XXIV
Una seduta della Sacra Consulta.
Tutti erano al loro posto: i dodici giudici in sottana paonazza sui loro scanni, e fra essi il presidente in seggio più elevato; monsignor relatore alla sua tribuna, il procuratore del fisco al suo scanno, e dirimpetto a lui il difensore, l'avvocato Leoni.
Gli uscieri chiusero tutte le porte.
In mezzo al silenzio universale il presidente si levò in piedi, e tutti l'imitarono.
Egli invocò il nome santissimo di Dio colle solite preci latine, alle quali risposero in coro tutti i presenti: Amen!
Poi rivolse la parola ai giudici, dicendo:
—Carissimi fratelli! leviamo lo spirito all'Onnipotente, e preghiamolo, perchè voglia illuminare le nostre menti, scaldare i nostri cuori, cosicchè il nostro giudizio riesca conforme ai santi consigli della giustizia, della clemenza e della carità.
Dopo ciò, il presidente sedette, e tutti sedettero dopo di lui.
—Fratelli carissimi! ripigliò egli. Noi siamo qui congregati per giudicare la causa di Lesa Maestà, contro i ribelli che commisero gli atrocissimi fatti dell'ottobre nell'anno passato. In questa seduta ci occuperemo più specialmente di quella parte che riguarda gli accusati Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti. Monsignore! aggiunse poi, volgendosi alla tribuna del relatore, si compiaccia di fare la relazione della causa.
Monsignor relatore si levò in piedi, salutò l'uditorio a diritta e a mancina, poi cominciò il suo discorso così:
—Eccellentissimi e reverendissimi monsignori giudici! Dappoichè, per opera d'uomini scellerati, furono indegnamente usurpate alla Santa Sede le principali provincie, gli empj rivoluzionari non ristettero dal tentare ogni mezzo più iniquo per abbattere e distruggere del tutto il governo del Sommo Pontefice. E finalmente, non più paghi delle occulte insidie, si ridussero palesemente alle aperte violenze. Fin dallo scorrere del mese di settembre 1867 masnade garibaldinesche muovevano a invadere l'attuale territorio della Santa Sede, commettendo scelleraggini d'ogni maniera, e intanto uomini protervi, sanguinari e feroci s'introducevano nella capitale.
«Mentre le provincie erano messe a fuoco e sangue dai perfidi invasori, Roma, che giusta i preconcetti disegni avrebbe dovuto insorgere, se ne stava salda, quieta, imperturbata, pronta bensì agli eventi, ma fidente, e stretta al suo amato sovrano. I membri del sedicente Comitato romano davansi bene attorno a fare proseliti, ma gli sforzi non riuscendo alla vastità dell'impresa scellerata, fu d'uopo movessero da Firenze uomini esperti delle rivoluzioni.
«Allo intento delle mire rivoluzionarie facevano ostacolo le truppe straniere al servizio della Santa Sede, e di preferenza gli animosi zuavi: Castel Sant'Angelo, baluardo del Vaticano, ben guardato e difeso, non offriva modo di aversi con un colpo di mano. Quindi sorse negli empj il pensiero infernale di ricorrere al tradimento, minando le caserme dei militari pontificj.
«La sera del 22 ottobre scoppiò l'insurrezione in Roma, per opera di forastieri, non ajutati dal vero popolo romano, e subito vinta e repressa dal valore delle truppe papali.
«Alla operazione delle mine si prestarono in quella occasione gli accusati Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, i quali si accinsero all'opera, non già per ispirito di parte, ma unicamente per sete di danaro, avendo prima del misfatto pattuito il pagamento, che ricevettero infatti dappoi.
«Risulta adunque dal processo, che Monti e Tognetti alle ore 7 pom. di quel giorno, 22 ottobre 1867, mediante una chiave falsa, s'introdussero in un locale ad uso di deposito d'armi e di munizioni, sottoposto alla caserma Serristori, occupata dai prodi zuavi, e là dentro avendo portati due barili di polvere, a questi appiccarono il fuoco.
