III.

Donna Laura infine era giunta alla casa dei pioppi.

Ella si sentiva sfinita: le si offuscava la vista, le tempie le battevano forte, la lingua le ardeva; le gambe sotto le si piegavano. Dinanzi a lei, un cancello stava aperto. Ella entrò.

L'aia circolare era limitata da pioppi altissimi. Due delli alberi sostenevano un cumulo di paglia di fromento, tra mezzo a cui uscivano i rami fronzuti. Poichè in giro l'erba cresceva, due vacche falbe vi pascolavano pacificamente battendosi con la coda i fianchi nutriti; e tra le gambe a loro penzolavano le mammelle gonfie di latte, colorite come frutti succulenti. Molti arnesi di agricoltura stavano sparsi pe 'l suolo. Le cicale, in su li alberi, [pg!130] cantavano. Nel mezzo, tre o quattro cuccioli giocavano abbaiando verso le vacche o inseguendo le galline.

“O signora, che cerchi?” chiese un vecchio, uscendo dalla casa. “Vuoi passare?”

Il vecchio, calvo, con la barba rasa, teneva tutto il corpo in avanti su le gambe inarcate. Le sue membra erano deformate dalle rudi fatiche, dall'opera dell'arare che fa sorgere la spalla sinistra e torcere il busto, dall'opera del falciare che fa tenere le ginocchia discoste, dall'opera del potare che curva in due la persona, da tutte le opere lente e pazienti della coltivazione. Egli, dicendo l'ultima parola, accennava al fiume.

“Sì, sì,” rispose Donna Laura non sapendo che dire, non sapendo che fare, smarrita.

“Allora vieni. Ecco Luca che torna,” soggiunse il vecchio, volgendosi al fiume dove navigava a forza di pertiche una chiatta carica di pecore.

Egli condusse la passeggiera, a traverso un orto irrigato, fin sotto a una pergola dove altri passeggieri attendevano. Camminando innanzi, egli lodava le verzure e faceva pronostici, per consuetudine di agricoltore invecchiato tra le cose della terra.

Volgendosi a un tratto, poichè la signora restava [pg!131] muta come se non udisse, vide che ella aveva li occhi pieni di lacrime.

“Perchè piangi, signora?” le chiese con la stessa tranquillità con cui parlava delle verzure. “Ti senti male?”

“No, no.... niente....” mormorò Donna Laura che si sentiva morire.

Il vecchio non disse altro. Egli era così indurato alla vita, che i dolori altrui non lo commovevano. Egli vedeva tutti i giorni, tanta gente diversa passare!

“Siedi,” fece, come giunse alla pergola.

Là tre uomini della campagna attendevano, uomini giovani, carichi di fardelli. Tutt'e tre fumavano in grosse pipe, mettendo nel fumare una attenzione profonda, come per gustarne intera la voluttà, secondo il costume della gente campestre nei rari diletti. Ad intervalli, dicevano quelle lunghe cose insignificanti che l'agricoltore ripete senza fine e che appagano lo spirito di lui tardo ed angusto.

Guardarono un poco, stupefatti, Donna Laura. Poi ripresero la loro impassibilità.

Uno di loro avvertì, tranquillamente:

“Ecco la chiatta.”

Un altro aggiunse: [pg!132]

“Porta le pecore di Bidena.”

Il terzo:

“Saranno quindici.”

E si levarono, insieme, intascando le pipe.

Donna Laura era caduta in una specie di stupidimento inerte. Le lacrime le si erano fermate su i cigli. Ella avea perduto il senso della realità. Dov'era? Che faceva?

La chiatta urtò leggermente contro la riva. Le pecore, strette le une contro le altre, belavano intimidite dall'acqua. Il conduttore, il traghettatore ed il figlio le aiutavano a discendere a terra. Le pecore, appena discese, facevano una piccola corsa; poi si fermavano, si riunivano e si mettevano a belare ancora. Due o tre agnelli saltellavano su le gambe lunghe e deformi, tentando i capezzoli materni.

Compiuta la bisogna, Luca Marino fermò la chiatta. Poi a grandi passi lenti salì la riva, verso l'orto. Era un uomo di quarant'anni circa, alto, magro, con la faccia rossiccia, calvo alle tempie. Aveva baffi di colore incerto e una manata di peli sparsa disugualmente per il mento e per le guance; l'occhio un po' torbido, senza alcuna vivacità d'intelligenza, venato di sanguigno, come quello dei bevitori. La camicia aperta lasciava vedere il petto [pg!133] velloso; un berretto carico d'untume copriva la testa.

“Ahuf!” esclamò egli d'un tratto, in faccia alla pergola, fermandosi su le gambe, aperte e nettandosi con le dita la fronte stillante di sudore.

