IV.
Dopo due ore, come il pomeriggio era tiepido e chiarissimamente sereno, avendo La Bravetta fatto correre la voce, se ne vennero all'invito i coltivatori e i massai dei dintorni. Nell'aia si levavano alti mucchi di paglia, che percossi dal sole ornavansi d'un glorioso colore d'oro; quivi una torma di oche andava schiamazzando, bianca, lenta, con larghi becchi aranciati, chiedendo di nuotare; li odori dello stabbio giungevano ad intervalli. E tutti quelli uomini rusticani, aspettando di bere, motteggiavano, tranquilli, su le loro gambe in arco difformate dalle rudi fatiche: alcuni con volti rugosi e rossastri come vecchi pomi, con occhi resi miti dalla lunga pazienza o resi vivi dalla lunga malizia; altri con barbe nascenti, con attitudini di gioventù, con nelle vesti rinnovate una manifesta cura d'amore.
Ciávola e il Ristabilito non si fecero molto attendere. Tenendo in una mano la scatola delle confetture, il Ristabilito ordinò che tutti si mettessero in cerchio; e, stando egli nel mezzo, fece [pg!285] una breve concione, non senza una certa gravità di voce e di gesti.
“Bon'uómmene!” disse, “nisciune de vu, certe, sa pecché propie Mastre Peppe De Siere v'ha chiamate a qua....”
Un moto di stupore, a questo strano preambolo, si propagò in tutte le bocche delli ascoltanti; e la letizia pe 'l promesso vino si mutò in una inquietudine di diversa espettazione. Continuava l'oratore:
“Ma, seccome po' succéde caccosa bbrutte e vu ve putassáte lagna de me, ve vojie dice de che se tratte, prime de fa' la spirienze.”
Li ascoltanti si guardavano l'un l'altro nelli occhi, con un'aria smarrita; e quindi rivolgevano lo sguardo curioso e incerto al cofanetto che l'oratore teneva in una mano. Un d'essi, poichè il Ristabilito faceva pausa per considerare l'effetto delle parole, esclamò impaziente:
“Ebbè?”
“Mo, mo, bell'uómmene mi'. La notta passate s'hann'arrubbate a Mastre Peppe nu bbone porche che s'ave' da salà. Chi ha state lu latre, nen ze sa; ma cert'è ca s'ha da truvà miezze a vu' áutre, pecché nisciune venéve dall'India bbasse p'arrubbarse lu porche a Mastre Peppe!”
Fosse un giocondo effetto di questo peregrino [pg!286] argomento dell'India o fosse l'azione del tiepido sole, La Bravetta cominciò a starnutire. I villici si fecero in dietro; la tribù delle oche si disperse, sbigottita; e sette starnutazioni consecutive risonarono liberamente nell'aria, turbando la pace rurale. L'ilarità risorse nelli animi, a quel fragore. L'adunanza, dopo un poco, si ricompose. Il Ristabilito continuò, sempre grave:
“Pe' scuprì lu latre Mastre Peppe ha pensate de darve a magnà certe bbone cunfette e de darve a bere nu certe Montepulciano viecchie che j' ha messe mane ogge apposte. Ma pirò v'ajie da dice na cose. Lu latre, appone se mette mmocche lu cunfette, se sente la vocche accuscì amare, accuscì amare c'ha da sputà pe' fforze. Vulete sprementà? O pure lu latre, pe' nen esse sbruvegnate, se vo' cunfessà a lu prévete? Bell'uó, arspunnéte!”
“Nu vuléme magnà e beve,” risposero quasi in coro li adunati. E un movimento corse fra quella gente semplice. Ognuno, guardando il compagno, aveva nelli occhi una punta d'investigazione. Ognuno, naturalmente, poneva nel ridere una tal quale ostentazione di spontaneità.
Disse Ciávola:
“V'avete da mette tutt'a ffile, pe' la sprïenze. Nisciune s'ha da puté nnascónne.” [pg!287]
Ed egli, quando tutti furono disposti, prese il fiasco e i bicchieri, apprestandosi a mescere. Il Ristabilito si fece dall'un de' capi, e cominciò a distribuire pianamente i confetti che sotto le gagliarde dentature dei villani scricchiolavano e sparivano in un attimo. Come egli giunse a Mastro Peppe, prese uno dei confetti canini e glielo porse; e seguitò oltre, senza nulla dare a divedere.
Mastro Peppe, che fin allora era stato con grandissimi occhi intenti a cogliere in fallo qualcuno, si gittò in bocca il confetto prestamente, quasi con cupidigia di goloso, e prese a masticare. D'un tratto i pomelli delle gote gli salirono vivamente verso li occhi, li angoli della bocca e le tempie gli si empirono di crespe, la pelle del naso gli si arricciò, il mento gli si torse un poco, tutti i lineamenti della sua faccia ebbero una comune mimica involontaria di orrore; e una specie di brivido visibile gli corse dalla nuca per le spalle. E subito, poichè la lingua non poteva sostenere l'amaro dell'áloe e una resistenza invincibile saliva dallo stomaco per la gola ad impedire l'inghiottimento, il malcapitato fu costretto a sputare.
“Ohe, Mastre Pé, tu che ccazze fiè?” garrì Tulespre dei Passeri, un vecchio capraro verdastro e pelloso come una tartaruga di palude. [pg!288]
Si rivòlse, a quella voce agra, il Ristabilito che non anche aveva terminato di distribuire. Però, vedendo La Bravetta tutto contorcersi, disse con suon di benevolenza:
“'Mbé, quelle forse ere troppe cotte. To'! Ècchene n'áutre. 'Nglutte, Peppe!”
E con due dita gli cacciò in bocca la seconda pillola canina.
Il pover'uomo la prese; e, sentendo sopra di sè fissi li occhi maligni e acuti del capraro, fece un supremo sforzo per sostener l'amarezza; non masticò, non inghiottì; stette con la lingua immobile contro i denti. Ma, come al calore dell'alito e all'umidore della saliva l'aloe si discioglieva, egli non poteva più reggere: le labbra gli si torsero come dianzi; il naso gli si empì di lacrime; e certe gocciole grosse gli cominciarono a sgorgare dal cavo delli occhi e a rimbalzar, come perle scaramazze, giù per le gote. Alfine, sputò.
“Ohe, Mastre Pé, e mo che ccazze fiè?” garrì di nuovo il capraro, mostrando in un suo ghigno le gencive bianchicce e vacue. “Ohe, e queste mo che signífeche?” Tutti i villici ruppero l'ordine, e attorniarono La Bravetta: alcuni con risa di beffa, altri con parole irose. Le ribellioni di orgoglio subitanee e [pg!289] brutali che ha l'onore della gente campestre, le severità implacabili della superstizione scoppiarono d'improvviso in una tempesta di contumelie.
“Pecché ci si' fatte venì a qua? Pe' jettà la cólepe a une de nu 'nghe 'na fatture fánze? Pe' cujunà a nu? Pecché? Si' fatta male li cunde! Latre, bbuciarde, naso, fijie de cane, fijie de p...! A nu vu cujunà? Pezze de fesse! Latre! Nasó! Te vuleme rompe tutte li pignate 'n cocce. Fijie de p...! Sangue de Criste, tu!”
E si dispersero, dopo aver rotto il fiasco e i bicchieri, gridando le ultime ingiurie di tra i pioppi.
Allora rimasero nell'aia Ciávola, il Ristabilito, le oche e La Bravetta. Questi, pieno di vergogna, di rabbia, di confusione, con il palato ancora morso dalla perversità dell'aloe, non poteva profferire parola. Il Ristabilito stette a considerarlo crudelmente, percotendo il terreno con la punta del piede poggiato in su 'l tacco, scotendo per ironia il capo. Ciávola squittì, con un indescrivibile suon di dileggio:
“Ah, ah, ah, ah! Brave! Brave La Bbravette! Dicco nu poche: quante ci si' fatte? Diece ducate?” [pg!290]
[IL MARTIRIO DI GIALLUCA.]
Il trabaccolo Trinità, carico di fromento, salpò alla volta della Dalmazia, verso sera. Navigò lungo il fiume tranquillo, fra le paranze di Ortona ancorate in fila, mentre su la riva si accendevano fuochi e i marinai reduci cantavano. Passando quindi pianamente la foce angusta, uscì nel mare.
Il tempo era benigno. Nel cielo di ottobre, quasi a fior delle acque, la luna piena pendeva come una dolce lampada rosea. Le montagne e le colline, dietro, avevano forma di donne adagiate. In alto, passavano le oche selvatiche, senza gridare, e si dileguavano.
I sei uomini e il mozzo prima manovrarono d'accordo per prendere il vento. Poi come le vele si gonfiarono nell'aria tutte colorate in rosso e [pg!291] segnate di figure rudi, i sei uomini si misero a sedere e cominciarono a fumare tranquillamente. Il mozzo prese a cantarellare una canzone della patria, a cavalcioni su la prua.
Disse Talamonte maggiore, gittando un lungo sprazzo di saliva su l'acqua e rimettendosi in bocca la pipa gloriosa:
“Lu tembe n'n ze mandéne.”
Alla profezia, tutti guardarono verso il largo; e non parlarono, Erano marinai forti e indurati alle vicende del mare. Avevano altre volte navigato alle isole dalmate, a Zara, a Trieste, a Spálatro; e sapevano la via. Alcuni anche rammentavano con dolcezza il vino di Dignano, che ha il profumo delle rose, e i frutti delle isole.
Comandava il trabaccolo Ferrante La Selvi. I due fratelli Talamonte, Cirù, Massacese e Gialluca formavano l'equipaggio, tutti nativi di Pescara. Nazareno era il mozzo.
Essendo il plenilunio, indugiarono su 'l ponte. Il mare era sparso di paranze che pescavano. Ogni tanto una coppia di paranze passava a canto al trabaccolo; e i marinai si scambiavano voci, familiarmente. La pesca pareva fortunata. Quando le barche si allontanarono e le acque ridivennero deserte, Ferrante e i Talamonte discesero sotto coperta [pg!292] per riposare. Massacese e Gialluca, poi ch'ebbero finito di fumare, seguirono l'esempio. Cirù rimase di guardia.
Prima di scendere, Gialluca, mostrando al compagno una parte del collo, disse:
“Guarda che tenghe a qua.”
Massacese guardò e disse:
“'Na cosa da niente. N'n ce penzà.”
C'era un rossore simile a quello che produce la puntura di un insetto, e in mezzo al rossore un piccolo nodo.
Gialluca soggiunse:
“Me dole.”
Nella notte si mutò il vento; e il mare cominciò ad ingrossare. Il trabaccolo si mise a ballare sopra le onde, trascinato a levante, perdendo cammino. Gialluca, nella manovra, gittava ogni tanto un piccolo grido, perchè ad ogni movimento brusco del capo sentiva dolore.
Ferrante La Selvi gli domandò:
“Che tieni?”
Gialluca, alla luce dell'alba, mostrò il suo male. Su la cute il rossore era cresciuto, ed un piccolo tumore aguzzo appariva nel mezzo.
Ferrante, dopo avere osservato, disse anche lui:
“'Na cosa da niente. N'n ce penzà.” [pg!293]
Gialluca prese un fazzoletto e si fasciò il collo. Poi si mise a fumare.
Il trabaccolo, scosso dai cavalloni e trascinato dal vento contrario, fuggiva ancora verso levante. Il romore del mare copriva le voci. Qualche ondata si spezzava sul ponte, ad intervalli, con un suono sordo.
Verso sera la burrasca si placò; e la luna emerse come una cupola di fuoco. Ma poichè il vento cadde, il trabaccolo rimase quasi fermo nella bonaccia; le vele si afflosciarono. Di tanto in tanto sopravveniva un soffio passeggiero.
Gialluca si lamentava del dolore. Nell'ozio, i compagni cominciarono ad occuparsi del suo male. Ciascuno suggeriva un rimedio differente. Cirù, ch'era il più anziano, si fece innanzi e suggerì un empiastro di mele e di farina. Egli aveva qualche vaga cognizione medica, perchè la moglie sua in terra esercitava la medicina insieme con l'arte magica e guariva i mali con i farmachi e con le cabale. Ma la farina e le mele mancavano. La galletta non poteva essere efficace.
Allora Cirù prese una cipolla e un pugno di grano; pestò il grano, tagliuzzò la cipolla, e compose l'empiastro. Al contatto di quella materia, Gialluca sentì crescere il dolore. Dopo un'ora si [pg!294] strappò dal collo la fasciatura e gittò ogni cosa in mare, invaso da un'impazienza irosa. Per vincere il fastidio, si mise al timone e resse la sbarra lungo tempo. S'era levato il vento, e le vele palpitavano gioiosamente. Nella chiara notte un'isoletta, che doveva essere Pelagosa, apparve in lontananza come una nuvola posata su l'acqua.
Alla mattina Cirù, che omai aveva impreso a curare il male, volle osservare il tumore. La gonfiezza erasi dilatata occupando gran parte del collo ed aveva assunta una nuova forma ed un colore più cupo che su l'apice diveniva violetto.
“E che è quesse?” egli esclamò, perplesso, con un suono di voce che fece trasalire l'infermo. E chiamò Ferrante, i due Talamonte, li altri.
Le opinioni furono varie. Ferrante imaginò un male terribile da cui Gialluca poteva rimanere soffocato. Gialluca, con li occhi aperti straordinariamente, un po' pallido, ascoltava i prognostici. Come il cielo era coperto di vapori e il mare appariva cupo e stormi di gabbiani si precipitavano verso la costa gridando, una specie di terrore scese nell'animo di lui.
Alla fine Talamonte minore sentenziò:
“È 'na fava maligna.”
Li altri assentirono: [pg!295]
“Eh, po ésse'.”
Infatti, il giorno dopo, la cuticola del tumore fu sollevata da un siero sanguigno e si lacerò. E tutta la parte prese l'apparenza di un nido di vespe, d'onde sgorgavano materie purulente in abbondanza. L'infiammazione e la suppurazione si approfondivano e si estendevano rapidamente.
Gialluca, atterrito, invocò san Rocco che guarisce le piaghe. Promise dieci libbre di cera, venti libbre. Egli s'inginocchiava in mezzo al ponte, tendeva le braccia verso il cielo, faceva i voti con un gesto solenne, nominava il padre, la madre, la moglie, i figliuoli. D'in torno, i compagni si facevano il segno della croce, gravemente, ad ogni invocazione.
Ferrante La Selvi, che sentì giungere un gran colpo di vento, gridò con la voce rauca un comando, in mezzo al romorío del mare. Il trabaccolo si piegò tutto sopra un fianco. Massacese, i Talamonte, Cirù si gittarono alla manovra. Nazareno strisciò lungo un albero. Le vele in un momento furono ammainate: rimasero i due fiocchi. E il trabaccolo, barcollando da banda a banda, si mise a correre a precipizio su la cima dei flutti.