«Catastrofe orrenda! La caserma Serristori crollò in gran parte, travolgendo nella ruina non pochi zuavi, dei quali ventidue furono tratti morti di sotto alle macerie, e dodici rimasero malconci e feriti per modo, che tre di essi ne perirono in progresso di tempo.
«Sussiste adunque l'insurrezione, sussiste la rovina della caserma
Serristori procurata mediante lo scoppio di una mina, e di questo
delitto sono convinti per le risultanze del processo Giuseppe Monti e
Gaetano Tognetti.»
Terminato così il suo discorso, monsignor relatore, salutò nuovamente l'uditorio, e sedè nel suo seggio.
—La parola spetta al signor procuratore generale del Fisco, disse il
Presidente.
Il procurator generale si levò in piedi, salutò gli astanti, poi disse:
—Eccellentissimi e reverendissimi monsignori giudici, breve sarà il mio dire, dopo la splendida e chiara esposizione della causa, fatta da monsignor relatore. Da essa conobbero chiaramente le eccellenze vostre quali fatti risultino dal processo, a carico degli odierni accusati.
«Riguardo a questi fatti, Giuseppe Monti ha confessato spontaneamente e limpidamente ogni cosa. Gaetano Tognetti, sebbene non abbia assolutamente confessato in ogni sua parte il misfatto, ha tenuto però nell'istruttoria del processo tale un contegno, da non lasciare dubbio alcuno sulla sua reità.
«Da tutte le altre parti del processo, dalle rivelazioni e confidenze segrete, testimonianze, confessioni giudiziali, e stragiudiziali, dai rapporti della polizia, dagli interrogatorj e verbali, vengono i due accusati Monti e Tognetti ampiamente convinti dei delitti di lesa maestà, insurrezione, devastamento e omicidio.
«Laonde, in applicazione degli articoli 85 e 273, del Regolamento penale, e degli articoli 3, 708, 711, 715 del Regolamento di procedura criminale, devono essere condannati alla pena di morte, da eseguirsi mediante decapitazione, nonchè alla rifusione dei danni ed interessi a chi di ragione, e alla rifusione delle spese giudiziali verso il governo pontificio.»
Il procuratore generale del fisco tacque, e si ripose a sedere.
Il presidente allora sì volse al banco della difesa:
—Parli l'avvocato difensore.
L'avvocato Leoni si levò in piedi.
Esso era pallido nelle guancie, e mestamente pensoso nella fronte. E cominciò a dire così:
—Voi mi vedete, o signori, peritoso e tremante. Non è già che io non abbia fede nella innocenza degli accusati da me difesi. Oh no! Gli è che io vedo con orrore pendere la pena di morte sul capo di due uomini onesti e valorosi.
A questo punto il presidente interruppe il difensore, e soggiunse:
—Prevengo il signor difensore di attenersi nel suo discorso al rispetto dovuto alla religione, al governo, e alle leggi.
—Non mancherò a questo rispetto in alcuna maniera, rispose il difensore. E se alcune delle mie parole dovessero sembrare troppo ardenti e avventate, invoco fin d'ora il perdono del tribunale. Quello che mi anima non è altro che l'amore della giustizia, quel medesimo che deve parlare, o signori, nell'interno delle vostre coscienze. Io ho sentito il procuratore del fisco invocare una pena gravissima contro i miei difesi, la tremenda, la irreparabile pena di morte. Io ho tremato, ho inorridito, o signori, all'intendere le sue parole, perchè io sono convinto nell'intimo dell'anima mia ch'essi sono innocenti.
