CAPITOLO VII La lotta per la indipendenza.
§ 1. Disegni liberticidi della madrepatria e reazione delle colonie — § 2. Resistenza passiva ed attiva delle colonie agli arbitrii della madrepatria — § 3. Confederazione e guerra d'indipendenza.
§ 1. Disegni liberticidi della madrepatria e reazione delle colonie. — Vi sono periodi nella storia dei popoli, in cui gli anni all'occhio dell'osservatore superficiale, il quale non intravede il lavorio lento di cui questi sono la sintesi, sembrano quasi contare per secoli; tanto è il contrasto fra la brevità loro e l'importanza decisiva nella vita politica e sociale ulteriore. Uno di questi appunto è nella storia d'America l'ultima guerra tra Francia e Inghilterra, la quale per la elaborazione della società anglo-americana è quello che la scintilla elettrica per certi corpi: come prima dello scoccare di essa abbiamo dei semplici elementi, e poscia il composto; così prima di quella guerra noi vediamo agire delle colonie, dopo una nazione. In essa per la prima volta le colonie avevano tutte partecipato ad un'impresa comune, ad una impresa nazionale più ancora che inglese: i loro figli s'erano conosciuti e stimati sui campi di battaglia, i loro governi avevano imparato ad agire all'unisono per la difesa comune, il paese tutto aveva conosciuto la propria forza e la debolezza della madrepatria, incapace per la distanza e le difficoltà economiche di fare un grande sforzo militare sul continente americano.
Non per nulla un popolo oppresso s'accorge di poter mettere in mare, com'era avvenuto durante la guerra, ben 400 incrociatori, ed una colonia, New York, può ricordare all'Inghilterra d'aver fornito essa sola 60 navi da corsa con 800 cannoni e 7000 marinai; non per nulla le milizie provinciali, disciplinandosi alla guerra al punto da far arrossire i veterani del Braddock in quegli scontri, dove s'era formato il genio strategico di Washington e la valentia di Gates, Montgomery, Stark, Putnam, avevano rivelato alle colonie come i soldati regolari della madrepatria nonchè invincibili fossero inferiori agli stessi agricoltori ed artigiani del nuovo mondo. Di fronte al protervo disprezzo, con cui tutti senza distinzione gli ufficiali coloniali erano stati trattati dagli alti papaveri militari della madrepatria, le gelosie regionali avevano taciuto ed il risentimento comune s'era convertito in orgoglio nazionale offeso; mentre il denaro e le truppe che le colonie più meridionali, per quanto sicure del pericolo, avevano mandato alle sorelle della frontiera, testificavano una solidarietà, ch'era garanzia della più larga cooperazione a qualsivoglia altro fine nazionale comune. Un primo spirito di patriottismo si era sprigionato così da quella coscienza comune, che s'era venuta elaborando nel crogiuolo dei secoli. Nè questo, per quanto fosse molto nei destini immediati del popolo anglo-americano, era ancor tutto.
La conquista del Canadà e della Nuova Francia, affrancando le colonie inglesi da ogni timore sul continente, rendeva ormai inutile affatto per esse la tutela inglese. Finchè la Francia, ambiziosa e bellicosa, teneva un piede nel Nuovo Mondo, la protezione della madrepatria per quanto costosa era pur sempre un parafulmine per le colonie; ma scongiurato il pericolo, l'Inghilterra cessava di esser necessaria alla loro salvezza. «Li abbiamo cacciati in trappola» avrebbe detto il Choiseul al momento dell'abbandono definitivo della Nuova Francia all'Inghilterra; o il Vergennes, ambasciatore francese a Costantinopoli, alla notizia delle condizioni della pace diceva: «Le conseguenze della cessione dell'intero Canadà sono evidenti. Io sono persuaso che non passerà gran tempo prima che l'Inghilterra si penta d'aver scartato il solo ostacolo che potesse tenere in rispetto le colonie. Esse non hanno più bisogno oramai della sua protezione; l'Inghilterra vorrà obbligarle a contribuire a sopportare i pesi, che esse hanno contribuito ad attirare sulla metropoli, e le colonie risponderanno scuotendo ogni dipendenza». Nè da queste profetiche parole differiva molto la dichiarazione di lord Mansfields, il quale spesso ebbe a dire che «dopo la pace di Parigi non aveva giammai cessato di pensare che le colonie del Nord meditavano di formare uno stato indipendente dalla Gran Brettagna». I coloni infatti vedevano bene come la conquista inglese, non solo li avesse liberati da un nemico formidabile, ma avesse per di più procurato loro amicizie preziose, per quanto interessate. La preponderanza ottenuta dall'Inghilterra nel campo estra-europeo in seguito alla guerra dei sette anni aveva distrutto l'equilibrio del sistema coloniale: strappata una parte del dominio della Spagna in America e quasi tutto intero quello della Francia nei due emisferi, le grandi potenze marittime d'Europa lungi dall'avere una comunanza d'interessi coll'Inghilterra per sostenere tale sistema, avevano invece tutto l'interesse ad abbatterlo come quello che le escludeva economicamente da tanta parte del mondo, dagli stessi paesi che esse avevano scoperto e colonizzato. E questo interesse generale del mondo antico, che collimava colle aspirazioni alla libertà ed all'indipendenza del nuovo, era tanto più sentito dalla Francia, nella quale le ragioni commerciali e politiche si univano all'orgoglio offeso e al desiderio cocente d'una rivincita per farle desiderare l'affrancamento delle colonie inglesi. Se la Francia infatti avesse ritenuto i suoi possessi d'America, è ben dubbio se lo stesso odio contro la rivale l'avrebbe indotta ad aiutare le colonie inglesi ribelli; una volta invece che il suo sogno d'un grande impero occidentale era svanito per sempre, essa aveva tutto da guadagnare e nulla da perdere ad aiutarle.
Sicure così d'ogni pericolo, entrate dopo la pace in un periodo di rinnovata prosperità ed energia, mentre nuovi stabilimenti si fondavano dal Maine alla Florida, mentre nel nord mitigatosi il fanatismo religioso e la ruvidezza dei costumi la vita assumeva carattere più largo ed umano e nel sud la popolazione e la produzione crescevano in modo straordinario, mentre una vera febbre d'espansione spingeva dalle vecchie sedi gli arditi pionieri oltre i conquistati Allegani, le colonie si trovavano in grado come mai per l'innanzi, se non basta di resistere alle pretese inglesi, di svolgere addirittura un potere politico indipendente. L'Inghilterra invece, nonchè rinunziare allo sfruttamento economico, aveva atteso con ansia la conclusione della pace per imporre la sua volontà assoluta alle colonie anche nel campo politico. Creatosi ormai un immenso impero coloniale nel Nord-America, l'Inghilterra riteneva giunto il momento sospirato di trarre da esso quei vantaggi, che corrispondessero alla vastità dei territori ed alla loro prosperità scambiata per ricchezza inaudita dalla metropoli, dove gli ufficiali reduci dalla guerra dipingevano coi più vivi colori il lusso dei coloni. Per far ciò non v'era che un mezzo, sottoporre anche le colonie nord-americane in tutto e per tutto alle decisioni del Parlamento.
L'idea del resto non era nuova. Già al principio del secolo XVIII, i lords del commercio e delle piantagioni, proponevano di far riprendere dalla corona tutte le carte, in virtù d'una misura del potere legislativo del reame, di quel potere che, per essersi messo al di sopra dell'autorità che aveva concesso tali carte, ben poteva ritenersi superiore alle colonie che le possedevano. Dopo aver legiferato sul commercio e sull'industria, il Parlamento voleva legiferare anche sul governo delle colonie; e se ebbe cura di non allarmare queste ultime con la dichiarazione formale ch'esso poteva legiferare per esse in tutte le circostanze possibili, non ne riguardò meno per questo il principio come incontestabile, in materia specialmente di tassazione. Su questo principio appunto si basava la proposta di sir Guglielmo Keith nel 1726 d'estendere per mezzo d'un atto del Parlamento anche all'America le imposte sulla pergamena e sulla carta bollata; disegno che ripreso da commercianti londinesi, dieci anni dopo, trovava se non effettuazione certo largo favore presso il ministero inglese. Sarebbe venuta così a distruggersi implicitamente quella libertà coloniale, di cui il diritto esclusivo delle corporazioni legislative locali di imporre ed approvare le tasse, costituiva come il punto saliente così la rocca più salda. Come l'influenza della Camera dei Comuni in Inghilterra riposava sul suo diritto esclusivo d'accordare tutti gli anni le risorse necessarie alla marcia del governo; così la forza del popolo in America consisteva nel diritto esclusivo delle assemblee di levare le tasse coloniali e di determinarne l'impiego. In Inghilterra il re otteneva la sua lista civile a vita; in America la rapacità dei governatori rendeva necessario di far dipendere i loro emolumenti da un voto annuale: l'importo ne era regolato d'anno in anno, prendendosi a tal fine in considerazione i servigi del funzionario come lo stato economico della provincia. Così i governatori potevano bene ottenere istruzioni ministeriali esigenti uno stanziamento considerevole, uniforme e permanente; ma le assemblee ritenendo tali istruzioni valide solo per i funzionari del potere esecutivo, continuavano ad esercitare una libertà senza controllo di deliberazione e decisione. Per risolvere la contraddizione il re avrebbe dovuto pagare i suoi ufficiali col mezzo di un fondo indipendente, o cambiare le sue istruzioni. Di qui i lagni di cui sono pieni per tutto il secolo XVIII i rapporti al ministero da parte dei governatori inglesi, che, mandati in America, bene spesso per far fortuna, si vedevano costretti a capitolare tutti gli anni per la loro sussistenza davanti al popolo, il quale rendeva così più illusoria che reale l'amministrazione degli ufficiali del re, di cui esso era arbitro!
