V. LA CAMERA VERDE
È anche mia precisa volontà che il MIO CADAVERE dopo l'imbalsamazione, rimanga nella camera verde del secondo piano della mia proprietà di Schoene Aussicht.
«Il mio cadavere sarà vestito con quella proprietà e decenza che si convengono al rango ed alle ricchezze del Baronetto Brighton, Conte di Sierra Blonda. Ogni giorno se gli cambierà la biancheria, ed ogni settimana i vestiti.
«Due volte al giorno il signor Daniele de' Rimini recherà egli stesso al mio cadavere, nel cospetto de' servi testimoni, il caffè e in quelle stesse ore in cui soglio prenderlo al presente».
Era ormai tempo di eseguire le dette prescrizioni del Baronetto.
A quella parola che il dottor Weiss avea diretta con sarcasmo a Daniele, ricordandogli di dover porgere il caffè al morto, la comitiva raccapricciò. Tutti guardarono con una certa angosciosa ansietà il giovine italiano che doveva adempire a quell'ufficio sì tristo e ridevole a un tempo. Ma Daniele non indietreggiò innanzi all'orrore che gli ispirava ormai quel cadavere: egli non doveva vacillare un momento. Eran cominciati i nove mesi, a capo dei quali erano la fortuna e la felicità. Daniele comandò a' servi che allestissero il caffè. Una febbrile energia invadeva le fibre dell'erede... Egli più non capiva quello che veniva buccinato nei diversi gruppi sperperati nella camera; il suo volto era livido, ma la vivacità del delirio era nei suoi occhi; la coscienza della propria situazione non l'avea per altro abbandonato. Il caffè fu recato nella solita coppa d'oro in cui il Baronetto solea prenderlo. Daniele tolse di mano ai servi il vassoio d'argento sul quale era la tazza ricolma di caffè, e con piè fermo si accostò al letto su cui giaceva l'estinto. Il vassoio non pertanto traballava nelle mani del perfido. Giunto alla sponda del letto, Daniele, con voce tremante e appena sensibile, dimandò al cadavere:
— Signor Baronetto, vuole il caffè?
Dagli occhi del morto parve che balenasse uno sguardo elettrico e fulminante. Daniele vacillò, le ginocchia mancarongli... ei cadde e con esso il vassoio colla tazza. Si corse in suo aiuto, ma egli si rimise ben presto, balbettò alcune frasi di giustificazione, e chiese un bicchiere d'acqua però che si sentiva ardere il petto e mancare il respiro.
Prima di esporre a' nostri lettori il quadro terribile che pur ci è forza di ritrarre, vale a dire: IL FIGLIO PARRICIDA ALLA PRESENZA DEL CADAVERE DEL PADRE — dobbiamo sdebitarci di una promessa, ch'è quella di narrare il modo che tenne Daniele per involare dalla scrivania di Edmondo la chiave della scatoletta contenente la polvere di Upas.
