CAPITOLO III L'aristocrazia fondiaria nelle colonie meridionali.
§ 1. Virginia — § 2. Maryland — § 3. Caroline — § 4. Georgia — § 5. La società meridionale: suoi elementi e sua coesione.
§ 1. Virginia. — Una chiesa rovinata ed un paesello chiamato Jamestown indicano oggi il luogo, dove il 13 maggio 1607 sbarcavano dalle tre navi mandate dalla compagnia di Londra i 105 emigranti iniziatori della colonizzazione inglese nell'«Antico Dominio».
Erano essi avventurieri della peggior specie, la maggior parte gentlemen andati in rovina, qualche antico recluso, qualche raro mercante, e più raro operaio, tutta gente attirata nel Nuovo Mondo chi dall'ingordigia dell'oro, chi dall'illusione puerile di trovarvi una ricca esistenza senza faticare, chi dalla speranza di arrivare al Pacifico, creduto molto vicino alla costa atlantica: comandava quest'accozzaglia irrequieta e turbolenta, animata da desideri insoddisfatti, non sorretta da alcun ideale, il bravo capitano Newport; ma chi esercitava su tutti la maggiore influenza per l'ingegno, l'energia, la sagacia e sovratutto la conoscenza profonda delle cose e degli uomini, era il capitano Giovanni Smith, la cui vita venturosa dal giorno in cui a 13 anni vendeva i libri di scuola per far danari e poter così mettersi in mare, alla sua prigionia in mezzo ai Turchi, al suo imbarco per l'America, era stata tutta un romanzo, di cui l'approdo nella Virginia non doveva segnare l'ultima pagina. A rendere ancora più vivo il contrasto collo sbarco dei Pellegrini, il paese, dove approdavano questi avventurieri, era tale per clima e per suolo da sembrare in quel maggio ridente un paradiso, di cui lo Smith poteva scrivere «che il cielo e la terra non eransi mai trovati così bene d'accordo nel formare un luogo tanto adatto all'abitazione dell'uomo».
La terra li invitava fertilissima ad un lavoro fecondo, garanzia d'un lieto avvenire; ma non per questo avevano essi lasciato il paese nativo: chi si dava alla ricerca dell'oro, chi del Pacifico, supposto in comunicazione con la baia di Chesapeake; mentre la delusione più amara, l'apatia, l'anarchia s'impadronivano dello stabilimento, specie dopo la partenza del Newport, e gli stenti e la malaria riducevano già nell'autunno alla metà i malaugurati coloni. Li salvava da un'ecatombe completa la fermezza e l'abilità del capitano Smith, l'unico che in una sana concezione coloniale trovasse i requisiti indispensabili a ben superare la prima prova: lungi dal cercare un oro chimerico, egli s'industriava a procurarsi i mezzi primi di vita per sè e la colonia, stringendo cogli indigeni ostili tali rapporti d'amicizia da averne spontaneamente maïs e cacciagione, mentre insegnava egli stesso ai compagni ad abbattere gli alberi ed a costruirsi delle rudimentali capanne. Poi nell'inverno iniziava un viaggio di ardita esplorazione nella baia di Chesapeake, risalendo alcuni dei fiumi sboccanti in essa: preso dagli Indiani ed ammazzatigli i compagni, egli riusciva con le sue risorse a meravigliare e divertire quegli uomini primitivi, sfuggendo così a certa morte non solo ma accaparrando anche amici preziosi alla nascente colonia, ch'egli al ritorno trovava però ridotta ad una quarantina d'uomini miseri e scoraggiati.
Ritornava è vero ben presto il Newport con altri 120 emigranti; ma l'arrivo di costoro, in gran parte sullo stampo dei primi, non migliorava per nulla lo stato delle cose: il loro aiuto si riduceva a sterrare, lavare ed epurare una terra brillante dei dintorni, scambiata per oro dall'accesa fantasia degli orefici venuti a tal fine in America. Lo stesso Newport, deluso nella speranza di trovare il Pacifico di là dalle cateratte del fiume James, se ne tornava in Inghilterra con un vascello carico di terra senza valore; mentre lo Smith, disgustato di tanta follia, ripigliava i suoi viaggi di esplorazione, risalendo per lungo tratto il Potomac ed il Susquehannah, e costruendo una carta di quelle sconosciute regioni. Ritornato nello stabilimento, veniva nominato nel 1609 presidente del consiglio coloniale; e la sua energica amministrazione incominciava a far rifiorire l'ordine ed il lavoro, quando il Newport entrava nel fiume con un secondo rinforzo di settanta emigranti. Erano anche questi però della stessa risma degli altri, benchè, buon preludio, vi si trovassero anche due donne; tanto che lo Smith era obbligato a scrivere in Inghilterra: «se organizzate una nuova spedizione vi scongiuro di non inviarci che una trentina di falegnami, agricoltori, giardinieri, pescatori, fabbri, manuali, e gente capace di sradicar alberi, piuttosto che delle migliaia d'individui simili a quelli che abbiamo già».
La compagnia di Londra però era in un ordine di idee ben diverse da quelle del bravo organizzatore coloniale; essa, stanca di spender senza guadagnare un quattrino, illusa di poter col colpo di bacchetta magica dei suoi ordini trasformare la terra in oro, dischiudere il continente, far risuscitare i morti, esigeva che si mandasse un mucchio d'oro, o che si scoprisse un passaggio certo al mare del Sud, od almeno si ritrovasse uno dei compatriotti perduti della spedizione del Raleigh, pena in caso diverso l'abbandono della colonia al suo destino. Lo Smith per tutta risposta si dava con più ardore ad organizzare la demoralizzata colonia, costringendo tutti gli immigranti, i gentlemen della city non meno degli altri, a lavorare sei ore al giorno, giacchè era sua massima «chi non lavora non mangia». Anche l'opinione pubblica inglese cominciò a sospettare che la delusione delle speranze dorate non dovesse forse ascriversi se non ad una politica troppo impaziente di immediati profitti; cosicchè l'entusiasmo coloniale lungi dall'affievolirsi s'accrebbe, la compagnia della Virginia s'arricchiva di nuovi capitali e di nuovi soci, ed otteneva per di più nel 1607 una seconda patente, che le attribuiva molte prerogative prima riservate al re. Per essa il consiglio coloniale residente in Inghilterra doveva d'allora in poi venire eletto dai soci, essere indipendente dal monarca nell'esercizio del potere legislativo ed amministrativo, e venir rappresentato nella colonia da un governatore di sua fiducia. Lord De la Warr o Delaware fu nominato governatore a vita e capitano generale della Virginia, alla cui volta lo precedevano suoi rappresentati seguiti da centinaia d'emigranti. Lo Smith, esautorato, incapace di tener a freno il riottoso elemento, era costretto per salvare la sua stessa vita a riparare nel 1609 in Inghilterra. Mancato lui, la fame e le malattie facevano strage nella colonia, che in sei mesi vedeva ridotti da 490 a 60 i suoi abitanti: maledicendo il lor fato, i superstiti abbandonavano Jamestown, di cui senza l'energia del Gates rappresentante del Delaware avrebbero perfino bruciate le costruzioni, per ritornarsene in Inghilterra, quando alla foce del James incontravano il governatore, che arrivava con nuovi coloni e ricche provvigioni. Tornarono indietro e le sorti della Virginia non corsero d'allora in poi altro pericolo capitale, nonostante le immancabili difficoltà straordinarie dei primi anni: le cure di lord Delaware, l'energia del successore sir Tommaso Dale, che ricorreva alla legge marziale, e l'abilità infine del Gates ne assicuravano l'avvenire.
La introduzione della proprietà privata del suolo, di cui ad ogni singolo colono venivano assegnati alcuni acri almeno per proprio uso e consumo, avvantaggiava di molto le condizioni degli emigranti e della colonia stessa, migliorando il lavoro fatto fino allora di malavoglia; mentre una terza patente, la quale trasferiva tutti i poteri dal consiglio coloniale all'intera compagnia, se non migliorava per nulla lo stato politico dei coloni, veniva per lo meno a trasformare nel 1612 in senso democratico la corporazione, facendo delle sedute di questa un teatro di ardite discussioni non inutili per l'avvenire degli stessi coloni. Anche le relazioni colle tribù indigene, a qualcuna delle quali gli emigranti avevano preso non solo le terre ma le stesse capanne ed i magri depositi di viveri, si facevano molto più cordiali e rassicuranti, dopo specialmente il primo matrimonio anglo-indiano suggerito al giovane Rolfe da misticismo religioso.
La colonia, che nel 1612 contava già 100 abitanti, andava sviluppandosi, e nuovi stabilimenti si fondavano grazie specialmente alle leggi territoriali, che l'energico governatore Dale vi andava introducendo con grande vantaggio della cultura. Per esse l'assetto della proprietà variava coll'origine dei coloni: quelli inviati e mantenuti a spese della compagnia ne rimanevano servi e, quantunque ottenessero in proprietà individuale tre acri di terra, dovevano lavorare per essa 11 mesi all'anno, riservandone uno per sè, condizione questa però rappresentata da un numero sempre minore di persone, che si riducevano nel 1617 a sole 54, donne e fanciulli compresi: quelli non mantenuti dalla compagnia divenivano livellari, dovendo come tali pagare al deposito comune un tributo annuo di due staia e mezzo di grano e consacrare alla compagnia un mese all'anno di lavoro, esclusa l'epoca della mietitura e della semina: quelli venuti del tutto a proprie spese ricevevano cento acri di terra, limitati più tardi a 50 subito e 50 dopo la coltivazione dei primi: chi sborsava 12 sterline e mezza otteneva ugualmente 100 acri di terra subito ed altri 100 in seguito: proibita infine una proprietà d'oltre 2000 acri nelle mani d'un solo individuo. E mentre tali leggi permettevano il costituirsi d'una vigorosa proprietà fondiaria, s'introduceva nella Virginia e vi attecchiva splendidamente una cultura tanto ricca, da imprimere alla colonia uno slancio neppure supposto. L'oro era stato una chimera, il costoso tabacco una realtà: il partito dei cercatori d'oro era ormai tramontato; ed i campi, i giardini, le piazze pubbliche, le vie stesse di Jamestown si coprivano di tabacco, mentre i coloni si disperdevano su un'area sempre più vasta, trascurando nella smania del guadagno la stessa sicurezza personale.
Il tabacco risvegliava tutte le energie degli abitanti, diventando ad un tempo il pegno della durata della colonia ed il prodotto pressochè esclusivo di essa; la popolazione grazie ad esso cresceva, prosperava, cominciava a sentire per un processo storico inevitabile i primi desideri di libertà: come sempre, dal miglioramento delle condizioni economiche si svolgeva, quale superbo riflesso ideale, la vita politica. Le estorsioni e il dispotismo del violento e truce governatore Argall sollevavano le proteste dei coloni, e l'amministrazione dell'ottimo Yeardley, destinato a succedergli, apriva per essi una nuova era. L'autorità del governatore veniva limitata da un consiglio locale, ed i coloni erano ammessi alla formazione delle leggi: nel mese di giugno del 1619 si radunava in Jamestown la prima assemblea coloniale della Virginia, composta del governatore, del consiglio coloniale allora nominato e di due rappresentanti per ciascuno degli undici borghi esistenti. Era il primo corpo rappresentativo, che si riunisse nell'emisfero occidentale; era l'aurora luminosa della libertà americana. Coloro, che fino allora avevano dipeso dal beneplacito d'un governatore, reclamavano i loro privilegi di cittadini inglesi e domandavano un codice basato sulle leggi inglesi.
