II. LA LEZIONE

Il giovine era vestito nella più elegante maniera; il gusto più fino avea dettato la norma del suo abbigliamento, il quale non usciva però dalla più stretta semplicità. Entrando nel salotto dov'era quella incantevol creatura, Daniele rabbruscò la fronte e raggrottò le ciglia, dappoichè Emma non si era, secondo il solito, levata d'in su la sedia per andarlo a ricevere; la giovinetta pareva assorta interamente nello studio di quella ballata spagnuola.

— Buon giorno, maestro, gli disse, io vi aspettava con impazienza; non so se io abbia indovinato questo ritornello ch'è assai gentile ma difficile.

— Vediamo, Duchessina, a voi nulla può esser difficile.

— Davvero vi dico che non raggiungerò mai la semplicità e la grazia di questo canto; ho paura che nol canterò sabato alla serata di Lady Boston.

— In questo caso io mi attirerei l'odio e l'animosità di tutti, Duchessina, perocchè a me si attribuirebbe la colpa di non avervi fatto cantare questa ballata.

— Vi assicuro che non la canterei se non avessi ciò promesso a tutte le mie amiche.

— Ed al Visconte di Boisrouge, Duchessina, soggiunse cupamente Daniele, affisando i suoi occhi torbidi in volto alla giovinetta.

— Ebbene, sì, vel confesso; anche a costui l'ho promesso: sapete che questi è uno dei miei ammiratori, disse ridendo la fanciulla, mostrando quei due filari di denti nivei ed ugualissimi.

— Ammiratore! Duchessina, e chi non è vostro ammiratore? Dategli piuttosto un altro titolo.

— E quale?

— Quello di vostro amante.

— Gli è vero, rispose Emma, e dei più noiosi.

— Non tanto, Duchessina; mi permetto di ricordarvi che lunedì sera alla festa di Madama A.... voi cantaste con tanta espressione con lui il duetto del Tancredi, che tutti invidiarono la sorte del Visconte...

— Oh! ben sapete che io cerco sempre di porre un poco di anima in quello che canto; non posso vincere il mio temperamento. D'altra parte, quel duetto è tanto bello!

— Io lo detesto, Duchessina.

— Lo detestate! e perchè?

— Non so, lo detesto tanto che ho giurato di non più accompagnarne il canto in qualsivoglia riunione.

— Eppure, voi medesimo mi diceste che quel duetto vi piaceva estremamente, e foste voi, se ben ricordate, che mel faceste imparare.

— Oh, Duchessina, se io avessi supposto che...

— Che cosa, maestro?

— Non so, volea dire che... che... io detesto quel duetto da lunedì sera.

Daniele abbassò gli occhi: sul suo volto era apparsa una leggiera tinta di vermiglio. Emma finse di non comprendere la significazione di quelle parole e trasse a caso un accordo dalla tastiera.

— Volete aver la bontà di riascoltar questo pezzo?

— Io vi ascolto, Duchessina.

Emma cominciò a cantare la ballata spagnuola. Era nella voce della giovinetta un tale incanto, una tale voluttà che avrebbe sconvolta la ragione del più freddo uditore: avea certe corde che andavano a toccare il fondo del cuore, e rimescolarvi le passioni: avea certi tuoni di contralto, certe modulazioni, certe cadenze che avrebbero fatto cader un teatro per gli applausi, se quella donna fosse stata artista. Quella voce, quell'accento, quel canto ti mettevano il fremito in tutte le fibre del corpo, ti faceano impallidire per tempesta di commozioni.