“Sante Rocche! Sante Rocche!” gridava con più fervore Gialluca, eccitato anche dal tumulto [pg!296] circostante, curvo su le ginocchia e su le mani per resistere al rullío.
Di tratto in tratto un'ondata più forte si rovesciava su la prua: l'acqua salsa invadeva il ponte da un capo all'altro.
“Va a basse!” gridò Ferrante a Gialluca.
Gialluca discese nella stiva. Egli sentiva un calore molesto e un'aridezza per tutta la pelle; e la paura del male gli chiudeva lo stomaco. Là sotto, nella luce fievole, le forme delle cose assumevano apparenze singolari. Si udivano i colpi profondi del flutto contro i fianchi del naviglio e li scricchiolii di tutta quanta la compagine.
Dopo mezz'ora, Gialluca riapparve su 'l ponte, smorto come se uscisse da un sepolcro. Egli amava meglio stare all'aperto, esporsi all'ondata, vedere li uomini, respirare il vento.
Ferrante, sorpreso da quel pallore, gli domandò:
“E mo' che tieni?”
Li altri marinai, dai loro posti, si misero a discutere i rimedi; ad alta voce, quasi gridando, per superare il fragore della burrasca. Si animavano. Ciascuno aveva un metodo suo. Ragionavano con sicurezza di dottori. Dimenticavano il pericolo, nella disputa. Massacese aveva visto, due anni avanti, [pg!297] un vero medico operare su 'l fianco di Giovanni Margadonna, in un caso simile. Il medico tagliò, poi strofinò con pezzi di legno intinti in un liquido fumante, bruciò così la piaga. Levò con una specie di cucchiaio la carne arsa che somigliava fondiglio di caffè. E Margadonna fu salvo.
Massacese ripeteva, quasi esaltato, come un cerusico feroce:
“S'ha da tajià! S'ha da tajià!”
E faceva l'atto del taglio, con la mano, verso l'infermo.
Cirù fu del parere di Massacese. I due Talamonte anche convennero. Ferrante La Selvi scoteva il capo.
Allora Cirù fece a Gialluca la proposta. Gialluca si rifiutò.
Cirù, in un impeto brutale ch'egli non potè trattenere, gridò:
“Muòrete!”
Gialluca divenne più pallido e guardò il compagno con due larghi occhi pieni di terrore.
Cadeva la notte. Il mare nell'ombra pareva che urlasse più forte. Le onde luccicavano, passando nella luce gittata dal fanale di prua. La terra era lontana. I marinai stavano afferrati a una corda per resistere contro i marosi. Ferrante governava [pg!298] il timone, lanciando di tratto in tratto una voce nella tempesta:
“Va a basse, Giallù!”
Gialluca, per una strana ripugnanza a trovarsi solo, non voleva discendere, quantunque il male lo travagliasse. Anch'egli si teneva alla corda, stringendo i denti nel dolore. Quando veniva una ondata, i marinai abbassavano la testa e mettevano un grido concorde, simile a quello con cui sogliono accompagnare un comune sforzo nella fatica.
Uscì la luna da una nuvola, diminuendo l'orrore. Ma il mare si mantenne grosso tutta la notte.
La mattina Gialluca, smarrito, disse ai compagni:
“Tajiáte.”
I compagni prima s'accordarono, gravemente; tennero una specie di consulto decisivo. Poi osservarono il tumore ch'era eguale al pugno di un uomo. Tutte le aperture, che dianzi gli davano l'apparenza di un nido di vespe o di un crivello, ora ne formavano una sola.
Disse Massacese:
“Curagge! Avande!”
Egli doveva essere il cerusico. Provò su l'unghia la tempra delle lame. Scelse infine il coltello [pg!299] di Talamonte maggiore, ch'era affilato di fresco. Ripetè:
“Curagge! Avande!”
Quasi un fremito d'impazienza scoteva lui e li altri.
L'infermo ora pareva preso da uno stupidimento cupo. Teneva li occhi fissi su 'l coltello, senza dire niente, con la bocca semiaperta, con le mani penzoloni lungo i fianchi, come un idiota.
Cirù lo fece sedere, gli tolse la fasciatura, mettendo con le labbra quei suoni istintivi che indicano il ribrezzo. Un momento, tutti si chinarono su la piaga, in silenzio, a guardare. Massacese disse:
“Cusì e cusì,” indicando con la punta del coltello la direzione dei tagli.
Allora, d'un tratto, Gialluca ruppe in un gran pianto. Tutto il suo corpo veniva scosso dai singhiozzi.
“Curagge! Curagge!” gli ripetevano i marinai, prendendolo per le braccia.
Massacese incominciò l'opera. Al primo contatto della lama, Gialluca gittò un urlo; poi, stringendo i denti, metteva quasi un muggito soffocato.
Massacese tagliava lentamente, ma con sicurezza; tenendo fuori la punta della lingua, per una [pg!300] abitudine ch'egli aveva nel condur le cose con attenzione. Come il trabaccolo barcollava, il taglio riusciva ineguale; il coltello ora penetrava più, ora meno. Un colpo di mare fece affondare la lama dentro i tessuti sani. Gialluca gittò un altro urlo, dibattendosi, tutto sanguinante, come una bestia tra le mani dei beccai. Egli non voleva più sottomettersi.
“No, no, no!”
“Vien' a qua! Vien' a qua!” gli gridava Massacese, dietro, volendo seguitare la sua opera perchè temeva che il taglio interrotto fosse più pericoloso.
Il mare, ancora grosso, romoreggiava in torno, senza fine. Nuvole in forma di trombe sorgevano dall'ultimo termine ed abbracciavano il cielo deserto d'uccelli. Oramai, in mezzo a quel frastuono, sotto quella luce, una eccitazione singolare prendeva quelli uomini. Involontariamente, essi, nel lottare col ferito per tenerlo fermo, s'adiravano.
“Vien' a qua!”
Massacese fece altre quattro o cinque incisioni, rapidamente, a caso. Sangue misto a materie biancastre sgorgava dalle aperture. Tutti n'erano macchiati, tranne Nazareno che stava a prua, tremante, sbigottito dinanzi all'atrocità della cosa. [pg!301]
Ferrante La Selvi, che vedeva la barca pericolare, diede un comando a squarciagola:
“Molla le scòtteee! Butta 'l timone a l'ôrsa!”
I due Talamonte, Massacese, Cirù manovrarono. Il trabaccolo riprese a correre beccheggiando. Si scorgeva Lissa in lontananza. Lunghe zone di sole battevano su le acque, sfuggendo di tra le nuvole; e variavano secondo le vicende celesti.
Ferrante rimase alla sbarra. Li altri marinai tornarono a Gialluca. Bisognava nettare le aperture, bruciare, mettere le filacce.
Ora il ferito era in una prostrazione profonda. Pareva che non capisse più nulla. Guardava i compagni, con due occhi smorti, già torbidi come quelli delli animali che stanno per morire. Ripeteva, ad intervalli, quasi fra sè:
“So' morto! So' morto!”
Cirù, con un po' di stoppa grezza, cercava di pulire; ma aveva la mano rude, irritava la piaga. Massacese, volendo fino all'ultimo seguire l'esempio del cerusico di Margadonna, aguzzava certi pezzi di legno d'abete, con attenzione. I due Talamonte si occupavano del catrame, poichè il catrame bollente era stato scelto per bruciare la piaga. Ma era impossibile accendere il fuoco su 'l [pg!302] ponte che ad ogni momento veniva allagato. I due Talamonte discesero sotto coperta.
Massacese gridò a Cirù:
“Lava nghe l'acqua de mare!”
Cirù seguì il consiglio. Gialluca si sottometteva a tutto, facendo un lagno continuo, battendo i denti. Il collo gli era diventato enorme, tutto rosso, in alcuni punti quasi violaceo. In torno alle incisioni cominciavano ad apparire alcune chiazze brunastre. L'infermo provava difficoltà a respirare, a inghiottire; e lo tormentava la sete.
“Arcummánnete a sante Rocche,” gli disse Massacese che aveva finito di aguzzare i pezzi di legno e che aspettava il catrame.
Spinto dal vento, il trabaccolo ora deviava in su, verso Sebenico, perdendo di vista l'isola. Ma, quantunque le onde fossero ancora forti, la burrasca accennava a diminuire. Il sole era a mezzo del cielo, tra nuvole color di ruggine.
I due Talamonte vennero con un vaso di terra pieno di catrame fumante.
Gialluca s'inginocchiò, per rinnovare il voto al santo. Tutti si fecero il segno della croce.
“Oh sante Rocche, sálveme! Te 'mprumette 'na lampa d'argente e l'uoglie pe' tutte l'anne e trenta libbre de ciere. Oh sante Rocche, sálveme [pg!303] tu! Tenghe la mojie e li fijie.... Pietà! Misericordie, sante Rocche mi'!”
Gialluca teneva congiunte le mani; parlava con voce che pareva non fosse più la sua. Poi si rimise a sedere, dicendo semplicemente a Massacese:
“Fa.”
Massacese avvolse in torno ai pezzi di legno un po' di stoppa; e a mano a mano ne tuffava uno nel catrame bollente e con quello strofinava la piaga. Per rendere più efficace e profonda la bruciatura, versò anche il liquido nelle ferite. Gialluca non mosse un lamento. Li altri rabbrividivano, in conspetto di quello strazio.
Disse Ferrante La Selvi, dal suo posto, scotendo il capo:
“L'avet'accise!”
Li altri portarono sotto coperta Gialluca semivivo; e l'adagiarono sopra una branda. Nazareno rimase a guardia, presso l'infermo. Si udivano di là le voci gutturali di Ferrante che comandava la manovra e i passi precipitati dei marinai. La Trinità virava, scricchiolando. A un tratto Nazareno si accorse d'una falla da cui entrava acqua; chiamò. I marinai discesero, in tumulto. Gridavano tutti insieme, provvedendo in furia a riparare. Pareva un naufragio. [pg!304]
Gialluca, benchè prostrato di forze e d'animo, si rizzò su la branda, immaginando che la barca andasse a picco; e s'aggrappò disperatamente a uno dei Talamonte. Supplicava, come una femmina:
“Nen me lasciate! Nen me lasciate!”
Lo calmarono; lo riadagiarono. Egli ora aveva paura; balbettava parole insensate; piangeva; non voleva morire. Poichè l'infiammazione crescendo gli occupava tutto tutto il collo e la cervice e si diffondeva anche pe 'l tronco a poco a poco, e la gonfiezza diveniva ancora più mostruosa, egli si sentiva strozzare. Spalancava ogni tanto la bocca per bevere l'aria.
“Portateme sopra! A qua me manghe l'arie; a qua me more....”
Ferrante richiamò li uomini sul ponte. Il trabaccolo ora bordeggiando cercava di acquistare cammino. La manovra era complicata. Ferrante spiava il vento e dava il comando utile, stando al timone. Come più il vespro si avvicinava, le onde si placavano.
Dopo qualche tempo, Nazareno venne sopra, tutto sbigottito, gridando:
“Gialluca se more! Gialluca se more!”
I marinai corsero; e trovarono il compagno già morto su la branda, in un'attitudine scomposta, [pg!305] con li occhi aperti, con la faccia tumida, come un uomo strangolato.
Disse Talamonte maggiore:
“È mo'?”
Li altri tacquero, un po', smarriti, dinanzi al cadavere.
Risalirono su 'l ponte, in silenzio. Talamonte ripeteva:
“È mo'?”
Il giorno si ritirava lentamente dalle acque. Nell'aria veniva la calma. Un'altra volta le vele si afflosciavano e il naviglio rimaneva senza avanzare. Si scorgeva l'isola di Solta.
I marinai, riuniti a poppa, ragionavano del fatto. Un'inquietudine viva occupava tutti li animi: Massacese era pallido e pensieroso. Egli osservò:
“Avéssene da dice che l'avéme fatte murì nu áutre? Avasséme da passà guai?”
Questo timore già tormentava lo spirito di quelli uomini superstiziosi e diffidenti. Essi risposero:
“È lu vere.”
Massacese incalzò:
“Mbè? Che facéme?”
Talamonte maggiore disse, semplicemente:
“È morte? Jettámele a lu mare. Facéme vedé [pg!306] ca l'avéme pirdute 'n mezz'a lu furtunale.... Certe, n'arrièsce.”
Li altri assentirono. Chiamarono Nazareno.
“Oh, tu.... mute come nu pesce.”
E gli suggellarono il segreto nell'animo, con un segno minaccioso.
Poi discesero a prendere il cadavere. Già le carni del collo davano odore malsano; le materie della suppurazione gocciolavano, ad ogni scossa.
Massacese disse:
“Mettémele dentr'a nu sacche.”
Presero un sacco; ma il cadavere ci entrava per metà. Legarono il sacco alle ginocchia, e le gambe rimasero fuori. Si guardavano d'in torno, istintivamente, facendo l'operazione mortuaria. Non si vedevano vele; il mare aveva un ondeggiamento largo e piano, dopo la burrasca; l'isola di Solta appariva tutt'azzurra, in fondo.
Massacese disse:
“Mettémece pure 'na preta.”
Presero una pietra fra la zavorra, e la legarono ai piedi di Gialluca.
Massacese disse:
“Avande!”
Sollevarono il cadavere fuori del bordo e lo lasciarono scivolare nel mare. L'acqua si richiuse [pg!307] gorgogliando; il corpo discese da prima con una oscillazione lenta; poi si dileguò.
I marinai tornarono a poppa, ed aspettarono il vento. Fumavano, senza parlare. Massacese ogni tanto faceva un gesto inconsciente, come fanno talora li uomini cogitabondi.
Il vento si levò. Le vele si gonfiarono, dopo avere palpitato un istante. La Trinità si mosse nella direzione di Solta. Dopo due ore di buona rotta, passò lo stretto.
La luna illuminava le rive. Il mare aveva quasi una tranquillità lacustre. Dal porto di Spálatro uscivano due navigli, e venivano incontro alla Trinità. Le due ciurme cantavano.
Udendo la canzone, Cirù disse:
“Toh! So' di Piscare.”
Vedendo le figure e le cifre delle vele, Ferrante disse:
“So' li trabaccule di Raimonde Callare.”
E gittò la voce.
I marinai paesani risposero con grandi clamori. Uno dei navigli era carico di fichi secchi, e l'altro di asinelli.
Come il secondo dei navigli passò a dieci metri dalla Trinità, vari saluti corsero. Una voce gridò:
“Oh Giallù! Addò sta Gialluche?” [pg!308]
Massacese rispose:
“L'avéme pirdute a mare, 'n mezz'a lu furtunale. Dicétele a la mamme.”
Alcune esclamazioni allora sorsero dal trabaccolo delli asinelli; poi li addii.
“Addio! Addio! A Piscare! A Piscare!”
E allontanandosi le ciurme ripresero la canzone, sotto la luna. [pg!309]
[LA GUERRA DEL PONTE. CAPITOLO DI CRONACA PESCARESE.]
