VII. LE CONDIZIONI

Si figurino i nostri lettori con qual e quanta impazienza Daniele aspettò il giorno vegnente. Le parole erano state chiare e precise: Domani forse la vostra sorte è cangiata, avea detto.... Io forse vi sarò debitore d'una eterna obbligazione, e voi forse dovrete a me la vostra fortuna. Daniele avea mandato il cervello a sparviero in tutto il corso della notte per trovare il bandolo della matassa; ma neppure una congettura, una supposizione avea egli potuto formarsi su tal proposito. Che specie di servigi poteva egli prestare al Conte? Che d'uopo avea questo milionario dell'opera sua? Nessun giorno della sua vita era stato atteso con tanta bramosia quanto quel domani, il quale dovea risolvere un problema di tanta importanza.

E il domani, in sull'alba, Daniele si gittò dal letto, e aspettò con ansia febbrile la chiamata del Baronetto. Quanto gli sembrarono eterni quei momenti! Non fu che verso le undici che il Baronetto fece pregare Daniele di salir da lui.

Edmondo fece entrare il giovine nella camera verde, di cui fece chiudere gli usci, ordinando ai servi che per qualsivoglia cagione non avessero ardito di venire a sturbare il colloquio ch'egli dovea tenere col suo ospite.

Daniele trovò Edmondo seduto presso un tavolino, sul quale era un volume con molto lusso ligato e il ricapito da scrivere. Egli fe' cenno a Daniele di sedersi. Alcuni momenti passarono senza che nessuno de' due avesse rotto il silenzio. Edmondo incominciò:

— Questo colloquio che ci accingiamo a tenere signor de' Rimini, è d'una estrema importanza per entrambi. Esso può decidere della mia vita, siccome della vostra immensa fortuna. È un contratto ch'io vi proporrò.

— Io vi ascolto, signor Conte, e non so dirvi con quanta impazienza ho aspettato questo momento. Parlate, signor Conte, ed abbiate in me la confidenza che potreste avere in un vostro figliuolo.

Daniele abbassò gli occhi e arrossì. Edmondo conficcò l'ardente e cupo suo sguardo in sul volto del giovine, e seguitò:

— Pria di tutto, ei fa d'uopo rivelarvi, signor Daniele, ch'egli è più di un anno ch'io soffro. La strana e tremenda natura del mio male non ammette rimedii fisici: io dispero della guarigione, tranne che voi non acconsentiate a quanto io vi proporrò. Vi confesso che coll'enorme guiderdone ch'io darò all'opera vostra potrei trovare mille altri che si presterebbero al mio volere: ma nessuno al certo potrebbe ispirarmi l'amore e la fiducia che voi m'ispirate. Già ve l'ho detto; fin dal primo istante in cui vi ho veduto, hommi sentito una inesplicabile simpatia per voi, la quale è venuta ad esser rafforzata dalla strana rassomiglianza ch'è nelle nostre fattezze del volto.

— Ed io sono oltre ogni credere felice, disse Daniele, di portare sul mio volto una guarentigia del vostro affetto.

— Di cui or ora vi darò una pruova grandissima. Ma badate, Daniele badate ch'io chieggo da voi un sacrifizio enorme, inaudito. Nessun figlio, per quanto amore avesse al padre, si è mai sottoposto alla dura pruova alla quale io vi chiamo, dandovi in compenso tutto quanto io posseggo.

Daniele si sentì dare un tuffo di sangue al cervello; le orecchie gli zufolarono; la vista gli si annebbiò.

— Tutto quanto voi possedete, signor Conte! ripetè il misero schiacciato dal peso della propria felicità.

— Sì, Daniele ecco... ecco il mio testamento, disse Edmondo mostrandogli sul tavolino un foglio di carta; ecco il mio testamento scritto di proprio pugno questa notte, alla presenza del MIO CAD...

