalti, beato lui, se gli fosse concesso ritirarsi in salvo. In palazzo se si stava fermi su le difese, tuttavia non si era senza apprensione dell'esito, ignorando le forze dell'avversario; secondochè spesso succede fra i combattenti, se non paura, esitanza dall'un lato e dall'altro; sicchè tennero per provvidenza quando ci videro capitare Paolo Panza, che, uomo imbelle essendo, andò a protestarsi immune da qualunque connivenza coi Fiesco; lo crederono veramente sincero, e avrebbero finto crederlo anco sapendolo bugiardo: senza mettere tempo fra mezzo, in ciò affaticandosi l'oratore Figuerroa, cui pareva mille anni cavare le gambe da cotesto ginepraio, gli commisero andasse alla volta di Girolamo, con promessa di perdono intero ed a tutti, per le cose in cotesta notte commesse, con patto però, ch'egli co' suoi dalla città senza indugio sgombrasse. Al punto in cui Girolamo si trovava ridotto era bazza; però volle in pegno la fede pubblica per la osservanza della capitolazione, la quale fu tosto, e volontieri, da Ambrogio Senarega segretario della repubblica, a nome del senato conceduta. Allora il conte Girolamo saliva in Carignano, dove dato sollecito ricapito ad alcune faccende domestiche, si ricolse a Montobbio, forte arnese di guerra dei conti Fieschi.
Il Verrina, informato del successo, mandò a levare Ottobono Fiesco, il Calcagno con la banda dei soldati dalla porta di San Tommaso, e ricevuti su la galea l'Assereto, il Marigliano, e quanti di quel perdono verdemezzo crederono non potersi fidare, navigò per Marsiglia, conducendo seco Sebastiano Serra, Manfredo Centurione, e Vincenzo Promontorio Vaccari, piuttosto in pegno di non molestato viaggio, che per cavarne riscatto; di vero, giunti alla foce del Varo, gli restituì in libertà.
A questo modo ebbe fine questa stupenda congiura, e i Senatori, osserva uno storico, poterono al mezzo del terzo giorno di gennaio tornarsene a casa a mangiare. Prima però di separarsi spedirono in diligenza Benedetto Centurione, e Domenico Doria a Masone per ragguagliare il Principe punto per punto del successo, supplicandolo a venire quanto prima potesse a felicitare della sua presenza Genova; Andrea partì subito. Messo il piede in casa, come colui, che non aveva ancora tentato il terreno, cominciò a mostrare il sembiante doloroso di mite mestizia; non uscivano dalla sua bocca parole, che tutte umili e tutte benigne non fossero; si professava contento se col danno delle sue robe, e con parte del proprio sangue aveva potuto rendere salva la Patria: rispetto a punire raccomandava si camminasse adagio, però che in quei primi fervori si corresse rischio di scambiare la vendetta per giusto castigo: sopra tutto si astenessero mettere la mano nel sangue, chiudendo questo ogni adito all'ammenda: quanto a lui essere di avviso, che i più incolpati si bandissero in perpetuo; gli altri con esilii temporanei. Sensi di uomo in ogni secolo giusti, in quello poi santissimi, e pure erano lustre di vecchio astuto. In breve però, fatto capace come con cotesti nobili e borghesi potesse in Genova due cotanti più di prima, manda baleno del riposto rancore; ciò nella occasione della scoperta fatta del cadavere di Gianluigi Fiesco, quattro giorni dopo ch'ei si fu annegato, dal pescatore Palliano: ordinava di botto si strascinasse alle forche, ci si appendesse, ci si lasciasse spettacolo di ludibrio, e di terrore; ma i consorti partigiani suoi lo svolsero, comecchè a stento, ammonendolo che il popolo minuto non aveva cessato di bollire; potrebbe nascerne tumulto da evitarsi a cose non anco assodate; le vendette più tardi. Tuttavia piegando Andrea volle che al cadavere si negasse cristiana sepoltura; colà dove si era trovato stesse; ci pose guardie; due mesi dopo sparve, dissero per comandamento del medesimo Andrea che, fattolo trasportare in alto mare, quivi ordinò lo sommergessero: altri opina che questo avvenisse contro la sua volontà, e così credo ancora io.
Quando quei di fuori seppero tornato Andrea in fiore più di prima, cominciarono le condoglianze, e le seguenziali congratulazioni di Principi così nostrani come forestieri. Il Papa, come prima udì fallita la congiura, è fama che avvilito esclamasse: — non si può mica contrastare contro ai voleri di Dio, il quale sembra avere ordinato, che questo Imperatore prevalga per la ruina della Chiesa. Poi steso un breve pieno di benedizione, di lamentazione, e di bugie, glielo mandava da Andrea. Andrea, ricevuto il breve, lo lesse due o tre volte; dopo se lo ripose in seno dicendo, a tempo debito ci avrebbe dato riposta.
