NOVELLA DEL CAVALIERE

Nelle storie dei tempi antichi si racconta che una volta c’era un duca, chiamato Teseo, il quale era signore e governatore di Atene; ed aveva così gran fama di conquistatore, che allora non ce n’era uno più grande di lui sotto la cappa del sole. Aveva conquistato molti grandi regni, e da valente e prode cavaliere era riuscito a soggiogare anche quello delle donne conosciuto anticamente col nome di Scizia, sposando la bella regina Ippolita, che egli si portò gloriosamente e con solenne pompa in Atene, insieme con la giovane sorella di lei Emilia. Ed ora appunto questo duca famoso cavalca verso Atene in mezzo alla gloria e ai suoni del trionfo, seguito da tutto il suo esercito in armi.

Se non avessi paura di andare troppo per le lunghe, vi racconterei per filo e per segno in qual modo Teseo riuscì, coi suoi cavalieri, a vincere il regno delle donne; vi descriverei la grande battaglia fra Atene e le Amazzoni, l’assedio di Ippolita, la bella e coraggiosa regina della Scizia, le feste che celebrarono le sue nozze con Teseo, e i sacrifici ch’egli fece, al suo ritorno, nel tempio di Pallade. Ma pur troppo, per questa volta, debbo farne a meno. Dio sa quale vasto campo da arare io ho davanti a me: e i buoi che tirano il mio aratro sono fiacchi. Il seguito della mia storia, dicevo, è molto lungo; e non vorrei che qualcuno di voi, per colpa mia, dovesse rinunziare al suo racconto. Ciascuno deve dire la sua novella, e staremo a vedere, poi, chi vincerà la cena. Riprendiamo, dunque, dove eravamo rimasti.

Il duca del quale vi parlavo, giunto quasi alle porte della città, e quando stava proprio per entrarvi con tutto il suo splendido seguito, volgendo per caso gli occhi da una parte della strada, vide una lunga fila di signore abbrunate, che stavano in ginocchio a due a due, lungo la strada, piangendo e gridando così disperatamente, che mai persona viva aveva sentito tali lamenti. Nè si chetarono, finchè non ebbero fermato il cavallo di Teseo, prendendolo per la briglia.

«Chi siete, disse loro Teseo, voi che col pianto turbate in questo modo, il mio trionfo? Piangete forse, e vi lamentate così, per invidia della mia gloria? Chi vi ha maltrattato, chi vi ha offeso? Ditemelo, ch’io possa, se è possibile, rimediarvi. Come mai siete tutte vestite di nero?»

Allora la più vecchia fuori di sè dal dolore, e col pallore della morte in viso, che faceva pietà a guardarla e a sentirla, rispose:

«Signore, fortunato vincitore, e glorioso conquistatore, non è davvero la vostra gloria o la fama vostra che ci affligge: abbiate compassione di noi, e prestateci il vostro soccorso, ve ne scongiuriamo. Movetevi a compassione del nostro dolore e della miseria nostra. Siate così generoso da lasciar cadere una goccia della pietà vostra su noi, povere disgraziate. Pensate che noi tutte eravamo, un giorno, duchesse o regine, ed ora siamo povere donne. Vi abbiamo aspettato per quindici interi giorni, qui nel tempio della Dea Clemenza, per domandarvi il vostro aiuto: voi potete soccorerci, se volete. Io, povera disgraziata, che piango e mi dispero così, sono la moglie di Capaneo, che morì (quel giorno sia maledetto!) a Tebe. Quante voi vedete qui piangere in questo triste abbigliamento, tutte abbiamo perduto il marito là durante l’assedio. Ed ora il vecchio Creonte re di Tebe pieno d’ira e di malvagità, spinto dal dispetto e dalla prepotenza, per fare oltraggio al corpo dei mariti nostri uccisi in battaglia, ha fatto fare una catasta di tutti i morti, e non permetterà assolutamente che sieno sepolti o bruciati: vuole, per disprezzo, che siano lasciati come pasto ai cani.»

A queste parole si lasciarono cadere, senza alcun ritegno, per terra, e cominciarono a gridare pietosamente: «abbiate un po’ di compassione di noi, povere disgraziate, e lasciate che il nostro dolore vi tocchi il cuore.»

Il buon duca, sentendole parlare in questo modo, commosso, saltò giù da cavallo. Nel vederle ridotte dalla nobiltà di una volta a tanta miseria e a tanto avvilimento, gli parve di sentirsi spezzare il cuore ad un tratto; e fattele alzare in piedi, cercò con ogni mezzo di confortarle, e sulla sua lealtà di cavaliere giurò che avrebbe fatto quanto gli era possibile per vendicarle del tiranno Creonte, promettendo loro che tutta la Grecia avrebbe parlato, presto, della fine che per la mano di Teseo farebbe quell’uomo ben meritevole della morte.

E subito, senza porre tempo in mezzo, spiegò le insegne e mosse a cavallo verso Tebe, seguito da tutto il suo esercito. Non volle nemmeno entrare in Atene per riposarsi una mezza giornata, ma quella notte stessa si mise in cammino. Prima di partire fece accompagnare ad Atene la regina Ippolita e la bella sorella di lei, Emilia, perchè lo aspettassero là; quindi senza che io ve la faccia tanto lunga, montò a cavallo, e via per la sua strada.

Nella grande bandiera bianca la figura rubiconda di Marte, con la lancia e lo scudo, risplende così fulgida, che al suo passare tutti i campi scintillano. Vicino alla bandiera segue la insegna di Teseo, tutta d’oro, nella quale è raffigurato il Minotauro da lui ucciso in Creta. Così, dunque, cavalcava il duca conquistatore, accompagnato dal fiore dei cavalieri ateniesi; giunto finalmente a Tebe, scese con garbo da cavallo, e si fermò in un campo ove stabilì di dare battaglia. E per farla corta, venuto alle mani col re di Tebe lo uccise, da prode e leale cavaliere in aperta battaglia, e mise in fuga tutte le sue genti. Quindi prese d’assalto la città, abbattendone le mura, spezzando in ogni luogo sbarre e travi, e restituì alle signore ateniesi i corpi dei loro morti mariti, affinchè facessero loro le debite esequie, secondo il costume d’allora.

Troppo tempo ci vorrebbe per descrivere i pianti e i lamenti che levarono le donne di Atene mentre bruciavano i cadaveri, le cerimonie con cui Teseo, l’illustre conquistatore, prese congedo da loro: ed io ci rinunzio perchè non ho intenzione di andare tanto per le lunghe.

Teseo dunque, questo nobile duca, ucciso Creonte ed espugnata la città di Tebe, non abbandonò mai il campo di battaglia, restandovi perfino a dormire la notte, oramai padrone di fare là il comodo suo. Intanto i soldati dopo la vittoria si abbandonarono al saccheggio, frugando nel mucchio dei cadaveri per spogliarli delle vesti e delle armi. Ora accadde che costoro, in mezzo alla catasta dei morti, trovarono due giovani cavalieri, feriti gravemente in varie parti del corpo, i quali giacevano per terra, l’uno accanto all’altro, vestiti di bellissime e ricche armi. L’uno aveva nome Arcita, l’altro si chiamava Palemone, ed erano tutti e due fra la vita e la morte. Gli araldi, dalla cotta d’armi e dagli abiti che avevano indosso, si accorsero subito che i due giovani appartenevano alla famiglia del re di Tebe, e li riconobbero, precisamente, per figliuoli di due sorelle. Allora gli stessi soldati li trassero fuori dal mucchio dei morti, e li portarono, con molta cura, alla tenda di Teseo, il quale non volle sapere di riscatto, e li fece subito condurre in Atene, perchè fossero rinchiusi per sempre in prigione. Ciò fatto Teseo si mise a cavallo, e se ne ritornò col suo esercito in Atene, incoronato di alloro come un conquistatore, e là finì felice e contento i suoi giorni. Ma senza farla tanto lunga torniamo a Palemone e Arcita, i quali se ne stavan chiusi in una torre nell’angoscia e nel dolore, senza speranza di poterne mai uscire, poichè sapevano bene che non c’era oro che potesse riscattarli.

Dunque, a un giorno per volta, passarono degli anni; quando una mattina di maggio Emilia, più bella in volto del giglio sul verde stelo, più fresca del maggio stesso con tutti i suoi novelli fiori (poichè il suo colore gareggiava con quello della rosa, e non so chi delle due fosse la più bella), una mattina, dicevo, Emilia secondo il solito si alzò e si vestì prima che fosse giorno. Maggio non lascia poltrire la gente nel letto: ogni animo gentile lo sente, e balza improvviso dal sonno appena questi gli grida: «levati e fa il tuo dovere».

Emilia dunque ricordandosi che doveva far gli onori a Maggio si alzò. Perchè sappiate com’era abbigliata, aveva indosso una veste nuova, e i bei capelli biondi legati in una lunga treccia le pendevano giù per le spalle. Si divertiva a passeggiare su e giù pel giardino, mentre il sole sorgeva a poco a poco. Coglieva qua e là dei fiori rossi e bianchi, e ne intrecciava una graziosa ghirlanda per la testa, cantando come un angelo del cielo. Per l’appunto era unita al muro di questo giardino la grossa e sicura torre (il carcere principale della cittadella), nella quale erano chiusi i due cavalieri di cui vi ho parlato e dovrò ancora parlarvi.

Era una bella mattina di maggio, e il sole risplendeva nel cielo. Palemone, il povero prigioniero, si era alzato, e col permesso del carceriere era salito secondo il solito, ad una camera su in alto, dalla quale egli scopriva tutta la bella città, e il giardino verdeggiante di rami, dove la bella e giovane Emilia passeggiava per diletto.

Il povero prigioniero andava su e giù per la stanza tutto addolorato, e lamentandosi con se stesso della sua disgrazia diceva ogni tanto: ma perchè sono venuto al mondo?

Ora il caso fece che egli attraverso le fitte e grosse sbarre di una finestra gettasse gli occhi sopra Emilia, e ferito al cuore dalla sua bellezza si traesse indietro mandando un grido.

Dal quale scosso improvvisamente Arcita disse a Palemone: «Cugino mio, che cosa hai? Perchè sei pallido come la morte? Perchè hai gridato così? Chi è che ti ha fatto del male? Se è la prigionia che ti fa soffrire in questo modo, sopportala con rassegnazione, per l’amore di Dio, poichè non c’è rimedio. Il destino ci ha riserbato questa sventura: certo deve essere stato un maligno influsso di Saturno o di qualche costellazione. Invano abbiamo cercato di scongiurare il pericolo: il cielo era disposto così fin dal giorno della nostra nascita; bisogna rassegnarsi, non c’è questione.»

Rispose Palemone: «Cugino, in verità tu ti sei immaginato una cosa che non è vera. Non mi ha fatto gridare la prigione: gli è che proprio in questo momento ho ricevuto una ferita, che passandomi per gli occhi, è penetrata fino al cuore uccidendomi. La bellezza di una donna che passeggia laggiù nel giardino è ciò che mi fa gridare e soffrire. Io non so se sia una donna o una dea, ma se io non m’inganno deve essere proprio Venere.»

E così dicendo cadde in ginocchio ed esclamò: «Venere, se per tua volontà tu appari così in questo giardino a me povera disgraziata creatura, aiutaci a fuggire da questa prigione. Se è nostro destino irrevocabile di dover morire quì dentro, abbi compassione del nostro lignaggio così oltraggiato da un tiranno.»

A queste parole Arcita si mise a spiare nel giardino, dove la donna seguitava a passeggiare su e giù. E rimase così colpito dalla bellezza di lei, che se Palemone ne fu ferito mortalmente, la sua ferita non era meno mortale davvero. E sospirando disse pietosamente: «La giovane beltà di colei che passeggia laggiù mi uccide. Se quella donna non mi concede, per pietà, di poterla almeno vedere, io sono bell’e morto.»

Palemone guardando, tutto arrabbiato, il cugino gli disse: «Arcita, ma tu dici questo davvero, oppure scherzi?» «No, rispose Arcita, io dico davvero, in fede mia. Dio volesse che in questo momento avessi voglia di scherzare.»

Allora Palemone aggrottando le ciglia soggiunse: «Arcita, non ti farebbe onore ingannare e tradire me in questo modo; me che sono tuo cugino, e dopo il giuramento fatto solennemente da tutti e due di essere sempre come due fratelli, di lasciare piena libertà l’uno all’altro (a costo di morire, e fino al giorno in cui la morte ci avrebbe separati) in amore e in qualunque altra circostanza; dopo che noi abbiamo giurato, anzi, che tu in ogni caso avresti aiutato me, ed io te. Questo fu il nostro giuramento, io lo ricordo bene, tu non puoi dire di no. Tu dunque ora dovresti aiutarmi col tuo consiglio: invece mancando alla tua parola vuoi amare la donna mia, quella che io amo e servo, che amerò e servirò fino a che il cuore mi batterà nel petto.

Ma tu o Arcita, mancatore di parola non farai questo certamente. Io fui il primo ad amare quella donna, e confessai a te l’amore mio come ad un confidente, come ad un fratello che aveva giurato di aiutarmi. Tu dunque, se sei un cavaliere, devi aiutarmi come puoi, altrimenti io ho il diritto di chiamarti un uomo sleale.»

Arcita rispose risentito: «Tu piuttosto sarai un mancatore di fede e non io; anzi sei, e te lo dico chiaramente sul viso. Perchè quella donna io l’ho amata prima di te: vorresti dire di no? Tu l’avevi creduta una dea, quindi il tuo non è amore ma venerazione, mentre io l’amo come creatura umana. E appunto per questo ti ho detto tutto, come ad un cugino il quale aveva giurato di essermi fratello.

