V. IL CUORE DI UN PRETE
Daniele adunque abitava alla Riviera di Chiaia.
Il suo quartiere, composto di poche stanze, ma tutte con eleganza addobbate, guardava, per un lungo terrazzo, sulla villa Reale. Due erano le principali stanze del nostro celibe maestro di musica, il salottino da conversazione e lo studio, vale a dire lo stanzino dov'egli solea dar lezioni di piano-forte. Queste due stanze erano contigue e strette l'una all'altra sicchè era mestieri passar pel salottino per entrare nello studio. L'addobbamento di queste due stanze avea qualche cosa di troppo splendido pel modesto stato di maestro di musica, e dava subitamente a divedere nel padron di casa quella smania d'imitare le maniere ed il fasto dei nobili e dei ricchi. Per porre la sua casa sovra un piede aristocratico, Daniele avea contratto non pochi debiti, cui egli soddisfaceva il meglio che poteva, perciò che sarebbe morto di vergogna se nella capitale si fosse buccinato esser egli stato perseguitato dai creditori.
Il salottino, messo con paramenti di Francia, era un vero mazzolino di fiori per freschezza, per profumi, per colori. Il palco, a fondo bianco venato avea nel mezzo una bella dipintura rappresentante il gruppo delle tre Grazie; una piccola ma gentil lumiera di bronzo dorato sorreggente dodici torchietti scendeva a mezzo la stanza, per via di un largo cordone, il cui capo fingeva di esser sostenuto dalle tre Grazie. Un caminetto alla foggia inglese era scavato in fondo del salottino; aveva un paracenere di ottone indorato con fregi a rilievo, ed altri a retina di ferro. Nella stagione estiva il suo vano era chiuso o meglio velato da un telaio sul quale eran dipinte parecchie caricature e scherzi e fiori e frutte. Intorno a questo caminetto era un mezzo cerchio di sedie imbottite e coperte di raso bianco, di seggioloni a ruote con ispalliere ricurve indietro, di sedie a bracciuoli, di poltrone a molle. A piè della più parte di queste sedie eran seggioline e panchettine, similmente imbottite, da appoggiarvisi i piedi, cassette da sputare, arnese tanto necessario a' fumatori, principalmente là dove di be' tappeti covrono il pavimento, siccome in casa di Daniele nella stagione invernale. Un gran sofà era situato alla parete opposta al caminetto; questo canapè con doppio rullo era coperto di raso cilestre ed avea la spalliera e i bracciuoli lavorati con intagli ed ornamenti finissimi. Un tondo di mogano a lastra di marmo era situato nel mezzo del salotto, zeppo di tutte quelle figurine di marmo, di stucco, di alabastro che popolano i salotti e che sembrano ivi dimenticate dal padron di casa. Questo mondo di lilliputti preziosi che si accalcano sovra un tondo o sovra una mensola rivelano le passioni infantili degli uomini dell'era nostra, i quali a somiglianza dei bimbi, prendono diletto nei balocchi e nei giocarelli. Non poteva la moda inventar cosa più adatta all'indole puerile del secolo nel quale viviamo.
Lo studio di Daniele era più semplice. Un divanetto rosso da un lato avea dinanzi a sè un deschetto da colezione; più lungi uno scaffale di bel lavoro su ciascun palchetto del quale eran gittati alla rinfusa libri e carte di musica. In altro lato di questa stanza, aderente al muro, una scrivania ad una sola cassetta, coperta parimente di libri, di carte di musica e di arnesi da scrittoio, tra i quali primeggiava per gusto e per lusso il ricapito da scrivere tutto in oro, di cui ciascuna parte, cioè il calamaio, il polverino, il pennaiuolo o il vasetto da cialde, rappresentava un differente animale, e congegnato in maniera che ciascun animale adempiva al suo diverso officio di fornir quello che si aveva in corpo. Il piano-forte compiva l'ammobigliamento di quella stanza: magnifico strumento di artefice tedesco. Queste due stanze comunicavano tra loro non pure per mezzo dell'uscio di entrata comune, ma eziandio per mezzo del lungo terrazzo di cui abbiam parlato più sopra. Eleganti cortine di finissima mussolina velavano la luce nella estiva stagione e temperavano il freddo nell'inverno. Un'affettazione di studiata imitazione, un desiderio di far mostra di agiatezza, un'apparenza di lusso, eran questi i caratteri specchiati di questa casa. Da qualche tempo nondimeno tutto pareva quivi negletto e abbandonato, mentre ordinariamente la massima cura metteasi da Daniele per tener tutto pulito, ordinato e appariscente.
Abbiam dovuto un poco allargarci su questi inetti particolari, acciocchè più spiccatamente apparisca il carattere del personaggio di tanta importanza nella storia che abbiam preso a narrare.
