IL SECONDO EPISODIO.

Appare una stanza tutta parata di tela grezza da tende, nella casa di Corrado Brando posta tra il muro di Servio e il Foro Traiano. Su le pareti sono sospesi in trofei — dattorno a cranii di elefanti e di antilopi — gli utensili e le armi delle tribù nere sparse lungo le fiumane misteriose, dalla valle del Uèbi al Gouràr Ganàna: i grandi coltelli dei Sidàma adunchi, le lance dei Bòran con la cuspide a foglia di lauro, le targhe dei Gurra in cuoio di giraffa inciso, gli archi dei Gubahin a triplice curvatura, le faretre piene di giavellotti a testa mobile, i lacci di banano per catturare le fiere, le trombe foggiate con le corna dell'orige, i campani di conchiglia pei capretti, di legno pei cammelli; e gli appoggiatoi che su la mezza lunetta sostennero le nuche oleose dei guerrieri giacenti; e le ghirbe di palma che contennero l'acqua terrigna dei pozzi di Errer; e le sferze, tagliate nella pelle dell'ippopotamo, che fecero sanguinare le schiene dei mercenarii malfidi.

Un uscio chiuso è nella parete di faccia; una finestra a manca. Sopra un divano basso è distesa una pelle di leone, e vi s'accumulano a guisa di cuscini i sacchi di Bululta, tessuti di fibre vegetali a disegni neri e gialli. Sopra una tavola coperta d'una stuoia di Lugh sono disposte le carabine da caccia grossa nelle loro custodie, le rivoltelle di gran calibro nelle loro fonde, le tasche e le cintole da cartucce — bocche di fuoco infallibili e munizioni eccellenti — tutta la batteria già sperimentata nel cammino da Bèrbera a Bardèra, ora riforbita e pronta. In mezzo alla stanza, posata sul tappeto presso un piccolo mucchio di libri, è una robusta cassa cerchiata di ferro, con maniglie di corda; che serba i segni dei carichi e degli scarichi: quante volte agganciata dal paranco, calcata nella stiva, ballottata dal rullìo, tratta su per la boccaporta brutale, gittata a sfascio su la banchina abbagliante, legata con le strambe sopra la bestia da soma, portata attraverso l'ardore delle terre incognite, deposta e ripresa d'accampamento in accampamento, rimessa nella via del ritorno con l'impronta dell'avventura lontana, con l'odore indefinibile del Sud.

Maria Vesta è in piedi, col cappello in testa, col velo ancora abbassato sul volto, venuta di fuori, entrata là da pochi attimi. Tenendo nella mano una lettera dissigillata, ella parla a Corrado Brando che sta dinanzi a lei, presso la tavola delle armi. Parla da prima irresoluta, timida, con dolcezza sommessa, dominando appena l'orribile tremore della sua passione. Egli non l'affisa.

Maria.

Non ho compreso... Amico mio, amico mio caro, perdonatemi! Non son venuta per piangere e per lamentarmi, no... Ma, veramente, non ho saputo, non ho potuto comprendere nessuna delle parole scritte qui... Scritte da voi? dalla vostra mano? Prima degli occhi, non l'ha creduto il mio cuore, e gli occhi neppure l'hanno voluto credere... Perché l'avreste voi fatto potendo parlarmi? O amico mio dolce, forse perché qualche volta non v'ho dato ascolto e non mi son lasciata subito persuadere? Quando? Ditemelo voi, ché io non ho memoria di questa colpa. Se parlate, tutto crederò, tutto eseguirò, come sempre. Però le parole qui scritte non so che vogliano dire... Bisogna che ogni cosa io sappia dalla voce cara... Questa lettera la poso qui. È come se il suggello fosse ancora intatto...

Ella s'interrompe, a quando a quando, come per attendere ch'egli dica una parola, ch'egli faccia un gesto di ammenda.

Ma tu non hai gridato che non è tua, e allora...

Ella reprime lo scoppio del cruccio; e la sua voce lacerante si raumilia.

Allora, prima di posarla su quest'altre tue armi, io la bacio. Così.

Bacia la lettera e la posa sul calcio d'una carabina.

Sono pronta. Parla. Bisogna vivere? bisogna morire? Eccomi.

Ella alza il suo velo, come si solleva una benda di su una piaga irritata. Quando egli la guarda, qualcosa di lei si scompone e fluttua entro la fermezza dei lineamenti.

Corrado.

Bisogna esser forti, Maria. Ho scritto perché ho temuto di non aver la forza di dire...

Maria.

Vuoi ch'io sia forte? Sarò più forte del mondo e del destino, se tu esprimi questo voto pel mio amore. Ma non temere per te. Che tremenda forza è la tua se hai potuto fare quel che hai fatto!

Corrado.

Obbedisco alla mia necessità, a quella che non ti fu mai nascosta.

Maria.

Sì, è vero. E non t'ho amato e non ti amo anche per quella? Sono io che ti appartengo: tu non mi appartieni. È questo il patto. Lo so. Lo accetto. Ma è male che tu mi disconosca.

Corrado.

Ti disconosco?

Maria.

Al tempo più felice il mio cuore quanta pena ebbe nel sentirsi divenire più grande: l'ansietà di crescere secondo il tuo desiderio! Ogni giorno dicevo: «V'è una maniera migliore di appartenergli? La troverò». Quando la tua febbre di terra lontana più faceva paura alla mia tenerezza, dicevo: «V'è una maniera d'amare per cui la separazione non sia lo strazio e la morte? La troverò». Ho scosso ogni giorno la mia vita dalle radici alla cima per darti ogni giorno qualche cosa di più, qualche cosa di meglio. E tu mi dai questo commiato umiliante!

Corrado.

Maria, Maria, a tutto resisto ma non alla tua voce, non al tuo pianto.

Maria.

Non piango.

Corrado.

Non resisto al tuo dolore, a quel che ti trema nel viso, alla tua bocca che non posso guardare senza che la mia volontà si disfaccia. Bisogna ch'io vada. Questa volta non è soltanto la mia furia che m'incalza ma una necessità ancóra più inesorabile, perché ho bruciato dietro di me tutti i ponti, e l'ora di quella mia vita che tu conosci s'è arrestata, e il tempo che passa non è se non un rombo spaventoso sul mio capo, e l'ora del rivivere non so se scoccherà. Ma se tu ti aggrappi a me, se tu mi leghi le braccia...

Maria.

No, no, non mi aggrappo, non mi getto attraverso il tuo passo, non ti chiudo la via... Guardami. Tremo, non di pianto soffocato ma dell'onta che tu mi fai. Ah, che cosa mortale è questa: che nessuna forza d'amore valga a riscattarci dal sospetto e dal dispregio dell'uomo, e che sempre quel che fu ebrezza o martirio debba alla fine apparire ingombro e perdizione! Ho veduto nei tuoi occhi il lampo della difesa disperata...

Corrado.

No. T'inganni.

Maria.

M'hai detto in che modo si scagli all'assalto la leonessa quando il primo colpo è fallito. Tu avevi dietro di te il tuo servo Rudu che ti stendeva la carabina carica pel secondo colpo, e la freddavi. Così anche sai come l'amante minacciata si conduca per prendere e tenere. La lotta dei cuori è cruda come la caccia grossa. Tu mi avevi colpito con quella lettera che è là su l'arma; ed ecco io mi ritrovo in piedi davanti a te! Ah, Corrado, quando hai alzato lo sguardo ho veduto qualche cosa di cauto, di risoluto e d'inflessibile nel tuo occhio come dietro il taglio della mira. Hai pensato: «Bisogna colpire un'altra volta, e senza fallo, per passar oltre».

Corrado.

Taci, taci! Sei folle.

Maria.

Folle, ma diversa. Ferita, ma non per assalire. Ti parlo d'amore perché il meglio non ti fu detto. Prima d'oggi non ho potuto mettere tutto il mio amore nella mia voce, tutta la mia vita sotto le tue calcagna. Oggi sono più che l'amante, sono quale mi vuoi. La prima volta che ti vidi, non fui veduta da te. Eri assorto, e io scopersi nel tuo viso una solitudine e una lontananza indimenticabili. Solo e lontano ti amai fin da quel primo momento. Tu avevi assuefatto te stesso e i tuoi uomini alla fame e alla sete: così il mio cuore alla minaccia. Non una sera ho mancato di provare la mia felicità contro la certezza del dolore che tu non mancavi di promettermi prossimo. Alla fine delle mie giornate più dolci ho detto a me stessa: «Prepàrati». Tu mi baci più forte quando mi dici addio che quando mi accogli. Ogni volta ho pensato: «Come mi bacerà forte quando egli dovrà partire o quando io dovrò morire!» Ah, che coraggioso amore è quello che non ha da sperare se non un tal bacio e non se ne dimentica! Avrei potuto essere più pronta? Ero alfine degna che tu mi dicessi guardandomi nelle pupille: «L'ora è venuta». Avrei fatto del mio dolore la mia gloria accompagnandoti fino sul molo col passo fermo, col viso asciutto. E tu — perdonami, perdonami, ma lascia gridare l'anima mia per una sola volta! — tu, quasi a tradimento, mi metti nell'ala il tuo piombo. Non vedi in me se non la massa pesante che ha due braccia per aggrapparsi...

Egli muove un passo verso di lei come per impedirle di proseguire, convulso.

Corrado.

Maria! Maria!

Maria.

Mi congedi con una lettera frettolosa e oscura; sembra che tu fugga...

Egli si fa orribilmente smorto; e l'irrompere dell'emozione contenuta gli scrolla tutta la persona.

Corrado.

Che hai detto? Sembra che io fugga!

Uno sgomento cieco assale la donna dinanzi a quel pallore. Ella tende le mani perdutamente. Il fiotto delle parole precipitose l'affoga.

Maria.

No, no, Corrado! Non so quel che ho detto. Sono pazza, sono vile. Fa di me quel che vuoi. Quella lettera io l'ho baciata. È tua, è santa.

Il lampo della violenza constretta passa nell'occhio torvo dell'uomo; e il sarcasmo rattenuto gli contrae le labbra.

Corrado.

No. Sei tu che hai ragione. È vero: sembra che io fugga. Ho troppa fretta. Ho qualche bruttura, ho qualche macchia da lavare nel mare? Di un'infamia debbo io fare una gloria, forse? Ne sai tu niente?

Maria.

Non mi parlare così! T'ho fatto male. Non mi punire. Ti chiedo perdóno. Eccomi umile come quando sono entrata. Voglio soltanto servirti, aiutare il tuo servo. Tutto è pronto? Non c'è qualche cosa da fare per me? Questa cassa non è ancor chiusa, questi libri...

