NOVELLA DEL CHIERICO DI OXFORD
PARS PRIMA
Proprio nella parte occidentale dell’Italia che rimane giù alle falde del freddo Monviso, si estende una rigogliosa e fertile pianura, dove si scorgono molte città e molte torri, fondate in tempi antichissimi dai nostri padri, e donde si godono molte deliziose vedute; Saluzzo è il nome di questa nobile terra.
Della quale fu già signore un marchese, che l’aveva avuta in retaggio dai suoi illustri antenati; tutti i cittadini, chi più e chi meno, erano obbedienti e pronti al suo comando: cosicchè egli visse felicemente e per lungo tempo, amato e temuto, in mezzo ai favori della fortuna, tanto dai nobili quanto dal resto della cittadinanza.
Questo giovane signore si chiamava Gualtieri, ed era, per parlare del suo lignaggio, la più nobile persona che mai fosse nata in Lombardia; bello e forte della persona, e pieno di dignità e di cortesia, si dimostrava assai savio nel governo del suo paese; se non che in una cosa era degno di biasimo.
Ed ecco perchè: egli non si dava il menomo pensiero di ciò che in avvenire sarebbe stato di lui, ma badava solo al piacere presente, che consisteva nell’andare uccellando col falco e nel cacciare di qua e di là senza curarsi d’altro, nè (ciò che era il peggio) volendo sapere, a nessun costo, di prender moglie.
Delle quali cose tanto si affliggevano i suoi cittadini, che un giorno si presentarono a lui in gran comitiva, e uno di loro, il più saputo (se non quegli dal quale Gualtieri più di buon grado avrebbe ascoltato il desiderio del popolo, o che, in fine, fosse più adatto ad esporre la cosa come stava), disse al marchese in questo modo:
«Nobile marchese, la vostra bontà ci rassicura e c’incoraggia, ogni volta che è necessario, a confessarvi il nostro malcontento: voglia dunque la gentilezza vostra permetterci di farvi un’umile preghiera, e non vi sdegnate di dare ascolto alle mie parole.
Sebbene io non abbia più degli altri il diritto di mischiarmi in questa faccenda, tuttavia per quel favore e quella grazia che mi avete sempre dimostrato, oso domandarvi udienza, per esporvi ciò che noi desideriamo; voi poi, signor mio, farete quello che crederete.
Or dunque, signore, sappiate che noi siamo così soddisfatti di voi, di quello che fate ed avete sempre fatto, che non sapremmo, davvero, immaginare noi stessi come vivere più felicemente: se non che, il vostro popolo riposerebbe più tranquillo, se voi vi mostraste disposto a prender moglie.
Piegate il collo a quel beato giogo, che non è servile ma sovrano, il quale gli uomini chiamano sponsali o nozze; e pensate, signore, fra le altre cose savie, che i giorni o in un modo o in un altro passano: chè il tempo non aspetta nessuno, e fugge via per chi dorme, per chi veglia, per chi viaggia, e per chi cavalca.
Sebbene siate ancora nel fiore della gioventù, pensate che la vecchiaia zitta e cheta c’entra in casa, e la morte tutti minaccia, tutti colpisce, di qualunque età, di qualunque condizione, senza che alcuno le possa sfuggire. Tutti siamo così sicuri di dover morire, come incerti del giorno in cui la morte ci colpirà.
Accettate dunque da noi, che vi abbiamo sempre obbedito in tutto e per tutto, il sincero consiglio; e se vi aggrada, noi stessi vi sceglieremo al più presto una degna moglie, fra la più eletta nobiltà di questa terra, e penseremo a far cosa che onori Dio e voi.
Liberateci da questo gran pensiero, e prendete moglie, per amor del cielo: chè se dovesse accadere, Dio non voglia, che la vostra discendenza si estinguesse con voi, e un successore straniero ereditasse il vostro regno, per noi, ahimè, sarebbe meglio la morte; perciò affrettatevi, ve ne preghiamo, a prender moglie.»
La rispettosa preghiera e il loro umile aspetto mosse a compassione il marchese. «Miei cari, egli disse, voi mi costringete a fare una cosa alla quale non avrei mai pensato. Io ho goduto fino ad ora una libertà che ben di rado si trova nel matrimonio; debbo farmi schiavo mentre prima ero libero.
Tuttavia io vedo la sincerità del vostro consiglio, ed ho fiducia (e sempre l’ho avuta) nella prudenza vostra: cosicchè di mia spontanea volontà acconsento ad ammogliarmi, più presto che sarà possibile. Ma in quanto alla profferta che oggi stesso mi fate di scegliermi la moglie, ve ne dispenso, e pregovi di non darvene pena.
Poichè Dio sa quante volte i figli crescono indegni del padre loro; la bontà è un dono di Dio; e non si eredita da chi ci ha generato e messo al mondo: io ho fiducia nella bontà di Dio, e perciò a lui affido il mio matrimonio, il mio stato, e tutto il resto; sia fatta la sua volontà.
Lasciatemi libero nella scelta della moglie; io solo voglio averne la responsabilità: voi invece, vi prego, assicuratemi, e giuratelo sulla vita vostra, che qualunque sia la donna che io prenderò per moglie, l’amerete, per tutta la sua vita, con le parole e coi fatti, qui e in qualunque luogo, come se fosse la figlia di un imperatore.
E dovete giurarmi inoltre, che non avrete nulla da ridire e da opporre alla mia scelta. Giacchè io per contentarvi sacrifico la mia libertà per tutta la mia vita, intendo di sposare quella che al mio cuore piacerà: ove non vogliate accettare queste condizioni, vi prego di non parlarmene più.»
Tutti fino ad uno assentirono e giurarono; pregandolo però, prima di tornarsene, a voler fissar loro un giorno determinato, e più vicino che fosse possibile, dentro il quale si sarebbero celebrate le sue nozze. Poichè altrimenti al popolo resterebbe ancora un po’ di paura, che il marchese non si dovesse risolvere ad ammogliarsi.
Egli fissò loro un giorno, a suo piacimento, nel quale immancabilmente sarebbe andato a nozze, dicendo di volerli anche in questa cosa contentare; ed essi inginocchiatisi pieni di umiltà e di rispetto, lo ringraziarono, e, ottenuto il loro intento, se ne ritornarono a casa.
Il marchese intanto ordina ai suoi funzionari di fare i preparativi per la festa; e ne commette l’incarico a quelli dei suoi più intimi cavalieri e signori della corte, a cui più gli piace affidarsi: i quali pronti ad ogni suo comando, mettono tutto il loro impegno per fare onore alla festa.
PARS SECUNDA
Non molto lontano dal bel palazzo nel quale il marchese faceva i preparativi pel suo matrimonio, sorgeva un ameno villaggio, dove alcuni contadini avevano i loro bestiami e la loro casa, vivendo di quello che con le loro fatiche ricavavano in gran copia dalla terra.
Fra questa povera gente viveva un uomo, il quale era ritenuto per il più povero di tutti: ma talvolta sopra una misera stalla di bovi l’Altissimo fa piovere la sua grazia; nel villaggio lo chiamavano Giannucole. Egli aveva una figliola molto bella, che si chiamava Griselda.
Ma per parlare di una bellezza piena di virtù, giacchè era la più bella che esistesse sotto la cappa del sole, costei era venuta su pura quanto si può essere: senza grilli pel capo; beveva più spesso al pozzo che al tino, e perchè amava la virtù sapeva bene che cosa fosse il lavoro, e non conosceva l’ozio.
Sebbene giovanissima, racchiudeva nel virginale suo petto un animo serio e forte: stava attorno al povero vecchio di suo padre con mille cure e mille tenerezze, menava a pascere pel campo un piccolo gregge, filando; insomma non si fermava che quando dormiva.
Spesso, tornando a casa, portava cavoli ed altre erbe, che tagliava e metteva a bollire per farci il suo desinare; poi rifaceva il suo letto, tutt’altro che soffice, e attendeva al padre con tutto l’amore e tutte le cure, con cui un figliolo può venerare il proprio genitore.
Già più di una volta il marchese aveva messo gli occhi sulla povera Griselda, che per caso incontrava nel recarsi, cavalcando, alla caccia: e allorchè la poteva spiare, non la guardava con ardente cupidigia, ma ne osservava il volto con una certa mestizia, considerando in cuor suo il carattere e la virtù di lei, non comuni, insieme con tanta bellezza, in una fanciulla così giovane. E sebbene comunemente non sia facile riconoscere la virtù, egli apprezzò bene la bontà di costei, e determinò che nessun’altra donna che Griselda sposerebbe, se mai dovesse prender moglie.
Arrivò il giorno stabilito per le nozze, e nessuno sapeva ancora chi doveva essere la sposa; di che molti si meravigliavano, e dicevano fra loro: «Che il signor nostro voglia persistere ancora nella sua ostinatezza? che non voglia più ammogliarsi? Ahimè! perchè ingannare se stesso e tutti noi in questo modo?»
Ma intanto Gualtieri aveva fatto fare per Griselda gioie ed anelli di pietre preziose legate in oro e lapislazuli; e avea fatto prendere la misura dei vestiti, e degli altri ornamenti necessarii pel giorno delle nozze, sulla persona di una giovanetta che aveva presso a poco la statura di Griselda.
Si avvicinavano le nove di questo stesso giorno, stabilito per lo sposalizio, e tutto il palazzo era preparato per la festa: sale e stanze, tutte erano addobbate come meglio si conveniva. Si vedevano camere piene di squisita roba da mangiare, in così grande quantità, da bastare per quanto durasse l’Italia.
Il marchese riccamente vestito, e con lui i gentiluomini e le dame che erano stati invitati alla festa, e tutti i cavalieri del suo seguito, si incamminarono, in mezzo a suoni di variata melodia, verso il villaggio del quale ho parlato.
Griselda nulla sapendo (e Dio n’è testimone) che tutta questa festa si faceva per lei, era andata a una fonte vicina a prendere l’acqua, e tornava allora in fretta; poichè aveva sentito dire che il marchese in quel giorno sarebbe andato a nozze; e voleva vedere qualche cosa.
Camminando, infatti, pensava: anch’io starò con le altre mie compagne sull’uscio di casa, a vedere la marchesa; ma bisogna che sbrighi in un batter d’occhio tutte le mie faccende: così se per andare al castello passerà di qui, potrò vederla con tutto il mio comodo.
Mentre stava per mettere il piede sulla soglia, Gualtieri le fu vicino, e cominciò a chiamarla; essa posò allora in terra la brocca sulla soglia della stalla lì accanto, indi si lasciò cadere in ginocchio; e così stette seria seria, finchè ebbe sentito che cosa voleva il marchese.