Non sappiam dire quello che accadeva nel cuor di Daniele in udendo cantare quella ballata. Senza dire della divorante passione che lo struggeva per quella fanciulla e gli mettea la febbre nei polsi ogni qual volta l'udiva semplicemente a parlare, egli provava un sentimento indefinibile tutte le fiate che udiva parole spagnuole. Egli stesso non sapea rendersi di ciò ragione, ma era un nembo di rimembranze indistinte, un sogno lontano che gli si riaffacciava alla mente, un altro cielo, un'altra terra ch'ei vedeva attraverso confuse immagini: era forse la lingua che in culla egli udiva susurrarglisi all'orecchio, e che forse ei medesimo balbettava quando era bambinetto di due in tre anni. Certo si è che quel canto e le parole di quella lingua facevano sull'animo di Daniele tale impressione ch'ei si sentiva toccare il cervello e diventar pazzo. Aggiugni che nel cumulo delle ricordanze velatissime che gli si presentavano al pensiero, ei vedeva una casa splendidissima e tanti vaghi oggetti che non giungeva a distinguere: tra l'altro, raffigurava in mezzo alla sua memoria una donna bellissima che sempre il baciava, e che gli diceva appunto tante cose in quella lingua che or egli ritrovava sulle labbra di quella bella creatura, che gli sedeva allato. E quando Emma ebbe terminato di cantare, Daniele rimaneva tuttavia nella immobilità di statua, assorto in una sola idea che gli dava rovello e che il faceva uscir di senno. Egli pensava... pensava che forse egli era nato RICCO E NOBILE!

— Ebbene, maestro, non avete nulla da osservare, nulla da correggere nel modo di cantare questa ballata? chiesegli Emma.

— Nulla, Duchessina. Quando io vi ascolto, io non sono più su questa terra, il sapete. L'arte sterile e pedante è fulminata dal vostro genio. Quando io vi ascolto non sono più vostro maestro, ma vostro ammiratore.

— Voi mi lusingate troppo, maestro; ho paura che non mi guastiate.

— Ed io vi guasterei davvero se facessi la minima pedantesca osservazione a quello che avete cantato. Noi abbiamo cambiato le nostre parti, Duchessina; voi siete che insegnate ed io che apprendo. Se sapeste quante ascose bellezze artistiche mi rivela il vostro canto! Non vi parlo dell'impressione che in me produce, di quello che io sento... Duchessina, io sarò costretto di rinunziare al piacere di udirvi.

— Che vuol dir questo? domandò la giovinetta abbassando quelle sue lunghe ciglia.

— Vuol dire che star vicino a voi un'ora o due, qui, in questo salotto, colla mia sedia così vicina alla vostra, vedervi così dappresso, gustare io solo la immensa delizia di sentirvi a cantare, trattenermi con voi da solo a solo, udir le vostre parole, guardare i vostri occhi... è troppo crudel prova pel mio povero cuore... nol posso, no, Duchessina... Mille altri invidiano la mia sorte, eppure io sono più infelice assai di loro tutti... Perdonate, l'ardita franchezza del mio linguaggio, e compatite ai mali che voi fate.

— Non v'intendo, signore. Non è la vostra professione quella di maestro di musica? Non sono io la vostra discepola? Non debbo al vostro merito impareggiabile quel poco che so? In quanto all'effetto che produce in voi il mio canto, siccome voi dite, l'attribuisco alla bella tempera dell'animo vostro si ben formato. D'altra parte, è vero che il canto suol produrre di strani effetti sul cuore degl'innamorati.

Daniele fece un balzo in sulla sedia, trasalì, si scolorò, ed indi il suo volto diventò fiamma ardentissima.

— Che! Duchessina, balbettò egli, avreste voi letto nell'anima mia?

— Non propriamente, nell'anima vostra, rispose sorridendo la giovinetta, ma qualche cosa ho indovinato da questo biglietto che vi consegno. Ieri sera voi non veniste alla nostra conversazione, e ieri sera appunto avreste trovato qui qualche cosa che vi avrebbe fatto estremo piacere. Or bene, eccovi il biglietto; via, non arrossite; è così naturale alla vostra età il far l'amore!