In vero a fargli la debita risposta egli non perse tempo, imperciocchè il duca Pier Luigi Farnese non volendo scomparire di petto al suo beatissimo padre, agguantati certi forzati fuggiti dalle galere del Doria, glieli fece ricapitare con un diluvio di proteste; nè contento di tanto gli mandò tre ambasciatori a Genova per condolersi del caso, tra i quali fu il conte Agostino Landi: questi ambasciatori esposero come della congiura il Papa e il Duca non avessero non pure colpa ma odore alcuno, scrupolosi come erano stati sempre ed erano di fuggire da cosa capace di recare dispiacere a principe tanto benemerito della cristianità; e se avevano sparso novelle in contrario, doversi attribuire tutto a gente perversa, che malignando godono seminare zizzania tra persone nate per amarsi, e stimarsi. Andrea rispose in pubblico non essere mestieri proteste; da per sè stessa dimostrarsi la cosa, non potere il padre dei fedeli desiderare se non opere buone, e il Duca alunno di tanto degna scuola, altresì; intanto profferire ad ambedue umilissime grazie, e proprio col cuore. In segreto prese a negoziare con gli ambasciatori, massime col conte Agostino Landi, come potesse ammazzare il Duca, e rendere a quel modo al vecchio Papa pane per focaccia; e per modo egli seppe industriarsi col Landi, che prima che ei partisse da Genova, gli promise di attendere sul serio a vedere se ci fosse verso di ammazzare il Duca, e mettere Piacenza nelle mani dello Imperatore; il quale trattato avendo effetto, Andrea si obbligava a dare una figliuola di Giannettino in moglie al suo figliuolo, e provvedere in guisa che la maestà di Carlo V rimunerasse da pari suo un servizio tanto qualificato. Gli oratori, tornando fecero fede al Duca, che Andrea non aveva pur ombra di sospetto contro di lui; solo dolersi della sua sorte, e della ingratitudine del Fiesco; e il Duca se la bevve. Mirabile questo, come si facciano di leggieri agguindolare i fraudulenti, onde il popolo significando il caso per via di proverbio ha detto: in pellicceria non ci hanno pelli che di volpe.
Siccome poi al duca Farnese premesse troppo più lo Imperatore, che Andrea, così egli spediva in diligenza Ottavio Baiardo al vicerè di Milano con proteste, e profferte larghissime così della persona come dello Stato, e Ferdinando Gonzaga, ch'era diritto, pigliatolo in parola accettava. Sarebbe curioso seguire i ghirigori delle sottigliezze, con le quali il Duca si schermì dal Gonzaga, dacchè adesso le carte ci sono scoperte, e si conosca che il Papa, con lettere del 7 gennaio 1547 scritte dal Copollatto, gli vietasse soccorrere in ogni maniera il Gonzaga, ma qui non è luogo opportuno per questo. Il Duca un po' per simulazione, un po' per cupidità di dominio, che divorando cresce, sotto colore di fellonia occupò i castelli dei Fiesco sul Piacentino Calestano, e Valditaro, dove si erano rinchiusi Cornelio e Scipione, ma poi lasciò in Valditaro a guardarlo Cornelio. Dopo averli presidiati da non temere sorprese, commise da capo al Baiardo andasse a Milano, e facesse capace il Gonzaga corrergli debito confiscare i due castelli a cagione della fellonia del Conte, per cui eglino erano ricaduti alla Camera imperiale; al che rispose il Gonzaga, tutto questo camminare pei suoi piedi, ma non comprendere qual diritto avesse il Duca di castigare, e meno poi come si sostituisse alla Camera imperiale all'effetto d'impadronirsi dei castelli. Il Duca oppose le sue ragioni, il Gonzaga contrappose le sue; da una parte e dall'altra corsero proteste; chi aveva in mano lo strinse.
Lo imperatore, oltre alle lettere, mandò al Doria Don Rodrigo Mendozza principale in corte, perchè gli manifestasse quale e quanto il cordoglio dell'animo suo; non presumere che agguagliasse quello di lui, padre orbato del figlio della sua predilezione; ma correrci poco; come sincero costui chiariremo fra poco.
Cosimo duca di Firenze, che fece provvisioni grandissime mandando gente ad assoldare fanterie, raccogliendo tutte le ordinanze della milizia, e mettendole in punto di movere; a Pisa adunò i suoi cavalli guidati da Chiappino Vitelli, da Roma chiamò Stefano Colonna generale delle sue armi perchè incontanente si partisse; spedì celeri messi a Giovan della Vega ambasciatore di Carlo a Roma, al Toledo vicerè di Napoli, affinchè inviassero senza indugio le galee di Sicilia e di Napoli verso il mare ligustico; mirabile sollecitudine di principe atterrito da un'alba di libertà! — Quando le seconde notizie gli levarono il peso del cuore, mise Jacopo dei Medici a dolersi, e a congratularsi con Andrea; forse unico sincero perchè ci andava del proprio interesse.