Volenterosa, ella si china verso il mucchio dei libri per mettersi all'opera. L'uomo ha qualche attimo di concentrazione muta in cui riprende il dominio di sé, considera e delibera. La sua voce, ridivenuta ferma, perde ogni asprezza.

Corrado.

Lascia. Non ti affaticare, non ti far violenza. Alzati. Ho tempo.

Maria.

Oh, consentimi almeno questo: che i tuoi libri sieno messi da me, che io li tocchi a uno a uno e che tu te ne ricordi quando li riaprirai... I fatti d'Alessandro Magno, Dante, Erodoto, l'Odissea, Rime e lettere di Michelangelo...

China, per dissimulare l'ambascia, ella prende i volumi leggendo a voce bassa i titoli sui dorsi.

Corrado.

Lascia, Maria. Alzati. Ho tempo. Vieni accanto a me.

Egli si china verso di lei e le prende uno dei polsi per sollevarla. Ella lascia i libri, si volge, afferra la mano del suo amico e vi preme le labbra appassionatamente. Si alza in piedi.

Maria.

Ah, perché ora sei così dolce?

Ella lo guarda in volto; e di sùbito rompe in un pianto irrefrenabile.

Corrado.

Maria!

Il pianto s'arresta come un getto interciso. Un indefinito orrore si genera nella pausa.

Maria.

Che hai fatto?

Corrado.

Che mi domandi? Perché?

Maria.

Non ho mai veduto tanta tristezza in un volto d'uomo. Ah, non t'ho mai veduto così! Sei disceso in un abisso e sei risalito. Un pensiero t'è passato sopra e t'ha devastato. Quale? Sento, e non comprendo. Parlami!

Corrado.

Non ti tormentare, piccola anima mia. Ora scaccio l'allucinazione dai tuoi occhi stanchi.

Egli l'attira e le sfiora le pàlpebre con le labbra che tentano di sorridere.

Maria.

Se tu mi chiudi le pàlpebre, veggo più a fondo.

Corrado.

Che vedi?

Maria.

Comincia da ieri.

Corrado.

Che cosa?

Ella è contro il petto di lui; e gli parla con un'ansia misteriosa, nel cerchio del respiro.

Maria.

Quando rientrai era la primavera. Portavo meco le violette e la pioggia di marzo e — non so perché — un palpito insostenibile. E là nella stanza, davanti a te e a mio fratello, mentre ti accomiatavi, sentii d'un tratto il giorno distaccarsi e cadere come un masso pesante che si sprofonda e non si troverà più. Tutti i giorni cadono, lo so: ma quello... in un altro modo. E tu e mio fratello mi sembraste, non so, come più vecchi. Pareva venuto non so che autunno di sotterra. E, quando ti stesi quel mazzo di violette, intravidi la tua mano che lo prendeva ma non te che eri già passato dalla parte della notte, dietro la porta... E, perché mio fratello mi parlava del sole su l'Aventino, non potei non piangere.

Egli la serra contro di sé nell'interrogarla, agitato.

Corrado.

Piangesti? E che ti disse tuo fratello allora?

Ella appoggia la tempia sul petto di lui.

Non rispondi?

Ella parla anelatamente.

Maria.

Ascolto il tuo cuore. Batte più forte.

Corrado.

Che ti disse?

Maria.

Il mio fratello non è anche il tuo?

Corrado.

Sì, Maria.

Maria.

Non gli sei caro sopra tutti?

Corrado.

Egli mi è caro.

Maria.

Dall'infanzia lontana, nella vita e nel sogno, l'uno per l'altro, l'uno degno dell'altro. È vero?

Corrado.

Ebbene?

Maria.

Non gli è dovuta la verità?

Corrado.

Glie l'hai detta?

Ella nasconde la faccia nel petto di lui.

Maria.

Sì.

Corrado.

Tutta?

Maria.

Tutta.

Ella sente nell'uomo il movimento istintivo del distacco.

No, non mi respingere!

Corrado.

Non ti respingo.

Maria.

Ho sentito passare in te un'onda di repulsa. Ancóra diffidi!

Corrado.

No, Maria.

Maria.

Non mi umiliare ancóra! Non credere che io mi abbandoni su te per pesarti e per opprimerti! Ho parlato perché non potevo più vivere nella menzogna; ho parlato da cuore libero a cuore libero, senza abbassare la fronte, non per chiedere soccorso o consiglio ma per preparare al mio amore una solitudine più grande, ma per offrire a te il sacrificio più alto, per sacrificarti il mio focolare. Mi comprendi tu? E, a un tratto, dov'era la maschera della colpa ho veduto apparire il viso dell'innocenza. Tutto diviene facile; tutto è necessità e miracolo. Sono ora con te ai limiti del Deserto; e le cose remote della mia vita sono polvere e cenere per mezzo a cui ho camminato perdutamente prima di giungere a te. Il mio spirito può abitare la tua tenda. Il mio coraggio può fissare le tue nuove stelle. Mi riconosco della tua razza. Posso, come te, cantare nei supplizii. Tutto posso compiere, se tu me lo chiedi, fuorché questo: ch'io ti ami meglio, ché meglio non so.

Ardentemente egli la serra fra le sue braccia, preso da una sùbita ebrezza.

Corrado.

Ah mia mia mia, troppo tardi conosciuta, troppo tardi amata! Da che profondità è salito alla tua bocca questo canto? T'inseguivo nelle tue musiche quale ora mi ti mostri. Ho ascoltato con angoscia tutte le tue melodie per attendere che quest'una venisse. E ch'io abbia potuto udirla in questo punto, è forse l'ultimo dono del Destino. Credevo che non avrei più udito omai se non l'orribile rombo. Ma una tale tregua si concede soltanto a colui che parte pel viaggio senza ritorno.

Più e più ella si serra contro di lui.

Maria.

Amore, amor mio solo, perché parli di morte nella vittoria?

Corrado.

Non so, cara, non so se io sia più vicino alla morte o alla vittoria. Ma certo sento sopra di me l'ombra di un'ala; e, qualunque sia, basta alla mia ebrezza. Avevo sempre davanti agli occhi l'immensa duna oceanica e mi sembrava di leggere nelle corrosioni spaventose, chiara come in una lapide incisa, la mia profezia eroica. Ed ecco, è scomparsa. Tu sei forse la mia ultima terra lontana. Ho camminato dentro di te con una rapidità senza respiro, di vertice in vertice. Come potrà il mio piede andar più lungi della mia anima? Maria, Maria, tu sola comprendi. Tu sai che, se cerco la via ignota, la cerco per svelare me a me stesso. Superare il pericolo non mi vale se non a superar me stesso. I più grandi spazii io li percorro nell'invisibile, dentro di me. Toccare la sorgente o la foce segreta d'un fiume non mi vale se quella gioia non illumina nel mio spirito una cima più alta. Ora tu mi dài da respirare l'aria ch'io cerco. Tu acceleri il battito della mia vita come quel gran vento che amo, pieno di sabbia sollevata e di schiuma in lembi. Mi esalto in te come quando la volontà vinceva il dolore della carne bruta e faceva indietreggiare la morte. Tu susciti dal mio destino ancora un baleno, forse il più bello. Mi mostri in te l'altezza a cui ero nato, mentre il tuo stesso presentimento m'affonda nella notte...

Più e più ella gli si serra contro il petto come per dissolverglisi nel cuore.

Maria.

No, no, non era un presentimento; era un'ombra passeggera, una malinconia del tramonto, il malessere della stanchezza... Chi può abbattere la tua forza? La folgore soltanto. Di qual dio? A te, vivere e vincere; a me, vivere e attendere. Conserverò il mio amore fuor d'ogni vista, dove il suo battito non potrà essere udito. Se tu tornassi dopo anni e anni, dal fondo del più lontano mistero, mi ritroveresti quale mi lasci. Mi sembra che l'immobilità dell'anima nel fuoco di una sola attesa debba quasi arrestare il tempo, abolire il decadimento, serbare immutato anche il volto per il sorriso futuro. Sì, mi ritroveresti bella, forse più bella... Non vuoi ch'io viva?

Corrado.

Maria, Maria, chi ti dà questa voce? Chi parla in te? La tua vita trabocca. La morte è una, le sorti son mille.

Maria.

L'ho guardata, la morte. Lo vuoi sapere?

Come il divano è da presso ella vi si abbandona e Corrado con lei, senza separarsi.

Stanotte ero distesa nel mio letto, supina. Non avevo mai patito in quel modo il peso del mio corpo; né mai sentito d'essere una cosa, una povera cosa, che non serve più a nulla se quell'uno a cui fu data la lasci cadere o la dimentichi... Ah, se potessi farti comprendere! Ero tua non so in che maniera bruta, con tutte le ossa, con tutto il sangue, con tutto quel peso orrendo; e m'era rimasta una piccola piccola anima come un filo d'acqua sotto un macigno. E quell'anima a ogni tratto ripeteva una parola cieca, una parola che non era neppur sua ma di una povera donna veduta passare in un giorno di mercato per una piazza piena di gente, che diceva: «Perché? perché?» Camminava singhiozzando, con la faccia quasi sommersa nel pianto (la rivedo); e non conosceva nessuno; e la gente s'ammutoliva e la lasciava passare; ed ella ripeteva: «Perché?»; e nessuno poteva risponderle né trattenerla... Come avevo io ritrovato in me quell'accento di dolore senza ragione e senza conforto? Non so. Per soffrir meno, pensavo: «Ecco, sono distesa per lui e non mi alzerò più. Ma che positura mi darebbe egli se dovesse compormi per sempre?» E facevo il gesto del tuo sonno: mettevo le braccia sotto la testa come quando tu t'addormentavi laggiù su la nuda terra. E rimanevo così, ma non cessavo di soffrire. E pensavo: «Ma questo dolore con cui egli mi penetra, che fa parte delle mie ossa, che è la mia midolla, non mi congiunge a lui, inseparabilmente?» E sollevavo la mano contro la fiammella della lampada, e cercavo di scoprirlo a traverso la palma rossa e trasparente... Ah, perché ti racconto queste cose puerili? Voglio che tu sappia da qual notte è nata l'alba di questo giorno. M'ascolti?

Corrado.

T'ascolto. Parla. Dimmi tutto.

Maria.