Nel corso del giorno in cui Daniele avea meditato l'enorme delitto, poi che si ebbe congedato dal Baronetto dicendogli che il domani sarebbe partito per Darmstadt, il mandò a pregare che essendo quello l'ultimo giorno della sua dimora a Schoene Aussicht, voleva riavere il piacere di pranzare con lui. È a notarsi che, dal momento in cui nell'animo di Daniele era nato il funesto pensiero di por termine a' giorni del Baronetto, egli non ebbe più la forza di sedersi alla medesima mensa con lui; di che si scusò, adducendo per pretesto che la sua salute non consentiva che avesse pranzato in sul tardi. Il Baronetto accolse con estremo piacere il desiderio del giovine e il tenne quale attestato del suo affetto. Daniele pranzò col Baronetto: egli seppe abbastanza infingersi, bensì non tanto che la cupa preoccupazione del suo pensiero non trasparisse: ma Edmondo ne spiegò la ragione pel rammarico che il giovine dovea sentire per la prossima sua partenza. Poche parole disse Daniele durante il desinare, e pochissimo mangiò. Alquanti giorni innanzi, Edmondo, in una delle serali conversazioni che tenea cogli amici, avea detto di aver ricevuto da un suo corrispondente delle Indie la narrazione di un conflitto avvenuto nel Ponjab tra gl'Indiani e la guarnigione inglese. Daniele, a pranzo, fece cadere astutamente il discorso su questo fatto, e pregò il Baronetto di leggergli la lettera del corrispondente; il perfido giovine sapea che il Baronetto tenea questa lettera in uno de' cassettini della scrivania, e che una sola chiave aprivali tutti. Edmondo, di nulla sospettando, volea chiamare il suo cameriere per fargli prendere dalla scrivania la lettera; ma Daniele si offrì di recarsi egli medesimo nello studio per prenderla. Edmondo gli affidò la chiave. Daniele tornò colla lettera del corrispondente delle Indie. Egli avea già involata la piccola chiave che dovea servire a schiudere la scatoletta dell'Upas. Alzati di tavola, Edmondo abbracciò Daniele e tornò a pregarlo che la sera non fosse mancato alla solita riunione degli amici. E Daniele tornò a promettere che non sarebbe mancato la sera, siccome avea promesso in sè medesimo di non mancare la notte! Il compimento dell'infame delitto è già noto. Dopo aver somministrato il caffè al cadavere del Baronetto, Daniele si accinse ad eseguire le condizioni impostegli. Il cadavere di Edmondo fu vestito con quella proprietà e decenza ch'egli avea raccomandate. Il suo abito era tutto nero, così avendo egli disposto negli articoli suppletorii del suo testamento. Il cadavere dovea per l'intera durata de' nove mesi portare il lutto della propria morte. Egli avea comandato eziandio che ogni settimana se gli indossassero abiti nuovi. Il sarto francese fu incaricato di fornire ogni sabato le vestimenta nuove del Conte di Sierra Blonda. Daniele dovea vestire e spogliare il Baronetto, adempiendo verso lui all'ufficio di cameriere.
«La più minuta e scrupolosa cura sarà messa dal signor Daniele dei Rimini a tener mondo il mio corpo da qualsiasi impurità della corruzione.»
Quest'articolo delle condizioni facea fremere Daniele. Egli è vero che per effetto dell'imbalsamazione la putrefazione interna cadaverica è impedita, ma è egli mai possibile, senza le più assidue cure, impedire che si formi su qualche parte del corpo morto un principio d'impurità? E ogni giorno la biancheria doveva esser cambiata al cadavere!
Il Baronetto avea benanche disposto che ogni giorno il suo parrucchiere dovesse recarsi, come al solito, a Schoene Aussicht, per prender cura del suo capo e della sua barba. La paga del parrucchiere era triplicata. E il primo giorno, in fatti, dopo l'imbalsamazione, i capelli del Baronetto furono lisciati, scrinati ammorbiditi con finissimi olii e pomate; la sua barba fu pettinata ed allustrata, raccorciandosi i peli disuguali e livellandosi così bene come se il Baronetto avesse dovuto trarre a qualche festa di ballo. Così acconciatosi e vestito a bruno, il Conte di Sierra Blonda fu trasportato nella Camera verde, secondo le disposizioni del testamento. Egli venne adagiato sovra una delle magnifiche seggiole d'avorio a forma di baldacchino. Era questa sedia interamente coperta da soffici cuscini orientali, a disegni cinesi di color scarlatto. Nappe di fili d'oro scendevano da una specie di tettino della sedia, lavorato ed intagliato con tanta ricercatezza e con tanta minuta fatica che quel tettino era un capolavoro di scultura. I piedi di questa seggiola, non più lunghi di un palmo, rappresentavano quattro piccole pagodi con bambocci cinesi nell'interno, figuranti alcuni mandarini che fumavano. Il cadavere era coricato anzicchè seduto su questa seggiola, tranne che il busto era sollevato e appoggiato a morbidi cuscini. Le braccia del Baronetto erano adagiate in sul corpo in una positura semplice e naturale. Le mani erano intrecciate senza stento l'una nell'altra.