Gravissimi i danni di Andrea, però che le sue galee si avessero a rifornire da capo a fondo di attrezzi; mettere le mani addosso ai ladri forse avrebbe menato a niente, certo poi a lungo; ed era da temersi che partorisse scompiglio nella plebe, la quale, se per allora quietava, era miracolo. Andrea, trovandosi a secco di pecunia, gliela somministrò Adamo Centurione, col quale rimasero d'accordo, non dissentendo lo Imperatore, di preporre Marco figliuolo di lui alla condotta dell'armata, finchè non fosse giunto a conveniente età Giovannandrea nipote di entrambi. Durante cotesto anno, ed anco quello dopo, fu mestieri compire le ciurme pagando galeotti buone voglie; indi a poi il delitto, e la preda somministrarono forzati e schiavi di avanzo. Ma quando pure fossero stati cotesti danni mille volte maggiori, Andrea se ne ristorava con usura, però che della sostanza dei Fieschi gli riuscisse agguantare ben quattordici castelli; nella patente d'investitura data in Augusta da Carlo V il 19 giugno 1548 si legge, che furono Terriglia, Carega, Montavante, Calice, Veppio, Cremonte, Grondona, Croce, Val di Trebbia, Garbagna, Vargo, Mentaguto, Marsalaria, e Vivolone; e poichè all'arbore caduto ognuno corre per legna, il duca Pierluigi, non contento di Calestano e Val di Taro dopo demolite la Rocca, e le mura, volle anco Montobbio. Il Papa, non potendo ghermire altro, si prese le tre galee rimaste nel porto di Civitavecchia; poi tra padre e figliuolo si saranno aggiustati; nè i Fiesco si attentarono aprire bocca, non sapendo dinanzi qual tribunale portare le ragioni loro, oltrechè non avevano finito di pagarle; nè potevano trovare modo per farlo. Giulio Landi castellano di Varese, nel 22 gennaio 1547, dichiarò al Doria essere parato a renderlo, con un patto, e fu che si donasse a lui. Andrea gli rispose il castello appartenere al comune di Genova, e quanto più presto glielo restituisse meglio farebbe. Pontremoli lo Imperatore tenne per sè, e dicono per consigli di Andrea, dacchè chi l'occupa sta come a cavallo tra Lombardia e Toscana; ed in quei tempi era un calcio in gola anco al duca Pierluigi. Genova a Varese aggiunse Roccatagliata, e Nirone; gli altri andarono divisi tra il comune di Genova, Antonio e Agostino Doria, ed Ettore Fiesco; il feudo toccato in sorte ad Antonio trovo si chiamasse Santo Stefano Davanto; degli altri non mi capitò rintracciarne il nome. Val di Taro più tardi ebbe Agostino Landi, e meritò titolo di acedelma o campo di sangue, ma lo Imperatore lo battezzò principato. Del palagio di Vialata già dicemmo non rimase pietra sopra pietra; una lapide colà messa portava inciso il decreto col quale si proibiva murare case su l'area maledetta; oggi la sola tradizione può indicare il luogo dove la nobile magione sorgesse.
Il Verrina, il Calcagno, e parecchi compagni, da Marsiglia, si condussero traverso il Piemonte a raggiungere il conte Girolamo Fiesco che attendeva a radunare genti; ed a munire gagliardamente Montobbio; Giovanfrancesco Nicelli presidiava il castello di Cariseto; Andrea intanto con le sue molte aderenze e con le sue ardentissime esortazioni instava perchè i patti convenuti dal Senato co' Fiesco non si osservassero: da un lato mostrava la repubblica non potere con sicurezza, nè con decoro sopportare il fumo negli occhi di Montobbio a dieci miglia da Genova; da cotesto lato la porta sempre aperta a repentini assalti, o ad invasioni di guerra ordinate; e fin qui diceva bene; aggiungeva poi non doversi osservare fede ai ribelli; sostenevalo in questo la scienza infelice dei giureconsulti, usi per ordinario a trovare sembianza di ragione a qualsivoglia scelleratezza, tra gli altri un tale di cui il nome non merita essere tratto fuori dall'oblío; costoro, consultati rispondevano senza discrepanza: — la fede pubblica insufficiente a impedire il castigo di misfatti sì atroci, nè potersi affermare impegnata la fede pubblica, conciossiachè il partito non fosse stato proposto, nè discusso, nè vinto da numero legittimo di Senatori a seconda delle costumanze della repubblica: vulgata cosa in diritto le promesse estorte dalla paura non fare obbligo, e quivi (nota sofisma) essere caduta suprema violenza, avendo sforzato non un individuo, od una famiglia, bensì la intera repubblica; necessità il supplizio dei parricidi, che tramarono lo eccidio della Patria, non solo per vendetta, quanto, e più per salutare terrore dei superstiti.
