CAPITOLO XIX

Regola seconda. Batter metallo della maggior finezza possibile.

Che sia ingenito e naturale a tutti gli uomini l'amare in tutte le cose la perfezione, e di ciascuna spezie le meno imperfette nel suo essere maggiormente stimare, c'insegnò piú di una volta Platone nelle divine sue opere; ma con piú evidenza ce ne avvertisce quella che a Platone stesso fu maestra: l'esperienza. Nelle monete fu sempre cosí grande ed universale fra gli uomini la stima di quelle che piú perfette e pure nel loro metallo fossero, che niuna moneta ebbe mai corso e fama in molte nazioni, e per lungo tempo a un tratto, che perfettissima non fosse in bontá di metallo. I darici di Dario re di Persia, i filippi di Filippo re di Macedonia, furono anticamente famosissime monete, ricevute da tutte le nazioni, perché di finissimo oro constavano. Gli ariandici d'Egitto, battuti da Ariande, governatore di quella provincia per Cambise re di Persia, furono similmente famosi, perché d'argento finissimo a copella erano battuti, ancorché all'autor costassero la perdita del governo, per averli stampati senza l'autoritá o licenza del suo sovrano. Cosí i manulati di Grecia, battuti da Emanuele imperadore, lungo tempo ebbero nome e fama per tutto l'imperio orientale e fuori d'esso ancora, perché d'ottimo argento constavano; e li soldi tornesi o sia turonesi, battuti in Francia la prima volta (secondo Bodino) dal re Luigi il santo, furono cosí accetti non alla Francia solamente, ma poco a poco a tutta l'Europa, che trovasi, dopo, aver parlato a tornesi quasi tutte le di lei nazioni, e tuttora ne resta il nome nel regno di Napoli, onde la moneta in genere vien anco detta «tornesi», come in altri paesi si dice «aver soldi» o «quattrini». Onde, per tralasciar i contratti fatti da varie nazioni a ragione di grossi tornesi, come la lega dei svizzeri con i bernesi, nella quale decretarono un grosso tornese al giorno per soldato, ed altro, basterá vedere la costituzione di Benedetto decimosecondo papa nel capitolo primo delle Estravaganti, De censibus et exactionibus, ove determina le contribuzioni ecclesiastiche (perché in tutta la cristianitá dovevansi pagare a' prelati nelle visite delle loro diocesi) e le tasse tutte a ragione di grossi tornesi, esprimendone in fine la bontá e valore, con dire: «Porro turonenses praedictos tales fore intelligimus, quod duodecim ipsorum valeant unum florenum auri boni, puri et legalis ponderis et cunii florentini». E qui è da notare che, avendoli nel principio nominati «tornesi d'argento», ne esprime poscia il valore con l'oro de' fiorini di Firenze d'ottima bontá e peso; perché infatti, come s'insegnò sopra al capitolo quinto, l'oro è il prezzo dell'argento, siccome l'argento vicendevolmente è prezzo e misura dell'oro. Erano questi tornesi, secondo Bodino, di bontá di once undici e mezza per libbra e di peso una dramma; ed il fiorino di Firenze era anch'egli di peso una dramma, ed era di bontá di 24 caratti: onde veniva a valere in que' tempi un'oncia d'oro quanto once undici e mezza d'argento a fino per fino. Ma il fiorino stesso d'oro (che cosí chiamasi per essersi battuto in Firenze ed aver da un lato impresso un giglio, impresa di quella repubblica, e dall'altro san Giovanni Battista, lor protettore) fu a que' tempi e dopo ancora cosí comunemente stimato ed accettato, si può dire, per tutto il mondo, che n'è restato in molte nazioni e d'Italia e fuori il nome, contandosi anche oggidí le valute nell'Allemagna, Polonia ed altri paesi a fiorini, benché l'essenza de' fiorini stessi sia, per la solita infermitá delle monete, degenerata poco meno che l'antico soldo, ch'era d'oro ed oggi è fra le piú vili monete di rame.

Ma, piú che in tutte l'altre istorie, si fa manifesta la stima, che fa il mondo delle monete di squisita finezza, nel zecchino veneziano. Fu questo cominciato a battere nel 1284, e valutato soldi 60 veneziani, ch'erano però soldi e mezzi soldi d'argento fino, non di rame, come ora. Dal che si può di passaggio osservare la veritá di quanto ho notato nel capitolo nono, che, quando si dice volgarmente crescere di valor le monete, piú propriamente si dovrebbe dire scemar di valore la moneta bassa o l'immaginaria. Imperciocché, se avessimo ora 60 soldi del peso e bontá di quel tempo, non svariarebbero dalla valuta d'un zecchino, se non quel tanto ch'importa la varietá della proporzione dell'oro all'argento, che in quel tempo era da undici e mezzo in circa ed ora è di quindici in circa per uno, sicché non valerebbe nemmeno oggi altro che 78 di que' soldi medesimi; ma vale egli tanti soldi piú, mentre si spende per 400 soldi medesimi, perché i soldi poco a poco sono scemati tanto di valore, che non ponnosi fare se non di rame, con pochissimo argento dentro, e la lira, ch'era 20 di que' soldi d'argento ed era un terzo di zecchino…..[33] che si è cresciuto.