Verso gl'idi d'agosto (per tutte le campagne il grano lavato si asciugava felicemente al sole), Antonio Mengarino, un vecchio agricoltore pieno di probità e di saggezza, stando nel Consiglio del Comune a giudicare sulle cose pubbliche, come udì taluni consiglieri cittadini discorrere a voce bassa del cholèra che in qualche provincia d'Italia andavasi ampliando e udì altri proporre ordini a conservazion della salute ed altri esporre timori, si fece innanzi con un'aria tra di incredulità e di curiosità ad ascoltare.
Erano con lui nel Consiglio, agricoltori, Giulio Citrullo della pianura e Achille di Russo dei colli; e il vecchio, mentre ascoltava, volgevasi di tratto in tratto a quei due con cenni delle palpebre e [pg!310] delle labbra come per avvertirli dell'inganno ch'egli credeva si celasse nelle parole dei consiglieri signori e del sindaco.
Finalmente, non più potendo trattenersi, disse, con la sicurtà di un uomo che sa e vede molto:
“'Mbè, levàme ssti chiacchiere in tra di nu áutre. Le vuleme fa' veni nu poche de culere, u ne le vuleme fa' veni? Dicémecele 'n segrete, mo.”
A queste inaspettate parole, tutti i consiglieri furono da prima presi dalla meraviglia, e quindi dal riso.
“Vatténne, Mengarì! Che ti mitte a dice, sangue de Crimie!” esclamò don Aiace, il grande assessore, spingendo con la mano una spalla del vecchio. E li altri, scotendo il capo o battendo il pugno in su 'l tavolo sindacale, commentavano la pertinace ignoranza dei cafoni.
“'Mbè, ma ve pare mo ca nu credeme a ssi chiacchiera quisse?” fece Antonio Mengarino, con un gesto vivo, poichè sentivasi punto dall'ilarità che le sue parole avevano suscitata. Nell'animo di lui e in quello delli altri due agricoltori la diffidenza e la nativa ostilità contro la signoria insorgevano. — Dunque essi erano esclusi dai segreti del Consiglio? Dunque ancora erano considerati come cafoni? Ah, brutte cose, per la Majella!... — [pg!311]
“Facéte vu, Nu ce ne jame,” concluse il vecchio, acre, coprendosi il capo. E i tre villici uscirono dalla sala, con un passo pieno di dignità, in silenzio.
Come furono fuori del paese, nella campagna opulenta di vigne e di gran ciciliano, Giulio Citrullo, soffermatosi per accender la pipa, sentenziò:
“Ocche bádene a isse! Ca ssta vote sa coma va sgrizzenrie li cocce, pe' la Majelle!... I nin vulesse esse lu sínnache.”
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Intanto nel territorio contadino il timore del morbo imminente sconvolgeva tutti li animi. In torno alli alberi fruttiferi, in torno alle viti, in torno alle cisterne, in torno ai pozzi, li agricoltori vigilavano, sospettosi e minacciosi, con una costanza instancabile. Nella notte colpi di fucile frequenti turbavano il silenzio; i cani, aizzati, latravano fino all'alba. Le imprecazioni contro i Governanti scoppiavano di giorno in giorno con maggior violenza d'ira. Tutte le pacifiche ed auguste fatiche agresti erano intraprese con una sorta d'incuria e d'insofferenza. Sorgevano dai campi le canzoni di ribellione rimate all'improvviso.
Poi, i vecchi rinnovavano i ricordi delle passate [pg!312] mortalità, confermando la credenza nei veleni. Un giorno, nel 54, alcuni vendemmiatori di Fontanella, avendo colto un uomo in cima a un albero di fico e avendolo costretto a discendere, videro che questi nascondeva una fiala piena di un unguento gialliccio. Con minacce essi gli fecero inghiottire tutto l'unguento; e d'un tratto l'uomo (ch'era uno dei Paduani) stramazzò, torcendo le membra su 'l terreno, livido, con li occhi fissi, con il collo teso, con alla bocca una schiuma. A Spoltore, nel 37, Zinicche, un fabbro, uccise in mezzo alla piazza il cancelliere Don Antonio Rapino; e le morti cessarono subitamente, il paese fu salvo.
Poi, a poco a poco, le leggende si formavano e di bocca in bocca variavano, e, se bene recenti, divenivano meravigliose. Una diceva che al Palazzo del Comune erano giunte sette casse di veleno distribuito dai Governanti perchè fosse sparso nelle campagne e mescolato nel sale. Le casse erano verdi, cerchiate di ferro, con tre serrature. Il sindaco aveva dovuto pagare settemila ducati per sotterrar le casse e liberare il paese. Un'altra voce recava che al sindaco i Governanti davano cinque ducati per ogni morto. La popolazione era troppo grande: toccava ai poveri morire. Il sindaco stava [pg!313] facendo le liste. Ah, si arricchiva, il figlio di Sciore, questa volta!
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Così il fermento cresceva. Li agricoltori al mercato di Pescara nulla compravano, nè portavano mercanzia in traffico. I fichi dalli alberi, giunti a maturità, cadevano e si corrompevano su 'l suolo. I grappoli rimanevano intatti fra i pampini. I ladroneggi notturni più non seguivano, poichè i ladri temevano di cogliere frutti attossicati. Il sale, l'unica merce presa nelle botteghe della città, era prima offerto ai cani e ai gatti, per esperimento.
Giunse quindi un giorno la novella che a Napoli i cristiani morivano in gran numero. E al nome di Napoli, di quel gran reame lontano dove Ggiuanne senza pahure un dì trovò fortuna, le immaginazioni si accendevano.
Sopravvennero le vendemmie. Ma, come i mercanti di Lombardia compravano le uve nostrali e le portavano nei paesi del settentrione per trarne vini artifiziosi, la letizia del rinato mosto fu scarsa e poco le gambe dei vendemmiatori si esercitarono a danzare nel tino e poco si esercitarono al canto la bocche femminili.
Ma, quando tutte le opere della raccolta furono terminate e tutti li alberi furono spogliati dei loro [pg!314] frutti, cominciarono i timori e i sospetti a dileguarsi; poichè oramai eran diminuite pe' i Governanti le opportunità di spargere il veleno.
Grandi piogge beneficatrici caddero su le campagne. Il terreno ora, nutrito d'acqua, andavasi temperando pe 'l lavoro dell'aratro e per la seminazione, co 'l favore dei dolci soli autunnali; e la luna ne 'l primo quarto influiva su la virtù dei semi.
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Una mattina, per tutto il territorio si sparse d'improvviso la voce che a Villareale, presso le querci di Don Settimio, su la riva destra del fiume, tre femmine erano morte dopo aver mangiato in comune una minestra di pasta comprata; nella città. L'indignazione irruppe da tutti li animi; e con maggior veemenza, poichè tutti oramai s'erano pacificati in una securtà fiduciosa.
“Ah, va bbone; lu fije de Sciore nen ci ha vulute arnunzià a li ducato.... Ma a nu nen ce po fa' niente mo, pecché frutte nen ce ne sta, e a Pescare nen ci jeme.”
“Lu fije de Sciore joca na mala carte.”
“A nu ce vo fa' muri? 'Mbè, esse ha sbajate lu tombe, povere Sciurione....”
“Addò le po mette la pruvelette? A la paste, [pg!315] a lu sale.... Ma la paste nu ne la magneme; e lu sale le deme prime a pruvà a li hatte e a li cane.”
“Ah, Signure birbune! Ch'aveme fatte nu, puveritte? Mannajia Crimie, ha da venì chilu journe....”
Così le mormorazioni si levavano da ogni parte, miste ai dileggi e alle contumelie contro li uomini del Comune e contro i Governanti.
A Pescara, d'un tratto, tre, quattro, cinque persone del volgo furono prese dal male. Cadeva la sera; e su tutte le case discendeva una grande paura funerea, insieme con l'umidità del fiume. Per le vie la gente si agitava correndo verso il Palazzo comunale; dove il sindaco e i consiglieri e i gendarmi, avvolti in una confusion miserevole, salivano e scendevano le scale parlando tutti insieme ad alta voce, dando contrari ordini, non sapendo che risolvere, dove andare, come provvedere. Per un naturai fenomeno, il commovimento dell'animo si propagava al ventre.
Tutti, sentendo dentro le viscere romorii cupi, si mettevano a tremare e a battere i denti; si guardavano in volto l'un l'altro; si allontanavano a rapidi passi; si chiudevano nelle case. Le cene rimasero intatte.
Poi, a tarda ora, quando il primo tumulto del [pg!316] pánico fu sedato, le guardie cominciarono ad accendere su i canti delle vie fuochi di zolfo e di catrame. Il rossore delle fiamme illustrava i muri e le finestre; e l'inutile odore del bitume spandevasi per la città sbigottita. Da lontano, come la luna era serena, pareva che i calafati verso il mare spalmassero carene allegramente.
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Tale fu in Pescara l'entrata dell'Asiatico.
E il male, serpeggiando lungo il fiume, s'insinuò nei borghi della Marina, in quelli adunamenti di casupole basse dove vivono i marinai e alcuni vecchi dediti a piccole industrie.
Li infermi morirono quasi tutti, poichè non volevano prendere i rimedi. Nessuna ragione e nessuna esperienza valse a persuaderli. Anisafine, un gobbo che vendeva ai soldati acqua mista a spirito di ánace, quando vide il bicchiere del medicamento, strinse forte le labbra e cominciò a scuotere il capo in segno di rifiuto. Il dottore prese ad eccitarlo con parole di persuasione; bevve egli pe 'l primo la metà del liquido; e, dopo, quasi tutti li assistenti accostarono la bocca all'orlo del bicchiere. Anisafine seguitava a scuotere il capo.
“Ma vedi,” esclamò il dottore, “abbiamo bevuto prima noi....” [pg!317]
Anisafine si mise a ridere per beffa:
“Ah, ah, ah! Ma vu, mo che arreuscite, ve pijate lu contravvelene,” disse. E, poco dopo, morì.
Cianchine, un macellaio idiota, fece la stessa cosa. Il dottore, per ultima prova, gli versò a forza tra i denti il medicinale. Cianchine sputò tutto, con ira e con orrore. Poi si mise a scagliar vituperii contro li astanti; tentò due o tre volte di levarsi per fuggire; e morì rabbiosamente, dinanzi a due gendarmi esterrefatti.
Le cucine pubbliche, instituite per concorso spontaneo d'uomini caritatevoli, furono in su 'l principio credute dal volgo un laboratorio di tossici. I mendicanti pativano la fame più tosto che mangiare la carne cotta in quelle pentole. Costantino di Corròpoli, il cinico, andava spargendo i dubbi tra la sua tribù. Egli vagava in torno alle cucine, dicendo a voce alta, con un gesto indescrivibile:
“A me nen mi ci acchiappo!”
La Catalana di Gissi fu la prima a vincere il timore. Ella, un poco esitante, entrò; mangiò a piccoli bocconi, esaminando in sè stessa l'effetto del cibo; bevve il vino a piccoli sorsi. Poi, sentendosi tutta ristorata e fortificata, sorrise di meraviglia e di piacere. Tutti i mendicanti attendevano [pg!318] ch'ella uscisse. Quando la rividero incolume, si precipitarono per la porta; vollero anch'essi bere e mangiare.
Le cucine sono in un vecchio teatro scoperto, nelle vicinanze di Portanova. Le caldaie bollono nel luogo dell'orchestra, il fumo invade il palco scenico: tra il fumo si vedono al fondo le scene raffiguranti un Castel feudale illuminato dal plenilunio. Quivi, su 'l mezzodì si raccoglie in torno a una mensa rustica la tribù dei poveri. Prima che l'ora scocchi, nella platea s'agita un brulichio multicolore di cenci e si leva un mormorio di voci roche. Alcune figure nuove appaiono tra le figure già cognite. Io amo una tal Liberata Lotta di Montenerodòmo, che ha una mirabile testa di Minerva ottuagenaria, piena di regalità e di austerità nella fronte, con i capelli tutti tesi in su 'l cranio come un casco aderente. Ella tiene fra le mani un vaso di vetro verde; e resta in disparte, taciturna, aspettando d'essere chiamata.
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Ma il grande episodio epico di questa cronaca del cholèra è la Guerra del Ponte.
Un'antica discordia dura tra Pescara e Castellammare Adriatico, tra i due comuni che il bel fiume divide. [pg!319]
Le parti nemiche si esercitano assiduamente in offese e in rappresaglie, l'una osteggiando con tutte le forze il fiorire dell'altra. E poichè oggi è prima fonte di prosperità la mercatura, e poichè Pescara ha già molta dovizia d'industrie, i Castellammaresi da tempo mirano a trarre i mercanti su la loro riva con ogni sorta di astuzie e di allettamenti.
Ora, un vecchio ponte di legname cavalca il fiume su grossi battelli tutti incatramati e incatenati e trattenuti da ormeggi. I canapi e le gómene s'intrecciano nell'aria artifiziosamente, scendendo dalle antenne alte dell'argine ai parapetti bassissimi; e dànno imagine di un qualche barbarico attrezzo ossidionale. Le tavole mal connesse scricchiolano al peso dei carri. Al passaggio delle schiere militari, tutta la mostruosa macchina acquatica oscilla e balza da un capo all'altro e risuona come un tamburo.
Sorse un dì da questo ponte la popolar leggenda di san Cetteo liberatore; e il santo annualmente vi si ferma nel mezzo, con gran pompa cattolica, a ricevere le salutazioni che dalle barche ancorate mandano i marinai.
Così, tra la vista di Montecorno e la vista del mare, l'umile costruzione sta quasi come un monumento [pg!320] della patria, ha quasi in sè la santità delle cose antiche e dà alli estranei indizio di genti che ancora vivano in una semplicità primordiale.
Li odii tra i Pescaresi e i Castellamaresi cozzano su quelle tavole che si consumano sotto i laboriosi traffici cotidiani. E, come per di là le industrie cittadine si riversano su la provincia teramana e vi si spandono felicemente, oh con qual gioia la parte avversa taglierebbe i canapi e respingerebbe i sette rei battelli a naufragare!
Sopraggiunta dunque la bella opportunità, il gonfaloniere nemico con molto apparato di forze campestri impedì ai Pescaresi il passaggio nell'ampia strada che dal ponte si dilunga per gran tratto congiungendo innumerevoli paesi.
Era nell'intendimento di colui chiudere la città rivale in una specie d'assedio, toglierle ogni modo di traffico ed interno ed esterno, attrarne al suo mercato i venditori e i compratori che per consuetudine praticavano su la destra riva; e, quindi, dopo avere ivi oppressa in una forzosa inerzia ogni arte di lucro, sorgere trionfatore. Offerse egli ai padroni delle paranze pescaresi venti carlini per ogni cento libbre di pesce, mettendo come patto che tutte le paranze approdassero e scaricassero [pg!321] alla sua riva e che la convenzion del prezzo durasse fino al giorno della Natività di Cristo.