Passò dinanzi ai passeggieri, senza guardarli. In tutti i suoi gesti e in tutte le sue attitudini era incomposto e quasi brutale. Le mani, enormi, gonfie di vene sul dorso, le mani avvezze al remo parevano essergli d'impaccio. Egli le teneva penzoloni lungo i fianchi e le dondolava camminando.

“Ahuf! Che sete!...”

Donna Laura stava come impietrita, senza più parole, senza più conscienza, senza più volontà.

Quello era il suo figliuolo! Quello era il suo figliuolo!

Una femmina gravida, che aveva già una figura senile, disfatta dal lavoro e dalla fecondità, venne a porgere al marito assetato un boccale di vino. L'uomo bevve d'un fiato. Poi si asciugò le labbra col dorso della mano e fece schioccare la lingua. Disse, bruscamente, come se la nuova fatica gli fosse dura:

“Andiamo.”

Insieme co 'l primogenito, ch'era un grosso fanciullo di quindici anni, preparò il legno; mise tra [pg!134] il bordo e la riva due tavole per rendere agevole ai passeggieri l'imbarco.

“Perchè non monti, signora?” fece il vecchio di dianzi, vedendo che Donna Laura non si moveva e non parlava.

Donna Laura si levò, macchinalmente, e seguì il vecchio che le diede aiuto nel salire. Perchè saliva ella? Perchè passava il fiume? Non pensò; non giudicò l'atto. Il suo spirito, così colpito, rimaneva ora inerte, quasi immobile in un punto. — Quello era il figlio. — E a poco a poco ella sentiva in se qualche cosa estinguersi, vanire: sentiva nella mente a poco a poco farsi una gran vacuità. Non comprendeva più niente. Vedeva, udiva, come in un sogno.

Quando il primogenito di Luca venne a lei per chiedere la mercè del traghetto, prima che la barca si staccasse dalla riva, ella non intese. Il fanciullo scoteva nel concavo delle mani le monete ricevute da uno dei passeggieri; e ripeteva la domanda a voce più alta, credendo che la signora fosse sorda per la vecchiezza.

Ella come vide li altri due uomini mettere la mano in tasca e pagare; imitò quell'atto, risovvenendosi. Ma diede un maggior valore.

Il fanciullo volle farle intendere ch'egli non [pg!135] poteva renderle l'avanzo, perchè non l'aveva. Ella ebbe un gesto inconsciente. Il fanciullo prese tutto il danaro, con una smorfia di malizia. I presenti sorrisero, di quel sorriso astuto che hanno li uomini campestri in conspetto di un inganno.

Uno disse:

“Andiamo?”

Luca, che fin allora stava intento a tirar l'áncora, spinse la barca che si mosse dolcemente su l'acqua gorgogliante. La riva parve fuggire, con le canne e con i pioppi, ed incurvarsi come una falce. Il sole incendiava tutto il fiume, appena inclinato verso il cielo occidentale dove sorgevano vapori violetti. Si vedeva ora su la riva un gruppo di gente che gesticolava; ed erano i mendicanti a torno all'idiota. A tratti, col vento giungevano anche lembi di parole e di risa simili a un'agitazione di flutti.

I rematori, nudi il busto, vogavano a gran forza per superare il filo della corrente. Donna Laura vedeva il dorso di Luca, nero, dove, le costole si disegnavano e colava a rivoli il sudore. Teneva li occhi fissi, un po' dilatati, pieni d'ebetudine.

Uno dei passeggieri avvertì, prendendo sotto il banco le sue robe:

“Ci siamo.” [pg!136]

Luca afferrò l'áncora e la gittò alla riva. La barca ridiscese con la corrente per tutta la lunghezza della corda; quindi si fermò, con una stratta. I passeggieri furono a terra, d'un salto; ed aiutarono la vecchia signora, tranquillamente. Quindi si rimisero in cammino.

La campagna da quella parte era coltivata a vigneti. Le viti, piccole e magre, verdeggiavano in filari. Alcuni alberi interrompevano qua e là il piano, con forme rotonde.

Donna Laura si trovò sola, perduta, su quella riva senz'ombra, non avendo più conoscenza di sè che per il battito continuo delle arterie, per un romorío cupo ed assordante nelli orecchi. Il suolo sotto i piedi le mancava e pareva affondarsi come fango o arena, ad ogni passo. Tutte le cose in torno turbinavano e si dileguavano; tutte le cose, ed anche là sua esistenza, le apparivano vagamente, lontane, dimenticate, finite per sempre. La follia le prendeva la mente. Ella, d'un tratto, vide uomini, case, un altro paese, un altro cielo. Urtò in un albero, cadde su una pietra; si rialzò. E il suo povero corpo di vecchia traballava in moti terribili e insieme grotteschi.

