CAPITOLO XIV
L'introduzione di monete basse e forestiere a prezzo maggiore dell'intrinseca bontá cagiona danno ed alzamento alle monete.
Ogni volta adunque che permette un principe il corso ne' suoi Stati alle monete forestiere d'oro o d'argento a maggiore valuta dell'intrinseca bontá loro, ne viene come necessaria conseguenza, attese le ragioni e l'esperienze addotte nell'antecedente capitolo, l'alzamento delle proprie monete, a cui seguitano i danni spiegati nel decimosecondo capitolo. Ma molto piú ancora e con piú efficaci impulsi s'avvalora il disordine, quando si dá campo a monete basse forestiere d'introdursi copiosamente nello Stato proprio. Imperciocché alle monete d'oro e d'argento è facile correggere l'errore, emendandolo almeno nell'avvenire col valutarle, mediante un editto, a quel prezzo che loro conviene; ma le monete basse non sono capaci d'altra emenda, per lo piú, che d'un bando totale. Perché, se fossero, per esempio, introdotti nello Stato veneto li grossi o traeri tedeschi a cinque soldi l'uno, e valessero solo quattro e un terzo d'intrinseca bontá, il popolo non può senza scomodo tener conto di quel terzo, e però tornerebbero presto a cinque soldi; e que' due terzi di danno ogni cinque montano sin tredici per cento. Molto peggio poi, se la moneta fosse bassissima. E, perché queste si spargono per la plebe e per lo piú compongono il privato peculio de' poveri, se se ne lascia entrar troppa quantitá, diventa pericoloso nonché difficile il proibirle; e, se non si proibiscono, si dá occasione a quelli, che di questo traffico s'approvecchiano, di mandarne maggior quantitá, con la quale, asportando fuori dello Stato le monete migliori, lo impoveriscono irremediabilmente. Perché, quando i mercanti ed altri artigiani cominciano a non tirar altra moneta per la vendita delle loro merci e fatture che di tal sorte di lega bassa, dovendo per pagamenti grossi, e massimamente fuori di paese, provvedersi d'ori e d'argenti buoni, convien loro pagarli piú: onde crescono di valore, e ne seguono le dannose conseguenze negli antecedenti capitoli esaminate.
Quando la Polonia ebbe li giá raccontati danni delle monete del 1658 battute dal suo re e da altri sotto il suo impronto, erano giá introdotte ancora in molta quantitá certe monete basse di Svezia, dette «scilinghi», poco meno che di schietto rame, sparsivi a poco a poco sino da' tempi della regina Cristina. Ma, portatane poi molta quantitá, allorché del 1656 quasi di tutta la Polonia s'erano li svezzesi impadroniti, ond'era impossibile ormai proibirle senza correr rischio di turbolenze popolari, allora fu che gli svezzesi, anche dopo la pace, vi caricarono sí forte la mano, dando li scilinghi a' mercanti di Riga in Livonia a ragione di 108 talleri per 100 di monete buone (cioè a dire di urti vecchi, che erano monete di buona lega e che avevano in sé il valore al quale correvano), che, allettati i mercanti polacchi dal sensibil guadagno di 8 per 100, incettavano gli urti e, barattati in scilinghi, gli spargevano per il regno: tanto che finalmente, tra questi e la nuova moneta regia, restò esausta d'ogni buon metallo la Polonia. Ed è ben da credere che, oltre le zecche regie di Svezia, molti ancora ne contrafacessero a parte, mentre, fatti anche della bontá degli altri, portavano utile si grande a chi gli fabbricava, che poteva darli a 108 per 100 di buona moneta.