Emma traeva dal seno una carta piegata in forma di lettera e la consegnava all'attonito giovine, il quale vi gittò con ambasciosa avidità gli occhi e lesse sulla sopraccarta: DANIELE DE' RIMINI — DA LUCIA FRITZHEIM. Daniele impallidì: le sue labbra s'imbiancarono come quelle di un morto, e rimase lungo tempo con quella lettera in mano senza sapersi risolvere ad aprirla. Egli era atterrato! Avea fatto tanto per nascondere ad Emma i suoi amori con Lucia, per tema che non le fosse giunta all'orecchio la bassa sua origine!

— Ebbene, maestro, a che pensate adesso? Non vi affrettate a leggere quello che vi scrive la vostra bella? Ora su, andiamo, ve ne dò il permesso.

— Duchessina, rispose con rauca voce il giovine mal nascondendo il turbamento e l'ira ond'era preso, permettete ch'io vi dica esservi di gran lunga ingannata nelle vostre supposizioni. Questa donna che mi scrive, questa donna che voi credete mia innamorata, non è che una avventuriera.... una straniera ch'io ho conosciuta per casualità; il suo cognome v'indica che essa non appartiene a questo paese. Io non so come abbia avuto l'ardire di scrivermi dopo che l'ho dispregiata, dopo che non ho voluto cadere nei lacci delle sue seduzioni.... Ma già conosco quello che questa donna mi chiede, Duchessina. Non è amore quel che questa disgraziata mi chiede, ma sibbene del pane... del pane.

Ciò dicendo, l'infame trovatello intascava la lettera senza neppure dischiuderla, per tema che ad Emma non fosse nata la curiosità di gittarvi lo sguardo.

— In questo caso vi chieggo scusa, maestro che una tal donna fosse vostra innamorata. Vi assicuro che mi dispiace di essermi ingannata: non so perchè, ma quel nome avea destato in me una certa simpatia, anche perchè mi si disse ieri sera che un fanciullo di circa dieci anni in undici anni avea recata quella lettera. Il poveretto era stato dapprima alla vostra abitazione alla Riviera di Chiaia, dove gli avean detto che forse vi avrebbero trovato qui. La mia cameriera soggiunse che quel miserello si pose a piangere quando seppe che non eravate qui; sembrava afflittissimo e stanco a morte, perocchè avea fatto cammino a piedi, e diceva di esser partito nientemeno che da una strada lontana lontana; se ben mi ricordo, da S. Maria degli Angeli alle croci vicino al Real Albergo dei poveri! Queste ultime parole agghiacciarono il cuore di Daniele. Emma sapeva ormai la dimora di Lucia! Un'orma era segnata per discoprire il tutto! Daniele si morse le labbra: i suoi occhi gittavano veleno di collera.

— Intrighi, bugie, Duchessina: nulla di vero di quanto asserì quel fanciullo, al quale era stata forse insegnata una parte per commuover la gente di questa casa e carpirvi del danaro. Bricconi di pitocchi! Ei bisogna far cacciare dai vostri servi quel fanciullo, se si presenta di bel nuovo o qualunque altro venga in nome di questa intrigante avventuriera; i loro piedi brutterebbero la vostra casa; le loro parole contaminerebbero gli orecchi della vostra gente. Non mi arrecherebbe maraviglia se ardisse venir qui la stessa Lucia Fritzheim! Oh, Duchessina, ella ingannerebbe i più astuti. Se vedeste che sembiante d'innocenza! Che modi ingenui propri di un cuor gentile e virtuoso! Ma or siete avvertita, e non darete nella pania, siccome non vi cascheranno i vostri servi. Ma che dico! Ei bisogna, vi ripeto, ei bisogna far cacciare costoro senz'ascoltarli! Oh se vostro padre o vostra madre sapessero che donna è cotesta Lucia Fritzheim, non saprebbero abbastanza rammaricarsi che voi abbiate conservato un suo biglietto.