Otto giorni sono scorsi dalla morte di Giacomo. Eran le dieci d'un mattino di domenica, quando una violenta scampanellata fece accorrere all'uscio da scala un giovin domestico ch'era al servizio dell'elegante maestro di musica. Daniele ritornava in sua casa da una breve passeggiata che avea fatta nella Villa Reale. Egli era più del solito abbattuto pallido, di pessimo umore.
Insin dal dì della morte di Giacomo, il giovin Daniele non era più tornato in quella casa dove avea passata la sua giovinezza. Il suo giuramento, le ultime parole del vecchio, la disperazione di Lucia si presentavano a quando a quando nel suo animo per gittarvi un'ombra tetrissima: ma tosto venivan cotali funeste immagini cancellate dal turbine dei piaceri e dalla presenza o dalla immagine di Emma. Questo per tanto si aggiugnea agli altri argomenti di tristezza che oppressavano il petto di lui, tra i quali non ultimo la sete divorante ch'ei sentiva di ricchezze e di onori. Nel ritirarsi ch'ei fece quel dì, erasi gittato in una poltrona del salotto, sprofondandosi nei suoi cupi pensieri, allora che un personaggio si presentò agli occhi suoi, senza farsi annunziare. Questi era Padre Ambrogio. Daniele non potè frenare, in veggendo il sacerdote, un moto di spiacimento: egli non si aspettava quella visita. A Padre Ambrogio non era sfuggita l'impressione poco piacevole da lui fatta sull'animo del giovine, ma non si scuorò per questo, imperocchè l'avea preveduta, anzi, ei si attendeva di non esser ricevuto; epperò, infingendo col domestico di Daniele essere in grande intrinsechezza con costui, non avea voluto farsi annunziare. Il buon prete salutò con composta umiltà l'altero signorotto, che non si era neanche alzato dalla sua poltrona.
— A che debbo servirla? chiese questi secco al reverendo, senza nemmeno offrirgli da sedere.
— Vi chieggo scusa se vi disturbo; imploro dalla vostra cavalleresca cortesia pochi minuti di udienza.
Questa specie di fina ironia, di cui si sarebbe accorto ogni altro il cui lume d'intelletto non fosse stato offuscato dalla vanità, sedusse l'animo del giovanotto, il quale rispose con volto meno burbanzoso:
— Si segga, signor Abate.
Padre Ambrogio si sedè dirimpetto a Daniele.
— Il motivo che qui mi mena, riprese quegli, è sì grave, o signore, ch'io non ho temuto commettere un'indiscrezione per adempire ad un dovere altissimo del mio ministero.
— Di che si tratta? chiese il giovine chinando gli occhi.
— Si tratta che io promisi a Giacomo Fritzheim, poco prima della sua morte, di avere pei suoi figli l'affetto e le cure di un padre; ed io non manco alle promesse, signor Daniele.
— Me ne compiaccio infinitamente, disse questi ferito alquanto dalle ultime parole del prete.
— Or dunque, signor Daniele, la sorte di Lucia mi commuove profondamente. Dal dì della morte del padre la tapinella è in preda ad una febbre nervosa che minaccia di voltarsi a male. La trista scena ch'ebbe luogo pochi istanti pria che spirasse il buon Giacomo e le costui ultime parole le cagionarono un delirio violento che per buona ventura è cessato, lasciandole impertanto nel capo una confusione spaventevole per la sua ragione. E voi l'avete abbandonata, signor Daniele, mentre una vostra parola avrebbe gittato in quel cuore la speranza e la vita? Voi l'avete abbandonata appunto allora che suo padre l'abbandonava, da Dio chiamato, come spero, alla gloria celeste, e allora che un dubbio crudele su i vostri sentimenti lacerava l'animo di quella infelice! Voi avete, signor Daniele, deposto nelle mie mani un giuramento ed eravate libero di non profferirlo. Io non dubito che voi lo manterrete. Se, oltre la religione, l'amore non ve ne fa una legge l'onore vel comanda; voi siete un gentiluomo, l'onore è sacro per voi... Venite adunque, venite a rassicurare quella misera, venite a spargere su quel povero cuore una goccia di balsamo: vel chieggo in nome di Dio, dell'onore, dell'umanità.
Daniele, senza dar segno di minima commozione, suonò un campanello d'oro che aveva a distanza di mano, e al domestico che si presentò sul limitar della porta disse in lingua francese, perocchè francese era il domestico:
— Non è venuto questa mattina alle nove il Marchesino?
— No, signore.
— Va bene. Come sta il mio cavallo?
— Sta meglio, signorino; ieri ha camminato un poco e parea che più non zoppicasse.
— Avete fatto accomodare il fusto della sella?
