II.
Come l'infermo venne adagiato in grembo a una delle poltrone, ci fu nella stanza un intervallo di silenzio. Sancio si levò un momento in piedi tremando, si rigirò più volte cercando una positura meno dolorosa, nella irrequietudine della sofferenza, tentò di poggiare la testa su uno dei bracciuoli, si piegò su le gambe di dietro; stette così alfine con le palpebre socchiuse, respirando a fatica, come preso da una sonnolenza improvvisa. Sul petto largo la pelle abbondante gli faceva, con tre o quattro crespe, quasi una piccola giogaia; sopra la collottola le crespe erano più grandi e più tonde; i lembi delle labbra ai lati della mandibola superiore pendevano flosciamente; e il povero animale aveva ora nella malattia quel non so che di ridevole insieme e di miserevole che hanno gli uomini nani oppressi dall'adipe e dall'asma.
Le fanciulle dinanzi a quell'abbattimento restavano mute, invase da un rammarico immenso, colpite dal presentimento della sventura; poichè Sancio era stato per molti anni la loro cura amorosa, l'oggetto delle loro blandizie e dei loro vezzi, lo sfogo innocuo delle loro mollezze e delle loro tenerezze di adolescenti clorotiche. Sancio era nato e cresciuto nella casa, con quelle forme tozze e pesanti di razza imbastardita, con quelle rotondità di bestia eunuca oziosa e golosa; e a poco a poco eragli apparso negli occhi tondi uno sguardo pieno di umanità e di devozione. Soleva agitar vivamente il tronco della coda nelle ore di gioia, reggendosi su tre gambe sole e tutto raggomitolandosi con un singolar tremolío del pelame e trotterellando con la grazia d'un porcellino d'India in mezzo all'erbe primaverili.
I bei ricordi ora travagliavano le animule delle fanciulle.
— E il medico quando viene? — chiese, con la voce impaziente, Teodolinda, la figlia minore; che aveva una faccia di giovine bertuccia, tutta bianca di cipria, e su la fronte una larga frangia di capelli rossi.
L'infermo a tratti metteva una specie di gemito fioco aprendo gli occhi e volgendo in torno lo sguardo supplichevole, uno sguardo lento e dolce, fatto più umano dall'increspamento nervoso degli angoli delle palpebre e da due linee brune che gli umori sgorganti avevano segnato sotto le orbite. E come Donna Letizia tentava di fargli prendere un cucchiaio di zuppa ristoratrice, egli agitava fuor della bocca la lingua flessibile in tutti i sensi per lo sforzo dell'inghiottire e non poteva chiudere le mascelle irrigidite.
Allora si udì nell'anticamera la voce del dottore Zenzuino che era finalmente salito. Ed entrò nella stanza un signore dalla bella faccia lucida di giovialità e di sanità.
— Oh Don Giovanni, guarite Sancio! Sta per morire — esclamò una voce flebile.
Il medico guardò in torno tutta quella dolente famiglia che egli aveva nutrita d'arsenico, di ferro e d'olio ferruginoso e d'acqua di Levico per tanti anni in vano ed ebbe un lieve lampo di sorriso negli occhiali d'oro. Poi, osservando l'infermo con una curiosità d'uomo ricercatore, disse molto lentamente:
— Credo sia un caso di paralisi della mandibola e delle glandole salivari sotto-mascellari. La malattia che ha sede in un'alterazione nervosa centrale probabilmente delle meningi e che per la sua eziologia può dipendere da una causa ereditaria o parassitaria, è d'indole progressiva. Il processo che tende a diffondersi, andrà parzialmente e progressivamente privando il corpo, organo per organo, della sua funzionalità; finchè giunto in breve ad agire sul centro di una delle funzioni vitali, sia della circolazione che della respirazione, produrrà la morte...
Le terribili parole barbare misero un'ambascia suprema nelle animule blandule; e le guance floride di Donna Letizia in un momento impallidirono.
— Io credo che abbia influito su lo sviluppo del morbo l'alimentazione — soggiunse Don Giovanni, senza pietà.
A quella specie di accusa, il rimorso cominciò a tormentare le fanciulle che sempre per la golosità di Sancio erano state piene d'indulgenza colpevole. E Teodolinda, con un atto di sconforto ineffabile, chiese:
— Non c'è dunque rimedio?
— Tentiamo. Io consiglio l'applicazione di un cerotto vescicatorio alla nuca — rispose il dottore licenziandosi in ultimo amabilmente.
Sancio voleva discendere dalla poltrona. Esitava su l'orlo, non avendo la forza di spiccare il salto, implorava l'aiuto con gli occhi fievoli che già si velavano come due acini d'uva nera suffusi dalla pruina argentea della maturità. Nella sua pinguedine il dolore a poco a poco scavava ombre senili; le tinte rosee del muso, dove i peli erano lunghi e radi, pareva si corrompessero divenendo quasi giallastre; le orecchie mozze avevano di tratto in tratto un tremolìo leggerissimo; e nello stesso tempo un brivido passava a traverso il pelame bianco visibilmente.
Allora Isabella, la più eterea delle cinque fanciulle, che per crudeltà della sorte ereditava dal padre il pio naso borbonico e la fronte leprina, si accostò tutta commossa e prese l'infermo fra le mani delicate per posarlo a terra.