Due anni dopo nel luglio 1621, la compagnia di Londra, la quale democratizzata dall'ultima carta aveva rivendicato i suoi diritti, nominando a tesoriere il conte di Southampton contrariamente ai desideri del re, ed aveva pensato sul serio ad assicurare i benefici della libertà alla colonia, dava a questa una costituzione scritta modellata su quella inglese e destinata a diventare con poche varianti il modello dei sistemi introdotti più tardi nelle altre provincie regie. Un governatore nominato dalla compagnia, un consiglio locale permanente pure da essa nominato, un'assemblea generale da riunirsi tutti gli anni, composta del consiglio e di due deputati per ogni piantagione scelti dagli abitanti; piena autorità legislativa all'assemblea, salvo il veto del governatore e la ratifica della compagnia; ratifica degli ordini della compagnia da parte dell'assemblea per entrare in vigore; conformità delle corti di giustizia alle leggi ed alla procedura inglese: tale nelle sue linee generali questa costituzione, per la quale i coloni, cessando di essere i servi d'una corporazione mercantile, diventavano liberi cittadini. Fu questa la base sulla quale la Virginia innalzò l'edificio delle sue libertà, l'atto, che fece dello stabilimento nascente un semenzaio di uomini liberi.
Nè l'influenza sua si limitò alla Virginia, ma si estese a tutto il Sud: quando nuove colonie si formarono, i loro proprietari non poterono sperare d'attirarvi degli emigranti se non accordando loro franchigie non meno ampie di quelle concesse alla rivale Virginia.
Nel 1625 la compagnia, lacerata da interne fazioni, odiata da re Giacomo «quale scuola d'un parlamento sedizioso», com'ebbe a definirne le sedute un inviato spagnuolo, veniva sciolta, e, revocatane la patente, la Virginia diventava una colonia regia; ma ciò non portava alcun mutamento immediato nel governo interno e nelle franchigie della colonia. Nè il successore Carlo I, pure cercando di ritrarre dal monopolio del tabacco il maggior vantaggio possibile, attentò alla libertà della Virginia, la quale abitata da episcopali rimase altrettanto fedele a lui quanto attaccata alla sua effettiva indipendenza, che potè conservare anche durante il protettorato di Cromwell, pure assoggettandosi all'«atto di navigazione».
Nata dalla prosperità, la libertà diveniva di questa alla sua volta la fonte maggiore: nascevano per essa i motivi d'attaccamento al suolo, e la Virginia, i cui coloni erano immigrati coll'intenzione di farvi fortuna non già di stabilirvisi definitivamente, vedeva ormai sbarcare migliaia d'emigranti, che coll'aratro iniziavano la conquista della terra e col matrimonio il suo popolamento, accasandosi con donne fatte venire appositamente dall'Inghilterra dietro un compenso in tabacco pagato alla compagnia: nei soli tre anni dal 1619 al 1621 ben 3500 persone si dirigevano alla sua volta: nel 1648 gli abitanti salivano a 20.000.
I coloni erano andati disperdendosi lungo il fiume James e verso il Potomac, dovunque la ricchezza del terreno permettesse di coltivare il tabacco con successo: gli stessi luoghi più solitari e più esposti quindi alle ostilità degli indigeni non erano stati dimenticati, perchè in essi minore era la concorrenza per l'appropriazione della terra. Gl'indigeni, privati del loro suolo, incapaci per la debolezza e scarsità loro (un 8000 circa verso il 1620 in un territorio di 8000 miglia2) di scacciare in guerra aperta gli usurpatori, avevano covato in segreto il loro odio ed organizzato un complotto, che nel 1622 era scoppiato in un feroce macello, in cui sarebbero periti ben più dei 347 bianchi massacrati se Jamestown e gli stabilimenti vicini non fossero stati preavvertiti da un indiano convertito. Da allora in poi i coloni non ebbero più ritegno e, mentre si intraprendevano tratto tratto spedizioni di sterminio contro gli indigeni, se ne occupavano senza il minimo scrupolo i campi ed i villaggi, situati nelle migliori posizioni, in riva alle acque più limpide e sulle terre più fertili.
Il paese invitava all'agricoltura in tutti i modi con la fertilità del suolo, coll'abbondanza dei fiumi, che dagli Allegany al mare costituivano ottime vie naturali pel trasporto delle merci, colla mitezza del clima; la terra si estendeva libera davanti agli emigranti e ad essa si chiedeva più che grano, la cui coltivazione da qualche governatore fu imposta perfino sotto ammende penali, tabacco, vale a dire un prodotto idoneo quanto mai al grande commercio. Nel 1621 un'altra coltivazione dello stesso genere vi si era introdotta, il cotone, benchè la grande era cotonifera dovesse iniziarsi quasi due secoli dopo. La richiesta continua di tabacco importava seco un allargamento sempre maggiore della coltivazione e con esso l'ampliamento delle proprietà individuali, il costituirsi cioè del latifondo, imposto dalla cultura esauriente del tabacco, cui necessitano sempre nuovi terreni, e reso possibile dalla sconfinata estensione di terre disponibili. La stessa esistenza però d'una terra libera e fertilissima minacciava di rendere pressochè inutile al proprietario l'ampiezza di terre messe a sua disposizione, sottraendogli le braccia necessarie al lavoro: egli non può trattenere ai suoi servigi il libero lavoratore, che trova nelle terre inoccupate un fondo suo proprio e nella feracità di esso la possibilità di coltivarlo quasi senza capitale, mentre l'abbondanza di selvaggina lo dispensa da un'anteriore accumulazione di sussistenza. Si ricorre, è vero, alla servitù del bianco, ma l'offerta di braccia è pur sempre troppo inferiore al bisogno, mentre non c'è da contare sulla scarsa e fiera popolazione indigena per coltivare le terre. Ed allora, determinata dalla necessità sociale di instaurare una forma di lavoro corrispondente ai bisogni dell'agricoltura ed all'avidità dei latifondisti, prende piede sul libero suolo della Virginia un'istituzione nefanda, che giunta ormai al suo tramonto in Europa era sorta a vita nuova e più tenace nelle colonie americane, quella schiavitù, che i coloni vedevano applicata con successo da un secolo nei vicini possedimenti spagnoli ed incoraggiata dalla stessa madrepatria, dove il governo nel 1618 concedeva a sir Roberto Rick un privilegio speciale pel trasporto di negri nelle colonie inglesi e nel 1631 autorizzava ad esso una compagnia appositamente istituita.
Nel 1619[10] era approdato a Jamestown per difetto di provvigioni un vascello negriero olandese, ed i coloni ne avevano comperato di buon grado il carico umano, lieti di aver trovato una sorgente inesauribile di braccia schiave, di lavoratori su cui la terra libera non avrebbe esercitato alcun influsso. Si ebbe così fin d'allora di fatto se non di diritto la schiavitù negra, benchè solo nel 1662 essa riceva la sua sanzione giuridica in un atto statutario, che la riconosceva legale e la rendeva ereditaria, basandola sulla vecchia massima «partus sequitur ventrem». La popolazione negra, il che vale a dire schiava, si diffonderà però lentamente nella colonia: nel 1622 v'erano solo 22 negri, nel 1634 solo 300; ma coll'estendersi della coltura a nuove terre, coll'aumento della popolazione bianca e della ricchezza del paese cresce rapidamente anche il numero dei negri, i quali nel 1671 saranno già 2000, 23.000 nel 1715 di fronte a 72.000 bianchi, nel 1754 non meno di 116.000 di fronte a 168.000 bianchi.
Mentre il latifondo coltivato a tabacco dà origine e mette su solide basi la schiavitù dei negri, con tutte le sue piaghe e tutti i suoi pericoli, esso uccide pure la eguaglianza dei bianchi, distrugge la società democratica dei primi tempi per sostituirvene una aristocratica. I primi coloni non avevano portato nel nuovo mondo altra fortuna che il loro spirito d'intrapresa, altra dignità che quella d'uomo, altri privilegi che quelli di inglesi. N'era uscita così una società nei primi tempi strettamente egalitaria, una democrazia pressochè indipendente con un governo organizzato sulla base del suffragio universale goduto da tutti i liberi indistintamente: nel suo seno non industrie, non manifatture ma solo la coltura del tabacco, venendo tutto il resto importato d'Inghilterra; il commercio stesso era esercitato da mercanti forestieri. L'abbondanza e la fertilità delle terre facevano della Virginia «il miglior paese del mondo per il povero», il quale del resto anche senza lavorare trovava di che vivere nell'abbondanza della cacciagione e della pesca, nelle mandrie erranti di porci, nei prodotti insomma spontanei del suolo.
Dispersi su vasto territorio, il che permetteva loro di sottrarsi all'influenza diretta della chiesa ufficiale e del governo, acuendone l'avversione istintiva per ogni freno politico, i suoi abitanti, veri figli della foresta, crescevano nella libertà della solitudine: non città, non stampa, non scuole, non giornali soltanto, ma neppure strade e ponti; dei sentieri appena segnati attraversavano i boschi; le visite si facevano in barca od a cavallo; il colono col suo sacco di tabacco in luogo di moneta attraversava a cavallo le foreste, a nuoto le acque, quando non era possibile farlo a guado od in barca. Le case di legno e ad un piano erano sparse sulle due rive della Chesapeake, dal Potomac alle frontiere della Carolina: era raro di scorgere tre case raggruppate insieme; Jamestown stessa non era che un miserabile villaggio, composto dell'edificio del governo, d'una chiesa e di 18 case. Solo i maggiori piantatori vivevano più comodamente nelle loro vaste tenute, circondati dai loro servi e dai loro schiavi, primo nucleo d'una casta tra la patriarcale e la feudale, che in breve avrebbe dominato il paese.
Per quanto infatti mancasse ancora all'epoca della Restaurazione una classe privilegiata, giacchè universale era il suffragio e di nomina direttamente o indirettamente popolare tutti i funzionari, la disuguaglianza fra chi possedeva molto e chi possedeva poco o nulla andava accentuandosi ogni giorno più con lo svilupparsi del latifondo.
Veniva questo imposto, come vedemmo, dal genere delle colture e favorito oltrecchè dal diritto fondiario e dalle leggi contrarie ad uno sminuzzamento soverchio della proprietà, dal fatto che i guadagni del tabacco, il cui consumo in Europa andò sempre aumentando nei sec. XVII e XVIII, venivano impiegati nell'ampliamento della cultura stessa, mentre i terreni depauperati si lasciavano a pascolo. Il piccolo fondo invece coltivato direttamente dal proprietario comincia a non essere più rimunerativo col trionfare della cultura estensiva esercitata da schiavi; e così al di sotto della classe latifondista va sorgendo una classe di bianchi nullatenenti, cui, se il vergine suolo e la scarsità dei bisogni assicurano la vita, è chiusa nondimeno in un paese esclusivamente agricolo ogni fonte di guadagno, che derivi da un lavoro metodico, sistematico, continuo delle proprie braccia. I servi liberati allo spirare del loro termine, i nuovi coloni sbarcati senza mezzi ingrossano questa classe, cui la mancanza assoluta di scuole pubbliche toglie per di più ogni mezzo d'istruirsi. La cultura diviene pertanto un privilegio dei ricchi, che possono procurare ai loro figli un maestro o mandarli all'estero; e così la disuguaglianza economica va traducendosi in disuguaglianza sociale, tanto più che fra i grandi proprietari di terre, circostanza questa del maggior rilievo, non sono rari i figli della superba nobiltà inglese, i cavalieri rifugiatisi nella monarchica Virginia dopo la sconfitta subita in patria.