Nell'entrare in quella camera era impossibile il ravvisare un cadavare nell'uomo che riposava leggiadramente su quello splendido divano cinese. Il volto del Baronetto non era dissimile da quello ch'era quando era vivo, anzi una leggiera tinta di vermiglio si sfumava in sulle gote, effetto della preparazione del minio, ch'era entrato nella composizione dell'imbalsamazione. Nell'atteggiamento di quel corpo, nella giacitura del capo alquanto inchinato a destra, quasi che avesse guardato, dalla dischiusa finestra, gl'incanti paesaggi che si disegnavano sulle rive del Reno, in quegli occhi vagamente socchiusi, come per evitare la troppa luce che veniva dal giorno sereno e ricco di sole; in tutta la sua persona insomma nulla era che non avesse perfettamente simulata la vita.
Illusione spaventevole che metteva ad ogni istante il ghiaccio e la morte nel cuor di Daniele!
Il dubbio terribile che dalla lettura del testamento era nato nell'animo dell'assassino di Edmondo diventò orrenda certezza per una di quelle circostanze che la Provvidenza fa nascere al bisogno quando intende premiare o punire. Edmondo solea ricevere gli amici con tutta la splendidezza ed il fasto d'un milionario. Pel consueto, egli era vestito con giubba nera. E quella sera, ultima della sua vita, egli aveva indossato una giubba nuova. Daniele stimò per la prima volta vestire il cadavere con quel medesimo abito: e nel passarlo in sul corpo dell'estinto, si avvide di una carta ch'era nella tasca della giubba. Egli se ne impossessò. Era la lettera di Maurizio Barkley la quale contenea la rivelazione della vera entità di Daniele de' Rimini. È indicibile il furore da cui fu preso il perfido Daniele alla lettura di quella lettera... Egli versò segrete lagrime di disperazione; si strappò i capelli; la sua ragione si confondeva!
«Da quanto tempo mio padre era conscio del segreto? dimandava a sè stesso il forsennato... Io forse l'uccisi nel momento in cui egli sognava di stringermi al suo cuore!... Oh, ne son sicuro! Mio padre non avrebbe indugiato a palesarsi a me, a riconoscermi, a legittimarmi!... Mio padre! mio padre! Io ho ucciso mio padre! l'ho vilmente assassinato nel proprio suo letto, come fanno i ladri per impossessarsi d'un tesoro! ed io mi sono seduto alla sua mensa! Molte volte mi chiamò suo figlio!... La prepotente voce del sangue parlava in me! Ed io l'ho soffocata! Maledetto il momento che conobbi Emma di Gonzalvo!... Maledetto il momento che posi il piede a Manheim!... No, questa lettera è d'una data recentissima; essa non ha potuto arrivare che ieri!... ieri sera forse!! Mentre io meditava il delitto e mi accingeva a compirlo, mio padre sapea di avere in me un figliuolo!... All'alba forse egli sarebbe corso da me per abbracciarmi!... Ed io ho sepolto per sempre nel petto di mio padre un avvenire di amore, una vita di felicità!
Tutto quel primo giorno di adempimento dei patti, Daniele non rimase che pochi momenti da solo col cadavere del Baronetto. Quasi tutti gli abitanti di Manheim si recavano a Schoene Aussicht e dimandavano il permesso di entrare nella camera verde. Daniele, in qualità di esecutore testamentario, era ormai la sola volontà che dominasse a Schoene Aussicht: egli però permise agli abitanti di Manheim di trarsi la curiosità di vedere il morto in funzione, siccome nel paese diceasi. Il fatto è che quegli abitanti guardavano con più sorpresa il giovine italiano che il cadavere del Baronetto. Non si tosto Daniele entrava nella camera verde, un bisbiglio si levava, e tutti gli occhi eran volti verso di lui. «Ecco, ecco, il CUSTODE DELLA MORTE,» si sentiva susurrare con mistero e paura. Daniele fu costretto di proibire l'ingresso a tutti i curiosi; e questo fu peggio per lui, perchè così era lasciato solo nella camera verde. E questa solitudine diventò orribile allora che le tenebre caddero sulla terra. La camera verde era rischiarata da un gran globo d'alabastro, che spandeva in quella stanza una luce vaporosa e fantastica. Entrando ivi di sera, Daniele gittò un'occhiata sul Baronetto, ed un brivido gli corse per le ossa. L'illusione era completa!