Ma supponiamo pure che tu sia stato il primo ad amarla: non conosci il motto di quell’antico saggio il quale disse: “chi può dettare legge ad un amante?” Amore è la legge più potente che un povero mortale abbia mai dettato. E infatti tutti i giorni, e da gente di qualunque condizione, noi vediamo infrangere per amore le leggi più assolute e giuramenti come il nostro. Un uomo è costretto ad amare per forza, malgrado della sua volontà. Egli non può liberarsi, ed è pronto ad incontrare anche la morte, sia colei che egli ama, indifferentemente, una fanciulla, una vedova o magari una donna maritata.

Del resto non è nemmeno probabile che tu possa restare per tutta la vita nelle sue grazie, come non vi resterò, certo, neppure io: poichè tu sai, pur troppo, che noi siamo condannati ad una eterna prigionia senza speranza di riscatto.

Noi finiremo, forse, per fare come quei due cani che si leticavano un osso, i quali stettero alle prese un giorno intero, per poi non avere nulla. Perchè mentre si azzuffavano calò in mezzo a loro un nibbio, e si portò via l’osso. Perciò, caro fratello, sarà meglio fare come si suoi dire: “alla corte del re ognun pensa per sè” ecco tutto. Tu ama quella donna quanto ti pare; io per conto mio l’amo e l’amerò sempre: non posso dirti altro davvero. Una volta che dobbiamo rassegnarci tutti e due alla prigione, segua ognuno la sorte che gli tocca.»

Grande e a lungo seguitò ancora la disputa fra loro due, se avessi il tempo di raccontarla, ma andiamo avanti. Per farvela corta, un giorno un duca famoso chiamato Piritoo, compagno di Teseo fin da quando erano bambini, andò in Atene per rivedere il vecchio amico e passare qualche tempo con lui allegramente, come era solito fare ogni tanto, giacchè si volevano tutti e due un gran bene. Si volevano tanto bene, (dicono i libri che parlano di quei tempi,) che quando l’uno di essi morì, non dico bugie, l’altro andò a ritrovarlo fin giù nell’inferno. Ma ora non è mia intenzione scrivere questa storia.

Piritoo, dunque, conosceva benissimo Arcita che aveva veduto crescere d’anno in anno in Tebe, cosicchè gli voleva molto bene: e tanto fece e tanto pregò, che Teseo lo lasciò uscire di prigione. E non solamente non volle nessun riscatto, ma gli lasciò piena libertà di andare dovunque volesse, ad una condizione: che se per caso Arcita fosse còlto di giorno o di notte, anche per un momento, in una città del regno di Teseo, e venisse arrestato, perderebbe la testa con un colpo di sciabola. Questo fu il patto, e non c’era per Arcita altra speranza di rimedio o altra via di scampo. Così egli partì, e s’avviò in fretta verso casa sua. Stia bene attento, però, perchè la sua vita corre un gran pericolo.

Quanto soffre, intanto, il povero Arcita! Si sente la morte nel cuore; piange, si lamenta, si dispera che fa pietà a sentirlo, e pensa di darsi la morte. Poi grida: «Maledetto il giorno che son venuto al mondo! Eccomi condannato ad una prigione più dura di quella di prima: eccomi condannato non dico al purgatorio, ma alle pene dell’inferno. Ah! non avessi mai conosciuto Piritoo: così sarei ancora presso Teseo legato in prigione, ma felice, e non un disgraziato come sono ora. La sola vista di colei che io servo senza sperare di essere mai degno della sua grazia, mi avrebbe abbastanza ricompensato.

Caro cugino Palemone, soggiungeva, tu hai riportato la vittoria in questa avventura: tu puoi godere ancora ed essere felice chiuso in prigione. In prigione? Che dico? In paradiso. La fortuna ha tirato essa stessa i dadi per te, poichè tu godi la vista di Emilia, ed io ne soffro, invece, la lontananza. Tu almeno, che la vedi ogni giorno, e sei un nobile e valoroso cavaliere, puoi sperare che un caso qualunque (visto che la fortuna è così cieca) ti faccia ottenere ciò che desideri. Ma per me che sono esiliato senza speranza di grazia, e mi trovo in mezzo a così grande disperazione che non può darmi aiuto o conforto nè la terra, nè l’acqua, nè il fuoco, nè l’aria, nè altra creatura da loro formata, per me non ci resta che morire dalla disperazione e dal dolore. Addio vita, addio desiderî, addio felicità, addio tutto!

Ma perchè tutti gli uomini si lamentano tanto della divina provvidenza e della sorte, che spesso e volentieri concede loro, o in un modo o in un altro, più di quello che essi stessi possano immaginare? Uno, per esempio, desidera le ricchezze, e non sa che saranno la sua morte o la sua rovina. Un altro che è in prigione, vuole uscirne ad ogni costo, e in casa sua trova la morte per mano dei servi. I mali di questo genere che da un momento all’altro ci possono capitare addosso sono tanti, che noi stessi non sappiamo che cosa augurarci nel mondo. Noi camminiamo su questa terra come l’uomo che è ubriaco fradicio: egli sa di avere una casa, ma non sa infilare la strada che lo meni dritto al portone; e su quella che ha trovato scivola maledettamente ad ogni passo. Nello stesso modo preciso camminiamo noi in questa valle di lacrime.

Noi ci arrabattiamo dietro la felicità, ma il più delle volte sbagliamo la strada; questa è la verità. Tutti dobbiamo confessarlo, ed io pel primo, che mi credevo (anzi ne ero certo) di sentirmi felice e contento il giorno in cui fossi uscito di prigione, e invece eccomi qua le mille miglia lontano dalla felicità. O Emilia, se io non debbo rivederti, è finita: io sono un uomo morto!»

Palemone, intanto, appena seppe che Arcita se ne era andato, cominciò a disperarsi in modo, che la gran torre echeggiava delle sue grida e dei suoi pianti. Fin le catene che aveva ai piedi erano bagnate delle sue amare lacrime.

«Ahimè, diceva, o cugino Arcita, Dio sa se di noi due tu sei quello, pur troppo, che ha guadagnato nella lite che ci ha divisi.

Tu ora cammini liberamente per le vie di Tebe, e poco ti importa del mio dolore. Tu se vuoi, bravo e coraggioso come sei, puoi radunare tutta la gente del sangue nostro, e far con essa una guerra così accanita al regno di Teseo da ottenere, per un evento qualunque, o come prezzo della pace, la mano di colei per la quale è destinato che io muoia. Poichè quale probabilità posso avere di possederla, col vantaggio che tu hai di essere fuori di prigione e libero di te, mentre io sono costretto a morire rinchiuso in una gabbia? Ormai posso rassegnarmi a piangere e a disperarmi per tutta la vita, per le sofferenze che mi dà la prigionia, alle quali si aggiungono i tormenti dell’amore, che raddoppiano il mio strazio.»

Ad un tratto il fuoco della gelosia gli divampò nel petto, e con tanta furia irruppe nel suo cuore, che divenne pallido come la cenere fredda della morte,[1] e disse: «O Dei crudeli, che governate il mondo con la forza della vostra parola immortale, e scrivete sopra una tavola di diamante i vostri decreti e la vostra eterna concessione, questo genere umano pel quale voi avete fatto tanto, in sostanza che cosa vale più della pecora che giace per terra nella stalla? Anche l’uomo viene ucciso come un’altra bestia qualunque, è arrestato e imprigionato, passa da una sciagura all’altra, spesso essendo, per Dio, anche innocente.

Che cosa è, dunque, questo governo superiore che tutto vede, e lascia soffrire chi è senza colpa ed innocente? Ma un’altra cosa, mi fa sentire più amaramente le mie pene; ed è che l’uomo, per amore di Dio, debba essere costretto a rinunziare alla sua volontà, mentre una bestia qualunque può soddisfare tutti i suoi desiderî. Senza contare, poi, che la bestia quando è morta riposa in pace; mentre l’uomo deve piangere e soffrire anche nell’altro mondo, come se non ne avesse abbastanza in questo. È proprio così.

Il perchè io non non lo so, e lascio, appunto, che rispondano gli indovini; ma un’altra cosa, pur troppo, so: ed è che in questo mondo ci siamo venuti per soffrire. Io, disgraziato, vedo una serpe strisciare liberamente per la via; vedo un ladro, il quale ha derubato più d’un galantuomo, andarsene comodamente a spasso dove gli pare e piace, mentre io debbo starmene qui in prigione per volere di Saturno e per l’odio e l’ira di Giunone, la quale ha quasi distrutto completamente il sangue tebano, ed abbattuto le grandi mura della città. E Venere per giunta mi fa morire di gelosia e di paura per causa di Arcita.»

Intanto lasciamo per un poco Palemone nella sua prigione, e torniamo ad Arcita.

L’estate passa, e le lunghe notti invernali raddoppiano le pene dell’amante in esilio e del prigioniero in Atene. Io non so, davvero, chi di loro due si trovasse peggio. Poichè, in una parola, Palemone era condannato a perpetua prigionia, e a morire fra i ceppi e le catene; Arcita esiliato sotto la pena della testa, non doveva mai più rivedere la donna del suo cuore.

O innamorati, che cosa rispondereste a questa domanda: chi vi pare più disgraziato, Arcita o Palemone? Questi vede tutti i giorni la sua donna, ma è condannato a passare tutta la vita in prigione; quegli è padrone di andare, a piedi ed a cavallo, dove gli pare, ma non potrà mai più rivedere la donna sua. Pensate un po’ quel che vi pare voi che siete al caso di saperne più degli altri: io intanto, riprendo il mio racconto.

Arcita dunque, giunto a Tebe, non faceva che lamentarsi tutto il giorno, fuori di sè dal dolore di non dover più rivedere la sua donna. E per dirvi in una parola quanto era grande il suo dolore: mai creatura umana ebbe a soffrire come lui, fra quante ce ne sono su questa terra, e ce ne saranno prima che il mondo finisca. Non dormiva, non mangiava, non beveva, tanto che si ridusse secco come un uscio.[2] Aveva gli occhi infossati che facevano impressione a guardarli, la faccia smunta e pallida come la cenere spenta. Stava sempre solo, lontano da tutti, e la notte non faceva che piangere e disperarsi. Se sentiva qualcuno cantare o suonare, cominciava a piangere e non la finiva più. Era così accasciato ed avvilito, così completamente cambiato, che non si riconosceva più neppure la sua voce, sentendolo parlare.

Andava girando per il mondo con l’aria non di un povero innamorato colpito dal male di Eros, ma con l’aspetto di un matto. Pareva un disgraziato al quale l’umor tetro cacciandosi nella parte anteriore della scatola del pensiero, avesse mandato a spasso il ben dell’intelletto. L’organismo fisico e morale del misero amante era, insomma, tutto scombussolato. Ma perchè dovrei passare il giorno intero a raccontarvi le sue pene?

Dunque, già da un anno o due Arcita era in mezzo a questi tormenti e a questi dolori, quando una notte, mentre dormiva, gli parve di vedere, in sogno, Mercurio, l’alato messaggero del cielo, il quale gli disse di darsi pace e stare allegro. Il dio teneva dritta in una mano la boccetta apportatrice del sonno, e un cappello gli cuopriva i capelli luccicanti; era vestito ed armato (Arcita lo guardò bene), proprio come il giorno in cui Argo chiuse i suoi cento occhi nel sonno della morte.[3] «Arcita, egli disse, tu devi ritornare ad Atene: è destinato che là abbiano fine i tuoi affanni».

A queste parole Arcita si svegliò con un sussulto. «Ciò che ho inteso, diceva, mi ha messo la febbre addosso: io anderò subito ad Atene. Non ci sarà paura di morte che mi impedisca di rivedere la donna mia, colei che io amo e servo. Davanti a lei non mi curo della morte.» E così dicendo prese un grande specchio, e guardatosi, vide che la sua fisonomia era così cambiata, che egli non era più quello di prima. Allora gli venne una bell’idea: giacchè le sofferenze patite lo avevano così mal ridotto, bastava che egli si desse un po’ l’aria di una persona di bassa condizione, per non essere riconosciuto in Atene, e poter vedere, così, ogni giorno da vicino la sua Emilia. Detto fatto: si tolse gli abiti, e si vestì come un povero operaio. Quindi accompagnato solamente da un suo scudiere (al quale aveva confidato tutto), vestito anche lui poveramente, prese la prima strada che menava ad Atene. Giunto là, un giorno andò al palazzo di corte, e si mise sulla porta, offrendosi a questo e a quello, se avesse bisogno di un uomo di fatica per qualunque servizio. E per non farla tanto lunga, gli riuscì di farsi prendere come aiuto da un cameriere addetto alla persona di Emilia. Naturalmente Arcita, accorto com’era, aveva subito saputo, appena tornato in Atene, quale era la servitù di lei. Tagliava le legna per il fuoco e portava i suoi viaggi d’acqua senza nessuna fatica: era giovane e robusto, ed aveva forza e spalle abbastanza buone, per reggere a qualunque servizio gli venisse comandato.

Erano appena due anni che egli, sotto il falso nome di Filostrato,[4] serviva in tal modo la sua bella Emilia; e già tutti gli si erano affezionati: nessuno degli altri servitori era benvoluto come lui. La gentilezza dei suoi modi era così grande, che a corte tutti ne parlavano: tutti dicevano che Teseo avrebbe fatto una vera opera di carità, a migliorare un poco la condizione di lui, facendogli fare un servizio più decoroso, in modo che potesse mettere in opera le sue virtù. Intanto la fama delle sue molte abilità e del suo bel modo di parlare si sparse per la città, e giunse presto agli orecchi di Teseo, il quale lo volle al suo servizio, e lo fece suo scudiere, dandogli, naturalmente, la paga necessaria per potersi mantenere in quel grado. Del resto c’era chi di nascosto gli portava, ogni anno, da Tebe la rendita dei suoi beni. Egli però aveva l’accortezza di spendere sempre modestamente, affinchè a nessuno potesse dare nell’occhio, e fare meraviglia, come mai avesse tanto denaro. Per tre anni Arcita se la passò in questo modo, senza essere scoperto; anzi seppe fare così bene, tanto in tempo di pace che in mezzo alle guerre, che Teseo non ebbe mai alcuno più caro di lui. Ma lasciamolo, ora, così contento e felice, e torniamo un poco a Palemone.