Il quale pensoso in sembianti le rivolse poche parole, e disse: «Griselda, dov’è tuo padre?» Ed essa con rispetto e tutta umile rispose: «È qui in casa, signore.» E senz’altro, entrò e chiamò il padre.
Gualtieri allora prese per mano il pover’uomo, e trattolo in disparte gli disse: «Giannucole, io non so nè voglio tenerti più a lungo nascosto un mio desiderio; se tu vi acconsenti, qualunque cosa possa succederne, io uscendo di casa tua porterò via con me tua figlia, e la terrò come mia moglie per tutta la sua vita.
So che tu mi vuoi bene e sei il più fedele dei miei sudditi; e son sicuro che sei pronto a volere tutto quel che a me piace: però rispondimi francamente a ciò che ti ho detto, cioè se sei disposto ad accettarmi per tuo genero.»
L’inaspettata domanda colpì talmente il pover’uomo, che fattosi rosso, e tutto confuso, non potè profferire che queste parole: «Signore, il vostro volere è il mio, nè io voglio cosa che a voi non piaccia; fate dunque, anche in questo, a modo vostro.»
«Allora, soggiunse il marchese dolcemente, andiamo con Griselda in camera tua; ch’io vo’ domandarle se è contenta di divenire mia moglie, e di stare con me. Tutto deve essere stabilito in tua presenza: io non dirò parola che non sia da te sentita.»
Mentre se ne stavano in camera per combinare la faccenda, come poi sentirete, la gente si faceva dentro, ed osservava meravigliata con quanta proprietà e quanta cura la fanciulla tenesse il padre suo; ma ben poteva meravigliarsi Griselda, che non aveva mai veduto succedere simil cosa.
Ed è naturale ch’essa rimanesse stupefatta, a vedere in casa sua un avvenimento così insolito; pel quale guardavasi attorno tutta pallida. Ma per farvela corta, ecco le parole che il marchese rivolse alla buona, sincera, ed onesta fanciulla.
«Griselda, sappi che tuo padre ed io abbiamo stabilito che tu divenga mia moglie; anche tu, credo, ne sarai contenta: ma prima voglio domandarti alcune cose, alle quali, poichè tutto si concluderà in fretta e in furia, bisogna che tu mi dica subito se acconsenti.
Sei disposta a fare di buon animo ogni mio piacere, per modo che io sia padrone, a mio capriccio, di farti ridere o soffrire, senza che tu ti risenta mai; senza che tu dica di no a quello che vorrò io, o te ne mostri adirata? Giurami questo, ed io concluderò qui stesso, con giuramento, la nostra unione.»
Piena di meraviglia all’inaspettata proposta, e tutta tremante per la paura, rispose essa: «Signore, io sono indegna dell’onore che voi volete farmi, ma il vostro volere è il mio: e vi giuro che mai di mia voglia io farò, o penserò, cosa contraria alla vostra volontà; anche se voi vorrete la mia morte, sebbene mi dispiaccia di morire, io non vi disobbedirò.»
«Basta così, Griselda mia» rispose Gualtieri; e sì dicendo, tranquillamente uscì sulla porta di casa seguito da lei, e disse al popolo: «Questa qui è la moglie che mi sono scelto; abbiatela in reverenza, e amate, vi prego, lei che vuole a me tanto bene. Non ho altro da dirvi.»
E perchè nulla della sua antica roba ella portasse nella casa maritale, ordinò che lì stesso la spogliassero, tutta, alcune dame del suo seguito. Le quali non furono molto liete di dover toccare le vesti che Griselda aveva indosso: ma nondimeno vestirono tutta di nuovo, da capo a piedi, la bella fanciulla.
Le ricomposero col pettine i capelli, che senza alcuna cura le piovevano sulle spalle, indi con le gentili mani le misero la corona in testa, e adornaronla con bei fermagli. Ma perchè farvi una storia solamente del suo abbigliamento? Il popolo a mala pena la riconosceva, tanta era la sua bellezza, così riccamente vestita.
Il marchese con un anello che all’uopo aveva portato la sposò, e fattala montare sopra un cavallo bianco come la neve, e di bella ambiadura, subito, in mezzo alla gioia del popolo che la accompagnava e veniva ad incontrarla, la menò al suo palazzo. Così passarono tutto il giorno, fino alla sera, in gran festa.
Or dunque, per affrettare la novella alla sua fine, tanto arrise il cielo alla nuova marchesa, che non pareva possibile che fosse nata e cresciuta fra mezzo a contadini, in una capanna o in una stalla di buoi; ma sembrava educata alla corte di un imperatore.
E a tutti era divenuta così cara, tutti avevano per lei una venerazione così grande, che quelli stessi del villaggio ov’essa era nata, i quali l’avevano veduta crescere d’anno in anno fino da bambina, non credevano più agli occhi propri, e avrebbero giurato che non era la figlia di Giannucole, tanto la trovavano diversa da quella di prima.
Per quanto fosse stata sempre virtuosa, acquistò subito un fare così squisito, dimostrò un’indole così buona e mite, così bei modi di parlare, tanta affabilità, e a tal segno seppe cattivarsi la stima e l’affetto di tutti, che chiunque la vedeva se ne innamorava.
La fama della sua bontà non si era sparsa solamente nella città di Saluzzo; anche in molti altri luoghi non si faceva che parlarne: e si divulgò tanto, che uomini e donne, giovani e vecchi, andavano apposta a Saluzzo per vedere Griselda.
Così Gualtieri con umile matrimonio, ma virtuoso e felice, viveva tranquillo nella pace domestica, e godeva il favore della sua gente: la quale vedendo com’egli avesse conosciuto tanta virtù nascosta sotto così povere vesti, lo stimava uomo savio, e raro.
Non solo alle faccende di casa rivolgeva Griselda tutte le sue cure, ma al bisogno sapeva anche provvedere alle pubbliche cose; non c’era discordia, rancore, o querela in tutta la sua terra, ch’essa non riuscisse a quietare e comporre prontamente.
Presente o lontano il marito, se gentiluomini o altre persone del paese venivano in lite, subito sapeva mettere la pace fra di loro; tale virtù e maturità di consiglio possedeva, e tanta equità di giudizio, che ognuno pensava che il cielo l’avesse mandata per il bene del popolo, e per correggere ogni errore.
Non trascorse lungo tempo dal giorno delle nozze, che Griselda dette alla luce una bambina; tutti avrebbero preferito un bambino; pure il marchese e i suoi sudditi furono lieti del parto. Giacchè sebbene Griselda avesse cominciato con una femmina, c’era tutta la possibilità, dal momento che non era sterile, che facesse anche un maschio.
PARS TERTIA
Or accadde, quando la bambina era ancora lattante, che a Gualtieri venne così vivo desiderio nell’animo, di tentare la fermezza di sua moglie, che non seppe liberarsi da sì strana voglia; e pensò, Dio sa quanto ingiustamente, di volerle fare grande paura.
Altre volte aveva messo alla prova Griselda, e sempre ne era rimasto soddisfatto; perchè dunque tentarla ancora, e sempre con più dure prove? Per quanto alcuni trovino da lodare, in ciò, un’alzata d’ingegno, a me sembra cosa molto crudele, tormentare senza ragione una povera moglie, con angosce e paure.
Ma ecco che cosa pensò di fare; una sera si presentò a lei, e mostrandosi serio e turbato nel volto, le disse: «Griselda, non avrai dimenticato, son sicuro, che un giorno ti tolsi dalla miseria, per farti diventare una nobile signora.
L’alta posizione nella quale ti ho messo, spero che non ti abbia fatto scordare, che io ti ho levato da una condizione molto bassa: devi ben ricordarlo. Fa attenzione, ora, alle mie parole, che nessuno sentirà, poichè siamo soli.
Tu sai, come ti dicevo, in qual modo sei venuta, or non è molto, in casa mia; non ostante a me sei carissima: ma non così, per altro, ai gentiluomini della mia corte. I quali dicono che è per loro gran vergogna e dispiacere, l’essere sudditi e dipendenti di una donna del volgo.
Da quando è nata la bambina, hanno incominciato a spargere queste voci; io desidero di vivere in pace con tutti, e non posso, quindi, fare a meno di esserne preoccupato. E son costretto a fare della figlia tua, non quello che piace a me, ma quello che vogliono loro.
Dio sa quanto mi costa il dirtelo: ma d’altra parte non voglio fare cosa senza che tu lo sappia, e voglio, anzi, che tu vi acconsenta. È giunto per te il momento di mettere in opera tutta la pazienza, che mi giurasti di avere il giorno stesso che sposammo in casa tua.»
Griselda non si scosse minimamente a queste parole, e tranquilla e serena (pareva che non se ne desse alcun pensiero), rispose: «Signore, come vi piace: io e la bambina siamo cosa vostra; e di ciò che è vostro voi potete fare quello che credete.
Purchè Dio salvi l’anima mia, non c’è nulla che a voi piaccia, che possa dispiacere a me. Nessuna cosa desidero di conservare, nessuna temo di perdere fuor che voi: questo è il proponimento che ho fatto, dal quale nè il tempo nè la morte potranno rimuovere l’animo mio.»
Gualtieri fu tutto contento della risposta della moglie, ma fece finta di essere arrabbiato; e stette tetro e pensieroso, finchè fu fuori della stanza. Quindi uscito di casa, e allontanatosi quasi un quarto di miglio, confidò tutto il suo disegno a uno scudiere, e tosto lo mandò dalla moglie.
Questi aveva dato prova più volte di grande fedeltà in affari di grave importanza, ed amava e venerava il suo signore: ma pur troppo questa gente deve prestarsi, qualche volta, anche al male. Secondo l’ordine ricevuto, adunque, si presentò zitto e cheto in camera di Griselda.
E le disse: «Signora, perdonatemi, ma io faccio una cosa alla quale sono costretto: voi che siete tanto savia, capite meglio di me che gli ordini del marchese bisogna eseguirli appuntino; crudeli e da biasimare quanto si voglia, ma è necessario obbedire. E così farò senz’altro.
Ho avuto ordine di prendere questa bambina,» soggiunse, e subito la prese con cattiva maniera, e prima di andarsene fece atto che dovesse ucciderla. Griselda sopportava tutto senza dir nulla: e timida come un agnello se ne stava tranquillamente a sedere, lasciando che il barbaro scudiere facesse tutto ciò che voleva.