Ora, i mendicanti dall'altra riva avevano eccitato per dileggio l'idiota a passare il fiume a [pg!137] nuoto ed a raggiungere la donna per aver l'elemosina. Essi l'avevano spinto nell'acqua, dopo avergli strappati i cenci di dosso. E l'idiota nuotava come un cane, tra una pioggia di sassate che gl'impedivano di tornare a dietro. Quelli uomini deformi fischiavano e urlavano, prendendo diletto nella crudeltà. Essi, come la corrente traeva l'idiota, arrancavano lungo la sponda e imperversavano.

“Affoga! Affoga!”

L'idiota, con sforzi disperati, prese terra. E così ignudo, poichè in lui era morto con l'intelligenza il sentimento del pudore, si mise a camminare verso la donna, di traverso, com'era suo costume, tendendo la mano ad ogni tratto.

La demente, rialzandosi, vide; e con un moto di orrore e con un grido acutissimo si diede a correre verso il fiume. Sapeva quel che faceva? Voleva morire? Che pensava ella, in quell'attimo?

Giunta all'estremo limite, cadde nell'acqua. L'acqua gorgogliò, si chiuse pienamente; e tanti circoli successivi partirono dal luogo della caduta e si allargarono in lievi ondulazioni lucide e si dispersero.

I mendicanti dall'altra riva gridavano verso una barca che si allontanava:

“Oh Lucaaa! Oh Luca Marinooo!” [pg!138]

E correvano verso la casa dei pioppi a dare la novella.

Allora, come seppe il caso, Luca spinse la barca verso il luogo che gl'indicavano, e chiamò La Martina che se ne veniva placidamente con il suo legno in balia della corrente.

Disse Luca:

“C'è un'annegata, laggiù.”

Non si curò di raccontare il fatto o di parlare della persona, poichè non amava le molte parole.

I due fiumátici misero i legni a paro e remigarono con calma.

Disse La Martina:

“Hai tu provato il vino nuovo di Chiachiù? Ti dico!...”

E fece un gesto che rappresentava l'eccellenza della bevanda.

Luca rispose:

“Non ancora.”

Disse La Martina:

“Ne prenderesti una goccia?”

Luca rispose:

“Io sì.”

La Martina:

“Dopo. Ci aspetta Jannangelo” [pg!139]

Luca:

“Va bene.”

Giunsero al luogo. L'idiota, che poteva meglio indicare il punto, era fuggito, e in mezzo alle vigne era stato preso da un accesso di epilessia. All'altra riva i curiosi cominciavano a radunarsi.

Disse Luca al compagno:

“Tu ferma la tua barca e salta nella mia. Uno rema e l'altro cerca.”

La Martina così fece. Egli remava su e giù per una ventina di metri, e Luca tentava il fondo del fiume con una lunga pertica. Ogni tanto Luca, sentendo qualche resistenza, mormorava:

“Ecco.”

Ma s'ingannava sempre. Finalmente, dopo molte ricerche. Luca disse:

“Questa volta c'è'.”

E chinandosi e inarcando le gambe per far forza, sollevò piano piano il peso all'estremità della pertica. I bicipiti gli tremavano.

La Martina chiese, lasciando il remo:

“Vuoi che t'aiuti?”

Luca rispose:

“Non importa.” [pg!140]

[LA MORTE DI SANCIO PANZA.]

Quando entrò Donna Letizia tenendo l'infermo su le belle braccia carnose con un'attitudine di misericordia lacrimevole, tutte le figlie accorsero a torno intenerite ed esalarono la gentil pietà dell'animo in querele gemebonde. Le voci femminili risonavano così nella stanza confusamente, tra i romori che dal traffico della strada salivano per le vetrate aperte; e al compianto delle fanciulle si mescevano in quel punto le interiezioni d'un cerretano magnificatore d'acque angelicali e di polveri mirifiche.

Il cane, su le braccia della signora, ebbe allora un lieve tremito che gli corse per tutto il dorso fino alla estremità della coda; tentò di sollevare le palpebre, di volgere alle carezze que' suoi enormi occhi pieni di gratitudine. Moveva la testa in certi sforzi penosi, come se le corde del collo gli si fossero irrigidite; aveva la bocca semiaperta, [pg!141] da cui il lembo della lingua tenuta tra i due denti sporgenti usciva come una foglia vermiglia solcata di venature violacee. E una bava molle gl'inumidiva il mento, quella piccola parte della mandibola inferiore dove la rarezza dei peli lasciava apparire la pelle rosea. E la fatica del respiro a volte gli s'inaspriva in una specie di raucedine sibilante, mentre le narici d'ora in ora si disseccavano e prendevano l'aspetto duro e scabro di un tartufo.