Questi sette anni erano passati per lui molto tristi nella orribile e cruda prigione, in mezzo ai tormenti dell’amore e della disperazione. Chi soffriva, al mondo, come Palemone doppiamente torturato? Da una parte, l’amore che lo faceva diventar matto, da l’altra, la prigione, dove si trattava di stare non un anno, ma per tutta la vita.

Quale poeta inglese potrebbe degnamente cantare, in rima, tutto il martirio di lui? Io no davvero; quindi tiriamo pure innanzi. Dopo sette anni, dunque, di penosa prigionia, precisamente la notte del tre di Maggio (come riferiscono i vecchi libri che raccontano i particolari di questa storia), fosse caso o destino (certo quando una cosa è destinata, deve accadere), Palemone, con l’aiuto di un amico, a mezza notte in punto scappava dalla prigione, dandosela a gambe per lasciare al più presto la città.

La notte era corta, e il giorno si avvicinava: era necessario nascondersi per non essere scoperto. Perciò Palemone con passo trepidante si rifugia, in fretta, in una selva lì vicina. La sua intenzione era di restare là nascosto tutto il giorno, per prendere, giunta la notte, la via di Tebe, dove poi pregherebbe i suoi amici di aiutarlo a guerreggiare contro Teseo. Poichè egli voleva, oramai, una di queste due cose: o perdere la vita, o sposare Emilia; questo si era proposto, e voleva riuscirvi.

Torniamo ora ad Arcita, il quale in mezzo a tanta felicità non sognava neppure che gli fossero così vicini, un’altra volta, gli antichi affanni; finchè la sua mala ventura gli ci fece battere proprio il naso[5]. L’allodola gaia, messaggera del giorno, saluta col canto i grigi albori mattutini; e Febo fiammeggiando levasi con tale splendore di luce, che tutto l’oriente ne ride, e nel fogliame del bosco vaporano sotto i suoi tepidi raggi le pendule gocce d’argento. Arcita intanto, il primo scudiere della corte di Teseo, si era alzato e contemplava il giorno sereno; quindi per fare onore a Maggio, con l’anima riboccante d’amore, se ne andò sul suo focoso destriero a diporto pei campi, qualche miglio fuori della città. E il caso fece che, per l’appunto, si diresse verso la selva stessa dove era Palemone, in cerca di caprifoglio e biancospino per fare una ghirlanda. E cantava con effusione al bel sole di Maggio:

«Maggio, con tutti i tuoi fiori e le tue foglie, ben venuto sii tu, fresco e ridente Maggio; io spero di trovare in questo luogo un po’ di verde.» Quindi col cuore pieno di gioia, balza a terra da cavallo, ed entrato in fretta nel bosco incomincia a girare su e giù per un viale, proprio dove Palemone, trepidando di paura, stava nascosto dietro a un cespuglio, perchè nessuno lo vedesse. Egli non sapeva davvero che Arcita fosse lì; e Dio sa se egli se lo sarebbe mai immaginato. Ma dice bene un antico proverbio: il campo «ha gli occhi per vedere, il bosco gli orecchi per sentire.» Ed ha ragione chi va cauto, perchè gli uomini si incontrano tutto il giorno, su questa terra, senza bisogno di convegni. Neppure Arcita s’immaginava che il suo compagno di sventura, zitto e cheto lì nel bosco, gli fosse così vicino da sentire tutto ciò che egli diceva.

Arcita dopo avere girato qua e là per un bel pezzo, cantando la sua canzone di Maggio, improvvisamente divenne muto e pensieroso, come fanno quei bei tipi degli innamorati; i quali un momento sono su in paradiso, un minuto dopo giù nell’inferno;[6] e vanno su e giù come un secchio nel pozzo. Poichè l’incostante Venere rende mutabile, a un suo comando, l’animo dei sudditi, come il giorno a lei sacro. Infatti il venerdì ora c’è il sole, ora piove a catinelle: raramente è uguale agli altri giorni della settimana.

Finito il suo canto, Arcita cominciò a sospirare, e si mise a sedere lì nel bosco, dicendo «Maledetto il giorno che sono nato! Per quanto tempo ancora, o Giunone crudele, vorrai far guerra alla città di Tebe? Estinta è oramai la regale progenie di Cadmo e di Amfione: di Cadmo che fu il primo fondatore di Tebe, il primo a governarla e ad esserne incoronato re. Io sono del suo sangue, suo discendente in linea diretta, ed appartengo proprio al ceppo reale; ed ora eccomi qua, ridotto così disgraziato e vile, che non mi vergogno di servire, come misero scudiere, un uomo che è mio mortale nemico. E per mia maggiore vergogna, Giunone mi spinge perfino a disconoscere il mio nome; poichè mentre mi chiamo Arcita, ora mi nascondo sotto il nome di Filostrato, che significa: uomo da nulla. Ah! Marte crudele, ah! crudele Giunone, l’ira vostra ha ormai distrutto il sangue nostro; noi soli restiamo: io e quel disgraziato di Palemone, che Teseo tiene a marcire in prigione. Ma non bastava tutto questo; amore, per darmi il colpo di grazia, ha trafitto così profondamente il mio povero cuore di cavaliere col suo cocente dardo, che il cielo, senza dubbio, doveva avere destinato la mia morte prima ch’io venissi al mondo. O Emilia, tu mi uccidi con gli occhi tuoi; tu sei la causa della mia morte. Di tutto il resto non mi importa nulla: purchè io possa fare qualche cosa per piacerti.»

E così dicendo cadde svenuto, e rimase, per qualche momento, privo di sensi. Intanto Palemone, il quale si era sentito, ad un tratto, come passare il cuore da una fredda lama, balzò in piedi; e tutto tremante dalla rabbia non potè più a lungo restar nascosto. Appena udito il racconto di Arcita, come un pazzo, e pallido come un morto, saltò fuori dal folto cespuglio che lo nascondeva, dicendo: «Ah! falso Arcita, falso e malvagio traditore, finalmente ti ho còlto, te che pretendi di amare tanto la donna mia; colei per la quale io soffro tutte queste pene e questi affanni. E dire che tu sei del mio sangue! che avevi giurato, come spesso ti ho ripetuto, di aiutarmi coi tuoi consigli! In questo modo, dunque, hai ingannato Teseo, cambiandoti il nome? S’io non cadrò morto, tu dovrai quì stesso morire. Tu non amerai la mia Emilia; io solo l’amerò, e nessun altro, poichè sono (come tu vedi) Palemone, il tuo mortale nemico.

E sebbene quì non abbia la mia sciabola, essendo fuggito per un caso di prigione, io non ti temo affatto; e tu dovrai o morire, o rinunziare all’amore di Emilia. Scegli, dunque, ciò che ti piace di più, poichè non c’è per te altro scampo.»

Arcita allora fuori di sè dalla rabbia, appena l’ebbe riconosciuto udendo quelle parole, con la ferocia di un leone trasse fuori la spada e disse: «Per il Dio che sta su in cielo, s’io non avessi pietà dei tuoi affanni e della passione che ti rende pazzo; se non fosse perchè non hai la spada, tu non moveresti più un passo da questa selva, senza cadere sotto la mia mano. Io spezzo quì la fede con cui tu pretendi che io sia ancora legato a te. Che? Pazzo che non sei altro: pensa che l’amore è libero; ed io amerò la tua donna a dispetto di tutta la tua forza. Ma poichè tu sei un prode e cortese cavaliere, e vuoi contenderla con la spada, eccoti la mia mano: domani, immancabilmente, io sarò quì; e nessuno (parola di cavaliere) saprà nulla di quanto è accaduto fra noi.

Al mio ritorno porterò anche per te una buona armatura; anzi tu sceglierai delle due la migliore, e lascierai a me la peggio. Stasera, intanto, ti porterò da mangiare e da bere, e penserò anche a provvederti delle coperte per la notte. E se sarà destinato che tu vinca con la spada la mia donna, ed uccida me in questo bosco, abbiti pure la donna in premio».

Palemone rispose: «Va bene, accetto».

E si lasciarono così, per trovarsi la mattina dopo come ciascuno aveva lealmente promesso.

O Cupido, re spietato ed assoluto! È proprio vero, come si suol dire, che amore e impero non vogliono sapere di società. E nessuno lo sa meglio di Arcita e Palemone.

Arcita, intanto, se n’era tornato, in fretta, in città; e la mattina seguente, prima di giorno, si procurò di nascosto due armature complete, con tutto l’occorrente perchè egli e Palemone potessero misurarsi sul terreno. Montato, quindi, a cavallo con le due armature davanti a sè, si mise in cammino; e così all’ora e nel luogo stabilito i due amici si ritrovarono.

Appena si videro, impallidirono tutti e due. Come il cacciatore Trace appostato con la lancia alla tana del leone o dell’orso, sentendo dal fruscio del bosco avvicinarsi la belva (che rompe sui suoi passi rami e foglie), pensa trepidando: ecco il nemico, o io l’uccido sulla tana, o egli uccide me, se fallisco il colpo; così Arcita e Palemone, pallidi, trepidarono, conoscendo ciascuno il valore dell’altro. Senza nè anche salutarsi indossarono le armi, aiutandosi come due buoni fratelli. Quindi impugnata un’asta bene appuntata e forte, si avanzarono, con lunghi passi, l’uno contro l’altro. Avresti detto, vedendoli combattere che Palemone avesse la ferocia di un leone, e Arcita la fierezza d’una tigre: infuriati come due orsi che hanno la bocca biancheggiante di spuma, menavano tutti e due orribili colpi, immersi nel sangue fino al collo del piede. Ma lasciamo loro che si battono in questo modo, e torniamo a Teseo.

Il destino, ministro di tutte le cose, il quale distribuisce in questo mondo la provvidenza divina, è così potente, che quando gli uomini hanno giurato che una cosa non può accadere se non in un dato modo, un bel giorno accade proprio alla rovescia; e te la do in mille anni, se un’altra volta sola si ripete in quel modo lì. I nostri desiderî, di qualunque genere siano: guerra, pace odio, amore, tutti, senza dubbio, sono guidati dalla mente di Dio. Dico questo a proposito di Teseo, il quale ha una passione così grande per la caccia, specialmente per quella del cervo nel mese di maggio, che l’alba non lo trova mai a letto; ma è sempre pronto a montare a cavallo, con tutto il suo seguito di cacciatori coi corni e i cani. Egli trova nella caccia un divertimento così grande, che il suo maggior diletto, la sua unica ambizione, è l’essere chiamato: la distruzione dei cervi.

Era, come ho già detto, una bella giornata, e Teseo, con l’animo giocondo e pieno di felicità, montato a cavallo con regale pompa, se ne andò a caccia insieme alla sua bella Ippolita e ad Emilia, che indossava un bellissimo abito verde. E s’incamminò verso un piccolo bosco, lì vicino, dove gli era stato detto che c’era un cervo. Quindi si spinse avanti per una pianura, dove seppe che l’animale era solito fuggire presso un ruscello, e seguitò ancora la sua strada in quella direzione. Il duca lo seguì una o due volte, sguinzagliando i cani, che stavano tutti pronti ad un suo cenno; e finalmente giunto in un prato, portando la mano agli occhi, perchè il sole gli permettesse di vedere, scôrse Arcita e Palemone che combattevano infuriati come due tori. Le spade luccicanti volavano per l’aria così terribilmente, che il più piccolo colpo avrebbe abbattuto una querce. Teseo non sapendo chi fossero, diè di sprone al cavallo, e in un salto fu in mezzo a loro, con la sciabola sguainata, e gridò: «Olà! fermi, per la vostra testa. Giuro per Marte, dio potente della guerra, che il primo il quale, davanti a me, tirerà un altro colpo solo, cadrà morto. Chi siete voi che osate venire qui a combattere in questo modo senza un giudice o un ufficiale che diriga l’assalto, come in un leale torneo?»

Palemone rispose subito: «Signore, perchè non dirti, senz’altro, la verità? Tutti e due ci meritiamo la morte: noi siamo due disgraziati prigionieri stanchi della vita; tu che sei nostro signore e nostro giudice, non avere per noi nè compassione nè perdono. Uccidimi pel primo, che mi fai una vera carità, ma uccidi anche il compagno mio. O se tu lo desideri, uccidi lui prima di me; poichè sappi, se non te ne sei accorto, che costui è Arcita, il tuo mortale nemico. Egli fu bandito dal tuo regno sotto la pena della testa: perciò si merita la morte. Sappi che costui venne alla tua porta, e dicendo di chiamarsi Filostrato, riuscì ad ingannarti per molti anni, sì che tu stesso lo hai fatto tuo primo scudiero. Egli ama Emilia.

E giacchè è venuto il giorno della mia morte, faccio intera la mia confessione: io sono quel disgraziato di Palemone, che è fuggito, per sua unica volontà, di prigione. Sono anch’io tuo mortale nemico, ed amo così ardentemente la bella Emilia, che sarei felice di morire davanti a gli occhi suoi. Perciò da me stesso ti chiedo la mia condanna di morte; ma tu uccidi anche il mio compagno, chè tutti e due ci meritiamo di essere uccisi.»

Allora il nobile duca rispose: «La cosa è molto semplice. La vostra stessa bocca confessando tutto, vi ha condannato, ed io non lo dimenticherò. Non c’è, quindi, bisogno di farvi parlare con la tortura, e, per Marte rubicondo[7], voi morrete subito.»