Una classe siffatta, che sola possiede ogni capitale e sola ogni istruzione, che nel suo latifondo impera dispoticamente su una mandra di schiavi, non può non aspirare al governo del paese: nel suo seno infatti si recluta il consiglio della colonia, di essa sono membri o candidati gli eletti alla legislatura e creature i magistrati, essa ottiene i brevetti d'ufficiale nella milizia. La dispersione degli abitanti e la conseguente divisione del paese in contee, spesso assai vaste, cui è ignota col concentramento urbano l'attività politica del town settentrionale, favorisce ancor più la potenza politica di questa classe, giacchè i magistrati esercitano qui poteri ben più ampi che nella N. Inghilterra: i giudici di pace ad esempio fissano essi l'ammontare delle tasse nella contea, ne hanno la percezione e ne sorvegliano l'impiego. Ogni potere giudiziario, amministrativo, militare, la direzione tutta in una parola degli affari pubblici, si trova così direttamente o indirettamente nelle mani di un numero ristretto di uomini, i quali possessori della terra, padroni di un gran numero di servi e signori di schiavi, cominciano già a presentare i primi indizi d'un'aristocrazia costituita. All'epoca della Restaurazione le due classi dei latifondisti e dei nullatenenti sono già chiaramente delineate in quella società sorta sotto auspici tanto democratici, e la nascente aristocrazia aspira a scolpire nel diritto un predominio, che ormai esercita nel fatto.
La aiuta nell'intento quel potere regio, il quale dopo un'eclissi, che aveva lasciato la Virginia nella più completa indipendenza, ricompariva nella colonia come alleato naturale del latifondo. I Virginiani, devoti agli Stuart per quanto gelosi della loro autonomia, s'affrettavano a riconoscere il risorto governo; ed il Berkeley da governatore eletto popolarmente diventava governatore di nomina regia. La nuova assemblea, convocata in nome del re nel marzo 1661 e composta di proprietari e di cavalieri, smascherava fino dai primi atti i suoi sentimenti politici, destituendo un magistrato popolare «a causa della sua condotta faziosa e scismatica», e quindi si dava a modificare il carattere della costituzione in senso aristocratico e favorevole alla supremazia della corona. Il governatore e gli altri ufficiali regi venivano sottratti del tutto alla dipendenza della legislatura coloniale, imponendosi per il loro mantenimento un'imposta fissa sul tabacco esportato; l'ordinamento giudiziario veniva del pari sottratto al controllo popolare, affidandosi esso ad un tribunale coloniale supremo, costituito dal governatore e dai membri del consiglio, e ad otto giudici di pace per ogni contea, nominati dal governatore ed incaricati oltrecchè degli affari giudiziari di fissare e riscuotere le tasse della contea; si emanava un codice, dove le norme fino allora vigenti erano inasprite a dismisura; si dichiarava chiesa di Stato quella ufficiale della madre patria, imponendosi a ciascuno di contribuire alle spese del culto, quantunque la dispersione degli abitanti fosse tale da impedire a non pochi di approfittare di esso, e conculcandosi ogni libertà di coscienza colle pene severe comunicate contro i quakeri ed i non conformisti in genere.
Quasi tutto ciò non bastasse, l'assemblea eletta per due anni non deponeva allo spirare del termine i suoi poteri, ma ad immagine di quanto avveniva nella madrepatria rimaneva in carica un sedici anni, durante i quali non solo decretava pei suoi membri emolumenti esorbitanti a spalle dei coloni, ma, degno coronamento all'edificio, colpiva alle radici stesse la democrazia, limitando il suffragio universale. Sotto il pretesto comune ad ogni classe conservatrice che «il modo ordinario di scegliere i borghesi (rappresentanti) per mezzo del voto di tutti gli uomini liberi» produceva «dei disordini e dei torbidi», che non tutti gli elettori erano in grado «di scegliere delle persone sufficientemente adatte ad esercitare una missione sì alta», si decretava nel 1670 che «nessuno, se ne eccettui i liberi proprietari del suolo ed i capi di famiglia, avrebbe d'ora in avanti il voto per l'elezione dei borghesi». La maggioranza del popolo si vedeva così spogliata di quelle franchigie elettorali, di cui era gelosa come del privilegio più prezioso e più caro. Assemblea senza limite di tempo, governo regio indipendente perfino nello stipendio dalla colonia, sistema elettorale ristretto ed indebolito, libertà religiosa soffocata, magistrati di contea irresponsabili e padroni di levar tasse a loro beneplacito, ostilità manifesta ad ogni elevamento intellettuale del popolo, ecco quanto il latifondo alleato al potere regio dava in pochi decenni ad una colonia, che era sorta su basi diametralmente opposte.
Gli stessi latifondisti però non avevano troppo da lodarsi di quel governo regio, cui s'erano alleati solo per consolidare il loro potere politico: mentre Carlo II, sempre prodigo di quello d'altri, dispensava a larghe mani le terre della Virginia ai suoi cortigiani, senza nessun riguardo ai diritti acquisiti, i produttori di tabacco si vedevano danneggiati oltremodo dalla politica coloniale della madre patria, che stabiliva un monopolio commerciale altrettanto rovinoso per la Virginia quanto poco sentito nei primi tempi dalle colonie settentrionali. Da una parte i prodotti coloniali dovevano essere trasportati solo in Inghilterra o nei possessi inglesi e per di più su navi inglesi; dall'altra i coloni non potevano ricevere da navi estere le mercanzie loro necessarie, arrivandosi nel 1672 ad ostacolare con dogane interne lo stesso traffico intercoloniale. Mentre le colonie settentrionali per la facilità del contrabbando esercitato su vasta scala, per le incipienti industrie locali e sopratutto per il genere dei loro prodotti agricoli non risentivano gran danno da tali disposizioni; queste, fatte osservare scrupolosamente nel mezzogiorno, unico produttore dei generi d'esportazione, colpivano in pieno petto la società virginiana, la cui vita economica si riduceva tutta alla cultura del tabacco. Sottratto alla concorrenza mondiale, l'unico prodotto del paese veniva venduto a prezzi più bassi sul ristretto mercato inglese; mentre da questo solo ed a prezzi quindi più alti potevano i Virginiani fornirsi degli oggetti alla vita indispensabili. Agli atti di navigazione s'era aggiunta poi la guerra anglo-olandese a danneggiare maggiormente la colonia, le cui poco floride condizioni venivano inasprite ancor più dal dispotismo e dalla rapacità del governatore Berkeley.
Il malcontento per tante cause diffuso nella popolazione, nella bassa in ispecie privata delle sue franchigie, non aspettava più che un'occasione per divampare in un incendio, che le condizioni demografiche del paese rendevano ancor più temibile. Una guerra cogli Indiani, che invano tentavano colle armi nel 1675 la difesa del proprio paese da ulteriori usurpazioni bianche, guerra condotta come il solito ferocemente da ambo le parti, dai Pellirosse come dai coloni, che moschettavano perfino i messaggeri di pace, ne fornì il pretesto: un giovane e ricco piantatore d'idee liberali, Nathaniel Bacon, nato in Inghilterra durante le lotte del Parlamento contro il re, si metteva alla testa dei coloni nella lotta contro gli Indiani massacratori nonostante le proibizioni del governatore, geloso di lui e timoroso d'una levata in armi della popolazione. Bacone dietro le istigazioni della fazione più aristocratica veniva dichiarato dal Berkeley ribelle, ed i ricchi coloni lo abbandonavano; ma egli continuava la sua spedizione alla testa dei pochi rimastigli fedeli, mentre una rivoluzione popolare obbligava il governatore a sciogliere la vecchia assemblea. La nuova assemblea, di cui era eletto membro anche Bacone ritornato vittorioso, abrogava tutte le restrizioni imposte dall'altra alle libertà del paese, ed una completa amnistia veniva concessa. Era questa però violata dall'orgoglioso governatore, il quale dichiarando una seconda volta traditore Bacone, ripartito contro gli Indiani, scatenava sulla colonia con la rivoluzione popolare una guerra civile, nella quale la Virginia rivelava già quell'ardire e quell'entusiasmo per la libertà, di cui darà prova un secolo dopo. Contro il popolo il Berkeley radunava una massa di servi affrancati per l'occasione, di Indiani reclutati, di mercenari, di soldati inglesi dei vascelli ancorati in quelle acque; ma i coloni, presa Jamestown, la bruciavano per non lasciarla al nemico: due delle case migliori appartenevano a Laurence ed a Drummond, e i due patriotti per primi vi appiccavano il fuoco. La Virginia offriva così il suo unico villaggio in olocausto alla libertà! Bacone però moriva di febbri malariche durante la lotta, ed i suoi partigiani privi del loro energico capo venivano ben presto domati: vent'uno fra essi, tra cui il Drummond, aprivano il martirologio della libertà americana. La reazione fu così stolta e sanguinaria, che lo stesso Carlo II la sconfessava, dicendo: «il vecchio folle ha sacrificato più vite in quel paese deserto, che non io stesso per l'assassinio di mio padre».
Non per questo però i principii sostenuti da Bacone venivano riconosciuti dalla metropoli, troppo gelosa della sua supremazia assoluta sulla colonia. Il Berkeley ritornava in Inghilterra per scolparsi e vi moriva appena arrivato; ma l'antico ordine di cose economico e politico veniva ristabilito, le misure prese dall'assemblea di Bacone abrogate, e la legislazione, conforme alle istruzioni regie, le quali raccomandavano «d'aver cura che i membri dell'assemblea non fossero eletti che dai liberi proprietari», conservava tutti gli elementi aristocratici introdotti in essa anteriormente.
§ 2. Maryland. — Come il Massachusetts nel Nord, così la Virginia nel Sud fu per ragioni cronologiche e più ancora sociali la madre d'un gruppo di colonie, affini per clima, per suolo, per ordinamento politico. Prima tra queste fu il Maryland[11] uscito può dirsi dalle sue viscere, giacchè il territorio, che sotto tal nome venne ad aggiungersi quale colonia autonoma all'Antico Dominio, era compreso nei limiti assegnati alla Virginia nella seconda sua carta (1609). Un inglese intraprendente e risoluto, mandato in America nel 1621 dalla compagnia di Londra per costruire la carta del paese e diventato in seguito membro del consiglio virginiano, Guglielmo Clayborne, aveva esplorato il paese al nord del Potomac, avviato il primo commercio in pelli cogli indigeni, creato per esercitarlo una compagnia munita di regia patente ed infine fondati alcuni stabilimenti sull'isola di Kant, nel cuore della futura colonia, e presso la foce della Susquehannah; quando il cattolico sir Giorgio Calvert, lord di Baltimore, che, partecipe fin da giovine dell'entusiasmo generale per le piantagioni americane, aveva tentato senza successo di fondarne una in Terra Nuova, gettava gli occhi sulla Virginia come paese più adatto ai suoi disegni. Vi si recava infatti personalmente per dar corpo ai suoi sogni, ma l'intolleranza religiosa gli faceva capire subito che a lui, convertito nel 1624 al cattolicesimo, mal sarebbe stato possibile fondare pacificamente una colonia in terra di episcopali. Egli si rivolgeva allora direttamente al re, di cui nonostante la conversione aveva conservato il favore per le doti eminenti, i servigi prestati, la moderazione, il credito ampio presso tutti i partiti; ed una carta gli concedeva come proprietà privata assoluta e trasmissibile quel paese di là dal Potomac, su cui già fissavano cupido l'occhio e Francesi ed Olandesi e Svedesi: così nel 1632 veniva staccata dalla Virginia e costituita in provincia autonoma col nome di Maryland, in onore della regina inglese, il paese dal 40º grado di latitudine al Potomac e dalle sorgenti di questo all'Atlantico.