I padri da un lato consapevoli da qual parte tirasse il vento, e dall'altro repugnanti a ravvilupparsi in una guerra contro il Papa, il Duca di Piacenza, e la Francia, mentre lo Imperatore lontano, con tante legna su le braccia non inspirava fiducia di sollecita nè di efficace difesa: considerando inoltre i Fiesco, e i settatori loro andare e venire con sicurtà per gli Stati della Chiesa, argomentavano ciò non potere succedere senza permesso della Corte romana, e forse sapevano averglielo dato il Cardinale Alessandro; non ignoravano Cornelio, Scipione, fuggiti dopo il caso a Piacenza, essere stati scortati dai cavalli del Duca fino alla Mirandola, e Pierluigi avere notte tempo conferito lungamente con loro; il Papa, è vero, in pubblico ricusò ricevere Scipione, ma in privato lo accolse; ancora Pierluigi aveva fatto dire a Maria madre dei Fiesco, sgombrasse da Piacenza dove erasi ridotta, ma ella continuava a starci. Montobbio a quel tempo reputato validissimo a sostenere lungo assedio, presidiato da buoni archibusieri, e munito di artiglierie. Nè gl'indizii della parzialità del Duca pei Fiesco finivano qui; quantunque il castello di Valditaro si reggesse per lui, tuttavia ci mise dentro per castellano Giammaria Manara compare di Girolamo, e questi, come da sua creatura, cavava dal Manara ora provvisioni, ed ora archibugeri dei migliori per difesa della torre. Per ultimo quando il Gonzaga volle levare fanti in Monticelli e in Castelvetro, ne fu ributtato, e siccome insisteva, Marchio, e Faustino, commissarii in cotesti luoghi pel Duca, gli fecero sapere non poterlo consentire; dover eglino osservare gli ordini del signore senza pigliare servitù. Da tutte queste cause a noi note, e forse da altre, che ignoriamo, mosso il Senato, nonostante il conquidere indefesso del Doria, e degli aderenti suoi, giudicò proporre patti al conte Girolamo per mezzo di Paolo Panza a cui commise di offerirgli fino a cinquantamila ducati perchè cedesse Montobbio, e si levasse di su le terre della repubblica a tribolarle con la guerra. Se questo fosse successo, al Senato pareva avrebbe fatto un buon negozio, dacchè nella spesa trovava compenso, e si cavava fuori dal ginestraio; quelle medesime cause che persuadevano il Senato a umiliarsi, aumentavano la superbia di Girolamo, e dei compagni suoi; i quali, levati ad alte speranze, non solo per gli aiuti del Duca, ma altresì per quelli altamente poderosi del re di Francia, si ricusarono di netto. Allora vinse il partito di Andrea, e i cinquantamila scudi si stanziarono per la guerra.
Paolo Moneglia, e Paolo Centurione si fecero ad assalire Varese e con facile vittoria se ne impadronirono. Cariseto resistè due giorni, se nonchè la torre, battuta furiosamente, tracollando, gli assediati calarono a patti, i quali negò il capitano Garofolo Boniforte, o non volesse, o non potesse, e ciò con poca reputazione di lui, e manco vantaggio, perchè Giovanfrancesco Nicelli castellano, notte tempo uscito co' soldati e co' terrazzani tutti, uomini e donne, si mise in salvo sul contado di Piacenza.
Per andare contro Montobbio si ammannirono con grosse provvisioni; levarono duemila fanti, massime côrsi, confidandone la condotta a due colonnelli Francesco e Domenico Doria; al comando delle universe milizie preposero Filippino Doria, commissarii di guerra elessero Cristofano Grimaldo, quel desso che nel 1535 fu Doge, e Lionardo Cattaneo: capitano generale di tutta la impresa elessero Agostino Spinola. Andarono custodi dei confini Lamba Doria, Bernardo Lomellino, e Gabriele Moneglia, però che corresse voce tutta la gente di Nura stare in procinto di prendere l'arme, e si sapeva, che il duca di Piacenza, difettando di archibugi, per mezzo del Valerio Armiano suo oratore a Venezia aveva richiesto al Senato la facoltà di cavarne ottomila da Brescia, e la ottenne solo per cinque, e più assai del Duca stessero in sospetto dei Francesi stanziati grossi nel Piemonte. E' fu dura cosa carreggiare le artiglierie per coteste aspre giogaie, e non meno difficile piantarle per modo che potessero fare buon frutto, sorgendo Montobbio isolato da tre punti sopra un colle ricinto da due torrenti; ci si sale da un lato solo, da tramontana; ma qui naturalmente i ripari erano maggiori, con mura spesse ben quindici piedi, e con una Rocca acconcissima alle difese come alle offese. Dato mano al trarre, ben si conobbe quanto premesse agli assalitori di terminare presto la impresa, imperciocchè nel corso di pochi dì sparassero ben diecimila cannonate, e senza costrutto; anzi dei cannoni parecchi troppo arroventiti spaccaronsi con morte, e ferite degli artiglieri che ci stavano attorno: poco dopo il tempo ruppe in isconci acquazzoni con molestia infinita dei soldati privi di ricovero, e bisognò smettere. Forse i Genovesi, a cui la feroce improntitudine del vecchio Doria già tornava sazievole, sariensi affatto remossi dalla impresa, se due casi di fresco accaduti non gli avessero confermati nella