»Innocenti! potrà rispondermi il signor procuratore del fisco. Ma essi sono convinti dal processo di avere minata una caserma, e cagionata la morte di varj soldati. È vero! Io non voglio inoltrarmi nelle strettoje di questo processo, sentiero troppo intralciato ed oscuro per la difesa. Io potrei cercare fin dove siano credibili le rivelazioni degli impunitari, i rapporti delle spie; potrei chiedere fin dove meriti fede una confessione emessa negli orrori del carcere, e sotto il timore di una condanna di morte. Potrei svolgere e indagare tutte le carte del processo, e porre il dubbio nell'animo vostro, o signori, e il dubbio dovrebbe bastare perchè gli accusati fossero assolti.
»Ma io non voglio farlo. Ammettiamo pure, che Monti e Tognetti abbiano veramente avuto parte nella insurrezione, ch'essi abbiano anzi operata la mina della caserma Serristori: ebbene, anche in tal caso io sostengo in appoggio alla verità, alla ragione, alla giustizia, ch'essi non sono colpevoli di un delitto capitale, che non sono meritevoli della pena di morte! Essi hanno, voi dite, cagionate delle uccisioni; sia pure, ma chiamate colpevole, punite di morte il soldato che in battaglia uccide il nemico? Rispondete: perchè qui sta tutta la questione. Nel giorno 22 ottobre, è un fatto che nessuno può negarlo, i Romani si battevano in Roma contro i soldati del governo…..
—I Romani, no! esclamò il presidente. Era tutta gente venuta di fuori. I Romani non hanno preso parte all'azione.
—Il mio difeso Gaetano Tognetti è romano, riprese con fermezza l'avvocato. Io devo parlare di Romani. I Romani adunque lottavano: il conflitto era impegnato, si combatteva a Porta San Paolo, al Campidoglio, a Piazza Colonna, in altri punti della città: i Romani cadevano sotto le fucilate degli zuavi: fu in quel momento che Monti e Tognetti fecero saltare la caserma. Non si può guardare questo fatto isolato; bisogna coordinarlo con tutto il resto. Monti e Tognetti facevano parte di quella forza di popolo che in quel giorno, in quell'ora medesima, si batteva contro la truppa degli zuavi. Fra gli insorti e i soldati vi era battaglia; quanto sangue non fu sparso dalle truppe? Furono uccisi dei fanciulli, delle donne… Se voi non puniste i soldati che hanno operate quelle carnificine, perchè si trovavano nello stato di guerra, non potete per la stessa ragione punire gl'insorti che caddero in vostro potere.
»Ma si dirà che i miei difesi invece di battersi a corpo a corpo hanno accesa una mina. Ebbene? e per questo? Quegli che compie tali operazioni combatte del pari di quello che incede colla sciabola o il fucile nel pugno. Essi si sono esposti a un pericolo più terribile e immediato; ecco la sola differenza che passa fra loro e quegli altri, che si moschettarono cogli zuavi e coi gendarmi. L'uso delle mine non è consueto nelle guerre? E chi si è mai sognato di condannare quei valorosi soldati che hanno posta in forse la vita nell'esplosione delle mine per salvare i loro compagni? Chi è che non esalta l'eroismo di Pietro Micca?»
Il presidente, che da un pezzo andava sbuffando, e si dimenava sul suo seggiolone, interruppe di nuovo il difensore, soggiungendo:
—Il caso è diverso: quello era un soldato che serviva regolarmente il suo governo legittimo. Questi invece erano ribelli che lo combattevano.
—Ribelli o soldati, proruppe l'avvocato, essi erano combattenti nello stato di guerra. È un fatto storico, che non può mettersi in dubbio. Garibaldi si avanzava colle sue truppe; le milizie pontificie avevano pugnato contro quelle in regolari combattimenti. Or bene, il movimento di Roma non era altro che un episodio, o una conseguenza, se vuolsi, di quella medesima guerra. Si combatteva dentro e di fuori di Roma, ma per la stessa causa, in nome dei medesimi principii. Gli aggressori del di fuori erano d'accordo coi rivoltosi del di dentro; il governo stesso lo ha riconosciuto, lo stesso processo lo ha dimostrato.