— Signorsì.
— E gli staffili?
— Nuovi, signore, al tutto nuovi, perchè il cuoio era consumato ai vecchi.
— Bene; e le sguance?
— Tutto a nuovo, signore.
— Benissimo; accendete un candelotto pel sigaro. Eccomi a voi, signor Abate, riprese con massima freddezza l'insolente trovatello; scusate se vi ho interrotto.. Voi dunque dicevate che...
E Daniele accendevasi il sigaro, come se si fosse trattato della più indifferente conversazione.
Una lagrima spuntò sulle ciglia del sacerdote. Tanta perversità di animo superava qualunque antiveggenza.
— Veggo che il vostro cavallo vi sta più a cuore che la povera Lucia, signore. Non ho più a dirvi che una sola parola: Dio salverà Lucia e le darà la forza di strapparsi dal cuore una passione cotanto infelice; ma Dio confonde anche i perversi, e guai... guai all'uomo che si fa giuoco della vita del suo simile!
Padre Ambrogio si alzò... Non mai questo venerabil servo del Signore era stato visto così commosso ed agitato; il suo volto era pallido, i suoi occhi bagnati di lagrime.
— Non voglio esservi più importuno, o signore; io vado via, ritorno presso quella sventurata che considero come mia figlia. Ah! voi non potete comprendere quello che ora soffre il mio cuore. Avea sperato ritornare presso quella buona creatura arrecandole una parola di speranza e di conforto; io le avea promesso di ritornar con voi... Con quale ansia non mi aspetterà la misera? E dovrò dirle che Daniele, l'amor suo, la sua vita, più non è per lei! Che ogni speranza è finita! Ah signore, ripeto, che voi non potete, comprendere quel che soffre al presente questo mio cuore!...
Padre Ambrogio piangeva... Daniele non avea cessato di fumare con una placidezza spaventevole.
— Voi siete un uomo eccellente, signor Abate, si fece indi a dire intermezzando frequenti buffi di fumo tra le sue parole; e mi dispiace che prendiate sì viva premura di questo affare, cui penserò io di rimediare al miglior modo. Vi sono talune circostanze, taluni riguardi che mi impediscono per ora di sposar Lucia. Ho promesso di sposarla tra un anno... e si vedrà... ma, pel suo meglio crederei che si acconciasse a dismettere questa idea; anzi voi, sig. Abate, cercate di persuaderla a non più pensarci: sono cose da fanciulli, sono parole che si scambiano alla prima età. Vi assicuro che se avessi saputo che tanto in sul serio quella giovinetta avesse preso le cose, mi sarei astenuto di corrisponderle... Con tutto ciò, io son sicuro che ella mi dimenticherà col tempo, si sanno le arti delle donne, convulsioni, malattie, stiramenti di cuore; lagrime, e poi finiscono con adattarsi ad altri amanti. Lucia farà lo stesso, siatene certo: io me ne intendo un poco in materia di donne: le donne e la musica sono state la mia passione... Persuadetevi, sig. Abate, che nulla di più vero del proverbio: L'amore fa passare il tempo, e il tempo fa passar l'amore... Io le voglio del bene a Lucia, e le farò del bene sempre che potrò... Ma, in quanto a matrimonio, non è possibile. Io sono slanciato nel mondo, frequento la miglior società di Napoli, e un matrimonio ignobile mi ruinerebbe nei miei affari... Questa società in cui viviamo è così esigente! Beato voi, signor Abate, che non ci siete in contatto! Se sapeste quello che vi si soffre! I sacrificii che si fanno per conservarsi in una certa sfera di riputazione... Io lo so, per mia mala ventura, che sono tanto ricercato e da pertutto!
Qui Daniele si alzò e riprese, quasi per accomiatare il sacerdote:
— Ritornate adunque da lei, e ditele da parte mia che non mi dimenticherò di lei, che verrò a trovarla non sì tosto le mie faccende mel permetteranno, e che faccia capitale di me in ogni emergenza; ma sopratutto fatele ben comprendere, signor Abate, che provvegga ai suoi casi il meglio che può, che non rifiuti, per me, qualche altro partito a lei più conveniente e più adatto, e che io sarò pienamente felice quando saprò ch'ella è del pari felice con un compagno più degno di lei... A rivederci adunque, Padre Ambrogio, non posso goder più a lungo della vostra compagnia, stante che le mie faccende mi chiamano altrove.
Daniele fece un leggiero inchino di testa e si inoltrò verso l'uscio, come per indicarne il cammino a Padre Ambrogio, il quale, senza più aggiungere una parola, profondamente addolorato si partia di quella casa per tornare colà dove LA CARITÀ il chiamava a tergere le lagrime di una misera famiglia e a pianger con essa.