statuita deliberazione; il primo fu la morte di Francesco re di Francia, onde si presagì, e bene, che il successore su quelle novellizie del regno si sarebbe astenuto da partiti arrisicati, il secondo i soccorsi che oltre la speranza giungevano in fretta dalla parte del duca di Firenze, e del vicerè di Milano: di fatti questi mandò quattrocento fanti, quegli parecchie bande di archibugieri con Paolo da Castello, e talune di cavalleggeri condotte da Chiappino Vitelli con munizioni e artiglierie. Contro ai congiurati era comune la guerra dei tiranni vecchi e dei nuovi. La stagione rimessa al buono, Agostino Spinola dopo data migliore disposizione alle artiglierie, il dieci maggio ripigliò a battere la muraglia, e questa volta con frutto, chè in breve ne atterrò tanto tratto da rendere possibile lo assalto: nè pertanto le cose di quei di dentro sariensi avute disperate, se i fanti, per mancanza di paga, non avessero preso a tumultuare; e ciò saputo dallo Spinola, per corromperli meglio, mandò intorno parecchi trombetti a bandire che se gli assediati si confidavano negli aiuti di Francia mettessero l'animo in pace, e senza quello il duca di Piacenza non si saria attentato movere passo; a chiunque venisse talento sortire dal castello per quel dì, e l'altro appresso, egli assicurava transito libero senza pagare taglia, e le robe salve. Allora Girolamo, temendo di guai, venne d'accordo con gli altri di mandare Girolamo Garaventa e Tommaso Assereto allo Spinola per ottenere patti; vinti erano e volevano parere vincitori, chiesero il passo libero con arme e bagaglie; furono le gravi condizioni facilmente respinte da cui era fermo non accettare le lievi. Ridottosi il Fiesco coi fidatissimi suoi a segreto consiglio, esaminarono se ci fosse verso col favore delle tenebre mettersi in salvo, e parve che non ci fosse, correndo divario tra Cariseto e Montobbio, però che in Cariseto fossero tutti di un cuore; e lì avere pur troppo il Giuda in casa, ond'era da temersi che o prima, o al momento della fuga ne fosse dato avviso al nemico, il quale, giusto a cagione del caso di Cariseto, stava a buona guardia: inoltre al conte Girolamo il corpo pingue non permettere i passi solleciti della fuga.
Capisco, che se quanto sono per dire io lo esporrò perchè gl'Italiani ne facciano senno, e' tornerà lo stesso, che mettere l'acqua nel vaglio; pure non lo vo tacere. Cornelio, il quale essendo giunto a raccogliere alla Mirandola più con le supplicazioni che co' danari una grossa banda di soldati spasimava di sovvenire il fratello e gli amici pericolanti, fu impedito dai Francesi allora in pratica di accordo con lo Imperatore. Così fu sempre: la Francia, quando ne va del suo interesse, il sangue altrui conta come acqua, la roba nulla.
La conchiusione della consulta del conte Girolamo e degli amici suoi fu che ormai non rimaneva altro partito, che rendersi, e questo fecero commettendosi alla fede del Senato; ciò accadde l'undici giugno, dopo quarantadue giorni di assedio, ma veramente tutta la impresa durò quattro mesi.
Ora resta a vedere la fede, e la pietà dei vincitori. I soldati del Doria, appena messo il piede nel castello, tagliano a pezzi il Calcagno, il Manara, e quanti altri sospettarono si fossero trovati alla morte di Giannettino.
Messa a partito in Senato la domanda del conte Girolamo, e dei compagni suoi, non mancò chi inclinasse a misericordia, industriandosi attenuare la colpa con la leggerezza giovanile; ed averla punita a sufficienza le morti avvenute, e lo schiantamento di una casa tra le genovesi principalissima; che se non si riputasse il passato bastevole castigo, altro vi se ne aggiungesse, purchè non di sangue. La fede pubblica si osservasse, senza badare se data con modi più o meno solenni; fallo, in ogni caso, da imputarsi piuttosto a cui la impegnava, che a cui la riceveva: vile sotterfugio, e alla dignità del Senato ingiurioso essere quello, che lo chiariva vinto dalla paura: ma più che tutto percoteva le menti di pietà certa lettera di suora Angiola Caterina Fiesco sorella del conte Girolamo, mandata alla Signoria, con la quale implorava la vita del fratello: certo ella apparisce scrittura unica per quella affettuosa eloquenza, che la passione ispira; a me per istudio di brevità non si concede riportarla intera; chi ne ha vaghezza la legga nelle note di Agostino Olivieri alla congiura del Fiesco dettata dal Cappelloni; giovi però alla nostra storia porne qui due passi: — «le supplico non manchino di ricordarsi come da quelli gli fu perdonato, il quale perdono gli fu confermato per decreto da loro medesimi: di poi piacque a quelle di non più levarlo. — In fondo; — prego le Signorie vostre illustrissime con lacrime, e sospiri amarissimi si vogliano ricordare che questo poverino sciagurato fu figliuolo di quella felice memoria del signor Sinibaldo Fiesco (ahi! dolcissimo padre, dove sei?) che anco lui fu autore della unione e libertà, la quale curò mentre visse del continuo mantenere.»