“Oh, Sancio, povero Sancio, che t'hanno fatto? Povero bibì, eh? Povero vecchio mio!...”

Le commiserazioni delle fanciulle sensibili si facevano via via più tenere, finivano in un balbettío pargoleggiante di parole senza significato, di suoni lamentevoli, di lezi carezzevoli. Tutte volevano passar la mano su la testa dell'animale, prendere una delle zampe, toccare le narici. Donna Letizia sorreggeva il dolce peso maternamente; e le sue dita grasse e bianche, di cui le falangi parevano gonfie quasi per un morbo, le sue dita vellicavano pianamente il ventre di Sancio, s'insinuavano tra il pelo.

Nella stanza entrava la luce del pomeriggio e il fresco della marina, a traverso le tende verdognole. Otto stampe colorite, chiuse in cornici [pg!142] nere, adornavano le pareti coperte di una carta a fiorami gialli. Sopra un vecchio canterale del secolo XVIII, con la lastra di marmo roseo e le borchie di ottone, posava tra due piccoli specchi retti da sostegni d'argento un trionfo di fiori di cera in una campana di cristallo. Sopra il caminetto scintillava una coppia di candelabri dorati, con le candele intatte. Un automa di cartapesta, raffigurante un macacco in abito moresco, meditava immobile dall'alto d'uno di quei tavolini intarsiati che vengono di Sorrento. Molte seggiole con su fa spalliera vignette di favole pastorali, un canapè di stile Empire, due poltrone moderne, concorrevano alla discordia delle forme e dei colori.

————

Come l'infermo venne adagiato in grembo di una delle poltrone, ci fu nella stanza un intervallo di silenzio. Sancio si levò un momento in piedi tremando, si rigirò più volte cercando una positura meno dolorosa, nella irrequietudine della sofferenza, tentò di poggiare la testa su uno dei bracciuoli, si piegò su le gambe di dietro; stette così alfine con le palpebre socchiuse, respirando a fatica, come preso da una sonnolenza improvvisa. Su 'l petto largo la pelle abbondante gli faceva, con tre o quattro crespe, quasi una piccola giogaia; [pg!143] sopra la collottola le crespe erano più grandi e più tonde; i lembi delle labbra ai lati della mandibola superiore pendevano flosciamente; e il povero animale aveva ora nella malattia quel non so che di grottesco insieme e di compassionevole che hanno gli uomini nani oppressi dall'adipe e dall'asma.

Le fanciulle dinanzi a quell'abbattimento restavano mute, invase da un rammarico immenso, colpite da un presentimento della sventura; poichè Sancio era stato per molti anni la loro cura amorosa, l'oggetto delle loro blandizie e dei loro vezzi, lo sfogo innocuo delle loro mollezze e delle loro tenerezze di adolescenti clorotiche. Sancio era nato e cresciuto nella casa: e con quelle forme tozze e pesanti di razza imbastardita, con quelle rotondità di bestia eunuca oziosa e golosa, a poco a poco aveva nelli occhi tondi uno sguardo pieno di umanità e di devozione; agitava vivamente il tronco della coda nelle ore di gioia, reggendosi su tre gambe sole e tutto raggomitolandosi con un singolare tremolio del pelame e trotterellando con la grazia d'un porcellino d'India in mezzo all'erbe primaverili.

I belli ricordi ora travagliavano li animi delle fanciulle. [pg!144]

“E il medico quando viene?” chiese, con la voce impaziente, Vittoria, la figlia minore; che aveva una faccia di giovine bertuccia, tutta bianca di cipria e su la fronte una larga frangia di capelli rossi.

L'infermo a tratti metteva una specie di gemito fioco aprendo li occhi e volgendo in torno lo sguardo supplichevole, uno sguardo lento e dolce, fatto più umano dall'increspamento nervoso delli angoli delle palpebre e da due linee brune che li umori sgorganti avevano segnato sotto le orbite. E come Donna Letizia tentava fargli prendere un cucchiaio di zuppa ristoratrice, egli agitava fuor della bocca la lingua flessibile in tutti i sensi per lo sforzo dell'inghiottire è non poteva chiudere le mascelle irrigidite.

Allora si udì nell'anticamera la voce del dottore Zenzuino che era finalmente salito. Ed entrò nella stanza un signore dalla bella faccia lucida di giovialità e di sanità.

“Oh Don Giovanni, guarite Sancio! Sta per morire” esclamò una voce flebile.