Ora, nella settimana precedente la Natività, il prezzo del pesce suol salire a più che quindici ducati per ogni cento libbre. Manifesta appariva dunque l'insidia.
I padroni rifiutarono ogni offerta, preferendo tenere inoperose le reti.
Lo scaltro nemico fece ad arte spargere voce che una mortalità grande affliggeva Pescara. Si adoperò per via d'amicizia a sollevare tutti li animi della provincia teramana e li animi anche dei Chietini contro la pacifica città dove il morbo già era scomparso.
Respinse con violenza o ritenne prigionieri alcuni onesti viandanti che, usando d'un comun diritto, prendevano la strada provinciale per recarsi altrove. Lasciò che sulla linea di confine un branco di suoi lanzichenecchi stesse dall'alba al tramonto schiamazzando contro chiunque si avvicinava.
La ribellione cominciò allora a fermentare nei Pescaresi, contro li ingiusti arbitrii; poichè sopraggiungeva la miseria e tutta la numerosa classe dei lavoratori languiva nell'inerzia e tutti i mercanti incorrevano in gravissimi danni. Il cholèra, [pg!322] scomparso dalla città, accennava a scomparire anche dalla marina dove soltanto alcuni vecchi invalidi erano morti. Tutti i cittadini, fiorenti di salute, amavano riprendere le consuete fatiche.
I tribuni sorsero: Francesco Pomárice, Antonio Sorrentino, Pietro D'Amico. Per le vie la gente si divideva in gruppi, ascoltava la parola tribunizia, applaudiva, proponeva, gittava gridi. Un gran tumulto andavasi preparando fra il popolo. Per eccitazione, taluni raccontavano il fatto eroico del Moretto di Claudia. Il quale, preso dai lanzichenecchi a forza e imprigionato nel lazzeretto ed ivi trattenuto per cinque giorni senz'altro cibo che pane, riuscì a fuggire dalla finestra; passò a nuoto il fiume, e giunse tra i suoi grondante di acqua, alenante, famelico, raggiante di gloria e di gioia.
Il sindaco, nel frattempo, sentendo il mugolío precursore della tempesta, si accinse a parlamentare co 'l Gran Nimico castellammarese. È il sindaco un picciolo dottor di legge cavaliere, tutto untuosamente ricciutello, con omeri sparsi di forfora, con chiari occhietti esercitati alle dolci simulazioni. È il Gran Nimico un degenere nepote del buon Gargantuasso; enorme, sbuffante, tonante, divorante. Il colloquio avvenne in terra neutrale; e [pg!323] presenti vi furono li illustri prefetti di Teramo e di Chieti.
Ma, verso il tramonto, un lanzichenecco, entrato in Pescara per recare un messaggio a un consiglier del Comune, si mise in cantina con atti bravi a bevere; e quindi prese bravamente a girovagare. Come lo videro i tribuni, gli corsero sopra. Tra le grida e le acclamazioni della plebe lo spinsero lungo la riva, sino al lazzeretto. Era il tramonto su le acque luminosissimo; e il bèllico rossore dell'aria inebriava li animi plebei.
Allora dall'opposta riva ecco una torma di Castellammaresi, uscente di tra i salici ed i vimini, darsi con molta veemenza di gesti ad inveire contro l'oltraggio.
Rispondevano i nostri con eguale furia. E il lanzichenecco imprigionato percoteva con tutta la forza dei piedi e delle mani la porta della prigione, gridando:
“Apríteme! Apríteme!”
“Tu adduòrmete a esse, e nen te n'incaricà,” gli gridavano per beffa i popolani. E qualcuno crudelmente aggiungevagli:
“Ah, si sapisse quante se n'hanne muorte a esse dendre! Siente l'uddore? Nen te s'ha cumenzate a smove nu poche la panze?” [pg!324]
“Urrà! Urrà!”
Verso la Bandiera scorgevasi un luccichio di canne di fucile. Il sindachetto veniva a capo di un manipolo militare per liberar dal carcere il lanzichenecco, a fin di non incorrere nelle ire del Gran Nimico.
Subitamente la plebe, irritata, tumultuò; grida altissime si levarono contro quel vil liberatore di Castellammaresi.
Per tutta la via, dal lazzeretto alla città, fu un clamoroso accompagnamento di sibili e di contumelie. Al lume delle torce, la gazzarra durò fin che le voci non furon roche.
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Dopo quel primo impeto, la rivolta si andò svolgendo a mano a mano con nuove peripezie. Tutte le botteghe si chiusero. Tutti i cittadini si raccolsero su la strada, ricchi e poveri, in famigliarità, presi da una furiosa smania di parlare, di gridare, di gesticolare, di manifestare in mille diversi modi un unico pensiero.
Ad ogni tratto giungeva un tribuno recando una notizia. I gruppi si scioglievano, si ricomponevano, variavano, secondo le correnti delle opinioni. E, poichè su tutte le teste la libertà del giorno era vitale e i sorsi dell'aria letificavano [pg!325] come sorsi di vino, si ridestò nei Pescaresi la nativa giocondità beffarda; ed essi seguitarono a far ribellione in una maniera gaia ed ironica, così, per il diletto, per il dispetto, per l'amore delle cose nuove.
Li stratagemmi del Gran Nimico si moltiplicavano. Qualunque accordo rimaneva inosservato a causa di abili temporeggiamenti che la debolezza del piccolo sindaco favoriva.
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Il mattino d'Ognissanti, verso la settima ora, mentre nelle chiese si celebravano i primi uffici festivi, i tribuni si misero in giro per la città, seguiti da una turba che ad ogni passo accrescevasi e diveniva più clamorosa. Quando l'intero popolo fu raccolto, Antonio Sorrentino arringò. La processione, in ordine, quindi si diresse al Palazzo comunale. Le strade erano ancora azzurre nell'ombra e le case erano coronate dal sole.
In vista del Palazzo un immenso grido scoppiò. Tutte le bocche scagliavano vituperii contro il leguleio; tutti i pugni si levavano in attitudine di minaccia; tra un grido e l'altro, certe lunghe oscillazioni sonore rimanevano nell'aria, come prodotte da uno stromento; e su la confusion delle teste e delle vesti i lembi vermigli delle bandiere sbattevano, come agitati dal largo soffio popolare. [pg!326]
Su 'l comunal balcone non appariva alcuno. Il sole discendeva a poco a poco dal tetto verso la gran meridiana tutta nera di cifre e di linee su cui lo gnomone vibrava l'ombra indicatrice. Dalla Torretta dei D'Annunzio al campanil badiale torme di colombi svolazzavano nell'azzurro superiore.
Le grida si moltiplicarono. Una mano di animosi diede l'assalto alle scale del Palazzo. Il piccolo sindaco, pallido e pavido, si arrese al volere del popolo; lasciò il seggio; rinunziò all'ufficio; discese su la strada, tra i gendarmi, seguito dai consiglieri. Uscì quindi dalla città; si ritrasse su 'l colle di Spoltore.
Le porte del Palazzo furono chiuse. Un'anarchia provvisoria si stabilì nella città. Le milizie, per impedire l'imminente lotta tra i Castellammaresi e i Pescaresi, fecero argine su l'estremità sinistra del ponte. La turba, deposte le bandiere, si avviò alla strada di Chieti; poichè di là era per giungere il Prefetto chiamato in furia da un Commissario reale. I proponimenti parevano feroci.
Ma la mite virtù del sole a poco a poco pacificò le ire. Nell'ampia strada venivano, uscenti dalla chiesa, le femmine del contado tutte in vesti di seta multicolori e coperte di gioielli giganteschi, di filigrane d'argento, di collane d'oro. Lo [pg!327] spettacolo di quelle facce, rubiconde e gioconde come grandi pomi, rasserenava ogni animo. I motti e le risa nacquero spontaneamente; ed il non breve tempo dell'aspettazione parve quasi dilettevole.
Su 'l mezzodì la vettura prefettizia giunse in vista. Il popolo si dispose in semicerchio per chiuderle la via. Antonio Sorrentino arringò, non senza un certo sfoggio d'eloquenza fiorita. Li altri, fra le pause dell'arringa, chiedevano in vari modi giustizia contro li abusi, sollecitudine e validità di provvedimenti nuovi. Due grandi scheletri equini, ancora animati, scotevano di tratto in tratto le sonagliere, mostrando ai ribelli le gencive pallidicce, con una smorfia di derisione. E il delegato di polizia, simile non so a qual vecchio cantator di teatro che ancora portasse per divozione in torno al volto una finta barba di druido, moderava dall'altitudine del serpe l'ardor del tribuno, con cenni gravi della mano.
Come il perorante nella foga saliva a culmini di eloquenza troppo audaci, il Prefetto, sorgendo su 'l predellino, colse il momento per interrompere. Proferì una frase ambigua e timida che le grida del popolo copersero.
“A Pescara! A Pescara!”
La vettura camminò quasi sospinta dall'onda [pg!328] popolare ed entrò in città; e, poichè il Palazzo era chiuso, si fermò dinanzi alla Delegazione. Dieci nominati a voce dal popolo salirono insieme col Prefetto, per parlamentare. La turba occupò tutta la via. Impazienze qua e là scoppiavano.
La via era angusta. Le case riscaldate dal sole irraggiavano un tepor dilettoso; e non so qual lenta mollezza emanava dal cielo oltremarino, dall'erbe fluttuanti lungo le gronde, dalle rose delle finestre, dalle mura bianche, dalla fama stessa del luogo. Ha il luogo fama d'albergare le più belle popolane pescaresi: vive e di generazione in generazione nella contrada si va perpetuando una tradizion di beltà. La immensa casa decrepita di Don Fiore Ussorio è un vivaio di bimbi floridi e di fanciulle leggiadre; ed è tutta coperta di piccole logge che sono esuberanti di garofani e che si reggono su rozze mènsole scolpite di mascheroni procaci.
A poco a poco, le impazienze della folla si placavano. I parlari oziosi propagavansi da un capo all'altro; dall'uno all'altro bivio.
Domenico di Matteo, una specie di Rodomonte villereccio, motteggiava ad alta voce sull'asinità e l'avidità dei dottori che facevano morire li infermi per prendere dal Comune una maggior mercede. [pg!329] Egli narrava certe sue cure mirabili. Una volta egli aveva un gran dolore al petto ed era quasi prossimo all'agonia. Poichè il medico gli proibì di bere acqua, egli ardeva di sete. Una notte, mentre tutti dormivano, si levò piano piano, cercò a tentoni la conca, vi tuffò la testa e rimase lì a bevere come un giumento, fin che la conca non fu vuota. La mattina dopo egli era guarito. Un'altra volta egli ed un suo compare, avendo da lungo tempo la febbre terzana contro cui ogni virtù di chinino pareva inutile, decisero di fare una esperienza. Si trovavano su la riva del fiume, ed alla riva opposta una vigna solatía li allettava con i grappoli. Si spogliarono, si gittarono nelle fredde acque, tagliarono la corrente, toccarono l'altra riva, si saziarono d'uva; poi di nuovo attraversarono. La terzana disparve. Un'altra volta, essendo egli infermo di mal francioso ed avendo speso più di quindici ducati vanamente in opera di medici e di medicine, come vide la madre attendere al bucato, fu colto da un pensiero felice. Tracannò, l'un dopo l'altro, cinque bicchieri di lisciva; e si liberò.
Ma ai balconi, alle finestre, alle logge la bella tribù muliebre si affacciava tumultuariamente. Tutti li uomini dalla via levavano li occhi a quelle apparizioni e restavano con la faccia al sole per [pg!330] guardare; e tutti, poichè la consueta ora del pasto era già trascorsa, si sentivano la testa un poco vacua e nello stomaco un languore infinito. Brevi dialoghi dalla via alle finestre si intrecciavano. I giovini gittarono motti salaci alle belle. Le belle risposero con gesti schivi, con scuotere di capo; o si ritrassero, o forte risero. Le fresche risa di quelle bocche si sgranellavano come collane di cristallo, cadendo su li uomini che già il desio incominciava a pungere. Dalle mura il calore s'irradiava più largo e mescevasi al calor dei corpi agglomerati. I riverberi bianchissimi abbarbagliavano. Qualche cosa di snervante e di stupefacente discendeva su quella turba digiuna.
Apparve su una loggia, d'improvviso, la Ciccarina, la bella delle belle, la rosa delle rose, l'amorosa pèsca, colei che tutti han desiato. Per un moto unanime, li sguardi si volsero verso di lei. Ella, nel trionfo, stava semplicemente, sorridendo, come una dogaressa dinanzi al suo popolo. Il sole le illuminava la piena faccia di cui la carne è simile alla polpa di un frutto succulento. I capelli, di quel color castaneo di sotto a cui par trasparisca una fiamma d'oro aranciato, le invadevano la fronte, le tempia, il collo, mal frenati. Un nativo fáscino afrodisiaco le emanava da tutta la [pg!331] persona. Ed ella stava semplicemente, tra due gabbie di merli, sorridendo, non sentendosi offesa dalle brame che lucevano in tutti quelli occhi intenti a lei.
I merli fischiarono. I madrigali rustici batterono l'ali verso la loggia. La Ciccarina si ritrasse, sorridendo. La turba rimase nella via, quasi abbacinata dai riverberi, dalla vista di quella femmina, dalle prime vertigini della fame.
Allora uno dei parlamentari, affacciatosi a una finestra della Delegazione, disse con voce squillante:
“Cittadini, si deciderà la cosa fra tre ore!”
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[L'EROE.]
Già i grandi stendardi di san Gonselvo erano usciti su la piazza ed oscillavano nell'aria pesantemente. Li reggevano in pugno uomini di statura erculea, rossi in volto e con il collo gonfio di forza, che facevano giuochi.
Dopo la vittoria su i Radusani, la gente di Mascalico celebrava la festa di settembre con magnificenza nuova. Un meraviglioso ardore di religione teneva li animi. Tutto il paese sacrificava la recente ricchezza del fromento a gloria del patrono. Su le vie, da una finestra all'altra, le donne avevano tese le coperte nuziali. Li uomini avevano inghirlandato di verzura le porte e infiorato le soglie. Come soffiava il vento, per le vie era un ondeggiamento immenso e abbarbagliante di cui la turba s'inebriava.
Dalla chiesa la processione seguitava a svolgersi [pg!333] e ad allungarsi su la piazza. Dinanzi all'altare, dove san Pantaleone era caduto, otto uomini, i privilegiati, aspettavano il momento di sollevare la statua di san Gonselvo; e si chiamavano: Giovanni Curo, l'Ummálido, Mattalà, Vincenzio Guanno, Rocco di Céuzo, Benedetto Galante, Biagio di Clisci, Giovanni Senzapaura. Essi stavano in silenzio, compresi della dignità del loro ufficio, con la testa un po' confusa. Parevano assai forti; avevano l'occhio ardente dei fanatici; portavano alli orecchi, come le femmine, due cerchi d'oro. Di tanto in tanto si toccavano i bicipiti e i polsi, come per misurarne, la vigoria; o tra loro si sorridevano fuggevolmente.