L'impotenza dei governatori, delle colonie nordiche in ispecie, di fronte all'arma onnipotente posseduta dall'assemblea aveva terminato col convincere il governo inglese della necessità che i governatori fossero pagati direttamente dalla metropoli; il modo poi di sopperire a queste spese era non meno implicitamente indicato alla metropoli dai governatori e dai realisti d'America, la tassazione diretta degli Americani per atto del Parlamento. A questi criteri direttivi s'ispirava appunto il piano d'una stabile lista civile americana, che l'Ufficio del commercio andava ponzando e maturando in quegli anni. A determinarlo ancor più sopraggiungevano le nuove esigenze militari per la difesa delle colonie. Già nel 1751 ad esempio, essendo in vista una lotta con la Francia per la vallata dell'Ohio, il governatore di New York consigliava ai lords del commercio per le spese necessarie a conservare il possesso del lago Ontario «un'imposta generale per atto del Parlamento: giacchè sarebbe pura immaginazione calcolare che tutte le colonie consentirebbero ciascuna a parte a decretar ciò». E di tale avviso era pure il Kennedy, ricevitore generale di New York, che caldeggiava «una riunione annua dei commissari di tutte le colonie a New York od Albany» e la costrizione per tutte al pagamento delle contribuzioni necessarie per atto del Parlamento, «altrimenti tutto sarebbe finito in chiacchere e contese». A tale fine nel 1753 si facevano in Inghilterra proposte di tasse sull'America, dichiarando l'Ufficio del commercio alla Camera dei Comuni che era assolutamente necessario procurarsi un'entrata coloniale: a tal fine l'Halifax progettava nel 1754 un piano dispotico di unione fondato sulla prerogativa regia, nell'intento di stringere tutte insieme le colonie contro la Francia, di far loro pagare le spese della guerra, e di sottoporle in blocco all'autorità del re o del Parlamento, di regolare cioè ad un tempo e d'un colpo tutte le questioni d'unione, di tassazione e di governo, che si facevano ogni giorno più scottanti ed insolubili. All'unione coatta, che doveva organizzarsi in Inghilterra nel modo da essa voluto e mettersi in vigore con atto del Parlamento per intenti fiscali e dispotici, i coloni per opera del Franklin contrapponevano una libera unione con intenti affatto opposti in quel progetto già veduto di Albany che il Shirley, governatore regio del Massachusetts, dipingeva un'applicazione del vecchio sistema delle carte ad una confederazione americana, sistema che avrebbe annichilito l'autorità regia nelle colonie unite, come l'aveva pressochè annichilita nelle singole colonie dov'era stato applicato, e compromesso la dipendenza dell'intero dominio di fronte alla corona.
Rimasto allo stato di progetto tutti questi disegni, il governo inglese ciò nonostante aveva approfittato delle necessità della guerra per estendere l'autorità del Parlamento sulle colonie: si stabiliva infatti un potere militare per tutto il continente, potere nonchè indipendente dai governi coloniali ad essi superiore, non avendo questi facoltà di dar ordini nelle rispettive provincie se non nell'assenza del comandante continentale e dei suoi delegati. L'America tutta intera veniva posta così sotto il regime militare, i suoi magistrati erano sottomessi all'autorità del comandante in capo, le sue assemblee obbligate «a comprendere chiaramente e distintamente» che il re «esigeva» da esse un fondo comune, di cui il comandante in capo «disporrebbe e regolerebbe l'impiego», ed «approvvigionamenti di ogni genere che potrebbero risultare dalla necessità di fornire alloggi ai soldati». Tali istruzioni, contrarie allo spirito della stessa costituzione inglese, rimanevano in vigore durante l'intero periodo della guerra e perfino dopo il termine di essa; non senza però la più viva resistenza da parte dei coloni ai nuovi arbitri della madrepatria, ben più temibili delle stesse limitazioni commerciali e industriali, che il contrabbando poteva dopo tutto almeno in parte frustare. Ai mali consigli del Loudoun, comandante supremo delle forze inglesi, il quale, di fronte al rifiuto di sussidii e di armati da parte delle assemblee quacchere del Jersey e della Pennsylvania, aveva suggerito al Pitt di imporre un tributo per la guerra alle colonie col mezzo d'un decreto del Parlamento brittannico, ed alle decisioni di questo che «la pretesa legale in un'assemblea coloniale di poter levare e adoperare denaro pubblico soltanto con proprio decreto scemava il potere della corona e i diritti del popolo della Gran Brettagna», la Pennsylvania aveva risposto energicamente per bocca del più ardito propugnatore dei diritti e della libertà legislativa d'America, Beniamino Franklin, mandato nel 1757 come agente di quella colonia in Inghilterra. Alla nomina poi del giudice supremo di New York a semplice «beneplacito» del re, senza osservare alcuna delle norme stabilite a tale riguardo per garanzia delle colonie, l'assemblea di New York aveva risposto dichiarando inconciliabile con la libertà americana il nuovo modo di conferimento del potere giudiziario e proclamando che non avrebbe pagato più oltre lo stipendio dei giudici, se non si fosse ritirata quella nomina.
Dati simili precedenti, si capisce quale ansia destasse nelle colonie la notizia diffusasi nell'inverno stesso, che seguì la presa di Quebec, che l'Inghilterra meditava di inaugurare la nuova politica verso le colonie non più a pillole e per eccezione, ma in blocco e come sistema, procedendo ad un riordinamento generale di queste. Messo infatti da parte un politico eminente, quale il Pitt, il giovane monarca Giorgio III prendeva nel 1761 come primo ministro il suo educatore, Carlo di Bute, un vivace gentiluomo scozzese, altrettanto elegante ed insinuante quanto gretto di idee, e questi chiamava al posto di primo lord dell'Ufficio del commercio Carlo Townshend, destinandolo a strumento della mutazione da farsi nelle colonie americane. Sarebbe questa consistita nell'abolire le patenti coloniali e nell'assoggettare completamente le colonie al governo inglese, fine ultimo cui doveva servire di avviamento l'indipendenza assoluta dei funzionari regi dalle assemblee coloniali, sia riguardo alla nomina come alla durata dell'ufficio ed allo stipendio, e la costituzione d'un esercito stanziale, che tenesse soggetti gli abitanti. Una cosa e l'altra però richiedeva nuove spese e l'Inghilterra, aggravata d'un grosso debito pubblico, accasciata sotto i pesi finanziari della guerra contro la Francia, nonchè pensare più oltre alla sicurezza militare ed all'amministrazione delle colonie americane, meditava di assoggettarle col fine precipuo di farle contribuire ai bisogni finanziari dell'impero britannico, di cui esse formavano indubbiamente parte integrante. Nè a stretto rigore l'imposizione di tasse alle colonie era di per sè ingiusta: se l'unione statale dell'America nordica coll'Inghilterra doveva continuare, era logico che anche l'America fosse assoggettata ad imposte; altrimenti non solo sarebbe stata di fatto indipendente dall'Inghilterra, ma questa avrebbe dovuto anche pagarle l'amministrazione e la sicurezza interna.
Aggiungasi che l'Inghilterra aveva speso per la guerra d'America contro la Francia somme ingenti, tanto che il suo debito pubblico da 75 milioni di sterline, quale era nel 1756, saliva nel 1763 a ben 133 milioni, cifra per quell'epoca addirittura impressionante. È vero che l'Inghilterra, come faceva osservare ad essa il Franklin, non aveva combattuto la Francia nell'interesse esclusivo delle colonie; è vero che la madrepatria con la sua politica economica ricavava già abbastanza denaro dalle colonie, e che a queste principalmente dovevano il loro fiorire le città marittime di Liverpool e di Glasgow e quelle industriali di Manchester, Leeds, Sheffield, etc.; ma il principio della tassazione delle colonie non era per questo in teoria meno giusto. Solo però si doveva badare al modo di applicarlo. Se le colonie dovevano sopportare gli stessi pesi del territorio metropolitano, dovevano godere anche gli stessi diritti, dovevano avere anch'esse rappresentanza e voto nel Parlamento, dovevano poi esser trattate anche economicamente come politicamente alla stessa stregua dell'Inghilterra anzichè sacrificate ad essa. Ciò appunto chiedeva il fiduciario della Pennsylvania. La madrepatria invece non voleva rinunziare al dominio politico sulle colonie, donde la necessità di assoggettarle con la forza, quando non avessero obbedito ai suoi voleri in materia di tasse come in quella legislativa. Senonchè, sembrando cosa ancora immatura mentre la guerra con la Francia continuava, di imporre tasse alle colonie con atto legislativo, si ricorreva pel momento ad un mezzo indiretto di trar denaro da esse.
Il contrabbando, quanto mai fiorente, eludeva in gran parte gli atti di navigazione contrari alle colonie: i bastimenti della Nuova Inghilterra non solo fornivano di merci inglesi le colonie spagnuole e francesi, non solo introducevano in America i prodotti caricati di soppiatto ad Amburgo e nei porti olandesi ed italiani, ma perfino attendevano presso le coste occidentali dell'Africa i vascelli olandesi francesi e danesi, per prendere direttamente da essi carichi interi di tè. Le cose erano giunte al punto che dal milione e mezzo di libbre di tè, che l'America nordica consumava annualmente, solo 150.000 provenivano dall'Inghilterra, e che i dazi d'esportazione dalle colonie per le Indie Occidentali francesi e spagnuole, nonostante la loro gravezza, davano solo un 2000 sterline all'anno, cioè il quarto circa della somma, che l'Inghilterra spendeva annualmente per l'amministrazione doganale! Il cancelliere dello scacchiere, Giorgio Grenville, faceva pertanto passare in poche settimane una sua proposta di legge, per la quale tutti gli ufficiali ed i marinai della flotta inglese erano autorizzati a far da ufficiali di dogana e denunziatori, ad assoggettare qualsiasi bastimento americano in alto mare a perquisizione e porlo sotto sequestro. Questo procedimento sommario con gli abusi ed arbitrii infiniti, cui apriva la via, con la seduzione dei grossi guadagni per gli agenti inglesi e la facilità da parte dell'ammiragliato di condannare i vascelli sequestrati, si riduceva ad una vera caccia alla proprietà americana; tanto più che i writs of assistence o pieni poteri concessi ai doganieri di farsi assistere nell'esazione dei diritti doganali da tutti i funzionari governativi e di penetrare perfino a loro piacimento nei fondaci e nelle abitazioni dei cittadini, minacciavano le stesse libertà individuali dei coloni, attentando ad uno dei principi più sacri per ogni anglo-sassone, l'inviolabilità del domicilio.
Il fervore di libertà, infiammato per di più dalla voce che il governo inglese meditava d'introdurre ufficialmente in tutte le colonie la chiesa episcopale, divampava irresistibile nella Nuova Inghilterra, dove il valoroso ed ardente avvocato Giacomo Otis davanti alla corte giudiziaria di Boston negava ogni legalità a quegli ordini di sequestro in nome dei principi fondamentali del diritto pubblico, li chiamava strumenti di dispotismo e, facendosi interprete della coscienza dell'intero paese, «io sono risoluto, esclamava, di sacrificare la proprietà, il benessere e la salute, anzi addirittura la mia vita, ai sacrosanti diritti della mia patria nel resistere contro una specie di prepotenza, la cui pratica è già costata ad un re la testa, ad un altro il trono!».