Allora ho udito un romore confuso che m'ha fatto spavento perché in sul primo non potevo accorgermi se fosse prossimo o lontano, se fosse nel mio sangue o fuori, di tutta la terra o del mio destino: ma così eguale che a poco a poco s'è conciliato con la mia pena, prima che i richiami e i lamenti me lo facessero riconoscere. Era una mandra che passava lungo il Tevere, sotto la mia finestra. Curva sul davanzale, son rimasta a guardare quell'onda biancastra che passava passava, cacciata innanzi, chi sa dove, nella notte senza requie. E, come quel movimento continuo mi dava un poco di vertigine, nello sporgermi ho sentito ch'era facile lasciarmi cader giù; e un vóto mi s'è riaperto in mezzo al cuore, di sùbito, un vóto che forse ti parrà triste ma che pure talvolta mi suscitava un gran tumulto di felicità: il desiderio di morire perché da me ti venisse qualche bene ignoto. Ero lucida tuttavia nell'orrore della strada brutale calpestata dalla mandra lamentevole. «Meglio è sparire, senza sangue, senza strazio», ho pensato. «Il fiume è là. Traverserò la casa a piedi scalzi, scenderò le scale, aprirò la porta, camminerò fino all'argine...» Mi son chinata con un gesto istintivo, e mi sono accorta che i miei piedi erano già nudi e ghiacci. Ma, nel riaffacciarmi per seguire l'ultimo pastore che scompariva verso San Paolo, ho traveduto nel cielo un bagliore d'alba e ho sentito salire dalla mia carne più profonda qualche cosa come un grido senza suono...

Sopraffatta dal tumulto, ella s'arresta. Nasconde la faccia contro l'omero dell'uomo.

Mi perdoni se vivo? Mi perdoni se sono tua... ancóra più, ancóra più?

Corrado.

Maria, Maria, chi ti dà questa voce? e perché oggi sei in me più addentro che il mio stesso cuore? Quando ti presi per la prima volta nelle mie braccia, non eri mescolata a me come ora. Sento che è nata in te non so che potenza...

Maria.

Senti?

Ella dice questa parola con la bocca nascosta, piena d'un fremito ineffabile.

Corrado.

Per la prima volta, per la prima volta soffro e gioisco in un'altra creatura, mi sciolgo dai miei mali, rinunzio la mia solitudine.

Maria.

Senti?

Ella ripete questa parola sempre più soffocata ma con un fremito sempre più profondo.

Corrado.

Sento che le radici della mia vita non sono più in me e che l'infinito è là dove tu ti volgi.

Maria.

Senti?

Ella distacca dall'omero di lui la faccia; e rovescia un poco il capo, colle pàlpebre chiuse, bianca di rapimento.

Corrado.

Non avevo più speranza; e tu palpiti come se tu non bastassi a contenerne una più grande di quella ch'era mia.

Ella spalanca gli occhi, mentre una sùbita fiamma di sangue le illumina il viso.

Maria.

Amore, amore, indovini dunque?

Egli trasale, sotto il lampo della rivelazione inattesa.

Corrado.

Tu credi che...

Maria.

Devo dirtelo? Le labbra ti si fanno bianche. Mi perdoni? mi perdoni?

Corrado.

Tu vuoi dirmi che...

Novamente ella nasconde la bocca, gli susurra nel cuore l'annunzio.

Maria.

Non siamo più soli.

Così piegata non vede ella sino a qual punto la violenza dell'intimo turbine possa sfigurare un volto umano. Si china egli su lei, la interroga rauco.

Corrado.

È vero? Sei certa?

Maria.

Sono certa.

Discosta da sé la donna egli e balza in piedi, non reggendo all'émpito. Dalla proda del divano si protende ella a guardare l'agitato, come dal fondo di una fossa ove sia caduta e debba perire.

È una sciagura? Hai orrore del vincolo sacro? Vuoi ch'io opprima il tuo sangue che già pulsa in me? Gettami una parola. Il vóto è differito d'un sol giorno. La notte è prossima.

Sommessa parla ma con selvaggio anelito. Si volge egli impetuoso e le si gitta dinanzi quasi di schianto, fervido come in una preghiera inalzata.

Corrado.

Folle! Divina! Bacio le tue ginocchia, adoro ogni vena delle tue mani, trattengo l'alito davanti a te per tema di turbare il germe che tu nutri. Tutto quel che di più dolce e di più casto è sopravvissuto alla mia guerra, io posso raccoglierlo ancóra e offrirlo all'apparizione del tuo mattino. Per un attimo ho sentito tra le mie pàlpebre aride i tuoi occhi medesimi, il fresco del tuo sguardo, e ho veduto anch'io sopra una terra coperta di scorie tremolare l'unico fiore al vento della tua alba. Quasi non oso più toccarti. Vorrei con quel che mi resta della mia forza creare la pace e la bellezza intorno al tuo miracolo silenzioso. Che la mia ragione eroica di vivere sia perpetuata! Che la Natura trasmetta in carne il segno della mia più profonda cicatrice! E che nella tua memoria io sia assolto!

Maria.

Assolto di che? E che è mai la colpa? E che è mai la memoria? Tutto quel che è tuo, è presente sempre. Ieri e oggi vivono nella medesima luce. Quel che ti riguarda sembra trovarsi in un mondo ove la prova non ha né significato né esistenza. Una sola omai è la parola che l'amore dice alla mia anima: «Oltre». È la tua parola stessa.

Di nuovo rapita, ella tra le sue palme gli solleva la testa. Egli è fiso a una imagine ignota.

Corrado.

Ma il fervore della libertà, l'esaltazione del coraggio, l'urto degli eventi e degli uomini, tutto sparisce dinanzi alla realtà immediata, all'atto che non può esser distrutto!

Maria.

A che pensi? Hai in fondo alle pupille un orrore immobile.

Corrado.

Iersera tuo fratello mi domandò: «Sei tu divenuto il mio nemico?»

Maria.

Pensi a lui?

Corrado.

Gli hai tu confessato... anche questo?

Maria.

Sì.

Corrado.

Povero e grande cuore!

Maria.

Anch'egli capace di andar oltre. Lo sai.

Corrado.

E che farà egli?

Maria.

Sormonterà la sua tristezza.

Corrado.

Perduto per me.

Maria.

Ti amerà ancóra.

Corrado.

È disperato?

Maria.

E vigilante.

Corrado.

Dove l'hai lasciato?

Maria.

Non so dove sia ora. Aspettiamo nostra madre stasera.

Corrado.

Tua madre?

Maria.

Sì, viene per poco. Arriva, riparte. Anch'ella ha il suo supplizio.

Corrado.

L'hai chiamata?

Maria.

L'ha chiamata Virginio nel primo sgomento, credendomi bisognosa d'aiuto.

Corrado.

E che potrà fare per te?

Maria.

Che mia madre dopo tanto abbandono mi riprenda sopra il suo petto, anche per pochi attimi, in quest'ora della mia vita, è forse un sacramento della Natura. Anch'ella è piena di passione e di conoscenza. Rinascerò da lei un'altra volta, armata e pronta, per appartenerti.

Corrado.

Ancora una prova per te!

Maria.

Non temere.

Corrado.

Quando arriva?

Maria.

Fra poco. È già tardi. Il sole tramonta. Bisogna che io vada, anima mia.

Corrado.

Te ne vai?

Con un moto subitaneo la circonda per ritenerla.

Maria.

Non vuoi ch'io vada?

Egli si ritrae dominandosi.

Corrado.

Sì, devi.

Maria.

Hai tutto risoluto?

Corrado.

Ti rivedrò, ti rivedrò ancóra.

Maria.

Quando?

Corrado.

Fra due ore, a casa tua.

Maria.

Verrai?

Corrado.

Verrò.

Maria.

Mia madre sarà forse ancora là.

Corrado.

Non ho anch'io da dirle la mia parola?

Maria.

Quale? Potrà ella fare che io sia più tua? Nulla chiedo. Ricòrdatene. Sono libera, liberamente data: non un vincolo ma un dono.

Corrado.

Un segno.

Maria.

Vuoi che torni io stessa?

Corrado.

Verrò, verrò.

Maria.

Una sola cosa promettimi.

Corrado.

Dimmi.

Maria.

Che mi consentirai d'accompagnarti.

Corrado.

Dove?

Maria.

Fino al mare, fino alla nave.

Il mento le trema e discompone le parole animose. Perdutamente egli la serra nelle sue braccia e la bacia in bocca. Disciolta ella indietreggia un poco, vacilla trascolorando, come trafitta; grida, come forsennata.

È l'addio, è l'addio! È la morte!

Corrado.

Che hai? Maria! Maria!

Maria.

Non m'avevi mai baciata così! È il bacio terribile a cui ho pensato sempre. Ti perdo!

Corrado.

No, no. Non ti sbigottire. Sei allucinata. Tutto ti scrolla. Volevo che tu sentissi come son tuo, come son tuo.

Maria.

Non m'inganni, è vero? Non m'inganni, non mi illudi per pietà di me.

Corrado.

Ti rivedrò. Ti terrò sul mio cuore. Ti farò sicura.

Maria.

Mi sembra di non poter passare la soglia.

Corrado.

Va, Maria. Aspettami. E che tua madre ti sia dolce!

Ella gira intorno alle mura della stanza il suo sguardo disperato; e finalmente la constrizione è rotta, gli occhi le si riempiono di lagrime.

Maria.

Ti ricordi?

Per soffocare l'impeto del pianto, si volge, spinge il battente dell'uscio, passa la soglia, si dilegua.

Corrado.

Maria!

Egli fa l'atto di chiamarla e di seguirla; ma il nome gli muore nella gola, il passo gli s'arresta. Ritto in piedi, con le due mani egli si stringe le tempie come per comprimere la pulsazione insostenibile dell'interna guerra. Sussulta udendo il tonfo che fa la porta su la scala nel rinchiudersi. Si scopre la faccia, si volge intorno, si muove incertamente; poi si precipita alla finestra; curvo sul davanzale, guarda nella via. Non reggendo l'ambascia di là si toglie, grida.

Rudu! Rudu!

Il servo accorre.

Va, scendi, richiamala! Dille che torni indietro, che ho bisogno di parlarle ancóra. Va!

Pronto e muto il servo obbedisce, ma egli lo ferma su la soglia.

No, no. Lascia. Rimani.