Accanto ai diritti del proprietario, cui la corona cedeva ogni sua prerogativa, salvo il giuramento di fedeltà, l'omaggio di due freccie indiane all'anno, ed il tributo d'un quinto dell'oro e dell'argento da scavare, questa carta contrariamente alle altre garantiva sufficienti libertà ai coloni, stabilendo non solo che l'autorità del proprietario non potesse estendersi sulla vita, sulla libertà, sui beni di alcun emigrante, ma che i coloni partecipassero essi stessi alla legislazione della provincia, che nessun statuto fosse valido senza l'approvazione della maggioranza degli uomini liberi o dei loro deputati. Il governo rappresentativo andava così indissolubilmente attaccato alla carta fondamentale del Maryland, la quale per di più, riconoscendo religione del paese il cristianesimo in generale e non già una data confessione di esso, assicurava l'eguaglianza religiosa come quella civile e faceva della nuova colonia un asilo, che lo spirito illuminato del saggio e buono colonizzatore voleva rifugio sicuro ai dissenzienti religiosi d'ogni chiesa cristiana, ai perseguitati «papisti» in prima linea.
Giorgio Calvert moriva nello stesso anno 1632 prima di poter realizzare il bel sogno, ma il figlio Cecilio col patrimonio ed il grado ereditava pure le idee del padre e s'accingeva a compierne i disegni in America, fondandovi con spese ingenti una colonia rimasta poi per parecchie generazioni alla sua famiglia. Nel 1633 suo fratello Leonardo Calvert conduceva sull'«Arca e Colomba» un duecento emigranti, che fondavano l'anno dopo un primo stabilimento non lungi dalla confluenza della St. Mary col Potomac, su un territorio coltivato, che gli indigeni disposti già prima ad emigrare regalavano dietro compenso di tela, coltelli, penne ed altro. Tutto sembrava cospirare alla fortuna d'un paese prediletto dalla natura: dolcezza di clima, fertilità di suolo, tolleranza religiosa, munificenza del proprietario, attaccamento devoto al suo liberale governo da parte dei coloni garantivano un prospero svolgimento a quella colonia, la quale in sei mesi fece più progressi della Virginia in molti anni, senza conoscerne le ansie ed i stenti dei primi tempi. Subordinata ad un capo ereditario, la sua popolazione non dimostrava meno per questo la coscienza profonda della propria missione, l'attitudine straordinaria al selfgovernment: sin dalle prime sessioni l'assemblea popolare, composta di tutti gli uomini liberi, rivelava lo spirito del popolo nascente, formulando una dichiarazione di diritti, che, mentre riconosceva l'obbligo di fedeltà al re e garantiva le prerogative di lord Baltimore, confermava agli abitanti tutte le libertà godute in pratica dagli Inglesi: si stabiliva un sistema di governo rappresentativo, in cui erano attribuite all'assemblea generale tutti quasi i poteri spettanti in Inghilterra alla camera dei Comuni. I torbidi sollevati in seguito dalle pretese del Clayborne sul territorio, pretese sostenute anche ma invano a mano armata e con effusione di sangue, la lotta fra cattolici e puritani, i quali combattendo durante il protettorato del Cromwell il diritto del proprietario volevano togliere agli avversari la stessa libertà di religione, lungi dal far naufragare le franchigie degli abitanti, le consolidarono ancor più dando alla libertà salde radici negli animi: i suoi abitanti amavano la libertà anche se turbolenta, ed in essa cercavano gli eterni rimedi dei mali passeggeri da essa prodotti.
E l'attaccamento alla libertà si manifesta più vivo che mai nei rapporti della colonia col suo proprietario. Mentre qui infatti, come nelle altre colonie di proprietari, la potenza del popolo non correva nessun rischio da parte della corona, che non si era riservata altro diritto se non di annullare le leggi che fossero contrarie a quelle dell'Inghilterra, altra ingerenza che quella di imporre gli ufficiali delle dogane e delle corti dell'ammiragliato, essa veniva ristretta dall'autorità del proprietario. Questi invero s'era riservato un triplice veto sulle decisioni dell'assemblea, veto da esercitarsi dal suo consiglio, dal suo luogotenente o da lui stesso; istituiva le corti di giustizia e ne designava i membri; nominava tutti i funzionari della colonia e delle singole contee; possedeva in proprietà assoluta le terre ancora vacanti e ricavava un tributo dalle altre, tenendo così la popolazione intera come sua livellaria non solo ma ottenendo anche ad ogni concessione nel dominio inculto una cauzione in denaro, e traendo altri proventi di origine feudale o giudiziaria o commerciale.
Più ostico poi d'ogni altro riusciva ai coloni il potere del proprietario di imporre esso e riscuotere le imposte nelle contee. A cancellare tale odiosa prerogativa, negli ultimi anni di vita di Cecilio Calvert si concludeva tra il proprietario ed i rappresentanti del popolo una serie di patti costituenti un compromesso, conosciuto col nome di «atto di riconoscenza», in virtù del quale il potere del primo di levare imposte fu ristretto, applicandosi in compenso un dazio di esportazione sul tabacco, il cui provento dovea per metà esser consacrato alle spese della colonia, per metà costituire la rendita del proprietario. Con ciò però l'assemblea si privava del principale suo strumento per imporsi al proprietario, al governatore ed agli altri funzionari, i quali non dovevano più aspettare da essa anno per anno l'assegnamento delle somme occorrenti. La successione di Carlo Calvert al padre, morto nel 1675, dava un forte colpo all'autorità del proprietario, basata sul rispetto e la riconoscenza, ma contraria allo spirito democratico della colonia, presso cui la rivolta di Bacone trovava un'eco profonda di simpatia.
Ad evitare allora che il dissidio ormai manifesto scoppiasse in aperta rivolta, il nuovo lord proprietario limitava arbitrariamente nel 1681 il suffragio, restringendolo agli uomini liberi possessori d'un feudo di 50 acri od aventi una fortuna personale di 40 sterline. Ma al principio della sovranità popolare si intrecciava allora il fanatismo religioso: il protestantesimo si trasformava, come altrove, in setta politica, e l'opposizione a lord Baltimore come sovrano feudale fece causa comune col fanatismo degli anglicani, i quali ricevuti nella colonia sul piede della più completa eguaglianza, coi cattolici volevano monopolizzare per sè la libertà di coscienza e di culto.
Nel 1689, approfittando del trionfo di Guglielmo e Maria, il partito protestante si impadroniva del governo, che nel 1691 veniva sottratto del tutto al proprietario colla revoca della sua carta e la trasformazione del Maryland in colonia della corona: l'episcopato diventato religione predominante confiscava la libertà religiosa dei cattolici in una colonia fondata da cattolici, in un paese dove gli stessi papisti avevano dato esempio allora sublime di tolleranza! Solo quando il figlio del proprietario, Benedetto Calvert, si convertiva alla chiesa anglicana, i Baltimore venivano ristabiliti nel loro diritto di proprietà sulla colonia, nel 1715.
Le dissensioni intestine e le vicende esterne non avevano impedito intanto lo sviluppo progressivo del paese: il Maryland divenuto ricco e fiorente annoverava già nel 1660 un 12.000 persone; al 1688 un 25.000 circa; nel 1754 quasi 150.000 di cui oltre 40.000 schiavi negri. Come la Virginia anche il Maryland era una colonia di piantatori, di cui il tabacco costituiva il prodotto principale, la servitù temporanea dei servi e la schiavitù a vita dei negri la forma di lavoro predominante, il monopolio economico della madre patria incarnato negli atti di navigazione il cancro roditore: qui pure gli abitanti erano dispersi in mezzo ai boschi e lungo i fiumi; rarissime e tali di nome più che di fatto le città, che invano la legislatura dei primi tempi aveva perfino cercato di creare con decreti; un piccolo mondo a sè ogni piantagione; trascurata affatto l'istruzione popolare. Tabacco e schiavitù avevano plasmato insomma nel Maryland una società non molto dissimile nelle linee generali da quelle della Virginia.
Ben più della carta fondamentale del Maryland, che aveva concesso al proprietario il diritto di creare nella colonia tutta una gerarchia feudale, ben più di questo principio feudale che, dove morto dove morente nel suo paese di origine, non avrebbe potuto certo ringiovanire trapiantato sul vergine suolo, la grande proprietà fondiaria, determinata dal genere delle culture, e la schiavitù dei negri creavano anche nel Maryland, come già in Virginia, come in tutte le altre colonie meridionali, una potente aristocrazia, anacronismo imposto dal clima, dal suolo, dal momento storico all'egalitaria società anglo-americana.
Accanto al tabacco però andava qui sviluppandosi anche qualche altra cultura, tra cui principalissima quella del lino e della canapa con le industrie tessili relative; cosicchè il Maryland coi suoi lavoratori bianchi più numerosi non offrirà l'uniformità di vita economica e sociale della Virginia: posto al confine tra le colonie meridionali e le centrali, esso parteciperà fino ad un certo punto della vita di queste oltrecchè di quelle. Dove invece clima e suolo cospireranno insieme a portare alle ultime conseguenze il sistema sociale basato sul latifondo e sulla schiavitù, sarà nelle colonie poste a mezzogiorno della Virginia, nella parte bassa cioè delle Caroline, nella Georgia, e più tardi nell'ulteriore sud.
§ 3. Le Caroline. — Se il Maryland uscì dalle viscere, può dirsi, dell'Antico Dominio, da figli di questo ricevette i primi stabili colonizzatori il paese chiamato già nel secolo precedente Carolina dagli ugonotti francesi del Ribault, i quali dal nome in fuori null'altro vi avevano lasciato di duraturo dopo lo scempio fattone dagli Spagnuoli. Già dal 1622 degli intraprendenti Virginiani facevano una prima ricognizione nel paese al sud del fiume Chowan, e dal 1642 in poi si ripetevano con insistenza sempre maggiore incursioni ed esplorazioni nel territorio compreso tra il capo Hatteras ed il capo Fear col fine di colonizzarlo, tentativi incoraggiati dalla legislatura virginiana mediante vaste concessioni di terre.
A questa spontanea immigrazione dovevano loro vita i primi stabilimenti sul fiume Albemarle; mentre 160 miglia a sud-ovest di questo, sulla costa del capo Fear, sbarcavano a fondarvi una piccola colonia di pastori, su un suolo fattosi loro cedere dagli indigeni, degli arditi emigranti della Nuova Inghilterra: ad essi venivano ad aggiungersi subito dopo dei piantatori delle Barbados, desiderosi di fondare uno stabilimento proprio, e la nuova colonia prendeva un certo sviluppo sino a contare già nel 1666 un ottocento abitanti. Oltre ai Virginiani, agli emigranti della Nuova Inghilterra ed a quelli delle Barbados vantavano diritti su questo territorio gli Spagnuoli, che dalla loro fortezza di Sant'Agostino nella Florida potevano illudersi di possedere un paese bagnato di sangue castigliano e macchiato vergognosamente di sangue francese ma non fecondato del loro sudore. Ad una terra però, che per la sua posizione subtropicale prometteva le derrate più preziose, avevano già rivolto i cupidi sguardi dei rapaci cortigiani di Carlo II; e questi munifico come al solito, senza punto curarsi nonchè degli altri pretendenti della stessa concessione fatta già dal padre Carlo I nel 1629 a sir Roberto Heath ed eredi, concedeva nel 1663 ad otto nobili inglesi, che l'avevano chiesta di nome «per la propagazione del Vangelo», di fatto per accrescere la loro fortuna, la provincia della Carolina, il territorio cioè compreso fra il 36º grado di lat. ed il fiume S. Matteo: due anni dopo, nel 1665, una nuova carta ne ampliava ancor più i confini, per includervi dentro i nuovi stabilimenti d'origine virginiana, dandole per limite il 36º 30′ parallelo al nord, il 29º al sud, l'Atlantico all'est, il Pacifico all'ovest!
Lo storico Clarendon, avido per quanto sagace ministro, il generale Monk già compensato dei suoi servigi col titolo di duca d'Albemarle, lord Craven vecchio soldato, lord Ashley Cooper più tardi conte di Shaftesbury, sir Giovanni Colleton, lord Giovanni Berkeley, il fratello sir Guglielmo, governatore della Virginia, e sir Giorgio Carteret diventavano così proprietari e sovrani immediati d'un paese, che doveva abbracciare i futuri stati della Carolina settentrionale, della Carolina meridionale, Georgia, Tennessee, Alabama, Mississippi, Louisiana, Arkansas, gran parte della Florida e del Missouri, quasi tutto il Texas e porzione notevole del Messico!
