III.
Donna Cristina Lamonica intanto mandò a chiamare la Cinigia, una femmina del volgo, che faceva professione di magia e di medicina empirica con molta fortuna. La Cinigia già qualche volta aveva scoperta la roba rubata; e si diceva ch'ella avesse diverse pratiche con i ladroncelli.
Donna Cristina le disse:
— Ritrovami la cucchiara, e ti darò 'na regalía forte.
La Cinigia rispose:
— Va bene. Mi bastano ventiquattr'ore.
E, dopo ventiquattr'ore, ella portò la risposta. — Il cucchiaio si trova in una buca, nel cortile, vicino al pozzo.
Donna Cristina e Maria discesero nel cortile, cercarono e trovarono, con grande meraviglia.
Rapidamente, la novella si sparse per Pescara.
Allora, trionfante, Candia Marcanda si diede a percorrere le vie. Ella pareva più alta; teneva la testa eretta, sorrideva, guardando tutti negli occhi come per dire:
— Avete visto? Avete visto?
La gente su le botteghe, vedendola passare, mormorava qualche parola e poi rompeva in uno sghignazzìo significativo. Filippo La Selvi, che stava bevendo un bicchiere d'acquavite fine nel caffè d'Angeladea, chiamò Candia.
— 'Nu bicchiere pe' Candia, di questo qua!
La donna, che amava i liquori ardenti, fece con le labbra un atto di cupidigia.
Filippo La Selvi soggiunse:
— Te lo meriti, non c'è che di'.
Una torma di oziosi erasi ragunata innanzi al caffè. Tutti avevano su la faccia un'aria burlevole.
Filippo La Selvi, rivoltosi all'uditorio, mentre la donna beveva:
— L'ha saputa fa'; è vero? Volpe vecchia...
E battè familiarmente la spalla ossuta della lavandaia.
Tutti risero.
Magnafave, un piccolo gobbo, scemo e bleso, unendo insieme l'indice della mano destra con quello della sinistra, e impuntandosi su le sillabe, disse:
— Ca... ca... ca... Candia... la... la... Cinigia...
E seguitò a gesticolare e a balbettare con un'aria furbesca, per indicare che Candia e la Cinigia erano comari. Tutti, a quella vista, si contorcevano nell'ilarità.
Candia rimase un momento smarrita, co 'l bicchiere in mano. Poi, d'un tratto, comprese. — Non credevano alla sua innocenza. L'accusavano di aver riportato il cucchiaio d'argento segretamente, d'accordo con la strega, per non aver guai.
Un impeto cieco di collera allora la invase. Ella non trovava parole. Si gittò su 'l più debole, su 'l piccolo gobbo, a tempestarlo di pugni e di graffi. La gente, con una gioia crudele, in cospetto di quella lotta, schiamazzava a torno in cerchio, come dinanzi a un combattimento d'animali; ed aizzava le due parti con le voci e con le gesticolazioni.
Magnafave, sbigottito da quella furia improvvisa, cercava di fuggire, sgambettando come uno scimmiotto; e, tenuto dalle mani terribili della lavandaia, girava con rapidità crescente, come un sasso nella fionda, sinchè cadde con gran veemenza bocconi.
Alcuni corsero a rialzarlo. Candia si allontanò tra i sibili; andò a chiudersi in casa; si gittò a traverso il letto, singhiozzando e mordendosi le dita, pe 'l gran dolore. La nuova accusa le coceva più della prima, tanto più ch'ella si sentiva capace di quel sotterfugio. — Come discolparsi ora? Come chiarire la verità? — Ella si disperava, pensando di non poter addurre in discolpa difficoltà materiali che avessero potuto impedire l'esecuzione dell'inganno. L'accesso al cortile era facilissimo: una porta, non chiusa, corrispondeva al primo pianerottolo della scalinata grande; per togliere l'immondizie o per altre bisogne una quantità di gente entrava ed usciva liberamente da quella porta. Dunque ella non poteva chiudere la bocca agli accusatori dicendo: — Come avrei fatto ad entrare? — I mezzi per condurre a termine l'impresa erano molti ed agevoli; e su questa agevolezza si fondava la credenza popolare.
Candia allora cercò differenti argomenti di persuasione; aguzzò l'astuzia; imaginò tre, quattro, cinque casi diversi per spiegare come mai si trovasse il cucchiaio nella buca del cortile; ricorse ad artifizi e a cavilli d'ogni genere; sottilizzò con una ingegnosità singolare. Poi si mise a girare per le botteghe, per le case, cercando in tutti i modi di vincere l'incredulità delle persone. Le persone ascoltavano quei ragionamenti capziosi, dilettandosi. In ultimo dicevano:
— Va bene! Va bene!
Ma con tal suono di voce che Candia rimaneva annichilita. — Tutte le sue fatiche dunque erano inutili! Nessuno credeva! Nessuno credeva! — Ella, con una pertinacia mirabile, tornava all'assalto. Passava le notti intere pensando sempre a trovar nuove ragioni, a costruire nuovi edifizi, a superare nuovi ostacoli. E a poco a poco, in questo continuo sforzo, la sua mente s'indeboliva, non sosteneva più altro pensiero che non fosse quello del cucchiaio, non avea quasi più consapevolezza della vita comune. Più tardi, per la crudeltà della gente, una vera manìa prese il cervello della povera donna.
Ella, trascurando le sue bisogne, s'era ridotta quasi alla miseria. Lavava male i panni, li perdeva, li faceva strappare. Quando scendeva alla riva del fiume, sotto il ponte di ferro, dove erano raccolte le altre lavandaie, a volte si lasciava fuggir di mano le tele che rapiva per sempre la corrente. Parlava continuamente, senza stancarsi mai, della medesima cosa. Per non udirla, le lavandaie giovani si mettevano a cantare e la beffavano nei canti con rime improvvise. Ella gridava e gesticolava, come una pazza.
Nessuno più le dava lavoro. Per compassione le antiche clienti le mandavano qualche cosa da mangiare. A poco a poco ella si abituò a mendicare. Andava per le strade, tutta cenciosa, curva e disfatta. I monelli le gridavano dietro:
— Mo' dicci la storia de la cucchiara, che nun la sapemo, zi' Ca'!
Ella fermava i passanti sconosciuti, talvolta, per raccontare la storia e per arzigogolare su la discolpa. I giovinastri la chiamavano e per un soldo le facevano fare tre, quattro volte la narrazione; sollevavano difficoltà contro gli argomenti; ascoltavano sino alla fine, per poi ferirla con una sola parola. Ella scoteva il capo; passava oltre; si univa alle altre femmine mendicanti e ragionava con loro, sempre, sempre, infaticabile, invincibile. Prediligeva una femmina sorda, che aveva su la pelle una sorta di lebbra rossastra e zoppicava da un piede.
Nell'inverno del 1874 la colse una febbre maligna. Fu assistita dalla femmina lebbrosa. Donna Cristina Lamonica le mandò un cordiale e un cassetto di brace.
L'inferma, distesa su 'l giaciglio, farneticava del cucchiaio; si levava su i gomiti, tentava di agitar le mani, per secondare la perorazione. La lebbrosa le prendeva le mani e la riadagiava pietosamente.
Nell'agonia, quando già gli occhi ingranditi sì velavano come per un'acqua torbida che vi salisse dall'interno, Candia balbettava:
— No so' stata io, signó... vedete... perchè... la cucchiara...