L'agitazione vivissima contro le misure dispotiche della madrepatria era ancora però ben lontana dall'assumere la minima parvenza di separatismo: i coloni esigevano d'esser trattati come gli altri sudditi inglesi e nulla più. «Alcuni spiriti tanto di corta vista quanto maligni, diceva lo stesso Otis in un pubblico comizio di Boston nel 1763, si sono affaticati a suscitare meschine gelosie colle colonie, ma i veri interessi dell'Inghilterra e delle sue figliuole etniche sono reciproci, e ciò che Dio nella sua sapienza ha congiunto, nessuno deve osar di separare». E Beniamino Franklin infatti, interrogato più tardi in Inghilterra, nel 1766, quale fosse il sentimento degli Americani verso la madrepatria prima del 1763: «Il migliore del mondo, rispondeva. Essi si sottomettevano di buona voglia al governo della corona, e prestavano obbedienza agli atti del Parlamento. Per numerosa che fosse la popolazione in alcune delle più antiche provincie, essa non costava nulla per forti, cittadelle, guarnigioni, armi con cui tenerla soggetta: essa fu governata da questo paese colla sola spesa d'un po' di penna, inchiostro e carta; essa era guidata da un filo. Essa aveva non solo rispetto ma affezione per la Gran Brettagna, per le sue leggi, costumi, usi e perfino un debole per le sue mode, che aumentò di molto il commercio. I nativi d'Inghilterra furono sempre trattati con particolare riguardo; appartenere alla Old England era di per se stesso un carattere di rispetto e dava una specie di distinzione fra noi».
§ 2. Resistenza passiva ed attiva delle colonie agli arbitrii della madrepatria. — Lo stato degli animi però doveva insensibilmente mutare e l'idea del distacco farsi strada di mano in mano che il piano politico dell'Inghilterra andava scoprendosi ed attuandosi fra l'ostilità aperta e le resistenze dichiarate dei coloni.
Caduto nella primavera del 1763 il ministero Bute, ne raccoglieva la spinosa eredità Giorgio Grenville, il quale, da buon credente nel dogma mercantilistico che le colonie erano fatte per l'utilità della madrepatria, si faceva un dovere personale oltrecchè politico di sacrificare l'America alla prosperità del commercio inglese, le libertà degli Americani alla supremazia assoluta della madrepatria. Così mentre il Townshend presentava in Parlamento la proposta di imporre alle colonie una tassa sul bollo pel mantenimento d'un esercito stanziale di 20 reggimenti, il ministero preparava per esse una nuova legge doganale che veniva votata nell'aprile del 1764: per questa si stabilivano nuovi dazi d'importazione su derrate e manufatti di prima necessità fino allora esenti, proventi doganali pagabili in oro anzichè in carta che dovevano passare alla tesoreria inglese come fondo speciale con cui coprire le spese coloniali, calcolate ad oltre 300.000 sterline annue. Per di più si dava pochi giorni dopo dal Parlamento un altro colpo formidabile al commercio delle colonie, con decreti che deprezzavano la loro carta monetata, cresciuta troppo durante l'ultima guerra, screditandola e negandole oltre certi limiti validità sul mercato inglese. Traffico marittimo e contrattazioni commerciali con la madrepatria venivano così distrutti per le colonie, le quali nell'impossibilità di procurarsi a sì caro prezzo i prodotti inglesi si vedevano impedite da altri atti non meno iniqui di diventare esse stesse industriali. E quasicchè non bastasse il fiero colpo ad irritare gli animi, s'aggiungeva la prospettiva ancor più insopportabile della tassa sul bollo, proposta contro la quale diverse colonie mandavano memorie e rappresentanti in Inghilterra, mentre in Boston l'opposizione contro di questa, diretta dall'Otis e da Samuele Adams, prendeva proporzioni ogni giorno maggiori e già gli abitanti decidevano di non servirsi più di prodotti inglesi e di esercitare per conto proprio l'industria della lana. Invano il Franklin, il quale per aver ricevuto pieni poteri da molte colonie era diventato una specie di rappresentante del dominio americano, diceva chiaramente agli stessi Inglesi che gli Americani non si sarebbero mai lasciati tassare senza loro approvazione e che la nuova misura avrebbe messo a grave cimento l'unità dell'impero brittannico: il re nel discorso d'apertura del parlamento, il 10 febbraio 1765, presentava la questione americana come questione «d'obbedienza alla legge e di rispetto all'assemblea legislativa del regno»; ed il Grenville vi presentava le sue famose 55 risoluzioni, che contemplavano i particolari d'una legge sul bollo per le colonie americane e ne deferivano le infrazioni alla corte di giustizia dell'ammiragliato.
Durante la discussione della legge, avendo il Townshend tenuto in favore di essa un discorso che terminava colle parole — «Ed ora questi Americani, che per nostra cura furono colà trapiantati e per nostra condiscendenza e sollecitudine sostenuti, finchè crebbero in forza e agiatezza, e che sono stati difesi dalle armi nostre, si rifiuteranno di conferire il proprio obolo per aiutarne a liberarci dal grave carico che ci opprime?» — il colonnello Barré, che ben conosceva l'America ed il suo popolo per aver combattuto allato del Wolfe contro Quebec, balzava su dal suo stallo improvvisando una difesa sublime degli Americani: «Per cura vostra, egli tonava, sono stati colà trapiantati, dite voi? No, le vostre oppressioni li hanno trapiantati in America! Essi fuggirono, davanti alla vostra tirannia, in paese allora incolto e deserto, dove s'esposero a tutte le fatiche, a cui è soggetta la natura umana, e inoltre alla barbarie d'un nemico selvaggio, il più scaltro e — ve ne dò la mia parola — il più spaventevole fra tutti i popoli sulla faccia della terra, e nonostante hanno sopportato con gioia, animati dai principii d'una vera libertà inglese, tutti i travagli solo per sfuggire a ciò che, nel proprio paese, bisognava soffrissero per opera di coloro, che avrebbero dovuto esserne gli amici. Per la vostra condiscendenza e sollecitudine essi sono stati sostenuti? Essi crebbero e prosperarono in conseguenza della vostra trascuranza. Tostochè voi cominciaste a darvi pensiero di loro, manifestaste la vostra sollecitudine mandando a quella volta delle persone per governarli in questo o quel rapporto, persone, che forse erano gl'inservienti di inservienti di alcuni membri di questa camera ed erano inviati collo scopo d'esplorare le libertà degli Americani, di presentarne le azioni in falsa luce e di sfruttarne l'industria, persone, la cui condotta in più d'una occasione ricacciò a quei figli della libertà il sangue verso il cuore, poveri diavoli, che furono promossi ai più alti uffici giudiziari, mentre, in parte, come so positivamente, eran lieti di poter andare in un paese forestiero, per non essere essi stessi in patria condotti innanzi alle sbarre d'un tribunale. Dalle vostre armi sono essi stati difesi? Generosamente hanno impugnato le armi in nostra difesa, hanno, in mezzo all'attività loro pertinace e faticosa, dato prova di virile prodezza nella difesa d'un territorio, i cui confini erano inzuppati di sangue, mentre l'interno del paese sacrificava tutti i suoi piccoli risparmi a vostro vantaggio. E credetemi — ricordatevi che oggi v'ho detto simili parole — che quel medesimo spirito di libertà, che infiammava quel popolo da principio, l'animerà anche nell'avvenire. Ma la prudenza mi vieta d'esprimermi con maggiore chiarezza. Dio sa che io, in questo momento, non parlo per motivi di spirito di partito; ciò che dico sono i veri sentimenti del mio cuore. Per quanto gli onorevoli, che seggono in questa camera, possano superarmi in scienza ed esperienza in generale, pure ho la pretesa di conoscere l'America meglio dei più di loro, poichè conosco quel paese per pratica mia propria. Quel popolo là è, a mio parere, sinceramente leale, quanto tutti gli altri sudditi del re, è però un popolo che è geloso delle sue libertà, e le difenderà e guarderà contro ogni assalto».
Il discorso generoso del Barré, giunto dopo qualche mese nella Nuova Inghilterra e diffuso a migliaia di copie per tutto il paese, vi sollevava la commozione più intensa, e le più vive speranze: il nome di «figli della libertà», dato dal Barré agli Americani, diventava il motto fatidico delle giovani generazioni. Poco dopo di esso però giungeva anche la notizia che la legge sul bollo, approvata dal Parlamento, era stata sanzionata, per quanto in un accesso di pazzia, da Giorgio III e che col 6 novembre 1765 sarebbe entrata in vigore. Il vaso del malcontento già colmo doveva per forza traboccare a quell'annunzio.
