XV.
Allora Anna, afflitta, prese la testuggine, e andò a chieder soccorso a Donna Veronica Monteferrante. Come la povera donna già nelli ultimi tempi faceva alcuni servizi pe 'l monastero, l'abadessa misericordiosa le diede l'ufficio di conversa.
Anna, se bene non aveva li ordini, vestì l'abito monacale: la tunica nera, il soggólo, la cuffia dalle ampie tese candide. Le parve, in quell'abito, di [pg!86] essere santificata. E, da prima, quando all'aria le tese le sbattevano in torno al capo con un fremito d'ali, ella trasaliva per un turbamento improvviso di tutto il suo sangue. E, da prima, quando le tese percosse dal sole le riflettevano nella faccia un vivo chiaror di neve, ella d'improvviso credevasi illuminata da un baleno mistico.
Con l'andar del tempo, queste allucinazioni, queste sensazioni illusorie a poco a poco aumentavano di frequenza, diventavano più gravi; palesavano nella divota la crescente decadenza dell'attività cerebrale, in specie della volontà e della ragione, e il predominio dell'attività spinale, di un'attività inordinata e involontaria che produceva fenomeni singolarissimi. Pareva che l'antica epilessia risorgesse ora in quel corpo esaurito, unendosi a un nuovo morbo e manifestandosi con forme più mirabilmente complesse, dopo il lungo intervallo. I disturbi di sensibilità avvenivano di preferenza nella vista, nell'udito e nell'olfatto. L'inferma era colpita a quando a quando da suoni angelici, da echi lontani d'organo, da romori e voci non percettibili alli orecchi altrui. Figure luminose le si presentavano dinanzi, nel buio. Odori la rapivano.
Così pe 'l monastero una specie di stupore e insieme d'inquietudine cominciò a diffondersi, come [pg!87] per la presenza di una qualche deità occulta, come per l'imminenza di un qualche avvenimento soprannaturale. Per cautela, la nuova conversa fu dispensata da ogni obbligo d'opere servili. Tutte le attitudini di lei, tutte le parole, tutti li sguardi furono osservati, comentati con superstizione. E alcuni eccezionali fatti morbosi in ultimo concorsero a formare la leggenda della santità.
Su le calende di febbraio 1873, per un'alterazione dei muscoli della laringe la voce di Anna divenne singolarmente rauca e profonda. Come l'alterazione crebbe fino a una totale paralisi dell'organo vocale, Anna perdè la virtù della parola, d'un tratto.
Questo fenomeno inaspettato sbigottì li animi delle religiose. E tutte, stando in torno alla conversa, ne consideravano con una trepidazione di terrore li atteggiamenti estatici, i movimenti vaghi della bocca áfona, la immobilità delli occhi, d'onde a tratti, per una pura causa meccanica, sgorgavano profluvi di lacrime. I lineamenti dell'inferma, estenuati dai lunghi digiuni, avevano ora assunto una purità quasi eburnea; e tutte le trame delle vene e delle arterie, tutte quelle glauche reticole sottocutanee, ora trasparivano così visibili, e sporgevano con così forti rilievi, e così incessantemente [pg!88] palpitavano che dinanzi a quella palesata vibrazione della vitalità interiore una sofferenza strana prendeva le monache, una specie di raccapriccio simile forse in parte a quello che si prova al conspetto di un corpo umano, in cui le escoriazioni abbiano messo a nudo i tessuti.
Quando fu prossimo il mese mariano, un'amorosa diligenza sollecitò le Benedettine al paramento dell'oratorio. Si spargevano esse nel verziere claustrale tutto fiorente di rose e fruttificante di aranci, raccogliendo la messe del maggio novello per deporla ai piedi dell'altare. Anna, tornata nella calma, discendeva anch'ella ad aiutare la pia opera; e significava talvolta con i gesti il pensiero che la perdurante afonía le toglieva di esprimere. Una mollezza tepidissima insidiava tutte quelle spose del Signore, incedenti tra le fonti letifiche del profumo. Fuggiva lungo un lato del verziere un portico; e come nell'animo delle vergini i profumi risvegliavano imagini sopite, così il sole penetrando sotto li archi bassi ravvivava nell'intonico i residui dell'oro bizantino.