Il cattivo nome e la faccia di quell’uomo le erano sospetti; la sua parola e il momento nel quale egli faceva tutto questo le mettevano paura: ahimè! la sua bambina, alla quale voleva tanto bene, glie l’avrebbe, certamente, fatta morire. Tuttavia senza un sospiro, senza una lacrima, si sottopose alla volontà del marchese.
Finalmente ruppe il silenzio, e tutta umile (come se avesse dovuto trattare con un vero gentiluomo) pregò il servo che le permettesse di baciare la sua bambina, prima che glie la facessero morire: e presala, con grande mestizia, in collo, le dette la sua benedizione; poi cominciò a cullarla fra le sue braccia, e a baciarla.
E le disse con affetto: «Addio, figlia mia, io non ti rivedrò più, ma poichè ti ho fatto il segno della croce, sarai benedetta dal Signor nostro, che morì, per noi, crocifisso: raccomando a lui l’anima tua, mia povera piccina, giacchè stanotte, per colpa mia, dovrai morire.»
Io credo, che neppure la pietà di una balia reggerebbe a vedersi portar via il bambino: pensi quindi ciascuno, che cosa avrebbe dovuto fare la misera madre, eppure, tanta era la sua fermezza, che tutto sopportò con pazienza, e disse a quell’uomo: «Eccovi, la bambina, prendetevela.»
E consegnandogli la piccina, soggiunse: «Andate, fate ciò che il signor mio vi ha comandato di fare; solamente fatemi questa grazia, se egli non ve lo ha proibito: sotterrate il suo corpicino, in qualche luogo, affinchè le bestie e gli uccelli non lo divorino.» Ma quegli, senza nemmeno rispondere, prese la bambina e se ne andò.
E recatosi dal marchese, gli raccontò per filo e per segno, in poche parole, quello che aveva detto e fatto Griselda; indi gli consegnò la bambina. Gualtieri provò un senso di compassione, ma non si mosse dal suo proposito, come quegli che voleva fatta la sua volontà.
Ordinò al suo scudiero di fasciare, di nascosto, e coprire adagino e con ogni cura la creaturina, e di metterla dentro una cesta o avvolgerla in una veste, senza che alcuno, pena la sua testa, scoprisse donde egli veniva, e dove andava.
La portasse, così nascosta, a Bologna, in casa della sorella di lui, ch’era allora contessa di Pavia; e mettendo costei a parte di tutto, la pregasse di allevare con ogni cura la bambina, senza mai dire, a qualunque costo, di chi fosse figliuola.
Questi andò, e fece, scrupolosamente, quanto gli era stato ordinato. Ma torniamo al marchese. Egli andava sempre fantasticando, se mai potesse capire dall’aspetto, o dalle parole della moglie, ch’ella fosse cambiata. Ma la trovava sempre ugualmente affabile e gentile.
La stessa bontà, la stessa dolcezza, la sua solita attività nelle faccende domestiche, lo stesso amore per lui: insomma, in tutto e per tutto era savia come prima. Non fece mai parola della sua bambina, e non si provò neppure a nominarla. Per grandi che fossero le sue pene e le sue sventure, non mostrò alcun cambiamento.
PARS QUARTA
Passarono così quattro anni, prima che Griselda di nuovo ingravidasse; ma questa volta, come a Dio piacque, fece al suo Gualtieri un maschio, che era un miracolo di grazia e di bellezza. Di ciò non solo il padre fu lietissimo, ma il paese tutto n’ebbe sì gran gioia, che levò preghiere di ringraziamento al Signore.
Il bambino aveva due anni, e già da qualche tempo era stato divezzato, quando un giorno venne l’estro al marchese, di tentare un’altra volta la pazienza della moglie. A inutile prova era messa, ahimè! ma i mariti son senza discrezione, quando trovano una poveretta che sopporta.
«Moglie mia, le disse un giorno, sai bene che il mio popolo è sempre stato scontento del nostro matrimonio: ma dal giorno che partoristi questo maschio, le cose sono andate di male in peggio; e corrono, ora, delle voci così brutte, che sono proprio sgomento, e sento sanguinarmi il cuore.
—Dunque (dicono tutti), morto Gualtieri, gli succederà il nipote di Giannucole, e lo avremo nostro signore?—Ora, non v’ ha dubbio che io debbo darmene pensiero: poichè, sebbene nessuno osi parlare in presenza mia, la cosa mi dispiace.
Io voglio, finchè è possibile, godere la mia tranquillità; perciò sono disposto assolutamente a fare del bambino ciò che ho fatto, di notte e senza che nessuno se ne sia accorto, della sua sorella. Te ne avverto, perchè la cosa riuscendo improvvisa, non debba esserti troppo dolorosa; cerca, dunque, di aver pazienza anche questa volta.»
«Vi ho detto, rispose Griselda, e sempre ve lo ripeterò, che io non voglio, e non vorrò mai, che ciò che a voi piace: io non mi risento, se per ordine vostro mi vengono uccisi i figliuoli. Rinunzio volentieri alla gioia che avrei avuto dalle mie due creaturine: come ho sofferto per averle, soffrirò per perderle.
Voi siete il signor mio; fate quello che vi piace, e non vi curate di me: con le mie povere vesti io ho lasciato a casa la mia volontà e la mia libertà; perciò potete fare quello che volete, sicuro che vi obbedirò.
Se io potessi leggervi nell’animo, vorrei soddisfare ogni vostro desiderio prima che voi parlaste: quando poi so che cosa desiderate, immaginatevi se faccio di tutto per contentarvi. Quando sapessi che vi fosse cara la mia morte, morirei ben volentieri, per farvi piacere.
L’amore che ho per voi è più potente della morte. «Il marchese vedendo la costanza della moglie, abbassò gli occhi, meravigliandosi che una donna potesse sopportare tutto questo; e con aspetto burbero, ma invece lieto in cuor suo, uscì.
Il solito omaccio si presentò a Griselda, e nello stesso modo col quale le aveva portato via la figliuola (e più crudelmente, se fosse stato possibile) le prese anche il bellissimo fanciullo. Sempre con la stessa pazienza, e senza scomporsi, essa lo lasciò fare, baciando il suo bambino, e benedicendolo.
E come aveva fatto la prima volta, pregò costui se nulla glie lo vietasse, di voler dare sepoltura alle tenere membra del suo piccino, che erano così graziose, affinchè non rimanessero preda di qualche uccellaccio, o di qualche brutto animale. Ma anche questa volta rimase senza risposta: chè quegli di niente curandosi, e secondo gli ordini ricevuti, prese il bambino e lo portò, con ogni cura, a Bologna.
Il marchese sempre più ammirava la pazienza di Griselda; e se non fosse stato più che sicuro, che essa voleva un gran bene ai suoi figliuoli, avrebbe creduto che fosse in lei, non fermezza d’animo, ma astuzia, malizia, e cattivo cuore.
Ma invece egli sapeva bene che Griselda, dopo di lui, nulla aveva così caro al mondo, quanto i propri figli. Ditemi voi, donne, per favore, se queste prove non sarebbero state sufficienti! Che cosa avrebbe potuto ancora immaginare la rigida ostinazione di un marito, per provare la virtù e la pazienza di sua moglie?
Ma c’è, pur troppo, certa gente, che quando si ficca in capo un’idea, non se la leva più, a nessun costo: così appunto, si era ostinato Gualtieri nel proponimento fatto, di tentare la pazienza e la costanza della moglie.
Teneva sempre d’occhio Griselda, per vedere se una parola, uno sguardo, rivelasse, in lei, qualche cambiamento: ma la trovava sempre dello stesso umore, e col suo solito aspetto. Anzi, ogni giorno che passava, essa si mostrava sempre più amorosa e più piena di cure per lui.
Di guisa che sembrava che avessero un sol volere in due; piacendo a lei tutto quello che piaceva a Gualtieri. E di ciò sia lodato il Signore: giacchè così doveva essere per il bene di tutti. Pareva che i suoi affanni non fosser suoi; non aveva altra volontà che quella del marito.
Ma un bel giorno si cominciò, da per tutto, a parlare delle stranezze di Gualtieri; e a mormorare ch’egli crudelmente aveva fatto uccidere, di nascosto, i suoi bambini, pentito di avere sposato una povera contadina. Nessuno sapeva che tutti e due erano vivi.
E queste voci fecero sì, che mentre prima tutti lo amavano, cominciarono a non poterlo più vedere, sotto l’orribile accusa di assassino. Non ostante questo, egli non abbandonò, nè punto nè poco, il suo proponimento, di mettere ancora alla prova la moglie.
Allorchè la sua bambina ebbe compiuto il dodicesimo anno, mandò un suo ambasciatore alla Corte di Roma (che aveva prima informata del suo disegno), perchè gli procurasse in qualche modo delle carte, che dovevano servire al suo crudele scopo; dalle quali risultasse che il papa gli permetteva, per ristabilire la pace nel popolo di Saluzzo, di sposare un’altra donna.
Ordinò, insomma, che si falsificasse una bolla papale, nella quale si dicesse ch’egli era libero di abbandonare la prima moglie, col permesso del papa, per far cessare i malumori che erano nati fra lui e i suoi sudditi. La bolla, in questi termini precisi concepita, fu tosto pubblicata.
Il popolo, ignorante com’è, vi credè subito; Griselda ne fu, c’è da immaginarselo, addoloratissima: ma ormai con la sua solita pazienza, la poveretta era disposta a sopportare in pace l’avversa fortuna.
Le bastava di sapere sempre contento colui, al quale aveva dato il suo cuore, e tutta se stessa. Ma per farvela corta, il marchese, intanto, scrisse una lettera, in cui esponeva tutto il suo disegno; e di nascosto la spedì a Bologna al conte di Pavia, marito di sua sorella, pregandolo vivamente di riportargli, con gran pompa, i suoi due figliuoli; senza dire ad alcuno chi fosse il padre loro.
Dicesse, invece, che la fanciulla doveva sposare il marchese di Saluzzo. Così, infatti, fece il conte di Pavia; e verso sera si mosse, con gran seguito di cavalieri, alla volta di Saluzzo, per scortare la fanciulla; accanto alla quale cavalcava il giovine fratello.
La bella giovinetta, tutta adorna di pietre preziose, era vestita come se andasse veramente a nozze; anche il fratello, un fanciulletto di sette anni, era riccamente vestito e tutto elegante. Così in gran pompa e con gran festa cavalcando, si avvicinavano, di giorno in giorno, a Saluzzo.