Tutto questo era niente contro il rigido volere giunto alle istanze del Figuerroa, feroce, come suole, nella bonaccia, quanto si mostrò più codardo nella procella, il quale sosteneva, che il Senato in ogni caso mancava di facoltà per rimettere ai Fiesco il delitto di alto tradimento commesso da vassalli e pensionati dello Impero contro feudatarii, e vassalli imperiali, nè solo contro feudatarii, ma altresì in pregiudizio della stessa sacra maestà; bastava anco meno per dare il tracollo alla bilancia presso coteste povere anime, che non si peritavano chiamarsi Senato in Italia dove un tempo visse il Senato romano; si vinse pertanto, che i patti non si osservassero, nè la fede pubblica si avesse a reputare obbligata a mantenerli; e questa deliberazione fece testimonianza di avarizia, e di crudeltà, giudicando lo universale, che nei petti genovesi riardesse l'ira per essersi dovuta fare una spesa troppo maggiore della presagita, a fine di venire a capo di cotesta guerra: e di vero se tanto reputavano enorme adesso la colpa del conte Girolamo da non doverla per verun conto perdonare, e perdonato non tenergli fede, o perchè vennero una seconda volta a patti con esso lui profferendogli il compenso per la cessione del castello? Non si mercanteggia con gli scellerati, o se pure si mercanteggia egli è mestieri, che nel caso il Senato di queste due sequele ne accetti una, o forse non vi ha scelta, e gli conviene patirle entrambi: o i Fieschi non furono sempre nel giudizio dei Senatori reputati tali, che non meritassero alcun riguardo, o i Senatori fecero più conto della roba, che dell'onore. Di rado si avvertono, e avvertite, anco più di rado si evitano le conseguenze di tali infelici deliberazioni; sempre poi, per la maligna virtù dì loro, gli Stati prima perdono il credito; poi la vita.
Condannati ormai Girolamo, e i settatori erano; tuttavia si pretese giudicarli, nè mancarono storici cui bastò la fronte di affermare, che la compilazione del processo fu fatta con diligenza scrupolosa; certo è, che gli sottoposero al tormento, e il conte Girolamo come gli altri: di già vedemmo come il Sacco, sapendo o dubitando trovarsi aggravato dal Verrina, scrivesse a Pierfrancesco Grimaldo scusandosi. I prigioni, o sia che l'uomo si attacchi alla vita quanto più sente sdrucciolarsela sotto, ovvero perchè lo estremo della miseria tolga ad un punto lume alla mente, e virtù al cuore, sembra, che sul serio sperassero dalle difese salute; imperciocchè, nonostante la sentenza condannatoria, essi si accinsero a interporre appello, ed havvi certa lettera, scritta da Montobbio al Senato del 7 luglio 1547, di un Polidamente Magno pretore, e di un Egidio giudice, i quali avvisavano come il conte Girolamo, il Verrina, e il Cangialanza intendano continuare a difendersi in ogni modo, avendo a questo fine esebito le loro scritture, le quali però eglino hanno ributtato per cinque distinte ragioni, che insomma poi riduconsi ad una, ch'è, il Principe averli ormai condannati, e costoro avrebbono a questa ora a capire che, dallo sporgere il collo in fuori, non gli rimane altro partito a pigliare; tuttavia chiedono risposta per sapere come governarsi; e l'ebbero: la portò il boia, il quale il conte Girolamo e il Verrina con nobilesco costume decapitò, Desiderio Cangialanza plebeamente appese.
Polidamante pretore, ed Egidio giudice, avevano ragione a dire inutile il proseguimento del processo; avrebbono fatto meglio a non incominciarlo nè manco; ma forse allora non si sarebbe potuto, secondo le regole, porre gl'incolpati alla tortura per cavarne indizi e fare una ghiacciata di complici; questa e non altra la causa per cui parve utile instituire il processo, e inutile proseguirlo; il torto l'hanno gli storici, i quali lepidamente affermano come i ribelli presi a Montobbio fossero con riguardo scrupoloso giudicati.