L'oratorio fu pronto per il giorno del primo ufficio. La cerimonia ebbe principio dopo il vespro. Una suora salì su l'organo. Subitamente dalle canne armoniche il fremito della passione si propagò [pg!89] in tutte le cose; tutte le fronti s'inclinarono; i turiboli diedero fumi di belgiuino; le fiammelle dei ceri palpitarono tra corone di fiori. Poi sorsero i cantici, le litanie piene di appellazioni simboliche e di supplichevole tenerezza. Come le voci salivano con forza crescente, Anna nell'immenso impeto del fervore gridò. Colpita dal prodigio, cadde supina; agitò le braccia, volle rialzarsi. Le litanie s'interruppero. Delle suore, alcune, quasi atterrite, erano rimaste un istante nell'immobilità; altre davano soccorso all'inferma. Il miracolo appariva inopinato, fulgidissimo, supremo.
Allora a poco a poco allo stupore, al murmure incerto, alle titubanze successe un giubilo senza limiti, un coro di esaltazioni clamorose, un fanatismo d'adorazione. Anna, in ginocchio, ancora assorta nel rapimento del miracolo, non aveva forse conscienza di quel che in torno avveniva. Ma quando i cantici con una maggior veemenza furono ripresi, ella cantò. La sua nota su dalla cadente onda del coro ad intervalli emerse; poichè le divote diminuivano la forza delle loro voci per ascoltare quella unica che dalla grazia divina era stata riconcessa. E la Vergine nei cantici a volta a volta fu l'incensiere d'oro, d'onde esalavano i balsami più dolci, la lampada che dì e notte rischiarava il santuario, [pg!90] l'urna che racchiudeva la manna del cielo, il roveto che ardeva senza consumarsi, lo stelo di Jesse che portava il più bello di tutti i fiori.
Dopo, la fama del miracolo si sparse dal monastero in tutto il paese di Ortona, e dal paese in tutte le terre finitime, aumentando nel viaggio. E il monastero sorse in grande onore. Donna Blandina Onofrii, la magnifica, offerse alla Madonna dell'oratorio una veste di broccato d'argento e una rara collana di turchesie venuta dall'isola di Smirne. Le altre gentildonne ortonesi offersero altri minori doni. L'arcivescovo d'Orsogna fece con pompa una visita gratulatoria, in cui rivolse parole di edificante eloquenza ad Anna che “con la purità della vita si era resa degna dei doni celesti.”
Da quel tempo la degradazione intellettuale nell'inferma andò sempre crescendo, fino ad assumere per lunghi intervalli una forma completa d'imbecillità inerte. E pareva che dalla sua persona una profonda influenza s'irraggiasse su le conviventi; poichè in alcune fra queste si manifestarono disordini psichici non lievi, e in tutte la divozione raggiunse l'apice del fervore.
Nell'agosto del 1876 sopravvennero nuovi fenomeni che avevano anche una più grave apparenza di cause divine. L'inferma, quando si avvicinava il [pg!91] vespro, senza alcun sintomo iniziale di attacco convulsivo cadeva in uno stato di estasi con catalessia che si prolungava per una mezz'ora o poco più. Da quell'estasi ella sorgeva quasi con impeto; e in piedi, conservando sempre la medesima attitudine, cominciava a parlare, da prima lentamente, e quindi gradatamente accelerando, come sotto l'urgenza di un'ispirazione mistica. Il suo eloquio non era che un miscuglio tumultuario di parole, di frasi, di interi periodi già innanzi appresi, che ora per un inconsciente meccanismo si riproducevano, frammentandosi o combinandosi senza legge. Le native forme dialettali s'innestavano alle forme auliche, s'insinuavano nelle iperboli del linguaggio biblico; e mostruosi congiungimenti di sillabe, inauditi accordi di suoni avvenivano nel disordine. Ma il profondo tremito della voce, ma i cangiamenti repentini dell'inflessione, l'alterno ascendere e discendere del tono, la spiritualità della figura estatica, il mistero dell'ora, tutto concorreva a soggiogare li animi delle astanti.