A malgrado dell'estrema ripugnanza che egli sentiva a guardare il cadavere in sul volto, Daniele rimase lunga pezza a contemplarlo. Parea che quegli occhi, renduti immobili per morte, si drizzassero a lui con orrenda espressione... Strani fantasmi, stranissime larve si aggiravano in quei momenti per la fantasia dello sciagurato giovine. Tra le altre cose, un continuo buccinamento gli stava nelle orecchie: sentiva sempre la voce del Baronetto, che gli ripeteva con sarcasmo le parole che gli disse non appena fu conchiuso il funesto contratto: D'ora in poi io vi considero qual figlio mio!... Indi ricordava quello che il Baronetto gli disse innanzi di conchiudere il contratto: Io vi sarò debitore d'una eterna obbligazione!
«Eterna! eterna! — I capelli si alzavano sul capo di Daniele;... i suoi occhi si affissavano con indicibile espressione sul sembiante di suo padre...
«Dov'è al presente la tua anima, o padre mio, pensava lo sciagurato immobile sul cadavere,.. perduta forse! ETERNAMENTE PERDUTA!... e per mia cagione! Ed io l'ho spinta all'eterna perdizione! O padre mio, tu riposavi con tanta placidezza allora che l'infame mio braccio ti aprì in un baleno l'eternità!»
Daniele non piangeva; ma una lagrima secca e disperata, una lagrima di fuoco si era fermata nel mezzo della sua vitrea pupilla, e la camera verde gli sembrò dipinta a rosso; e gli parve che le braccia di suo padre si muovessero per dimandargli soccorso. Allora ei si trovò sulle labbra certe parole antiche, che gli avevano insegnate quando era bambino... Daniele compitò macchinalmente una prece.
Le nove della sera battevano all'orologio. Il cameriere inglese si allacciò in sull'uscio della camera verde e disse a Daniele:
— Signor de' Rimini, è l'ora del tè.
Daniele fu scosso come da uno stimolo elettrico: con faccia stupida chiese al cameriere che cosa bramava, il cameriere ripetè la formola.
Era convenuto che ogni azione di Daniele, relativa alle condizioni del testamento, doveva esser fatta alla presenza del cameriere inglese e di due altri testimonii, i quali firmavano ogni sera il verbale della giornata. E questo, per attestare, alla fine dei nove mesi l'adempimento degli obblighi imposti all'erede. Daniele tornò in se ebbe rossore di sè medesimo, pensò ad Emma e al Duca di Gonzalvo, riprese coraggio, si alzò e si dispose a porgere il tè al Baronetto.
«Ogni sera, dopo l'ora del tè, il signor Daniele de' Rimini suonerà, alla presenza del mio cadavere, un pezzo a piano-forte e canterà un'aria di sua scelta.»
E quest'ora terribile era giunta! E non solamente il cadavere del Baronetto ma tre altre persone doveano ascoltare quella musica e quel canto, i tre testimoni! Daniele, coll'occhio delirante, col vòlto pallidissimo, coll'anima lacerata a brani dal rimorso, si sedè al piano-forte. Il cadavere del padre gli era di rimpetto. Daniele fece sforzo incredibile nel porre le mani sulla tastiera: egli non si ricordava niente più, avea smarrito le regole dell'armonia, del contrappunto, non riconosceva più i tasti!! Ma di botto, la sua faccia s'irradiò, i suoi occhi scintillarono, la sua testa tremò... Una melodia dolcissima.... celeste.. straziante esalò da quella tastiera. Gli occhi de' tre testimoni si empirono di lagrime!... Era il Requiem di Mozart quello che Daniele avea sonato!