»Dunque, o signori, dunque Monti e Tognetti hanno combattuto in Roma nel modo medesimo, che i garibaldini hanno combattuto a Bagnorea, a Monte Rotondo, a Mentana. Essi si trovano nel medesimo caso dei garibaldini prigionieri di guerra. E chi si è sognato che i prigionieri di guerra dovessero essere massacrati? Perchè dunque spargere il sangue di questi due infelici? Essi sono coperti dal diritto delle genti, che vuol salva la vita dei guerreggianti, quando cadono in potere dell'inimico. Da questo dilemma non si esce. O si dovevano sterminare tutti quanti i prigionieri garibaldini (e notate che in questo caso Garibaldi avrebbe usato del diritto di rappresaglia) o si devono liberare anche questi due.
Il difensore così parlando si era animato con tutta l'energia dell'anima. Il pallore era scomparso dal suo volto; si sarebbe detto che mandava fiamme dagli occhi. Egli si deterse il sudore della fronte, poi ripigliò:
—E poi, signori, mettiamo una mano sul petto. Se Monti e Tognetti fossero anche colpevoli, lo sarebbero essi al punto di meritarsi la pena di morte? No, o signori, essi non sono volgari malfattori. Monsignor relatore ha detto ch'essi agirono per interesse, che furono pagati! Non è vero. Lo provi il fisco, se può.
»Monti e Tognetti erano due onesti operai. Non v'ha nulla di colpevole nel loro passato. Monti è anche padre di famiglia. Ebbene, o signori, due bravi operai, due figli del lavoro, un uomo sopratutto ch'è marito e padre, avvinto alla vita dai vincoli più tenaci e cari, non espongono la loro vita per pochi soldi. Oh no! essi non furono spinti in quella strada dall'ingordigia di un vile guadagno. Essi seguirono un'idea nobile e generosa… sarà stata un'illusione, un'utopia, un errore, non importa; quell'idea era grande, era bella nel loro pensiero. Essi volevano liberare la loro patria, questa Roma…..
—-Signor difensore! gridò il presidente. Non seguiti a parlare così, altrimenti le tolgo la parola.
—Monti e Tognetti avranno errato, lo ripeto, riprese il difensore, saranno illusi, traviati, ma il loro inganno era generoso. Dalla loro colpa, se colpa v'ha in essi, a quella dell'assassino v'è un abisso. Se errarono nel fatto, nell'intenzione erano puri. E in nome di quanto v'ha di sovrumano nel culto dell'idea, per quell'amore che indusse il divino Redentore a perdonare i falli dell'uomo, entrate, o giudici, nei penetrali della vostra coscienza, interrogate il vostro cuore, e pronunciate, se lo potete, che questi due uomini sono meritevoli di una morte ignominiosa!»
Una breve pausa seguì queste parole, pronunciate con tutto il calore del sentimento. Il difensore pareva oppresso dall'emozione; pareva quasi che il suo entusiasmo fosse giunto a trasfondersi nei cuori gelidi di quei sacerdoti. Essi stavano immoti a guardarlo, aspettando che riprendesse la parola.
E il giovane generoso così continuò:
—E poi, perchè vorrete far ricadere tutta la colpa sul capo di questi due sventurati? Perchè devono essere essi soli i capri espiatori dei passati mali? L'impresa ebbe pure dei capi. Dove sono essi? Se quell'impresa fu un delitto, andranno impuniti i rei principali, e gli agenti subalterni assoggettati alla morte? V'erano pure altre persone coinvolte in questa parte della causa. Le carte processuali serbano traccia di un nome, scomparso nella relazione, il nome di un certo Curzio Ventura.
»Per quanto ho potuto raccogliere, l'uomo così chiamato avrebbe rappresentata una parte principale nel fatto di cui sono accusati Monti e Tognetti. Che è avvenuto di lui? dov'è desso? La difesa dei due accusati ha diritto di domandarlo.