Il medico guardò in torno tutta quella dolente famiglia che egli aveva nutrita d'arsenico, di ferro e d'olio ferruginoso e d'acqua di Levico per tanti anni in vano; ed ebbe un lieve lampo di sorriso [pg!145] a traverso li occhiali d'oro. Poi, osservando l'infermo con una curiosità d'uomo ricercatore, disse molto lentamente:

“Credo sia un caso di paralisi della mandibola e delle glandole salivari sotto-mascellari. La malattia che ha sede in un'alterazione nervosa centrale probabilmente delle meningi e che per la sua eziologia può dipendere da una causa ereditaria parassitaria, è d'indole progressiva. Il processo che tende a diffondersi, andrà parzialmente e progressivamente privando il corpo, organo per organo, della sua funzionalità; finchè giunto in breve ad agire su 'l centro di una delle funzioni vitali, sia della circolazione che della respirazione, produrrà la morte....”

Le terribili parole barbare misero un'ambascia suprema nelli animi; e le guance floride di Donna Letizia in un momento impallidirono.

“Io credo che abbia influito su lo sviluppo del morbo l'alimentazione,” soggiunse Don Giovanni, senza pietà.

A quella specie di accusa, il rimorso cominciò a tormentare le fanciulle che sempre per la golosità di Sancio erano state piene d'indulgenza colpevole. E Vittoria, con un atto di sconforto ineffabile, chiese: [pg!146]

“Non c'è' dunque rimedio?”

“Tentiamo. Io consiglio l'applicazione di un cerotto vescicatorio alla nuca,” rispose il dottore licenziandosi in ultimo amabilmente.

————

Sancio voleva discendere dalla poltrona. Esitava su l'orlo, non avendo la forza di spiccare il salto, implorava l'aiuto con li occhi fievoli che già si velavano come due acini d'uva nera suffusi dalla pruina argentea della maturità. Ne' suoi tratti il dolore a poco a poco metteva dei cavi e delle ombre senili; le tinte rosee del muso, dove i peli erano lunghi e radi, pareva si corrompessero divenendo quasi giallastre; le orecchie mozze avevano di tratto in tratto un tremolio leggerissimo; e nello stesso tempo un brivido passava a traverso il pelame bianco visibilmente.

Allora Isabella, la più eterea delle cinque fanciulle, che per crudeltà della sorte ereditava dal padre il pio naso borbonico e la fronte leprina, si accostò tutta commossa e prese l'infermo fra le mani delicate per posarlo a terra.

Sancio prima rimase fermo un istante, senza poter muovere i passi, con il dorso arcuato, e la testa in alto, oppresso dall'affanno del respiro; poi cominciò a trascinarsi, barcollando, con lo [pg!147] stento doloroso di un animale ferito alle due cosce. Forse aveva sete, perchè quando gli fu accostata la scodella tentò di lambire con la lingua il liquido. Ma, come la paralisi crescente già gl'impediva anche quell'atto, dopo sforzi inutili ed irosi egli volse piegando su le gambe posteriori e con una delle zampe davanti cominciò a battersi la mascella, quasi per rimuovere alfine di là quell'ostacolo che gli faceva tanto dolore.

E l'attitudine era così vivamente umana e li occhi erano così pieni di supplicazione e di disperazione umana, che d'un tratto Donna Letizia scoppiò in un pianto:

“Oh, povero bibì! Chi te l'avesse mai detto, povero bibì mio!...”

In tutte le fanciulle la commozione raggiunse il supremo grado. Vittoria raccolse il morituro, lo portò su 'l canapè, chiese le forbici; era necessario un eroismo; bisognava infine esperimentare il rimedio, ad ogni costo.

“Isabella, Maria, le forbici! Venite!”

Tutte trepide e pallide, si chinarono in torno a Sancio, che aveva di nuovo socchiuse le palpebre e alitava il fiato ardente nelle mani della soccorritrice. E questa, vinta la prima ripugnanza, cominciò a tagliare il pelo sulla nuca dell'animale, [pg!148] pianamente, arrestandosi di tratto in tratto, mettendo via via un soffio sulla parte rasa. Una specie di cherica irregolare si veniva allargando nella grassezza della collottola; e il tonsurato assumeva così un nuovo aspetto miserevolmente buffonesco. Le tende del balcone, investite dalla brezza, s'inarcavano come due vele. I clamori della strada salivano in confuso, vivi e giulivi; una prospettiva di case plebee s'intravedeva al fondo in una doratura pallida di tramonto; e un merlo fischiava.

————

Allora discese dalle camere superiori Natalia, la bella nuora di Donna Letizia, con un bimbo sulle braccia; ed entrò nella stanza. Ella aveva la faccia ovale, la pelle fine e rosea, solcata di vene, li occhi chiarissimi, le narici diafane, tutta in somma la dolcezza di sangue d'una donna bionda, tra una nera ribellione di capelli; e aveva nella persona, nelle vesti, nell'incedere, quella negligenza semplice, quella felice placidità quasi direi bovina, quella specie di freschezza lattea delle giovani madri che nutriscono con la propria mammella il figliuolo.