Il silenzio è come la pausa nell'uragano. Corrado Brando si appressa alla tavola su cui sono ordinate le armi; prende una carabina e la esamina. Il servo Rudu rimane in piedi, attento. Egli è di membra snello asciutto e muscoloso come quei veltri sardeschi addestrati alla piga contro la bestia e l'uomo, fosco in viso come un indigeno dell'Alto Egitto, raso i neri capelli, nerissimo gli occhi sagaci tra cigli lunghi e folti, con tutti i piani faciali dalla fronte al mento ridotti su l'osso alla più semplice singolarità quali nel masso calcàrio li scolpiva l'arte egizia dell'Antico Impero.

Corrado.

L'armaiuolo ha portato le cartucce a palla d'acciaio?

Rudu.

Sì, su mere.

Corrado.

Caricate con diciotto grammi di polvere?

Rudu.

Sì, su mere.

Corrado.

E quelle a palla espansiva?

Rudu.

Anche. Tutto è pronto, se vuoi partire súbito.

Corrado.

Guarda: non è stato rimesso il pezzetto d'avorio nel mirino.

Rudu.

Perdonami, su mere. Ma quella è la carabina di Archèisa, e credevo che tu volessi ricordarti del libbah quando gli sparasti in bocca, quasi a corpo a corpo, dalla zeriba sfondata.

Corrado.

Hai ragione, Maureddu. E il sole del Tropico non mi brucerà la pupilla! Hai riguardato i due Winchester? e il mio revolver Colt?

Rudu.

Non ci pensare. Tutto è fatto.

Corrado.

Metti le cartucce nella mia cinta.

Rudu.

Di già, su mere?

Corrado.

Voglio caricare tutte le armi. Sfibbia le fonde. Togli dalla custodia il Paradox.

Il Sardo nasconde la sua inquietudine con un sottile sorriso.

Rudu.

Siamo di già stasera a Sigalè, in mezzo al bosco? Sa vida pro sa vida, sa pedde pro sa pedde!

Si appressa alla tavola, eseguendo il comando.

Corrado.

Ah, Rudu, non servo ma compagno, buon compagno, che darei per esserci stasera con te in un cerchio di fuochi! Ti ricordi la felicità di quella sera quando per la prima volta rimanemmo soli, con la piccola scorta, prima di giungere a Milmil, in quel mare d'erba dove pascolavano le antilopi e gli onagri? A un tratto vedemmo un leone sopra una guglia di termiti crollata, che ci guardava fiso. Era il primo. Scomparve nella macchia, avanti ch'io potessi mirarlo. Ci avvicinammo. Aveva lasciato sul posto la metà d'una gazella, che tu cuocesti al tuo modo sardo nel calore della fossa cavata in terra; e non facemmo mai cena più allegra. Te ne ricordi?

Rudu.

E come no, su mere?

Corrado.

Dopo, prendesti la tua launedda e sonasti un'aria della tua Planargia su le tre canne dispari; e dopo cantasti una canzone della Vega, che non pareva nata nell'agrumeto della tua isola triste ma nella stessa terra dov'eravamo distesi e dove tu l'avevi ricondotta. E gli Arabi di Massaua e gli Assaortini e i Beni-Amèr ascoltavano in cerchio immobili, come se il tuo canto non fosse straniero ma venisse dal fondo della loro infanzia. E la patria non più era dietro di noi ma davanti a noi, di là dalle alte erbe in fiamme, nella notte piena di odore leonino e di pericolo.

Apre con un colpo secco la carabina e introduce le cartucce.

Ah, frade, gran miseria! Credi tu che il piccolo fatto senza sangue possa affascinare la ragione del combattente come il segno di gesso bianco affascina il pollo steso giù? Tu sei buon giudice: sei della razza dura che usava affrettare la morte all'agonizzante soffocandolo coi guanciali dell'accabadora. Non era il tuo compare quel bandito di Dualchi che disse: «I morti li seppellisco nel mio fegato?» Tu dimmi se un sol movimento debba valere contro tutta una vita libera alzata su due talloni.

Con un colpo secco chiude la carabina, e la depone su la tavola.

Rudu.

Che vuoi ch'io ti dica, su mere? Non t'intendo ma vedo che stai in corruccio. Se posso toglierti la spina, comandami. Non ho spavento di nulla, per te. A Olda mi domandasti di cantare nella tortura, e t'obbedii.

Corrado.

E un ostacolo molle arresterà colui che canta nella tortura?

Rudu.

No, perdeu.

Corrado.

M'hai ricordato il giorno in cui volemmo non più essere uomini, ma qualcosa di meglio. Vincemmo i bruti e il destino.

Rudu.

Tu vinci sempre, môti.

«Môti», la parola che nel paese dei Galla designa il Capo di genti, ritorna in bocca al discendente degli antichi Balari.

Corrado.

Sempre, ma nel deserto. Facemmo consiglio, prima d'affrontare il rischio cieco. Te ne rammenti? Niente acqua; ancóra qualche striscia di carne secca; le vesti lacere; rotte le suola; lasciate quasi tutte le bestie e le some nella selva di spini inestricabile; fuggita la guida; chiusa la via prescritta; dinanzi a noi il villaggio in armi; con noi due soli cuori, i nostri, e il resto carogne. «Devieremo guadando il fiume o entreremo a Olda?» Ecco la moneta coloniale romana che tu trovasti a Montarvu quando saggiavamo la vena del ferro. L'ho sempre meco.

La trae di tasca e la mostra al servo.

Allora la gittammo in aria per interrogare la sorte. La testa: deviare. L'aratro: andar diritto. Sei volte la gittammo, ostinati; sei volte venne la testa. Tu mi guardavi nelle pupille; e facesti: «Va diritto. Tocca! a su chi escit!»

Rudu.

Il denaio diceva una cosa e il tuo occhio un'altra, môti. Il tuo occhio fa legge.

Corrado.

Andammo al supplizio! Rudu, oggi è peggio che davanti a Olda. Voglio di nuovo interrogare la sorte. Partirò? Non partirò? Rughe o crastu. Tieni. Tu gettala.

Gli dà la moneta romana.

Partire: la testa. Restare: l'aratro.

Il servo esita e lo scruta.

Mi guardi?

Rudu.

Che vale il giuoco, se tu vuoi quel che vuoi?

Corrado.

Mi leggi nell'occhio?

Il servo cerca di penetrarlo a dentro, inquieto.

Rudu.

Questa volta no.

Corrado.

Getta, dunque. Aspetta. Non sul tappeto ignobile. Prendi quella pelle di leone e stendila. Ti ricordi? L'altra volta eravamo in un sentiero d'ippopotami, che conduceva al guado, tra le canne rotte.

Il servo toglie la pelle di sul divano e la stende.

Bene, così. Getta.

Il servo non dissimula la sua ansietà. Getta in aria la moneta romana che ricade su la spoglia ferina; poi si curva; si mette quasi carpone per meglio accertare il responso.

Rudu.

L'aratro.

Corrado.

Restare! Prova ancóra una volta.

Il servo, senza levarsi, rinnova il tratto, poi si curva.

Rudu.

L'aratro.

Corrado.

L'ultima volta.

Il servo ripete la prova.

Rudu.

S'aradu!

Egli volge il capo in su, tentando di sorridere.

Allora si parte? Tocca! a su chi escit!

Ma il violento non gli bada, ripreso dall'agitazione oscura. Un fantasma odioso si genera dentro di lui; però la voce è pacata e lenta dopo l'intervallo.

Corrado.

Rudu, imagina ch'io sia nel porto, già sul ponte del battello, voltato a proravia. Ecco che uno sconosciuto s'avanza e mi mette una mano su la spalla. Tu che fai?

Il servo si leva di su la pelle a poco a poco, ascoltando. A mezzo del suo levarsi, scatta colla rapidità dell'istinto; e fa il gesto primitivo della sua gente che con la pietra acuminata rompe il cranio del nemico abbattuto.

Rudu.

Ddi pisto sa conca.

Il môti aggrotta le ciglia, con un lieve fremito. Poi scrolla il capo; e s'avvicina alla finestra pel cui vano si scorge una grande nuvola di primavera, pregna di luce, sospesa nel vespro.

Corrado.

Senti gracchiare i corvi su la Torre delle Milizie? Si posano sempre a quest'ora. Fra poco è sera. Senti il romorìo degli insetti umani? Non avendo stasera la zeriba nel deserto, bisognerebbe che io avessi una torre nell'Urbe e che io v'accendessi il mio fuoco per ardervi la mia libertà il mio orgoglio e la mia idea. Questa è una gabbia miserabile; però non c'è bisogno di bitumi per incendiarla: basta uno zolfino.

Parla come in un súbito accesso di selvaggia allegrezza. Poi rincupisce.

Rudu, non badare a quel che dico. Imagina ch'io abbia bevuto l'idromele, e che mi ritorni la smania della guerra. Da ora in poi, prima di aprire la porta, fa come nel tuo paese: guarda per lo spiraglio.

Rudu.

Hai un nemico, môti?

Corrado.

Sono un nemico.

Rudu.

Fa che io t'intenda, se ti devo obbedire.

Corrado.

Non importa.

Il fedele china il capo, e mormora tra i denti i modi del suo linguaggio.

Rudu.

Veru est. Resones tenes.

Corrado.

Forse converrà che io ti separi da me, buon compagno.

Rudu.

Che dici mai, su mere? Ite diaulu ses nande?

Il sogno parla nel violento con un accento profondo e puro.

Corrado.

Ti duole di ritornare lassù a Santu Lussurgiu, al tuo vulcano nericcio, dove ti trovai? Sei nato dentro un cratère spento, che si ridesterà. Che fiera culla, Rudu! Non ti sta nel cuore? Fra il Logudoro e l'Arborea, tra i sepolcreti giganteschi delle più antiche stirpi, tutta chiusa in una chiostra di basalto e aperta soltanto a ostro-libeccio, al soffio dell'Africa. Sembra la figura espressiva del più maschio fato. Ti ricordi quando ascoltavamo il vento d'agosto che portava gli stormi rossi allo stagno di Cabras? Io ti dissi: «Vieni con me, homine de abbastu». Tralasciammo d'esplorare la miniera esausta sul Monteferru per seguire la vocazione d'oltremare. Ora va, tornatene lassù; e in ogni primavera, quando la tua tanca s'empie d'asfodeli, accendimi un fuoco di lentisco sopra un nuraghe per memoria e non mi dimenticare nei tuoi canti.

Un dolore severo annobilisce il volto dell'isolano.

Rudu.

Perché mi scacci? Che male ti feci, su mere?

Corrado.

Non ti scaccio. Mi accomiato.

Rudu.

Parti, dunque.

Corrado.

Non so per dove.

Rudu.

Né te lo domanda il tuo servo. Ovunque ti segue, e non parla.