Edmondo s'interruppe. Daniele era così sbalordito, così stupefatto da quel che sentiva, che non fece la minima attenzione a questa reticenza del Baronetto. Quel foglio di carta che Edmondo gli aveva additato come testamento sconcertava la sua ragione, imbrogliava le sue idee.

— Il vostro testamento! signor Conte... il vostro testamento!

— Sì, ed uno solo è l'erede di tutte le mie ricchezze, Daniele de' Rimini.

Questo colpo era troppo forte pel giovane: gli occhi se gli abbuiarono, la ragione gli vacillò.

— Oh... che mai dite! Signor Conte! vostro erede!... erede universale!! Due volte milionario come voi! E chi sono io dunque! E che cosa ho fatto per meritarmi tanto amor vostro?

— Nulla ancora avete fatto, ma molto dovrete fare?

— Dite, signor Conte, per carità, parlate; che cosa debbo fare per dimostrarvi la mia gratitudine? Come sdebitarmi con voi di tanta pruova di affetto? Parlate, la mia vita è vostra.

— Ascoltate, signor de' Rimini, ascoltatemi attentamente. Vi dirò poscia le condizioni ch'io pongo all'eredità che vi lascio.

«Sappiate dunque che da qualche tempo io sono travagliato giorno e notte da un pensiero che mi dà morte. Tutt'i mezzi ho tentato per fugare questo fantasma che mi strugge, ma tutto indarno. Voi maraviglierete della stranezza del mio male, ma per quanto si voglia strano, esso non è men vero terribile... Ebbene, io non so perchè, m'immagino che morrò di morte apparente, e che sarò tratto alla tomba ancor vivo!

Daniele fece un movimento di sorpresa, cui Edmondo non badò punto e prosegui:

— Capite voi, signore, tutto il terribile di simigliante pensiero?

Esser sepolto vivo! Destarsi nelle tenebre, chiuso in ferrea bara! Aver la certezza che nessuno potrà aiutarti, che nessuno potrà udire la tua voce. Mancarti l'aria! sentirti scoppiare i polmoni! E quel coverchio di piombo che non cede a sovraumani sforzi che fai per dischiuderlo! Inesorabile come l'eternità! Esser morto ed avere il sentimento e le angosce della vita! Esser vivo cogli orrori della morte! Sentirsi morire lentamente e tra gli strazii di una volontà impossente! Sentirsi estinguere e pensare che forse su quei pochi palmi di terreno che ti covrono si trova qualche essere umano il quale potrebbe aiutarti se arrivasse a udire la tua voce!....

Viver sepolto, mentre si piange forse in sulla tua tomba! Oh! questo pensiero è troppo atroce, n'è vero signore? Non è cosa orribile il pensarci soltanto?

— Non ci è dubbio, rispose Daniele, sempre più attonito dalle parole del Conte; ma fa d'uopo considerare, signor Baronetto, che simili casi non sono che rarissimi...

— Rarissimi!... rarissimi, voi dite! Oh! è vero, rarissimi sono i casi conosciuti, ma quanti milioni di questi casi non han potuto accadere, rimasti miseramente ignoti e sepolti negli orribili segreti della tomba! Rarissimi! voi dite! E siete forse andato voi a verificare i misteri del sepolcro? Quando si son gittati sei palmi di terreno sovra una bara, chi ha mai pensato di andare ad esplorare se l'uomo rinchiuso in quella bara sia ridesto all'apparente sonno di morte? Oh quante volte forse, quante volte una tenera sposa, un figlio inconsolabile si strugge in lagrime, mentre il misero consorte, il padre amatissimo muore nella più orrenda disperazione che mente umana possa concepire, quella di esser sepolto vivo! Rarissimi voi dite questi casi! ed avete voi, mai nel silenzio della notte, messo l'orecchio sulla terra dei morti? Oh quante volte il gemito dell'aura notturna tra i cipressi d'una tomba è l'eco di un gemito che si perde nelle visceri della terra! Oh quante volte le preci che risuonano sopra un feretro di fresco aperto, invece d'implorare dal cielo la requie eterna ad un morto, accompagnano l'agonia straziante d'un moribondo! Voi credete che tali casi siano rarissimi? Or bene io dico che su cento persone che vengono sepolte, un trenta almeno vengono menate ancora vive alla tomba. Leggete, leggete, signore, quest'opera tedesca sulla Morte apparente, e vedete in quante maniere si può esser tratti in inganno dai segni apparenti della morte. Migliaia di esempi troverete in quest'opera di persone che furon credute morte e che in fatti non lo erano! La morte apparente è sì comune, massime, ne' vecchi! Ebbene, io ho provveduto a questo: ho provveduto benanche all'avvenire del mio cadavere, a quest'ente che gli uomini abbandonano come cosa che più loro non appartenga. Si pensa a figli, si pensa alla moglie, a parenti, agli amici, a' servi ed al proprio cadavere non si pensa. Incredibile cecità! Ma io vi ho pensato, e consacro tutte le mie ricchezze alla felicità del mio cadavere. Ascoltate, ascoltate a quali condizioni io vi nomino mio erede universale.