— Ma io ignorava tutto ciò, disse la fanciulla vagamente colorandosi di rosso nel volto.

— Abbastanza ci siamo occupati di questa sciagurata. Che il suo nome non contamini più le vostre labbra, Duchessina, fatemi l'onore di credere che nè il cuore nè il mio pensiero scendono tanto giù.

Sul sembiante di Daniele eran dipinti il dispetto, la collera, il livore. Emma credette scorgervi un sentimento di giusto sdegno.

— Dite bene, maestro, non parliamo più di ciò. Non potete credere come mi fa male il sentir certe cose. Oh che brutta cosa è la menzogna, l'ipocrisia, il tradimento!

Daniele stravolse gli occhi come se avesse avuto sul capo un colpo di mazza. Per buona ventura, Emma nol guardò in quel momento, dappoichè avea di bel nuovo spiegato sul leggio del piano-forte la prima pagina della ballata spagnuola.

— Voi dunque, maestro, m'incoraggiate a cantare questa ballata sabato sera da Lady Boston?

— Se v'incoraggio, Duchessina! Che cosa volete ch'io vi dica? Voi la canterete, se vi piace, e se l'avete promesso a quella ragunata e al visconte di Boisrouge; voi la canterete, e farete impazzare tutti quei signori. Ma per me, voi lo sapete; io vorrei che voi non cantaste giammai nelle ragunate... Io sono geloso, Duchessina.

— Geloso! esclamò la giovinetta sorridendo.

— Sì, geloso; o per dir meglio, egoista. Vorrei sentirvi io solo; vorrei che nessuno altro provasse quella gioia ch'io provo nell'ascoltarvi. Io so bene, Emma, che nessuno può in quei momenti sentir quello che sento io; ma pure, allora che gitto uno sguardo sul circolo de' vostri uditori, e veggo i loro volti infiammati, i loro occhi scintillanti, e indovino i palpiti dei loro cuori, a me pare che tutti debbano adorarvi siccome... siccome si adorano gli angioli come voi.

Daniele non disse siccome vi adoro io, ma Emma il comprese e sorrise. Da molto tempo la giovinetta si era accorta dell'amore di Daniele per lei, e ne gioiva. Daniele era per lei una vittima ch'ella attaccava al carro dei suoi continui trionfi, e cui si compiaceva di turbare.

— Sempre cortese e galante è il vostro linguaggio maestro. Se non sapessi che siete sincero, vi crederei adulatore...

Dopo qualche momento di silenzio, Emma riprese:

— Avrò un bel coraggio sabato sera per pormi a cantare. Sapete chi canterà da Lady Boston?

— Chiunque altro non potrà che sfigurare al vostro paragone.

— Anche se quest'altro o quest'altra fosse la signora Pasta?

— Ebbene, anche la signora Pasta non potrebbe che stare in seconda riga a petto vostro, Duchessina.

— Oh! oh! convenite che questo è troppo. La signora Pasta è la prima cantante che oggi sia in Italia.

— Non niego il suo merito, ma guai a lei, vi ripeto, se voi calcaste le scene per una sola sera!

— Tregua ai complimenti, signor maestro, e permettete ch'io vi dimandi che cosa canterete voi: ricordatevi che sabato scorso prometteste di farvi udire, e sarebbe scortesia il mancare.

— Io non mancherò; ho promesso di cantare... e canterò per la prima volta in casa di Lady Boston.

— Vi hanno ammirato come esimio suonatore; avranno l'agio di ammirarvi come esimio cantante. Che pezzo canterete?

— Un pezzo di mio componimento: farete le grandi meraviglie se vi dirò che anch'io ho composto le parole di questo pezzo.

— Davvero! sclamò la giovinetta, ecco che ogni giorno discopro in voi nuovi pregi e novelle doti; non sapevo che foste anche poeta.

— Duchessina, quando si ha nel cuore una profonda passione, si diviene poeta senza volerlo.