Corrado.

E se io dovessi morire?

Rudu.

Morire!

Corrado.

Tanto ti stupisci? Mi conservi la fede di Olda? Ma non ho immortalità fuori del deserto, ti dico.

Rudu.

Non mi parlare lontano.

Corrado.

Se parlo con te, figlio del cratère, parlo anche con la mia malinconia. Guarda i pini della Villa Aldobrandina come s'arrossano! Pensa che risentirai l'odore degli aranceti di Milis, che rivedrai le tue sorelle cucirti il gabbano d'orbace, la tua madre ammonticchiar la cinigia dentro il cerchio dei sassi, perché tu dorma su la stuoia co' piedi vòlti al focolare...

Rudu.

M'hai fatto il cuore duro, lo sai, alla stregua del Monteferru. E perché ora me lo vuoi fendere? Quando venni con te, dimenticai il focolare e la via del ritorno. E tutti i legami io li disfeci per rifarne uno solo; e tanto io lo seppi ben torcere — perdonami — che neppur tu lo puoi più rompere.

Corrado.

Un'altra parola d'amore, un'altra ala che batte su l'orlo della voragine!

Il volto gli balena. La súbita sollevazione ha quasi l'apparenza d'un breve delirio.

O Rudu, e quale potrebbe essere il cómpito di colui che sopravvivesse al giorno santo? Tu non lo sai, né io forse lo so. Né tu cerchi d'intendere. Ma tu sei ancóra capace di cantare con una voce più ferma in un supplizio più crudo, se io te lo comando; e tutta la tua razza io la sollevo in te, con tutti i suoi eroi dormenti. Come tanta forza e tanta fede si possono disperdere prima d'andare al segno? Un muro costrutto da schiavi ciechi può distruggere l'orizzonte aperto dal veggente? Io ho ricevuto dianzi un annunzio di perpetuità. Il germe della mia virtù futura è custodito da una sfinge che m'ha svelato l'enigma. Credo che dal più remoto deserto io lo sentirò schiudersi in mezzo al mondo e volgersi verso il mio sole. O cuore fedele, ha ragione il tuo grido: io non posso morire. Le mie piaghe mortali son divenute cicatrici vivide che il sangue urta col suo battito più forte. Anche questa volta io voglio afferrare il destino alla gola e ridermi del suo responso. L'aratro! È fatto pel solco, e la prua gli somiglia. Quella moneta fu tratta da un sepolcro: il suo posto è tra i denti di un cadavere. Non la raccogliere! Ma preparati. Vedi, ho la fronte in sudore e non agonizzo. Domani il maestrale si porterà via la mia febbre. Però — l'ho detto — la mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar... Su, Rudu, all'opera. Ti darò una mano.

Inquieto e vigile il servo tende l'orecchio verso l'uscio come per cogliere un suono.

Non ti muovi! Che ascolti?

Rudu.

Qualcuno suona alla porta.

Corrado.

Hai udito?

Rudu.

È la seconda volta.

Per istinto, la statura dell'uomo di guerra si erge. Ogni segno di smarrimento scompare. La voce riprende il suo tono metallico.

Corrado.

Guarda chi è, poi torna.

S'addossa alla tavola delle armi, fitto lo sguardo all'uscio per ove il servo esce e rientra. Raccogliendosi l'ombra sotto la grande arcatura delle ciglia, sembra cresciuta la prominenza della fronte contratta; alla luce obliqua ogni lineamento rilevandosi, tutto il volto indurito e incrudito è come la maschera granitica della Risolutezza.

Rudu.

È il tuo amico, su mere.

Corrado.

Chi?

La risposta è sommessa, accompagnata da un lieve cenno espressivo.

Rudu.

Su frade...

Un'indicibile onda si spande su la maschera e la spetra. Succede un attimo di esitanza. La parola è sorda.

Corrado.

Entri.

Il servo si ritrae per introdurre il visitatore. Corrado si distacca dalla tavola, movendo un passo.

Entra Virginio Vesta; e l'uscio si riserra dietro di lui. Sembra che nel giro d'un giorno egli abbia vissuto vent'anni di vita carichi di lutto; ma una indòmita volontà di salvezza arde ne' suoi occhi gravi. Stanno l'uno di fronte all'altro i due amici e si guardano, per alcuni istanti in cui la ruota dell'intima vita gira vertiginosamente. Il palpito dei cuori, al primo parlare, fiacca la voce nelle gole aride. Quegli che primo parla ha la parola quasi sparente, come per lo sforzo di toglierle ogni qualità corporale affinché meno pesi, meno offenda.

Corrado.

Perché vieni, Virginio? Una sola pena mi pareva di non poter patire, fra tutte, dall'ora di ieri a questa: il tuo sguardo senza minaccia. E perché stringi me e te in quest'orrore? E che mi dirai? e che ti dirò? Vedi che quasi non so parlare. Sento che il solo suono della mia voce ti fa soffrire orribilmente.

Virginio.

No. Più male non puoi farmi. E perché tanto male tu m'abbia fatto, guarda, non te lo chiedo. Ma certo, se bene così parli, sento che la tua voce passa tra i tuoi denti...

Corrado.

La belva! Vieni per giudicarla?

Virginio.

Non giudico. Sono anch'io nel cerchio d'inferno in cui ci hai cacciati e serrati all'improvviso. Si può urlare di dolore o di furore, ma non giudicare. Anche in me oggi non parlano se non gli istinti. Il primo sforzo per mozzare il grido e l'imprecazione, per tener diritte nella mia schiena le vèrtebre che si disgiungevano, lo sforzo contro l'annientamento io l'ho compiuto. Vedi, resto in piedi. Ma ora sono come in mezzo a un incendio: non vedo, non odo se non in confuso: non giudico: ho tutta la forza e tutta la volontà nelle due braccia per prendere, per portare qualche cosa di umano a salvamento.

Corrado.

Quel che è umano non può più essere salvato omai, povero Virginio; e il resto è fuori d'ogni offesa e d'ogni sciagura. Se io parlassi, tu non m'intenderesti.

Virginio.

Tuttavia bisogna che tu parli e ch'io sappia.

Corrado.

Che vuoi sapere? Maria era qui dianzi.

Virginio.

L'ho veduta uscire.

Corrado.

L'hai scontrata? Ti sei mostrato a lei?

Virginio.

No, non ho osato. Andava in fretta ma quasi senza passo, come portata dal vento o dall'anima sola. Però sentivo che, se si fosse arrestata, sarebbe caduta a terra e là rimasta. Forse soltanto le mani di sua madre potranno toccarla senza farla morire.

Corrado.

Morire! E che sai tu? e che conosci tu di lei? Tu ne parlavi come della sorgente e dell'erba. Ma io con tutte le violenze della mia guerra, tu con tutta la tua volontà di beneficio, non eguagliamo il suo potere. Ella ha fatto la sua vigilia nel gelo della morte, con la finestra aperta su l'alba, a piedi scalzi come chi deve passare all'altra riva. Ed è passata di là; ed ora, con tutta la sua innocenza va verso la madre dolorosa per rinascere «armata e pronta». Intendi tu questa parola? Un soffio ha disperso i limiti del focolare ma ha creato un più grande spazio per un più gran respiro. Ella è un indizio di libertà, il preludio di un canto inaudito. Io mi sono inginocchiato dinanzi a lei per renderle grazie d'una promessa non fatta a me, che forse sto per scomparire, ma a tutta la mia razza imperitura. Il travaglio divino che affatica l'oscurità della massa umana, ecco, a un tratto ha toccato la cima di quel cuore per dar segno di sé, per rivelarsi. La più profonda fibra della mia virtù ha sussultato come non mai. M'è parso che nel germe ancor cieco del nuovo essere sia entrata la più fulgida favilla del mio spirito. «Dunque la schiava subdola e funesta potrà divenire un giorno la compagna e la custode animosa fino alla morte e oltre?» «Sì» ella risponde; e più non conosce né l'uso né il costume né il limite; ma, pari alla stessa vita, si sente capace di tollerare tutti i mali. Ah, neppur tu con la tua voce fraterna hai mai detto il suo nome come oggi io l'ho detto!

Misto di giubilo e di sgomento irrompe dal profondo cuore il grido del fratello attònito.

Virginio.

L'ami?

Egli lo guarda come se gli apparisse in un aspetto inopinato. Ma il fervore dell'altro si spegne in una tristezza severa.

Corrado.

Virginio, so in quale ansietà, anzi in quale terrore il tuo grido ha risonato dentro di te.

Dopo una pausa, egli pronunzia la domanda improvvisa con una singolare chiarezza.

Chi sono io oggi?

Soffocato dall'emozione, Virginio resta muto.

Non rispondi? Mi guardi. Cerchi perdutamente la risposta nel mio volto.

Virginio.

Da ieri, dall'ora in cui mi dicesti che non potevi più essere il mio amico, rivedo per lampi interrotti il tuo volto qual era nel sonno quando tu dormivi nel letto accanto al mio, lassù, in quella stanza nuda.

La voce trema nel ricordo. In quella di Corrado comincia una strana ambiguità, per súbiti contrasti di tristezza e di acredine, di veemenza e di oppressione.

Corrado.

E non ti sbigottivi del mio aspetto nel sonno? Non scoprivi nell'amico il nemico?

Virginio.

Dormivi sempre senza guanciale, col braccio sotto la testa, sicuro e leggero come se ti sostenesse la terra e ti proteggessero le stelle.

Corrado.

Se la sorte vorrà che tu ti pieghi sul mio corpo liberato dal soffio che lo brucia, rivedrai quella pace. Ora tu cerchi un altro segno, forse un marchio infame. Non lo trovi.

Incalza di súbito, quasi aggredisce, come se volesse combattere a cuore a cuore.

Virginio.

Corrado!

Corrado.

C'è ancora una speranza, in fondo a te, che vacilla. I miei occhi penetrano più a dentro.

Virginio.

Corrado!

Corrado.

Ieri — era quest'ora — ti confessai la tentazione selvaggia. Vuoi che oggi io ti confessi il resto? Sei venuto per questo? Ti avvicini perché io ti parli piano... Dimmi: che sai?

È come una sfida ardente, con qualcosa di sfrontato che dissimula l'orgasmo febrile. Ma la risposta è come una implorazione.

Virginio.

Non sono il tuo giudice: sono ancóra il tuo fratello, rinnegato e ferito, ma pertinace. Non t'interrogo: ti dico che agonizzo sotto un peso lùgubre. Metti un termine a quest'agonia. Non senti come la vita precipita? Pare che in ogni attimo si dissolva una zona del mondo...