Li effetti si ripeterono cotidianamente, con una regolarità periodica. Su 'l vespro, nell'oratorio si accendevano le lampade; le monache facevano cerchia inginocchiandosi; e la rappresentazione sacra incominciava. Come l'inferma entrava nell'estasi [pg!92] catalettica, i preludi vaghi dell'organo rapivano li animi delle religiose in una sfera superiore. Il lume delle lampade si diffondeva fievole dall'alto, dando un'incertitudine aerea e quasi una morente dolcezza all'apparenza delle cose. A un punto l'organo taceva. La respirazione nell'inferma diveniva più profonda; le braccia le si distendevano così che nei polsi scarnificati i tendini vibravano simili alle corde di uno stromento. Poi, d'un tratto, l'inferma balzava in piedi, incrociava le braccia su 'l petto, restando nell'atteggiamento mistico delle cariatidi d'un battistero. E la sua voce risonava nel silenzio, ora dolce, ora lugubre, ora quasi canora, il più delle volte incomprensibile.
Su i principii del 1877 questi accessi diminuirono di frequenza; si presentarono due o tre volte la settimana; poi disparvero totalmente, lasciando il corpo della donna in uno stato miserevole di debolezza. E allora alcuni anni passarono, in cui la povera idiota visse tra sofferenze atroci, con le membra rese inerti dalli spasimi articolari. Ella non aveva più alcuna cura della nettezza; non si cibava che di pane molle e di pochi erbaggi; teneva in torno al collo, su 'l petto, una gran quantità di piccole croci, di reliquie, d'imagini, di corone; parlava balbettando per la mancanza [pg!93] dei denti; e i suoi capelli cadevano, i suoi occhi erano già torbidi come quelli dei vecchi giumenti che stanno per morire.
Una volta, di maggio, mentre ella soffriva deposta sotto il portico e le suore in torno coglievano per Maria le rose, le passò dinanzi la testuggine che ancora traeva la sua vita pacifica e innocente nel verziere claustrale. La vecchia vide quella forma muoversi e a poco a poco allontanarsi. Nessun ricordo le si destò nella conscienza. La testuggine si perse tra i cespi dei timi.
Ma le suore consideravano la imbecillità e la infermità della donna come una di quelle supreme prove di martirio a cui il Signore chiama li eletti per santificarli e glorificarli poi nel paradiso; e circondavano di venerazione e di cure l'idiota.
Nell'estate del 1881 alcune sincopi precedettero la morte. Consunto dal marasmo, quel miserabile corpo omai nulla più conservava di umano. Lente deformazioni avevano viziata la positura delle membra; tumori grossi come pomi sporgevano sotto un fianco, su una spalla, dietro la nuca.
La mattina del 10 settembre, verso l'ottava ora, un sussulto della terra scosse dalle fondamenta Ortona. Molti edifici precipitarono, altri furono offesi nei tetti e nelle pareti, altri s'inclinarono e [pg!94] s'abbassarono. E tutta la buona gente di Ortona, con pianti, con grida, con invocazioni, con gran chiamare di santi e di madonne, uscì fuori delle porte, e si raunò su 'l piano di San Rocco, temendo maggiori pericoli. Le monache, prese dal pánico, infransero la clausura; irruppero sulla via, scarmigliate, cercando la salvezza. Quattro di loro portavano Anna sopra una tavola. E tutte trassero al piano, verso il popolo incolume.