—Signor avvocato, proruppe il presidente. Ella passa in un campo estraneo alla difesa, ed io le tolgo la parola.
—Una sola parola mi sia lecito aggiungere, esclamò il difensore. Una vecchia madre, una sposa derelitta, dei piccoli bambini aspettano tremando la vostra decisione. Un detto può farli piombare nella desolazione, un detto può consolare tutti quei cuori angustiati. Quale sarete voi per pronunciare? quale? Io volgo lo sguardo a quella santa immagine del Nazareno, che pende sui vostri capi, e su quelle labbra divine io leggo la parola Perdono. L'ultima voce della sua vita mortale non fu una una prece per quelli stessi che l'avevano crocifisso? Padre, pregò egli, perdonate loro perchè non sanno quel che si fanno. Avrò io bisogno di ripetere le sacrosante parole del Redentore, a voi, che siete i suoi sacerdoti? Non vi stanno esse scolpite a caratteri indelebili nel cuore? Non sono esse il simbolo del vostro ministero, che è tutto di pace e di perdono? E vorrete voi comandare che sia sparso questo sangue, quando il divino Maestro comandò a Pietro di riporre la spada nel fodero? Io non aggiungo altro. Volgetevi a quella immagine, e da quella ricevete l'ispirazione, quando sarete per pronunziare la vostra sentenza.
Il giovane pose fine al suo dire, interrotto dalle lagrime, che calde e copiose gli sgorgavano dal ciglio.
XXV.
La condanna.
Il presidente fe' cenno di ritirarsi alle persone estranee alla deliberazione.
Il relatore, il procuratore del fisco, il difensore, s'incamminarono in silenzio; anche gli uscieri varcarono la soglia, e chiusero le porte.
I giudici rimasero soli col cancelliere, che doveva raccogliere e registrare i voti.
Cosa strana, che rende manifesto la incomprensibile mescolanza degli umani affetti!
Quei dodici prelati, giudici del Supremo Tribunale della Sacra Consulta, scelti fra quanto vi è di più freddo, inesorabile nella curia romana per giudicare le cause di Stato, avvezzi da lunga mano a dettare le sentenze di morte, sordi ad ogni sentimento di pietà o di misericordia, si erano recati al palazzo di Monte Citorio già informati di quanto si attendeva da loro, già conoscenti della causa, e decisi di attenersi in tutto alla relazione fiscale del processo, deliberati insomma di pronunciare la condanna di morte contro Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti. Ebbene, quell'eloquenza calda e sentita del giovane avvocato, quella espansione, quell'accento di verità, quelle lagrime sgorganti dal cuore, erano giunte a passare lo spesso involucro di insensibilità, onde avevano fasciato il petto; essi avevano sentito il contraccolpo di quella commozione: erano inteneriti.
Il presidente, ch'era in certa maniera responsabile del giudicato in faccia al Governo, volse intorno lo sguardo, e si accorse di quella disposizione degli animi.
Gli parve di leggere in quei volti pensosi, in quegli sguardi concentrati la salvezza degli inquisiti. Stette alquanto a guardarli in silenzio, poi disse:
—Monsignori! avete intesa la relazione del processo, le conclusioni del fisco, e per ultimo le parole della difesa. Voi siete uomini di senno profondo e di provata esperienza. Non vi lascerete abbagliare per fermo dagli artifici di un eloquio studiato da chi ha la missione di interporsi fra la spada della giustizia e il reo che deve esserne colpito. Non vi sfuggirà certo l'importanza di questa causa, che si identifica cogli interessi supremi del papato e della religione. Roma, la Chiesa, tutto il mondo cattolico hanno gli occhi su noi. Noi dobbiamo dire colla nostra sentenza se i settarj, che nell'anno decorso tentarono di rovesciare il trono del Sommo Pontefice, e furono fugati dall'ira dell'Onnipotente, erano uomini dabbene; se in quel modo essi agirono rettamente, secondo ragione e giustizia. Noi dovremo dire se tanti valorosi soldati, che vennero ad esporre la vita in difesa delle cose più sante, furono giustamente uccisi e massacrati con tanta barbarie. Dovremo dire, infine, se coloro che attentano alla sicurezza del trono e dell'altare, se i ribelli, gli assassini, i sicari, debbono andar impuniti oggi, per essere domani glorificati, per ricominciare più tardi la loro opera nefanda di strage e di distruzione. Ecco, o signori, che cosa il mondo aspetta di sapere dalla nostra sentenza. Invochiamo adunque il nome dell'Altissimo, perchè c'illumini e ci guidi nella pronunciazione del nostro voto.