La statua del patrono era enorme, di bronzo vuoto, nerastra, con la testa e con le mani d'argento, pesantissima.
Disse Mattalà:
“Avande!”
In torno, il popolo tumultuava per vedere. Le vetrate della chiesa romoreggiavano ad ogni colpo di vento. La navata s'empiva di fumo d'incenso e di belzuino. I suoni delli stromenti giungevano ora sì ora no. Una specie di esaltazione cieca prendeva li otto uomini, in mezzo a quella turbolenza religiosa. Essi tesero le braccia, pronti. [pg!334]
Disse Mattalà:
“Una!... Dua!... Trea!...”
Concordemente, li uomini fecero lo sforzo per sollevare la statua di su l'altare. Ma il peso era soverchiante: la statua barcollò a sinistra. Li uomini non avevan potuto ancora bene accomodare le mani in torno alla base per prendere. Si curvavano tentando di resistere. Biagio di Clisci e Giovanni Curo, meno abili, lasciarono andare. La statua piegò tutta da una parte, con violenza. L'Ummálido gittò un grido.
“Abbada! Abbada!” vociferavano in torno, vedendo pericolare il patrono. Dalla piazza veniva un frastuono grandissimo che copriva le voci.
L'Ummálido era caduto in ginocchio; e la sua mano destra era rimasta sotto il bronzo. Così, in ginocchio, egli teneva li occhi fissi alla mano che non poteva liberare, due occhi larghi, pieni di terrore e di dolore; ma non gridava più. Alcune gocce di sangue rigavano l'altare.
I compagni, tutt'insieme, fecero forza un'altra volta per sollevare il peso. L'operazione era difficile. L'Ummálido, nello spasimo, torceva la bocca. Le femmine spettatrici rabbrividivano.
Finalmente la statua fu sollevata; e l'Ummálido ritrasse la mano schiacciata e sanguinolenta che non aveva più forma. [pg!335]
“Va a la casa, mo! Va a la casa!” gli gridava la gente, sospingendolo verso la porta della chiesa.
Una femmina si tolse il grembiule e gliel'offerse per fasciatura. L'Ummálido rifiutò. Egli non parlava; guardava un gruppo d'uomini che gesticolavano in torno alla statua e contendevano.
“Tocca a me!”
“No, no! Tocca a me!”
“No! A me!”
Cicco Ponno, Mattia Scafarola e Tommaso di Clisci gareggiavano per sostituire nell'ottavo posto di portatore l'Ummálido.
Costui si avvicinò ai contendenti. Teneva la mano rotta lungo il fianco, e con l'altra mano si apriva il passo.
Disse semplicemente:
“Lu poste è lu mi'.”
E porse la spalla sinistra a sorreggere il patrono. Egli soffocava il dolore stringendo i denti, con una volontà feroce.
Mattalà gli chiese:
“Tu che vuo' fa'?”
Egli rispose:
“Quelle che vo' sante Gunzelve.”
E, insieme con li altri, si mise a camminare. [pg!336]
La gente lo guardava passare, stupefatta.
Di tanto in tanto, qualcuno, vedendo la ferita che dava sangue e diventava nericcia, gli chiedeva al passaggio:
“L'Ummá, che tieni?”
Egli non rispondeva. Andava innanzi gravemente, misurando il passo al ritmo delle musiche, con la mente un po' alterata, sotto le vaste coperte che sbattevano al vento, tra la calca che cresceva.
All'angolo d'una via cadde, tutt'a un tratto. Il santo si fermò un istante e barcollò, in mezzo a uno scompiglio momentaneo; poi si rimise in cammino. Mattia Scafarola subentrò nel posto vuoto. Due parenti raccolsero il tramortito e lo portarono nella casa più vicina.
Anna di Céuzo, ch'era una vecchia femmina esperta nel medicare le ferite, guardò il membro informe e sanguinante; e poi scosse la testa.
“Che ce pozze fa'?”
Ella non poteva far niente con l'arte sua.
L'Ummálido, che aveva ripreso li spiriti, non aprì bocca. Seduto, contemplava la sua ferita, tranquillamente. La mano pendeva, con le ossa stritolate, oramai perduta.
Due tre vecchi agricoltori vennero a vederla. [pg!337]
Ciascuno, con un gesto o con una parola, espresse lo stesso pensiero.
L'Ummálido chiese:
“Chi ha purtate lu Sante?”
Gli risposero:
“Mattia Scafarola.”
Di nuovo, chiese:
“Mo che si fa?”
Risposero:
“Lu vespre 'n múseche.”
Li agricoltori salutarono. Andarono al vespro. Un grande scampanio veniva dalla chiesa madre.
Uno dei parenti mise a canto al ferito un secchio d'acqua fredda, dicendo:
“Ogne tante mitte la mana a qua. Nu mo veniamo. Jame a sentì lu vespre.”
L'Ummálido rimase solo. Lo scampanio cresceva, mutando metro. La luce del giorno cominciava a diminuire. Un ulivo, investito dal vento, batteva i rami contro la finestra bassa.
L'Ummálido, seduto, si mise a bagnare la mano, a poco a poco. Come il sangue e i grumi cadevano, il guasto appariva maggiore.
L'Ummálido pensò:
— È tutt'inutile! È pirdute. Sante Gunzelve, a te le offre. — [pg!338]
Prese un coltello, e uscì. Le vie erano deserte. Tutti i devoti erano nella chiesa. Sopra le case correvano le nuvole violacee del tramonto di settembre, come figure d'animali.
Nella chiesa la moltitudine agglomerata cantava quasi in coro, al suono delli stromenti, per intervalli misurati. Un calore intenso emanava dai corpi umani e dai ceri accesi. La testa d'argento di san Gonselvo scintillava dall'alto come un faro.
L'Ummálido entrò. Fra la stupefazione di tutti, camminò sino all'altare.
Egli disse, con voce chiara, tenendo nella sinistra il coltello:
“Sante Gunzelve, a te le offre.”
E si mise a tagliare in torno al polso destro, pianamente, in cospetto del popolo che inorridiva. La mano informe si distaccava a poco a poco, tra il sangue. Penzolò un istante trattenuta dalli ultimi filamenti. Poi cadde nel bacino di rame che raccoglieva le elargizioni di pecunia, ai piedi del patrono.
L'Ummálido allora sollevò il moncherino sanguinoso; e ripetè, con voce chiara:
“Sante Gunzelve, a te le offre.” [pg!339]
[TURLENDANA EBRO.]
Quando egli bevve l'ultimo bicchiere, all'orologio del Comune stavano per iscoccare due ore dopo la mezzanotte.
Disse Biagio Quaglia, con la voce intorbidata dal vino, come i tocchi squillarono nel silenzio della luna chiarissimi:
“Mannaggia! Ce ne vulemo i'?”
Ciávola, quasi disteso sotto la panca, agitando di tratto in tratto le lunghe gambe corritrici, farneticava di cacce clandestine nelle bandite del marchese di Pescara, poichè il sapor selvatico della lepre gli risaliva su per la gola e il vento recava l'odor resinoso dei pini dalla boscaglia marittima.
Disse Biagio Quaglia, percotendo con i piedi il cacciatore biondo, e facendo atto di levarsi:
“'Jamo, Purié.”
E Ciávola con molto sforzo si rizzò dondolandosi, smilzo e lungo come un cane levriere. [pg!340]
“'Jamo; ca mo fanne lu passo,” rispose, levando la mano verso l'alto, quasi in atto di auspicio, poichè forse pensava a una qualche migrazione di uccelli.
Turlendana anche si mosse; e, vedendo dietro di sè la vinattiera Zarricante che aveva fresche le gote e acerbe le poma del petto, volle abbracciarla. Ma Zarricante gli sfuggì di tra le braccia, gridandogli una contumelia.
Su la porta, Turlendana chiese ai due amici un po' di compagnia e di sostegno per un tratto di cammino. Ma Biagio Quaglia e Ciávola, che facevano un bel paio, gli volsero le spalle sghignazzando e si allontanarono sotto la luna.
Allora Turlendana si fermò a guardare la luna che era tonda e rossa come una bolla pontificia. I luoghi in torno tacevano. Le case biancicavano in fila. Un gatto miagolava alla notte di maggio, su i gradini della porta.
L'uomo, avendo nell'ebrietà una singolare inclinazione alla tenerezza, tese la mano pianamente per accarezzare l'animale. Ma l'animale, essendo di natura forastico, diede un balzo e disparve.
Vedendo un cane errante avvicinarsi, l'uomo tentò di versare su quello la piena della sua benevolenza amorevole. Ma il cane passò oltre, senza [pg!341] rispondere al richiamo, e si mise in un canto del trivio a rosicare certe ossa. Il romore dei denti laboriosi udivasi distintamente nel silenzio.
Come dopo poco la porta della cantina si chiuse, Turlendana rimase solo nel gran plenilunio popolato di ombre e di nuvole in viaggio. E la sua mente rimase colpita da quel rapido allontanarsi di tutti li esseri circostanti. Tutti dunque fuggivano? Che aveva egli fatto perchè tutti fuggissero?
Cominciò a muovere i passi incertamente, verso il fiume. Il pensiero di quella fuga universale, a mano a mano ch'egli andava innanzi, gli occupava con maggiore profondità il cervello alterato dai fumi bacchici. Avendo incontrato altri due cani spersi, si fermò presso di loro quasi per esperimentare e li chiamò. Le due bestie ignobili seguitarono a strisciarsi lungo i muri, con la coda fra le gambe; e scantonarono. Poi, quando furono più lontani, si misero a latrare; e subitamente da tutti i punti del paese, dal Bagno, da Sant'Agostino, dall'Arsenale, dalla Pescheria, da tutti i luoghi luridi e oscuri i cani erranti accorsero, come a un suon di battaglia. E il coro ostile di quella tribù di zingari famelici saliva fino alla luna.
Turlendana stupefatto, mentre una specie d'inquietudine gli si svegliava nell'animo vagamente, [pg!342] riprese il cammino con passi più spediti, di tratto in tratto incespicando su le asperità del terreno. Quando giunse al canto dei bottari, dove le ampie botti di Zazzetta formavano cumuli biancastri simili a monumenti, egli sentì un interrotto respirar bestiale. E, poichè il pensiero fisso dell'ostilità delle bestie omai lo teneva, egli si accostò da quella parte, con una ostinazione di ebro, per esperimentare di nuovo.
Dentro una stalla bassa i tre vecchi cavalli di Michelangelo ansavano faticosamente su la mangiatoia. Erano bestie decrepite che avevano logorata la vita trascinando su per la strada di Chieti due volte al giorno la gran carcassa d'una diligenza piena di mercanti e di mercanzie. Sotto i loro peli bruni, qua e là rasati dalle bardature, le coste sporgevano come tante canne secche di una tettoia in rovina; le gambe anteriori piegate non avevano quasi più ginocchia; la schiena era dentata come una sega; e il collo spelato, dove a pena rimaneva qualche vestigio della criniera, si curvava verso terra così che talvolta le froge senza più soffio toccavano quasi le ugne consunte.
Un cancello di legno, malfermo, sbarrava la porta.
Turlendana cominciò a fare; — Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! — [pg!343]
I cavalli non si movevano; ma respiravano insieme, umanamente. E le forme dei loro corpi apparivano confuse nell'ombra turchiniccia; e il fetore dei loro aliti si mesceva al fetore dello strame.
— Ush, ush, ush! — seguitava Turlendana, in suono lamentevole, come quando spingeva Barbarà ad abbeverarsi.
I cavalli non si movevano.
— Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! —
Uno dei cavalli si volse e venne a mettere la grossa testa deforme su 'l cancello, guardando dalli occhi che rilucevano alla luna come ripieni d'una acqua torbida. Il labbro inferiore gli penzolava simile a un lembo di pelle flaccida, scoprendo la gengiva. Le froge ad ogni soffio ripalpitavano nel tenerume umidiccio del muso, e si schiudevano talvolta con la stessa mollezza d'una bolla d'aria in una massa di lievito che fermenta, e si richiudevano.
Alla vista di quella testa senile, l'ebro si risovvenne. Perchè dunque s'era empito di vino, egli così sobrio per consuetudine? Un momento, in mezzo all'ebrietà obliosa, la forma di Barbarà moribondo gli ricomparve dinanzi, la forma del camello che giaceva su 'l terreno e teneva su la [pg!344] paglia il lungo collo inerte e tossiva come un uomo e si agitava debolmente di tratto in tratto mentre ad ogni moto il ventre gonfio produceva il romore d'un barile a metà pieno d'acqua.
Una gran tenerezza pietosa lo invase; e l'agonia del camello, con quelle scosse improvvise e quelli strani singhiozzi rauchi che facevano sussultare e vibrare sonoramente tutto l'enorme carcame semivivo, e con quelli sforzi affannosi del collo che si sollevava un istante per ricadere su la paglia dando un romor sordo e grave mentre le gambe si movevano quasi in atto di correre, e con quel tremore continuo delli orecchi e quell'immobilità del globo dell'occhio che pareva già spento prima d'ogni altra parte sensibile, l'agonia del camello gli ritornò nella memoria lucidamente in tutta la sua miseria umana. Ed egli, appoggiato al cancello, per un moto macchinale della bocca seguitava a fare verso il cavallo di Michelangelo:
— Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! —
Con la persistenza inconscia delli ebri, con una ebetudine crescente, seguitava, seguitava; ed era una lamentazione monotona, accorante, quasi lugubre come il canto delli uccelli notturni.
— Ush, ush, ush! —
Allora Michelangelo, che dal suo letto udiva, [pg!345] d'improvviso si affacciò alla finestra soprastante; e in furia si diede a caricar di contumelie e di imprecazioni il disturbatore.
“Fijie di.... vatt'a jettà a la Piscare! Vatténne da ecche! Vatténne, ca mo pijie na varre. Fijie di.... a turmendà li cristiani vuo' venì? 'Mbriache 'vrette! Vatténne!”
Turlendana si rimise a camminare, verso il fiume, barcollando. Al trivio dei fruttaiuoli una torma di cani stava in conciliabolo amoroso. Come l'uomo si appressò, la torma si disperse correndo verso il Bagno. Dal vicolo di Gesidio un'altra torma sbucò e prese la via dei Bastioni. Tutto il paese di Pescara, nel dolce plenilunio primaverile, era pieno di amori e di combattimenti canini. Il mastino di Madrigale, incatenato a guardia d'un bove ucciso, di tratto in tratto faceva sentire la sua voce profonda che dominava tutte le altre voci. Di tratto in tratto, qualche cane sbandato passava di gran corsa, solo, dirigendosi al luogo della mischia. Nelle case, i cani prigionieri ululavano.