La servitù economica delle colonie, l'atto di navigazione, la stessa legge doganale, per quanto danneggiassero l'intera popolazione, non si facevano sentire direttamente che su pochi ceti di essa, sulla classe commerciale in ispecie; ma la nuova legge colpiva tutti in modo diretto, agricoltori e commercianti, operai e professionisti, ricchi e poveri, ed in tutti suscitava impeti di ribellione: la stampa non meno del traffico, la vendita come la permuta, il testamento ed il matrimonio, tutti gli atti insomma della vita, economici e civili, dovevano esser tassati; e per maggiore offesa ad uomini gelosi della loro libertà, le contravvenzioni a questa tassazione non riconosciuta dai coloni doveano esser deferite non già ai tribunali indigeni ma alla corte di giustizia dell'ammiragliato, dove sedevano dei giudici inglesi e non erano ammessi giurati! Alla prima notizia della legge infame il fermento più vivo s'impadroniva delle colonie: la condannavano dal pulpito i predicatori in nome della religione, la assalivano con violenza nelle pubbliche riunioni i patriotti più intemerati, la frantumavano a forza d'argomenti giuridici i giornali, le negavano ogni valore le assemblee legislative, dove s'elevavano voci, come quella del bollente patriotta ventinovenne Patrizio Henry della Virginia, che ricordavano minacciose a Giorgio III la fine di Cesare e di Carlo I! Alla testa dell'opposizione si trovava il Massachusetts, trascinato dalla parola eloquente dell'Otis e di quel Samuele Adams, scrittore politico pieno di forza, che pel suo fanatismo calvinista e liberale meritava d'esser chiamato «l'ultimo dei puritani». E dal Massachusetts appunto, dove si era già innanzi stabilito un comitato di corrispondenza per un'azione concorde fra tutte le colonie, partiva l'iniziativa d'un «Congresso contro la legge sul bollo», che, tenuto nell'autunno a New York con la rappresentanza di nove colonie e l'adesione illimitata di altre tre, riproduceva ma con intenti ben diversi quello di Albany del 1754! L'unione americana era già in germe in questo congresso, dove il Gadsden della Carolina meridionale esortando le colonie tra l'assentimento dei colleghi a porsi sul terreno del diritto naturale, cosa questa della più alta importanza per lo svolgimento ulteriore dei fatti, diceva tra l'altro: «Certo la conferma dei nostri essenziali e comuni diritti come Inglesi può esser guarentita per mezzo delle patenti; ma il far ancora troppo capitale su di esse potrebbe di leggeri produrre fatali conseguenze. Noi tutti dobbiamo stare sull'ampio e comune terreno dei diritti naturali, che noi tutti come uomini e discendenti di Inglesi conosciamo. Io non vorrei che le patenti, alla fin fine, c'impastoiassero, inducendo le diverse colonie a procedere in questa grave faccenda con criteri disuguali. Posto che il caso dovesse avverarsi, è finita per noi tutti; questo continente non deve conoscere nè abitanti della Nuova Inghilterra, nè di New York, ma noi tutti soltanto come Americani!».
Fra le 14 deliberazioni del Congresso, accanto a quelle contrarie alla competenza delle Corti dell'ammiragliato e più ancora alla tassazione non deliberata dalle assemblee coloniali, ve n'era una contraria perfino ad una eventuale rappresentanza delle colonie nel parlamento britannico, cosa della più alta importanza perchè dimostra come negli Americani quanto era vivo il desiderio di rimaner nel fatto indipendenti dalla madrepatria altrettanto era viva la riluttanza a formare un tutto con essa, a sobbarcarsi ai suoi pesi finanziari e politici. Nè soggezione dunque nè unione, ma continuazione di quel sistema che garantiva alle colonie tutti i vantaggi di far parte del potente impero britannico senza subirne i pesi.
Nel novembre la nuova legge entrava in vigore, ma tanta era l'ostilità delle popolazioni da renderne impossibile l'esecuzione: i venditori di marche da bollo venivano insultati ed assaliti, le loro case svaligiate, le provviste di carta bollata bruciate, i procuratori preferivano di sospendere gli affari piuttostochè far bollare gli atti, i tribunali civili dovevano chiudersi; mentre la legislatura del Massachusetts deliberava che tutti gli atti civili compilati in carta semplice avessero lo stesso piena validità, ed il Connecticut dichiarava apertamente che il popolo poteva ritogliere l'autorità concessa al governo legale ogni qualvolta questo non avesse più il suo consenso. All'insurrezione, che si esplicava da parte della plebaglia in incendi e saccheggi, alle dichiarazioni rivoluzionarie delle aule legislative, s'accompagnava poi una generale resistenza passiva più formidabile d'ogni altra per gl'interessi inglesi. Il ceto commerciale di New York s'impegnava dal 1º gennaio 1766 in poi di non far venire più nessuna merce straniera sottoposta a dazio, di non prenderla in deposito e di ritirare le commissioni già fatte: altrettanto facevano i mercanti di Boston e di Filadelfia; i cittadini di questa s'impegnavano a non soddisfare più i debiti contratti in Inghilterra; l'intera popolazione americana rinunziava ad ogni agio di origine straniera, ad ogni prodotto inglese, pure di conservare la propria libertà. L'industria della madrepatria veniva pertanto paralizzata dalla perdita repentina di un mercato così importante di fornimento della materia greggia e di spaccio dei prodotti lavorati: il suo commercio verso il nuovo mondo s'arrestava; gli affari ristagnavano: si sollevava un coro generale di lamenti, di proteste, di preghiere, mentre le corporazioni mercantili di Londra, di Bristol, di Liverpool, di Lancaster, di Hull, di Glasgow peroravano questa volta presso il Parlamento la causa della giustizia in nome dell'interesse! Le voci in difesa degli Americani si facevano così ogni giorno più spesse nella Camera dei Comuni, dove tra gli altri il vecchio Pitt, sempre vigoroso d'animo per quanto infermo di corpo, esclamava: «Gli Americani sono sudditi di questo regno, hanno lo stesso titolo di noi a tutti i diritti naturali dell'uomo ed agli speciali privilegi dell'Inglese, sono nello stesso modo legati dalle leggi inglesi e partecipano egualmente alla costituzione di questo nostro libero paese: chè gli Americani sono figli legittimi dell'Inghilterra, non bastardi. Se questa camera tollera che la legge sul bollo rimanga in vigore, la Francia guadagnerà più per mezzo delle colonie, di quanto non avrebbe guadagnato, ove le sue armi fossero rimaste vincitrici nell'ultima guerra.». Ed a chi gli si opponeva: «Io mi rallegro, esclamava fra l'altre cose, che l'America resista. Tre milioni d'uomini, il cui sentimento di libertà fosse così morto che si facessero incatenare spontaneamente, sarebbero strumenti acconci a rendere schiavi tutti gli altri. In una causa giusta voi potrete stritolare l'America, ma la tassa sul bollo sarebbe un'ingiustizia troppo grave ed io sono proprio convinto che in tal cosa sarebbe perfino una vittoria il perdere. Se voi rovinate l'America, essa sprofonderà come un gigante, stringerà colle braccia le colonne dello stato e sotterrerà la nostra costituzione fra i suoi rottami. È questa la pace magnificata, che voi cacciate la vostra spada non nel fodero, ma nelle viscere dei vostri compatriotti?».
Frattanto il governo era passato dalle mani del Grenville a quelle del Rockingam, il quale diceva di voler «revocare cento leggi sul bollo piuttostochè eseguirne una con la forza»; cosicchè più facile apparve appianare un conflitto, di cui il Franklin mostrava di nuovo ai ministri inglesi in una conferenza divenuta famosa le pericolose conseguenze. Il Parlamento infatti nei primi mesi del 1766 abrogava l'infausta legge, pure riconfermando il diritto di tassare le colonie; e la decisione veniva accolta tra il giubilo dei due popoli: le navi inglesi s'imbandieravano sul Tamigi; ed a Giorgio III decretavano statue New York e la Virginia. La legge sul bollo però non essendo stata che la causa occasionale di tanta agitazione, la revoca di essa non fu più efficace quanto agli effetti dell'olio versato sul mare in procella: le onde cessano per un momento d'accavallarsi a fior d'acqua, ma la burrasca continua negli strati inferiori e riguadagna ben presto la superficie. La madrepatria non poteva dimenticare l'umiliazione subita, tanto più che al ministero Rockingam succedeva nel 1766 un ministero Grafton-Pitt, in cui la disparità di vedute dei componenti e la malattia del Pitt lasciavano libera la mano al famoso Townshend, cancelliere dello scacchiere, nelle faccende americane. Dopo la morte anzi del Townshend ed il ritiro del Pitt, la direzione stessa del ministero passava nel 1768 nelle mani di lord North, avversario deciso dell'autonomia americana. Si escogitavano pertanto nuovi mezzi diretti e indiretti di tassare l'America, si tentava di privarla delle sue patenti e di sottoporla ad un regime militare affidato al generale Gage, comandante supremo dell'esercito regio nelle colonie. Queste rispondevano dal canto loro alle provocazioni della metropoli con la resistenza passiva e con quella attiva senza però alcuna idea di separazione dalla madrepatria, di indipendenza. Lo stesso banditore della «resistenza con la forza» alle sopraffazioni della metropoli, Giovanni Dickinson di Pennsylvania, nelle sue famose «Lettere d'un agricoltore», destinate a scuotere come corrente elettrica tutte quante le colonie, esclamava in quell'epoca: «Se mai noi ci separiamo dalla madrepatria, quale nuova forma di governo adotteremo? dove troveremo noi un'altra Inghilterra per riparare la nostra perdita? Staccati dalla nazione alla quale siamo uniti dalla religione, dalla libertà, dalle leggi, dall'affetto, dalla parentela, dal linguaggio ed il commercio, noi dobbiamo perdere del sangue da tutte le nostre vene».
È una lotta pertanto puramente difensiva, nella quale ogni colpo della metropoli trova nelle colonie una trincea, in cui infrangersi; ogni protesta delle seconde trova nei provvedimenti della prima la più amara accoglienza: era da ambo le parti una serie di vittorie e di scacchi, attraverso cui prendeva consistenza nelle colonie l'idea dell'unione per la difesa delle comuni libertà. Nella lotta fierissima del Massachusetts per conservare la sua costituzione sembrava così compendiarsi in quegli anni la lotta di tutte le colonie. Gli avvenimenti di Boston, dove comizi si succedevano a comizi nel severo palazzo di città «Faneuil-Hall», dove i conflitti tra governatore e popolo, tra cittadini e soldati arrivavano al sangue come nel «macello bostonese» del 1770, accrescevano il fermento dell'intero paese e lo eccitavano sempre più alla resistenza attiva oltrecchè passiva. E già il Massachusetts, sotto la guida di Samuele Adams e Giacomo Warren, formulava nel novembre 1772 una serie di lagnanze contro le usurpazioni del parlamento, l'imposizione di gravezze non acconsentite dai coloni, l'impiego di forze militari in tempo di pace senza il permesso delle singole legislature, la giurisdizione illegale del tribunale dell'ammiragliato, l'investitura di vescovi e tribunali ecclesiastici senza il consenso della colonia, i vincoli infine opposti all'industria ed al commercio, chiedendosi nelle riunioni se di fronte ad una ulteriore negazione delle franchigie assicurate dalle patenti non fosse il caso di formare uno stato indipendente a guisa dei Paesi Bassi. E la Virginia, aderendo pienamente nel marzo del 1773, alla dichiarazione bostonese, costituiva un comitato, dove entrava Tommaso Jefferson, incaricato di attivare la corrispondenza con le altre colonie e di abboccarsi con eventuali comitati di esse per un'azione comune di resistenza.