Come esse giunsero in vista del popolo, unanimi clamori si levarono, poichè la presenza delle religiose parve propizia. In ogni parte, d'in torno, giacevano infermi, vecchi impediti, fanciulli in fasce, donne stupide per la paura. Un bellissimo sole mattutino illustrava le teste tumultuanti, il mare, i vigneti; e accorrevano dalla spiaggia inferiore i marinai, cercando le mogli, chiamando i figli per nome, ansanti per la salita, rochi; e da Caldara cominciavano a venire mandre di pecore e di bovi con i pastori, branchi di gallinacci con le femmine guardiane, giumenti; poichè tutti temevano la solitudine, e tutti, uomini e bestie, nel frangente si accomunavano.
Anna, adagiata su 'l suolo, sotto un olivo, sentendo prossima la morte, si rammaricava con un balbettío fievole, perchè non voleva morire senza [pg!95] i sacramenti; e le monache d'in torno le davano conforto; e li astanti la guardavano con pietà. Ora, d'improvviso, tra il popolo una voce si sparse, che da Porta-Caldara sarebbe uscito il busto dell'Apostolo. Le speranze risorgevano; canti di rogazione risorgevano nell'aria. Come da lungi vibrò un luccichío, le donne s'inginocchiarono; e con i capelli disciolti, lacrimose, si misero a camminare su le ginocchia, in contro al luccichío, salmodiando.
Anna agonizzava. Sostenuta da due suore, udì le preghiere, udì l'annunzio; e forse in un'ultima illusione travide l'Apostolo veniente, poichè nella faccia cava le passò quasi un sorriso di gaudio. Alcune bolle di saliva le apparvero su le labbra; un'ondulazione brusca le corse e ricorse, visibile, la parte inferiore del corpo; su li occhi le palpebre le caddero, rossastre come per sangue stravasato; il capo le si ritrasse nelle spalle. Ed ella così alfine spirò.
Quando il luccichío si fece più da presso alle donne adoranti, si chiarì nel sole la forma di un giumento che portava in bilico su la groppa, secondo il costume, una banderuola di metallo. [pg!96]
[L'IDILLIO DELLA VEDOVA.]
Il cadavere del sindaco Biagio Mila, già tutto vestito e con la faccia coperta d'una pezzuola umida d'acqua e d'aceto, stava disteso nel letto, quasi in mezzo alla stanza. Vegliavano, nella stanza, la moglie e il fratello del morto ai due lati.
Rosa Mila poteva avere circa venticinque anni. Era una donna fiorita, di carnagione chiara, con la fronte un po' bassa, le sopracciglia lungamente arcuate, li occhi grigi e larghi e nell'iride variegati come agate. Possedendo in grande abbondanza capelli, ella quasi sempre aveva la nuca e le tempie e li occhi nascosti da molte ciocche ribelli. In tutta la persona le splendeva una certa nitidezza di sanità e quella vivace freschezza che danno alla cute femminile le lavande d'acqua ghiaccia abituali. Un profumo allettante le emanava dalle vesti. [pg!97]
Emidio Mila, il cherico, poteva avere circa la stessa età. Era magro, con nel volto il colore bronzino di chi vive nella campagna al pieno sole. Una molle lanugine rossiccia gli copriva le guance; i denti forti e bianchi davano al suo sorriso una bellezza virile; e li occhi suoi giallognoli lucevano talvolta come due zecchini nuovi.
Ambedue tacevano: l'una scorrendo con le dita un rosario di vetro, l'altro guardando il rosario scorrere. Ambedue avevano l'indifferenza che la nostra gente campestre suole avere dinanzi al mistero della morte.
Emidio disse, con un lungo respiro:
“Fa caldo, stanotte.”
Rosa sollevò li occhi, per assentire.