Sancio prima rimase fermo un istante, senza poter muovere i passi, con il dorso arcuato, e la testa in alto, oppresso dall'affanno del respiro; poi cominciò a trascinarsi, barcollando, con lo stento doloroso di un animale ferito alle due cosce. Forse aveva sete, perchè quando gli fu accostata la scodella tentò di lambire con la lingua il liquido. Ma, come la paralisi crescente già gli impediva anche quell'atto, dopo sforzi inutili ed irosi egli si volse piegando su le gambe posteriori e con una delle zampe davanti cominciò a battersi la mascella, quasi per rimuovere alfine di là quell'ostacolo che gli faceva tanto dolore.
E l'attitudine era così vivamente umana e le pupille erano così piene di supplicazione e di disperazione umana, che d'un tratto Donna Letizia scoppiò in pianto:
— Oh, povero bibì! Chi te l'avesse mai detto, povero bibì mio!..
In tutte le fanciulle la commozione raggiunse il supremo grado. Teodolinda raccolse il morituro, lo portò sul canapè, chiese le forbici. Era necessario un eroismo; bisognava infine esperimentare il rimedio, ad ogni costo.
— Isabella, Maria, le forbici! Venite!
Tutte trepide e pallide, si chinarono intorno a Sancio, che aveva di nuovo socchiuse le palpebre e alitava il fiato ardente nelle mani della soccorritrice. E questa, vinta la prima ripugnanza, cominciò a tagliare il pelo su la nuca dell'animale, pianamente, arrestandosi di tratto in tratto, mettendo via via un soffio su la parte rasa. Una specie di chierica irregolare si veniva allargando nella grassezza della collottola; e il tonsurato assumeva così un nuovo aspetto miserevolmente buffonesco.
Le tende del balcone, investite dalla brezza, s'inarcavano come due vele. I clamori della strada salivano in confuso, vivi e giulivi; una prospettiva di case plebee s'intravedeva al fondo nella doratura pallida del tramonto; e un merlo fischiava.
Allora discese dalle camere superiori Natalia, la bella nuora di Donna Letizia, con un bimbo su le braccia; ed entrò nella stanza. Ella aveva la faccia ovale, la pelle fine e rosea, solcata di vene, gli occhi chiarissimi, le narici diafane, tutta in somma la dolcezza di sangue della donna bionda, tra una nera ribellione di capelli; e aveva nella persona, nelle vesti, nell'incedere, quella negligenza semplice, quella felice placidità quasi direi bovina, quella specie di freschezza lattea delle giovani madri che nutrono con la propria mammella il figliuolo.
Appena ella vide il cane tonsurato, un impeto così spontaneo d'ilarità la invase, che non potè ritenere le risa entro la chiostra dei denti.
— Ah, ah, ah, ah, ah!..
Come? Natalia osava ridere, mentre quel povero Sancio moriva? — Le innupte sensibili volsero un acre sguardo d'indignazione alla cognata irriverente e crudele. Ma questa, con una lieta incuranza, si appressò per tendere il bimbo verso l'animale. E il bimbo seminudo agitava le piccole mani irrequiete, cercando toccare, tutto vibrando di naturale gioia e barbugliando suoni incomprensibili nella bocca rorida ancora della bevanda materna. E l'animale, uso già a sottomettere la testa mansueta a quei cercamenti, aveva ancora nelle membra inferme una esitazione di festevolezza e negli occhi un supremo barlume di bontà conoscente.
— Povero Sancio Panza! — mormorò alfine Natalia ritraendo il figliuolo che stava per bagnarsi di bava le dita. E, come il bimbo rincrespava le labbra per piangere, ella fece due o tre giri nella stanza cullandolo e palleggiandolo; poi, fermatasi dinanzi all'automa, volse la chiave del meccanismo.
Il macacco aprì la bocca, battè le palpebre, attorcigliò la coda, tutto animandosi internamente al suono d'una gavotta ben nota. Quel voluttuoso ondeggiamento di danza moveva l'aria e la testa di Natalia per ritmo. La luce nella stanza era dolce; il profumo dei garofoli entrava dai vasi del balcone aperto.
Sancio non udiva forse più. Al bruciore caustico del vescicante su la nuca, egli scoteva di tratto in tratto il dorso, e piegava la testa in basso, con un lamentìo fievole. La lingua ritirata fra i denti, violacea, quasi anzi nerastra, aveva già perduta ogni facoltà di moto. Gli occhi, ora, coperti da una specie di membrana turchiniccia e umidiccia, non conservavano altra espressione di spasimo che quella dell'apparir rapido d'un lembo bianco agli angoli delle orbite. La bava si produceva più copiosa e più densa. L'asfissia pareva imminente.
— Oh Natalia, cessa! Ma non vedi che Sancio muore? — proruppe, con la voce piena d'acredine e di lagrime, Isabella.
La gavotta non si poteva interrompere prima che la forza data dalla chiave alla macchina fosse esaurita. Le note continuavano, lente e molli, a spandersi su l'agonia del cane. Le ombre del crepuscolo, intanto, cominciavano a penetrare nell'interno e le tende sbattevano nella frescura.
Allora, Donna Letizia, soffocata dai singhiozzi, non reggendo più allo strazio, uscì. Tutte le figlie la seguirono, a una a una, piangendo, con i teneri petti oppressi dal dolore. Soltanto Natalia per curiosità si fece da presso al moribondo.
E, mentre la gavotta era su la ripresa, il buon Sancio spirò in musica, come l'eroe di un melodramma italiano.