Questo artificioso discorso pose un fiero dubbio nel cuore di quei prelati. Parlavano ancora nei loro petti le voci della pietà, e più di queste le norme inconcusse dell'onestà e del vero, quei sentimenti morali che non vengono mai distrutti del tutto nell'animo umano.
Questi sentimenti li avrebbero spinti ad assolvere dalla pena di morte due uomini non d'altro rei, che di avere virilmente combattuto in un campo opposto a quello dei loro giudici.
D'altra parte, i monsignori della Sacra Consulta riflettevano alle parole del presidente. Il Governo aspettava da loro una condanna severa: essi non potevano assolvere Monti e Tognetti senza condannare il Governo. L'assoluzione di que' due inquisiti li rendeva moralmente loro complici; con quella assoluzione essi rinnegavano quel potere pel quale esistevano, rinnegavano tutto quanto il loro passato. La lotta era dunque assai fiera, e diverso ne fu il risultato; in alcuni cuori prevalse il consiglio più mite, in altri la crudele ragion di Stato; e se non fosse stato che alcuni di essi erano guidati da motivi personali, estranei al merito della causa, il maggior numero sarebbe stato di quelli che inchinavano alla clemenza, e la salvezza di Monti e Tognetti sarebbe stata pronunciata.
—Signor cancelliere, disse in mezzo al silenzio universale la voce lugubre del presidente: raccogliete i voti. Monsignori, chi si pronunzia per la pena di morte risponda sì, chi non vuole che quella pena sia applicata dirà no. Cominciamo.
—Voi, monsignore, disse poscia, volgendosi al giudice ch'era seduto alla estremità sinistra del banco. Giudicate che a Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti debba infliggersi la pena di morte?
Quello al quale il presidente volgeva la prima interrogazione, era un prelato dai capelli bianchi, curvo nel collo e nella testa; i travolgimenti delle passioni giovanili avevano devastato profondamente il suo volto, sul quale regnava adesso per consueto una calma impassibile.
Egli non levò la testa nè gli occhi, e rispose con voce ferma:
—No!
Gli occhi del presidente sfavillarono d'ira; rimase come incerto, poi soggiunse:
—Non ho bene intesa la vostra risposta, monsignore. Io vi ho chiesto se credete Monti e Tognetti meritevoli di morte.
Il vecchio levò lentamente il capo, fissò i suoi occhi bianchi e quasi velati in faccia al presidente, e ripetè con maggior forza:
—No!
Il presidente, senza dissimulare il dispetto, che gli traspariva negli occhi e nel cipiglio, si volse al secondo, e ripetè la domanda.
Questi, era un uomo di trent'anni, dal volto bruno, dal portamento ardito; esso era rinomato per la severità, e potrebbe dirsi la ferocia delle sue decisioni; e il presidente non dubitava che dalla sua bocca dovesse uscire il voto della condanna. Egli ristette alquanto come esitante, poi pronunziò la parola:
—No.
Il presidente strabiliò. Già gli pareva certa l'assoluzione dei due accusati. Volse un'occhiata in giro sui giudici, come un uomo che sta per annegarsi, e cerca un punto d'appoggio. Senza frapporre altro indugio, interrogò il terzo prelato, e questi rispose:
—Sì.