Il loro diritto di proprietà dovea essere illimitato e la loro autorità sovrana assoluta, non essendosi il re riservato che una sterile sovranità; ma ai coloni era nella carta garantita, cosa allora notevole, piena libertà di coscienza e riservata, cosa non meno importante, una certa partecipazione alla legislazione locale, cui doveano concorrere le assemblee dei liberi proprietari. Uno splendido impero feudale ricco di tutti i prodotti dei tropici già balenava alla mente dei proprietari, i quali incaricavano di redigerne una costituzione, una costituzione perfetta, degna di attraversare i secoli, il più capace ed attivo della compagnia, quel Shaftesbury ch'era il rappresentante più genuino e cosciente dell'aristocrazia territoriale inglese, il campione più formidabile delle sue libertà, vale a dire dei suoi privilegi, da lui scambiati con la stessa grandezza e prosperità della nazione, e si trovava allora all'apogeo della vita, in tutta la maturità del suo genio speculatore, della sua eloquenza, della sua ambizione. Spirito penetrante, costui aveva scoperto i tesori d'intelligenza d'un filosofo ancora sconosciuto, Giovanni Locke, entusiasta pur esso di quelli che si chiamavano i «principi inglesi», convinto lui pure esser l'aristocrazia il baluardo più sicuro contro ogni dispotismo monarchico come oclocratico, l'aveva fatto suo amico e lo prendeva ora a consigliere e collaboratore nella grande opera.
Quale legislazione dovessero dare alla Carolina il futuro prototipo della rivoluzione del 1688, il conservatore geniale in cui sembrava incarnarsi tutta la classe aristocratica e rivivere tanti secoli di lotta a difesa del privilegio, ed il filosofo che nella rigidezza del suo sistema, tutto cervello e niente cuore, definiva con brutale sincerità il potere politico «il diritto di fare le leggi per regolare e conservare la proprietà», è facile immaginarlo: ne saltò fuori un sistema politico nonchè ridicolo inattuabile, date le condizioni reali del paese cui doveva applicarsi! Il governo doveva risieder nelle mani d'un'aristocrazia territoriale, alla cui testa stavano gli otto proprietari presieduti dal più anziano, intitolato Palatino. Il paese dovea dividersi in contee di 480.000 acri[12], divisa ciascuna in cinque parti, di cui una proprietà inalienabile dei proprietari, una patrimonio inalienabile ed indivisibile della nobiltà, costituita d'un langravio o conte e di due cacicchi o baroni, e tre infine riservate al popolo o possedute da signori feudali insieme col potere giudiziario: grado e feudo erano ereditabili ma inalienabili. Al di sotto della feudalità una classe ristretta di piccoli agricoltori; più sotto ancora una di servi della gleba, provvisti dietro annuo compenso di 10 acri di terreno e non solo privati d'ogni diritto politico ma attaccati al suolo, essi ed i loro figli, di generazione in generazione; all'ultimo grado infine di abbiezione una classe di schiavi negri, su cui era riservata al padrone autorità e potere assoluto.
Il potere esecutivo e giudiziario sarebbe spettato ai proprietari, che l'avrebbero esercitato mediante una gerarchia di funzionari, Palatino, cancelliere, giudice supremo, connestabile, ammiraglio, tesoriere, gran maggiordomo, ciambellano, coadiuvati ciascuno dalla loro corte scelta tra i langravi, i cacicchi, i popolani liberi: proprietari o loro deputati, funzionari e rispettive corti doveano costituire il Gran consiglio. Il potere legislativo sarebbe affidato ad un parlamento composto di quattro stati, dei proprietari o loro deputati, dei langravi, dei cacicchi, dei comuni o rappresentanza di liberi possidenti per i quali occorreva un possesso di 50 iugeri per l'elettorato e di 500 per l'eleggibilità: per maggior garanzia però le proposte di legge doveano partire dal Gran consiglio, ogni stato poteva opporvi il suo veto nel caso di incostituzionalità, ed infine i proprietari si riservavano il diritto di rigettare gli atti del Parlamento!
Tutte le chiese venivano tollerate in questa costituzione col patto però che riconoscessero l'esistenza di Dio, l'obbligo del servizio divino, la necessità del giuramento, e che nelle loro adunanze non si attaccasse il governo e l'ordine costituito: una sola religione vera ed ortodossa veniva riconosciuta, l'anglicana, proclamata contrariamente al desiderio del Locke religione nazionale nella Carolina. Interesse dei proprietari, desiderio di fondare un governo di pieno aggradimento della corona, timore d'una potente democrazia erano i moventi di questa costituzione modello, per la quale tutto doveva cristallizzarsi, tutto venire minutamente regolato, non solo la stampa sottomessa alla sorveglianza d'una corte aristocratica ma perfino i gusti delle donne e dei fanciulli, che cadevano sotto il controllo d'una corte speciale, cui spettava tra le altre conoscere «delle cerimonie e delle genealogie, dei divertimenti e delle mode»!
Carolina Settentrionale. — Mentre politica e filosofia stendevano sulla carta dei piani mirabolanti di legislazione grettamente aristocratica, farneticando di palatini e langravi, di baroni e feudatari, di ammiragli e corti araldiche da introdurre fra povere capanne disperse nel deserto e pei boschi della Carolina; gli abitanti della parte settentrionale di questa, porgendo ascolto soltanto alla voce della natura, ispirandosi semplicemente ai loro bisogni ed alle loro condizioni reali, si davano un ordinamento certo meno smagliante ma senza confronto più sapiente: un governatore di piena fiducia, un consiglio di dodici membri, di cui sei eletti dai proprietari e sei dall'assemblea, un'assemblea composta del governatore, del consiglio e di dodici delegati dei liberi possidenti, ecco il governo semplicissimo, ma rispondente al suo fine, di Albemarle, il primo nucleo della futura Carolina del Nord. Le leggi emanate da questo governo locale convenivano in tutto e per tutto alla rozza società agricola del paese, lasciavano ad essa piena libertà di coscienza, accordavano piena garanzia contro ogni tassa non votata dalla legislatura coloniale, ne assicuravano lo svolgimento colla legge sui debiti, per cui nessuno poteva durante cinque anni venir perseguitato per debiti contratti fuori della colonia, colla parificazione del matrimonio ad un puro e semplice contratto civile davanti ad un magistrato e a due testimoni, coll'esenzione da ogni imposta per un anno ai nuovi coloni, cui dopo due anni di residenza si assegnavano terre in proprietà.
Queste leggi corrispondenti ai bisogni del paese venivano confermate nel 1670, ratificate di nuovo nel 1715 e restavano in vigore per più d'un mezzo secolo nella parte settentrionale della Carolina; mentre la legislazione del Locke rimaneva lettera morta, nonostante i tentativi ripetuti di applicazione, che a nulla riuscivano se non a produrre malcontento ed anarchia nel paese, tratto tratto veniva modificata tra l'indifferenza generale, e nel 1698 terminava coll'esser abolita quasi tutta anche formalmente, riducendosi il potere dei proprietari alla scelta del governatore. La realtà aveva, come sempre, trionfato sui piani chimerici di assetti sociali: le condizioni territoriali da una parte, dall'altra l'amore innato pel selfgovernment, più ancora l'olimpico disprezzo per ogni autorità esteriore in uomini quivi riparati in cerca di fortuna, l'avevano vinta sui sogni dei dottrinari.
Se v'era infatti paese nord-americano, dove tutto favorisse la più sconfinata indipendenza, questo era appunto la parte settentrionale della Carolina. Cattivi i porti e pressochè impossibile quindi ogni sviluppo commerciale, impraticabili le foreste, ghiaioso e sterile il suolo, occupato inoltre per tratti vastissimi da paludi: la popolazione era composta di emigranti riottosi ad ogni freno, spesso violenti, energici sempre, i quali, incoraggiati dalla legislazione della colonia, capitavano lì da ogni parte, dalla Virginia come dalla Nuova Inghilterra, dalle Barbados come dall'Europa: erano avventurieri, che cercavano vita e libertà, erano quackeri o «rinnegati» che sfuggivano la persecuzione religiosa.
Il taglio dei boschi, la caccia all'orso ed al castoro, la preparazione della pece e della trementina, le frotte di maiali che inselvatichiti andavano errando, offrivano loro di che vivere: abitavano dispersi per la foresta, senza altro guardiano che un cane vegliante intorno al solitario asilo, senz'altra compagnia che la moglie, i figli, qualche schiavo negro, senz'altri spettacoli che quelli della natura, senz'altro godimento che quello dell'eterna primavera e della più sconfinata libertà. Non città, non villaggi, non ponti, non scuole, non chiese, non industrie; unica strada fra i boschi le tacche incise sugli alberi a guidare il cammino: prima del 1703 non vi fu nella colonia alcun stabile ministro del culto, non alcuna chiesa prima del 1705, non una stamperia prima del 1754!
In siffatto paese l'azione del governo si trova naturalmente paralizzata dallo spirito d'indipendenza degli abitanti, che si fa ogni giorno più selvaggio: il dominio dei proprietors si riduce ad un'ombra, ed il malaugurato governatore, che si azzarda di far riconoscere tale potere, od intende di far sentire la propria autorità, od impone tasse gravose od altro, vede il popolo ribellarsi, come nel 1678, nel 1688, nel 1711, e ristabilire la sua selvaggia libertà: dal punto di vista politico questa rozza società viveva allo stato può dirsi di natura ancora un mezzo secolo dopo la fondazione della colonia, senza curarsi minimamente dei poteri costituiti, senza dar nulla nè a Dio nè a Cesare:
«De tributo Cæsaris nemo cogitabat
Omnes erant Cæsarea nemo censum dabat».
Se un'Arcadia «di bricconi e di ribelli», come pretendevano i realisti, la Carolina settentrionale era pure il paradiso dei quackeri, e ciò basta a chiarirci come un soffio d'umanità non cessasse d'alitare in questa società primitiva, la quale più che un'accozzaglia di delinquenti era una raccolta di uomini sciolti da ogni legame politico e religioso: alla rivoluzione essi non erano trascinati da vendetta o da odio, ma da geloso furore di quella libertà, che volevano intera, come senza garanzie così senza inquietitudini. Solo la schiavitù dei negri, che qui del resto non prendeva nei primi tempi molto sviluppo date le condizioni economiche del paese, faceva un doloroso contrasto con quella sconfinata libertà, di cui i coloni bianchi volevano fruire.
Nel 1729 anche l'ombra del governo dei proprietors svaniva, ed il paese diventava una colonia della corona col nome di Carolina settentrionale, colonia che nel 1754 annoverava già un 90.000 abitanti, di cui un 20.000 schiavi negri, limitati di preferenza alle parti del paese più favorevoli alle colture tropicali.
Carolina Meridionale. — Diverso affatto sin dagli inizi fu invece lo svolgimento della parte meridionale della Carolina, del paese di cui gli emigranti del capo Fear avevano iniziato la colonizzazione, qualche anno innanzi che questa fosse oggetto dei profondi studi del Locke. 1 primi coloni mandati dai proprietors della Carolina, quando le sorti dello stabilimento precedente volgevano già a rovina, vi arrivarono su tre bastimenti nel 1670 ed, esplorati i luoghi dove già gli Ugonotti un secolo prima avevano inciso i gigli di Francia, prendevano lor stanza presso il fiume Ashley in un punto che sembrava «favorevole alla coltivazione ed alla pastura», su una costa che le epidemie e le guerre di tribù contro tribù avevano pressochè spopolata di indigeni. Prima di congedarli pel nuovo mondo, i proprietari li avevano muniti d'una copia imperfetta delle costituzioni fondamentali, non ancora ultimate; ma fino dal primo sbarco riusciva evidente qui pure, come nella Carolina settentrionale, l'impossibilità di «dar esecuzione al grande modello». Si tenne dagli emigranti una convenzione parlamentare, e ne uscì un governo rappresentativo, di cui costituivano gli elementi semplicissimi un governatore, un Gran consiglio formato da cinque membri nominati dai proprietors c da altri cinque eletti dai coloni ed avente diritto di veto sugli atti del potere esecutivo, una legislatura costituita dal governatore, dal consiglio e da venti delegati scelti dal popolo.