Nella stanza un poco bassa la luce oscillava secondo i moti della fiammella che ardeva nell'olio d'una lampada di ottone. Le ombre si raccoglievano ora in un angolo ora in una parete, variando di forme e di intensità. Le vetrate della finestra erano aperte, ma le persiane restavano chiuse. Di tratto in tratto le tende di mussolo bianco si movevano come per un fiato. Su 'l candore del letto il corpo di Biagio pareva dormire.
Le parole di Emidio caddero nel silenzio. La donna chinò di nuovo la testa, e ricominciò a scorrere [pg!98] il rosario lentamente. Alcune stille di sudore le imperlavano la fronte, e la respirazione le era faticosa.
Emidio, dopo un poco, domandò:
“A che ora verranno a prenderlo, domani?”
Ella rispose, nel natural suono della sua voce:
“Alle dieci, con la congregazione del Sacramento.”
Quindi ancora tacquero. Dalla campagna giungeva il gracidare assiduo delle rane, giungevano a quando a quando li odori delle erbe. Nella tranquillità perfetta Rosa udì una specie di gorgoglio roco escir dal cadavere, e con un atto di orrore si levò dalla sedia, e fece per allontanarsi.
“Non abbiate paura, Rosa. Sono umori,” disse il cognato, tendendole la mano per rassicurarla.
Ella prese la mano, istintivamente; e la tenne, stando in piedi. Tendeva li orecchi per ascoltare, ma guardava altrove. I gorgoglíi si prolungavano dentro il ventre del morto, e parevano salire verso la bocca.
“Non è nulla, Rosa. Quietatevi,” soggiunse il cognato, accennandole di sedere sopra un cassone da nozze coperto d'un lungo cuscino a fiorami. Ella sedette, a canto a lui, tenendolo ancora [pg!99] per mano, nel turbamento. Come il cassone non era molto grande, i gomiti dei seduti si toccavano.
Il silenzio tornò. Un canto di trebbiatori sorse di fuori in lontananza.
“Fanno le trebbie di notte, al lume della luna,” disse la donna, volendo parlare per ingannar la paura o la stanchezza.
Emidio non aprì bocca. E la donna ritrasse la mano, poichè quel contatto ora cominciava a darle un senso vago d'inquietudine.
Ambedue ora erano occupati da uno stesso pensiero che li aveva colti d'improvviso; ambedue ora erano tenuti da uno stesso ricordo, da un ricordo di amori agresti nel tempo della pubertà.
————
Essi, in quel tempo, vivevano nelle case di Caldore, su la collina solatía, al quadrivio. Sul limite d'un campo di fromento sorgeva un muro alto costruito di sassi e di terra argillosa. Dal lato di mezzodì, che i parenti di Rosa possedevano, come ivi era più lento e dolce il calor del sole, una famiglia di alberi fruttiferi prosperava e moltiplicavasi. Alla primavera tutti li alberi fiorivano in comunione di letizia; e le cupole argentee o rosee o violacee s'incurvavano sul cielo coronando il muro e dondolavano come per inalzarsi nell'aria [pg!100] e facevano insieme un ronzío sonnifero come d'api mellificanti.
Dietro il muro, dalla parte delli alberi Rosa in quel tempo soleva cantare.
La voce limpida e fresca zampillava come una fontana, sotto le corone dei fiori.
Per una lunga stagione di convalescenza Emidio aveva udito quel canto. Egli era debole e famelico. Per sfuggire alla dieta, scendeva dalla casa furtivamente, celando sotto li abiti un gran pezzo di pane, e camminava lungo il muro, nell'ultimo solco del grano, fin che non giungeva al luogo della beatitudine.