Mentre l'opposizione aperta cresceva ogni giorno più e, peggio ancora, si organizzava sistematicamente secondo un piano federale, la resistenza passiva continuava tenace a danno dell'Inghilterra: l'«Unione per non importare nessuna merce inglese», estesasi da New-York a tutte le altre colonie, veniva coscienziosamente obbedita, e l'esportazione inglese per l'America nordica scendeva nel 1769 di ben 744.000 sterline in confronto dell'anno precedente; mentre le esportazioni per la madrepatria dalle colonie scendevano da 100.000 sterline nel 1767 a 7000 nell'anno successivo ed a 3000 nel 1769. Siccome poi lord North, di fronte alle proteste degli esportatori inglesi contro le nuove tariffe doganali, le faceva dal Parlamento mitigare, mantenendo però intatto il dazio sul tè come segno del potere supremo del Parlamento in tale materia, l'opposizione economica venuta meno per gli altri prodotti si concentrava contro il tè inglese, la cui importazione dalle 132.000 sterline del 1768 si riduceva ad 11.000 due anni dopo, facendo discendere da 70 a 40 i bastimenti impiegati per tale commercio dalla compagnia delle Indie Occidentali. Quando poi questa, per rialzare le sue azioni rovinate e pagate le 400.000 sterline annue dovute al governo, tentò colla complicità della madrepatria di imporre il suo tè all'America, riuscite vane le nuove proteste delle colonie, la «società bostonese per il tè», come fu chiamata scherzosamente una moltitudine di bostonesi camuffati da Indiani Mohawki, s'impadroniva il 28 dicembre del 1773 d'un bastimento contenente 340 casse di tè e ne gettava in mare l'intero carico del valore di 18.000 sterline!
Alla notizia di tale fatto lord North il 14 marzo 1774 presentava al Parlamento una proposta per l'immediata chiusura del porto di Boston, che avrebbe durato finchè la città non avesse indennizzato la compagnia del tè gettato in mare: all'approvazione di tale progetto teneva dietro poi quella d'un'altra legge «per un migliore assetto della costituzione del Massachusetts», la quale annullava la patente della colonia. Governatore civile di questa veniva intanto nominato il generale Gage, comandante militare supremo dell'intera America nordica. Il Massachusetts riceveva così un ordinamento militare ed assoluto analogo a quello che con la «legge su Quebec» era dato al Canadà: la libertà americana veniva colpita a morte nel corpo della colonia, che ne era da secoli il baluardo più strenuo, il ridotto inespugnabile. Il guanto di sfida era gettato: la società americana, che ad ogni attacco dell'Inghilterra aveva risposto con un contrattacco, agli atti di navigazione col contrabbando, alla legge doganale colla rottura del traffico, alla tassazione illegale colla resistenza, all'impiego della forza non poteva ora rispondere se non colla forza, uso della forza cui era vano ricorrere senza l'unione di tutte le colonie: indipendenza e federazione, preparate così da cause secolari, nascevano ad un parto a gettare le basi d'una struttura statale nuova non solo pel continente ma per la terra tutta, gli Stati Uniti d'America.
§ 3. Confederazione e guerra d'indipendenza. — La chiusura del porto di Boston ed il conseguente «decreto d'ordinamento», che annullava la patente del Massachusetts, da oltre 80 anni legge fondamentale della colonia, furono la scintilla che accese il gran fuoco rivoluzionario.
Però, se l'indipendenza doveva esser il risultato ultimo della lotta, che stava per impegnarsi, essa non era per questo il fine cui mirassero generalmente le popolazioni nell'ingaggiarla. Anche qui doveva avverarsi la grande legge, che regola i destini dell'umanità: la moltitudine è sempre un protagonista incosciente del dramma, che rappresenta, obbedisce sempre all'interesse del momento anzichè a remote finalità; che queste si raggiungano, è conseguenza fatale di cause antecedenti, non già conseguenza voluta di un piano determinato d'azione. Il 25 settembre 1774 dietro accordo preso fra i comitati di corrispondenza delle colonie, si radunava in Filadelfia, la città centrale già prescelta a tal fine 20 anni prima dal «progetto d'Albany», il primo di quei congressi continentali, che d'allora in poi avrebbero dovuto raccogliersi tutti gli anni. Nella modesta sala dei falegnami di quella città si radunavano in numero di 51 i rappresentanti di 12 colonie, tutte cioè meno una, la neonata Georgia: ma di essi solo i rappresentanti della Nuova Inghilterra e della Virginia, le regioni più mature per densità di popolazione e compattezza sociale, si mostravano già risoluti ad un aperto distacco dalla metropoli, chè gli altri non volevano neppur sentir parlare di ciò. Il presidente Peyton Randolph aveva ben potuto nel prender possesso del suo ufficio farsi portare una corona, spezzarla in dodici parti eguali e consegnarne i pezzi alle deputazioni delle colonie rappresentate come simbolo dell'annullamento del potere regio e dell'uguaglianza fra le colonie; ma quando il bollente Henry Patrick, enumerate le ingiustizie subite, affermò che per essersi sfasciato il vecchio regime le colonie erano ritornate allo stato di natura e dovevano perciò darsi un governo affatto nuovo, il Jay, interpretando il pensiero della grande maggioranza degli intervenuti, interrompeva: «Io non posso pensare che il vecchio governo sia finito in tutto e per tutto e che noi siamo giunti al punto di abbozzare una costituzione americana, invece di fare il tentativo di correggere i difetti dell'antica».
Ed il congresso infatti, dopo aver preso varie deliberazioni, fra cui notevolissima quella che in esso e nei futuri ogni colonia avrebbe avuto un voto soltanto senza riguardo alla sua grandezza e popolazione, si limitava a reclamare la revoca di tutti i decreti parlamentari e delle ordinanze, che violavano i diritti delle colonie, e si chiudeva rivolgendo un appello alla nazione britannica, d'Europa e d'America, ed una petizione al re. «Alla vostra equità, era detto nel primo, noi ci richiamiamo. Vi si è raccontato che noi eravamo stanchi del governo e sospiravamo l'indipendenza. Queste sono calunnie. Lasciateci liberi, come siete voi, e noi stimeremo sempre l'unione con voi come la nostra gloria più grande e la nostra fortuna maggiore. Ma se siete risoluti a lasciar trescare scelleratamente i vostri ministri co' diritti umani, se nè la voce della giustizia, nè le prescrizioni della legge, nè le massime della costituzione, nè le esortazioni dell'umanità non valgono a impedire alle vostre mani di versar sangue in una cosa così empia, allora noi vi dobbiamo dire che non ci assoggetteremo mai a nessun ministero e a nessun popolo del mondo. Noi siamo così lontani, era detto nella seconda, dall'esigere innovazioni che per questo ci siamo anzi opposti a voi — noi non esigiamo altro che pace, libertà e sicurezza, noi non desideriamo nessuna diminuzione della prerogativa regia, nè la concessione di qualsivoglia nuovo diritto. Sempre appoggeremo e manterremo la vostra autorità regia su di noi e la nostra unione coll'Inghilterra».
La difesa dei propri diritti, il ristabilimento del passato e nulla più, ecco l'idea che moveva ancora quella società in sugli albori della stessa indipendenza a combattere con le armi la potenza inglese. Ma intanto il dado era gettato: agli avvenimenti decidere del risultato. Tutte le buone intenzioni, tutte le proteste sincere di lealtà pel monarca non potevano invero privare di loro efficacia i fatti salienti del giorno. I coloni anzitutto si erano creati stabilmente un unico corpo rappresentativo, fatto capitale pel futuro come quello che trasformava la solidarietà intercoloniale precedente in un vero e proprio legame politico: questo corpo rappresentativo in secondo luogo, negando al parlamento britannico ogni autorità di legiferare per le colonie americane, affermava l'indipendenza di fatto di esse: la provincia infine del Massachusetts, non riconoscendo il nuovo governo piantato sulle canne dei fucili in base al «decreto di ordinamento» e prestando obbedienza soltanto alla sua assemblea trasformatasi in «congresso provinciale», dava il primo esempio di governo rivoluzionario indipendente dall'Inghilterra; mentre Boston, perduta ogni vita commerciale e industriale con la chiusura del porto e costretta a vivere delle provvigioni, che tutte le colonie con slancio fraterno le inviavano, diventava nell'ozio forzato un semenzaio di soldati della libertà, disposti coi fratelli della provincia, che oramai s'armavano ed organizzavano, ad attaccare i soldati regi, unici puntelli del dispotismo. Ed alle armi ricorrevano ormai quasi tutte le colonie, dopo che gli appelli del Congresso furono respinti e le concilianti proposte del Franklin, rimasto a parlamentare in Inghilterra fino al 20 marzo 1775, naufragarono. Alle minaccie non vane del Congresso americano di abolire del tutto il commercio degli schiavi oltre il 1º dicembre 1774, di non importare più nulla dall'Inghilterra ed Irlanda oltre quella data e di non esportare nulla per esse e per le Indie Occidentali oltre il 10 settembre dell'anno seguente, se i suoi reclami non fossero stati esauditi, lord North, spinto suo malgrado alle misure estreme dalla volontà personale di Giorgio III, rispondeva, nonostante i lamenti e le suppliche dei commercianti e dei creditori inglesi, col vietare alle colonie già sollevate il commercio colla madrepatria e la pesca nei mari nordici, col cercar di dividere le colonie favorendo gl'interessi delle meridionali, con lo spedire sovratutto navi ed armati contro gli insorti, contro cui il Gage cercava invano di scatenare la guerra dei Canadesi, la furia degli Indiani, l'insurrezione degli schiavi negri.