PARS QUINTA
Intanto Gualtieri, persistendo nel suo crudele proposito di sottoporre a un’ultima e più dura prova la moglie, per essere pienamente sicuro ch’ella fosse sempre paziente come prima, un giorno, in presenza di tutti, le disse risentito:
«Griselda, io sono stato contentissimo, senza dubbio, di averti sposato, per la tua bontà, per la tua fedeltà, e per la tua obbedienza: non così però pel casato che porti, e per la tua dote. Ho dovuto convincermi, s’io non m’inganno, che la nobiltà e la potenza hanno pur molte schiavitù.
Io non posso fare come un bifolco qualunque: i miei sudditi mi costringono a prendere un’altra moglie, e il papa stesso lo permette, perchè tutto torni in pace. Ti dico dunque sinceramente, che la mia nuova moglie è già in viaggio.
Fatti coraggio, e lasciale il suo posto; ti concedo, come grazia, di riprenderti tutta la dote e tutta la roba che mi hai portato. Ritorna alla casa di tuo padre, e pensa che in questo mondo non si può sempre essere contenti. Io, per conto mio, non posso fare altro che consigliarti a sopportare di buon animo i capricci della fortuna.»
Ed essa con la sua solita pazienza rispose: «Signor mio, io lo sapevo benissimo, e sempre lo pensavo, che la mia povertà non poteva stare accanto alla vostra ricchezza; e non mi sono mai creduta degna di essere, non dico la moglie vostra, ma neppure la vostra cameriera.
E Dio può essere testimone, per l’anima mia, che io in questa casa, della quale voi mi avete fatto signora, non mi sono mai considerata nè signora nè padrona, ma sempre umile serva vostra; e tale sarò più di ogni altro finchè il cielo mi darà vita.
Della bontà che avete avuto, di tenermi per così lungo tempo in tanto onore e in tanta nobiltà; mentre io ne ero indegna, ringrazio Dio e voi, pregando che siate ricompensato. E senz’altro me ne ritorno, volentieri, a casa di mio padre, per rimanere con lui finchè vivrò.
Là ho vissuto bambina, e sono cresciuta; e là finirò, vedova e senza altri affetti, la mia vita. Poichè dal momento che ho dato a voi la mia gioventù, e sono la vostra legittima moglie, Dio mi guarderà bene dal prendere un altro marito.
Il Signore possa concedervi fortuna e prosperità con la vostra nuova moglie, alla quale io cedo, di buon animo, il mio posto, dove sono stata sempre felicissima. Giacchè vi piace che la mia felicità sia finita, e che io me ne vada, me ne andrò quando vorrete.
In quanto alla concessione che mi fate, di lasciarmi andar via con la dote che vi ho portato, capisco bene che voi intendete parlare dei miei poveri panni, che non erano niente di bello davvero: ma non ostante ben difficilmente io potrei ora ritrovarli. Buon Dio! eravate così cortese e gentile il giorno del nostro matrimonio!
Ma è ben vero quel che si dice (lo so per prova):—amore non è mai tanto vecchio, come quando è nuovo.—Siate sicuro, però, signor mio, che per amor vostro non mi sarebbe grave neppur la morte: e non sarà mai che io mi penta, in alcun modo, di avervi dato, con me stessa, tutto il mio cuore.
Vi ricorderete, signor mio, che prima di condurmi in casa vostra, mi faceste strappare di dosso le mie povere vesti, e mi regalaste voi stesso degli abiti ricchissimi; quindi io non vi portai altra dote, senza dubbio, che la mia fedeltà, la mia povertà, e la mia gioventù. Eccovi i vostri abiti e il vostro anello: ve li restituisco per sempre.
Tutte le altre gioie, posso assicurarvelo, sono in ordine in camera vostra. Io uscii nuda dalla casa di mio padre, ed è giusto che vi ritorni nuda. Son pronta a fare tutto ciò che volete: ma spero che non vorrete farmi uscire di casa vostra senza camicia.
Voi non farete una cosa tanto indegna, e non permetterete che io, tornandomene a casa, mostri nudo il corpo, che ha creato i vostri figli. Non vogliate, per pietà, cacciarmi nella strada come un cane: pensate che per quanto indegnamente, io sono stata la moglie vostra.
In ricompensa della verginità che pur vi ho portato, e non mi è concesso riportar via, lasciatemi almeno la camicia che ho indosso; affinchè possa coprirne il corpo di colei, che fu vostra moglie: ed ora, signor mio, me ne vado, perchè non vi abbiate a seccare.»
«La camicia che hai indosso, rispose Gualtieri, lasciatela pure, e portala via con te.» E tosto uscì dalla stanza, perchè la pietà e la compassione gli impedivano quasi di parlare. Griselda lì stesso si spogliò, e in camicia, scalza e senza niente in capo, s’incamminò verso la casa di suo padre.
La gente la seguiva, con le lagrime agli occhi, lungo la via, e imprecava, andando, al destino. Ma essa non piangeva e non parlava. Il padre, che ne fu subito avvisato, malediva il giorno e l’ora in cui egli era venuto al mondo.
Il povero vecchio aveva sempre sospettato di questo matrimonio; e pensò sempre, fin da principio, che il marchese, soddisfatto il suo capriccio, avrebbe considerato la sconvenienza di essere sceso così in basso, e un bel giorno all’improvviso l’avrebbe mandata via.
Avendo sentito che la sua figliuola ritornava a casa in camicia, in fretta in fretta le andò incontro, portando seco la vecchia veste che essa aveva lasciato, e piangendo amaramente, cercava di coprirla, alla meglio, con quella; ma non potè mettergliela indosso: che era troppo mal ridotta pel molto tempo trascorso, dal giorno che Griselda era andata a nozze.
Questo fiore di vera pazienza, ritornata per qualche tempo col padre suo, in tal modo si diportò, che mai, nè in presenza d’altri nè sola, mostrò di sentirsi offesa; e non disse mai parola, non fece mai cenno, che ricordasse il suo antico stato.
E non c’è da meravigliarsene, poichè in mezzo alla nobiltà e alle ricchezze si mostrò sempre umilissima: ghiottonerie, raffinatezze, lusso, magnificenza, non seppe mai che cosa fossero. E fu sempre buona, paziente, modesta, rispettosa, e sempre sottoposta e obbediente al marito.
Tutti parlano di Giobbe e della sua pazienza, perchè i dotti scrivono degli uomini quello che vogliono; ma in realtà, per quanto ai dotti piacciano poco le donne, non c’è uomo che abbia la pazienza di una donna; ed è un caso proprio raro, trovare uno che abbia solo la metà della costanza femminile.
PARS SEXTA
Il conte di Pavia giungeva ormai da Bologna, e già si era sparsa da per tutto la notizia del suo arrivo: e tutti sapevano, anche, ch’egli portava con sè la nuova marchesa di Saluzzo, con una pompa così splendida, che nessuno aveva mai visto l’uguale in tutto l’occidente della Lombardia.
Gualtieri che aveva preparato tutto questo, e sapeva tutto, prima che arrivasse il Conte, mandò a chiamare la povera e semplice Griselda, che subito venne, ed umile e con volto sereno, senza alcun rancore nell’animo, s’inginocchiò davanti a lui, salutandolo rispettosamente e con bel garbo.
«Griselda, le disse egli, io voglio che la giovinetta che dovrà essere unita in matrimonio con me, domani sia ricevuta in casa mia più splendidamente che sia possibile: e desidero che ognuno, secondo il suo grado, sia trattato e servito come si deve, e in modo da restarne soddisfatto.
Certamente le donne che ho non mi bastano per mettere in ordine le stanze a modo mio; perciò vorrei che a tutto questo ci pensassi tu, che sai da molto tempo, come io voglio fatte le cose. Il tuo abbigliamento è brutto e poco conveniente, ma non vuol dir nulla, purchè tu faccia il tuo dovere.»
«Signore, rispose Griselda, io non solo sono contenta di fare cosa grata a voi, ma desidero di servirvi sempre con tutta la mia volontà, in quello che posso: e non mai, per nessuna ragione, cesserò di amarvi con tutta la sincerità e tutta la passione dell’anima mia.»
Ciò detto cominciò ad ornare la casa, a preparare le tavole, e rifare i letti, e con tutto l’impegno cercò di fare del suo meglio; raccomandandosi ai servi che per lo amore di Dio facessero presto, e senza perder tempo spazzassero e spolverassero. E lei stessa dandosi da fare più di tutti, mise in ordine le stanze e la sala.
Verso le nove il conte di Pavia, arrivato coi due ragazzi, scendeva con essi da cavallo, e tutti correvano a vedere il loro ricco e splendido abbigliamento: e dicevano che Gualtieri non l’aveva pensata male a cambiare moglie, giacchè il cambio non era cattivo.
Questa, secondo il giudizio di tutti, era più bella e più giovane di Griselda, e avrebbe messo al mondo dei figliuoli più belli e più cari a tutti per l’alto suo lignaggio. Anche il fratello che l’accompagnava era così bello che tutti lo guardavano con piacere, approvando la risoluzione di Gualtieri.
«O popolo irrequieto, incostante e sempre infido, scontento e volubile come una banderuola, sempre amante del torbido e del nuovo! Tu fai come la luna che cresce e cala: sempre largo di applausi che non valgono un soldo; il tuo giudizio è falso, la tua costanza non regge alla prova, ed è un gran pazzo chi si affida a te.»
Così dicevano alcuni assennati cittadini, guardando meravigliati la gente che correva di qua e di là, tutta contenta solamente all’idea di avere una nuova signora. Ma torniamo a dire di Griselda, e della sua pazienza.
Essa era tutta affaccendata a preparare per la festa, e senza punto vergognarsi delle sue povere vesti, che in qualche posto erano anche stracciate, corse insieme con gli altri alla porta, allegra e contenta, a salutare la marchesa; poi se ne ritornò alle sue faccende.
Con tutta serenità di animo riceveva gli ordini di Gualtieri, e con tanta sollecitudine li eseguiva, che non c’era mai nulla da ridire; e tutti si meravigliavano come mai potesse essere vestita tanto poveramente, mentre dimostrava un fare così nobile e tanta educazione; e non potevano fare a meno di lodare la sua virtù.
Griselda intanto non finiva mai di ammirare, con tutta la schiettezza dell’animo suo, la giovinetta e il fratello; e le lodi che ne faceva erano così sincere, che tutti le trovavano giuste. Finalmente, giunta l’ora di andare a tavola, Gualtieri fece chiamare Griselda, che era tutta affaccendata nel salotto.
E le disse, quasi motteggiando: «Griselda, che te ne pare di questa mia nuova moglie; è bella?» «È bellissima, signor mio, rispose: in fede mia io non ho mai visto un’altra più bella di lei. Dio possa farvi felici e contenti per tutta la vita.