Quale la fine di Cornelio non ci fu dato rinvenire; ridotto a vivere in Francia, io penso, che esercitasse la milizia; ma di lui, illegittimo e povero, forse non fu notata, o se avvertita, non premiata la prodezza; forse morì di morte precoce, o piuttosto, percosso da tante sciagure, amò giorni quieti di mesta oscurità. Di Scipione si ha ricordo, e sappiamo come, quantunque fanciullo, non iscampasse dalla comune ruina dei suoi; condannato a parte, si ebbe bando perpetuo con la perdita di ogni suo avere; spenti poi Carlo V, e Andrea, chiese al novello Imperatore la sentenza si rivedesse; se ottenne giustizia, e se si ridusse a vivere in patria, non mi è noto; ma sembra di no, imperciocchè sposasse in Francia Alfonsina Strozzi figlia di Roberto, che fu cavaliere di Santo Spirito, con esso lei procreasse generosa prole, ed ottenesse in corte onoranze, e stati al pari dei principali gentiluomini di Francia[13].
Sopra tutte truce la fine di Ottobuono Fiesco: la sorte il condusse a militare in Siena fra le armi francesi; caduta Siena, con valorosi uomini si chiuse in Porto Ercole; mille in tutti; e gli assalirono il marchese di Marignano, e Chiappino Vitelli con cinquemila fanti, fiore di soldati, e Andrea Doria ci andò, per comando dello Imperatore, con trentotto galee a circondarlo dal lato del mare: non pareva, e veramente non era cotesta impresa da sostenersi, ma ci comandava Piero Strozzi, per antico costume uso a non cedere, se prima non mirava la disperazione proprio in faccia; in fatti presto li ridussero al verde, in grazia delle artiglierie, che il Doria prestò al marchese di Marignano; ruinati i forti, i difensori più prodi uccisi, Piero diè voce di andare con una galea contro l'armata turchesca per affrettarla alla riscossa; ad altri altre novelle; partì nè più si rivide, e ai rimasti toccò rendersi a discrezione; i soldati, spogli dell'arme, e di ogni valsente che portavano addosso, ebbero licenza di andare con Dio; i ribelli consegnansi al Doria, affinchè sopra le galee li trasportasse a Livorno; tra questi, agognata preda da lui, Ottobuono Fiesco. Andrea lo fece riporre dentro a un sacco, e poi con lunga vece ora tuffare, ora trarre fuora dall'acqua perchè si sentisse morire. Gli scrittori dei gesti del Doria tacciono del caso e a dritto; dacchè si comprenda il cruccio di un uomo, il quale, inteso durante tutta la vita a fondare la grandezza della propria famiglia, miri un dì schiantato l'erede su cui si appoggia tutta la sua speranza; anco in parte lo scusano i tempi, e gli esempi tristissimi; lo giustifica in certa guisa il costume di esercitarsi tra gente barbara: e tuttociò considerato pure non puoi astenerti da sentire raccapriccio per un uomo che, dopo otto anni dalla congiura Fiesco, su lo estremo della decrepitezza (così che da un punto all'altro doveva aspettare la chiamata per comparire alla presenza di Dio) non rifuggiva spaventare il mondo con lo spettacolo dell'odio che non perdona mai. E nondimanco anco in me riarde implacabile l'odio, non già contro Andrea Doria, bensì contro i vituperosi scrittori, i quali si attentarono salutarlo magnanimo. Da un altro fatto si palesa eziandio, come l'odio, più che ogni altra forza, valesse a tenere tanto lungamente unita l'anima al corpo del Doria, il quale è questo, che, comunque decrepito, volle farsi ritrattare, in sembianza di percotere con la verga un gatto, che fu l'arme dei Fiesco, quasi per tenere sempre dinanzi agli occhi una immagine, che gli ricordasse il cómpito di sterminare la casa Fiesca, finchè gli bastasse il fiato.
Romanzieri e Tragedi fantasticarono intorno alla Leonora Cybo, moglie di Gianluigi, strane cose e false. Lo Schiller finse che, aggirandosi ella durante la notte della congiura per le vie di Genova in traccia del marito, rinvenisse il mantello rosso che costumava portare Giannettino Doria, e in quello per celarsi nella baruffa si avvolgesse, onde poi Gianluigi, scambiandola in mezzo al tumulto pel suo nemico, miseramente la trucidasse; diverso il Tedaldi Fores (che se la morte non lo mieteva immaturo sarebbe cresciuto bella fama italiana) ci mostra la Leonora sul lido pazza pel dolore del perduto consorte: ora di tutto questo è niente: Eleonora si consolò e presto. In certo libro manoscritto, che si conserva nella biblioteca civica di Genova, dettato da un Buonarroti ed ha per titolo: Alberi genealogici di diverse famiglie genovesi, occorre notato, com'ella si maritasse in seconde nozze con Chiappino Vitelli marchese di Cetona, soldato di Cosimo duca di Firenze, immane, dicono, per corpulenza in guisa, che una sua coscia superasse in grossezza la vita della moglie; e, quello che spaventa di più, esecutore dei truci comandi in danno della famiglia del suo primo marito: apparisce altresì, che cotesta donna, se difettava di tenerezza, non patisse mancanza di solerzia pei suoi interessi, dacchè troviamo com'ella accomodasse nel 1549 grossi capitali sopra i banchi di San Giorgio. Dalle quali notizie sbalza fuori una considerazione, che parci buona, ed è, che gli uomini, invece di sbraciare alle donne virtù che non possiedono, farebbero molto bene a rispettare quelle che hanno.