Corrado.

Affréttati. Che sai?

Virginio abbassa la voce, sotto il fantasma indistinto che li copre entrambi.

Virginio.

L'uomo della bisca, quello a cui volevi pagare il tuo debito con una moneta che portasse la tua effigie, si chiamava Paolo Sutri.

Corrado.

Ebbene?

Virginio.

La mattina dopo fu trovato esanime nel suo letto.

Corrado.

Aveva il colpo di grazia somalico nel collo, sotto la nuca? il taglio di riconoscimento?

Virginio.

Il demone ti riafferra! Ancóra il sarcasmo? Tu m'avevi parlato della mano «che uccide con precauzione». Una mano cauta ed esperta l'aveva spento.

Corrado.

Quale?

Virginio.

Prima spento, poi derubato. Scopo dell'assassinio era il furto? Il sospetto cadde su Simone Sutri, sul nipote avverso. Ieri fu preso, già rilasciato stamani, riconosciuto incolpevole.

Corrado.

E allora?

Un'irrisione malvagia gli lampeggia nel viso e glie lo contrae in un cipiglio quasi di minaccia. Egli si muove qua e là per la stanza come per ingannare il suo bisogno di combattere. Poi si volge con impeto, inebriato di ribellione.

O tu che resti muto e ti sforzi di nascondere il ribrezzo se m'accosto, conosci quella sentenza superba? Un nudo spirito si levò su l'eccidio e sul bottino, esclamando: «Se questo mio è un delitto, io voglio che tutte le mie virtù s'inginòcchino davanti al mio delitto».

Proteso verso di lui, fremente, Virginio tenta respingere col suo grido l'inesorabile certezza.

Virginio.

L'hai compiuto? L'affermi?

Corrado risponde da prima più pacato, velando il suo rancore con un'ombra di spregio.

Corrado.

Non affermo se non la parola di un'audacia senza nome. Però tu ieri udisti il racconto della tentazione notturna. E che mai mancò perché l'impulso si esternasse in atto irreparabile? Un nulla. Non ero nella foresta, non avevo la lancia in pugno, né la sabbia nell'altra mano. I testimoni erano di troppo. La scarica si arrestò nei muscoli del braccio. Tuttavia ben mi vedesti capace del crimine, pronto allo scatto, al balzo. E che t'importa il resto? Ma là, alla tavola del giuoco, nello scompiglio delle sorti, era una carne di goditore o una volontà di asceta, una bassa cupidigia o una fatalità eroica? Tu hai parlato di assassinio e di furto. Conosci dunque i nomi che mi convengono. Ieri ti rimasero in gola; oggi son fuor di tempo.

Ancóra in quel terribile giuoco d'invettiva e d'ironia, in quella disordinata vicenda di freddezza e d'ardore, Virginio resta afferrato al suo dubbio e non l'abbandona, se bene spasimando.

Virginio.

Tu mi ricacci nell'ambiguità, mi prolunghi l'ambascia, mi squassi fra la tua ragione e il tuo delirio. Ma tu potresti con una sola parola disperdere l'orrore che s'è addensato intorno a noi, rimuovere la cosa corrotta che è là e che c'ingombra.

Corrado.

Tutta la bellezza di un mondo ideale gravita dunque oggi, per te, intorno al cadavere di un baro! Se il piccolo fatto senza sangue esiste, tutto cade nel nulla, precipita nell'annientamento e nella esecrazione, per forza della legge umana. La vita di colui non valeva quella di un lupo, perché la specie del lupo si fa ogni giorno più rara, mentre la genìa di colui si moltiplica ogni giorno nell'ignominia, brulica e striscia, infetta tutto quello che tocca, insozza tutto quel che divora. I vermi nel nostro pane quotidiano son necessarii? Se tu ne schiacci uno, quello diventa sacro, soltanto perché non si divincola più? La coscienza armata di castighi insorge a vendicarlo. E che diventa il colpevole allora? L'attributo del suo atto, null'altro, in perpetuo! Egli può essere un desiderio indòmito che non seppe attendere, uno spirito veloce e infaticabilmente vivo, un impeto magnifico scagliato verso una mèta più severa della morte. Egli può aver passato i suoi anni a fortificare e ad esaltare la sua volontà con una disciplina implacabile. Lungi alle solite fanfare d'eroismo che riscaldùcciano i cervelli e i cuori senili, egli può aver foggiato crudamente sé medesimo per il diritto di promettere, per il dovere di adempiere qualunque più folle promessa fatta al suo corpo e alla sua anima. Ed ecco, è maturo per essere un Capo, un battitore di vie ignote, uno scopritore di nuove stelle. Capace di dare tutti i giorni alla sua opera la sua vita intera, capace d'inalzare tutti i giorni — non importa come, non importa dove — la sostanza del suo sogno, egli è degno della più disperata vittoria. L'Amore lo riconosce. La prova della sua dignità è nel miracolo invisibile. Accanto a sé egli ha sentito l'aspirazione degli eroi sollevarsi in un cuore sublime come in un vertice del Futuro. Egli ha ricevuto l'annunzio che gli mostra, di là dalla mèta, l'erede del suo dominio, il monumento vivo della sua vittoria. Come potrebbe non sembrargli santa la sera del suo giorno? E voi a un tratto gli gittate fra i piedi la cosa corrotta perché egli stramazzi nel fango e nell'onta! Una povera spoglia esangue arresterà colui che nella terra lontana, per aprirsi il varco, mise a ferro e a fuoco le tribù! Volete castigarlo? Perché non poteste costringerlo a putrefarsi nell'inerzia, ora volete troncargli le mani che hanno osato di affrettare il destino? Chiunque possegga sé, per essersi conquistato a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il diritto di punirsi o di farsi grazia, e non lo concede ad altri. Se il cerchio si serra, egli vuol dedicare ancóra qualche sacrifizio umano in un gran rogo alla sua libertà, perché almeno gli schiavi dalla piazza si volgano in su e si ricòrdino...

Vede Virginio rosseggiare il delitto come una porpora su quell'orgoglio indomabile.

Virginio.

Ma chi difendi tu?

Corrado.

Me stesso.

Reclina Virginio il capo sotto la percossa e nasconde tra le palme la faccia estenuata. L'altro non si placa: anzi la sua amarezza sembra invelenirsi. S'accosta egli al reclinato e lo guarda. La profondità della stanza è già nell'ombra, ma i teschi e i trofei brillano su le pareti al riflesso della nuvola.

Piangi su me? Io merito un addio più virile.

Virginio si scopre, e il suo volto un po' livido dà imagine di colui che toccò il fondo del gorgo e risale alla superficie per trarre il respiro.

Virginio.

Non piango. Chiudo gli occhi per veder qualche luce nel fondo.

Corrado.

Luce di salvezza? Non la cercare. Pentimento? espiazione? La tua luce non è la mia. Già ieri te lo dissi. Io non posso più essere il tuo amico né appressarmi a te. Obbedisci alle tue ripugnanze. Volgimi le spalle. Lasciami solo. Giudicami bandito. La mia ultima ragione è nelle mie armi cariche.

Virginio.

Non giudico: mi offro.

Corrado.

Il tuo aspetto ti smentisce. Tu non puoi non calunniare il mio atto.

Virginio.

Non io lo calunnio. Ma l'evento può abbassarlo, rendendolo inutile. Pensa!

Corrado.

Abbassarlo davanti a chi? Tu vuoi ricondurre nel mio silenzio il rumorìo della strada. Non l'udivo più; né posso più udirlo. Una sola cosa ho temuto; e te ne serbo rancore perché l'orribile angoscia mi veniva da te, dal tuo contatto: ho temuto di commettere una viltà contro la mia follìa, di disconoscerla, di difformarla, di avvilirla. Ieri, quando uscii dalla tua casa, uno sgomento improvviso mi scompigliò le forze. L'imagine, che m'era divenuta estranea, s'impadronì della mia coscienza e vi diffuse una specie di torpore che m'impediva di scacciarla, se bene mi fosse intollerabile... Non eri tu che tentavi di esiliarmi da me stesso e di falsare la mia anima?

Virginio.

Io ho tentato di combattere in te quegli istinti che tu chiami i tuoi cani selvaggi quando latrano sotterra e il tuo spirito tende ad aprire tutte le prigioni. Inutilmente. E tu ieri m'accusavi di non voler fare la guerra per te, come oggi mi gridi ch'io ti volga le spalle e che io ti lasci solo. Ma ieri, verso quest'ora, io mi trovai per alcuni attimi presso la tavola del mio lavoro, tra il mio amico d'infanzia e la mia unica sorella. Oggi mi ritrovo tra un amore disperato e un delitto nascosto. Non vengo a imprecare né a chiedere pentimento ed espiazione. Conosco le furie dei fiumi, le rovine dei ponti. Non piango dinanzi alle violenze della vita ma mi offro. Forse non comprendo, ma non giudico. Però sento ancóra vivere l'eroe che è nella tua anima; e riconosco una sola necessità imminente: che la causa del tuo atto s'illumini, che tu abbia il modo di trasmutare la tua frenesia in eroismo, di riscattare il tuo delitto col tuo prodigio. Tu hai bisogno dell'Oceano e del Deserto per ridivenir puro. Io non ti grido: Rimani! Ti grido: Parti, va, còpriti di gloria, vinci la morte!

Si dischiude il cuore serrato; e sembra che da lui si fuggano per un poco i rancori i dispregi le rivolte, e non resti se non l'alta malinconia dell'eroe che sarà tradito dal fato ch'egli amò.

Corrado.

O Virginio, canta anche in te il sangue della creatura che m'è cara. Perdonami l'impazienza irosa: non è che dolore. Erano sere di primavera come questa quando entravamo nell'ombra della chiesa: io poggiavo il braccio su la tua spalla per contemplare il colosso di pietra «quasi belva, quasi dio». Portagli una corona di cipresso, in memoria di me, e deponila su le grandi ginocchia ove sognando mettemmo il nostro avvenire.

Virginio.

Che è questa tristezza mortale che t'accascia? Corrado, l'ora fugge. Bisogna risolvere e affrettarsi.

L'uccisore è fisso, come occupato da qualcosa di torpido. Parla sordamente.

Corrado.

E se la brutalità del caso m'infliggesse una fine ignominiosa?

Virginio.

Quale?

Corrado.

Se io fossi raggiunto prima di entrare in franchigia? se riescissero a prendermi vivo?

Virginio.

Temi la ricerca?

Corrado.