Ma una cosa vorrei chiedervi e consigliarvi: non fate soffrire, coi tormenti che avete inflitto a me, anche questa giovinetta; essa è abituata più delicatamente, e forse non potrebbe sopportare la sventura, come una disgraziata cresciuta nella miseria.»
Gualtieri, conosciuta ormai la pazienza, la serenità, e la semplicità di Griselda, e convinto che per quanto egli faceva la poveretta, con la sua solita innocenza, obbediva senza ribellarsi, cominciò a sentire compassione di tanta femminile fermezza.
«Basta, Griselda mia, egli disse, lascia ogni dolore, e sii alfine ricompensata; tu mi hai dato prova che la tua fedeltà e la tua bontà, in qualunque condizione tu sia, sono quali nessun’altra donna ebbe mai; vedo bene, cara moglie, quanto è grande la tua costanza.» E stringendola fra le braccia, cominciò a baciarla.
Griselda, mezza trasecolata, non sentiva e non raccapezzava più nulla: le pareva come di destarsi, ad un tratto, da un lungo sonno; fin che a poco per volta, si scosse dal suo stupore. «Griselda, soggiunse Gualtieri, per quel Dio che morì per noi, ti giuro che tu sei la moglie mia; e che io non ne ho, e non ne ho mai avuta (salvi il Signore l’anima mia, se è vero) nessun’altra.
Questa che tu hai creduto mia moglie, è la tua figliuola; questo fanciullo è il mio vero erede, l’una e l’altro sono frutto del nostro amore: io li ho fatti allevare a Bologna, nascostamente. Riprendili con te, che non hai perduto nessun dei due.
Sappiano coloro che mi hanno accusato, che io non ho fatto questo a fine di male, o per crudeltà, ma solamente per conoscere la tua virtù: sappiano che io non ho fatto uccidere (Dio me ne liberi) i miei figliuoli, ma li ho tenuti nascosti, per poter conoscere il tuo carattere e la tua volontà.»
Griselda sentendo questo, venne meno dalla commozione e dalla gioia, indi riavutasi un poco, chiamò a sè i suoi figliuoli, e in gran pianto li abbracciava, e li baciava, con quella tenerezza che è propria di una madre, bagnando loro di amare lagrime, il volto e i capelli.
Oh scena veramente pietosa, vederla cadere priva di sensi, e sentire la sua voce sommessa! «Grazie, diceva al marito, grazie, signor mio: Iddio possa ricompensarvi di avermi lasciato i miei figliuoli; or non mi curo più di morire, poichè mi è ridonato il vostro affetto e il vostro amore. Nessuna morte mi fa paura.
Cari, teneri, bei figliuoli miei, la vostra povera mamma vi aveva creduti morti, divorati da rabbiosi cani o da qualche brutto animale; ma Dio misericordioso, e il vostro amoroso babbo, vi hanno lasciati a me.» E sì dicendo cadeva di nuovo in abbandono.
E abbracciando nel deliquio i suoi figliuoli, con tanta passione li stringeva, che ci volle del buono e del bello, per levarglieli dalle braccia. Quante anime pietose, in quel momento, dovettero piangere di compassione! quanti furono costretti a farsi forza, per poter rimanere vicino a Griselda!
Mentre Gualtieri cercava di calmarla e di farle dimenticare il suo dolore, essa si alzò tutta confusa; e in mezzo alla gioia e alle feste di tutti ritornò in sè. Fu allora una cosa, davvero, commovente, vedere i modi affettuosi di Gualtieri, e la felicità che dimostravano tutti e due, per essere ritornati insieme.
Le dame di corte le furono subito attorno, e la portarono in camera; e spogliatala dei suoi poveri panni, le misero indosso un vestito tutto d’oro che risplendeva come il sole. Indi con una corona di pietre preziose in testa, la condussero nella sala, dove tutti con grande onore l’ossequiarono.
Così finì in mezzo alla gioia questo pietoso giorno; e ognuno fece del suo meglio per passarlo più lietamente che fosse possibile, fin che le stelle cominciarono a brillare in cielo. Tutti trovarono questa festa più bella e più splendida, di quella con la quale era stato celebrato il matrimonio di Griselda.
Molti e molti anni felici passarono insieme Gualtieri e Griselda, sempre d’amore e d’accordo; e Gualtieri, maritata la figlia a uno de’ più ricchi e nobili signori d’Italia, prese con sè alla sua corte il vecchio Giannucole, perchè vi passasse tranquillo e contento il resto della sua vita.
Morto Gualtieri, gli successe il figlio, il quale regnò in mezzo alla pace e alla concordia; e fu fortunato nel suo matrimonio, anche senza sperimentare la pazienza di sua moglie. Oggi il mondo non è più quello di prima. Al quale proposito sentite che cosa dice l’autore della novella.
Questa novella non è raccontata per mostrare che le mogli dovrebbero avere la pazienza di Griselda, poichè non basterebbe tutta la loro volontà per riuscirvi: ma per far vedere che ciascuno, nella propria condizione, dovrebbe, come Griselda, saper sopportare fermamente la sventura. Solo per questo dettò il Petrarca, in alto stile, la sua novella.
Chè se Griselda ebbe tanta pazienza con un uomo, tanto più noi uomini dobbiamo sopportare in pace quello che ci viene da Dio. Il quale ha tutto il diritto di sperimentare ciò che ha creato; e non tenta, infatti, come dice S. Giacomo nella sua epistola, se non gli uomini ch’egli ha messo al mondo; e tutto il giorno, senza dubbio, ne mette alla prova qualcuno.
Egli ci affligge colle più grandi sventure, per abituarci alla sofferenza, e per farci, in qualche modo, migliori. Nè lo fa, certamente, per conoscere la volontà nostra; poichè la nostra debolezza gli è nota prima che noi veniamo al mondo. Giacchè adunque tutto egli fa pel nostro bene, viviamo per sopportare virtuosamente.
Ed ora, signori miei, un’altra parola e ho finito: sarebbe ben difficile, oggi, trovare in tutta una città due o tre donne che avessero la pazienza di Griselda; poichè l’oro del quale esse rilucono, è di così cattiva lega, che messo alla prova si spezzerebbe subito in due parti.
E giacchè è così, io, per amore della donna di Bath[1] (che Dio salvi lei e tutta la sua discendenza, poichè la sua morte sarebbe una gran perdita), vi dirò allegramente, e con tutta la mia vena, una canzone che vi metterà, se non m’inganno, di buon umore. Lasciamo, dunque, ogni argomento serio, e state a sentire la mia canzone, che incomincia così.
Griselda è morta, e con lei anche la sua pazienza: l’una e l’altra giacciono sepolte in Italia: perciò, lo dico a tutti, a nessun marito venga in mente di sperimentare la pazienza di sua moglie, nella speranza di trovarla una Griselda: chè certamente resterebbe deluso.
E voi, signore mogli, se siete davvero prudenti, non lasciate che l’umiltà vi inchiodi la lingua: e non fate che un letterato debba scrivere anche di voi una storia così meravigliosa, come quella della buona e paziente Griselda; altrimenti finirete in bocca a Chichevache[2].
Fate come l’eco, che ha sempre pronta la risposta: guardate di non essere vittime della vostra innocenza, e sappiate farvi valere con energia: questa lezione, imparatevela a mente pel bene vostro, giacchè potrà esservi utile.
Se la vostra condizione è tale da rendervi forti al pari di un cammello, difendetevi, e non sopportate offese. Se siete deboli per sostenere la battaglia, mostrate i denti come una tigre delle Indie: e strepitate, ve lo consiglio, come un buratto.
Non abbiate paura del marito, non vi lasciate imporre: anche s’egli sarà chiuso in un’armatura di ferro, la punta della vostra aspra parola gli passerà il petto e anche la testa. Lo volete mansueto come un agnello? Stringetelo nei nodi della gelosia.
Se siete belle, mostratevi in società, e fate sfoggio dei vostri abbigliamenti; chi è brutta, sia di manica larga, e cerchi di farsi delle amicizie. Non vi abbandoni mai il buon umore: lasciate che il marito si secchi, pianga, si arrabbi, e brontoli a piacer suo.
NOVELLA
DEL
MERCANTE D’INDULGENZE
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PROLOGO
Il nostro oste si mise a gridare come un matto: «Capperi! Per i chiodi della croce, e pel sangue del nostro Signore, che razza d’imbroglione era quel giudice! Potessero morire arrabbiati i giudici come quello, insieme con tutti i loro avvocati! Insomma quella povera innocente fu ammazzata[1]! La pagò salata la sua bellezza. Ma non lo dico sempre io? I doni del caso e della natura tutti i giorni costano la vita a qualcheduno. Fu proprio la sua bellezza che l’ammazzò, non c’è che dire. Poverina! Che brutta fine fece! S’ha un bel dire: quei doni che dicevo dianzi, sono più un male che un bene.
Padron mio carissimo, la tua è stata davvero una pietosa storia. Basta, non c’è che fare: tiriamo avanti. Dunque, caro dottore, io prego Dio che ti conservi la salute, e protegga, insieme col tuo Ippocrate e il tuo Galeno, anche le tue boccette d’orina e i tuoi barattoli. Prego Dio e Maria Vergine che s’abbiano in gloria tutte le tue scatole di pillole. La mia osteria faccia affari d’oro, quant’è vero che tu sei una persona proprio come si deve, e alla pari di un prelato, per S. Roniano[2].
Dico bene! Compatiscimi, sono un povero oste, e parlo come so: volevo dire, insomma, che la tua novella mi ha fatto proprio male. Mi sento un non so che qui al cuore. Corpus Domini, se non ci rimedio con un buon bicchiere di birra, e se qualcuno non racconta subito una novella un po’ più allegra, va a finire che mi viene il crepacuore per quella povera ragazza. Mio bel amy, mercante di indulgenze, questa volta tocca a te. Da bravo: raccontaci qualche barzelletta che ci metta un po’ di allegria.»
«Subito, per S. Roniano. Ma prima permettetemi di bere, a questa birreria, un bicchiere di birra e di mandar giù un boccone di schiacciata.»
«Oh, intendiamoci, signor mercante: non vogliamo sentir sguaiataggini. Vogliamo un po’ di morale: una novella dalla quale si possa imparare qualche cosa. Allora sì che staremo tutt’orecchi.» «Va bene (rispose), vi contenterò: lasciatemici pensare mentre bevo.»
NOVELLA
DEL MERCANTE DI INDULGENZE
Signori (cominciò egli a dire), dovete sapere, prima di tutto, che io, quando predico in chiesa, cerco di farmi sentire più che posso, e la mia parola vibra piena e sonora, come una campana; perchè oramai quello che dico lo so tutto a memoria. L’argomento delle mie prediche è, ed è sempre stato, questo qui: radix malorum est cupiditas.