L'anno dopo veniva inviata nella colonia una copia completa delle costituzioni-modello, accompagnata da tutto un assortimento di regole e d'istruzioni; ma, se il consiglio aristocratico riconosceva la loro validità, i rappresentanti del popolo vi si opposero risolutamente. Così la nuova colonia racchiudeva già in sul nascere elementi di divisione politica: in essa si troveranno di fronte due partiti, quello del popolo e quello dei proprietari, lotta pro e contro la libertà cui i dissensi religiosi imprimevano maggior accanimento, schierandosi i partigiani della chiesa anglicana sempre in minoranza dal lato dei proprietari, facendo i dissidenti di tutte le categorie causa comune col partito popolare. La gran maggioranza degli abitanti intenderà di darsi le istituzioni, che ad essa più convengono; i lords proprietari, troppo deboli per affermare il loro potere, saranno abbastanza forti per intralciare ed ostacolare mediante il loro partito, costituente una vera oligarchia, ed i governatori da essi eletti il selfgovernment dei coloni; donde l'anarchia che di tratto in tratto funesta il paese.
È su questa trama, che si intesse infatti per un mezzo secolo l'agitata vita politica della Carolina meridionale, in cui le frequenti rivoluzioni contro i proprietari ed i loro rappresentanti, famosa quella del 1681 contro il Colleton, attestano il fervore d'indipendenza, il desiderio di selfgovernment degli abitanti. Ed intanto la colonia va rapidamente sviluppandosi, mentre la capitale Charleston estende larghe e regolari le sue strade, mentre nuovi elementi etnici vengono a fondersi nella sua popolazione: sono emigranti dei Nuovi Paesi Bassi, che sperano di far fortuna impiegando le loro braccia ed i loro capitali in terre di fertilità leggendaria; sono europei, che vengono a tentarvi le culture più ricche del Mediterraneo; sono sovratutto perseguitati per motivi di coscienza, che trovano in essa un rifugio altrettanto sicuro ma molto più ridente e grato della Carolina settentrionale, dissidenti inglesi del Sommersetshire, cattolici irlandesi, presbiteriani scozzesi avanzi della cospirazione di Monmouth, ugonotti francesi infine sbattuti dalla raffica della reazione religiosa dopo la revoca dell'editto di Nantes, uomini onesti, laboriosi, intraprendenti che possedevano tutte le virtù dei puritani inglesi senza averne il fanatismo. La Carolina meridionale ci presenta così un aumento di popolazione ben più rapido della settentrionale: ne è causa fondamentale la ricchezza del suolo, il proficuo sfruttamento di esso col lavoro di schiavi negri.
Coeva delle prime piantagioni, giacchè gli emigranti delle Barbados avevano portato seco i loro schiavi, la schiavitù negra aveva trovato qui il terreno più adatto a svilupparsi. Nel Maryland e nella Virginia, favorevolissime pel loro clima al lavoratore bianco, prevalse a lungo la servitù dei bianchi, e la classe dei lavoratori bianchi non venne mai a sparire; nella Carolina settentrionale il suolo era troppo ingrato per imporre d'un colpo coi suoi prodotti il lavoro dei negri; della meridionale invece e clima e suolo fecero sin dall'origine uno stato piantatore sulla base della schiavitù. I coloni s'accorgevano subito che il clima non solo conveniva agli Africani assai meglio di quello delle colonie più settentrionali, ma era pei bianchi ingrato nei lavori faticosi dei campi. Nè basta. La fertilità del suolo, il caldo clima avevano fatto vedere nella Carolina meridionale il paese più adatto alle colture del mezzogiorno d'Europa; ed emigranti olandesi, e proprietari, e lo stesso Carlo II in un momento di tenerezza, si affannavano nei primi anni di essa ad introdurvi la coltura dell'olivo, della vite, degli agrumi, la coltivazione del gelso e l'allevamento del baco da seta. Altri prodotti più facili e più proficui, più adatti sopratutto a quel suolo avevano soffocato però quei tentativi e con la loro completa riuscita preparato un avvenire agricolo e sociale affatto diverso al paese, il cotone e più ancora il riso, considerato quest'ultimo il migliore del mondo e coltivato in così vasta scala, che già nel 1691 la legislatura metteva a premio la scoperta di nuovi processi per mondarlo.
La coltivazione di essi, possibile solo coi negri sotto quel clima così caldo, in quelle paludi così micidiali, dava alla schiavitù uno sviluppo quale non s'era veduto fino allora che nelle Indie occidentali: «acquistare schiavi negri, senza i quali un piantatore non può mai fare gran cosa» divenne da allora in poi la grande preoccupazione degli emigrati; e la tratta dei negri, esercitata in quel tempo sulla più vasta scala da mercanti europei ed americani, da commercianti olandesi di New York e da schiavisti puritani di Boston, ne fornì in tanta copia al paese che nel 1754 essi erano circa 40.000 di fronte ad altrettanti bianchi, proporzione la quale salirà in seguito a 22 schiavi contro 12 liberi, nonostante la distruzione dei negri operata dal clima e dal lavoro! E con tutto ciò il prodotto era pur sempre inferiore alla richiesta d'un mercato ogni giorno più vasto; cosicchè, non bastando i negri all'avidità dei coloni, che con febbre crescente allargavano le colture sul vergine suolo, anche gli indigeni, com'era avvenuto nei possessi spagnoli, furono sottoposti alla schiavitù.
Da ciò nuove ragioni di ostilità da parte degli Indiani spogliati del loro suolo e lotte fierissime tra bianchi e Pelli Rosse, i quali trovavano non di raro un ausiglio potente in quegli Spagnuoli, che pretendevano essi pure al possesso del paese. Malcontenti dello sviluppo della Carolina, adirati che in Charleston trovassero rifugio i pirati dei loro possessi, gli Spagnuoli già nel 1686 armavano da S. Agostino una spedizione che saccheggiava e distruggeva lo stabilimento scozzese di Edisto: nei primi anni del secolo seguente i Caroliniani prendevano la rivincita saccheggiando Sant'Agostino, donde più tardi un nuovo attacco spagnuolo contro la stessa Charleston, andato però a vuoto.
In queste lotte la Carolina doveva difendersi da sè, chè i «proprietors» non solo mancavano di forza sufficiente a salvaguardarla, ma bene spesso le impedivano per fini politici o personali di condurre con troppo vigore la lotta; donde il dilagare del malcontento nei coloni, insofferenti della supremazia ed irritati della politica finanziaria per loro gravosa di quei «proprietors», che «non davano alcun aiuto nel momento del bisogno e si ricordavano d'aver solo dei diritti, ma però nessun dovere», malcontento della colonia, cui faceva eco, spalleggiandola, il Parlamento inglese avido di estendere anche sopra di essa il suo dominio. Nel 1719 una generale per quanto pacifica insurrezione poneva fine al sistema dei proprietari, ed il governatore della Virginia prendeva le redini del governo in nome della corona inglese: dieci anni dopo i «proprietors» rinunciavano dietro compenso di 17.500 sterline ad ogni loro diritto. Il paese costituiva così una nuova colonia autonoma, col nome di Carolina del Sud, una colonia che meglio ancora della Virginia era destinata ad offrire il vero tipo d'una società a schiavi. Mentre infatti nella Virginia i piantatori sono costretti a far istruire i loro figli all'estero, in un ambiente cioè diverso e sotto l'impulso quindi di altre idee, quelli della Carolina trovano in Charleston, dove passano una parte dell'anno, la vera capitale del loro mondo ristretto, la città dove possono con tutta sicurezza educare alle idee schiaviste i propri figli. Nella Carolina meridionale si vedeva così la schiavitù divenire la pietra angolare del sistema sociale, il fattore capitale della sua storia.
§ 4. Georgia. — L'esperimento politico del Locke era svanito come bolla di sapone prima ancora d'esser iniziato, ma non per questo l'America cessava d'esser il campo di nuovi esperimenti sociali, destinati essi pure a naufragare contro gli scogli di quella realtà, che non si svolge sulla trama segnata dalla mente individuale ma su quella preparata dai precedenti storici e geografici.
Quando anche l'ultima ombra di dominio spariva pei proprietari della Carolina, già si pensava nell'Inghilterra di tentare nell'estrema zona meridionale di essa un «santo esperimento». Lo concepiva un ardito e tenace generale inglese, Giacomo Oglethorpe, nel quale il mestiere dell'armi non aveva soffocato i sensi più generosi del cuore, l'amore sentito per l'umanità sofferente. La ferocia della legislazione dell'epoca, di quella in ispecie contro i debitori insolventi, di cui ben 4000 all'anno venivano condannati al lento martirio di crudo carcere, non pochi per non uscirne mai più, aveva richiamato l'attenzione del generoso filantropo, il quale cercando i rimedi di tanto male, ideava un salvataggio per questi infelici nella creazione d'una colonia, di cui facevasi apostolo caldissimo presso il parlamento, presso la corte, presso il pubblico. La sua propaganda aveva luogo in un'epoca in cui l'Inghilterra mirava ad estendere i suoi possessi, proprio negli anni che lo stabilimento di nuove piantagioni al sud della Carolina meridionale diventava oggetto di ripetuti progetti, cui solo il timore degli Spagnuoli pretendenti a quel paese impediva di dare pratica attuazione; cosicchè non riuscì difficile all'influente uomo politico di ottenere da Giorgio II nel 1732 una patente, che gli accordava per 21 anni il paese compreso tra i fiumi Savannah ed Alatamaha, fra l'Atlantico ed il Pacifico, per tentare il suo «santo esperimento» di colonizzazione in quel disputato territorio. La definizione di «deposito fiduciario pei poveri» ed il sigillo portante un gruppo di bachi da seta col motto «non sibi sed aliis» indicano che doveva essere materialmente e moralmente nell'animo del suo fondatore la futura colonia, la quale veniva aperta a tutti, anche agli ebrei, meno che ai papisti, col nome di Georgia Augusta in onore del re.
Salpato l'anno stesso con 120 emigranti alla volta d'America, l'Oglethorpe drizzava la sua tenda all'ombra di quattro pini sulla riva collinosa del fiume Savannah, là dove sorge la città omonima. La fama l'aveva preceduto in quelle solitudini ed al «bianco grande e buono» si presentava un capo indiano, offrendogli una pelle di bufalo, sul cui interno erano dipinte rozzamente la testa e le penne d'un'aquila: «le penne dell'aquila, diceva l'indiano, sono morbide e significano amore; la pelle del bufalo è calda ed è il simbolo della protezione. Quindi ama e proteggi le nostre famiglie». Ed il saggio accoglieva con amore quei poveri diseredati della natura, pagava loro il territorio da occupare e rimaneva tutta la vita l'amico fedele della razza conculcata; mentre gl'infelici ed i perseguitati della razza conculcatrice venivano essi pure a cercare un rifugio nella sua colonia. Erano sopratutto fratelli moravi, che perseguitati ferocemente nell'Austria fondavano nel 1734 in Ebenezer nella Georgia un florido stabilimento, dato alla frutticultura, alla produzione dell'indaco, e con successo ancor maggiore all'allevamento dei bachi da seta, che rimase fiorente in Georgia fino alla Rivoluzione. Nè meno prosperi furono gli stabilimenti fondati nel paese da Highlanders scozzesi e dati allo stesso genere di colture.