Nulla temo, fuorché una fine senza grandezza.

Virginio.

Credi che già il sospetto possa cadere su te? Hai lasciato qualche indizio?

Lo interroga a bassa voce, chinato verso di lui, angosciosamente. L'altro è come trasognato e non batte ciglio.

Corrado.

Non so. Nessuno può sapere...

Virginio.

Non ti ricordi? Non hai più nella memoria quell'ora?

Corrado.

No. Cadde sùbito in fondo, in fondo al pozzo cupo, come un sasso che tonfa... Non so più.

Virginio.

Non eri lucido in quell'atto, come alla tavola del giuoco quando colui levò verso di te gli occhi bianchicci?

L'uccisore sussulta, come per scuotere il torpore. Guarda le acque salire luccicando dall'oscurità del pozzo verso il margine.

Corrado.

Non so... Una specie di ilarità convulsa e sorda come quando le deformità dei sogni ci muovono un riso senza suono, che ci travaglia la bocca dello stomaco e non si sa se sia una nausea o un tremore, e se sia per finire o per continuare senza fine, e al risveglio ci sembra che si disperda nei sensi intorpiditi qualcosa di demoniaco...

Virginio.

Cerca nella memoria. Guarda dentro di te. Avevi perduta anche l'ultima posta; avevi giocato su la parola, vertiginosamente, perduto sempre, a ogni colpo... Uscisti tu pel primo? Che ora poteva essere?

Gli parla da presso, lo incalza con la sua ansia, lo incita all'evocazione dei fantasmi profondi. E d'improvviso la notte della città terribile riprende a vivere nello spirito e nella carne dell'uomo, con una potenza crescente.

Corrado.

Ancóra notte. Afa di scirocco: qualcosa di molliccio e di tiepido come una bava animale. Nessun sollievo nell'uscire dalla bisca fetida di fumo, di fiati, di sudori. Anche la strada pare chiusa, anche la piazza. Città mostruosa, notte di dissoluzione, dove vivono soltanto le fogne. E in me una sola parola, ostinata come nella bocca di un idiota: la parola dell'àscaro famelico e febricitante che si lascia cadere sotto un'euforbia: Kalas — basta! Ma altra è la mia fame, altra è la mia febbre. «Basta! questo trascinìo d'accattone collerico. Basta! questa domesticità senza salario. Basta! questa stupida fatica di mantenere un vizio che non è il mio vizio. Andiamo! Qualunque mezzo ci valga. Andiamo ancóra incontro alle ferite che l'aria sola cicatrizza, alle seti che estingue un'acqua sempre nuova, alle torture che ridono e che cantano.» Rivedo i giovani cammelli, in coda della carovana, che presi dall'allegrezza saltano buttando all'aria il basto e il carico. Mi fermo davanti a un gran bagliore che rosseggia nella nebbietta; e il tremolìo del malvagio riso mi monta dallo stomaco alla gola, non mi lascia più. Sembra che io abbia da tentare una beffa atroce. Mi cerco addosso il conto preventivo della mia spedizione disegnata; lo trovo. M'accosto alla caldaia d'asfalto che bolle; al bagliore fumoso leggo nel foglio le cifre: arruolamento di àscari, camelli, asini, muletti, balle, casse, tende... Un gran palpito; e la duna di Brava mi riappare, la ripa dantesca della mia dannazione. «Nulla di meglio al mondo che quel sonno selvaggio ch'io dormirò su la sabbia oceanica, dopo l'approdo. Odio, mio odio, a te confido la promessa di quel sonno.» E mi riappare la faccia del baro, la maschera giallastra d'ittero, il grosso labbro azzurrigno, la collottola da abbrancare e da scuotere. Ripeto in me: «Lascia là il bottino!» Soggiungo: «No, non sono io il debitore». E sento che il primo movimento represso è sempre là, prigioniero, e che deve sprigionarsi necessariamente. Allora una specie di scaltrezza felina entra in me e s'acuisce come nei grandi giorni di caccia. Una specie di divinazione magnetica che s'irradia fuori del corpo ad evitare l'errore, a prevedere l'ostacolo, a cogliere il destro. Superstizioso, m'assicuro d'avere addosso l'ossicino che nel leone ucciso si trova profondato tra i muscoli della spalla. Salgo di corsa su per la Trinità dei Monti come per l'erta di Bulùlta! Sento in tutte le membra la forza elastica che non ha bisogno d'armi. La via è là, deserta; la porta è là, chiusa. Attendo, come all'agguato dietro la zeriba. Non so che farò, non so in che modo si presenterà la preda. Gli incanti adunati nel mio cervello si disperdono. La sorda ilarità demoniaca persiste. Giunge il grido fioco di un acquavitaio; poi il rumore di una vettura, un trotto zoppicante. La vettura viene su per la via, si ferma dinanzi alla porta. Riconosco l'uomo; odo la sua voce grassa che dice al vetturino di attendere finché la porta non sia aperta, e il Romanesco rinfacciargli con una contumelia il prezzo dimezzato, frustare il cavallo, volgere per la via Sistina, allontanarsi. Balzo dall'ombra, mentre l'uomo chino su la serratura cerca a tastoni. Gli metto una mano sul braccio, gli reprimo il sussulto, gli dico: «Sono io. Voglio pagar subito il mio debito». Basta la pressione delle mie dita su la sua floscezza: m'impadronisco di lui alla prima, come d'un sacco. Il suo pànico mi fa pensare all'asino legato dinanzi la feritoia della zeriba, quando il libbah si approssima. Gli tolgo la chiave, apro per lui, lo spingo dentro, gli faccio lume. So che non ha famiglia in casa. Ma un servo forse l'attende? Bisognerà sopprimerlo? Ho l'occhio d'un mercante di schiavi per giudicare con un solo sguardo la qualità del carname umano anche dissimulato dal sarto. Troppo egli ansa su per le scale: cuore debole, insufficenza delle valvole... Le pàlpebre sono gonfie come le vene del collo. La palpazione del medico ha già percepito il «fremito felino» in questo tardigrado? Il riso senza suono mi manda al cervello imagini stravaganti. Egli sembra colpito dall'afonìa. Lo ammonisco con frasi brevi e secche. Certo, non chiamerà, non griderà. Tutto assume la facilità d'un sogno. Non più la lotta con l'uomo ma col caso. Entriamo. Nessuno attende. La divinazione mi guida. Giù da una scaletta a chiocciola viene una voce sonnacchiosa che dice: «Sor Paolo?» Io rispondo per lui con un suono inarticolato. Il resto si svolge in una lunga ora o in pochi attimi? Non ho davanti a me tutto il lordume civile in quel sacco di adipe che suda e che pute? Vendetta troppo facile, quasi dolciastra, se il sale della beffa non la ravvivasse. Egli è là, che soffia e barcolla, con l'azzurro della cianòsi nelle labbra, nelle pinne del naso, nelle unghie, orribile e fantastico. Gli metto sotto gli occhi il bilancio di previsione, sorridendo. «Vi manderò alla costa un carico d'avorio dal Bass Naròk, tutto l'avorio dei Ghelebà e dei Cherre...» Gli parlo piano, mentre gli faccio rendere il bottino. «Spesa grave per i quattro bulùk? Ma forse mi lasceranno arruolare i galeotti nell'ergastolo di Nocra a mezza paga.» Certo il ronzìo degli orecchi gli impedisce di intendere. Forse anche egli si crede di sognare, di patire l'incubo. «Indice e pollice: voi correggete la fortuna; pollice e medio: io l'affretto.» Ah quella bocca dilatata dall'ebetudine, quel labbro paonazzo che penzola, quel luccichìo sinistro dell'oro nel nerume della carie! Quando l'attimo funebre scocca, rivedo in un lampo la dentatura formidabile d'un predone amhara, bianchissima in mezzo alla faccia divenuta una poltiglia rossa; che ancóra ha la forza di mordere il calcio della mia carabina. Scatto, allungo il braccio, rovescio sul letto la massa molle, serro le due carotidi nella morsa, veggo le pàlpebre battere come le branchie fuor d'acqua, spengo l'imagine spaventosa di me in quel cervello esangue.

Egli è in piedi, con la mano inarcata alla presa, coi denti stretti, con l'occhio torbido, con tutta la persona scossa dal ritorno della forza micidiale. Soffocatamente l'altro interroga tuttavia.

Virginio.

E dopo? Uscendo non fosti veduto da nessuno?

L'uccisore si scrolla, come per scuotere da sé le scorie accumulate dell'azione.

Corrado.

Dopo... ancóra la voce sonnacchiosa in cima alla chiocciola, una cautela senza respiro come nell'aggattonare tra l'erba che fruscia; la discesa per le scale come la calata giù per un'amba che frana; la strada stranamente sonora sotto il piede che non cammina più su la punta ma sul suo tacco saldo... Ancóra il grido del venditore di tossico, una campana che suona mattutino, il cigolìo dei carretti; dall'alto della Trinità, Roma come una flotta naufragata in un mare grigio; e l'irruzione frenetica del desiderio che con qualunque nave salpa verso l'Ignoto!

Egli trae un profondo respiro; e poi biascia sentendosi la bocca arida, il fuoco alla gola.

«Devi aver santificato l'anniversario» mi dicesti tu ieri. L'ho io santificato? Due anni innanzi, avevo veduto il Fachès irto di lance rosseggiare come un'aurora nell'aurora. Ed ecco qui la piazza, la strada, le case cieche, l'immondizia tenace, il primo lezzo del vilume agglomerato che si stira e sbadiglia. M'annunziasti tu il sorgere degli uomini nuovi? Non so che delirio selvaggio gridava dentro di me: «Le nuove Erinni! Le nuove Erinni!» Mi pesava il bottino? Certo, mi pesava. Ma dentro dicevo: «Non per me, non per me! Basta a me un pugno d'orzo abbrustolito, la carne degli avvoltoi, l'acqua della cisterna o del pantano, e per sale la necessità di superarmi ogni giorno». Finita era la scaltrezza animale; alle mie ossa, per compenso di quel peso, promettevo di rivestirle d'una nuova sostanza, di là dall'oceano; sentivo la mia vera vita involarsi e fluttuare in alto sopra l'azione; mi pareva che dal mio cuore balzassero sul mondo a volta a volta dèmoni di ghiaccio e di fiamma. «Le nuove Erinni!» Poi l'ottusità, il bisogno del giaciglio basso, il nero letargo là su i sacchi di carovana, nell'odore del Sud.