Ma, per tornare al nostro proposito, ebbero di un subito i zecchini veneziani o sia ducati d'oro, a causa della sua finezza di 24 caratti, cosí gran credito per tutte le province e luoghi, che non solo si sparsero per tutto dove trafficavano i veneziani, ch'era l'Italia, la Grecia e tutto l'imperio d'Oriente, fino alle foci del Tanai, allora detto la Tana, e per tutta la Natolia, Soria ed Egitto; ma ne passò l'uso e la stima sin dove non arrivavano né meno a quel tempo i cristiani, anzi in que' stessi paesi, che da' nostri geografi erano affatto ignorati, come sono le Indie orientali, che centinaia d'anni dopo tardarono a scoprirsi. Il che si sa, perché Vasco di Gama, il primo scopritore di quelle, colui, cioè, che fu il primo ardito a circondar l'Africa tutta e, superato il capo di Buona speranza, andò a trovar l'isole famose, ma fino allora a noi incognite, delle Speciaríe, dette le Molucche, costui, dico, trovò aver corso fra le monete in Calicut i zecchini veneziani; e Niccolò Conti veneziano nel racconto de' suoi viaggi narra che ne correvano a suo tempo per tutta l'India. Il che non è da stupire, mentre con essi pagavano i veneziani le speciaríe, che compravano in Alessandria d'Egitto, quivi portate dagli arabi, che dagl'italiani mercanti le ricevevano e per lo Mar Rosso in Egitto le portavano.

Il Taverniero nel racconto de' suoi viaggi narra che a' nostri tempi ancora hanno corso per tutta l'India non solo i zecchini veneti, ma anco gli ongheri d'Allemagna, e si spendono a marchi o sia a peso, come si fa in Venezia, e devono pesar 9 vals e 7/16, e si spendono per 9 mamoudi e tre pechas (che sono nomi delle loro valute). Ma il zecchino veneziano, per esser piú di tutti perfetto, valeva due pechas di piú, cioè 9 mamoudi e 5 pechas. Se non che, essendone stati introdotti d'inferiore bontá, battuti senza dubbio in altre zecche, che hanno voluto imitare per guadagno il conio, come pur troppo anch'oggi vien praticato, hanno perduto di credito, sicché adesso solo al pari degli ongari hanno corso; essendo cosa certissima che la serenissima repubblica veneta non ha giammai alterato del minimo le antiche sue leggi circa la finezza del suo zecchino, mantenuto sempre a tutta perfezione di 24 caratti. Sono portati in quelle parti a' nostri tempi gli ongari parte per la via di Polonia e Moscovia, daddove passano in Persia molti mercanti che, traversando il Mar Nero, vanno a Trabisonda, e di lá in Erzerum, daddove passano nella Persia, ove col traffico traggittano ancora nelle Indie; parte per l'Ongheria stessa passano a Costantinopoli, e, di lá sparsi per la Turchia, sono da' mercanti portati pur in Persia con le caravane, che da varie parti di quell'imperio colá si portano e seco recano ancora zecchini, che d'Italia continuamente calano in Turchia, e sultanini o «suraffi» dal Cairo; e parte ancora con le caravane d'Egitto, che, traversando i deserti d'Arabia, vanno a trafficare in Balsera sul golfo di Persia, ove cápitano con varie merci persiane ed indiane navi. Ma per lo contrario le doppie di qualsivoglia nazione non sono giá prese in que' paesi in altro conto che a oro in pezzi, onde chi ne porta e vuol farne soldo deve consegnarle alle zecche, dove, fuse prima e fattone saggio, gli vengono pagate secondo il peso e la bontá che le trovano avere, ché non sono della finezza del zecchino e degli ongari, stimata da tutto il mondo.

Ma le ragioni perché le monete d'oro di maggior finezza sieno tanto ricevute nel mondo, faranno anche tanto piú palese la necessitá di batterle in questo modo per maggior vantaggio della zecca. E queste sono principalmente due.