Gli avvenimenti avevano ormai posto chiaro il dilemma che l'Inghilterra o sarebbe riuscita ad assoggettare colle armi le colonie o ne avrebbe dovuto riconoscere l'indipendenza completa. Mentre infatti i primi rinforzi inglesi navigavano alla volta dell'America, in questa avvenivano già i primi scontri. Sullo scorcio di aprile del 1775, nei dintorni di Boston, a Lexington ed a Concord, il popolo americano iniziava gloriosamente la guerra d'indipendenza: compagnie improvvisate di «minute men» o milizia civica che doveva tenersi pronta da un momento all'altro a combattere, frotte di agricoltori usciti in maniche di camicia dalle loro case al suono delle campane, che li chiamava a difendere la libertà, armati di fucili da caccia, senza ordine nè disciplina, obbligavano a ritirarsi in Boston le truppe regolari, bene agguerrite e meglio addestrate, che il Gage aveva spedito per imprigionare i capi-popolo Adams ed Hancock! Poco appresso a Bunker-Hill, in una giornata caldissima, il 17 giugno dello stesso anno, pure nelle vicinanze di Boston, circa 3000 di questi soldati improvvisati, senza uniforme, senza pratica di guerra, senza vettovaglie, senz'acqua, senza quasi munizioni, dietro trincee di terra costrutte nella notte e non ancor terminate, attendevano impavidi fino a 10 metri di distanza 4000 veterani protetti da batterie, li decimavano sotto il loro fuoco micidiale, vedevano gli ufficiali inglesi spingere a colpi di sciabola i loro uomini riluttanti contro le trincee, ed erano costretti finalmente a ritirarsi per mancanza di munizioni soltanto! «La milizia ha sostenuto il fuoco?» chiedeva Washington all'annunzio del combattimento; ed alla risposta positiva esclamava: «le libertà del paese sono allora sicure».
Il secondo congresso generale, apertosi in Filadelfia il 10 maggio 1775 e presieduto da quel Giovanni Hancock, ricco mercante bostonese che il Gage aveva dichiarato ribelle, non poteva nascondersi le necessità del momento; e per quanto respingesse l'idea d'una separazione definitiva dalla metropoli, per quanto protestasse la sua fedeltà verso l'Inghilterra, si diportò realmente come un potere sovrano, riconosciuto tale da tutte le colonie insorte. Nello stesso maggio infatti prendeva la deliberazione che le «Colonie unite» erano costrette a cagione delle ostilità dell'Inghilterra a porsi senz'indugio in stato di difesa; nel giugno incaricava alcuni dei suoi membri d'organizzare per la durata d'un anno un «esercito continentale», di cui nominava ad unanimità Giorgio Washington comandante in capo e pel cui mantenimento emetteva due milioni di dollari in banconote, garantite dalle «Colonie unite», istituendo ad un tempo una forma rudimentale di potere esecutivo in una tesoreria ed un dipartimento per gli affari indiani; nel colmo dell'estate, essendo l'esercito inglese chiuso in Boston, mandava contro il Canadà una spedizione agli ordini dei generali Schuyler e Montgomery; nel settembre spediva alle colonie perchè l'approvassero una specie di costituzione, ispirata dal Franklin, intesa a regolare provvisoriamente le «13 colonie unite dell'America nordica» finchè l'Inghilterra non avesse revocato le ultime ordinanze, risarcito Boston dei danni sofferti pel blocco e richiamato dall'America tutte le sue truppe; nello stesso mese costituiva una giunta secreta sotto la presidenza del Franklin, coll'incarico di annodare trattative diplomatiche dapertutto in Europa ed in ispecie in Irlanda, dopo che erano già stati inviati agenti secreti a Parigi, a Madrid, all'Aja, a Berlino, a Copenhagen, a Pietroburgo per interessare le potenze continentali alla sorte degli Americani; nel gennaio 1776 faceva chiudere tutte le dogane dichiarando liberi d'ogni dazio tutti i porti americani per le navi europee, libertà di traffico concessa perfino alle navi inglesi con la garanzia per di più d'un carico completo di ritorno qualora esse portassero armi e munizioni, mossa questa abilissima giacchè non solo chiamava l'interesse commerciale dell'Europa in difesa della causa americana ma sfruttava l'avidità degli stessi mercanti inglesi a danno dell'Inghilterra. Questa d'altra parte, sanata ormai dell'illusione di potere con gli spauracchi e qualche migliaio di soldati frenare gli Americani, s'apprestava ad una guerra regolare: nella mancanza d'uomini in patria ingaggiava dei mercenari tedeschi, pagandoli un tanto a testa agli spiantati principotti di Brunswick, di Waldeck, d'Anhalt, dell'Assia in ispecie, allestiva un esercito campale di 55.000 uomini, di cui 25.752 destinati all'America, mentre l'ammiragliato chiedeva per l'anno 1776 un complesso di 28.000 marinai su 76 vascelli da guerra. A tanto apparato di forze il congresso continentale non poteva opporre nel 1775 che un esercito per modo di dire composto di 14.000 uomini male armati, senza disciplina militare, senza ingegneri, senza artiglieria, ed un'armata di 7 navi, 7 fregate e 38 legni minori, forze marittime però integrate dagli incrociatori delle singole colonie e più ancora dalle navi corsare da queste patentate, le quali fecero durante tutta la guerra una vera distruzione di navigli commerciali inglesi.
Fu singolare fortuna per gli Americani, che il Congresso avesse scelto come comandante in capo Giorgio Washington; giacchè solo la resistenza fisica e la tenacia incrollabile acquistata nella vita precedente, l'esperienza militare conseguita nelle guerre contro i Francesi e gli Indiani, il sano giudizio, il coraggio sublime, l'ammirabile padronanza di sè sopratutto e la devozione incondizionata alla patria ed alla libertà di quest'uomo allora sui quarantatre anni, il quale nella maestosa figura congiungeva la dignità all'affabilità, avrebbero potuto superare i mille ostacoli, che attendevano il duce d'una guerra condotta con le mani legate, senza uomini bene spesso e senza denaro, con poche munizioni, con rari ufficiali provetti ed anche questi non immuni da gelosie personali o provinciali.
Ai primi di luglio del 1775 il Washington veniva a porsi alla testa dei 14.000 uomini, che tenevano bloccato in Boston l'esercito inglese; ma per mancanza di polvere era costretto a rimanere inattivo sino alla primavera seguente: solo allora, divenuta ormai insostenibile la piazza sotto i colpi delle batterie innalzate dal Washington sulle alture di Dorchester, il generale inglese Guglielmo Howe, successo al Gage nel comando supremo, il 17 marzo 1776 sgombrava Boston coi suoi 7000 uomini e con circa 1500 cittadini favorevoli al re, i così detti lealisti, imbarcandosi su 150 navi alla volta di Halifax nella Nuova Scozia. Anche nel sud le cose andavano bene per gli Americani, giacchè una flotta inglese, che invano aveva attaccato vari punti della costa, battuta a Charleston, S. C. dalle artiglierie di Fort Moultrie, abbandonava al cadere del giugno 1776 quelle acque per veleggiare alla volta di New York, cui miravano ormai le forze inglesi di terra e di mare.
Falliva invece completamente la spedizione, che il Congresso nell'estate del 1775 aveva mandato contro il Canadà sotto gli ordini dello Schuyler e del Montgomery, nella speranza di sollevare con tutta facilità contro l'Inghilterra e di occupare quel paese da poco strappato ai Francesi; chè la campagna, cominciata felicemente colla presa del forte di S. Giovanni seguita da quella della stessa Montreal nel novembre, finiva male sotto Quebec, cui gli Americani cercavano invano l'ultima notte dell'anno di dare la scalata nonostante la neve ed il ghiaccio che coprivano il suolo, rendendo pressochè impossibile l'avanzarsi: lo stesso Montgomery cadeva da prode nell'assalto disastroso; e l'esercito americano, dopo esser rimasto qualche altro mese sotto Quebec, di fronte ai rinforzi inglesi doveva abbandonare anche le piazze occupate del Canadà, che rimaneva per sempre nelle mani dell'Inghilterra.
Iniziatasi così la guerra, le proteste di fedeltà alla madrepatria non sarebbero state oramai che finzioni, e l'idea d'una separazione completa da essa andava guadagnando ogni giorno più le colonie, conquistate dalla propaganda in proposito di Tommaso Paine, il quale nel suo pamphlet dal titolo «Senso Comune» ricorreva all'autorità della Bibbia non meno che ai dettati della ragione: «quando presi la prima volta il comando dell'esercito, diceva lo stesso Washington in quei giorni, aborrivo dall'indipendenza, ma ora sono pienamente convinto che null'altro può salvarci».
Il governo inglese infatti qua abbattuto là esautorato aveva fatto luogo dove a governi locali dove all'anarchia; cosicchè urgeva prendere una decisione collettiva, che arrestasse la seconda e legalizzasse i primi. Il 7 giugno 1776 Riccardo Enrico Lee di Virginia, obbedendo alla volontà del suo stato, propose al Congresso la risoluzione «che le Colonie Unite sono e di diritto devono essere Stati liberi e indipendenti». La mozione caldeggiata da John Adams suscitava un fiero dibattito, dal quale appariva come New York, New Jersey, Pennsylvania, Maryland e Sud Carolina non fossero ancora decise a tale passo estremo. Sospesasi pel momento ogni decisione in proposito, finchè non si fossero vinte le resistenze delle colonie ancora titubanti o addirittura contrarie, come New York, si incaricava intanto di compilare una eventuale dichiarazione d'indipendenza una giunta composta di Beniamino Franklin per la Pennsylvania, di Roberto L. Livingston per Nuova York, Ruggero Sherman per il Connecticut, Giovanni Adams per il Massachusetts e Tommaso Jefferson per la Virginia: in realtà veniva essa stesa da quest'ultimo, giovane e valente avvocato allora sui trentatre anni, assai versato negli studi filosofici storici letterari e già noto per la sua abilità nel comporre note politiche del genere. Il Franklin e l'Adams la modificavano leggermente e la difendevano poi con tutte le loro forze dalle critiche e dagli attacchi spesso violenti in seno al Congresso, il quale la adottava il 2 luglio 1776 senz'altro notevole cambiamento che la soppressione d'una clausola relativa alla schiavitù, troppo ostica per la Sud Carolina e la Georgia. Il 4 luglio 1776, il giorno stesso in cui ventidue anni prima s'era approvato dalle colonie il «progetto di Albany», la Dichiarazione veniva firmata dal Presidente del Congresso.
«Noi siamo costretti a rompere ogni vincolo politico coll'Inghilterra, dicevano in sostanza le colonie per mezzo dei loro rappresentanti in tale Dichiarazione, ma riteniamo necessario dichiarare al mondo quali ragioni ci spingono a far ciò». Quindi, esposti pochi principî incontrovertibili, che garantivano diritti positivi ed erano troppo radicati nella coscienza del popolo per aver bisogno di spiegazione, ne traevano la conseguenza che il dominio inglese, avendoli tutti violati, doveva essere abolito per sempre. Alla lunga enumerazione dei delitti politici del re Giorgio III contro le colonie, fatta anche nell'intento di metter sott'occhio al paese tutti i mali della servitù, seguiva infine la dichiarazione formale che le Colonie Unite d'allora in poi avrebbero costituito degli stati liberi ed indipendenti. Era una pagina di logica serrata e tagliente come la lama d'un pugnale, densa di fatti più che di parole, essenzialmente nazionale anzichè universale: vero specchio del passato, da cui si poteva dedurre l'avvenire, essa dimostrava come fossero nate e si fossero svolte le colonie, quali diritti avessero portato dalla madrepatria e come la violazione di essi imponesse loro di separarsi dall'Inghilterra.