Edmondo prese dal tavolino il suo testamento e lesse con ferma voce ma cupa e sepolcrale:

«Di tutti i suddetti miei beni mobili ed immobili co' titoli annessi, in mancanza di eredi legittimi, lascio mio erede universale il giovine Daniele de' Rimini, di Napoli, esercente la professione di pianista. Ma il detto Daniele de' Rimini non potrà esser messo in possesso de' miei beni se non mostrerà legalmente di aver adempito alla seguenti condizioni:

1º In qualunque paese si trovi il detto Daniele de' Rimini nel tempo della mia morte, dovrà, dietro avviso, trasferirsi immediatamente a Manheim, in questa proprietà di Schoene Aussicht.

2º È mia precisa volontà che il MIO CADAVERE sia imbalsamato col nuovo metodo di iniezione alle carotidi. Questa operazione dovrà esser fatta dal mio medico dottor Weiss di Francoforte varii giorni dopo che io non avrò dato più segni di vita, e dietro i più esatti e scrupolosi esperimenti per accertarsi della VERA mia morte. Per tale operazione gli si darà in compenso la somma di diecimila fiorini.

3º È anche mia precisa volontà che il MIO CADAVERE, dopo l'imbalsamazione, rimanga nella camera verde del secondo piano della mia proprietà di Schoene Aussicht.

4º Il signor Daniele de' Rimini, mio erede ed esecutore testamentario, dovrà essere il CUSTODE DEL MIO CADAVERE durante NOVE MESI, a contare dal giorno della mia morte.

5º Il mio cadavere sarà vestito con quella proprietà e decenza che si convengono al rango ed alle ricchezze del Baronetto Brighton, Conte di Sierra Blonda. Ogni giorno se gli cambierà la biancheria, ed ogni settimana i vestiti.

6º Due volte al giorno il signor Daniele de' Rimini recherà egli stesso al mio cadavere, nel cospetto de' servi testimoni, il caffè, e in quelle stesse ore in cui soglio prenderlo al presente.

7º Ogni sera, dopo l'ora del tè, il signor Daniele de' Rimini suonerà, alla presenza del mio cadavere, un pezzo a piano-forte e canterà un'aria di sua scelta. Il mio cadavere sarà adagiato sulla sedia a foggia di letto, ch'è nella camera verde.

8º La più minuta e scrupolosa cura sarà messa dal signor Daniele de' Rimini a tener mondo il mio corpo da qualsiasi impurità della corruzione.

9º Il signor Daniele de' Rimini, di concerto col dottor Weiss, provvederà a' mezzi di purificar l'aere della camera verde ed allontanar le cattive esalazioni del mio cadavere.

10º Mi si useranno tutti que' riguardi e quelle attenzioni che sono dovute al mio stato, e che mi si userebbero se io fossi vivo.