Sopraggiunta la notte, Daniele ordinò che il suo letto fosse trasportato nella stanza contigua alla camera verde. Nonostante il ribrezzo che gl'ispirava la prossimità del cadavere, egli non volea per tanto discostarsene in nessuna ora del giorno e della notte, imperocchè temeva che qualcheduno di quelli che aspiravano all'eredità del Baronetto avesse involato o fatto sparire il prezioso deposito, della cui custodia e conservazione esso Daniele era incaricato. La camera verde avea due usci, per l'un dei quali si andava allo studio del Baronetto e ad altre stanze, e per l'altro si riusciva sulla villetta. Di entrambi questi usci, ben chiusi, Daniele conservò le chiavi. Egli non volle far rimanere altro lume nella camera verde, durante la notte, che quella stessa lampada d'oro che soleva rischiarare la stanza da letto di Edmondo. Daniele accese dunque a fianco del Baronetto il lume; serrò con molta cura le finestre e le porte; dette un'occhiata al cadavere, e rimase a mezzo la camera, colpito da un pensiero che gli andò a toccare le più recondite fibre del cuore. Daniele era solo al cospetto di suo padre!
L'anima di costui il vedeva e l'udiva... Daniele pensò gittarsi a piede del cadavere di suo padre, sciogliersi in amare lagrime di pentimento, chiedergli perdono di avergli data la morte, non conoscendo esser lui suo padre; implorarne la benedizione. Un quarto d'ora all'incirca restò il giovine battagliando con sè medesimo; ma ogni volta che lo sguardo si portava sulla vittima, parea che questi il respingesse. Daniele non ebbe la forza di mandare ad effetto il suo proponimento, e poco stante, gittando un altro sguardo di angoscia sul cadavere, come se avesse voluto dargli la buona notte, si ritirò nella stanza contigua, dove avea fatto preparare il suo letto. Daniele, com'è a supporsi, non potè chiudere gli occhi per tutta la notte. Sebbene l'uscio che il separava dalla camera verde fosse chiuso a chiave, ad ogni momento sembrava allo sciagurato giovine che quella porta si aprisse, e che il Baronetto redivivo gli comparisse dinanzi per opprimerlo dei più strazianti rimproveri. Qualche volta Daniele, cascando a sonno per stanchezza, si destava poco di poi a soprassalto, col petto affannoso, colla faccia livida e cogli occhi smarriti; spalancava gli occhi, si poneva a sedere in letto, e volgeva lo sguardo atterrito intorno a se. Egli avea sognato che suo padre stesse seduto alla sponda del letto.
Altre volte il misero, non si tosto, dopo lunghe ore di agitazione, giungeva a prender sonno, sentiva nell'orecchio la voce del padre, e gittava uno strido altissimo, e si svegliava per non più raddormentarsi. Una notte, mentr'ei vegliava, secondo il consueto, e tenea rivolto lo sguardo sull'uscio della camera verde, vide di repente sparir la luce che rischiarava quella stanza!...
La lampada era spenta!
Daniele solea farla provvedere di tant'olio da poter durare la luce per molte notti. Come dunque si era spenta quella lampada? Lo sciagurato giovine fu preso da strani timori; volle alzarsi per trarre nella stanza del cadavere, ma non bastogli a tanto il coraggio; e stava con un violento battito di cuore. Mentre così rimanea perplesso ed insonne, Daniele porse attento l'udito... Un lamento fioco, indistinto, un pianto soffocato partiva dalla camera verde!! Fu così terribile l'illusione, che Daniele, balzato di letto, corse precipitosamente a destare i servi, e narrò loro lo strano fenomeno che avea colpito le sue orecchie. Si entrò con lumi accesi nella camera verde; si ricercò della cagione del lamento... Nulla si era mosso in quella stanza... Il Baronetto era sempre al suo posto, ironico e beffardo simulacro di vita!