Nulla di mistico, di generale in questa Dichiarazione, in cui il carattere politico della razza lungi dallo smentirsi riceveva nuova e più solenne conferma[15]. Si direbbe che l'autore di essa avesse presa a modello la Dichiarazione presentata nel 1688 a Guglielmo III dalla nazione inglese, se non ci fosse stato tramandato che il Jefferson la compose tutta di sua testa senza consultare alcun libro, se il linguaggio del documento famoso non fosse proprio di dichiarazioni consimili fatte in quegli anni da città e contee americane. Già nel gennaio 1773 infatti la città di Sheffield, Mass., primo esempio forse di ciò, proclamava le lagnanze e i diritti delle colonie, tra cui il diritto di self-government; e nello stesso anno e nella medesima colonia Mendon votava delle risoluzioni contenenti tre proposizioni fondamentali della grande Dichiarazione stessa, che cioè tutti gli uomini hanno un eguale diritto alla vita ed alla libertà, che questo diritto è inalienabile, che il governo deve trarre sua origine dal libero consenso del popolo.
Sul popolo infatti ricadde la sovranità dopo che la Dichiarazione d'indipendenza, adottata successivamente dalle singole colonie meno New-York che s'astenne dal votare, le ebbe affrancate di diritto oltrecchè di fatto dalla sovranità inglese. I nuovi governi derivarono dapertutto la loro autorità solamente e direttamente dal popolo, e questa autorità per di più non fu delegata per sempre al governo ma affidata ad esso come ad agente temporaneo del popolo sovrano, che rimase la sorgente esclusiva del potere politico. Questo del resto era apparso chiaro già dalla nomina dei delegati al Congresso, fatta dai corpi locali assai più che dai governi coloniali. Mentre infatti il New Hampshire e le altre colonie dell'Est avevano proceduto come delle confederazioni di towns, erano state le contee nel New Jersey, nel Maryland, e nella Virginia ad elegger separatamente dei comitati per la nomina dei deputati: nel New York, accanto ai delegati proposti dalla città di New York e ratificati generalmente dalle campagne, la contea di Suffolk aveva nominato un rappresentante distinto, la contea d'Orange un po' più tardi eleggeva il suo deputato, che si presentava al Congresso e produceva il certificato della sua elezione da parte della contea: la Georgia, molto tepida al principio della guerra, non si era fatta rappresentare al Congresso fino al 15 luglio 1775, ma ciò non aveva impedito alla parrocchia di Saint John d'inviare un delegato, che era stato ammesso al Congresso. Così ora, mentre il Connecticut ed il Rhode Island per volontà del popolo continuarono ad usare le loro carte regie, il primo sino al 1818 il secondo sino al 1842, gli altri Stati si diedero generalmente nelle singole assemblee popolari delle nuove costituzioni, le quali per quanto imperfette e difettose li salvarono dall'anarchia sovrastante e permisero loro di superare la burrasca della rivoluzione.
La nuova nazione, affermatasi in faccia al mondo nella Dichiarazione d'indipendenza, non tardava ad adottare un simbolo comune, che la rappresentasse: alle varie bandiere usate in sul principio dagli insorti, tra cui notevole quella che il Washington aveva derivato dalla bandiera inglese aggiungendo alla croce bianca e rossa di questa tredici striscie alternate bianche e rosse, il Congresso ne sostituiva una sola esclusivamente nazionale, deliberando il 17 giugno 1777 che «la bandiera dei tredici Stati Uniti fosse di tredici striscie alternate bianche e rosse, e che l'unione fosse rappresentata da tredici stelle bianche in campo turchino»: le tredici striscie rimasero poi sempre a ricordo delle antiche colonie, che lottarono per l'indipendenza, ma le tredici stelle andarono ogni giorno aumentando coll'entrare di sempre nuovi Stati nella bene auspicata Unione.
Duri cimenti attendevano però gli Americani prima che l'indipendenza da essi dichiarata fosse riconosciuta da chi voleva con le armi ridurli in ischiavitù: la loro bandiera doveva sventolare su campi di battaglia cruentissimi, in accampamenti dove la fame il freddo le malattie decimavano uomini ed ufficiali, doveva affondarsi in seno all'oceano sugli alberi di navi sventrate ed incendiate, assistere a carneficine d'inermi perpetrate da Indiani e da bianchi più fedeli al re che alla patria ed all'umanità, prima che sicuro all'ombra di essa un popolo nuovo potesse svolgere nella pace feconda le mille sue attività, strappare alla terra ed al mare le inesauste ricchezze.
Caduta Boston in potere degli Americani, gl'Inglesi avevano concepito di impadronirsi degli Stati di mezzo per dividere le forze degli insorti; ed il Washington, prevedendo un tal piano, aveva spostato il suo esercito verso New York, che pel suo porto eccellente era presa specialmente di mira dal nemico. Riunitosi davanti a New York col fratello ammiraglio e portato l'esercito coi nuovi rinforzi a 30.000 uomini, nell'agosto 1776 il generale Howe attaccava gli Americani radunati in Long-Island e dopo un combattimento di circa sei ore li obbligava a ritirarsi colla perdita d'un migliaio di uomini. Il Washington, non volendo per la vana speranza di conservare New York perdere l'intero esercito, si ritirava, abbandonando la città al nemico, ed incalzato invano da questo riusciva a valicare il Delaware; mentre il suo esercito, scorato e sensibilmente ridotto dalle perdite subite, pressochè si scioglieva e gli Inglesi, fatto prigioniero il generale Carlo Lee, che risultò poi traditore, occupato il Rhode Island il New York ed il New Jersey, minacciavano la stessa capitale Philadelphia, donde il Congresso, nel timore perfino d'una rivolta in favore dell'Inghilterra, trasportava nell'interno la sua sede.
A rialzare l'abbattuto coraggio dei suoi il Washington la notte di Natale del 1776 ripassava sul ghiaccio il Delaware e verso l'alba dopo una marcia notturna tra la pioggia ed il fango assaliva di sorpresa un migliaio di Assiani alloggiati in Trenton, facendoli prigionieri: pochi giorni dopo vinceva pure per sorpresa a Princeton, riconquistando il New Jersey. L'effetto morale di tali vantaggi fu sorprendente: gli Americani, aiutati nel frattempo da illustri stranieri venuti a difendere la causa della libertà, come il marchese di Lafayette, il De Kalb, i polacchi Pulaski e Kosciusko, i baroni prussiani Wodtke e Steuben, fatte nuove leve, organizzata alla meglio la difesa del Delaware, cercarono di opporsi agl'inglesi, che forti d'un 50.000 uomini si avanzavano su Philadelphia. Sulle rive però del fiume Brandywine, un affluente del Delaware, l'11 settembre del 1777 il Washington veniva completamente battuto; e qualche settimana dopo, mentre la città quacchera accoglieva giubilante le truppe di lord Cornwallis, i magri avanzi dell'esercito americano si ritiravano dietro lo Schuylkill nelle selve a sopportare nella vallata di Forge insieme coi loro capitani, primo fra tutti per sublime abnegazione l'eroe intemerato, gli orrori della fame del freddo e delle malattie, in quartieri che Lafayette diceva a ragione «assai meno ridenti d'un carcere», fra le nevi su cui i loro piedi scalzi lasciavano impronte di sangue.
L'andamento della guerra nel settentrione cambiava però totalmente le cose per gl'insorti. Quivi al generale inglese Burgoyne, il quale, direttosi dal Canadà alla volta di Albany per unirsi colle truppe inglesi rimaste col Clinton in New York ed impedire così il congiungimento fra gli Stati nordici, aveva riportato ottimi successi, aprendosi la via all'Hudson, si facevano incontro i generali Arnold Lincoln e Gates, i quali concentrate le loro forze battevano completamente l'esercito canadese sull'alto Hudson e lo bloccavano a Saratoga. Il Burgoyne, non vedendo speranze di aiuto dal Clinton, che si era indugiato a devastare il paese, e non rimanendogli che soli tre giorni di viveri per le truppe, convocava un consiglio di guerra, in cui si decideva di capitolare quando fossero concessi patti onorevoli: il 17 ottobre 1777 questo corpo d'esercito, forte ancora d'un 6000 uomini, si arrendeva alle condizioni di lasciare il campo cogli onori militari ed, abbassate quindi le armi, imbarcarsi a Boston per l'Europa col patto di non servir più in questa guerra.
La capitolazione di Saratoga, mentre rialzava gli spiriti degli Americani, sbigottiva l'Inghilterra e riempiva di giubilo le potenze ad essa nemiche, spingendole ad un passo decisivo in favore degli Stati Uniti. Così, mentre a Parigi Beniamino Franklin, che di nuovo s'era recato in Europa, non stentava molto nei primi mesi del 1778 a trascinare in una lega cogli Stati Uniti quella Francia, che anelava al momento di abbattere la potenza inglese nel Nord-America, a Londra lord North presentava e faceva approvare dal Parlamento progetti intesi a riconciliarsi le colonie ribelli, mandando per di più in America cinque plenipotenziarii per gli opportuni accordi e pel ristabilimento dell'autorità regia. Ormai però era troppo tardi: l'alleanza colla Francia era un fatto compiuto, ed i commissari inglesi dovettero ritornarsene a Londra senza che si fosse loro nemmeno permesso di aprire le trattative. L'adesione della Spagna e dell'Olanda alla lega franco-americana obbligava poco dopo l'Inghilterra a difendere in tutti i mari del mondo il suo commercio ed i suoi possessi; mentre un nuovo colpo alla sua potenza e prepotenza marittima veniva assestato nel 1780 da quella lega della neutralità armata fra Russia Danimarca e Svezia, la quale, garantendo la massima libertà al traffico dei neutri, toglieva il predominio illimitato esercitato fino allora dall'Inghilterra sulle flotte di questi.