A queste parole (le donne, si sa, fanno presto a commoversi) la regina cominciò a piangere, e con lei Emilia e le altre signore del seguito. Tutte ebbero pietà di quei due giovani, di illustre lignaggio, che solo per amore si battevano a quel modo. E vedendoli così orribilmente feriti e sanguinanti, si volsero a Teseo gridando: «Signore, abbiate compassione almeno di noi». E mettendosi in ginocchio per terra, volevano baciargli i piedi. Un cuore gentile si muove facilmente a pietà: e finalmente si commosse anche Teseo. Sebbene furibondo, da principio, contro i due Tebani, riflettendo, poi, alla colpa che avevano commesso, e alla causa che li aveva spinti, sentì che se l’ira li condannava come rei, la ragione non sapeva fare altro che scusarli. Pensò che chiunque, per amore, avrebbe fatto lo stesso, cercando di scappare, ad ogni costo, di prigione. Ebbe, poi, compassione di tutte quelle donne che piangevano in coro, e ripensando nell’animo generoso al caso dei due prigionieri tebani, diceva fra sè: «Guai a quel sovrano che è senza pietà, ed è un leone tanto con l’uomo pentito e sommesso, quanto con l’uomo superbo e ribelle! Guai a quel sovrano che ad ogni costo vuole mantenere ciò che in un momento di rabbia ha minacciato! Ha poco criterio chi in un caso simile non sa distinguere, e mette sulla stessa bilancia l’orgoglio e l’umiltà.» E tosto, sbollito il primo impeto dell’ira, alzando gli occhi sorridenti da terra disse, a voce alta, queste precise parole:

«Benedicite! Che signore grande e potente è Amore! Tutto vince la sua potenza, e potrebbe, davvero, essere chiamato un Dio pei suoi miracoli. Il cuore degli uomini è in mano sua.

Guardate Arcita e Palemone: fuggiti di prigione, avrebbero potuto vivere, in Tebe, come due re; invece per quanto sicuri di trovare in me un mortale nemico, eccoli un’altra volta qua, condotti, come ciechi, da Amore a cercare la morte. Non vi pare una grande pazzia questa? Chi più matto, in questo mondo, di un uomo innamorato? Guardate un po’ per l’amore di Dio, come sanguinano quei disgraziati! Non vi pare che si siano conciati, tutti e due, per le feste? Ecco come Amore, loro padrone, li ha pagati e compensati dei servizi resi. Eppure andate a levar loro di testa, se vi riesce, che sono due matti, a volere servire Amore ad ogni costo.

Ma il più bello è questo: che la donna della quale sono, tutti e due, così gelosi, può ringraziarli, di tanto amore, precisamente come me. Poichè di questa interessante faccenda, per Dio, non ne sa nulla davvero[8]. Tutti, però, giovani o vecchi, di sangue caldo o pezzi di ghiaccio, dobbiamo esser messi alla dura prova: tutti, una buona volta dobbiamo perdere la testa per una donna. Io stesso ci sono cascato, a suo tempo, ed ho servito come gli altri. E perchè, appunto, so per prova le pene dell’amore, e, preso più d’una volta nei suoi lacci, conosco quale strazio sia per quel disgraziato che ci casca; io vi perdono, o cavalieri Tebani, per amore della regina, che me lo domanda in ginocchio, e della mia buona cognata Emilia. Ma voi, qui stesso, mi dovete giurare che non cercherete mai di insidiare la mia terra, di attaccarmi e di costringermi a combattere, nè di giorno nè di notte. Io vi perdono interamente, purchè siate, in ogni occasione, amici miei». Palemone e Arcita giurarono che avrebbero fatto tutto ciò che egli chiedeva; e lo pregarono, fino da quel momento, di concedere a tutti e due la sua pietosa protezione. Teseo promise loro tutto il suo favore, e soggiunse: «Quanto ad Emilia, per la quale è nata tra voi questa battaglia e questa gelosia, io trovo che se anche fosse una regina o una principessa, non potrebbe desiderare di meglio che sposare, un giorno, uno di voi due: poichè senza dubbio ne siete ugualmente degni, pel vostro lignaggio e per le ricchezze vostre. Ma capirete bene, che non può sposarvi tutti e due. Quand’anche doveste disputarvela con le armi eternamente, uno dovrebbe tornarsene per forza con le pive nel sacco;[9] insomma, siccome non la potete sposare in due, abbia fine, oramai, la vostra gelosia e la vostra rabbia. Io farò in modo che ognuno di voi abbia il suo destino, e non si possa lamentare. Sentite, dunque, come ho pensato di finire, una buona volta, questa avventura.

Il mio avviso, per venire ad una conclusione decisiva, senza che ci si debba più tornare sopra, sarebbe questo, che approverete se vi piacerà. Ognuno di voi vada, oggi stesso, liberamente dove crede, senza riscatto e sicuro; ma passate cinquanta settimane da questo giorno, voi dovrete ritornare tutti e due qua, dovunque siate, portando ciascuno cento cavalieri armati di tutto punto, pronti per entrare in lizza, e venire a battaglia. Ed io sulla mia parola di cavaliere, vi prometto che chi di voi due uscirà vittorioso dal torneo, cioè abbia la fortuna di uccidere, coi suoi cento cavalieri, l’avversario, o di metterlo fuori di combattimento, avrà da me Emilia in isposa.

Farò fare in questo stesso luogo la lizza, e Dio mi salvi l’anima davvero, se io sarò un giudice equo e coscienzioso. La cosa non sarà definita, fino a che uno di voi non resti ucciso, o sia fatto prigioniero. Ditemi ora quello che pensate della mia proposta e se vi pare che io abbia parlato bene, approvatela; questa deve essere la fine e la conclusione della vostra avventura».

Chi era più felice, in quel momento, di Palemone? Chi più di Arcita matto dalla contentezza? Chi potrebbe raccontare o descrivere la gioia di tutti, quando Teseo ebbe fatto una grazia così bella? Tutti si inginocchiarono davanti a lui, ringraziandolo di cuore, e specialmente i due giovani tebani.

Quindi Palemone e Arcita, con l’animo pieno di speranza e di felicità, presero commiato, e s’incamminarono, a cavallo, verso Tebe dalle grandi ed antiche mura.

Ma io non posso seguitare il mio racconto senza dirvi quello che spese Teseo, per far preparare subito la lizza: son sicuro che qualcuno non mi perdonerebbe una negligenza simile. Poichè si tratta di un anfiteatro così grande e così bello, che ci scommetto, non c’era l’uguale in tutto il mondo. Aveva quasi un miglio di circuito, cinto tutto intorno di mura in pietra, in modo da formare un circolo perfetto come quello tracciato da un compasso. Nell’interno c’erano delle gradinate, all’altezza di sessanta passi l’una da l’altra in modo che chi stava seduto davanti, non impedisse di vedere a quello che gli era dietro. Si entrava nella lizza per due porte di marmo bianco, uguali precise, che guardavano una ad oriente e l’altra ad occidente. Insomma, per farvela corta, basti dire che non si era mai visto sorgere, in così breve tempo, sulla terra, un edificio come quello. Poichè quanti ingegneri pittori e scultori erano in Atene, tutti furono chiamati da Teseo, e mantenuti a sue spese, per costruire l’anfiteatro e dirigere i lavori. Sopra la porta ad oriente fece costruire una cappella con un altare, in onore di Venere, dea dell’amore, per celebrarvi i suoi riti, e fare i debiti sacrifici; sopra quella ad occidente ne fece costruire un’altra compagna per onorare la memoria di Marte, e tutti e due costarono una somma favolosa[10]. Una terza, poi, in onore di Diana, pudica e casta dea, Teseo fece innalzare con grande magnificenza, dentro una piccola torre, che si levava sul muro di cinta verso il Nord E questa era tutta d’alabastro e di corallo, un vero splendore di ricchezza.

Ma dove lascio le magnifiche incisioni, le pitture e le belle immagini effigiate in queste tre cappelle?

Nel tempio di Venere, appena entrati, si vedevano figurati sul muro, in un quadro commovente, i sonni interrotti, i dolorosi sospiri, le amare lacrime, i lamenti, e i fieri colpi di passione, che tormentano, in questo mondo, i servi d’amore, i loro giuramenti e le loro promesse. In bell’ordine, poi, erano dipinti sulle pareti il piacere e la speranza, il desiderio e l’audacia, la bellezza e la gioventù, il ruffianesimo e l’oro, la civetteria e la violenza, la menzogna e l’adulazione, la prodigalità e gl’intrighi, la gelosia con una corona d’oro in testa e un cuculo appollaiato sopra una mano, feste e strumenti musicali, carole e danze, libidine e lusso. Tutti i compagni dell’amore, insomma, c’erano rappresentati, in un numero molto più grande di quello che io ho ricordato e potrei ricordare. Il monte Citerone, per esempio, sul quale Venere ha la sua principale dimora, si vedeva dipinto sul muro col suo giardino e con tutta la gaia serenità che vi spira attorno. Il pittore non si era dimenticato di nulla: c’era l’ozio che stava a guardia sulla porta, Narciso, famoso per la sua bellezza, c’era la pazzia di re Salomone, la forza maravigliosa d’Ercole, gl’incantesimi di Medea e di Circe, Turno audace e coraggioso, e finalmente il ricco Creso in mezzo alle catene. Questo quadro dimostrava che il sapere, l’oro, la bellezza, l’astuzia, la forza e il coraggio, non possono cospirare e lottare, anche tutti insieme, contro Venere sola, la quale è padrona del mondo. E tutta quella gente che si vedeva lì dipinta, era caduta nelle sue reti, e si lamentava, senza tregua, pel dolore. Per far presto io vi ho ricordato solamente qualche esempio, ma ce n’erano ancora più di mille.

Nuda in mezzo alla gloria del mare, spiccava la splendida figura di Venere, cullata dall’onda azzurra e cristallina, che le nascondeva la parte inferiore del corpo. Nella destra stringeva una cetra[11], sopra la sua testa leggiadra, incoronata di freschissime rose, svolazzavano le sacre colombe. Dinanzi le stava il figlio Cupido, con le ali alle spalle e la benda agli occhi, armato dell’arco e di frecce lucide e appuntate.

Perchè non vi dovrei descrivere, ora, anche le figure effigiate nel tempio di Marte rubicondo? Tutta intera una parete rappresentava l’interno dei gran tempio di Marte in Tracia, nell’aspra regione dove il Dio ha il suo regno.

Prima di tutto si vedeva una foresta, di vecchi alberi nodosi e senza foglie, irta di orribili rami, abbandonata dagli uomini e dalle belve. E dal fondo pareva si sprigionasse un rumore sordo, come di un uragano che schiantasse tutto. In basso, ai piedi di un colle sorgeva il tempio di Marte bellicoso, tutto d’acciaio brunito, con un’entrata così lunga e stretta, che metteva paura. E di là dentro si scatenava una tale tempesta,[12] che tutte le porte del tempio tremavano. I muri non avevano finestre, per cui penetrasse un raggio a rompere l’oscurità; solo l’ingresso era illuminato dall’aurora boreale[13]. La porta era tutta di diamante, attraversata, per lungo e per largo, da fortissime sbarre di ferro; e di ferro erano anche le grosse[14] colonne che sostenevano il tempio, luccicanti al sole.

Entrando, si vedevano dipinti sul muro l’orribile immagine del delitto, con tutte le sue arti, l’ira feroce, rossa come un tizzo di fuoco, il tagliaborse, e la paura pallida come la morte. C’era l’uomo che ride, e sotto il manto ci ha il coltello, la stalla che brucia con le pecore in mezzo a nuvoli di fumo, il traditore che assassina l’uomo che dorme, la guerra dalle ferite sanguinanti, la rissa che impugnato il coltello sanguinoso minaccia fieramente; e un cupo frastuono regnava in quel luogo di dolore. Si vedeva, quindi, il suicida, coi capelli intrisi nel sangue che gli sgorgava dal cuore lacerato; quegli che muore con un chiodo piantato in mezzo al cervello; e la morte fredda che leva in alto la bocca spalancata. In mezzo al tempio sedeva col volto afflitto e sconsolato, la sventura. Venivano poi il furore sghignazzante nella rabbia, il lamento dei ribelli[15], le grida disperate, e le imprecazioni, la carogna distesa per terra, vicino a un cespuglio, con la gola tagliata, un migliaio di morti caduti in battaglia[16], il tiranno che trascina per forza la preda, la città distrutta: nulla, insomma, ci mancava dei disastri di Marte. C’erano, in mezzo alle fiamme, le navi che danzano sull’acqua[17], il cacciatore strangolato dagli orsi inferociti, la scrofa che divora il bambino nella culla, il cuoco che si è scottato col manico del suo lungo romaiolo, e il carrettiere che travolto dal carro, pel malefico influsso di Marte, cade lungo disteso sotto le ruote.

Venivano, quindi, della grande compagnia di Marte, l’armaiuolo, il fabbricante di archi, e il fabbro che aguzza le spade sull’incudine. Su in alto, sopra le altre figure, si vedeva dentro una torre la Vittoria, seduta trionfalmente, mentre sulla testa le pendeva, da un sottile filo messo a doppio, quella tale spada affilata[18]. Poi v’era dipinta la morte di Giulio Cesare, quella del grande Nerone e di Antonio, i quali allora non erano nemmeno nati; ma già si vedeva quale fine Marte minaccioso destinava loro. Poichè in quel quadro c’era dipinto, come nelle sfere celesti, il destino di ognuno; si vedeva chi doveva essere ucciso, e chi era destinato a morire d’amore. Ma basti un solo esempio tolto dalle antiche storie, giacchè non potrei ricordarli tutti neppure se io volessi.