11º Passato il tempo de' nove mesi, il signor Daniele de' Rimini farà porre il mio corpo in una cassa di bronzo dorato di cui egli solo conserverà la chiave, e mi farà riposare nella mia villa di Schoene Aussicht, in un apposito mausoleo che vi farà costruire. Egli si obbliga parimente di visitare di tempo in tempo le mie spoglie mortali, le quali io raccomando alla sua sollecitudine ed alle sue cure.

12º Mancandosi dal signor Daniele de' Rimini ad una sola delle condizioni da me poste, la cui esecuzione dovrà esser legalmente verificata e consegnata in apposito atto di cancelleria, s'intende il signor Daniele de' Rimini scaduto dal diritto di eredità, ed in sua vece, de' miei beni si farà l'uso che indicherò qui appresso.

13º Nel caso che il signor Daniele de' Rimini, durante il corso dei nove mesi, cadesse ammalato e non potesse quindi adempiere personalmente agli obblighi giornalieri da me impostigli, potrà affidarne l'esecuzione a persona di sua piena fiducia, e sempre sotto la sua diretta responsabilità. Il caso della sua malattia dovrà per altro essere legalmente verificato con attestati di esperti medici, a capo dei quali il mio dottor Weiss di Francoforte.

14º Da ultimo, nel caso in cui il signor Daniele de' Rimini morisse prima di me, questo testamento rimane di fatto annullato, e sarà da me provveduto diversamente alla divisione dei miei beni.

15º Se il signor Daniele de' Rimini morisse nel corso dei nove mesi, potrà delegare altra persona di sua scelta a continuare l'adempimento dei presenti obblighi; ma le disposizioni testamentarie del signor de' Rimini non avranno vigore se non spirato il termine di nove mesi, e verificata in piena regola l'esecuzione della mia volontà.

Il testamento conteneva altre disposizioni che Edmondo stimò inutile di leggere al giovine pianista, trattandosi di cose secondarie e di rito legale.

Daniele avea prestato attento l'orecchio alle strane condizioni che il Baronetto avea posto al possedimento della sua eredità. Durante la lettura del testamento, molte fiate sospinse gli occhi attoniti sul sembiante del milionario, perocchè sospettava non essere il costui cervello nel naturale suo sesto. Ma niente rivelava in Edmondo alterazione di mente; e le condizioni del suo testamento, avvegnachè non mai intese, eran dettate con molta regolarità e ponderazione. Si scorgeva che quel soggetto avea per molto tempo formicolato nel cervello di lui, ed era in particolar modo originato dalla strana paura di essere sepolto vivo. D'altra parte, essendo inglese il Baronetto, non poteva arrecar maraviglia una strambezza di questo genere, essendo pur troppo noto che nella vita privata gl'inglesi escono sempre dalle vie comuni ed amano di segnalarsi per fatti singolari e bizzarri. Dopo alcuni momenti di silenzio, Edmondo che avea fitto uno sguardo indagatore negli occhi di Daniele, dimandandogli:

— Or bene, signor de' Rimini, sarete voi il mio erede? Accettate voi le condizioni del mio testamento?

— Le accetto, rispose con fermezza il giovine che si era fatto pallidissimo.

Edmondo mise un piccol grido di gioia, si alzò e corse ad abbracciar Daniele.

— Grazie, grazie, figliuol mio: ora la mia guarigione è assicurata, ora le mie notti non saranno più turbate da orrendi fantasmi: or son felice, sì, felice; e a te debbo la mia felicità.

Daniele era rimasto qual trasognato.

— Eccovi milionario, prosegui il Conte, eccovi due volte milionario. Questa casa è vostra, le mie proprietà sono vostre. D'ora in poi io vi considero qual figlio mio. Andate, andate dal superbo Duca di Gonzalvo e ditegli che tra dieci, venti o trent'anni voi lo schiaccerete sotto mucchi d'oro.

— Tra dieci, venti o trent'anni! Ed Emma? mormorava tra sè costernato il pianista, e guardava distratto il Baronetto sul cui volto brillavano raggi di gioia.