Ora, un turbamento più strano prendeva il cervello dell'ebro. Dinanzi a lui, dietro a lui, in torno a lui, la fuga imaginaria delle cose ricominciava più rapida. Egli si avanzava, e tutte le [pg!346] cose si allontanavano: le nuvole, li alberi, le pietre, le rive del fiume, le antenne delle barche, le case. Questa specie di repulsione e di reprobazione universale lo empì di terrore. Si fermò. Un gorgoglio prolungato gli moveva le viscere. Subito, nella mente scomposta, gli balenò un pensiero. — Il lepre! Anche il lepre di Ciávola non voleva più restare con lui! — Il terrore gli crebbe; un tremito gli prese le gambe e le braccia. Ma, incalzato, discese fra i salici teneri e le alte erbe su la riva.
La luna piena, radiante, spandeva per tutto il cielo una dolce serenità nivale. Li alberi s'inclinavano in attitudini pacifiche alla contemplazione delle acque fuggitive. Quasi un respiro lento e solenne emanava dal sonno del fiume sotto la luna. Le rane cantavano.
Turlendana stava quasi nascosto tra le piante. Le mani gli tremavano su i ginocchi. D'improvviso, egli sentì sotto di sè muoversi qualche cosa di vivo: una rana! Gittò un grido, si levò, si diede a correre traballando, per mezzo ai salici, in una corsa grottesca ed orrida. Pel disordine de' suoi spiriti, egli era atterrito come da un fatto soprannaturale.
A un avvallamento del terreno cadde, bocconi, [pg!347] con la faccia su l'erba. Si rialzò a gran fatica, e stette un momento a riguardare in torno li alberi.
Le forme argentee dei pioppi sorgevano immobili nell'aria, taciturne; e parevano inalzarsi fino alla luna, per un prolungamento chimerico delle loro cime. Le rive del fiume si dileguavano indefinite, quasi immateriali, come le imagini dei paesi nei sogni. Su la parte destra li estuari risplendevano d'una bianchezza abbagliante, d'una bianchezza salina, su cui ad intervalli le ombre gittate dalle nuvole migratrici passavano mollemente come veli azzurri. Più lungi, la selva chiudeva l'orizzonte. Il profumo della selva e il profumo del mare si mescolavano.
“Oh Turlendana! ooooh!” gridò una voce, chiarissima.
Turlendana, stupefatto, si volse.
“Oh Turlendanaaaaa!”
E Binchi-Banche apparve, in compagnia di un finanziere, su 'l principio di un sentiero praticato dai marinai tra il folto dei salci.
“Addó vai a 'st'ora? A piagne lu camelo?” chiese Binchi-Banche avvicinandosi.
Turlendana non rispose subito. Si reggeva con le mani le brache, teneva le ginocchia un po' piegate innanzi; e nella faccia aveva una così strana [pg!348] espression di stupidezza e balbettava così miserevolmente che Binchi-Banche e il finanziere scoppiarono in grasse risa.
“Va, va,” disse l'omiciattolo grinzoso, prendendo l'ebro per le spalle e incamminandolo verso la marina.
Turlendana andò innanzi. Binchi-Banche ed il finanziere seguitavano a distanza, ridendo e parlando a voce bassa.
Ora la verdura terminava e incominciavano le sabbie. Si udiva mormorare la maretta alla foce della Pescara.
In una specie di bassura arenosa, tra due dune, Turlendana sì incontrò con la carogna di Barbarà non ancora sepolta. Il gran corpo, tutto spellato, era sanguinolento; le masse adipose della schiena anche erano scoperte ed apparivano d'un colore giallognolo; su le gambe e su le cosce la pelle rimaneva con tutti i peli e i dischi callosi; nella bocca si vedevano i due denti enormi, angolosi, ricurvi della mandibola superiore e la lingua bianchiccia; il labbro di sotto era, chi sa perchè, reciso; e il collo somigliava ad un tronco di serpente.
Turlendana, in conspetto di quello strazio, si mise a gridare scotendo la testa. Faceva un verso singolare, che non pareva umano. [pg!349]
— Ahò! Ahò! Ahò! —
Poi, volendo chinarsi su 'l camello, stramazzò; si agitò invano per rialzarsi; e, vinto dal torpore del vino, rimase senza conoscenza.
Binchi-Banche e il finanziere, come lo videro cadere, sopraggiunsero. Lo presero, l'uno da capo e l'altro da piedi; lo sollevarono, e lo adagiarono lungo su 'l corpo di Barbarà, atteggiandolo a un abbracciamento d'amore. Sghignazzavano i due operando.
E così Turlendana giacque co 'l camello, sino all'aurora. [pg!350]
[SAN LÀIMO NAVIGATORE.]
In un giorno di sole un pescatore discese alla riva del mare con le nasse; e camminò così verso austro, a piedi nudi, su l'arena ove il fiore salino qua e là biancheggiava simile a un cristallo puro e raggiante. Il silenzio era grande nell'ora, e le acque a pena fluttuavano. Come l'uomo giunse al punto in cui un ramo di fiume metteva foce nel mare, si fermò per succingersi, poichè l'alveo qua e là scoperto rendeva facile il guado. Un altro ramo affluiva più lungi; e il paradiso del delta, pingue d'alluvioni, in mezzo prosperava di piante e di animali.
Volarono sopra il capo del guadante molti uccelli ordinati in triangolo, giocondi al cantare, e discesero tra li alberi. Onde l'uomo, allettato da quella melodiosa delizia di richiami, sostò su l'altra sponda; e piacevolmente poi andò premendo la freschezza [pg!351] dell'erbe con le calcagna use alla sabbia torrida, mentre le sue pupille fastidite dal candor salino si riposavano nel verde.
Una dolce deità di pace ora felicitava la selva: da un albero all'altro saglienti si comunicavano i cantici, s'aprivano a piè dei tronchi famiglie di fiori versando aromi, e in alto tra li intervalli stellanti delle fronde fioriva anche il cielo. Tutte le creature in quel rifugio esercitavano liberalmente la vita. Il suono de' passi tranquilli su i muschi meravigliava nell'animo l'uomo; il quale così procedendo per mezzo a quella mansuetudine di amori si sentiva come da una pia unzione di balsamo lenire la fatica delle membra e purificare.
Ma quando giunse egli al centro della selva; un miracolo gli si offerse alli occhi. Giaceva su la natural cuna dell'erbe un infante e sorrideva, teneramente luminoso, in una forma tra di essere umano candidissima e di fiore. Le carni si piegavano in anella rosee ai polsi, ai malleoli, alla nuca; e i piedi terminavano in quelle vaghe arborescenze di cui li antichi artefici ornarono le statue di Dafne cangiata in lauro. Li arbusti aromatici facevano in torno al nato una musica d'orezzo, soave come il murmure delle prime api nella stagione del miele.
Il pescatore, attonito, ristette. D'improvviso un [pg!352] vecchio con lunghe trecce di barba su 'l petto, con su 'l capo una mitra d'oro, simile in vista a un patriarca, sorse dalla terra.
“Raccogli il fanciullo, e recalo al tuo signore. Tu vivrai lungamente in letizia, e i pesci riempiranno le tue reti.”
Disse il vecchio; e subito sparve come un'ombra nel sole.
Il buon pescatore si guardò in torno, stupefatto. Li alberi stormivano, e un branco di caprioli passava tra i frútici.
Egli riempì d'erbe uno de' suoi cesti, e sopra vi adagiò l'infante. Rifece il cammino, a traverso la selva, portando su la testa il peso. E poichè al moto dei passi la culla di vimini ondeggiava, l'infante si addormentò placidamente, lungo la riva del mare.
————
Ora viveva nel suo gran palagio il signore delle terre marittime, su 'l declivio di un colle. Egli era benigno co' i sudditi, come un padre co' i figliuoli; prossimo al limitare della vecchiezza, egli era pacifico e saggio nel timore di Dio.
Vasti pomari, pieni di tutti li alberi fruttiferi e odoriferi, prosperavano dietro il palagio; mule e cavalli nobili oziavano dinanzi alle greppie cariche [pg!353] di fieni e di biade; l'olio empiva i pozzi nei sotterranei; tanta era la copia del fromento che immensi granai stavano sempre aperti al piacere di ognuno, liberal cibo anche alli uccelli del cielo, e tanta era la copia delle uve che in autunno, nella natività del vino, lunghe file di bestie da soma partivano a traverso i dominii, recando la divizia del liquore letificante.
Nell'interno i cortili marmorei, come li atrii di un re, erano giocondi d'acque vive, di aranci, di statue, di paggi e di cani. Corami preziosi incisi di chimere e di draghi, incrostature di agate e di diaspri, avori di liofanti e di liocorni ricoprivano le pareti delle stanze; le suppellettili materiate di legni, di metalli e di tessuti rari si riflettevano, come in lucidi specchi, ne' pavimenti di musaico polito. Grandi logge sorrette da ordini di colonne in pietra numidica, coperte da tappeti di fiori e da cortinaggi di foglie, si prolungavano in fuga giù pe 'l declivio sino al limite della rada frequente di pesci. Sotto una delle logge erano le mude, governate da buoni maestri: ogni anno Candiotti, Sarmati e Sassoni le provvedevano di cinquecento girifalchi, e poi d'astori bianchi d'Africa, di sagri tartari, di pellegrini d'Irlanda, di tunisenghi germanici, di lanieri provenzani in grande abbondanza. [pg!354] Nel lato di settentrione spaziava il parco ricchissimo di selvaggina, ove tra li altri animali prolificavano diecimila cervi e sessantamila fagiani.
Uomini esperti in opera di canto e di stromenti armonici dilettavano l'animo del signore e della sua donna, serenavano le veglie, suscitavano gioia nei conviti. Un unguentario componeva profumi. Un monaco, che tra una gente d'Arabia aveva appreso ad usare le virtù dell'erbe, coltivava i semplici, e nei vegetali indigeni in vano cercava da tempo un succo che rompesse la sterilità della matrice.
La donna del signore, infeconda, traeva i giorni assorta in una nativa mestizia. I suoi occhi splendevano come puro elettro. Sotto la tunica si designavano le forme verginali giovenilmente. E quando ella saliva i gradini di porfiro, levata le mani verso l'altare, i capelli disciolti le inondavano la figura estatica, e le davano un'apparenza di deità.
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Giunse al palagio l'infante, come un dono celeste. E per tutte le terre si sparse la novella; e tutte le genti soggette accorrevano.
Allora il sire magnifico bandì una luminaria conviviale. In segno di felicità, corsero giù per il colle fiumi di vino biondi e vermigli; si vuotarono vasi di miele fragrante di timo; si assaporarono frutta [pg!355] grosse come una testa d'uomo; mille giovenchi furono colpiti in un giorno, e fumigarono su le brage; furono sgozzati settecento porci enormi come rinoceronti ma di carni più tenere che la coscia d'un agnello; cacciagioni e pescagioni furono prodigate su vastissimi piatti d'oro, e dal ventre dei volatili e dei pesci uscirono gemme, anelli, gioielli, monete insieme con l'uva di Corinto, co' i pistacchi d'Italia, con le noci, con le olive. Su 'l golfo arsero fuochi di legni odoriferi, e faci illuminanti per gran tratto il mare, così che galee veneziane e saettie di corsali barbareschi da lungi videro il rossore, e novellarono dell'incendio di una città favolosa. Il vapore delle gomme balsamiche salì al cielo in nembi; cantici di religione sonarono nell'aria, più dolci di ogni aroma; e tutte le fronti si cinsero di corone.
————
L'infante si chiamò Làimo. Adagiato in una cuna mirabile, fatta di una conchiglia rara che due tritoni sorreggevano, egli volgeva in torno li occhi aventi nel riso l'umido splendore argenteo della polpa d'un fiore. Vennero le nutrici, femmine plebee dal seno opimo, vermiglie di salute; ed egli ritrasse dal loro latte la bocca. Soltanto una cerva fulva lo nutricò. Questa mammifera mansueta restava a [pg!356] lungo presso il fanciullo, coricata a piè della cuna; si cibava di fogliami teneri, di funghi, di fromento, e beveva in un vaso di murra linfe pure. Al suo bramito tremulo e dolce, una gioia di movimenti vivaci animava le membra del poppante, e il piccolo anello delle labbra si schiudeva spontaneamente nel riso.
Con una prodigiosa rapidità ascese Làimo dall'infanzia alla puerizia. Egli ebbe la testa di un dioscuro tutta nera di ricci simili a grappoli di giacinti. Nel suo corpo rifulse la bellezza di un giovane Bacco, l'armonioso componimento di una statua fidiaca. Il torso era una viva opera di cesello, poichè le coste si palesavano sotto la forma nascente del torace; il gioco dei bicipiti nelle braccia perfette come quelle dell'Antinoo incideva su le spalle talune lievi cavità mobilissime; le reni si insertavano ai lombi con un'inflessione serpentina di gimnaste; le musculature delle gambe avevano la lunghezza agile di disegno d'un efebo ateniese; ai malleoli si collegavano piedi schietti e nervosi di atleta corridore, terminanti in dita simili a un gruppo di radici tenui; tutta la persona gioiva nell'equilibrio della grazia e della forza, con mollezze di cera ricoprenti fieri congegni di acciaio.
Così l'effigiò, in una lega di metalli nobili, un artefice del quale ignoriamo la patria e il nome. [pg!357]
Làimo non amò cavalli, nè falchi, nè cani. Egli fu esperto nel trar d'arco più che un saettatore parto; e pure giammai freccia d'argento della sua faretra ferì tra li alberi una preda. Ma i grandi combattimenti epici delli squali nel golfo, al tempo delli amori, l'attraevano. E come gli giungeva pe 'l silenzio meridiano il fragore, egli balzava di gioia; e, preso l'arco, pianamente, non visto da alcuno, scendeva giù per una corda di palmizio nel parco e attraversava la selva fino al promontorio.
Due querci, simili a monumenti titanici dell'epoca favolosa, componevano una porta di trionfo alta duecento piedi. Il sole illustrava di candori argentei le scorze centenarie; e di là dalla porta i laberinti della foresta si inabissavano nell'ombra.
Il fanciullo su 'l limitare sostava, rapito nella grandezza e nella dolcezza della solitudine. Poi, come il fragore lontano lo riscoteva, egli, con una agilità di veltro dietro un branco di lepri, insinuavasi tra fusto e fusto, strisciava tra le erbe altissime, saliva scalee fatte di radici, saltava ostacoli di arbusti, piegava sotto i rami pesanti. Il fragore del combattimento si faceva a mano a mano più vicino e più terribile. D'un tratto il mare chiuso [pg!358] in un vasto anfiteatro di granito appariva splendidissimo, e su le acque più di tremila squali battagliavano.
Era un magnifico spettacolo. Dall'alto del promontorio il fanciullo seguiva con l'occhio tutte le vicende della strage illustrata pienamente dalla luce solare.