Sopra un carro si vedeva la statua di Marte tutto armato, con lo sguardo truce e sinistro. Sul corpo gli brillavano due stelle che nelle antiche scritture sono chiamate: una Puella, e l’altra Rubeus[19]. Il Dio delle armi era raffigurato con un lupo, dagli occhi fiammeggianti, ai suoi piedi, nell’atto di divorare un uomo. Questa storia che si trovava lì ad onore e gloria di Marte, era un fine lavoro in matita.

Ora passiamo in fretta al tempio della casta Diana, ed io vi descriverò le caccie e gli esempi di modestia e di pudore che erano dipinti qua e là su le pareti.

Vidi Callisto addolorata, che dall’ira di Diana fu cambiata di donna in orsa, e divenne poi la stella polare. Così, almeno era dipinta, ed io non so dirvi altro. Anche suo figlio, come ognuno poteva vedere, era in figura di stella. C’era Dafne cambiata in albero: dico Dafne la figlia di Peneo, non la dea Diana[20]. Vidi Atteone mutato in cervo per avere osato di guardare Diana nuda, e i cani che non avendolo riconosciuto lo sbranarono vivo. Più oltre, nella stessa parete, si vedeva Atalanta che dava la caccia all’orso insieme con Meleagro e molti altri, puniti tutti da Diana che dette loro affanni e dolori. C’erano istoriati, in fine, molti altri fatti maravigliosi che ora non ho voglia di ricordare.

La Dea stava seduta sopra un cervo, con dei piccoli cani ai suoi piedi, e proprio sotto ai piedi aveva una luna ancora crescente, ma già prossima a calare. Era vestita splendidamente di verde, con l’arco in mano e le freccie nel turcasso, ed aveva gli occhi rivolti in giù, verso il tetro regno di Plutone. Davanti alla dea si vedeva una donna presa dai dolori del parto, la quale non potendo sgravarsi invocava pietosamente Lucina, e diceva: «Abbi compassione di me, tu che meglio d’ogni altro puoi aiutarmi».

Chi dipinse questo quadro era certo un artista molto geniale, e deve avere speso un occhio nei colori.

La lizza, dunque, era pronta; e Teseo, che con tanta profusione di danaro aveva adornato i templi ed il teatro, quando tutto fu finito ne rimase soddisfatto ed ammirava con grande compiacenza.

Ma lasciamo un poco lui, e torniamo a Palemone e ad Arcita.

Si avvicinava il giorno del loro arrivo, coi cento cavalieri per il torneo; e tutti e due, secondo i patti, giunsero in quel giorno in Atene con cento cavalieri armati di tutto punto e pronti alla battaglia. Più d’uno, certamente, pensò che mai, da che il mondo è mondo, s’era veduto (per quanto siano sconfinati il mare e la terra che Dio ha creato) un’accolta così bella di prodi ed eletti cavalieri. Poichè quanti amavano la cavalleria ed aveano desiderio di acquistarsi un nome glorioso, chiesero di prendere parte a questo torneo, e fu fortunato chi potè essere scelto. Chè se domani ci fosse un torneo simile, voi siete certi che ogni ardito cavaliere il quale fosse amante di imprese amorose ed avesse sangue nelle vene, inglese o di qualunque altra terra, vi accorrerebbe con gioia e vorrebbe prendervi parte. Combattere per una donna! Benedicite, dovrebbe essere una gran bella vista!

Con Palemone, dunque, vennero molti e molti cavalieri. Alcuni erano armati di una maglia di ferro e di una corazza con una veste corta; altri avevano al petto e alle spalle due larghe piastre d’acciaio, o portavano uno scudo prussiano o una targa; alcuni avevano le gambe ben difese dagli schinieri, ed impugnavano un’accetta o una clava d’acciaio. Naturalmente non c’è moda, per quanto nuova, che una volta non sia stata vecchia: così ognuno s’era armato come gli era sembrato meglio.

Insieme con Palemone vedevi, tra gli altri guerrieri, perfino Licurgo, il grande re della Tracia. Aveva barba nera e faccia maschia, con occhi luccicanti tra il giallo e il rosso; portava i capelli ben pettinati sulla fronte austera, e mentre camminava si guardava attorno come un grifone. Era grosso, ed aveva ossa dure e forti, larghe spalle, e le braccia rotonde e lunghe. Secondo il costume del suo paese sedeva in un carro d’oro tirato da sei bovi bianchi. Invece della cotta d’armi sulla bardatura c’era una vecchia pelle d’orso divenuta nera, col tempo, come il carbone, adorna di borchie gialle, che luccicavano come l’oro. I lunghi capelli gli cadevano dietro sulle spalle, ed erano lucidi e neri come una penna di corvo. In testa portava una corona d’oro dello spessore di un braccio, tempestata di pietre preziose, di finissimi rubini e di diamanti. Attorno al suo carro c’era una ventina di mastini bianchi, grossi come un vitello, che servivano per la caccia del leone e del daino, con una muserola d’oro fermata strettamente e l’anello del collare ben pulito. Il seguito era composto di cento cavalieri forti e coraggiosi, armati di tutto punto.

Insieme con Arcita, come riferiscono le antiche storie, veniva, simile a Marte re delle armi, il grande Emetrio, re dell’India, il quale montava un cavallo baio, bardato in acciaio, con una bella coperta in oro. La sua cotta d’armi era di panno di Tartaria guarnito, tutto intorno, di candide perle grosse e rotonde; la sella era d’oro massiccio lavorato a fuoco. Sulle spalle aveva un mantello corto tutto coperto di rubini rossi, che risplendevano come fiamma; i capelli cresputi e pioventi giù in lunghe anella, erano biondi, e luccicavano come il sole. Aveva il naso in su, gli occhi chiari[21], le labbra rotonde, e il colorito sanguigno; nella faccia si vedeva sparsa, qua e là, un po’ di lentiggine di un colore fra il giallo e il nero, e nel suo sguardo c’era la fierezza di un leone. Avrà avuto, presso a poco, venticinque anni, e già gli spuntava nel mento la prima barba. Quando parlava, la sua voce squillava come una tromba. In testa portava una corona d’alloro fresco che era bellissima, e sopra una mano teneva per divertimento un’aquila ammaestrata, bianca come un giglio. Conduceva un centinaio di cavalieri armati ricchissimamente e (tranne l’elmo che lo avevano tutti uguale) nella maniera più svariata. Immaginatevi che in questa nobile schiera s’erano radunati, per amore, e per spirito di cavalleria, conti, duchi, e re. Attorno al loro condottiero, il re Emetrio, correvano d’ogni parte leoni e leopardi addomesticati.

Tutti questi cavalieri, dunque, giunsero ad Atene la mattina presto di domenica, ed entrati in città, scesero da cavallo.

Teseo, il nostro duca, il nostro illustre cavaliere, poichè li ebbe condotti per la città, e trovato alloggio a ciascuno secondo il proprio grado, li accolse con gran festa, e si dette tanto da fare perchè non mancasse loro nulla, e per onorarli degnamente, che tutti pensano ancora che non ci potrebbe essere uomo, chiunque egli fosse, che potesse fare più o meglio di quello che fece Teseo. Non starò a parlarvi della musica, del lusso con cui fu preparato il ricevimento, degli splendidi doni ch’egli offrì ai suoi ospiti di qualunque condizione fossero e dell’addobbamento del palazzo di corte; non ricorderò chi a mensa occupava i posti d’onore, quali fossero le signore più belle e quelle che ballavano meglio e sapevano meglio cantare e carolare, nè chi aveva più sentimento nel parlare d’amore. Non sto a dirvi che razza di falconi si vedessero appollaiati su in alto nel bastone, e quanti cani erano pronti per la caccia: ma riprendo il racconto che è meglio. Ora viene il bello, ascoltatemi dunque se ne avete voglia.

La domenica, prima che spuntasse il giorno, Palemone appena sentì cantare l’allodola (e già cantava che mancavano due ore all’alba) si alzò col cuore pieno di giovanile baldanza, e se ne andò, divotamente, in pellegrinaggio al tempio di Citerea benedetta e benigna, di Venere onorata degnamente dagli uomini. E nell’ora a lei sacra, si avviò alla lizza dove sorgeva il suo tempio, e inginocchiatosi umilmente e facendo atto di adorazione disse:

«Venere, mia signora, la più bella tra le belle, figlia di Giove e sposa di Vulcano, tu che allieti colla tua presenza il monte Citerone, per l’amore che porti al tuo figlio Adone, abbi pietà delle mie amare e calde lacrime, e non disprezzare questa mia umile preghiera.

Ah! Io non trovo parole per esprimere tutto quello che soffro, tutto l’inferno che mi tormenta il cuore. Non ha forza l’animo mio di manifestare quello che sente, ed io sono così confuso che la parola mi manca. Ma tu, o splendida signora, abbi compassione di me, tu che mi leggi nel pensiero, e vedi gli affanni che io soffro; considera tutto questo, e compiangi il mio dolore, ed io ti prometto che con tutte le forze mi dedicherò umilmente al tuo servizio, e farò sempre guerra alla castità. Io ti faccio questo voto, tu aiutami adunque.

Io non mi curo della gloria delle armi, nè ti chiedo di concedermi domani la vittoria e l’onor del torneo. Io non cerco la vana gloria del premio conquistato con le armi perchè il mio nome sia strombazzato a destra e a sinistra; ma voglio che Emilia sia mia, e voglio morire al suo servizio; trova tu il modo ch’io possa ottenere questo. Non voglio sapere se per me sia meglio riuscire vincitore su i miei avversari o che essi vincano me, purchè io possa aver lei tra le braccia. Per quanto Marte sia il Dio delle armi, la tua potenza è così grande su nel cielo, che se tu vorrai, potrò avere, finalmente, l’amor mio. Io adorerò sempre il tuo tempio, ed ogni volta che monterò a cavallo o uscirò a passeggiare, ti farò i debiti sacrifici ed accenderò il fuoco in tuo onore.

Chè se tu non vorrai aiutarmi, o mia dolce signora, ti prego allora di far sì che Arcita domani mi passi il cuore con la sua lancia. Poichè una volta che io abbia perduta la vita, non mi potrà dispiacere che Arcita, rimasto vincitore, si abbia in moglie la donna. Di questo io ti prego, e quì finisce la mia preghiera: signora benedetta e cara, fa’ che io m’abbia l’amor mio».

Dopo questa preghiera Palemone, con l’animo pieno di compunzione, fece subito i sacrifici; ma io non starò a raccontarvi tutti i particolari e tutte le pratiche ch’egli osservò. Dirò solamente che, finito il sacrificio, la statua di Venere fece un segno dal quale Palemone si accorse che la sua preghiera era stata, quel giorno, accolta con favore. Il segno della Dea significava, veramente, che doveva aspettare: ma egli capì bene che la ricompensa gli era concessa. Perciò se ne tornò subito a casa con la gioia nel cuore.

Tre ore dopo[22] che Palemone se ne era andato al tempio di Venere, il sole si levò, e anche Emilia lasciò il letto, e se ne andò al tempio di Diana seguita dalle sue ancelle, con l’incenso, le vesti e tutto l’occorrente pei sacrifici, pei quali non mancavano, secondo l’uso, nemmeno i corni pieni di miele.

Mentre il tempio fumava, tutto adorno di bei drappi, Emilia, col cuore pieno di giubilo, lavò e purificò il corpo ad una fonte. Ma non vi sto a dire nulla del modo con cui essa compiè il rito; poichè anche a volere accennare solamente le cose in generale, non sarebbe una faccenda da poco stare a sentirle tutte. Capisco che con un po’ di buona volontà non sarebbe poi una fatica dell’altro mondo, ma è meglio che nessuno resti sacrificato. I biondi capelli, dunque, le cadevano sciolti sulle spalle, e sul capo aveva una bella corona di foglie di quercia ancora fresche, accomodata con molta grazia. Se ne andò all’altare e accesi due fuochi compiè i sacrifici della Dea, di cui vi risparmio la descrizione, perchè ognuno può leggerla da sè nella Tebaide di Stazio[23] e negli altri antichi libri che ne parlano.

Quando il fuoco cominciò ad ardere su l’altare, Emilia con aria mesta e supplichevole parlò a Diana in questo modo.

«O casta dea dei verdi boschi, che contempli il cielo la terra e il mare, regina del regno tetro e profondo di Plutone, dea delle vergini, che da molti anni conosci il mio cuore, e sai quale sia il mio pensiero, proteggimi tu stessa dalla tua vendetta e dall’ira tua, per la quale Atteone soffrì orribilmente. O casta Dea, tu sai bene che io desidero di rimanere vergine per tutta la vita, e che non voglio innamorarmi e divenire moglie. Io sono (tu lo sai) una fanciulla del tuo seguito, ed amo la caccia e i boschi selvaggi, e non voglio divenire donna ed avere figli; e perciò appunto fuggo la compagnia degli uomini. Tu dunque aiutami, signora, poichè lo puoi, te ne scongiuro per la tua triplice forma. Di questa grazia io ti prego: fa che Palemone il quale ha per me tanto amore, ed Arcita che mi ama così caldamente, stiano d’accordo, e distogli il loro cuore da me, in modo che tutto l’amor loro, ogni loro desio, tutte le loro sofferenze, tutto il loro ardore, si spenga, o sia rivolto altrove. Chè se non vuoi farmi questa grazia, e se è mio destino che io debba avere per marito uno di loro due, fa allora che io sia di colui che più mi desidera.

Guarda, o Dea della pura castità, le lacrime che mi scendono sulle guancie. Poichè tu sei vergine e protettrice di tutte le vergini, proteggi e conserva la mia verginità, e per tutta la mia vita io starò al tuo servizio».