Appena salito il pulpito, comincio col dire ai miei fedeli da qual luogo vengo: poi faccio vedere che ho tutte le mie carte in regola, e che la mia patente porta il bollo del nostro augusto sovrano. Lo faccio, s’intende, per salvarmi le spalle, caso mai qualche chierico si credesse di potermi disturbare nella sacra funzione di Cristo. Quindi vuoto il sacco delle mie solite storielle. Tiro fuori bolle di papi, di cardinali, di patriarchi e di vescovi, borbottando ogni tanto qualche parola in latino, perchè la mia predica sia più saporita, e induca più facilmente gli uomini alla devozione. Poi metto fuori i miei scatoloni di vetro pieni di stracci e d’ossa, che passano per reliquie. Prendo in mano un mozzicone di metallo a forma di scapola, e battezzandolo per la spalla di una pecora che appartenne ad un giudeo divenuto santo, comincio a dire: «Buona gente, fate attenzione alle mie parole. Vedete quest’osso? Chiunque di voi ha una vacca, un vitello, una pecora, un bue, con la pancia gonfia per aver mangiato, nell’erba, qualche verme velenoso o per esserne stato morso, basta che tuffi quest’osso in una fonte e lavi la lingua alla sua bestia con un po’ di quell’acqua, e la bestia è bell’e guarita. Ma questo è poco: qualunque persona beverà a quella fonte, guarirà subito del vaiolo, della tigna, e di ogni altra malattia. State bene attenti, che non è mica finito!
Se chi ha del bestiame, tutte le settimane prima che il gallo faccia chicchirichì beve, a digiuno, un sorso di quell’acqua miracolosa, in capo all’anno avrà le stalle piene ed i granai zeppi. E queste non sono frottole: fu quel santo giudeo che l’insegnò ai nostri nonni. Finalmente, signori, quell’acqua ha un’altra virtù: è un rimedio contro la gelosia. L’uomo per natura più pazzamente geloso bevendo di quell’acqua non avrà mai alcun sospetto della moglie, quand’anche sia sicuro che lei quel difettaccio ce l’ha. Lascerà che essa bazzichi magari due o tre fratacchiotti, senza farci nemmeno caso.
Però vi debbo avvertire di una cosa: se per caso qui fra voi c’è qualcuno che ha sulla coscienza uno di quei peccatacci che la vergogna impedisce di confessare; se fra quante siete qui giovini e vecchie c’è qualche cattiva moglie che ha fatto al marito ... quel brutto scherzo, se ne può andare. Poichè a gente come quella io non permetto di venire qua a fare offerte alle mie reliquie. Chi ha la coscienza tranquilla si faccia pure avanti, e venga su ad offrire nel nome di Dio, che lo assolverò di tutti i suoi peccati, con quella facoltà che mi è concessa dalle carte che dianzi vi ho mostrato.»
Con questo gioco, da che faccio il mercante d’indulgenze, mi sono sempre guadagnato cento marchi all’anno. Me ne sto bravamente nel mio pulpito come un chierico, e quando vedo che la folla ha preso posto, faccio la mia predica in quel modo che vi ho detto, infilzando almeno un altro centinaio di frottole. Mentre parlo allungo il collo più che posso fuori del pulpito, e accenno ora a questo ora a quello con la testa, dimenandola a destra e a sinistra come fanno i colombi quando tubano sul tetto del granaio. Le mie mani intanto volano per l’aria gesticolando, e la lingua non canzona. Credete a me, dev’essere proprio una bella scena vedermi almanaccare a quel modo! La mia predica non tratta che del maledetto peccato dell’avarizia, per indurre i fedeli ad essere liberali col prossimo, e prima di tutto con me. Poichè il mio scopo non è quello di salvare gli uomini dal pericolo, ma quello di far quattrini. Che cosa me ne importa a me, se quando sono morti l’animaccia loro se ne va al diavolo!
Certo le mie prediche hanno spesso un fine che non è troppo santo: alcune, per esempio, sono fatte per dare nel gusto alla gente, per lusingarla e approfittarne a forza d’ipocrisia; altre per vanagloria, ed altre in fine per odio. Poichè quando non posso vendicarmi con altre armi, di chi ha offeso me e i miei confratelli, adopero la lingua, e nelle mie prediche gli affibbio certe bottate che arrivano fino all’osso. State sicuri che non può sfuggire ad una pubblica diffamazione. Senza nominare alcuno io so toccare certi tasti, che tutti capiscono subito, di chi parlo. Così sono solito pagare chi ci dà noia; e santamente sputo il veleno che ho in corpo, senza compromettermi. Insomma, ve lo ripeto, le mie prediche sono tutte figlie della cupidigia, e perciò il mio tema è sempre quello: radix malorum est cupiditas.
Io predico come vedete, contro l’avidità, cioè contro il peccato che tutti i giorni commetto. Ma per quanto grande peccatore mi sia, posso distogliere gli altri dalla colpa, e farli pentire amaramente di averla commessa. S’intende che non ne ho nessun merito, perchè io non parlo che per cupidigia. Ma di questo, ormai, ne avrete abbastanza: andiamo avanti.
Dunque, dicevo, la mia predica finisce sempre con una filza di esempi, presi dalla storia dei tempi antichi. Perchè alla gente ignorante piace sentir raccontare cose successe Dio sa quando; e se le ripetono e le imparano a memoria con grande piacere. Ah! Credevate che io mi volessi condannare, proprio da me, alla miseria, mentre posso guadagnarmi da vivere onestamente insegnando agli altri? No, no, non mi è passato mai neppur per la contraccassa del cervello. Io predico, e domando qualche cosa qua e là dove vado, perchè per campare non ho voglia di adoperare le mani, e di mettermi a far canestri. Non vado mica attorno per nulla, come facevano gli Apostoli: vogliono essere quattrini, lana, cacio, e grano, anche dal più povero servo, e dalla vedova più miserabile di tutto il villaggio. Nè debbo sapere se i suoi figliuoli muoiono dalla fame. Dovunque vado voglio trovare del buon vino, e una donnetta che mi tenga allegro.
Ma veniamo alla conclusione, signori miei. Voi desiderate che vi racconti una novella? Ebbene, ora che ho mandato giù un bel bicchiere di birra, di quella forte, spero di raccontarvi un fatto, per Dio, che vi piacerà di certo. Appunto perchè io sono un uomo pieno di vizi, voglio raccontarvi una storia molto morale, che di solito ficco in tutte le mie prediche per fare più effetto. Ed ora state zitti, che comincio.
Una volta c’era nelle Fiandre una combriccola di giovinastri i quali passavano la vita in una continua baldoria, dandosi al gioco e alla crapula, e frequentando il bordello e la taverna, dove stavano dalla mattina alla sera a ballare al suono di arpe e di liuti, o a giocare ai dadi, o a gozzovigliare e a bere senza vedere mai il fondo. E in questo modo, abbandonati ad un turpe stravizio, sacrificavano maledettamente al diavolo, nel tempio del diavolo, tirando dei moccoli così grossi ed infernali che facevano paura. Straziavano, con le loro bestemmie, il corpo del nostro Signore benedetto, come se non lo avessero straziato abbastanza i giudei; e più uno le diceva grosse, più gli altri ridevano.
Ad un tratto venivano le ballerine, tutte ragazze ben fatte e dalla vita snella, e insieme con esse entravano cantanti con le loro arpe, ruffiane e venditori ambulanti di schiacciate. Tutta gente mandata dal diavolo ad accendere il fuoco della lussuria e a soffiarvi dentro, giacchè la lussuria è sempre compagna della crapula e del vino, come ci insegna anche la sacra scrittura.
Basti l’esempio di Loth, il quale, ubriaco fradicio, giacque inconsciamente con le due figliuole, commettendo un incesto.
Chiunque ha studiato bene la storia, sa che Erode, stando a banchetto, pieno di vino fino agli occhi, ordinò prima di alzarsi da tavola, che fosse ucciso Giovan Battista, il quale era innocentissimo.
Seneca ha ragione davvero quando dice che egli fra un uomo che ha perduto il cervello ed uno che è ubriaco non vede altra differenza che questa: che la pazzia, quando coglie un disgraziato, dura più a lungo della ubriachezza[3].
O maledetta gola, tu fosti la prima causa della nostra rovina, tu fosti l’origine della nostra dannazione, finchè Cristo ci riscattò col suo sangue. Guardate un po’, per farla corta, come ci costò salata la maledetta colpa di Adamo, per causa della quale tutto il mondo fu corrotto.
Il padre nostro Adamo fu cacciato insieme con sua moglie dal paradiso, e costretto a lavorare e a soffrire, proprio per la gola che lo vinse. Perchè fino al giorno in cui restò digiuno, egli rimase in paradiso; e ne fu cacciato, per andare in mezzo ai guai e alle pene, solo quando assaggiò il frutto proibito di quel tale albero. O ingordigia, non senza ragione gli uomini dovrebbero lamentarsi di te!
Se essi sapessero di quanti mali sono cagione l’intemperanza e la crapula, a tavola misurerebbero un po’ più l’appetito. Ma purtroppo il gozzo e il palato li spingono a girare da un capo all’altro del mondo, per terra, per mare, per aria, in cerca di un boccone ghiotto e di una bevanda squisita. E tu ne sai qualche cosa, o S. Paolo! Egli dice infatti: «Dio distruggerà il cibo del ventre e il ventre del cibo.» Ah! Fa proprio ribrezzo, in fede mia, il pensare che l’uomo beve, del bianco e del rosso, fino al punto da fare della gola uno strumento di turpe stravizio. Sentite che cosa dice l’Apostolo, piangendo: «Passeggiano molti su questa terra, come vi dicevo (e parlandone, ora mi viene da piangere), che sono nemici della croce di Cristo: fine dei quali è la morte, e Dio il ventre[4]». O ventre, o pancia, tu sei un fetido sacco pieno di sterco e di putridume. Da ogni tua parte non si sprigiona che un rumore schifoso. Quanta fatica e quanto denaro ci vuole per trovare il tuo fondo! Povero cuoco, quanto deve affaccendarsi a pestare, spremere, tritare, per ridurre e trasformare la sostanza che deve saziare il tuo ingordo appetito! A forza di colpi fa uscire il midollo dai duri ossi (poichè il cuoco non butta via nulla), e con quell’unto fa sì che il boccone sgusci dolcemente giù per la strozza. E per stuzzicarti sempre più l’appetito, bisogna che cacci nella salsa spezie, odori, e radici di ogni genere, che la rendono piccante. Ma chi va in cerca di tante leccornie, è lo stesso che sia morto, poichè vive nel vizio.