I pesci, enormi chimere d'acqua salsa, violacei e verdi nel dorso, biancastri nel ventre, armati di scudi ossei e d'un gran dente di narvalo, formavano cumuli mobilissimi emergenti crollanti risollevantisi con una rapidità indescrivibile. Il balenío delle lunghe spade d'avorio, il luccichío dei corpi oleosi, li sprazzi d'iride nelle scaglie delle code, lo spumeggiamento immenso dell'acque, tutto quel cieco furore di ferite, quell'odore acuto di grasso e di sangue eccitavano il fanciullo.
I cadaveri, galleggianti co 'l ventre riverso dentro cui l'avversario avea lasciato l'arma, erano sbattuti dall'onda contro le pareti di granito. Squali, con la mascella rotta e priva del dente, uscivano dal folto della zuffa e dibattendosi nelle scosse ultime della morte cangiavano i colori. Frammenti d'avorio nel cozzo erano lanciati a grandi altezze per l'aria. Avvenivano talvolta meravigliosi intrecciamenti su la vetta dei cumuli. Talvolta [pg!359] coppie di combattenti si distaccavano dalla falange e venivano a tenzone singolare, operando prodigi di ferocia. Larghe chiazze sanguigne si dilatavano in torno, dissipate poi dai colpi delle pinne e delle code; e il numero delli uccisi, crescendo rapidamente, avanzava quello dei superstiti.
Allora Làimo, dinanzi alla enormità dell'eccidio, invaso da un fiero impeto tendeva l'arco e cominciava a saettare. Le frecce acutissime penetravano sino alla cocca nelle carni molli e un istante vi oscillavano. Ma, poichè li squali non curando le nuove ferite persistevano nell'accanimento dell'ira, in breve tempo lo sterminio era completo. La sollevazione delle acque placandosi, le schiume si dissolvevano: la tenacità della vita in quei corpi aveva ancora qualche battito supremo di coda e di pinne, qualche debole sussulto nella fessura delle branchie. Poi, dall'ondeggiar supino di tutti i cadaveri si levava un intenso folgorío di squame, e per li scoscendimenti dell'anfiteatro lunghi colli nudi d'avoltori si tendevano su 'l pasto.
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Così in Làimo li spiriti pugnaci si destarono; e un desiderio di avventure per le terre d'oltremare a lui crebbe nell'animo. Egli passava lunghe [pg!360] ore guardando la marea salire o le vele fuggire in distanza nella luminosità delle grandi acque.
Talvolta seduto ai piedi della signora, in fondo a una loggia, seguiva sopra uno stromento di tre corde le canzoni dei marinari. Molte catene di fiori pendevano giù per li intercolonnii: e dinanzi, nel golfo calmo e tiepido, le testuggini marine dormivano su 'l fiore dell'acqua dando al sole i larghi scudi raggianti come un'ambra pura.
Làimo, d'un tratto, gittava da sè lo strumento e scoppiava in lacrime, perchè avea visto apparire la prora di una galea nel lontano.
Il sire e la sua donna, ignorando la causa di tanta tristezza, per letiziarlo chiamarono alla corte i più famosi buffoni e danzatori della cristianità; bandirono per lui conviti ove i più rari cibi si mangiarono tra suoni d'arpe e cori di fanciulle; gli donarono cavalli coperti di bardature gemmanti e ricchissime armi cesellate da orefici di gran nome; aprirono nel parco una caccia in cui durante tre giorni mille cervi furono uccisi e dugento capri e novanta cinghiali.
Poi, quando Làimo alfine chiese un naviglio, il sire adunò artefici navali d'ogni patria, li provvide di legno di cedro, di lino d'Egitto e di metalli. L'opera fu compiuta in dieci mesi. [pg!361]
Era una galea con cinque ordini di remi. L'antenna maggiore, più diritta e più inflessibile che un pino del monte Ida, cerchiata di argento, coronata d'un gran gallo fiammeggiante come un faro, portava una gran vela quadrata e due vele triangolari. Su la prua, dipinta ad encausto, il corpo magnifico di una nereide torcendosi a seconda della curvatura attingeva con i piedi la carena e in un gesto atteggiato di grazia tendeva all'alto le mani. Su per il bordo stavano scolpiti agili putti bacchici che tutti insieme facevano componimento di una danza. Il cedro immarcescibile risplendeva ovunque tra li intarsi d'avorio e di sandalo; tende di tessuti asiatici ondeggiavano su 'l ponte ombrando letti di piume; e tutta la galea aveva apparenza di un naviglio su cui qualche bel re felice volesse goder l'amore delle sue spose.
Allora trassero molte genti dalle terre circonvicine, pe 'l giorno della prova; e Làimo era in vista luminoso di letizia, e il sire e la sua donna gioivano.
Quando a forza di braccia la galea fu sospinta nel mare, un grido immenso di meraviglia eruppe dalla folla suscitando per tutto il golfo li echi. Il mattino splendeva come in una conca di cristallo e i fondi del mare trasparivano. [pg!362]
Làimo dopo i teneri commiati salì su 'l ponte. Cinquanta remigatori ignudi, stropicciati d'olio di oliva e di polvere gialla, tutti vivi di muscoli, stretti d'una corda la testa a fin che nello sforzo le vene della fronte non scoppiassero, si curvarono su' loro banchi; e la nave guizzò. Le genti dalla riva e dai paliscalmi salutavano. Ma un subito presentimento di sventura corse nell'animo del sire e della sua donna, tra il lungo clamore delle salutazioni.
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La galea conquistava le lontananze, con una crescente celerità di remeggio, inseguita dalle torme dei delfini. Era il mare in calma; e i marinari, come sogliono per alloggiamento della lor fatica, a voce pari con la battuta dei remi cantavano. E Làimo, poichè si sentì ventar su 'l volto l'amarezza della salsuggine e ridere nell'animo a quei canti una forte gioia d'imprese, non lentò d'incitar con le voci e col gesto i remigatori. Egli dominava eretto su la sommità della prua: sotto di lui le schiene servili s'incurvavano come archi, i bicipiti delle cento braccia nel guizzo enorme parevano rompere la cute, le fronti si enfiavano di vene violacee, tutte le membra stillavano.
Si mise il vento; fu spiegata la vela quadra [pg!363] che un istante palpitò malsicura: li uomini, rotti dalla fatica, si accasciarono sotto i banchi all'ombra. E il pilota, ch'era un erculeo vecchio della terra di Natolia, chiomato come un barbaro, scorse tre fuste di corsali appressarsi dalla parte di levante, e disse, piegando i ginocchi davanti al fanciullo:
“Volgiamo il timone al ritorno, mio signore.”
Làimo non udì il consiglio. I triangoli di lino di Egitto furono liberati; la galea fece impeto. E come dalla parte di levante le tre fuste venivano in contro a gran forza di remi e si vedevano già fuor de' bordi le bieche figure dei corsali, un subito terrore invase la ciurma. Làimo, cinto da pochi valenti, su l'alto della prua, atteggiato d'ira aspettava che le fuste giungessero a un trar d'arco. Il fischio della prima freccia mise un gran moto di scompiglio tra i predatori: un d'essi precipitò nell'acqua, colpito a mezzo della fronte. Altri, nell'urto dell'investimento, precipitarono.
Allora avvenne una breve zuffa. I corsali di Cifalonia vestivano cotte di maglia, erano agili come gatti pardi, e gittavano urli rauchi vibrando i colpi. Molti caddero per opera di Làimo, prima che le loro mani toccassero la galea; molti si abbrancarono alle corde e conquistarono a palmo a palmo [pg!364] il ponte. Qual vilissimo bestiame, la ciurma dei servi dinanzi a quell'irrompere fuggiva o si prostrava, con gemiti. Così che Làimo, sopraffatto dal numero, senza più arme nel pugno, fu preso e vincolato.
Stettero i corsali lungamente poi a riguardarlo, attoniti in vista; e, sgombrando i cadaveri, di lui sommessi favellavano nel loro idioma.
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In breve tempo l'eroe soggiogò li animi di quella gente predace. Un giorno nelle acque di Brandizio egli, salito d'un balzo su una cocca di Genovesi e separato per un colpo di mare dal legno corsaresco, si tenne saldo su 'l ponte nemico combattendo solo contro quaranta armati, uccidendone buon numero in fascio con prodigiose ferite, tenendo in distanza i rimanenti fin che non giunse il soccorso a compir la vittoria. Dopo quella gran prova, le ciurme di Cifalonia con furiose acclamazioni lo elessero duce, e tutta la notte al lume del fuoco greco banchettarono su la nave conquistata e bevvero vino di Cipro tra molti canti bacchici.
Rapidamente la fortuna di Làimo crebbe e fiorì. Tutti i corsali del Mediterraneo e del Mar Nero, attratti dalla sua fama, vennero a ingrossare la flotta. Egli divenne su i mari più potente dei re [pg!365] e delle repubbliche. Una terribile avidità di conflitti e di pericoli lo animava: per iattanza appiccò il fuoco alle galeazze del re di Spagna cariche d'oro e andò a gittar le sue frecce in Malamocco. Le ciurme gli obbedivano con impeti ciechi: per seguire il suo grido passavano a traverso gli incendi, si slanciavano contro selve di picche, si attaccavano con le mascelle ai parapetti delle galee, assaltavano mura sotto flutti d'olio bollente. Egli saccheggiò le isole dell'Arcipelago: predò mandre di bovi e di cavalli, camelli, tessuti, vini, fromenti, tesori di gemme e di metalli; nulla tenendo per sè, tutto prodigando ai seguaci.
Una volta inseguì una nave carica di trecento fanciulle tra le più belle della Grecia e della Georgia, comprate ed educate pe 'l Califfo da un mercante di Bagdad; la raggiunse nelle acque di Scio, e la predò. Poi, nella sera, dinanzi a un promontorio coperto di pini, egli bandì per la sua flotta un convivio. La selva di pini incendiata illuminò e profumò di resina la festa; i corsali, che nelle continue fazioni avevano sofferto castità, fecero allora una furibonda orgia di amore. I bellissimi corpi delle fanciulle passarono di braccia in braccia, tra le risa roche e le diverse favelle, versando il piacere; si bevve il vino dalle stesse bocche delli otri, [pg!366] si bevve nel concavo delli scudi e nei caschi di rame; scoppiarono tra la gioia molte contese mortali; l'alba vide le ultime insanie. E all'alba la nave del mercatante, poichè fu novamente carica delle trecento femmine, portò la non più vergine merce al Califfo di Bagdad.
Un'altra volta Làimo liberò una regina chiusa in una torre a cui le nubi cingevano la sommità. Tenne l'assedio per tre giorni e per tre notti, combattendo Saracini giganteschi armati di scimitarre lunate. Molti legni gli s'infransero contro le scogliere e molti uomini perirono prima che le porte di bronzo cedessero. Egli appiccò quei cani d'infedeli ai merli della torre e ricondusse la bella nel regno, in una città che aveva case con tetti d'oro e templi marmorei levantisi in alto come scale di fiori.
Grandi festeggiamenti furono dati in gloria dell'armata liberatrice e banchetti in cui quei truci corsali mangiarono sotto rami di mirto e di lauro, bevvero in crateri coronati di rose, si asciugarono le mani in chiome di schiave asiatiche, si distesero su tappeti magnifici a piè di fontane che li deliziarono di una pioggia d'acque miste d'aromi. La regina, presa d'amore, allettò Làimo con una lenta mollezza di blandizie: era tutta luminosa ed [pg!367] odorosa naturalmente, le narici rosee le palpitavano ad ogni minimo desío, la bocca le fioriva di porpora, e i capelli le cadevano giù per il collo simili a grappoli d'uve mature.
Ella provò tutti li incanti su 'l forte animo dell'eroe per trattenerlo: cieca, una notte gli offerse la gioia delle sue membra e all'alba rimase ebra tra i guanciali, con la testa pendula fuori della sponda, con li occhi spenti, le braccia morte. Ma poi, quando file di dromedari e di camelli con i lunghi colli carichi di musici e di danzatrici portando doni discesero dalla reggia al mare, le navi dell'eroe già dirigevano la prora per altri lidi.
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Così Làimo divenne grande e famoso; e fu celebrato nei canti dei poeti per le corti e nelle leggende dei marinari. Una repubblica d'Italia gli inviò messaggi offrendogli il supremo imperio della flotta col governo di due province. Il Cristianissimo di Francia fece segrete pratiche per assoldarlo, promettendogli alti uffici ed onori. I Selgiucidi gli spedirono ambasciatori recanti su una picca tre code di cavallo e gli offerirono la sultanía di Rum, da Laodicea di Siria al Bosforo di Tracia e dalle fonti dell'Eufrate all'Arcipelago.
Egli oppose superbi rifiuti; andò in cerca di nuove [pg!368] terre, di nuovi pericoli, di nuovi conflitti. Navigò per mari tutti coperti di fuchi natanti, dove i remi s'impigliavano come in masse di gramigne tenaci. Traversò immensi spazi dove l'aria e l'acqua tacevano in una immobilità di sonno, in un calore umido e luminoso per mezzo a cui torme di uccelli ignoti passavano simili a meteore. Incontrò scogli deserti, lieti di piante vergini, cinti d'una candida corona di corallo. Approdò a una terra abitata da uomini scarni, co 'l ventre prominente, che si coprivano di fango per difendersi dalle punture delli insetti, si tingevano di cinabro i capelli, parlavano una lingua dolce e sonora, e nulla amavano più del ballo e delle canzoni. Vide paesi di cui li uomini, tutti dipinti co 'l frutto del genipo, ornati le labbra e li orecchi d'enormi dischi di legno, agilissimi, ferivano nell'acqua a colpi di frecce i pesci addormentati prima da succhi di radici velenose. Vide isolette piene di una gente infetta d'elefanzía, infingarda, che passava la vita fumando l'oppio, nutrendosi di riso, e prendendo diletto ai combattimenti dei galli e d'altri animali. Risalì correnti di fiumi dove scimmie innumerevoli tra le pacifiche forme delli ippopotami e delli elefanti schiamazzavano.
Tutti li indigeni dinanzi a lui si prostrarono, offerendo in dono canne di bambù colme d'olio di [pg!369] cocco, frutti dell'albero del pane, legno di sandalo, ambra grigia, ignami, cera, banane e canne di zucchero. Alcuni portavano alli orecchi bastoni dipinti, su la pelle avevano incise molte figure di uccelli, e tenevano in mano archi lunghi dodici piedi e scudi di cuoio di bufalo. Altri erano cinti d'un perizoma di scorza, avevano la bocca e i denti neri come l'ebano per l'uso delli aromi, i capelli intrecciati di piume, e percotevano stromenti composti di sei vasi di rame gradanti entro un legno concavo.
Ora, essendo Làimo nelle acque di una terra selvosa, i naturali in gran numero gli vennero in contro sui paliscalmi con suoni e con cantici per offerirgli i doni che si offrono agli dèi e per adorarlo. Vigeva in quella terra la profezia di un antico nume: “Io tornerò un giorno sopra un'isola galleggiante che porterà cocchi, porci e cani.”