Allora si sedeva, con le spalle contro i sassi riscaldati, e cominciava a mangiare. Mordeva il pane e sceglieva una spiga tenera: ogni granello aveva in sè una minuta stilla di succo simile a latte e aveva un fresco sapore di farina. Per un singolar fenomeno, la voluttà dell'alimentazione e la voluttà dell'udito nel convalescente si confondevano quasi in una sola sensazione infinitamente dilettosa. Cosicchè in quell'ozio, tra quel calore, tra quelli odori che davano all'aria quasi la cordial saporita del vino, anche la voce femminile diveniva per lui un naturale alimento di rinascenza e come un nutrimento fisico ch'egli assimilava. [pg!101]
Il canto di Rosa era dunque una causa di guarigione. E, quando la guarigione fu compiuta, la voce di Rosa ebbe sempre sul beneficato una virtù di fascinazione sensuale.
Dopo d'allora, poichè tra le due famiglie la dimestichezza divenne grande, sorse in Emidio uno di quei taciturni e timidi e solitari amori d'adolescenza.
Di settembre, prima che Emidio partisse pel seminario, le due famiglie riunite andarono in un pomeriggio a merendare nel bosco, lungo il fiume.
La giornata era molle, e i tre carri tirati dai bovi avanzavano lungo i canneti fioriti.
Nel bosco la merenda fu fatta sull'erba, in una radura circolare limitata da fusti di pioppi giganteschi. L'erba corta era tutta piena di certi piccoli fiori violacei che esalavano un profumo sottile; qua e là nell'interno discendevano tra il fogliame larghe zone di sole; e la riviera in basso pareva ferma, aveva una tranquillità lacustre, una pura trasparenza ove le piante acquatiche dormivano.
Dopo la merenda, alcuni si sparpagliarono per la riva, altri rimasero distesi supini.
Rosa ed Emidio si trovarono insieme; si presero [pg!102] a braccio e cominciarono a camminare per un sentiero segnato tra i cespugli.
Ella si appoggiava tutta su lui; rideva, strappava le foglie ai virgulti nel passaggio, morsicchiava li steli amari, rovesciava la testa in dietro per guardar le ghiandaie fuggiasche. Nel moto il pettine di tartaruga le scivolò dai capelli che d'un tratto le si diffusero su le spalle con una stupenda ricchezza.
Emidio si chinò insieme a lei per raccogliere il pettine. Nel rialzarsi, le due teste si urtarono un poco. Rosa, reggendosi la fronte tra le mani, gridava tra le risa:
“Ahi! Ahi!”
Il giovinetto la guardava, sentendosi fremere sin nelle midolle e sentendosi impallidire e temendo di tradirsi.
Ella distaccò con l'unghie da un tronco una lunga spirale d'edere, se l'avvolse alle trecce con un attorcigliamento rapido e fermò la ribellione su la nuca con i denti del pettine. Le foglie verdi, talune rossastre, mal contenute rompevano fuori irregolarmente. Ella chiese:
“Così vi piaccio?”
Ma Emidio non aprì bocca; non seppe che rispondere. [pg!103]
“Ah, non va bene! Siete forse muto?”
Egli sentiva la voglia di cadere in ginocchio. E, come Rosa rideva d'un riso scontento, egli si sentiva quasi salire il pianto alli occhi per l'angoscia di non poter trovare una parola sola.
Seguitarono a camminare. In un punto una alberella abbattuta impediva il passaggio. Emidio con ambo le mani sollevò il fusto, e Rosa passò di sotto ai rami verdeggianti che un istante la incoronarono.
Più in là incontrarono un pozzo ai cui fianchi stavano due bacini di pietra rettangolari. Li alberi densi formavano in torno e sopra il pozzo una chiostra di verdura. Ivi l'ombra era profonda, quasi umida. La vôlta vegetale si rispecchiava perfettamente nell'acqua che giungeva a metà dei parapetti di mattone.
Rosa disse, distendendo le braccia:
“Come si sta bene qui!”
Poi raccolse l'acqua nel concavo della palma, con un'attitudine di grazia, e sorseggiò. Le gocciole le cadevano di tra le dita, e le imperlavano la veste.