Gli ollandesi, con le guerre de' tre Filippi re di Spagna, contrafecero il viglione di Spagna, che vuol dire le monete basse con l'impronto di quella corona, e riempirono sí fattamente la Fiandra e la Spagna stessa, asportandone le doppie e le pezze da otto, che si può dire mantenessero viva la guerra contro que' monarchi con l'oro de' medesimi; anzi forse fu peggiore la guerra che lor fecero con le monete, di quella che facevano con l'armi. La Francia, mentre possedette qualche tempo la Catalogna quaranta anni sono, o sia che non pagasse mai le sue soldatesche colá se non con monete basse, o che in altri modi vi fossero da' mercanti introdotte o da' governatori tollerate, si sa ch'elle erano quasi di rame schietto, perché non tenevano che 26 caratti di fino ogni marca (che non arriva a 40 caratti per libbra) ed erano segnate con impronto diverso da quelle che erano in Francia, ove non erano nemmeno admesse; onde non ritornava in Francia se non la moneta d'oro e d'argento. Con che spogliò si fattamente quello Stato, che, ritornato sotto il re di Spagna, restò quasi corpo esangue, costituito in debolezza tale, che non per anco si può dire sia rimesso dal ricevuto danno. Ma cerchiamo qualche esempio piú prossimo, sebbene di non tanto strepitoso effetto.
Mi sovviene che del 1653 erano introdotte in Firenze, ove io dimorava, fra li quattrini bassi, che colá si chiamano «neri», altre monete di paese forestiero, da quelli poco dissimili in grandezza e colore, particolarmente sesini di Lucca e di Modona. Pareva che, non so come, allora dormissero que' ministri, per altro vigilantissimi, a' quali tal negozio incombeva: onde, fatto giá comune il corso a tali monete, ne furono a poco a poco introdotte in sí gran quantitá, che, quando pure si destarono e le proibirono, non si restò di sentire grandi clamori de' poveri in particolare, che non avevano quasi altro con che comprarsi il pane. Né è maraviglia che in sí gran copia fossero in breve tempo concorsi, perché valeva allora in Modona 25 lire la doppia, che, a 60 sesini per lira, erano 1500 sesini, li quali, portati in Firenze e spesi per quattrini, come que' del paese, facevano pure 25 lire di Firenze, che, valendo la doppia solo 23 lire fiorentine, v'erano 5 lire fiorentine di guadagno per ogni doppia; dal che risultava l'utile di 25 per 100, di cui ben si poteva far parte a que' mercanti che tenean loro mano. Ma, perché, mancando in Modona per questa via la moneta bassa, suppliva la zecca del principe, battendone di nuova, quando poi furono bandite di Firenze, ritornarono alla patria ed abbondarono si fattamente in Modona quelle monete, che alzavano la valuta delle doppie e dell'altre monete migliori, con pubblico pregiudizio ed utile solo di que' trafficanti di monete, che prima le avevano inviate a Firenze con utile di 25 per 100 ed ora le ritiravano a casa; e, perché giá erano rese di niun valore in Toscana, proccurarono lá d'incettarle di nuovo per li due terzi del primo valore, sicché n'ebbero nuovo vantaggio a riportarle.
Tutta la Germania ha patito fastidiose convulsioni nel negozio a causa de' traeri, tunfieri ed altre monete del genere de' grossi e fiorini, battute in alcune zecche di que' principi a lega inferiore dello stabilito nelle diete imperiali; che, passati abbondantemente in Stati alieni, e frammischiati fra' traeri migliori, hanno poi nelle fiere incontrato intoppi tali, che, ricusandosi egualmente i buoni ed i cattivi, erano alzati gli ongari sino a quattro fiorini del 1656 e 1657, come, quando io mi trovava colá, solevano valere. Ed ha bisognato ridurre la valuta de' migliori, a baratto di moneta corrente imperiale, a tre fiorini e mezzo: segno che anco in quella dello stesso imperadore era stata fatta qualche mutazione nella bontá dell'argento o del peso. E perché quelle di molti altri principi inferiori sono a molto minor lega ancora, sono state parte affatto bandite, parte a minor prezzo ridotte; sicché un traero, che tre kreutzer valeva, se da quelle zecche inferiori sia battuto, non vale piú che due e mezzo, e cosí altre. Ma nelle monete imperiali frattanto, siccome l'ongaro è passato da tre fiorini a tre e mezzo, che vuol dire da sei a sette, l'entrate de' principi e gli averi de' popoli in monete d'argento sono scemati da sette a sei anch'essi.