Emma chinò gli occhi sulla tastiera; e, fingendo spensieratezza, soggiunse:

— Ed è una romanza quella che avete composta?

— Non so quello che è; soltanto so che le parole e la musica sono esalate dalla profondità dell'anima mia.

— Avete almeno dato un titolo a questo vostro componimento?

— Sì, Duchessina, il titolo è, Un colpevole amore.

— Perchè colpevole? dimandò la fanciulla.

— Perchè è colpa in me l'amore; ei mi fa d'uopo idolatrare.

Emma si alzò e sorridendo disse a Daniele:

— Sedetevi qui, signor maestro, e fatemi udire il vostro colpevole amore.

Il giovine si sentì profondamente umiliato da questa specie di sottile e beffarda ironia.

— Non posso, Duchessina: in questo momento ci è troppa differenza e troppa distanza tra le nostre anime perchè voi possiate appieno gustare il mio componimento; l'anima mia è trista, assai trista, e la vostra è gaia, sorridente, felice. Non pertanto, poichè lo volete, io canterò, vi farò sentire il mio componimento e aspetterò dal vostro labbro la mia sentenza... cioè se potrò arrischiarmi a cantarlo da Lady Boston.

Daniele si sedè al piano-forte e cantò la seguente romanza:

Ah non mai, non mai saprete

Del mio amor qual'è l'oggetto,

Se anche un regno mi darete,

Non sarà ch'io v'apra il cor.

Resterà sepolto in petto

Il segreto del mio amor.

Muto il labbro non si affida

Rivelar la fiamma ascosa;

Sia ch'io pianga, sia ch'io rida,

Chiuso è a tutti il mio penar;

Chè a se stesso il cor non osa

La sua colpa confessar.

Se colei che m'innamora

Semplicetta a me sorride,

Il mio volto si scolora,

E l'incendio in me si fa;

Ma l'arcano che mi uccide

Ella stessa ignorerà.

Come è nato l'amor mio,

Quale ha speme non so dire;

Ardentissimo un desio

Sol mi va rodendo il sen.

Ah potessi nel morire

Quanto io l'amo dirle almen!

Daniele avea cantata questa romanza con tale accento di disperata passione che Emma non potè nascondere il suo turbamento. Il giovine avea una bellissima voce di baritono, al che si aggiungeva un modo di cantare così perfetto e tant'arte che il suo canto innamorava. Pensate quale e quanta espressione fu da lui posta questa fiata nel pezzo di musica, in cui ritratto avea le sofferenze del proprio cuore.

— Magnifico! sublime! esclamò la fanciulla; voi sarete l'eroe della serata di sabato; ma badate che tutti useranno l'indiscrezione di chiedervi il nome dell'oggetto da voi amato.

— Indarno il chiederanno, Duchessina.

— Ebbene, maestro, ditemi la sola lettera iniziale del suo nome; ditela a me sola, vi prometto che non la paleserò a nessuno.

— Che mi chiedete, Duchessina!

— La sola lettera iniziale; pensate ch'egli è impossibile conoscere un nome da una lettera.

— Ebbene, io vi dirò una lettera del suo nome e vel lascerò indovinare; ma allora peserà su voi la responsabilità del mio segreto discoperto.

— Dite dunque.

Daniele trasse di tasca una piccola matita e con mano tremante segnò sulla carta di musica della sua romanza la lettera M.

Ah! indovino, esclamò l'astuta giovinetta per torturare l'amante, e quasi che non avesse compreso che questa M era tutto il proprio nome; indovino di che si tratta; voi amate Lady Maria Boston: avete ragione di aver intitolato la vostra romanza un colpevole amore, perchè questa donna è maritata.

Daniele pallidissimo e turbato stava per rispondere quando sì presentò nel salotto la Duchessa di Gonzalvo madre di Emma. La lezione cessò, e la conversazione si aggirò su cose indifferenti.