Il vino è un pericoloso eccitante, e l’ubriachezza è causa di molte colpe e di molte sciagure. O briacone, la tua faccia è stravolta, il tuo respiro è affannoso, sei un essere che fa schifo. Dal tuo naso, rosso come un peperone, ronfa un suono che par tu voglia dire: Sansone, Sansone. Mentre Dio sa se Sansone bevve mai una goccia di vino. Tu traballi, e cadi per terra come un maiale ferito. Non hai più la lingua per parlare, ed hai perduto il pudore, poichè l’ubriachezza è la sepoltura dell’intelletto e dell’onestà. Chi si fa schiavo del vino perde assolutamente il giudizio: perciò guardatevi tanto dal bianco quanto dal rosso, e più di tutti da quello bianco di Lepe[5] che si vende in Via del Pesce e in Chepe[6]. Perchè dovete sapere che la vite che produce questa qualità di vino spagnuolo, striscia piano piano accanto alle altre viti più vicine; e l’uva per causa di quel contatto fa un vino così generoso, che sale subito alla testa. Immaginatevi che bastano tre bicchieri, di quel vino, perchè un disgraziato il quale crede di tornare a casa sua in Chepe, a forza di viaggiare colla testa arrivi nella Spagna, e si trovi proprio nella città di Lepe invece che a Rochelle o a Bordeaux. E intanto dagli, col naso, a ronfare: Sansone, Sansone.
Ma, Signori, abbiate la compiacenza di ascoltarmi ancora un altro poco. Tutti gli atti più belli e gloriosi di cui si legge nel vecchio Testamento, come furono compiuti? Con l’aiuto di Dio onnipotente, furono compiuti per mezzo dell’astinenza e della preghiera. Leggete la Bibbia e ve lo imparerete.
Sapete voi come finì Attila il famoso conquistatore? Morì in modo vergognoso e turpe, soffocato da un travaso di sangue mentre era ubriaco. Un capitano, veramente, avrebbe dovuto essere più sobrio.
Guardate, soprattutto che cosa fu comandato a Lamuele[7]. Dico Lamuele, state attenti, non Samuele. Leggete la Bibbia, e vi troverete qualche cosa a proposito del dare a bere il vino ai giudici che devono amministrare la giustizia[8]. Ma basta oramai di questo, perchè ne ho parlato anche troppo.
Ora che vi ho detto dell’ingordigia, vi metterò in guardia contro il giuoco. Il giuoco è il vero padre della menzogna e dell’inganno; insegna il turpiloquio e a bestemmiare Cristo. Spinge all’omicidio, e fa perdere denari e tempo: senza contare, poi, che l’essere tenuto per un volgare giocatore è cosa riprovevole e disonorante. E quanto più uno è di elevata condizione, tanto più sciagurato diventa agli occhi di tutti. Un principe il quale ha il vizio del giuoco, perde, nell’opinione pubblica, il suo prestigio di regnante e di uomo politico.
Stilbone[9] il quale era una persona savia, mandato da Sparta, con onorevole incarico, ambasciatore a Corinto per trattare la pace, avendo trovato tutti i primi cittadini della città intenti a giocare turpemente, se ne ritornò subito a Sparta, e disse ai suoi concittadini: «Io non voglio macchiare il mio nome col disonore di farvi stringere alleanza con un popolo di volgari giocatori. Non sarà mai detto che voi, i quali avete un nome così glorioso e rispettato, per mia volontà e per opera mia siate alleati di una gente dedita al giuoco». Queste furono le parole di quel saggio filosofo.
Ricordatevi anche del re dei Parti, il quale, come racconta la storia, sapendo che il re Demetrio aveva avuto la passione del giuoco, gli mandò, per ischerno, in regalo un paio di dadi d’oro, mostrando di non fare alcun conto della gloria e del nome di lui. Le persone che stanno in alto dovrebbero trovare qualche modo più onesto di passare la giornata.
Ora vi dirò due parole di ciò che dicono i libri a proposito della bestemmia e dello spergiuro. La bestemmia è una cosa abbominevole, ma il falso giuramento è ancora peggio. Dio proibì assolutamente ogni spergiuro, e n’è testimone S. Matteo; ma in modo speciale ne parla Geremia, il quale dice: «Giura il vero, e non giurar mai il falso. Non giurare a caso, ma sempre pensatamente, poichè giurare per cosa da nulla è peccato».
Non dimenticate i sacri comandamenti di Dio nella prima comunione, e troverete, appunto, che il secondo è questo. «Non pronunziate il mio nome in vano». Vedete, egli proibisce più severamente tali spergiuri, dell’omicidio stesso e di tante altre colpe. E che questo sia proprio il secondo dei comandamenti di Dio, se ne può persuadere chiunque conosce gli altri. Vi dico poi, chiaro e tondo, che la vendetta del cielo colpisce, prima e poi, la casa di chi offende Dio le sue bestemmie. Eccoli i frutti del giuoco: «Pel sacro cuore di Dio, pei chiodi coi quali fu crocifisso, pel sangue di Cristo in Hailes[10], io ho fatto sette e tu cinque e tre. Se giuochi da imbroglione ti spacco il cuore con una pugnalata!» Questo è il frutto di chi passa la giornata con quei due pezzacci di osso: bestemmie, ira, menzogna, omicidio.
Dunque per amore di Cristo che morì per noi sulla croce, guardatevi tutti, grandi e piccoli, dalla bestemmia. Ma signori, è tempo ormai che io riprenda la mia novella.
Quei tre scapestrati, dei quali vi parlavo, un giorno, prima assai che le campane annunziassero l’alba, se ne stavano a bere in una taverna: quando ad un tratto, mentre erano seduti a tavola, sentirono un campanello nella strada, il quale annunziava il passaggio di un morto che veniva portato al cimitero. Uno di loro, allora disse al garzone: «Presto, va’ a domandare chi è il morto che passa. Sappici dire, per bene, il suo nome».
«Signore, rispose il ragazzo, non c’è bisogno che io vada a domandarlo: me l’hanno detto due ore prima che voi tre veniste qua. Il morto, per Dio, era un vostro antico compagno. È stato ucciso improvvisamente stanotte. Il disgraziato se ne stava seduto, mezzo ubriaco, su di una panca, quando un ladro, chiamato per soprannome “Morte” il quale uccide chiunque gli capita fra le mani, gli è saltato addosso all’improvviso con la sua lancia, e dopo avergli fatto il cuore in due pezzi, se ne è andato zitto e cheto. Quest’uomo tremendo ha ucciso, qui in paese, un centinaio di persone: credete pure, signor mio, che bisogna stare bene attenti di non capitargli davanti senza saperlo. State in guardia, che non l’aveste ad incontrare. Così, almeno, mi è stato detto dalla mia padrona».
«Per Maria santissima, soggiunse il padrone della taverna, il ragazzo non dice bugie: quest’anno, in un grosso villaggio a più di un miglio di qui, costui ha ucciso moglie, marito, il bambino, il servitore e il garzone. Credo che di casa stia laggiù. È prudenza stare in guardia e prevenirlo prima che ci abbia a fare qualche brutto scherzo.»
«Per le braccia di Dio, disse allora il giovinastro accattabrighe, ma è proprio un pericolo così grande incontrarsi con costui? Ebbene, io non ho paura, e lo anderò a cercare per la campagna, per la città, dovunque egli sia. Lo giuro sulle sacre ossa di Dio. Sentite, amici, soggiunse ai suoi compagni, noi tre siamo stati sempre d’accordo; diamoci ora la mano, e mettiamoci, da buoni fratelli, all’opera: vedrete che non tarderemo ad uccidere questo vigliacco che si fa chiamare “la Morte.” Sull’onore di Dio, lui che ha ucciso tanta gente, prima di notte cadrà morto.»
Dopo aver giurato, tutti e tre, di aiutarsi come fratelli e di non separarsi mai, vivi o morti, si alzarono per andarsene. E briachi e furibondi si avviarono verso il villaggio, del quale, poco prima, aveva parlato il padrone della bettola; e per via non fecero che lacerare il povero corpo di Cristo con orribili bestemmie. «Se possiamo agguantarlo non ci scapperà vivo dalle mani.»
Avevano fatto quasi mezzo miglio di strada, quando, mentre stavano per passare una siepe, s’imbatterono in un povero vecchio, il quale salutandoli garbatamente disse: «Dio vi accompagni, signori.»
Il più prepotente di quei tre soggettacci rispose: «Che? Brutto straccione, perchè sei tutto imbacuccato a cotesto modo, che ti si vede appena il viso? Com’è che non ti vergogni a vivere ancora, così vecchio come sei?»
«Egli è, rispose il vecchio guardandolo in faccia, che per quanto abbia girato tutto il mondo, perfino l’India, non posso trovare un cane, in nessun villaggio, il quale voglia cambiare la sua gioventù con la mia vecchiaia. E devo tenermela fin che piacerà a Dio, e finchè la Morte, ahimè, non mi venga a prendere! Così povero disgraziato, me ne vo girando pel mondo, e mattina e sera batto col mio bastone la terra, che è la porta la quale chiude mia madre, e dico:
—Madre mia, aprimi. Non vedi che ogni giorno mi consumo sempre di più e la carne se ne va col sangue e con la pelle? Ahimè, quando avranno pace le mie ossa? Madre mia, quanto volentieri cambierei con te la cassetta dei miei risparmi, così a lungo custodita nella mia camera, per quel panno che ti avvolge sotterra!—Ma lei non mi vuol far questa grazia, e la mia faccia si fa sempre più pallida e smunta.
Ma a voi, signori, non fa onore offendere in questo modo un povero vecchio, il quale non vi ha offeso nè con parole nè con atti. Ricordatevi di quello che dice la bibbia: “Davanti a un vecchio canuto alzatevi in piedi.” Perciò io vi consiglio a non voler fare del male a un povero vecchio quale sono io, come voi non vorreste fosse fatto a voi un giorno, se vi sarà dato di campare tanto.»
«No, vecchio straccione, rispose tosto l’altro giocatore; non sarà detto che tu la passi così liscia per S. Giovanni. Dianzi tu parlavi di quel vile traditore soprannominato “la Morte” che uccide in paese tutti gli amici nostri: ci scommetto che tu sei una sua spia. Di’ dunque, dove si trova, o per Dio e pel santissimo Sacramento tu ce la pagherai. Poichè certo tu sei d’accordo con lui, traditore ladro, nel dare la caccia a noi per ucciderci.»