L'istruzione, trascurata o non voluta addirittura nelle altre colonie meridionali, era qui in pregio, cospirando con le intenzioni dell'Oglethorpe, colla coltura intensiva del suolo e coll'origine dei coloni alla riuscita del «santo esperimento». Minacciavano, è vero, di farlo abortire gli Spagnuoli della Florida, i quali durante la guerra anglo-ispana attaccavano la nascente colonia, ma senza alcun risultato; chè, se l'Oglethorpe doveva rinunciare nel 1740 al tentato assalto di S. Agostino, gli Spagnuoli invasori dovevano essi pure ritirarsi dopo avere impinguato di loro cadaveri le zolle della Georgia. Ben diverso era il nemico, che dovea qui pure annientare in brevi decenni l'opera dell'Oglethorpe, un nemico impersonale e perciò invincibile: nel 1736 alcuni cittadini di Savannah avevano fatto una petizione per l'introduzione di schiavi negri, ma la proposta aveva naufragato contro la tenacia dell'Oglethorpe, il quale, coerente ai principî della sua filantropia ignara di ogni distinzione di razza, dichiarava che «se gli schiavi vi fossero stati introdotti, egli non si sarebbe più occupato della colonia».
Partito però l'Oglethorpe nel 1743 alla volta dell'Europa per non ritornare mai più nella sua colonia, la schiavitù dei negri non tardava ad introdursi nella Georgia insieme coi figli dei piantatori della Carolina e della Virginia: latifondo e schiavitù soppiantavano in breve quella coltura intensiva, su cui riposava il trionfo della filantropia del fondatore, e coi prodotti della vicina Carolina s'iniziava anche nella Georgia un tipo di società da quella non dissimile, una società in cui sulla base infame della schiavitù aumentava rapidamente la popolazione e la ricchezza: da 3000 anime, chè tante ne contava al 1755, la Georgia salirà nel 1783 a ben 80.000! E come nella forma sociale così in quella politica la Georgia terminava coll'uguagliare la Carolina, chè i «fiduciari» investiti di essa insieme con l'Oglethorpe, divenuti impopolari per la loro legislazione vessatoria, terminavano col rinunciare alla carta; e la Georgia si trasformava così in colonia regia.
§ 5. La società meridionale: suoi elementi e sua coesione. — Dalle frontiere settentrionali del Maryland a quelle meridionali della Georgia noi vediamo dunque, nonostante la diversità d'origine, d'abitanti, di tradizioni, costituirsi sotto l'influsso degli stessi fattori economici una società, che offre tratti comuni, che presenta una grande conformità di vita, una perfetta omogeneità d'interessi e di tendenze. La schiavitù è il cemento che unifica socialmente queste colonie, lo stampo comune in cui si plasma la loro vita. Introdotta senza distinzione in tutte quante le colonie, nel settentrione e nel centro come nel mezzogiorno, qui sola essa trova quel complesso di condizioni, che ne fanno la forma di lavoro predominante dapprima, esclusiva in seguito, elaborando una società in cui i rapporti economici, politici, intellettuali e morali si fondano su di essa. Nelle altre parti del paese invece, per quanto largamente rappresentata, la schiavitù rimane sempre una forma di lavoro sussidiaria, tale cioè da non impedire lo sviluppo del lavoro libero con tutte le sue conseguenze economiche e sociali.
Laddove infatti nelle colonie settentrionali e centrali i prodotti più adatti al suolo ed al clima sono i cereali, nelle meridionali sono il tabacco, il riso, lo zucchero, il cotone, tutti prodotti cioè, la cui cultura a differenza dei primi richiede come condizione essenziale associazione ed organizzazione di lavoro su vasta scala, unitamente a concentrazione di lavoratori su un piccolo spazio di terreno, ed è possibile solo dove abbonda un suolo fertile e nella pratica illimitato. Questo secondo requisito non mancava certo nel Sud: al primo, alla grande richiesta cioè di braccia, si cercava di soddisfare in sulle prime con la servitù dei bianchi. Malfattori, che commutavano la galera inglese col lavoro obbligatorio della piantagione americana, debitori insolventi, emigranti che doveano pagare col proprio lavoro le spese del viaggio, servi per contratto legale, prigionieri di guerra scozzesi ed irlandesi, avanzi della ribellione scozzese del 1666, della cospirazione di Monmouth del 1685, dell'insurrezione giacobina del 1715, malviventi reclutati nella madrepatria in una specie di razzie amministrative, costituivano l'elemento servile, a fornire il quale non pensava solamente il governo inglese ma era sorto un vero commercio regolare di carne umana, che, per quanto si macchiasse di furti di ragazzi rubati alle case, alle officine ed ai campi, procurava pur sempre buoni guadagni ai negozianti di Bristol. Questa stessa immigrazione servile non offriva però braccia sufficienti ai piantatori per allargare successivamente le culture in modo adeguato alla richiesta di prodotti ogni giorno maggiore. Al poco abbondante mercato bianco si sostituiva così quello negro: l'Africa era un serbatoio inesauribile di lavoratori, che avevano su quelli europei il vantaggio di poter essere tenuti a vita, di esser più adatti alle fatiche nelle calde pianure della Virginia e più ancora fra i miasmi delle paludi caroliniane coltivate a riso, di costare assai meno pel mantenimento, di riuscire infine un perfetto automa incapace di ribellione, uno strumento agricolo e nulla più. Esisteva, è vero, il danno economico d'un lavoro meno intelligente e meno produttivo per esser dato di mala voglia, ma la terra era così fertile e così vasta che il danno riusciva insensibile di fronte ai grandi vantaggi. Il vantaggio individuale dei coloni collima per di più con quello nazionale della madrepatria, che, ingaggiatasi nell'infame commercio dei negri sin dai tempi di Elisabetta, nei sec. 17º e 18º vi si slanciava a capofitto tanto da riportarne il primato su tutte le nazioni. Nel 1662 si fondava la «regia compagnia africana» alla cui testa stava il duca di York, ed in cui era impegnato lo stesso re; il libro degli statuti inglesi del 1695 dichiarava esser la tratta, secondo l'opinione del re e del Parlamento «altamente benefica e vantaggiosa al reame ed alle colonie»; nel 1698 e nel 1711 delle commissioni dei Comuni peroravano la libertà della tratta, dichiarando «doversi provvedere di negri le piantagioni ad un prezzo ragionevole»; la regina Anna raccomandava ai governatori americani «di prestar il debito incoraggiamento ai mercatanti di schiavi ed in particolare alla regia Compagnia Africana»; nel 1739, abolito ogni monopolio in tale ramo di commercio, la tratta si lasciava libera a tutti i sudditi inglesi e le colonie americane, inglesi e spagnole, venivano talmente inondate di schiavi che nel solo anno 1771 i cento e più negrieri della sola Liverpool scaricavano nel Nuovo Mondo ben 28.600 schiavi negri!! Mercanti di schiavi, armatori, capitani marittimi, marinai, agenti speciali sulle coste d'Africa e d'America, banchieri e così via, tutti trovavano lavoro e lucro in questo infame commercio, pel quale militavano sì potenti interessi, che non fa meraviglia se nel secolo 18º si osò affermare, e non una volta, nel parlamento inglese che la tratta era una faccenda decisamente «nazionale».
Vantaggio economico immediato da parte del piantatore, eccitamento da parte della madrepatria spiegano quindi come la schiavitù dovesse svilupparsi tanto rapidamente, da diventare in breve la forma di lavoro esclusiva dovunque le condizioni territoriali lo permettessero. Legata infatti alla madre terra non meno di quello che lo fosse il lavoro libero nel Nord, essa è propria della pianura costiera e dei terreni paludosi del Sud, andando le sue sorti di pari passo con quelle del tabacco, dello zucchero, del riso, del cotone; laddove essa s'arresta anche nel Sud davanti alle alture della Virginia, della Nuova Carolina, della stessa Sud Carolina e della Georgia, nelle quali può mantenersi nell'età coloniale come in seguito la piccola agricoltura esercitata esclusivamente o quasi da bianchi. È questa però l'eccezione, che non altera per nulla nelle linee generali la vita del paese, dove il latifondo coltivato a schiavi costituisce la pietra angolare di tutto il sistema sociale.
Alla base di questo sta la casta degradata ed oppressa degli schiavi, cui è patria d'origine l'Africa tenebrosa, dove vanno a comperarli lungo la costa per un raggio di circa 40 gradi, dal capo Bianco al capo Negro, nella Senegambia, Sierra Leone, Liberia, Alta e Bassa Guinea, gli infami mercanti di carne umana. Centinaia e centinaia di tribù, appartenenti nella grande maggioranza al tipo negro, il meno sviluppato socialmente ed intellettualmente delle razze africane, ma diverse fra loro per lingua usi e costumi, costituivano la grande riserva della schiavitù coloniale: il loro stato sociale passava per tutte le più insensibili sfumature da una semibarbarie, ad una vita puramente vegetativa; l'assolutismo più feroce, il feticismo, i sacrifici umani, la poligamia, spesso il cannibalismo erano e sono tutt'oggi il retaggio di tali tribù, non uscite ancora per la massima parte da quella fase, che il Letourneau chiamerebbe della «morale bestiale».
Condotti al mare dopo una marcia spesso penosissima e di lunga durata, i poveri schiavi venivano stipati nella stiva d'un negriero ed ivi senz'aria, senza luce privi di cibo e d'acqua sufficiente, esposti ai tormenti ineffabili del tragitto transoceanico; al minimo cenno di ribellione si massacravano senza pietà, spesso in caso di burrasca si gettavano ai pescicani per alleggerire il vascello.
Per quanto aspra fosse la condizione dei negri durante la cattura ed il tragitto transoceanico, la sorte, che li attendeva nelle colonie meridionali, era forse peggiore. Quivi il negro diventava oggetto della legge, anzichè soggetto, cessava di esser persona e diventava cosa. Come cosa egli non poteva posseder nulla in proprio: il padrone poteva o no rispettare il peculio dello schiavo, il quale non riceveva alcuna sanzione nel giure coloniale, dove mancano quelle minute disposizioni sul peculium che si riscontrano invece nel giure romano; così lo schiavo non poteva impegnarsi per una somma, sia pure inferiore al suo peculio, senza il consenso del padrone, nè poteva col suo peculio emanciparsi. Gli oggetti, atti a facilitare la fuga o la ribellione degli schiavi, come cavalli, bestiame, barche, veicoli, armi etc., venivano rigorosamente esclusi per legge dal peculio, il quale consisteva d'ordinario nel piccolo pezzo di terra assegnato allo schiavo, perchè vi conducesse a proprio vantaggio la coltivazione che più gli piaceva. Ciò nelle piccole piantagioni costituiva un vantaggio pel padrone, giacchè lo schiavo ricavava talora dal suo peculio gran parte dei mezzi di sussistenza: dove invece i viveri erano a buon mercato o la piantagione ne provvedeva in abbondanza pel consumo di tutti gli schiavi, il padrone trovava più conveniente negare allo schiavo anche questo pezzo di terra, per sfruttare così a proprio vantaggio esclusivo tutta la sua forza di lavoro. Quanto al trattamento dello schiavo nelle piantagioni del Sud troviamo orrori e miserie senza nome: dall'alba al tramonto un lavoro faticoso, che dura le 16 e perfino le 18 ore, sotto la sferza del sole e lo scudiscio del sorvegliante, un alimento ed un vestito appena sufficienti alla vita, una lurida capanna di assi mal connesse fra loro, ecco in breve la vita fisica dello schiavo, vita però che non ha raggiunto ancora quel maximum d'orrore, che raggiungerà coll'aprirsi dell'era cotonifera.