A pena ella vide il cane tonsurato, un impeto così spontaneo d'ilarità la invase, che non potè ritenere le risa entro la chiostra dei denti: [pg!149]

“Ah, ah, ah, ah, ah!...”

Come? Natalia osava ridere, mentre quel povero Sancio moriva? — Le innupte sensibili volsero un acre sguardo d'indignazione alla cognata irreverente e crudele. Ma questa, con una lieta incuranza, si appressò per tendere il bimbo verso l'animale. E il bimbo seminudo agitava le piccole mani irrequiete, cercando toccare, tutto vibrando di naturale gioia e barbugliando suoni incomprensibili nella bocca rorida ancora della bevanda materna. E l'animale, uso già a sottomettere la testa mansueta a quei cercamenti, aveva ancora nelle membra inferme una esitazione di festevolezza e nelli occhi un supremo barlume di bontà conoscente.

“Povero Sancio Panza!” mormorò alfine Natalia ritraendo il figliuolo che stava per bagnarsi di bava le dita. E, come il bimbo rincrespava le labbra per piangere, ella fece due o tre giri nella stanza, cullandolo e palleggiandolo; poi, fermatasi dinanzi all'automa, volse la chiave del meccanismo.

Il macacco aprì la bocca, battè le palpebre, attorcigliò la coda, tutto animandosi internamente al suono della gavotta Louis XIII, di Victor Felix. Quel voluttuoso ondeggiamento di danza [pg!150] d'amore moveva l'aria e la testa di Natalia, per ritmo. La luce nella stanza era dolce; il profumo squisito dei pelargonii entrava dai vasi del balcone aperto.

Sancio non udiva forse più. Al bruciore caustico del vescicante su la nuca, egli scoteva di tratto in tratto il dorso, e piegava la testa in basso, con un lamentio fievole. La lingua, ritirata fra i denti, violacea, quasi anzi nerastra, aveva già perduta ogni facoltà di moto. Li occhi, ora, coperti da una specie di membrana turchiniccia e umidiccia, non conservavano altra espressione di spasimo che quella dell'apparir rapido d'un lembo bianco alli angoli delle orbite. La bava si produceva più copiosa e più densa. L'asfissia pareva imminente.

“Oh, Natalia, cessa! Ma non vedi che Sancio muore?” proruppe, con la voce piena d'acredine e di lagrime, Isabella.

La gavotta non si poteva interrompere prima che la forza data dalla chiave alla macchina fosse esaurita. Le note continuavano, lente e molli, a spandersi sull'agonia del cane. Le ombre del crepuscolo, intanto, cominciavano a penetrare nell'interno e le tende sbattevano nella frescura.

Allora, Donna Letizia, soffocata dai singhiozzi, [pg!151] non reggendo più allo strazio, uscì. Tutte le figlie la seguirono, a una a una, piangendo, con i teneri petti oppressi dal dolore. Soltanto Natalia per curiosità si fece da presso al moribondo.

E, mentre la gavotta era su la ripresa, il buon Sancio spirò, in musica, come l'eroe di un melodramma italiano. [pg!152]

[IL COMMIATO.]

La visione del paesaggio nomentano gli si apriva dinanzi ora in una luce ideale, come uno di quei paesaggi sognati in cui le cose paiono essere visibili di lontano per un irradiamento che si prolunga dalle loro forme. La carrozza chiusa scorreva con un rumore eguale, al trotto: le muraglie delle antiche ville patrizie passavano dinanzi alli sportelli, biancastre, quasi oscillanti, con un movimento continuo e dolce. Di tratto in tratto si presentava un gran cancello di ferro, a traverso il quale si vedeva un viale fiancheggiato di alti bussi, un chiostro di verdura abitato da statue latine, o un lungo portico vegetale dove qua e là raggi di sole ridevano pallidamente.

Elena taceva, avvolta nell'ampio mantello di lontra, con un velo su la faccia, con le mani chiuse nel camoscio. Egli aspirava con delizia il [pg!153] sottile odore di eliotropio esalante dalla pelliccia preziosa, mentre sentiva contro il suo braccio la forma del braccio di lei. Ambedue si credevano lontani dalli altri, soli; ma d'improvviso passava la carrozza nera di un prelato, o un buttero a cavallo una torma di chierici violacei, o una mandra di bestiame.

A mezzo chilometro dal ponte ella disse:

“Scendiamo.”

Nella campagna la luce fredda e chiara pareva un'acqua sorgiva; e, come li alberi al vento ondeggiavano, pareva per un'illusione visuale che l'ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose.

Ella disse, stringendosi a lui e vacillando su 'l terreno ineguale:

“Io parto stasera. Questa è l'ultima volta....”