Quando Làimo ebbe attinto il lido, il re tra i figli si avanzò verso di lui, gli gittò su le spalle il manto, gli porse un elmo di piume, un ventaglio, e innanzi gli depose pezzi d'oro, diamanti e perle. Tutto il popolo mise alte grida; femmine quasi ignude, dipinte d'ocra vermiglia, recarono piccoli porci, noci e banane. Poi i grandi sacerdoti lentamente uscirono dal folto delli alberi, portando i [pg!370] loro idoli coperti di drappi rossi. Erano questi idoli una sorta di statue di vimini, enormi, con occhi composti da gusci di noce neri, attorniati di madreperle, con mascelle irte di molti denti di cane in due ordini. Mentre le forme orride e nuove ondeggiavano nell'aria tra li inni della religione, una turba di danzatrici irruppe in torno all'eroe, e danzò rapidamente al suono di un flauto, lungo cinque piedi, che cinque uomini insieme sonavano.
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Làimo traversò tutta l'isola, in trionfo, come fosse un bel dio, tornante fra i suoi popoli. I re si inchinarono al passaggio, i sacerdoti prostrarono la fronte nella polvere; il seguito delli elefanti e dei cavalli carichi di doni si accrebbe a mano a mano lungo la via, divenne innumerabile, occupò la distesa di centosettanta miglia. Era la dovizia delle terre in torno meravigliosa: le foreste si erigevano ad eccelse altitudini, le urne dei fiori potevano in sè nascondere il corpo di un uomo, i profumi avevano la dolce forza letificante del vino e i colori la vivezza del fuoco.
Su 'l limite di una boscaglia fluviatile le tigri balzando dalle erbe si gittarono al ventre dei cavalieri. Làimo, fulmineo, tese l'arco e con tal rapidità le trafisse che quelle caddero prima d'aver [pg!371] raggiunta la preda, giacquero sulla schiena dibattendosi. Un subito grido di gioia e di stupore corse per le genti; e tutte lungo il cammino, cantando nel loro idioma, ripetevano una parola: — Mahadewa! Mahadewa! —
Come il trionfo giunse alle rive del gran fiume, ove mille templi facevano un immenso adunamento di colonne e di statue, al novello dio i sacerdoti mostrarono una scala di porfido sagliente per una reggia, costruita di mattoni e di calce.
Era un edifizio quadrangolare, composto di tre piani con intervalli adorni di rilievi di pietra. I terrazzi, aventi una lunghezza di centocinquanta piedi, sostenuti da ventidue pilastri, portavano sculture di corpi umani, di tigri, di elefanti e di buoi. Ad ogni lato dell'edifizio stava confitta nel suolo una larga pietra in forma di testuggine: e alla sommità, in torno a un serbatoio di acque, si torcevano quattro tubi di bronzo in forma di serpi. Scale di porfido si slanciavano rapide a riunire le moli, discendevano, salivano, tra mille proboscidi zampillanti; le sale ricevevano il giorno dall'oro delle pareti; i giardini avevano fiori vermigli, larghi in giro più di otto piedi, che pesavano quindici libbre, e frutti di cui la polpa succulenta poteva far sazi tre schiavi. [pg!372]
Làimo visse colà, in riposo, cibandosi di un aroma restaurante, ungendosi di olii odoriferi, vestendosi di morbidi tessuti vegetali, e ad ogni tramonto di sole inebriando con la presenza del suo corpo radioso una gente estatica nei mille templi. A lui cantavano i sacerdoti: — Noi t'invochiamo, perchè tu sei il Signore degli dèi e delli uomini! —
Fanciulle di tredici anni, che avevano la pelle diafana e gialla come l'ambra e lunghe sino ai calcagni le chiome, erano a lui offerte dai padri; ed egli molto si dilettava dell'amore. Bufali eccitati con ortiche venefiche e tigri furiose combattevano dinanzi a lui, dentro gabbie di bambù ampie come circhi. Anche uomini contro uomini dinanzi a lui combattevano con alte grida e con fragore di stromenti percossi. Egli così deificato viveva nell'oblio di tutte le melancolie umane.
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Ma un dì, mentre egli gioiva in diletti d'amore, discese sopra il suo capo la colomba del cielo; e un profondo fremito gli ricercò le viscere. Parvegli allora di destarsi dopo un lungo sogno: i suoi occhi si empirono di dolore, nelle sue forme perfette discese una scarna vecchiezza. Le fanciulle attonite lo riguardavano trascolorando, si coprivano [pg!373] le nudità con i capelli, poichè un'improvvisa vergogna le coglieva dinanzi a lui.
Come il tramonto del sole era vicino, sotto la reggia un immenso popolo tumultuando si fece ad invocare il dio: — Mahadewa! Mahadewa! —
Il sole, simile a un gran timpano polito, gittava scintille su le vestimenta dei sacerdoti, invermigliava le statue e le colonne, passando a traverso i pilastri dei terrazzi incendiava tutto l'edifizio.
— Mahadewa! —
Apparve finalmente Làimo. Egli era trasfigurato. Un manto di scorza tessuta lo ricopriva, e si vedevano le corde dei nervi nei solchi delle sue braccia. Come egli tese le mani verso la folla, una mite aura di pace aliò da quel gesto su tutte le fronti. Li invocanti stupefatti si prosternarono; e nel silenzio si udivano le fontane scrosciare sopra le scale di porfido.
“O popoli del fiume,” gridò Làimo nel vivo idioma di quella terra. “Ascoltate la mia voce, poichè io vi reco una nuova legge.”
Un sussurro corse per tutte le genti, e nei dorsi fu come un sommovimento di porci. I sacerdoti sollevarono il capo.
“I vostri idoli sono argento ed oro, opera di mani d'uomini; hanno bocca, e non parlano; hanno [pg!374] occhi, e non veggono; hanno orecchi, e non odono; ed anche non hanno fiato alcuno nella loro bocca. Simili ad essi sieno quelli che li fanno, chiunque in essi si confida....”
“No, no, egli non è il nostro dio!” urlarono i sacerdoti al popolo, interrompendo il profeta di Gesù. E un gran tumulto agitò la folla: taluni balzarono in piedi, altri rimasero prosternati. La voce di Làimo crebbe, cadde dall'alto co 'l fragore del tuono, e li echi dei templi sonori la ripercossero.
“Ascoltate la parola del vero Dio, uomini schernitori che signoreggiate questo popolo, razza di serpi, otri gonfiati, tamburi rimbombanti! Egli scenderà su voi simile ad un flagello, dilanierà le vostre carni, spargerà il vostro sangue su le pietre, spezzerà le vostre ossa come vasi d'argilla, come gusci di cocchi.
“Li artefici delle sculture son tutti quanti vanità, e i loro idoli non giovano nulla; ed essi son testimoni a se stessi che quelli non veggono e non conoscono. Essi tagliano un tronco, ne prendono una parte, e se ne scaldano, ed anche ne accendono fuoco per cuocere il cibo; ed anche ne fanno un dio, e l'adorano; ne fanno una scultura, e le s'inchinano, e le volgono orazione, e dicono: — Liberami, perchè tu sei il mio dio. — Essi non hanno [pg!375] conoscimento alcuno: e i loro occhi sono incrostati per non vedere; e i loro cuori per non intendere....”
“Taci! taci!” imprecarono i sacerdoti, con gesti d'ira, minacciosi nella faccia. Li idolatri ascoltavano; altri da lungi accorrevano: ad ogni tratto un clamor cupo si levava dalla turba, come un ribollimento di flutti nel mare.
Il profeta continuò. Egli diceva di un Dio vivente, di un Dio grande, giusto ed eterno.
“La terra trema per la sua ira e le genti non possono sostenere il suo cruccio. Egli spande la sua ira sopra le genti che non lo conoscono, e sopra le nazioni che non invocano il suo nome. Ecco, il male passerà da un'isola all'altra, e un gran turbine si leverà dal fondo del mare; e in quel giorno li uccisi non saranno raccolti, nè seppelliti: saranno per letame sopra la faccia della terra.”
“Taci! taci!” gridavano li idolatri, tendendo le mani, atterriti dalla profezia.
Ma la voce di Làimo divenne d'un tratto dolce come il suono d'uno stromento di corde, distesa come un canto di religione. Egli diceva d'una felicità senza fine, d'una giustizia imperante su tutte le genti, d'una grande letizia d'amore nel giardino dei cieli.
“Scenderà il Dio, come pioggia sui campi di [pg!376] riso riarsi; farà ragione ai figliuoli del misero, ai poveri afflitti, e fiaccherà l'oppressore. Il giusto fiorirà; e vi sarà abbondanza di pace, fin che non vi sia più luna. Le correnti del fiume trarranno polvere d'oro; ruscelli d'acque vivificanti scorreranno per l'erbe; ciascun albero darà molte libbre di gomma odorifera e frutti; ciascun seme produrrà ricchezze; e le tigri saranno mansuete, i rettili non avranno più tossico, li elefanti e i bufali sosterranno le fatiche della coltivazione. Il Dio signoreggerà da un mare all'altro, e dal fiume fino alle estremità della terra. I re delle isole gli pagheranno tributo, tutte le nazioni gli daranno inni e incensi di belzuino; poichè egli libererà il bisognoso che grida, e il povero afflitto e colui che non ha alcuno aiutatore; egli riscoterà la vita delli schiavi da frode e da violenza, e il sangue loro sarà prezioso davanti a lui....”
Così parlava il profeta, quasi cantando.
Le turbe delli idolatri, soggiogate dal fáscino della voce, tacevano, con le fronti chine; e come la pacificazione della luna scendeva su le foreste, si spargeva per quelli animi un balsamo, una calma piena di freschezza e di profumi.
Ora discese Làimo alla riva; e le genti lo seguitarono. Ed egli camminava innanzi ammaestrando, [pg!377] e diceva di Gesù, del Dio novello che nacque da una vergine, e che accomunò li uomini in una legge d'amore.
“Egli è un Dio semplice e dolce: la sua faccia risplende come il sole, e i suoi vestimenti sono candidi come la luce. E tutto ciò che a lui verrà chiesto con preghiere, sarà fatto.”
“Orsù,” gridò uno dei sacerdoti, “chiedi che questa lancia dia fiori.”
Prese Làimo, con un mite sorriso, la lancia dalle mani dell'uomo giallo, e la confisse dinanzi a sè nel terreno. Subitamente dal ferro sbocciarono fiori, per prodigio, e tutte le nari aspirarono l'effluvio. Confusi, li idolatri riguardavano. Uno di loro gridò:
“Egli è protetto dai demoni! Egli ci farà morire!”
Altri incalzarono:
“Parla, parla; giustifica il tuo potere!”
Un tumulto improvviso agitò di nuovo la turba. I lontani, che non aveano veduto il prodigio, fecero irruenza con grandi clamori; e i sacerdoti insinuandosi tra corpo e corpo andavano istigando le ire, ripetevano a gran voce:
“Egli è protetto dai demoni! Sia gittato nel fiume!”
“Parla! parla!” [pg!378]
Il profeta tentò salire su uno delli idoli di pietra, per dominare la tempesta. Ma la profanazione audace inasprì li idolatri. Uno d'essi trasse a terra il profeta; altri si gittarono su di lui percotendolo; altri gridarono:
“Al fiume! al fiume! Sia dato in pasto ai gaviali!”
Làimo, lanciato nelle acque, riapparve incolume a mezzo della correntía; e le frecce cadevano innocue in torno a lui, come ramoscelli di belzuino.
————
Ed egli così all'albeggiare giunse alla foce; e sopra un tronco tutto ancora lieto di fogliame navigò pe 'l mare, fino ad un'isola dove i naturali erano uomini pieni di tumori e di gozzi, coperti di pelle squamosa, infetti d'una serpigine biancastra e d'una sorta d'elefanzía. Questa gente povera e pacifica non faceva uso del fuoco; e per lo più si nutriva di miele selvatico, di gomme, e dei nidi di certe rondini indigene che prolificavano nelle caverne.
Fu accolto Làimo con segni di gioia, e gli furono offerte patate dolci su foglie di palmizio. Ed egli, poi che per dono del Signore ebbe conoscenza di quell'idioma, parlava alli uomini e alle donne, come un apostolo, e pazientemente li ammaestrava in torno alle dottrine del Galileo. Molti infermi egli [pg!379] guarì per virtù di erbe e di fede; e a poco a poco andò liberando l'isola dal flagello della lebbra, purificò le scaturigini delle acque, diede insegnamenti su l'accensione del fuoco, su la coltivazione delle terre e su l'arte di edificare le case. Visse in grande umiltà e in grande sofferenza, espiando le antiche insanie, tormentato dai ricordi che per tutto gli facevano udire lamenti di feriti e di moribondi, vedere macchie di sangue su 'l suolo e ne 'l cielo.
Dopo lunga serie d'anni, quando i popoli dell'isola prosperavano nel lavoro e nel buon culto di Jesus, Làimo, che fuggiva la vita e che nulla alla vita omai chiedeva, fu preso d'un tratto da un infinito desiderio della patria. E poichè il buon Dio per segni manifestò d'esaudire la preghiera, egli salì su un tronco di banano ancora carico di frutti, e si affidò alle onde.
Dinanzi al debole sostegno si apriva il mare in calma; una torma di rondinelle indicava la via. E il vecchio santo veniva predicando ai pesci che tutti tenevano i capi fuori dell'acqua, e tutti in grandissima pace e mansuetudine e ordine lo seguivano. Diceva egli del Diluvio, e di Giona Profeta, e d'altri singolari misteri.
Come dopo cinquanta giorni apparve la patria, vide Làimo con molto dolore una deserta aridità [pg!380] di arene su i luoghi anticamente ubertosi. Le rondini lo guidarono al paradiso del delta, ancora felice di piante e di animali.
Colà, su 'l fiore dell'erbe, egli si mise in ginocchio, per meditare, con le braccia levate al cielo e le palme supine; e tenendo quella divota attitudine, visse in un dolce rapimento d'estasi. Il tempo gli consumava su le ossa le carni; e le edere verdi gli si attorcigliavano per i fianchi, per il petto, per le braccia; lentamente i caprifogli lo abbracciavano, gli fiorivano in torno al collo, in torno ai polsi, in torno alle caviglie sottili. I capelli di lui bianchi cadevano; li occhi prendevano una durezza di pietra; nelli orecchi i ragni in pace tessevano la tela, e nella palma delle mani due rondinelle avevano fatto il nido.
Molte primavere così trascorsero; e il santo ancora viveva in estasi, poichè li uccelli pietosi scendevano dai rami a porgli le bacche selvagge nel cavo della bocca inaridita. Poi finalmente un giorno, su 'l vespero, l'anima volò al cielo tra i cantici delli angeli e il corpo si disfece in polvere come un'urna di creta.
Fine.
[pg!381]
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
132 — [tentando] [tentanto] i capezzoli materni
187 — e si attaccò [all'altro] [all'all'altro]
245 — per un impeto di passione [e] [a] di gelosia
*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK SAN PANTALEONE ***