Adesso, affinchè conchiudiamo convenientemente questa parte della vita di Andrea Doria, rimane a vedere se la congiura di Gianluigi Fiesco potesse approdare o no. I panegiristi di Andrea affermano risoluti, che, come scellerata, ella fu pazza, non si potendo reggere per cause interne ed esterne; e discorrendo le interne, dicono come il Conte non potesse fare capitale sopra veruno ordine di cittadini; non su i nobili alieni da mutare stato, epperò impedimento inerte, se non tocchi; nemici potentissimi ed operosi, se offesi; non su i borghesi, come quelli che lo arieno tolto in odio come oppressore della libertà, e perturbatore dei traffici, quali desiderano sempre, e sia qualunque, quiete; forse tutto al più poteva sperare di rinvenire seguito nel popolo minuto; ma questo all'ultimo poteva difficilmente tenersi da offendere i cittadini nella roba o nella persona, onde gli offesi, stretti in lega pel comune pericolo, avrebbero respinto la forza con la forza, e così la città sarebbe caduta in guerra civile e moltiplice e infinita; e nè anco compariva che Gianluigi avesse preso accerto dei disegni del Verrina, nè pegno dei fatti suoi. Arrogi i torbidi pel caro della vittovaglia in cui allora si versava la città, di che non si sarebbe mancato attribuire la colpa al Conte; e poi, o come voleva fare Gianluigi a reggere, Andrea vivo? E morto, come resistere agli sforzi palesi o segreti di tanti amici, consorti e collegati suoi? Come alle insidie di Carlo imperatore, alla fortuna, e alle armi di lui?
Inani cose tutte per piaggeria o per errore, ma più per piaggeria, perocchè i nobili, come vedemmo, fra loro si odiassero a morte, parendo ai nobili nuovi essere rimasti soperchiati con le leggi messe fuori dal Doria, e ai vecchi con la violenza dei nuovi; i borghesi, secondo il solito, stupidi, la più parte, e disposti al basto, purchè uno; se due forse si sarebbero risentiti; ma in qual modo sariasi comportato Gianluigi non si poteva sapere, ed è da credere bene, almanco su i primordii; del popolo non era a dubitarsi, compiacendo egli al proprio genio e dalle lusinghe vinto, e dai doni: lasciatolo un po' sfogare da principio, si poteva facilmente ridurre a partito, che co' tumulti verun governo dura, e Gianluigi, a quanto sembra, non era uomo da farsi tagliare le legna addosso; rispetto poi al Verrina, checchè altri abbia fantasticato di lui, egli si mostrò sempre fedele alla fortuna dei Fiesco, con loro si perigliò, con loro morì. Andrea, rotto come si trovava dagli anni, accasciato dalle infermità, vinto dall'angoscia, avrebbe avuto per ventura essersi messo in salvo con la fuga; gli amici e consorti, e i collegati suoi egli avrebbe sperimentato, nello infortunio, simili in tutto agli amici, ai consorti e ai collegati dei Fiesco; quelli, come questi, sariensi stretti in folla attorno l'albero caduto per levarne le schiappe; e sopra ogni altro te ne faccia prova lo Imperatore Carlo V, il quale, sprofondato nella guerra dei luterani in Germania, e atterrito dai tumulti di Napoli, essendogli corso il grido che il rivolgimento di Genova aveva preso piega favorevole al Fiesco, spedì in diligenza a Ferdinando Gonzaga, affinchè s'industriasse con ogni argomento tenersi in divozione Gianluigi, promettendogli in modo solenne che, qualunque patto avesse convenuto con lui, egli lo avrebbe senza fallo osservato.
A questo si riduce l'amicizia dei Principi; e a cui ci si fida toccano per ordinario le beffe e il danno; nè più ha forza presso di loro la parentela, e il caso di Pierluigi Farnese lo chiarirà fra poco; nè credo già, che possa maravigliarsene alcuno, imperciocchè tra le arti di regno si annoveri precipua la ragione di Stato, la quale viene costituita dal rinnegamento di ogni senso morale, dall'oblio dell'amicizia, della consanguineità e dello stesso amore. Affilata del continuo su la cote del più acerbo interesse, l'anima dei re diventa alla per fine un rasoio.