IV.

Or chi guidava il nostro cammino? Forse un ricordo?

E perchè mai varcammo la sconsolata altura?

Era per quell'altura (udiva io salendo alenare

la taciturna) un bosco ceduo. Tutti, ignudi,

grigi, sottili, i fusti sorgevano in una eguaglianza,

come di lance schiera ordinata in campo:

o non più tosto, anima mia, come un lungo solenne

ordine di cèrei spenti ne l'aer muto?

Parvero a lei, per certo, così mentre ella passava.

Ella pensò la morte. Lessi nel suo pallore.

— Tu mi vedrai morire. Vuoi tu, vuoi tu dunque ch'io muoia? —

lessi nelli occhi. — Pure, io non ti feci male.

Pure, io non altro feci che amarti, che amarti; non altro

feci che amarti sempre! Io non ti feci male. —

Vano ogni sforzo. Un freddo suggel mi chiudeva la bocca.

Un maleficio occulto dentro m'avea gelato.

Ma trasalimmo entrambi, sostando: un tronco abbattuto

attraversava il passo. Muti, sedemmo quivi.

V.

Sempre nelli occhi, sempre, avrò quella vista. Oh silente

pallida ignuda selva non obliata mai!

Erasi chiuso il cielo. Qualche alito, raro, destava

per le caduche cime quasi un brivido.

Cumuli di carbone qua e là nelli spiazzi, come alti

roghi ove già fossero cenere i cadaveri,

lenti fumigavano. Salivan nell'aria le spire

lente ondeggiando; lente dileguavano;

e su 'l composto suolo di foglie morte, su quella

tomba d'autunni, l'ombre camminavano.

Cenere, fumo ed ombra parean quivi segnar la gran legge.

— Devono, come i corpi, come le foglie, come

tutto, le pure cose dell'anima sfarsi, marcire;

devono i sogni sciogliersi in putredine.

Devi tu, uomo, sempre, di ciò che ti diede l'ebrezza

assaporare torpido la nausea.

Nulla dal fato è immune. Nel corpo e nell'anima, tutto

tutto, morendo, devesi corrompere. —

Or chi di noi soffriva più forte? Ella, ella mi amava;

vivere al men sentiva, d'una tremenda vita,

entro il cuor suo la fiamma: la fiamma anche pura e raggiante!

Io non l'amava. Il cuore gonfio parea d'un tetro

lezzo; non altro senso avea che d'un tedio infinito

l'anima ottusa. Oh come, donna, t'invidiai!

VI.

Ma trasalimmo entrambi, udendo sonare una scure.

Colpi iterati, sùbito, echeggiarono.

Aspra nel gran silenzio ferìa l'invisibile scure:

non il ferito tronco udíasi gemere.

Ella, ella, a un tratto, come ferita, ruppe in singhiozzi;

ruppe ella in disperate lacrime; ed io la vidi

nel mio pensiero, quasi nel guizzo d'un lampo, io la vidi

ùmile sanguinare, ùmile boccheggiare,

stesa tra 'l sangue, e alzare le supplici mani dal rosso

lago; e dicea con gli occhi: — Io non ti feci male. —

Oh moribonda anima! Le stetti da presso impietrito.

Anche una volta bere le sue lacrime

io non poteva? Al meno sfiorarle i capelli una volta

io non poteva? Al meno, prenderle i polsi; il viso

bianco scoprirle, il giglio divino imperlato di pianto:

chiederle al men con voce dolce: — Perchè piangete? —

Ella piangea. Di lunge, i colpi echeggiavano; gli alti

roghi, d'in torno, lenti fumigavano.