Nè migliore è la condizione morale dello schiavo: come cosa anzichè persona egli non ha alcun diritto riconosciuto dalla legge, neppure quello del matrimonio; i suoi rapporti famigliari sono ridotti ad una crudele ironia, la sua famiglia minacciata continuamente di separazione. Condannato dalla nascita all'ultimo grado dell'abbiezione sociale, il negro non può rialzarsi neppure in seguito al battesimo, giacchè su questo punto è avvenuto un tacito accordo fra proprietari e chiesa: molti padroni del resto sia per uno scrupolo di coscienza, sia pel timore che il cristianesimo diventi nella mente del negro avvilito un fomite di ribellione, vietano addirittura ai loro schiavi il battesimo. Lo stesso timore impedisce nella massima parte dei casi l'insegnamento religioso agli schiavi, come pure ogni forma d'istruzione, contro la quale non mancano delle leggi positive. Quando poi si concede l'insegnamento religioso, questo viene dato in una forma molto grossolana e diretto a rafforzare col suggello ecclesiastico la schiavitù più degradante per la natura umana: in una raccolta di prediche stampate nel 1749, per servire di modello a ministri della religione cristiana, è detto chiaramente che Dio ha fatto gli uomini alcuni per dominare, come i mercanti ed i piantatori, altri per lavorare e servire, e che nulla può mutarsi della volontà divina; che se i servi avessero obbedito ai padroni, avrebbero lavorato per la propria felicità in cielo, dove ognuno sarebbe diventato un libero ed agiato fannullone ed avrebbe trovato quelle ricchezze e quei piaceri, che aveva desiderato in vita; che il dovere infine degli schiavi era di lavorare durante la settimana, pregare la domenica, perchè solo a questo modo sarebbero giunti alla beatitudine[13].
Se questa turba senza nome di negri abbrutiti costituisce la base della piramide sociale, il vertice ne è dato dai proprietari di essa, dai latifondisti, i quali possedendo le terre più fertili e l'unico capitale del paese, gli schiavi, formano l'aristocrazia, la classe dominante anche nel campo politico. Essa sola vive nell'agiatezza o nella ricchezza, essa sola ha modo di istruirsi. Esonerata dalla necessità di impiegare l'intelligenza e l'opera nell'impresa privata pel processo automatico di produzione proprio della schiavitù, la vita pubblica diventa il fine pressochè unico della sua attività; ed in essa porta tutti quegli istinti d'orgoglio, d'ambizione, d'arbitrio, di dispotismo, che va innestandole nell'animo fra le mura domestiche il potere assoluto sullo schiavo: «ogni proprietario di schiavi, diceva il Mason, è nato tiranno». Nè solo la direzione politica del paese, ma quella stessa spirituale è riservata a tale classe, giacchè il clero della chiesa dominante, la episcopale, si compone generalmente di piantatori. Non mossi per lo più che dal desiderio d'impinguare le loro rendite nell'assumere il sacro ufficio, questi ministri del culto penseranno bene spesso alla caccia, al giuoco ed alla bibita più che alla cura delle anime, mutando in tante occasioni d'orgia i matrimoni, i battesimi ed i funerali. Non mancherà fra essi chi al momento della comunione griderà al sacrestano «ohi Giorgio, questo pane non è buono nemmeno pei cani»; nè chi si batterà in duello nel cimitero attiguo alla chiesa; nè chi alla festa si farà portare a casa su un seggiolone, ubbriaco fradicio.
Fra l'incudine ed il martello, fra la classe degli schiavi negri e quella dei latifondisti, sta la classe dei bianchi senza possesso, dei futuri «mean whites», la quale per quanto vittima della schiavitù ha così poca coscienza di ciò da farsi la sostenitrice più zelante di essa. L'estensione illimitata della terra fertile e l'alto prezzo dei suoi prodotti, l'inesauribilità delle braccia schiave fanno dell'agricoltura l'impiego più proficuo e più facile del capitale, cosicchè questa per la legge psicologica del minimo sforzo bandisce dal mezzogiorno ogni forma d'attività economica, che non sia l'agricola. In esso quindi nessuna industria, nessuna manifattura: perfino gli oggetti di legno verranno importati dal di fuori. Anche il commercio d'esportazione ed importazione non sarà fatto per il vasto paese che da tre o quattro centri, da Baltimora per il Maryland e la Virginia, da Charleston per le Caroline, da Savannah per la Georgia.
L'unica industria del paese rimane dunque l'agricoltura, ma anche da questa è esclusa la popolazione bianca senza capitali, giacchè per una legge economica troppo nota il lavoro schiavo soppianta il libero, tanto più che il lavoro manuale, retaggio dello schiavo, sembra una vergogna agli occhi del bianco povero. Questi si mette quindi ai servigi del latifondista, come soprintendente, amministratore, maestro, cliente in una parola; e quando non trova come occuparsi si dà alla vita semiselvaggia, pago ai prodotti della caccia e della pesca. La schiavitù infatti, mentre condanna i bianchi poveri all'inazione, offre pur loro i mezzi di vivere senza lavorare. Il carattere capitale dell'agricoltura a schiavi è invero l'esaurimento rapidissimo della terra, dovuto all'impossibilità delle rotazioni agrarie con lavoratori così poco versatili quali gli schiavi negri. Col mancare della fertilità del terreno però il lavoro schiavo, dato l'enorme suo costo, diventa addirittura passivo, donde la necessità pel piantatore d'aver alla mano sempre nuove terre feconde da sostituire a quelle già sfruttate, donde insieme col latifondo la presenza di lande deserte, caratteristica delle stesse regioni popolate del Sud. Queste lande appunto divengono il rifugio dei bianchi poveri disoccupati, i quali possono condurvi la loro vita errabonda: ad essi i dominatori del paese possono ricorrere per salvare i loro possessi dalle scorrerie degli Indiani, per ispegnere il minimo tentativo d'insurrezione servile.
Da qualunque lato insomma si consideri, da quello economico come da quello politico, la piantagione si presenta come la cellula fondamentale di questa società composta di piantatori e di schiavi. Con la sua unica abitazione centrale, col suo sbocco sul fiume in riva a cui per lo più siede, col suo signore attorniato da schiavi e da clienti, la piantagione circondata bene spesso dal deserto è un mondo a sè e basta a sè stessa; le piantagioni vicine si aggruppano per gli interessi comuni nella contea, i cui affari vengono amministrati da pochi piantatori col titolo di «giudici di pace». La vita collettiva dei centri abitati, palestra di educazione politica, intellettuale e morale, è ignota può dirsi a questo paese, dove i piantatori vivono isolati gli uni dagli altri nei loro immensi dominî senz'altro commercio quotidiano che coi loro schiavi, dove mancano nonchè le città le abitazioni in vista ed a portata l'una dell'altra, dove la popolazione è tanto dispersa che vi sono parrocchiani distanti talora decine di miglia dalla loro chiesa!
L'ignoranza estrema del popolo sarebbe, insieme con l'assenza completa di ogni attività politica presso di esso, la conseguenza necessaria di tale stato di cose, quand'anche i latifondisti non fossero gelosi di ogni istruzione impartita alle masse. «Io ringrazio Dio, diceva nel 1671 il dispotico governatore virginiano William Berkeley, che non esista nella colonia nè stampa, nè scuole libere, e spero che non ne avremo da qui a cent'anni, perchè la scienza ha generato l'insubordinazione, l'eresia e le sette che desolano il mondo; la stampa le ha propagate; è essa che ha divulgato così i libelli contro il migliore dei governi. Che Dio ci preservi da tutte e due!». La stampa s'introdurrà più tardi, nonostante questo scongiuro, nella colonia; ma fino al 1776 la Virginia non avrà che una sola stamperia interamente sotto la mano del governatore. Lo stesso «Collegio di Guglielmo e Maria», una specie di università virginiana inaugurata nel 1700, non sembra che esercitasse troppa influenza intellettuale sulla colonia, a giudicare almeno da quanto scriveva uno studente nel 1730: «abbiamo qui un collegio senza oratorio e senza statuti, una biblioteca senza libri ed un preside senza autorità».
Gli stessi figli dei proprietari minori, che non potevano recarsi all'estero nè frequentare il mediocre istituto superiore della colonia, venivano educati da precettori presi bene spesso in mancanza di meglio fra gli ex-galeotti. Nel Maryland buona parte della stessa classe dirigente era analfabeta! Le due Caroline prese insieme non avevano più di cinque scuole al cadere del periodo coloniale. In nessuna di queste colonie esisteva ancora al 1749 una bottega da libraio. Prese tutte insieme ed aggiuntavi la Georgia, avevano un numero di giornali pari a quello del solo Connecticut!
In questa specie di vuoto intellettuale, di deserto sociale gli uomini non intendevano e seguivano più che la voce dei loro istinti. L'isolamento, la mancanza di lumi, il potere arbitrario sugli schiavi, la lotta cogli Indiani alle frontiere, sviluppavano in essi una specie d'individualismo violento e feroce, che produceva come regola dei semibarbari, allo stato d'eccezione degli uomini superiori, nati per comandare, penetrati d'una specie di coscienza ingenita del loro diritto ad esser presi per capi: da questi usciranno e Washington e Jefferson e Monroe e Madison, tutti uomini che non dovranno la loro superiorità politica ai pochi o punto studi fatti, ma a quella fecondissima scuola dell'azione, in cui tutta quanta può dirsi si riduceva la società del loro paese. Senz'averne le attrattive cavalleresche, la società meridionale aveva così i tratti caratteristici di quella feudale del Medio evo: la servitù della gleba, la facile ospitalità, il lusso ostentato, le lunghe giornate d'ozio rotte sole da duelli, da risse brutali, da giuochi, da combattimenti di galli, da caccie alla selvaggina od agl'indiani, ricordavano i costumi dell'Europa feudale; mentre l'allegria sensuale, la franca mondanità, la nota satirica, la grazia signorile alternata con la ruvidezza scherzosa davano alla letteratura spontanea del Maryland e della Virginia una lontana analogia con l'arte del menestrello non solo ma anche con quella più raffinata del trovatore occitanico.
Mentre così nella Nuova Inghilterra sulla base della piccola proprietà lavoratrice e del township si sviluppa una società eminentemente progressiva, attivamente politica, veracemente democratica ed egalitaria; nelle colonie meridionali sulla base del latifondo coltivato a schiavi negri si sviluppa una società stazionaria, in cui l'agricoltura soltanto viene esercitata, in cui le classi sociali terminano col ridursi in sostanza a due sole, padroni e schiavi, caste più che classi per l'abisso che le separa, in cui la dispersione degli abitanti impedisce ogni istruzione, ogni progresso del viver civile, in cui il carattere e l'ignoranza della classe lavoratrice impedisce ogni perfezionamento tecnico, in cui sopratutto l'originaria uguaglianza politica dei bianchi viene necessariamente distrutta dalla prevalenza economica, intellettuale, sociale in una parola del latifondista sui bianchi nullatenenti. Ecco perchè il principio democratico, comune agli inizii ad ambedue i paesi, intristisce e muore nel secondo cedendo il campo a quello aristocratico, che si svolge in una aristocrazia fondiaria.
In questa la forza politica, la grande coesione della società meridionale: l'organizzazione strettamente gerarchica è per essa quello che la disciplina ecclesiastica per la società della N. Inghilterra, la forza che, irregimentandoli, tiene avvinti insieme gli individui in un paese, dove tutto tenderebbe a dissociarli, l'unica forza centripeta, che si opponga vittoriosamente alle mille altre centrifughe di questa società. È questa coesione mirabile, che nella mancanza d'ogni altro ascendente intellettuale e morale farà pesar tanto nella bilancia politica della futura nazione l'aristocrazia fondiaria del Sud.