Con tutto ciò la condizione degli insorti non era ancora delle più invidiabili. La flotta francese inviata sotto il conte d'Estaing in aiuto degli Americani nel 1778, se aveva ristorato l'esercito scalzo seminudo affamato di Walley-Forge e spinto sir Enrico Clinton, successo al generale Howe nel comando supremo, a sgombrare Filadelfia per ritornare sopra New York, s'era però ritirata ben presto senza poter snidare da alcun punto gli Inglesi, i quali non solo avevano conservato New York, ma avevano portato la guerra anche nelle colonie del Sud, scatenandovi una lotta feroce di distruzione reciproca fra lealisti, quivi numerosi, e partigiani dell'indipendenza; mentre il Washington, privo di forze, non aveva potuto, ed anche questo a mala pena, che mantenere la sua posizione difensiva nelle alte terre di New York e di New Jersey.
Potevano bene le deliberazioni del Congresso fissare a circa 40.000 uomini il contingente militare, chè lo stesso generale supremo per la negligenza nel reclutamento da parte dei singoli Stati non poteva disporne di più di 10.000; poteva bene il barone di Steuben introdurre opportune riforme militari nell'esercito americano sul modello di quello prussiano, chè il reclutamento regionale e l'arruolamento di cortissima durata, rinnovando di continuo i contingenti di truppa, rendevano impossibile ogni offensiva vittoriosa contro gli eserciti regolari del nemico. L'impotenza dell'esercito americano, che secondo una lettera del Washington nel maggio 1781 non possedeva carne neppure per un giorno, non era che la conseguenza di quella del Congresso, cui l'assoluta autonomia dei singoli Stati, frutto della storia secolare delle colonie, non dava i mezzi di garantire la salvezza comune: lo stato delle finanze era ormai disperato; le confische dei beni appartenenti ai realisti andavano ad esclusivo vantaggio dei singoli Stati; la carta monetata, discesa ad un duecentesimo del suo valore nominale, veniva ormai sconfessata; il commercio esterno era distrutto, mentre quello interno diventava ogni giorno più miserevole per la scarsezza estrema di denaro, che mancava pei bisogni ordinari della vita; la flotta federale non annoverava più che due fregate, riducendosi la marina da guerra alle pure navi corsare. La situazione degli Stati Uniti non s'era mai trovata così triste. Nel Sud gli Inglesi, i quali fin dal 1778 tenevano la Georgia senza che il generale americano Lincoln sorretto dalla flotta francese avesse potuto scacciarneli, presa Charleston, avevano occupato nella primavera del 1780 anche la Carolina meridionale; poi, battuto completamente nell'estate presso Camden il Gates venuto in soccorso della Carolina settentrionale, erano rimasti padroni anche di questa nonostante i nuovi tentativi falliti di riprenderla da parte del Greene successo al Gates; ed intanto il generale Arnold, tradita vilmente per bassi interessi personali la causa americana, scorrazzava per la Virginia alla testa di milizie inglesi e lealiste, mettendo a sacco il paese e distruggendo i depositi di tabacco, che costituivano l'ultima risorsa del Congresso ormai privo affatto di denari.
I nuovi rinforzi militari e più ancora pecuniari, che il marchese di Lafayette recatosi appositamente in Europa aveva potuto ottenere per gli Americani dalla corte francese, salvarono la situazione: il corpo di soccorso francese mandato in America agli ordini del Rochambeau risollevava il coraggio e le speranze degli insorti, infondendo nuova energia nel Congresso per un tentativo estremo; mentre il nuovo prestito francese di 6 milioni di lire dava modo al ministro americano delle finanze, il bravo Roberto Morris, di equipaggiare e ristorare l'esercito glorioso ma miserabile del Washington, mettendolo in grado di riprendere l'offensiva.
Riunitosi coi Francesi, che avevano tolto al nemico Rhode Island, il generale supremo s'apprestava infatti nell'estate del 1781 ad eseguire un piano di lunga mano meditato ma tenuto secretissimo, quello cioè di concentrare in New York le forze inglesi coll'apparente minaccia di attaccarla e di distruggere nel frattempo il corpo di lord Cornwallis, che gravava come incubo sugli Stati del Sud, per quanto a rigore non fosse padrone se non del suolo dove successivamente piantava le tende. Il piano riusciva a meraviglia: il Clinton richiamava su New York quante più truppe poteva, sfornendone lo stesso corpo del Cornwallis, il quale molestato dal Greene e dal Lafayette ed abbandonato dalla flotta inglese, tornata ai primi di settembre a New York dopo uno scontro infelice con quella francese, si trincerava coi suoi 7000 uomini in Yorktown, nella penisola posta tra i fiumi James e York. L'esercito collegato forte d'un 12.000 soldati regolari Benza contare un 4000 uomini di milizie vi arrivava con la flotta nel mese di settembre ed al cadere di esso investiva la piazza con oltre 100 pezzi di artiglieria grossa, che in pochi giorni smantellavano le fortificazioni del Cornwallis, togliendogli ogni speranza di resistenza. Tentava egli allora di evadere audacemente coi suoi la notte del 18 ottobre, attraversando il fiume York; ma una fiera tempesta disperdeva le barche, obbligandolo due giorni dopo ad arrendersi a discrezione: solo i lealisti americani più compromessi potevano sottrarsi alle mani del vincitore, riparando su un vascello, che il Cornwallis otteneva di spedire a New York senza che fosse visitato dal nemico.
Colla capitolazione di Yorktown terminava, può dirsi, la guerra d'indipendenza. L'Inghilterra invero teneva ancora sul teatro di essa ben 42.000 uomini oltre alla flotta e poteva contare per di più su un 30.000 realisti armati; ma gli avvenimenti degli ultimi sei anni le avevano dimostrato la difficoltà enorme per non dire l'impossibilità di soggiogare quel vasto paese, di cui nonostante i 112.000 soldati ed i 22.000 marinai impiegati contro l'America ed i 115 milioni di sterline spese nella lotta contro gl'insorti ed in quella marittima contro Francia Spagna ed Olanda, non aveva saputo conservare che Savannah, Charleston e New York; mentre il trionfo dei nuovi principî di diritto internazionale incarnati nella neutralità armata, cui aderiva nel 1781 anche la Prussia, minacciava con un ulteriore protrarsi della lotta di annientare il suo primato marittimo, già scosso dall'interruzione del commercio durante la guerra. Nè meno disposti dell'Inghilterra alla pace erano i nemici di essa in Europa.
La guerra marittima infatti, se era sembrato per un momento dovesse terminare col trionfo dei Franco-Ispani, i quali avevano conquistato l'isola di Minorca da tre quarti di secolo in possesso dell'Inghilterra e tenevano bloccato nella rocca di Gibilterra fin dal 1779 il bravo generale Elliot, togliendogli quasi ogni speranza, volgeva ormai favorevole agli Inglesi in tutti i mari del mondo. L'ammiraglio Rodney sconfiggeva e distruggeva al capo S. Vincenzo la flotta spagnuola; attaccava vittoriosamente alle Antille, fra le isole di Dominica e Saintes, la flotta francese, che meditava di congiungersi con quella alleata per occupare la Giamaica, e ne faceva prigioniero lo stesso ammiraglio de Grasse; mentre l'Elliot, arse le batterie galleggianti, nuova invenzione dell'ingegnere francese d'Arçon, vedeva respinte definitivamente da Gibilterra le navi nemiche al sopraggiungere nel settembre 1782 dell'ammiraglio Howe.
Così la Spagna, che poco prima non voleva sentir parlare di pace se non a condizione della resa di Gibilterra, e la Francia, che aveva proposto all'Inghilterra l'abbandono di tutte le conquiste indiane salvo il Bengala, venivano a più miti consigli, delusa la prima nelle mal concepite speranze, esausta finanziariamente la seconda; ed a trattative pure scendeva l'Olanda attaccata anch'essa nelle sue colonie e rovinata nel suo commercio.
Il trattato provvisorio pertanto, cui avevano condotto già nel novembre 1782 i negoziati susseguiti alla resa di Yorktown e pel quale gli Angloamericani ottenevano il riconoscimento completo della loro indipendenza e sovranità da parte della madrepatria, trovava presto piena conferma nella pace generale.
La pace di Parigi del 3 settembre 1783 registrava ufficialmente la nascita di quella nuova nazione, cui 70.000 martiri della libertà avevano dato col sangue il battesimo; ed un contemporaneo, il Watson, poteva scrivere senza dover essere smentito dal futuro, che l'esito fortunato della rivoluzione americana avrebbe, secondo ogni verisimiglianza, esercitato «un'efficacia reale sulla storia dell'intera specie umana».
Nel 1776, allorchè le colonie ribelli avevano proclamato la loro indipendenza, gli Stati Uniti si limitavano alla riva dell'Atlantico, non oltrepassando all'ovest la catena degli Appalachiani che per toccare le rive dei due grandi laghi Erie ed Ontario e le foreste rivierasche dell'Ohio, in tutto un milione circa di kmq. Questa superficie veniva invece più che raddoppiata nella pace del 1783, stipulandosi in essa che la linea mediana del Mississippi avrebbe limitato il territorio degli Stati Uniti lungo tutto il confine occidentale sino al 31º grado di latitudine, col quale cominciava la Louisiana. Al sud il territorio veniva limitato dalla Florida appartenente agli Spagnuoli; al nord il confine veniva fissato al corso della riviera Saint Croix e rimaneva invece mal definito più oltre, correndo a mezzogiorno dei Grandi Laghi sino al Mississippi lungo un territorio non bene esplorato[16].
Su questa grandiosa base territoriale, destinata inoltre ad essere più che quadruplicata dalle compere, annessioni e conquiste successive, una nuova democrazia plebea, assisasi accanto dei più superbi imperi, elevava un nuovo edificio, rappresentante il trionfo dell'eguaglianza naturale sui privilegi, della sovranità popolare sulle autorità irresponsabili, della libertà più assoluta di pensiero di parola di stampa d'industria di commercio sul connubio liberticida fra chiesa e stato, sulle limitazioni e restrizioni di tutte le umane attività. Esempio ed incoraggiamento migliore di questa prima e fortunata insurrezione contro il passato non poteva il nuovo mondo, in compenso del patrimonio ereditato, dare all'antico per l'opera generale di rinnovamento, cui tendevano le nuove forze sociali dell'epoca.