Quando fu dissetata, con tutt'e due le palme raccolse altr'acqua, e l'offerse al compagno lusinghevolmente:
“Bevete!” [pg!104]
“Non ho sete,” balbettò Emidio istupidito.
Ella gli gettò l'acqua in viso, facendo con il labbro inferiore una smorfia quasi di dispregio. Poi si distese dentro uno dei bacini asciutti, come in una culla, tenendo i piedi fuori dell'orlo, e scotendoli irrequietamente. A un tratto si rialzò, guardò Emidio con uno sguardo singolare:
“Dunque? Andiamo.”
Si rimisero in cammino, tornarono al luogo della riunione, sempre in silenzio. I merli fischiavano su le loro teste; fasci orizzontali di raggi attraversavano i loro passi; e il profumo del bosco cresceva in torno a loro.
Alcuni giorni dopo, Emidio partiva.
Alcuni mesi dopo, il fratello d'Emidio prendeva in moglie Rosa.
Nei primi anni di seminario il cherico aveva pensato spesso alla nuova cognata. Nella scuola, mentre i preti spiegavano l'Epitome historiæ sacræ, egli aveva fantasticato di lei. Nello studio, mentre i suoi vicini, nascosti dai leggíi aperti, si davano fra loro a pratiche oscene, egli aveva chiusa la faccia tra le mani, e s'era abbandonato ad immaginazioni impure. Nella chiesa, mentre le litanie alla Vergine sonavano, egli dietro l'invocazione alla Rosa mystica era fuggito lontano. [pg!105]
E come aveva appreso dai condiscepoli la corruzione, la scena del bosco gli era apparsa in una nuova luce. E il sospetto di non avere indovinato, il rammarico di non aver saputo cogliere un frutto che gli si offriva, allora lo tormentarono stranamente.
Dunque era così? Dunque Rosa un giorno lo aveva amato? Dunque egli era passato inconsapevole a canto a una grande gioia?
E questo pensiero ogni giorno si faceva più acuto, più insistente, più incalzante, più angustioso. E ogni giorno egli se ne pasceva con maggiore intensità di sofferenza; finchè, nella lunga monotonia della vita sacerdotale, questo pensiero divenne per lui una specie di morbo immedicabile, e dinanzi alla irremediabilità della cosa egli fu preso da uno scoramento immenso, da una melanconia senza fine.
— Dunque egli non aveva saputo! —
————
Nella stanza ora il lume oscillava con più lentezza. Di tra le stecche delle persiane chiuse entravano soffi di vento meno lievi, e facevano un poco inarcare le tende.
Rosa, invasa pianamente da un sopore, chiudeva di tanto in tanto le palpebre; e come la testa le cadeva sul petto, le riapriva subitamente. [pg!106]
“Siete stanca?” chiese con molta dolcezza il cherico.
“Io, no,” rispose la donna, riprendendo li spiriti, ed ergendosi su la vita.
Ma nel silenzio di nuovo il sopore le occupò i sensi. Ella teneva la testa appoggiata alla parete: i capelli le empivano tutto il collo, dalla bocca semiaperta le usciva la respirazione lenta e regolare. Così ella era bella; e nulla in lei era più voluttuoso che il ritmo del seno e la visibile forma dei ginocchi sotto la gonna leggiera.
— S'io la baciassi? — pensò Emidio, per una suggestione improvvisa della carne guardando l'assopita.
Ancora i canti umani si propagavano nella notte di giugno, con una certa solennità di cadenze liturgiche; e sorgevano di lontananza in lontananza le risposte in diversi toni, senza compagnia di stromenti. Poichè il plenilunio doveva essere alto, il fioco lume interno non valeva a vincere l'albore che pioveva copioso su le persiane, e si versava fra li intervalli del legno.