La prima si è, perché quanto piú fino è un metallo, tanto piú difficile è a' falsari il contraffarlo, non solo perché ogni poco di mistura, che vi sia d'argento o rame, ne muta sensibilmente il colore, ma perché un zecchino e un ongaro di tutta bontá facilmente si piega con le mani, essendo ogni metallo puro assai dolce e facile a ripiegarsi, laddove la mistura lo rende crudo ed inflessibile. Cosí lo stagno e piombo, ambedue flessibili e trattabili a martello quando sono schietti ciascuno da sé, se si mischiano assieme, fanno il peltro piú duro a piegare e piú facile a crepar sotto il martello. Il rame, che, essendo puro, è cosí trattabile, che col martello se ne fanno bellissimi vasi, se punto di stagno abbia seco, diventa duro e crudo in modo, che non d'altro si compongono i bronzi e gli specchi anticamente detti d'acciaio. Insomma ogni mistura de' metalli leva loro la flessibilitá: effetto veramente mirabile; di che nondimeno dissi qualche ragion fisica, se non m'inganno assai probabile, nella mia lettera al serenissimo granduca Ferdinando secondo di gloriosa memoria sopra i vetri temperati, giá molt'anni sono data alla luce. E da questa durezza nasce che gli altri scudi d'oro, detti «mezze doppie», lasciano rompersi piú tosto che piegarsi; e la plebe ed altri, che non hanno pratica sufficiente per conoscerli dal colore o dal paragone, però subito li conoscono, dalla facilitá di piegarsi, per buoni e perfetti. E quindi avviene che, sebbene il credito, che ha sopra ogn'altra moneta d'oro il zecchino, ha allettato l'ingordiggia di molti a contrafarlo, non hanno però mai potuto includervi piú lega di quella che contengono gli ongheri, che sono a bontá di caratti 23 il meno, e la maggior parte sono anche migliori: perché, se piú di un ventiquattresimo di mistura vi fosse, non si potrebbero piegare. Ed al contrario le doppie di qualsissia principe sono state tante volte e in sí fatta maniera falsate, che se ne sono trovate che non contenevano la metá dell'oro dovuto, mentre con artifici detestabili dánno loro il colore, e, sebbene non può mai imitar quello dell'oro piú fino, assai però s'accosta a quello delle doppie ordinarie.

La seconda ragione del maggior credito e valuta delle monete piú fine si è per l'uso di esse in molti lavori, a' quali non è atto il metallo che tiene di mistura. Tant'oro, che si batte in fogli per indorare stucchi, legnami ed altri ornamenti delle chiese, case, carrozze ed altro, tutto è finissimo metallo, senza di che non può per la crudezza battersi nella necessaria sottigliezza: onde il battioro, se non ha zecchini squisiti per battere, è forzato con dispendiosa fattura raffinar l'altre monete, prima di valersene a' suoi lavori. Lo stesso deve dirsi dell'oro, che dagli orefici vien adoperato per indorar i rami o gli argenti; stantecché, se finissimo non sia, non rende nell'operar quel colore piú gradito, che vediamo particolarmente ne' bellissimi dorati d'Augusta.

La stessa ragione però milita ancora nelle monete d'argento. Le genovine, le pezze da otto vecchie, gli scudi d'argento di Firenze e di Venezia sono di cosí bello argento e di cosí limpida bianchezza, che non è cosí facile ingannar con l'arte de' falsari gli occhi almeno de' pratici ed intendenti. La mistura del rame ne scuopre in breve tempo il rossore, quella dello stagno gli leva il peso, il suono e la vivezza del colore; e tutt'altro che abbiano con loro per coprirne la fraude, dura poco tempo a lasciarne conoscere l'inganno, subito, cioè, che ne sia alquanto dall'uso logorata la superficie. Perciò si veggono falsificate piú spesso le monete di basso argento de' principi di Lombardia che li testoni e paoli della Chiesa e della Toscana, piú li ducati veneziani che gli scudi e ducatoni della medesima zecca; essendo verissimo ch'egli è piú facile l'immitar col falso il men buono che il perfetto. E forse la natura, nel produr questi metalli di cosí differenti colori, ebbe mira d'impedire gli inganni che nell'uso, a cui la sovrana provvidenza gli aveva destinati, potevano dall'umana ingordiggia esser introdotti.

Ned è nuova regola ed osservazione di fatto questa, ch'io propongo per utilissima norma delle zecche, di batter le sue monete col piú possibile caratto di finezza; ma fu conosciuta e mantenuta, anzi per legge stabilita sino da'piú antichi secoli. La stabilirono coll'esempio i romani ne' loro secoli migliori, e gl'imperadori stessi; trovandosi le monete d'oro al tempo della repubblica tutte finissime, se qualcuna falsificata ne sia eccettuata, e leggendosi che Cornelio Silla dittatore, per la legge detta Cornelia, ed Augusto, per la legge Giulia, obbligarono i magistrati delle monete a batter oro fino. L'oro delle monete di Vespasiano fu saggiato in Parigi a' tempi di Bodino, e trovato di tale finezza, che per cimento reale non era scemato piú di un settecentottantesimo del tutto, ch'è poco piú di mezzo grano per oncia; cosa insensibile e che vien perduta dallo stesso tormento.