Così Daniele avea passato circa una ventina di notti. Egli non era più riconoscibile: profonde occhiaie gli si erano scavate in sul volto! La sanità del suo corpo era perduta, la sua ragione era vicina a perdersi. Eppure, egli attingeva forza, energia e coraggio pensando all'avvenire, pensando alla sospirata fine di quei nove mesi, che dovevano partorire la Felicità. La felicità! Ecco L'OMBRA dell'uomo in sulla terra; essa è sempre indietro o innanzi a lui! La felicità non è che in Dio. La virtù soltanto avvicina l'uomo a Dio, e la morte sola fa sparire la distanza che li separa.
Fra gli altri fantasmi che confondeano la ragione e abbattevano la salute di Daniele, ogni giorno, nel primo entrare ch'ei faceva nella camera verde, pareagli che il Baronetto non si trovasse in quella medesima posizione in cui era la sera precedente. I camerieri si burlavano di queste allucinazioni di Daniele e si ingegnavano di richiamarlo alla ragione; ma tutto indarno, perocchè quelle allucinazioni erano figlie della rea coscienza. Ammirabil disegno. Il cadavere del Baronetto ch'era stata la serpe morale la quale avea roso le notti di Edmondo, era parimente il verme che rodeva le notti di Daniele. Per colpire le coscienze colpevoli, Dio si vale ben sovente delle loro stesse immaginazioni. In qualche notte, Daniele distraeva le sue veglie rimandando il pensiero a' tempi della sua fanciullezza. Allora egli pensava con orgoglio all'alta sua nascita, pensava con tenerezza alla madre sua di cui l'immagine se gli piangea ben viva alla mente; e cercava di adunare e collegare tutte le più lontane e sparse reminiscenze per trarne qualche illazione o spiega. Talvolta egli pensava con lacerante rammarico a' giorni tranquilli e felici della sua adolescenza passata sotto il tetto di Giacomo Fritzheim; ricordava l'amor tenerissimo della virtuosa Lucia; rimembrava le notti di placidissimo riposo che il ristoravano.. E un orrendo paragone il facea disperare!
Il riposo della virtù sotto l'umil tetto del povero: l'insonnia del delitto sotto le dorate volte del ricco palagio!
Erano scorse alquante settimane dal dì della morte del Baronetto. Una sera, dopo l'ora del tè, e dopo aver suonato il pezzo di musica e cantata un'aria, che per lo più era una melodia tristissima o una preghiera, Daniele era rimasto seduto al suo posto, vicino al piano-forte, abbattuto dagli sforzi di coraggio che tuttodì faceva, non meno che dalle veglie, da' rimorsi e dalle sofferenze morali. Egli era solo: i testimoni si erano ritirati. Il globo d'alabastro schiarava la camera e l'immobil fisonomia del Baronetto. Daniele, collo sguardo fisso sul cadavere di suo padre, era sepolto nella tristezza più desolante. Gli occhi del cadavere il faceano fremere, ma pure un fascino terribile, una forza inesplicabile costringevanlo a guardar sempre la faccia del padre. L'oscillante e vaporosa luce del globo d'alabastro disegnava stranamente gli angoli del volto del morto, e dava alla sua fisonomia qualche cosa di mobile e di vivo: quelle labbra pareano sogghignare, pareano socchiudersi per parlare. Daniele era agghiacciato di spavento, eppure non avea la forza di abbandonar quella camera. Di botto, la sedia a letto, su cui era adagiato il cadavere, si mosse, come se questo avesse fatto uno sforzo per levarsi.
Orribile a dirsi!! Il braccio destro del cadavere si alzò! Daniele mise un grido fortissimo e chiuse gli occhi. — L'upas!! l'upas!! che facesti dell'upas?
Daniele gittava gridi orribili!... I servi accorsero... e trovarono il giovine mortalmente svenuto.