I fuochi ardevano sullo splendido altare, mentre Emilia faceva questa preghiera; quando ad un tratto essa ebbe una strana visione. Improvvisamente uno dei due fuochi si spense, e subito si riaccese, mentre si spengeva l’altro, e cigolando come un tizzo ardente bagnato nell’acqua mandava fuori dall’uno dei capi un fiotto di sangue. Emilia ne rimase così spaventata, che per poco non divenne pazza; e non sapendo che cosa questa visione significasse, cominciò a disperarsi, e per la paura gridava e piangeva in modo da far pietà.

Intanto, mentre piangeva così, ecco comparire Diana con l’arco in mano, in arnese da caccia, la quale voltasi ad Emilia le disse: «Figlia, cessa dal tuo affanno; gli eccelsi Dei hanno ormai stabilito, e scritto, e confermato, con eterna parola, che tu debba sposare uno dei due giovani tebani che per te soffrono tanti affanni e tanto dolore: quale dei due, però, tu dovrai sposare, non te lo so dire. Addio, dunque, poichè io non posso più a lungo trattenermi. I fuochi che ardono sul mio altare ti faranno capire, prima che tu esca di qua, quale sia la fine di questa tua avventura amorosa».

E a queste parole le freccie che la Dea aveva nella faretra risuonarono, ed essa scomparve. Emilia stupefatta disse: «Che vuoi mai dire questo? Ahimè! Io mi metto sotto la tua protezione, o Diana, e a te mi affido». Quindi per la via più breve se ne ritornò a casa. Così finì ed io non ho altro da dire.

Nell’ora sacra a Marte che seguì a questo fatto, Arcita se ne andò al tempio del feroce Dio della guerra, per sacrificare in onor suo secondo il rito pagano. E pieno di umiltà e di devozione fece a Marte questa preghiera.

«O forte Dio, che sei onorato nei freddi regni della Tracia di cui sei signore, tu che maneggi a tuo talento le armi d’ogni terra, e dispensi agli uomini buona o cattiva fortuna, accetta da me questo pietoso sacrificio. Se tu credi che la mia giovinezza ne sia degna, e che io sia in grado di servire il tuo nume, sì ch’io possa essere dei tuoi, abbi pietà delle pene mie, te ne prego, per gli affanni che hai sofferti, per quel fuoco che t’arse tutto, quando godesti le grazie di Venere giovane e bella, e la stringesti, fin che ti piacque, fra le tue braccia. Abbi compassione delle mie pene atroci, te lo chiedo pel dolore che provasti (una volta t’andò male anche a te), quando Vulcano, ahimè, ti prese nei suoi lacci, e ti colse mentre giacevi con sua moglie.

Io sono, come ben sai, giovane ed inesperto, e colpito, s’io non m’inganno, da Amore, come mai anima viva fu ferita al mondo: poichè la donna per la quale io soffro tutte queste pene, non si cura affatto di me, e poco le importa che io affoghi o mi salvi nuotando. Io debbo, prima che essa si muova a pietà, conquistarla con la forza sul luogo della lotta; e so, pur troppo, che senza il tuo aiuto e il tuo favore la mia forza non varrà a nulla: perciò domani sul campo di battaglia aiutami, signor mio, pel fuoco che ti arse e che ora arde me, e fa che domani io mi abbia la vittoria. A me lascia la fatica, e la gloria sia tua; ch’io, poi, penserò ad onorare l’eccelso tuo tempio più d’ogni altro luogo, e sempre faticherò nel tuo duro mestiere per farti cosa grata. Appenderò nel tuo tempio la mia insegna e tutte le armi della mia schiera, e sempre, fino al giorno della mia morte, arderà sul tuo altare eterno fuoco. Anche questo voto io faccio: ti sacrificherò la mia barba e la mia lunga chioma non toccate mai, fino ad ora, dal rasoio e dalle forbici; e fino alla morte sarò sempre tuo servitore. Tu ora abbi pietà dei miei cocenti dolori, e dammi la vittoria, chè altro non ti chiedo».

Quando il forte Tebano ebbe finita la sua preghiera, i cardini della porta del tempio e le porte stesse tremarono così fortemente, che Arcita rimase stupefatto. I fuochi ardevano sull’altare fiammeggiante, che illuminò ad un tratto tutto il tempio, e dal suolo si levò improvvisamente un dolce profumo; allora Arcita, levando in alto la mano gettò sul fuoco nuovo incenso e compiè altri riti, dopo i quali la statua di Marte cominciò a far risuonare l’armatura di ferro. E insieme al suono delle armi Arcita sentì una voce bassa e cupa che mormorò: «Vittoria». Perciò egli onorò e glorificò Marte.

Quindi con la gioia e la speranza nell’animo Arcita se ne ritornò a casa in fretta come un daino che fugge la luce del sole.

A questo punto su in cielo cominciò, per tutte queste promesse, un tale battibecco fra Venere Dea dell’amore e Marte il fiero e potente Dio delle armi, che Giove si affannava inutilmente per rimettere la pace. Finalmente però il pallido e freddo Saturno, che sapeva tante e così vecchie storie, trovò il modo, con la sua antica esperienza e la sua grande pratica del mondo, di mettere d’accordo le due parti in quattro e quattr’otto. È proprio vero che la vecchiaia ha molte risorse: i vecchi hanno sempre senno ed esperienza. Si può vincere un vecchio con le gambe, ma con la testa no.

Saturno, dunque, contro il suo modo di pensare, si indusse a cercare un rimedio per far cessare il dissidio fra i due Dei.

«Venere, mia cara figlia, egli disse, sappi che il mio corso il quale compie un giro così vasto per la volta celeste, ha più potenza di quello che gli uomini non pensano. Sotto l’influenza mia la gente affoga là nel grigio mare, per me s’apre agli uomini la buia prigione, e li strangola il capestro; sono opera mia il grido e la ribellione delle plebi, il rancore e il nascosto veneficio. Quando mi trovo nella costellazione del leone, io vendico e correggo tutti i torti. Pel mio influsso rovinano gli alti castelli, cadono le torri e le mura sulla testa del minatore e del falegname; per opera mia morì Sansone sotto il peso della colonna, e nacquero sempre le tristi malattie, i turpi tradimenti, e le congiure. Il mio apparire è foriero di pestilenza. Ora, dunque, non pianger più; penserò io a fare sì che Palemone, che è il tuo cavaliere, ottenga la sua donna come tu gli hai promesso, quantunque Marte aiuti il suo protetto. Voi due avete preso a proteggere un cavaliere ben diverso, e per questo tutto il giorno siete alle prese: ma è ora di farla finita, e che ritorni fra voi la pace. Io sono tuo nonno, e mi avrai sempre pronto ad ogni tuo desiderio; non piangere più, che sarà fatto quello che tu vuoi».

Ma lasciamo ora Marte e Venere, dea dell’amore, su nel cielo, poichè io voglio raccontarvi in poche parole la fine della mia storia.

Quel giorno tutta Atene era in festa, e Maggio stesso colla sua leggiadria rallegrò così vivamente l’animo di tutti, che la Domenica passò in giostre e danze e fu dedicata agli alti onori di Venere. La notte però tutti andarono a letto, perchè la mattina si dovevano alzare presto per andare ad assistere al combattimento. L’indomani allo spuntare del giorno dappertutto, nei vicini alberghi, era uno strepito di cavalli e d’armi; e numerose schiere di cavalieri su i loro destrieri e i loro palafreni se ne andarono al palazzo di Teseo.

Si vedevano armature d’ogni sorta, belle e riccamente lavorate in oro e in acciaio con fregi, scudi luccicanti al sole, elmi e bardature, elmetti lavorati in oro, loriche e cotte d’armi. Si vedevano cavalieri in splendidi costumi, col loro seguito e i loro scudieri, dei quali chi rinforzava le lance con dei chiodi, chi metteva le fibbie agli elmi, chi era intento a lucidare gli scudi e ad adattarvi le corregge. Insemina dovunque c’era da fare qualche cosa, nessuno stava con le mani in mano. Vedevi qua e là destrieri con la schiuma alla bocca che rodevano il morso sotto le briglie d’oro, ed armaiuoli che correvano d’ogni parte con lime e martelli. Era un via vai di gente che veniva a piedi dalla campagna, di plebaglia armata di bastoni, così affollata per le vie che non c’era posto dove mettere i piedi; e tutti avevano zufoli, trombe, tamburi e clarinetti, chè durante il combattimento mandavano suoni di sanguinosa battaglia. Il palazzo di Teseo era pieno di gente: qua c’era un gruppo di tre persone, là ve n’erano una diecina che questionavano e scommettevano pel vincitore dei due cavalieri tebani. Chi diceva che la battaglia sarebbe andata in un modo e chi nell’altro; alcuni tenevano per quello con la barba nera, altri per quello che era un po’ calvo, altri invece per quello che aveva i capelli così folti, ed osservavano che aveva l’aspetto di un guerriero feroce e che si batterebbe fortemente, e soggiungevano: «Ha in mano un’alabarda che peserà almeno una ventina di libbre».

Per un bel pezzo, fin dal levar del sole, nel palazzo fu una continua questione, per cercare di indovinare chi sarebbe stato il vincitore. Il gran Teseo svegliato dalla musica e dal frastuono della gente, rimase in camera, nel suo ricco palazzo, finchè i due cavalieri tebani furono condotti, con uguali onori, al palazzo.

Teseo se ne stava ad una finestra, in gran tenuta, che pareva un Dio sul trono; allora la gente si affollò improvvisamente da quella parte per vederlo e fargli atto di riverenza, e per sentire i suoi ordini e le sue disposizioni.

Un araldo montato sopra un palco di legno diè cenno che tutti facessero silenzio, e cessato ogni rumore, manifestò così il volere del potente loro Duca:

«Il signor nostro, col suo saggio consiglio, ha pensato che sarebbe un inutile spargimento di nobile sangue il combattere in questo torneo come si combatterebbe in fiera battaglia; quindi per impedire che molti cadano morti, egli ha modificato il suo primo proposito. Nessuno, pena la testa, può scagliare o portare dentro la lizza dardi di qualsivoglia specie, nè alabarde, nè lancie. Nessuno deve adoperare o portare al fianco spade corte ed aguzze; nessun cavaliere potrà assalire il compagno con la lancia affilata se non andando di corsa. Per difendersi, se crede, il cavaliere può balzare a terra. Colui che sarà còlto in fallo, sarà preso e non ucciso, ma verrà portato in un recinto appositamente preparato ai due lati della lizza, e quivi dovrà per forza rimanere fuori di combattimento. Appena sarà fatto prigioniero uno dei due capi, o l’un d’essi cada morto, il torneo sarà immediatamente finito. Dio sia con voi, andate e mettetevi presto in ordine. Combattete con le lunghe spade a vostro talento, e finchè ne avete voglia. Andate, dunque; questo è il volere del Duca».

Le voci del popolo arrivavano fino alle stelle, allorchè tutti con quanto n’avevano in gola si misero a gridare pieni di gioia: «Dio salvi il nostro buon signore, il quale non vuole che si sparga inutilmente del sangue».

Fra i suoni delle trombe e i canti la schiera dei combattenti si avviò ordinatamente alla lizza, attraversando la vasta città che era tappezzata non con panni di lana ma con drappi d’oro. Teseo, il nobile Duca, cavalcava con signorile portamento in mezzo ai due Tebani, e dietro a lui venivano a cavallo la regina ed Emilia, seguite dalla rispettiva compagnia d’onore, secondo il loro diverso grado. Così attraversarono la città, e giunsero alla lizza che non era ancora giorno fatto.

Quando Teseo, nel suo splendido costume, la regina Ippolita, Emilia, e tutte le altre signore del seguito ebbero preso il loro posto, tutta la schiera dei combattenti si riversò nel circolo. Arcita entrò difilato, coi suoi cavalieri e la bandiera rossa, dalla porta ad occidente, dov’era il tempio di Marte; contemporaneamente dalla porta che guardava ad oriente entrava in lizza, sotto la scorta di Venere, Palemone insieme con i suoi portando baldanzoso la bandiera bianca. A cercarle in tutto il mondo non si troverebbero più due schiere di così uguale valore sotto ogni rispetto. Nessuno per quanto accorto avrebbe potuto dire che uno solo fosse superiore a gli altri per dignità, per condizione, e neppure per età, così uguali in tutto e per tutto erano stati scelti coloro che dovevano provarsi nel torneo. Intanto i cavalieri si erano schierati su due righe in bel modo; e quando, fatta la chiama, si vide che nessuno mancava, furono chiuse le porte dell’anfiteatro, ed una voce gridò: «Giovani e prodi cavalieri, fate ora il dovere vostro».

Gli araldi allora fermarono i loro cavalli che avevano spinto con lo sprone qua e là per la lizza, e le trombe e i claroni incominciarono a suonare forte. E quì, senz’altro, le lancie vanno in resta, e li sproni entrano nei fianchi dei cavalli: alcuni diedero prova di essere abili giostratori, altri abili cavalieri. Le lancie vibrano su i forti scudi, e qualcuno si sente passare il petto dalla punta; le scheggie delle aste volano all’altezza di parecchi piedi, le spade luccicanti vanno in frantumi, e gli elmi spaccati cadono a pezzi, mentre il sangue sgorga orribilmente a fiotti rossi, e le ossa scricchiolano sotto i fieri colpi delle poderose mazze. Qua vedi uno cacciarsi dove più ferve la mischia, e menare colpi orrendi; là i forti destrieri inciampare e cadere per terra, mentre un cavaliere ruzzola come una palla tra le gambe del cavallo. Uno si difende a colpi di bastone, un altro getta di sella l’avversario urtandolo col suo cavallo. Si vede uno ferito nel corpo, trascinato a forza dentro lo steccato laterale e costretto, secondo era stato convenuto, a restare là, mentre ad un altro tocca la stessa sorte dall’altra parte. Ogni tanto Teseo fa riposare i combattenti perchè prendano nuova lena e bevano se ne hanno voglia.