Appena però furono in Allemagna bandite le peggiori monete e l'altre tassate a minor valuta, che gran copia di queste s'è veduta comparir in Italia, ed in particolare negli Stati veneti, a Brescia, a Verona, nel Friuli ed in altri ancora alla Germania confinanti, di dove a poco a poco negli altri territori vanno spargendosi; e, sebbene due volte sinora sono state proibite dalla pubblica sapienza, non per tanto non ha prevaluto se non per breve tempo l'autoritá del principe alla malizia di chi ne fa profitto privato, mandando in Allemagna ducati ed altre monete a baratto di quelle inferiori. Ma, per vedere un po' di saggio della grandezza del danno che apporterebbero se piú oltre si lasciassero correre, eccone un solo calcolo, che basterá a farne conoscere l'evidenza.
Pesano una gran parte de' traeri, che d'Allemagna sono comparsi in Italia da pochi anni in qua, caratti sette e mezzo l'uno a peso di Venezia: onde in una marca ne vanno 153 e 3/5, ed hanno di fino caratti 500 per marca uno per l'altro; e, perché si spendono a 5 soldi l'uno, importano 758 soldi. Onde, se tanto vagliono 500 caratti di fino argento, una marca d'argento fino, ch'è caratti 1152, vien valutata in detta moneta soldi veneti 1769 e mezzo in circa.
Se ricevono a baratto ducati veneti, questi sono di peso a bilancia veneta caratti 110 peggio 200 per marca; onde hanno di fino ciascuno caratti 90-9/10; e, spesi a ragione di lire sei soldi 4, come gli ha valutati il principe, valerebbe la marca d'argento fino soldi veneti 1571 e mezzo. Ma in traeri s'è visto sopra che vien valutato l'argento fino soldi 1769 e mezzo la marca; dunque vi corre svario soldi 198, che sono quasi dieci lire per marca. Onde, se ogni soldi 1571 peggiora 198, barattando a traeri, si viene a peggiorare dodici e tre quinti per cento di tutto l'argento che in ducati veneti va a baratto di traeri in Allemagna: perché, considerando il baratto d'argento fino per argento fino, Venezia dá il suo argento fino contenuto ne' ducati per soldi 1571, e lo riceve contenuto in traeri a soldi 1769 e mezzo, oltre il danno che sentirebbe dalla raffinatura; e però non è maraviglia se gl'incettatori pagano il ducato piú di lire 6.4, e se egli è alzato di prezzo fino a lire 6.8 di Venezia sotto gli occhi stessi del principe, e fino a lire 6.16 in Brescia. Imperocché chi volesse valutar l'argento fino del ducato al prezzo che vien valutato quello de' traeri, valerebbe il ducato poco meno di lire 7 veneziane: onde, anche a lire 6.16, vi hanno i mercanti quasi tre per 100 di utile a incettarlo, ed i tedeschi ponno subito ribatterli in tanti suoi traeri da mandarli in Italia. Ma, se si dánno loro ongari a baratto, vagliono questi in Venezia al presente, benché a prezzo abusivo, lire 17 (perché giusta ai bandi doverebbono valer solo lire 15.10), pesano grani veneti 64 e mezzo a bontá di caratti 23, o sia, secondo l'uso veneto, peggio 48 per marca uno per l'altro, perché ne sono alcuni migliori, altri peggiori alquanto. Dunque, se una marca di caratti 1152 ha peggio 48, li grani 64 e mezzo d'un ongaro averanno peggio grani 2-5/6 in circa, e però averá d'oro fino grani 62 e 1/5; e perché in una marca sono caratti 1152, cioè grani 4608, se grani 65 e un terzo vagliono lire 17, valerá una marca d'oro fino lire 1211 caratti 8 grani 2. Ma una marca d'argento fino in traeri dicessimo valere soldi 1769, che sono lire 88.9. Dunque una marca d'oro fino va fuori di Stato veneto a baratto di marche 13 caratti 800 d'argento; laddove la proporzione piú comune dell'oro all'argento nelle piazze d'Italia dicessimo sopra esser d'una marca d'oro fino per marche 14 e 3/4 in circa d'argento. Che però non è maraviglia se sono cercati gli ongari ed incettati per lire 17 e mezza e sino per 18 lire l'uno; perché, volendo valutarli anche a ragione di marche 14-3/4 d'argento in traeri per una d'oro, dovrebbe valer l'ongaro soldi 366 e mezzo, che sono lire 18.6 e mezzo. Ed ecco come chiaro apparisce che l'introduzione di monete basse forestiere fa alzare di prezzo le monete d'oro e d'argento del paese.