«Se non desiderate che questo, signori miei, cioè di trovare “la Morte” rispose il vecchio, vi contento subito. Voltate per questa strada: l’uomo che voi cercate io l’ho lasciato, in fede mia, in quel bosco laggiù sotto un albero. Andate che ve lo troverete, e vedrete che non avrà paura di voi. Vedete quella quercia? È proprio là. Andate, e Dio il quale ci ha redenti dai nostri peccati, vi accompagni e vi faccia migliori.» Così disse il vecchio.
E tutti e tre quei manigoldi si misero a correre finchè giunsero alla quercia, ai piedi della quale trovarono circa otto staia di fiorini d’oro coniati splendidamente. Allora non si curarono più di andare in cerca di “Morte”; ma fu tale la loro gioia nel vedere tutte quelle belle monete luccicanti, che restarono atterriti davanti al prezioso tesoro. Il primo a parlare fu il più malvagio.
«Fratelli, disse, sentite quello che vi dico. È vero che mi piace scherzare e fare il chiasso, ma in fondo un po’ di testa ce l’ho anch’io. Con questo tesoro che ci ha dato la fortuna noi ce la potremo passare allegramente per tutta la vita, spendendo senza risparmio giacchè a noi questo danaro non ci costa nulla. Stamattina, per Iddio immortale, chi di noi avrebbe pensato a tanta fortuna? Per potercelo godere in pace, tutto quest’oro, bisognerebbe portarlo via di quì, in casa mia o in casa vostra, giacchè è nostro: ma come si fa a portarlo via di giorno? Se ci vedessero ci prenderebbero per ladri, e anche di quelli grossi, e il nostro tesoro finirebbe per mandarci alla forca. Però bisogna portarlo via di notte e con la più grande accortezza e precauzione. Io proporrei, quindi, che si tirasse alla paglia più corta,[11] per vedere chi di noi debba andare in fretta in città a comprare (senza dar nell’occhio alla gente) del pane e del vino per tutti. Gli altri due intanto resteranno a guardia del tesoro, e se colui che va in città si sbrigherà presto, giunta la sera porteremo via il tesoro, e lo nasconderemo, d’amore e d’accordo, dove crederemo meglio».
Così dicendo strinse egli stesso nel pugno tre fili di paglia, e fece tirare agli altri due per vedere su chi cadeva la sorte. Toccò al più piccolo, il quale andò subito in città. Appena si fu allontanato un poco, uno degli altri due rimasti a guardia del tesoro disse: «Senti, tu hai giurato di essermi fratello, perciò io ti voglio fare una proposta che sarà utile anche a te. Il nostro compagno se n’è andato, e ci ha lasciati qui con tutto quest’oro, che dovrebbe essere diviso in tre parti: se io avessi trovato il modo di dividerlo, invece, fra noi due soli, non ti pare che ti avrei reso un servizio proprio da amico?».
L’altro rispose: «Io non vedo come tu possa far questo. Poichè egli sa bene che l’oro l’abbiamo in consegna noi: quindi che cosa potremo fare? Come ce la caveremo?» «Mi posso fidare, soggiunse allora il primo malandrino? Se me lo prometti, ti dirò in poche parole quello che dovremo fare e che condurremo, senza dubbio, a buon fine». «Ti giuro sulla mia parola, rispose l’altro, che io non ti tradirò mai davvero».
«Or bene, riprese il primo, noi siamo in due: due hanno più forza di uno solo. Tu dunque sta attento appena egli si sarà messo a sedere in terra per mangiare: allora alzati in piedi, e vagli addosso come per fare uno scherzo, ch’io intanto lo colpirò con la mia spada ai fianchi. Tu poi, fingendo sempre di scherzare, tienlo fermo a terra, e cerca di colpirlo anche tu con la spada, e vedrai, mio caro amico, che tutto quest’oro ce lo divideremo fra noi due. Allora sì che potremo godercela davvero, e levarci la voglia di giuocare ai dadi.» Così i due malandrini si misero d’accordo per uccidere il loro compagno.
Il più giovane, intanto, il quale si era recato in città, per la strada non faceva che pensare alla bellezza di tutti quei fiorini nuovi di zecca e luccicanti, e fra sè pensava: «Dio, se potessi diventar padrone io solo di tutto quell’oro, non ci sarebbe al mondo persona più felice di me!» E andò a finire che il diavolo, nemico e tentatore del genere umano, gli mise in testa di comprare del veleno per avvelenare gli altri due. Il diavolo il quale non desiderava che che questo, colse subito l’occasione favorevole, vedendolo così ben disposto, per condurlo alla sventura. Ed infatti lo sciagurato decise risolutamente di uccidere i suoi compagni, senza pietà.
Quindi, senza por tempo in mezzo, giunse in città, e recatosi da uno speziale, lo pregò di volergli vendere del veleno, per uccidere certi topi che lo molestavano in casa, e una faina che gli aveva ucciso i capponi in una sua cascina. Così, se gli riuscisse, avrebbe la soddisfazione di vendicarsi di quegli animalacci distruggendoli in una notte.
Lo speziale gli rispose: «Lascia fare a me: ti darò una certa cosa io, che (Dio mi salvi l’anima se è vero) chiunque ne assaggi solo quanto un chicco di grano, muore in pochi minuti. Il mio specifico è così potente ed efficace, che farà più presto chi ne ha mangiato a andare all’altro mondo, che tu a fare nemmeno un miglio di strada.»
Quello sciagurato prese il veleno, chiuso dentro una scatola, e corse nella strada vicina da un tale a farsi prestare tre grosse bottiglie. In due vi mise dentro il vino avvelenato, la terza la lasciò vuota per metterci da bere per sè, poichè prevedeva che nella notte avrebbe avuto un gran da fare a portar via di là tutto quell’oro. Sistemate per bene le tre bottiglie, lo sciagurato furfante tornò dai suoi amici.
Ma perchè farla ancora più lunga? I due che erano rimasti a guardare il tesoro ed avevano deciso la morte del compagno, lo uccisero senz’altro; e poichè l’ebbero morto uno di loro disse: «Ora mettiamoci a sedere e beviamo allegramente, poi penseremo a seppellire il cadavere.» E presa per caso una delle due bottiglie di vino col veleno, trincò e fece trincare anche all’altro, e poco dopo morirono tutti e due avvelenati.
Sbaglierò, ma io credo fermamente che Avicenna in nessuna parte del suo «Canone» abbia mai descritto sintomi di avvelenamento più tremendi di quelli che ebbero quei disgraziati prima di morire. Così, dunque, morirono i due omicidi e il traditore che voleva avvelenarli.
O scelleraggine delle scelleraggini! O traditori omicidi! O malvagità umana! O avidità dell’oro, libidine del piacere, vizio del giuoco! O tu che offendi Dio con orribili bestemmie e prepotente orgoglio! O uomini sciagurati, come avviene che voi siate così malvagi e villani col vostro creatore, con Colui che vi ha fatti, e riscattati col suo sangue?
Ora, miei buoni amici, Dio vi perdoni le vostre colpe, e vi guardi dal peccato della cupidigia. Il mio santo perdono è qua per liberarvi tutti dai peccati vostri, purchè, s’intende, vogliate offrire qualche cosa: nobili[12], sterline, fermagli d’argento, cucchiai, anelli, tutto è buono. Ecco qua una Bolla santa, chinate la testa peccatori! Avanti, donne, offrite un po’ di lana, ed io segnerò subito il nome vostro qui nel mio registro per mandarvi a godere la beatitudine del cielo. Quanti verranno qua ad offrire, io li assolverò con la mia alta potenza, e se ne potranno tornare a casa con l’anima candida come quando vennero al mondo. Eccovi, signori miei, la mia predica. Ora Gesù Cristo che è il medico dell’anima nostra, possa concedervi di ricevere il suo perdono, poichè, ve le dico senza inganni, questa è la miglior cosa del mondo.
A proposito, signori, la mia novella mi faceva dimenticare una cosa. Io ho qui nella mia sacca una provvista di reliquie e indulgenze, consegnatemi dal Papa stesso, preziose come solo in Inghilterra si potrebbero trovare. Se c’è qualcuno di voi, il quale vuole offrire devotamente qualche cosa per avere la mia assoluzione, venga qua, s’inginocchi e riceverà la santa remissione dei peccati. O piuttosto se vi pare meglio, strada facendo rinnovate tutti il perdono ad ogni paese che ci lasciamo indietro. Così si rinnoverà anche l’offerta: nobili e monete fanno sempre comodo. Del resto è una bella fortuna per voi avere qui a vostra disposizione un mercante d’indulgenze, il quale vi può assolvere dai vostri peccati, per ogni caso che vi dovesse succedere mentre cavalcate per la campagna. Qualcuno di voi, per esempio potrebbe cascare da cavallo e rompersi il collo. Vedete dunque che per la vostra tranquillità è una vera fortuna che io sia capitato qui con voi, giacchè tutti, ricchi e poveri, io vi posso assolvere nel momento in cui l’anima vostra volerà via dal corpo. Io consiglio il nostro oste ad esser lui il primo a prendere l’assoluzione, come quegli che ha sulla coscienza più peccati di tutti gli altri. Qua, dunque, mio caro signor oste, tu sarai il primo ad offrire qualche cosa, ed io per soli quattro soldi ti farò baciare tutte le mie reliquie. Coraggio, apri la borsa.
«Io? No, no, lascia pure che Cristo mi maledica (rispose l’oste): magari fossi sicuro dei miei interessi, come sono sicuro che non mi coglierà la maledizione! Mi vorresti proprio far baciare le tue brache vecchie, spacciandole per reliquie di un santo mentre portano ancora, bella tonda, l’impronta del tuo c...? Per la croce trovata da S. Elisabetta, altro che reliquie e santuari: vorrei avere nelle mie mani i tuoi c.......i! Tagliateli, che ti aiuterò a portarli via, e li faremo conservare come reliquie nello sterco di maiale.»
Il povero mercante d’indulgenze non fiatò nemmeno. Rimase così male, che non rispose mezza parola. L’oste accortosene disse: «Quand’è così, con te, e con chiunque prende il cappello come te, io non ci scherzo più.»
Allora il nostro bravo cavaliere vedendo che tutti ridevano disse: «Via, via, basta signor mercante, noi non vogliamo musi lunghi. Venite qua, mio carissimo oste, ve ne prego, date un bacio al mercante d’indulgenze e fatela finita. Qua, signor mercante, fate la pace, e torniamo a ridere e a scherzare come prima.» Si baciarono e la brigata riprese allegramente il suo cammino.