I due Tebani si scontrarono più d’una volta ferendosi, e per due volte l’uno gettò l’altro giù di sella. Una tigre della valle di Galafa, cui il cacciatore avesse rubato il tigrotto, non si scaglierebbe con la ferocia con cui la gelosia spinge Arcita contro Palemone; non c’è leone in Belmaria che stimolato dal cacciatore o acciecato dalla fame, si inferocisca ed abbia sete di sangue, quanto Palemone desidera uccidere il suo avversario. Cadono su gli elmi loro tremendi colpi, ed il sangue sgorga rosso dai fianchi.

Ma tutto finisce in questo mondo: il forte re Emetrio, prima che il sole cadesse, attaccò Palemone mentre si batteva con Arcita, e con la spada gli fece una profonda ferita. Il disgraziato non voleva cedere, ma a forza venne trascinato da una ventina d’uomini fuori di combattimento, dentro lo steccato laterale. Il forte re Licurgo che era accorso in aiuto di Palemone fu pure rovesciato; ma anche Emetrio, nonostante la sua grande forza, fu gettato di sella, alla distanza di una spada, da un colpo che Palemone gli vibrò prima di essere preso.

Tuttavia, malgrado i suoi sforzi, Palemone dovè uscire dalla lizza; il suo coraggio non gli valse: una volta preso, dovè ad ogni costo restare là, secondo i patti stabiliti prima.

Chi, in questo mondo, ha provato il dolore di Palemone, costretto ad abbandonare il combattimento? Teseo veduto l’esito di quello scontro gridò alla moltitudine che ancora combatteva: «Olà, basta! Il torneo è finito: io non rappresento nessuna delle due parti, e sono qui giudice imparziale. Il tebano Arcita avrà Emilia, poichè egli ha avuto la fortuna di conquistare, con le armi, la sua bellezza».

A queste parole si levò tra la folla un grido di gioia così potente, che per un momento parve che il gran teatro franasse.

Intanto, che diceva su in cielo la bella Venere? Che cosa faceva la regina dell’amore? Si disfaceva in lacrime perchè il suo volere non era stato compiuto, e diceva: «Io mi vergogno, in verità, di quanto è accaduto».

Allora Saturno, per consolarla, le rispose: «Figlia mia, non ti disperare. Marte, è vero, ha ottenuto ciò che voleva: il suo cavaliere ha conquistato il premio, ma tu per mezzo mio sarai presto consolata».

I trombettieri davano nelle trombe, e gli araldi gridavano a squarcia gola, pieni di gioia per la fortuna toccata al signor loro Arcita. Ma abbiate la bontà di fare un po’ di silenzio, e state a sentire che razza di miracolo avvenne lì per lì.

Il fiero Arcita si tolse l’elmo ed a cavallo attraversò tutta la pianura per mostrarsi a tutti, guardando e cercando con gli occhi la sua Emilia, la quale gli volse un affettuoso sguardo (le donne, si sa, facilmente si accomodano ai capricci della fortuna), ed era ormai tutta di lui non solo apparentemente, ma anche nel cuore. In questo mentre sbucò fuori dalla terra una furia infernale mandata da Plutone per volere di Saturno; e il cavallo di Arcita, spaventato, cominciò ad impennarsi, e saltando bruscamente da una parte cadde. E prima che Arcita avesse il tempo di liberarsi lo lanciò giù di sella a capo fitto, lasciandolo come morto, con uno squarcio nel petto che gli aveva fatto, nel cadere, l’arcione. Mentre giaceva lì per terra, il sangue gli era affluito alla testa con tanta veemenza, che egli aveva la faccia nera come il carbone o come l’ala del corvo.

Fu subito raccolto da quel luogo, e portato, con lo strazio nel cuore, al palazzo di Teseo. Per far presto gli fu tagliata indosso l’armatura, e con molta cura fu messo subito a letto, poichè era ancora vivo, e non faceva che piangere per la sua Emilia.

Intanto il duca Teseo se ne ritornava con tutto il suo seguito a casa, attraversando con gran festa e gran pompa tutta la città. Nonostante la disgrazia accaduta, egli volle che tutti stessero allegri, molto più che i medici dicevano che Arcita non correva pericolo e presto sarebbe guarito. E ciò che accresceva la gioia generale, era il fatto che di quanti avevano preso parte al torneo, nessuno era morto, sebbene fossero tutti conciati in malo modo, uno specialmente, al quale una lancia aveva forato lo sterno. Ognuno aveva i suoi rimedi e i suoi incantesimi per curarsi le ferite, e rimettere al posto le braccia rotte; e pur di salvare la pelle ricorrevano ad ogni sorta di medicine, e d’erbe, e bevevano perfino l’acqua di salvia. Il nostro nobile duca confortava tutti e a tutti faceva onore, e dava ai cavalieri che avevano preso parte al torneo trattenimenti notturni, come a lui si conveniva, poichè trattandosi di una giostra non c’era ragione che i vinti si affliggessero. D’altronde non era mica una sconfitta: il cascare da cavallo è una disgrazia che in un torneo può capitare ad ogni cavaliere. E l’essere preso, come toccò a Palemone, e trascinato per forza fuori di combattimento da venti cavalieri che lo spingevano per le gambe e pei piedi, mentre staffieri, mozzi, e servitori, cacciavano fuori dalla lizza anche il suo cavallo, a furia di bastonate, non era reputato cosa disonorevole e molto meno una vigliaccheria. Perciò Teseo, perchè non ci fossero rancori ed invidie, fece spargere subito la notizia che a tutti i cavalieri di ciascuna schiera sarebbe stato distribuito il debito premio, come si trattasse di premiare due soli fratelli.

Ed infatti ad ognuno egli dette il premio che gli spettava secondo il suo grado, e fece una festa che durò tre giorni. I re che avevano preso parte al torneo li fece partire da Atene tutti insieme nello stesso giorno, accompagnati con i dovuti onori; gli altri cavalieri se ne ritornarono alle case loro ognuno per la sua strada, e dappertutto era un gridare: «Addio, state bene». Ed ora che ho finito di raccontarvi del torneo, torniamo a Palemone e ad Arcita.

Il petto del povero Arcita incominciò a gonfiare, e il male cresceva sempre più nel cuor suo. Il sangue che per effetto del colpo si era aggrumato nell’interno, nonostante tutte le arti del medico, si corruppe dentro il corpo, e non giovavano più nè salassi nè ventose nè bevande di qualunque erba. La forza espulsiva o animale, detta appunto per questo forza naturale, non riusciva a cacciar fuori il veleno e ad espellerlo dal corpo. I lobi polmonari cominciarono a gonfiarsi, e il sangue guasto dal male ammorbava ogni muscolo nel suo petto. Non gli valsero, a salvare la vita, gli emetici e le purghe; il suo corpo intero era in dissoluzione, e la natura non aveva più alcun potere sopra di lui. E quando la natura non può fare più nulla, addio medicina: portate pure il malato in chiesa. La conclusione, insomma, è questa: Arcita era condannato a morte; e poichè egli lo sentiva, mandò a chiamare Emilia e il suo diletto cugino Palemone, e disse così: «Il mio spirito addolorato non può manifestarti la millesima parte di quello che io soffro, o mia signora, che io amo immensamente; e poichè io sento che la mia vita non può durare a lungo, lascio a te, più che a ogni altro, la cura dell’anima mia, quando sarò morto. Ahimè! quanto dolore, quali pene ho sofferto per te, e per quanto tempo! Ahi! dura cosa, Emilia mia, dover morire, e lasciarti per sempre! Ahimè, regina del mio cuore, moglie mia, unico scopo della mia vita! Che cosa è dunque questo mondo? Che giova all’uomo il desiderare? Egli vive felice con l’amor suo, e ad un tratto eccolo là nella fredda tomba, solo, senza nessuno. Addio, mia cara, addio, Emilia mia, sollevami dolcemente fra le tue braccia, e ascolta ciò che ti dico.

Per molto tempo io ho combattuto e odiato il mio cugino Palemone, per amor tuo, perchè ero geloso di te. Ma Giove voglia essere guida all’anima mia, come è vero che io non ho mai conosciuto al mondo un uomo degno di essere amato come Palemone: lealtà, onore, valore, virtù, modestia, condizione, casata, libertà, tutte insomma, egli possiede le qualità di buon cavaliere. Giove salvi l’anima mia, se è vero questo che io dico di lui, il quale è tuo servitore, e lo sarà per tutta la vita. Perciò se un giorno tu dovrai riprendere marito, non dimenticare Palemone il gentile cavaliere».

Detto questo la parola gli cominciò a mancare, e il freddo della morte che già gli era addosso, lo avvolse tutto dai piedi fino al petto. Anche alle braccia venne meno la forza, e la vita a poco a poco scomparve. L’intelletto che era rimasto sempre lucido, si offuscò solo quando anche il cuore addolorato sentì la morte: allora gli si velarono gli occhi, e gli mancò il respiro. In quell’istante volgendo un ultimo sguardo alla sua donna, disse queste ultime parole: «Pietà di me, Emilia». E l’anima sua cambiò di casa. Dove andasse precisamente non ve lo saprei dire, perchè andò in un luogo dove io non sono stato mai; e poichè non sono un indovino e non mi intendo del viaggio delle anime, non aggiungo una parola di più, non avendo l’intenzione di riferire l’opinione di coloro che ne sanno qualche cosa. Il fatto è che Arcita è stecchito sul letto: Marte accompagni l’anima sua, chè io ritorno ad Emilia.

Palemone singhiozzava, Emilia era disperata, e Teseo dovette sostenerla, svenuta, fra le braccia, e strapparla via dal cadavere di Arcita. Ma è inutile che io stia a perdere il tempo per dirvi che la disgraziata non faceva che piangere dalla mattina alla sera. Le donne quando il marito se ne è andato all’altro mondo, chi più chi meno, si disperano tutte a questo modo; altrimenti fanno una malattia tale che finiscono per andarsene anche loro.

Le lacrime e i lamenti dei vecchi e dei giovani, per la morte di questo Tebano, furono infiniti per la città, poichè tutti lo piangevano. Non fu versato sì largo pianto neppure quando il cadavere di Ettore fu portato a Troia. Le donne graffiandosi il volto e strappandosi i capelli, gridavano pietosamente: «Perchè sei morto, tu che avevi conquistato tante ricchezze e la tua Emilia?»

Teseo non sapeva darsi pace di questa disgrazia, e solo il vecchio padre Egeo riuscì a consolarlo, pratico come era delle eterne vicissitudini di questo mondo. Avendo veduto, nella sua vita, alternarsi senza posa la gioia e il dolore, il dolore e la felicità, con questo esempio dette al figlio una immagine di ciò che è il mondo, per vedere di consolarlo.

«Come non morì mai uomo, prese egli a dire, il quale un giorno non avesse vissuto, in qualche modo, su questa terra, così non visse mai uomo, il quale non sia morto. Il mondo non è che una stazione di passaggio piena di dolori, e noi siamo dei poveri pellegrini che giriamo di qua e di là aspettando la morte che è la fine dei nostri guai».

Queste e molte altre cose disse il vecchio, esortando tutti alla rassegnazione.

Teseo cercò, con ogni cura, il luogo più degno e conveniente, dove seppellire il buon Arcita. E volle, finalmente, che in quello stesso bosco placido e verde, nel quale Arcita e Palemone avevano combattuto per amore, dove Arcita aveva sofferto, per amore, tanti affanni, tanti e sì cocenti ardori, si innalzasse un rogo, ed ivi si facessero i sacrifici ed il funerale. Quindi dette ordine di tagliare le vecchie querci del bosco, di spaccarle, e di preparare, coi tronchi, la catasta per il rogo. I suoi ufficiali montarono a cavallo in fretta ed eseguirono subito gli ordini ricevuti. Teseo intanto mandò a prendere una bara, vi distese dentro un drappo d’oro, il più ricco che aveva, e dello stesso drappo vestì Arcita, al quale furono messi i guanti bianchi, una corona di alloro fresco in testa, e una spada lucida ed appuntata in mano. Così vestito, Teseo col volto pallido e spaurito lo depose nella bara, e cominciò a piangere amaramente. Poi perchè tutti potessero vedere il prode cavaliere, venuto il giorno, lo fece trasportare nella gran sala del palazzo, dove era un continuo via vai di gente che piangeva e gridava.

In questo mentre giunse, tutto addolorato, il tebano Palemone, con la barba incolta, i grigi capelli arruffati, e in abito di lutto; il suo dolore era più forte di quello che tutti gli altri sentivano, ed egli piangeva più amaramente anche d’Emilia. Perchè il funerale riuscisse più splendido e degno, Teseo fece portare tre bei cavalli bianchi bardati di lucido acciaio, e su ciascuno di essi fece montare un cavaliere armato delle armi di Arcita: uno infatti teneva in mano il suo scudo, un altro la lancia, e il terzo l’arco turco ed il turcasso d’oro; e così armati i tre cavalieri cavalcavano lentamente e col volto addolorato pel bosco. I più nobili dei Greci che erano in Atene portavano la bara sulle spalle, percorrendo a lenti passi, e con gli occhi rossi e bagnati di pianto, la via principale della città che era tutta parata a nero. A destra del feretro c’era il vecchio Egeo, a sinistra Teseo, e tutti e due recavano vasi d’oro finissimi, pieni di miele, latte, sangue e vino. Dietro loro veniva con un gran seguito Palemone, e quindi Emilia, che, secondo il costume d’allora, portava in mano il fuoco per accendere il rogo.

Tutti erano in faccende per preparare la legna, ed ormai la catasta toccava il cielo con la verde cima, e i tronchi stendevano per una ventina di braccia i loro rami. Il primo strato del rogo era formato di fascetti di paglia.