Poi tacque; poi di nuovo parlò, a intervalli, su la necessità della partenza, su la necessità della rottura, con un accento pieno di tristezza. Il vento furioso le rapiva le parole di su le labbra. Ella seguitava. Egli interruppe, prendendole la mano e con le dita cercando tra i bottoni la carne del polso:

“Non più! Non più!”

Si avanzavano lottando contro le folate incalzanti. Ed egli, presso alla donna, in quella solitudine [pg!154] alta e grave, si sentì d'improvviso entrar nell'anima come l'orgoglio d'una vita più libera, una sovrabbondanza di forze.

“Non partire! Non partire! Io ti voglio ancora....”

Le nudò il polso e insinuò le dita nella manica tormentandole la pelle con un moto inquieto in cui era il desiderio di possessi maggiori.

Ella gli volse uno di quelli sguardi che lo ubriacavano come calici di vino. Il ponte era da presso, rossastro, nell'illuminazione del sole. Il fiume pareva immobile e metallico in tutta la lunghezza della sua sinuosità. De' giunchi s'incurvavano su la riva, e le acque urtavano leggermente alcune pertiche infitte nella creta per reggere forse le lenze.

Allora egli cominciò ad incitarla con i ricordi. Le parlava dei primi giorni, del ballo al palazzo Farnese, della caccia nella campagna del Divino Amore, delli incontri matutini nella piazza di Spagna lungo le vetrine delli orefici o per la via Sistina tranquilla e signorile, quando ella usciva dal palazzo Zuccheri seguita dalle ciociare che le offerivano nei canestri le rose.

“Ti ricordi? Ti ricordi?...”

“Sì.” [pg!155]

“E quella sera dei fiori, quando io venni con tanti fiori.... Tu eri sola, a canto alla finestra: leggevi. Ti ricordi?”

“Sì, sì.”

“Io entrai. Tu ti volgesti a pena, tu mi accogliesti duramente. Che avevi? Io non so. Posai il mazzo sopra il tavolino e aspettai. Tu incominciasti a parlare di cose inutili, senza volontà e senza piacere. Ma il profumo era grande: tutta la stanza già n'era piena. Io ti veggo ancora, quando afferrasti con le due mani il mazzo e dentro ci affondasti tutta la faccia, aspirando. La faccia risollevata, pareva esangue, e li occhi parevano alterati come da una specie di ebrietà....”

“Segui, segui!” disse Elena, con la voce fievole, china su 'l parapetto, incantata dal fáscino delle acque correnti.

“Poi, su 'l divano: ti ricordi? Io ti ricoprivo il petto, le braccia, la faccia, con i fiori, opprimendoti. Tu risorgevi continuamente, porgendo la bocca, la gola, le palpebre socchiuse. Tra la tua pelle e le mie labbra sentivo le foglie fredde e molli. Se io ti baciavo il collo, tu rabbrividivi per tutto il corpo, e tendevi le mani per tenermi lontano. Oh, allora.... Avevi la testa affondata nel gran cuscino del mostro d'oro, il petto nascosto [pg!156] dalle rose, le braccia nude sino al gomito; e nulla era più amoroso e più dolce che il piccolo tremito delle tue mani pallide su le mie tempie.... Ti ricordi?”

“Sì. Segui!”

Egli seguiva, crescendo nella tenerezza. Inebriato delle sue parole, egli giungeva a credere ciò che diceva. Elena, con le spalle volte alla luce, andavasi chinando all'amante. Ambedue sentivano a traverso le vesti il contatto indeciso dei corpi. Sotto di loro, le acque del fiume passavano lente e fredde alla vista; i grandi giunchi sottili, come capigliature, vi s'incurvavano entro ad ogni soffio e fluttuavano largamente.

Poi non parlarono più; ma guardandosi, sentivano nelli orecchi un remore continuo che si prolungava indefinitamente portando seco una parte dell'essere loro, come se qualche cosa di sonoro sfuggisse dall'intimo del loro cervello e si spandesse ad empire tutta la campagna circostante.

Elena, sollevandosi, disse:

“Andiamo. Ho sete. Dove si può chiedere acqua?”

Si diressero allora verso l'osteria romanesca, passato il ponte. Alcuni carrettieri staccavano i giumenti, imprecando ad alta voce. Il chiarore dell'occaso [pg!157] feriva il gruppo umano ed equino, con viva forza.

Come i due entrarono, nella gente dell'osteria non avvenne alcun moto di meraviglia. Tre o quattro uomini febbricitanti stavano in torno a un braciere quadrato, taciturni e giallastri. Un bovaro, di pelo rosso, sonnecchiava in un angolo, tenendo ancora fra i denti la pipa spenta. Due giovinastri, scarni e biechi, giocavano a carte, fissandosi nelli intervalli con uno sguardo pieno d'ardore bestiale. E l'ostessa, una femmina pingue, teneva fra le braccia un bambino, cullandolo pesantemente.