Questa volta il presidente respirò, e più tranquillo interrogò il quarto, che replicò:
—No.
Il quinto e il sesto risposero con un sì.
Il settimo no.
Il presidente ritornò a tremare.
Fra i voti raccolti v'erano quattro no; bastavano altri due per formare parità e determinare l'esclusione della pena di morte.
L'ottavo giudice e il nono furono pel sì.
Il decimo pel no.
Anche un voto negativo, e gli accusati erano salvi.
Mancavano due voti: quello di monsignor Pagni e quello del presidente.
Questi interrogò Pagni tremando.
—Sì! rispose questi con voce vibrante.
Mancava solo il voto del presidente.
L'istante era solenne.
I voti raccolti erano undici, sei pel sì, cinque pel no. Se il voto del presidente era pel sì, gl'inquisiti venivano condannati; se era pel no, si formava la parità de' sei voti contrarj co' sei favorevoli, e in tal caso essi erano salvi. La loro vita e la loro morte dipendevano dunque dal voto di monsignor Presidente.
Tutti gli sguardi dei prelati, tanto di quelli che avevano pronunciato il sì come degli altri che avevano detto no, si volsero a guardare quell'uomo, che con un monosillabo doveva decidere di due esistenze.
Un'antica consuetudine è in vigore nei tribunali romani. Quando dal voto del presidente, che è sempre l'ultimo a votare, dipende l'assoluzione o la condanna degli accusati, quel voto è sempre favorevole, specialmente se si tratta di pena capitale.
Ma la morte di Monti e di Tognetti era decretata prima ancora di quel giudizio. Ben lo sapeva il presidente, che dopo un istante di sospensione pronunciò la fatale parola: Sì!
Così il risultato della votazione fu di sette sì e cinque no. Monti e Tognetti furono condannati a morte alla maggioranza di sette voci su dodici. Un voto contrario di meno li avrebbe salvati. Essi furono dunque dannati all'ultimo supplizio in forza di un solo voto, che fece traboccare la bilancia in loro danno.
Anche fra i prelati pontificj della Sacra Consulta ve ne furono cinque che credettero Monti e Tognetti immeritevoli di morte; eppure essi furono condannati alla ghigliottina!
Il presidente proclamò il risultato della votazione, esclamando trionfalmente:
—La pena di morte è pronunziata!
Il cancelliere stese la sentenza. Poi il presidente suonò il campanello.
Gli uscieri rientrarono; a un cenno del presidente introdussero il relatore, il procuratore fiscale e il difensore.
La sentenza, colla quale Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti venivano condannati alla pena di morte, fu letta ad alta voce dal cancelliere.
La seduta si sciolse.
Monsignor presidente prese a parte l'avvocato Leoni, ch'era rimasto come esterrefatto, e gli disse con ipocrita ironia:
—Mi rallegro con lei, signor avvocato; ha fatto una bella difesa. Ella è giovane, e le si prepara un bell'avvenire. Quanto a quei due infelici, io la consiglio a ricorrere per essi alla clemenza e pietà del Sommo Pontefice.
—Alla clemenza del papa! sclamò con fuoco l'avvocato Leoni; e più avrebbe detto, ma si trattenne.
Tacque alquanto; poi disse, indicando il crocifisso che dall'alto aveva assistito a quella scena:
—Io me ne appello piuttosto alla giustizia di Dio!…
Nella sera medesima, il cancelliere si presentava alle Carceri Nove per leggere la sentenza ai prigionieri. Si recò prima alla segreta di Giuseppe Monti, poi a quella di Gaetano Tognetti.
Monti ascoltò sino alla fine la lettura senza dar segno di commozione.
E quando fu finita, diede un solo grido:
—Poveri miei figliuoli!…
E gemendo si rovesciò sul suo coviglio di paglia.
Tognetti si diede a ridere rabbiosamente, poi disse al cancelliere:
—Direte a quei signori della Sacra Consulta, che auguro loro un buon sonno!