Ma non starò a raccontarvi per filo e per segno come l’avessero innalzato, e vi risparmierò i nomi di tutti gli alberi che furono atterrati, insieme con le querci, gli abeti, le betulle, gli ontani, i lauri, i pioppi, i salici, gli olmi, i platani, i frassini, i bossi, i castagni, i tigli, gli aceri, gli spini, i faggi, i nocciuoli, e i tassi. Non vi dirò come i silvestri dei, privati della loro abitazione, fuggissero di qua e di là, abbandonando quel bosco dove Ninfe, Amadriadi e Fauni avevano avuto fino allora tranquillo e sereno albergo. Nè vi racconterò come gli animali e gli uccelli tutti scappassero spaventati allorchè il bosco fu atterrato; nè come il suolo della selva, non abituato alla luce del sole, rimanesse spaurito di tanto splendore improvviso. Non dirò, che il rogo era formato prima di uno strato di paglia, poi di tronchi secchi spaccati in tre pezzi, poi di uno strato di verzura e di aromi, coperti da un panno d’oro pieno di pietre preziose, attorno al quale erano appese corone di molti fiori, con la mirra e l’incenso dal dolce profumo. Non starò a raccontare come Arcita fu deposto in mezzo a tutta questa roba, nè a fare il conto di tutte le ricchezze che erano attorno il suo corpo; nè come Emilia dando fuoco al rogo secondo l’uso di quei tempi, venne meno dalla commozione, nè ciò che disse o desiderò in quel momento, nè quali gioie furono gettate nel fuoco allorchè si levarono le fiamme divampando, nè come dei presenti chi gettava nel fuoco lo scudo, chi la lancia, chi parte dell’armatura, o coppe piene di vino, di latte, di sangue, che bruciavano subito come fossero di legno. Non vi dirò come i Greci in lunghissimo corteo cavalcarono per tre volte attorno alle fiamme, incominciando da sinistra, con grida altissime e squassando per tre volte la lancia; nè come per tre volte le donne si abbandonarono ai lamenti, nè come Emilia fu ricondotta a casa ed Arcita, divenuto un mucchio di cenere fredda, fu vegliato dai Greci che passarono la notte in mezzo ad ogni genere di giuochi. Non starò a dirvi quali furono questi giuochi fatti durante la veglia, nè chi, untosi il corpo d’olio, fu il miglior lottatore e si portò meglio riuscendo a battere sempre l’avversario. Non dirò, finalmente, come, finiti i giuochi, tutti se ne ritornarono in Atene, poichè è ormai tempo di venire alla fine di questa lunga novella.

Col tempo, passati alcuni anni, fu stabilito, per comune consenso, che avessero fine i lamenti e le lacrime. Ed allora, se non m’inganno, ebbe luogo un’adunanza in Atene per trattare di alcune questioni particolari, e tra le altre cose si parlò anche di stringere alleanza con non so quali paesi, e di avere, ormai, anche quella dei Tebani. Perciò il nobile Teseo fece chiamare subito Palemone, senza che egli sapesse di che cosa si trattasse; ed il giovine tebano, tutto dolente e vestito a bruno, accorse subito, obbedendo all’ordine di Teseo, il quale intanto aveva fatto chiamare anche Emilia.

Allorchè si furono seduti, e si fu fatto intorno silenzio, Teseo aspettando un momento, prima di lasciare uscire una parola dal saggio suo petto, e volto attorno lo sguardo pieno di mestizia con un tacito sospiro, disse finalmente così:

«L’alto fattore del supremo principio, quando inventò la prima volta la bella catena d’amore, ebbe un nobile ed alto intendimento, e sapeva quel che si faceva, mosso da un fine ben determinato. Egli univa insieme, con la bella catena dell’amore, il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra, con legami che non era possibile infrangere. Questo principe e fattore di tutte le cose ha fissato i giorni che ogni creatura viva deve rimanere in questa valle di lacrime, ed oltre quel dato numero di giorni a nessuno è dato passeggiarvi più. E non c’è bisogno di citare in proposito qualche autorità, perchè ormai tutti lo sappiamo per esperienza: io non faccio altro che manifestare la mia opinione. L’ordinamento di tutte le cose dimostra chiaramente che v’è una mente direttiva immutabile ed eterna: e basta avere un dito di cervello per capire che in questo mondo ogni piccola parte deriva da un tutto. Poichè la natura non ha avuto origine da parti e frazioni di una cosa, ma da una cosa perfetta ed una, che a mano a mano allontanandosi dalla perfezione è scesa giù fino a divenire corruttibile. E perciò egli, il fattore supremo, con la sua saggia previdenza ha creato questo meraviglioso ordinamento, in modo che l’evoluzione e il progresso delle cose si deve effettuare per mezzo di successive trasformazioni, che conducono alla fine e non alla eternità. E di questo ognuno si può persuadere con gli occhi suoi. Guardate, per esempio, la quercia che dopo sì lunga vita, un bel giorno muore. Pensate che la dura selce che ogni giorno calpestiamo coi piedi quando camminiamo, a poco per volta si consuma anch’essa, sulla strada, e finisce. Così il vasto fiume improvvisamente si secca, e le grandi città cadono e spariscono, perchè tutto, come vedete, finisce nel mondo. Lo stesso accade degli uomini e delle donne: tutti, il re come il suo paggio, devono morire dentro uno dei due limiti della vita umana, vale a dire la gioventù e la vecchiaia. Chi muore nel suo letto, chi in mezzo al mare, chi in mezzo alla vasta campagna; ma non c’è rimedio: tutto finisce per la stessa strada, tutto muore. E chi è l’autore di tutto questo, se non Giove re dell’universo? Egli è principio e causa di tutte le cose, e tutto si trasforma secondo il suo volere, dal quale tutto ha avuto la sua origine; nè creatura viva al mondo, si può opporre a lui, qualunque essa sia. Perciò è da savi, mi sembra, fare di necessità virtù, e mettersi l’animo in pace, una volta che tutti, senza eccezione, dobbiamo finire nello stesso modo. Chi se ne lamenta è un pazzo, perchè pretende di ribellarsi a colui che è guida di tutto. Certamente per un uomo è bello morire nella grandezza della sua fama e nel vigore degli anni, con la sicurezza di lasciare un nome onorato. Egli muore senza aver mai recato disonore all’amico e a se stesso, cosicchè l’amico dovrebbe rallegrarsi della sua morte, preferendo che egli sia spirato nel fiore della sua gloria, piuttosto che vederlo morire quando questo è già appassito dal tempo; poichè allora il suo valore è presto dimenticato. Quindi per lasciare un bel nome è meglio morire all’apogeo della gloria; e chi non la pensa così si ostina ad essere uno sciocco. Perchè, dunque, noi ci lamentiamo e non sappiamo rassegnarci che il nostro Arcita, il fiore della cavalleria, sia uscito con tanta lode ed onore da questa brutta prigione che è la vita? Perchè si lamentano, qui, la moglie sua e il suo cugino, che pur gli volevano tanto bene, della sorte che gli è toccata? Deve egli ringraziarli di questo? No davvero, e lo sa Dio stesso, poichè col pianto offendono l’anima di Arcita e se medesimi, solamente per soddisfare il desiderio proprio.

Quale è, dunque la conclusione di questo mio lungo discorso? È questa: io penso che noi dopo tanto dolore dobbiamo ormai stare un po’ allegri, e ringraziare Giove della sua bontà. Prima che ci lasciamo, noi dobbiamo fare di due dolori una sola e completa gioia che duri eterna. Vedete, tra le persone qui presenti ce n’è una più acerbamente di tutti colpita dal dolore: ebbene io voglio che la gioia incominci proprio da lei.

Sorella (indi soggiunse) è desiderio mio e della mia corte, che il gentil Palemone, il cavaliere che con tanto zelo è al tuo servizio, e ti ha sempre servito con tanto amore e del suo meglio dal giorno che lo conoscesti, abbia finalmente la grazia del tuo cuore: io voglio che tu lo faccia tuo marito e tuo signore. Dammi la tua mano, poichè così noi abbiamo stabilito. Dà a noi, qui presenti, un esempio della tua riconoscenza. Palemone è, per Dio, figlio del fratello di un re, e sebbene egli sia un semplice cavaliere, mi pare che meriti la tua pietà, giacchè egli ti ha servito per tanti anni, ed ha sofferto tanti affanni per amor tuo».

Poi disse al cavaliere Palemone: «Io credo che non occorreranno molte parole per indurti ad approvare questa mia decisione. Vieni dunque qua, e prendi per la mano la moglie tua».

Così fu stretto, fra loro due, il nodo che si chiama matrimonio o maritaggio, con l’approvazione di tutta la corte, e in mezzo all’allegria e ai canti furono celebrate le nozze. Ed ora Dio che ha creato questo immenso mondo, conceda al prode cavaliere la sua protezione, che se l’è guadagnata davvero. Palemone, infatti, vive contento e felice in mezzo alle ricchezze, e pieno di salute, con la sua Emilia; ed essa l’ama così teneramente, ed egli con tanta cortesia la serve, che tra di loro non si parlò mai di gelosia nè di altre seccature.

Così finirono Palemone ed Emilia, e Dio benedica tutta questa bella brigata.

NOVELLA
DEL GIURECONSULTO

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PROLOGO

Il nostro oste si accorse che lo splendido sole aveva già compiuto la quarta parte, più mezz’ora buona, del suo corso giornaliero; e per quanto non avesse, in fondo, una grande dottrina, sapeva però che quello era il ventottesimo giorno di Aprile, cioè il messaggiero di Maggio. Egli osservò che l’ombra degli alberi, in terra, aveva la stessa lunghezza del fusto dell’albero che la proiettava, e da questo fatto calcolò che Febo, il quale riluceva in quel momento in tutto il suo splendore, era salito per quarantacinque gradi. Il che significava, in conclusione, che, dato quel giorno e quella latitudine, allora erano le dieci; perciò spinse avanti il suo cavallo dicendo:

«Signori, ho l’onore di avvertire tutta questa brigata, che la quarta parte del giorno se n’è bell’e ita. Quindi, per amore di Dio e di San Giovanni, guardate, se vi riesce, di non perdere più tempo. Signori miei, il tempo non ci aspetta mica: giorno e notte si consuma, e se la svigna o mentre noi tranquillamente dormiamo, o quando, desti, non sappiamo approfittarne: egli fa come il fiume che scende dal monte alla pianura senza tornar mai indietro. Non per nulla Seneca, e con lui molti altri filosofi, rimpiange più la perdita del tempo che quella dell’oro dello scrigno; poichè le ricchezze si possono in qualche modo ricuperare, ma la perdita del tempo è irreparabile. Il tempo non ritorna davvero indietro, come non ritorna a Malkins[1] la verginità, una volta che la sua lascivia glie l’ha fatta perdere. Non stiamo, dunque, a marcire così nell’ozio.

Signor giureconsulto, che Dio vi benedica, raccontateci voi, ora, una novella, secondo che abbiamo stabilito. Anche voi avete acconsentito a sottomettervi al mio giudizio: fate dunque il vostro dovere, e mantenete la vostra promessa».

«Oste, egli rispose, de par dieu jeo assente, giacchè non ho intenzione di mancare alla mia parola. Ogni promessa è debito, e vi ripeto che io farò volentierissimo l’obbligo mio. Gli stessi libri nostri dicono che la legge è uguale per tutti: ma tuttavia io non posso dirvi una novella discreta, che non sia stata già raccontata da Chaucer (sebbene l’arte del verso e della rima non sia il suo forte), in quell’antico idioma inglese nel quale, come tutti sanno, egli ebbe a scriverle. Poichè se non l’avrà raccontata in un libro, amico mio, sta pur sicuro che l’avrà raccontata in un altro. Sono più gli amanti di cui ha scritto la storia lui, o in un libro o nell’altro, che quelli semplicemente nominati da Ovidio nelle sue antichissime epistole. Che cosa vi debbo dunque raccontare, se le novelle che io so, sono già state raccontate da Chaucer! Nella sua gioventù egli scrisse la novella di Ceyx e Alcyon, e quindi ha fatto la storia di tutte le donne e gli amanti più illustri. Chi avesse voglia di leggere il suo libro intitolato: La sacra leggenda di Cupido, vi troverà descritte le larghe e profonde ferite di Lucrezia e di Tisbe babilonese, vi troverà la storia di Didone che si trafigge con la spada per causa del traditore Enea, e di Fillide cambiata in albero pel suo Demofoonte. Vi troverà il pianto di Deianira, di Ermione, di Arianna e di Isifile, il nudo scoglio nel lontano mare, dove Leandro affogò per la sua bella Ero, le lacrime di Elena, il dolore di Briseide e di Laodamia, e la tua crudeltà, o regina Medea, che appendesti pel collo i figlioletti per vendicarti di Giasone, l’amante spergiuro. In quello stesso libro egli loda altamente la vostra fedeltà, o Ipermestra, Penelope, Alceste.

Ma naturalmente non fa neppure parola del turpe esempio di Canace che amò, incestuosamente, il proprio fratello, nè (Dio ci scampi da certe novelle) ricorda la storia, raccontata da Apollonio Tirio, di quell’infame re Antioco che deflorò la propria figlia, gettandola (orribile a leggersi) a forza per terra. Di tali turpi cose egli non volle mai scriverne, ed io, se me lo permettete, mi dispenso dal raccontarvele. Ma come farò, dunque, a dire anch’io, oggi, la mia novella? Certamente io mi guardo bene dal voler gareggiare con le Muse altrimenti dette Pieridi (voi capite, senza dubbio, che io alludo alle Metamorfosi); del resto poco m’importa di Ovidio: faccia pure quanti versi vuole, io parlerò in prosa». E detto questo, il giureconsulto, serio serio, incominciò la sua novella, e disse quello che segue.