Mentre Elena beveva l'acqua nel bicchiere di vetro, la femmina le mostrava il bambino, lamentandosi.

“Guardate, signora mia! Guardate, signora mia!”

Tutte le membra della povera creatura erano di una magrezza miserevole; le labbra violacee erano coperte di punti bianchicci; l'interno della bocca era coperto come di grumi lattosi. Pareva quasi che la vita fosse di già fuggita da quel piccolo corpo, lasciando una materia su cui ora le muffe vegetavano.

“Sentite, signora mia, le mani come sono [pg!158] fredde. Non può più bere: non può più inghiottire; non può più dormire....”

La femmina singhiozzava. Li uomini febbricitanti guardavano con occhi pieni di una immensa prostrazione. Ai singhiozzi i due giovinastri fecero un atto d'impazienza.

“Venite, venite!” disse Andrea ad Elena, prendendole il braccio, dopo aver lasciato su 'l tavolo una moneta. E la trasse fuori.

Insieme, tornarono verso il ponte. Il corso dell'Aniene ora andavasi accendendo ai fuochi dell'occaso. Una linea scintillante attraversava l'arco; e in lontananza le acque prendevano un color bruno ma pur lucido, come se sopra vi galleggiassero chiazze d'olio o di bitume. La campagna accidentata, simile ad una immensità di rovine, aveva una general tinta violetta. Verso l'Urbe il cielo cresceva in rossore.

“Povera creatura!” mormorò Elena con suono profondo di misericordia, stringendosi al braccio d'Andrea.

Il vento imperversava. Una torma di cornacchie passò nell'aria accesa, in alto, schiamazzando.

Allora, d'improvviso, una specie di esaltazione sentimentale prese l'anima di quei due, in conspetto [pg!159] della solitudine. Pareva che qualche cosa di tragico e di eroico entrasse nella loro passione. I culmini del sentimento fiammeggiarono sotto l'influenza del tramonto tumultuoso. Elena si arrestò.

“Non posso più,” ella disse, ansando.

La carrozza era ancora lontana, immobile, nel punto dove essi l'avevano lasciata.

“Ancora un poco, Elena! Ancora un poco! Vuoi ch'io ti porti?”

Andrea, preso da un impeto lirico infrenabile, si abbandonò alle parole.

— Perchè ella voleva partire? Perchè ella voleva ora spezzare l'incanto? I loro destini omai non erano legati per sempre? Egli aveva bisogno di lei per vivere, delli occhi, della voce, del pensiero di lei.... Egli era tutto penetrato da quell'amore; aveva tutto il sangue alterato come da un veleno, senza rimedio. Perchè ella voleva fuggire? Egli si sarebbe avviticchiato a lei, l'avrebbe prima soffocata sul suo petto. No, non poteva essere. Mai! Mai! —

Elena ascoltava, a testa bassa, affaticata contro il vento, senza rispondere. Dopo un poco, ella sollevò il braccio per far cenno al cocchiere di avanzarsi. I cavalli scalpitarono. [pg!160]

“Fermatevi a Porta Pia,” gridò la signora, salendo nella carrozza insieme all'amante.

E con un movimento subitaneo si offerse al desiderio di lui che le baciò la bocca, la fronte, i capelli, li occhi, la gola, avidamente, rapidamente, senza più respirare.

“Elena! Elena!”

Un vivo bagliore rossastro entrò nella carrozza, riflesso dalle case color di mattone. Si avvicinava nella strada il trotto sonante di molti cavalli.

Elena, piegandosi sulla spalla dell'amante con una immensa dolcezza di sommessione, disse:

“Addio, amore! Addio! Addio!”

Come ella si risollevò, a destra e a sinistra passarono a gran trotto dieci o dodici cavalieri scarlatti tornanti dalla caccia della volpe. Il duca Grazioli, passando rasente, si curvò in arcione per guardare nello sportello.

Andrea non parlò più. Egli sentiva ora tutto il suo essere mancare in un abbattimento infinito. La puerile debolezza della sua natura, sedata la prima sollevazione, gli dava ora un bisogno di lacrime. Egli avrebbe voluto piegarsi, umiliarsi, pregare, muovere la pietà della donna con le lacrime. Aveva la sensazione confusa e ottusa d'una [pg!161] vertigine; e un freddo sottile gli assaliva la nuca, gli penetrava la radice dei capelli.

“Addio,” ripetè Elena.

Sotto l'arco di Porta Pia la carrozza si fermava, perchè il signore discendesse. [pg!162]

[LA CONTESSA D'AMALFI.]