Emidio si volse verso il letto mortuario. I suoi occhi, scorrendo la linea rigida e nera del cadavere, si fermarono involontariamente su la mano, su una mano gonfia e giallastra, un po' adunca, [pg!107] solcata di trame livide nel dorso; e prestamente si ritrassero. Piano piano, nell'incoscienza del sonno, la testa di Rosa, quasi segnando su la parete un semicerchio, si chinò verso il cherico turbato. La reclinazione della bella testa muliebre fu in atto dolcissima; e, poichè il movimento alterò un poco il sonno, tra le palpebre a pena a pena sollevate apparve un lembo d'iride e scomparve nel bianco, quasi come una foglia di viola nel latte.
Emidio rimase immobile, tenendo contro l'omero il peso. Egli frenava il respiro per tema di destare la dormiente, e un'angoscia enorme l'opprimeva per il battito del cuore e dei polsi e delle terapie, che pareva empire tutta la stanza. Ma, come il sonno di Rosa continuava, a poco a poco egli si sentì illanguidire e mancare in una mollezza invincibile, guardando quella gola femminea che le collane di Venere segnavano di voluttà, aspirando quell'alito caldo e l'odor dei capelli.
Allora senza più pensare, senza più temere, abbandonandosi tutto alla tentazione, egli baciò la donna in bocca.
Al contatto, ella si destò di soprassalto; aprì li occhi stupefatti in faccia al cognato, divenne pallida pallida.
Poi, lentamente si raccolse i capelli su la nuca; [pg!108] e stette là, con il busto eretto, tutta vigile, guardando dinanzi a sè nelle ombre varianti, muta, quasi immobile.
Anche Emidio taceva. Ambedue rimanevano sul cassone da nozze, come prima, seduti a canto, sfiorandosi con i gomiti, in un'incertezza penosa, evitando con una specie di artificio mentale che la loro coscienza giudicasse il fatto e lo condannasse. Spontaneamente ambedue rivolsero l'attenzione alle cose esteriori, in quest'operazione dello spirito mettendo un'intensità fittizia, concorrendovi pure con l'attitudine della persona. E a poco a poco una specie di ebrietà li conquistava.
I canti, nella notte, seguitavano e s'indugiavano per l'aria lunghissimamente, e s'ammolivano lusinghevolmente di risposta in risposta. Le voci maschili e le voci femminili facevano un componimento amoroso. Talvolta una sola voce emergeva su le altre altissima, dando una nota unica, in torno a cui li accordi concorrevano come onde in torno al medio filo d'una corrente fluviatile. Ora, ad intervalli, sul principio di ciascun canto, si udiva la vibrazione metallica di una chitarra accordata in diapente; e tra una ripresa e l'altra si udivano li urti misurati delle trebbio in sul terreno.
I due ascoltavano. [pg!109]
Forse per una vicenda del vento, ora li odori non erano più li stessi. Veniva, forse dalla collina d'Orlando, il profumo dei limoni, così possente e così dolce e così sottilmente instigatore. Forse dai giardini di Scalia originavano i profumi delle rose, i profumi zuccherini che davano all'aria il sapore d'un'essenza aromale. Montavano forse dal padùle della Farnia le fragranze umide dei gigli fiorentini, che respirate deliziavano come un sorso d'acqua.
I due rimanevano ancora taciturni, sul cassone, immobili, oppressi dalla voluttà della notte lunare. Dinanzi a loro la fiammella della lampada oscillava rapidamente, e curvavasi fino a lambire l'esilissimo cerchio d'olio, sul quale ancora galleggiava alimentandosi. Come la fiammella ebbe un primo stridore, i due si volsero; e stettero così, ansiosi, con li occhi dilatati e fissi, a guardare la fiammella che finiva di beversi le ultime stille. D'improvviso la fiammella si spense. Allora, tutt'a un tratto, con un'avidità concorde, nel tempo medesimo, essi si strinsero l'uno all'altra, si allacciarono, si cercarono con la bocca, perdutamente, ciecamente, senza parlare, soffocandosi di carezze. [pg!110]