Qualche vampa del delirio crepuscolare lo ritraversa. Egli si lascia cadere su la vecchia cassa dalle maniglie di corda. Tremante Virginio gli tocca la fronte.

Virginio.

Bruci.

Corrado.

Dammi qualche cosa da bere; là, quella fiasca.

Beve avidamente. Energico balza in piedi, aspro parla.

Ora vattene. Perdonami se sono entrato anche nella tua vita come un devastatore. Addio. O forse ci rivedremo.

Virginio.

Che farai?

Corrado.

Non so. Non so vedere in me, se tu sei presente. Debbo essere solo per sentire tutto me stesso, per ascoltare il mio dèmone. Tu mi turbi.

L'altro vacilla per alcuni attimi in un'esitazione quasi spasimosa. L'ambascia lo strangola.

Virginio.

Corrado!

Corrado.

Che vuoi?

Virginio.

E necessario che tu vada senza indugi. Difficile è l'impunità, all'ombra della Legge. Difficile è tener nascosta a lungo la trasgressione. Tutto si scopre. Non so, non sai se in tanta cautela, se in tanta complicità del caso qualche errore fu commesso...

Corrado.

Forse.

Virginio.

Poiché Simone Sutri è prosciolto, è possibile almeno ritardare o forviare la ricerca temibile, darti il tempo di giungere in luogo franco...

Corrado.

E come?

Virginio.

Promettimi di partire, e lascia ch'io tenti...

Corrado.

Una falsa denunzia?

Virginio.

Discutere non giova.

Corrado.

Offri te stesso?

Virginio.

Piccolo rischio correrei, se volessi farlo. Non offro molto, ahimè!

Corrado.

Ti presenti e dici: Io sono l'assassino e il ladro... Tu, Virginio Vesta!

Virginio.

Se racconto i particolari esatti dell'esecuzione, se mostro un documento...

Corrado.

Quale?

Virginio.

Non puoi tu fornirmelo? Un segno di quel che fu tolto...

Corrado.

O fanciullo buono, nessun segno varrebbe se non a indicarmi! La mano che tu mi tendi non giunge fino a me. Siamo su due rive opposte. Non t'è concesso il passaggio improvviso. T'è vietata la grande avventura. Tu hai il tuo cómpito prefisso, la tua persona circoscritta. L'ordine riposa su te, su la tua costanza infallibile. Tu sei un artefice della vita arginata. Per beneficare la città tu metti a governo i fiumi e imprigioni le sorgenti. Non puoi né rompere le chiuse né tagliare gli acquedotti. Se tu ti accusassi, il giudice sorriderebbe del tuo candore.

Virginio.

Mi respingi anche una volta!

Corrado.

Ma non intendi che il mio consentire non varrebbe se non a mettermi puerilmente nelle mani odiose che ben vorrei troncare?

Virginio.

Forse t'inganni.

Corrado.

No. L'errore, l'inevitabile errore, fu commesso.

Virginio.

E lo sai?

Corrado.

Non trovo più la nota degli allestimenti.

Virginio per alcuni attimi non può profferir parola.

Virginio.

Fu lasciata là?

Corrado.

Temo.

Virginio.

Ne sei sicuro?

Corrado.

Non sicuro, ma...

Virginio.

E potrebbe essere un indizio?

Corrado.

Oh basta! Perché dunque non hai condotto teco anche il leguleio per fare consulto? Basta questo esame e questo terrore, e tutto il resto. Vuoi tu trarre anche me a rimpicciolire e a falsare quel che è irreparabile? Una è la necessità imminente: ch'io rimanga solo col mio pericolo, ch'io sia il padrone della mia vita e della mia morte.

Virginio.

Altre vite tu schianti con la tua.

Impetuosamente il dispregiatore insorge ad esaltare il suo bene.

Corrado.

Le sollevo con le mie braccia nella mia più alta preghiera, fuor d'ogni vista, fuori della tua vista! E t'apparirò ingrato. Ma, dicendoti addio, mentre son già con l'arme alla gota e non so quale sarà il mio combattimento, dicendoti addio, non ti raccomando la creatura del mio amore. La meravigliosa necessità della solitudine sta anche su lei. Anch'ella è ormai espulsa dal gregge, bandita dal costume. Che il dispregio e l'onta sieno la sua lode e la sua gloria! E che sia benedetta la sua madre di verità e di dolore, se in questo momento la riconosce, se piangendo rivede in lei il puro giglio ch'ella abbandonò travolta dalla sua tempesta, se per un'ora la riprende nel suo grembo travagliato, se le pone sui fianchi le sue mani tremanti e la bacia e le dice: «Porta anche tu il tuo peso!» Che la colpa oggi parli alla colpa le parole inaudite! Io non ti confido la creatura del tuo sangue, mia in me dall'alba a questo tramonto e per l'eternità. Amala, ma senza fare ombra al suo proprio sole. Che ella custodisca e difenda nel più selvaggio disdegno la vita della nostra vita e che le dia per nutrice la sua musica, per pane la sua speranza! Tutto omai ella può: me l'ha detto. Ella m'ha gridato: «Posso, come te, cantare nei supplizii».

Virginio.

Tu hai disumanato l'amore.

Corrado.

Gli ho tolto le infermità e le catene. Ma hai tu potuto comprendere quel suo grido? Corrompendomi al contagio degli istrioni, anch'io mi son sentito attrarre talvolta verso quella sorta di gloria che soffia nelle sue trombe gonfiando le gote plebee. Non ti ricordi? Ieri mi sfuggì un'imprecazione indegna e tu mi désti una degna risposta. Ma io ho conosciuto lo splendore e l'ebrezza d'un'altra gloria, in disparte, in silenzio, con la testimonianza di me solo e del Deserto. E mi concedo di rammemorarla, per irraggiarne il mio commiato, dinanzi a te che oggi mi vedi sotto l'ombra dell'onta e non sai confessare la tua avversione.

Virginio.

Io piango in te l'eroe degli orizzonti serrato contro un muro cieco!

Corrado.

Il muro è alle spalle, ma il volto è pur sempre verso il Fato.

Virginio.

Anche il Fato ti ama.

Corrado.

Perché l'amo e in durezza l'eguaglio.

Virginio.

Dirti addio, ancóra non voglio.

Una grande elevazione di bellezza interiore trasfigura colui che foggiò sé stesso per il diritto di promettere.

Corrado.

Io ti dico addio, in una gloria che fu silenziosa; e ricòrdati, solo per quella, di porre la corona di cipresso su le ginocchia di pietra. O fratello perduto, onora nell'assassino la Volontà invincibile! A Olda, sopraffatto dal numero, atterrato, disarmato, stretto in un cerchio ostile, mi sollevai di sul cumulo nero degli uccisi (sotto i mille sguardi di terrore e di furore sentivo il bianco del mio volto divenire soprannaturale e quasi dalla potenza dell'anima assumere la luce dell'immortalità), mi sollevai e dissi pacato per la bocca dell'interprete: «Io sono un dèmone, e voi non potete farmi né soffrire né morire». Dissi e mantenni. Il mio buon Sardo era al mio fianco; e per obbedirmi seppe essere il mio pari. «Né soffrire né morire.» Cantammo e ridemmo, nella tortura. Vedemmo colare il nostro sangue, udimmo scricchiolare le giunture delle nostre ossa; e cantammo e ridemmo, sempre fisando i carnefici che non sostenevano lo sguardo sgomenti. «Né soffrire né morire.» Il Fato mi contraccambiò d'amore! Il pànico a un tratto spense la ferocia; il supplizio fu tralasciato; la tribù si sottomise al dèmone; inalzato dal coraggio sopra il dolore e sopra la morte, il volto bianco parve immortale.

La pietà fraterna si esala nel più affettuoso grido.

Virginio.

O fratello non perduto per l'anima mia, soffri ma non morire!

Corrado.

«Che la Natura trasmetta in carne il segno della mia più profonda cicatrice!» ha detto già la mia preghiera a quella che porta il mio figlio.

Virginio.

Tu hai nominato il tuo figlio!

Alle ultime parole di Corrado Brando, guizza il Sardo tra i due battenti dell'uscio socchiuso e resta in piedi senza osare d'aprir bocca, scuro in volto e inquieto. Si volge Corrado e al primo sguardo sembra che indovini. La passione, che accendeva la sua voce, si spegne a un tratto. Il suo nuovo accento esprime una straordinaria tranquillità.

Corrado.

Che c'è, Rudu?

Rudu.

Tre uomini alla porta... chi non mi piaghent.

Mormora le ultime parole tra i denti. Virginio ha un fremito in tutta la persona e impallidisce.

Corrado.

Bene. E che vogliono?

Rudu.

Uno, che è più degli altri due, domanda di te, su mere; e dice ch'entrare deve, che aprire bisogna per forza.

Corrado.

Questo dice?

Egli ride d'un riso che sembra non varchi i suoi denti se bene gli salga dai precordii, potente e sobrio. Si accosta alla finestra, guarda in giù, poi in alto dove la nuvola di primavera è come un monte di bragia che s'incenerisca.

C'è l'assedio. È una bella sera. Va, Virginio. Tutto fu detto. «Le nuove Erinni!»

Egli si dirige verso le sue armi. Sconvolto, l'amico tenta di attraversargli il passo.

Virginio.

Che vuoi fare?

La seconda ingiunzione è così imperiosa che mozza ogni altra parola vana, respinge ogni altro tentativo inutile.

Corrado.

Va! Rudu ti apre.

Fa l'atto di passare nella stanza attigua il testimone smorto e convulso, ma s'arresta su la soglia tra i due battenti. Corrado Brando parla rapido al suo fedele, che sembra divorarlo con gli occhi intentissimo, presentendo le violenze, ridivenuto il veltro sardesco addestrato alla piga contro la bestia e l'uomo, già pieno d'una così viva inquietudine muscolare che sembra quasi rivelata la vibrazione d'ogni nervo a traverso quel suo corpo asciutto.

Falli entrare, homine de abbastu. E tu tieniti indietro, e richiudi la porta. A su chi escit!

Qualcosa di magnetico è nel comando trasmesso a voce bassa ma netta, qualcosa di demoniaco che crea nell'ombra rossastra della stanza irta di selvaggi trofei quasi l'instabilità della tenda nòmade e il soffio dell'avventura mortale. Con un semplice battito delle pàlpebre il «figlio del cratère» risponde che ha compreso e che è pronto. Mentre questi si volge, il vincitore di Olda si accosta alla tavola, con quel suo piglio leonino; e impugna l'arme che a breve distanza meglio serve.

Fine del secondo episodio.