XVI.
Mentre Giulietto era in marcia per Salò, la Mary si trovava in viaggio per Milano. Le due signore avevano potuto rimaner sole nello scompartimento, e Donna Lucrezia, dopo uno sternuto formidabile, (si era raffreddata a pranzar fuori, sul terrazzo) avea finito coll'addormentarsi, e così lasciava libera la nipote nel suo raccoglimento.
La Mary, appoggiato il capo presso il finestrino, fissava cogli occhi intenti la campagna, che sembrava più vasta nella notte chiarissima, e che per la grande velocità del treno pareva correre dinanzi il suo sguardo con apparizioni svariate e fantastiche... ma il pensiero e il cuore erano lontani.... Erano in marcia verso Salò. Anche la fanciulla sospirava il giorno in cui la guerra sarebbe stata finita, e lo immaginava come un sogno di beatitudine e d'amore. Pur troppo anche alla sua fantasia si affacciò involontariamente un'idea paurosa; fu un momento di angoscia crudele; si sentì diacciare il cuore e pensò che—se mai—si sarebbe fatta suora, suora di carità... per il poco tempo che gli avrebbe potuto sopravvivere.
A Milano, in que' giorni, era sempre mesta, inquieta; aveva sovente gli occhi rossi e faceva disperare la buona Filomena perchè aveva perduto l'appetito, e andar sulle furie Donna Lucrezia perchè non si vestiva più bene, perchè non voleva più uscire a far visite, nè veder gente.
—Nessuno più di me—brontolava la vedova—è al caso di comprendere e compatire le pene del cuor; ma, santi Numi, ci vuol coraggio... e distrazion!
Invece la Mary di distrazione non ne volea sapere, e il coraggio le veniva meno ogni giorno. Tutti i timori, tutte le angosce di que' momenti terribili avevano un'eco dolorosa nell'anima sua. Aspettava una lettera che le era stata promessa, e tutta la sua vita era lì, nell'attesa di quella lettera, che non arrivava mai!
E lo zio Francesco?... Anche dello zio non si avevano notizie, e questa era un'altra grande inquietudine.
La mattina, prestissimo, la Mary usciva colla Filomena per ascoltare la prima messa nella piccola chiesetta di Sant'Andrea e pregava lungamente inginocchiata presso l'altare della Vergine, col capo chino e il viso nascosto nell'uffiziuolo. Pregava, perchè arrivassero le notizie tanto desiderate, e perchè Giulio ritornasse, e ritornasse presto, insieme collo zio. Pregava, e quando rialzava gli occhi dal libro erano gonfi di lacrime.
La Filomena non poteva reggere a stare tanto tempo inginocchiata, e però rimaneva seduta presso la Mary, e diceva anche lei le orazioni facendo scorrere fra le dita tremolanti una lunga corona di cocco.
La vecchiarella, che continuava a servire la Balladoro colla promessa della pensione appena la padrona si fosse accomodata con un'altra serva che dovea aver tutti i numeri, ma che non si trovava mai, adesso zoppicava con tutt'e due le gambe. Più assecchita, pareva ancora più piccola; ma aveva sempre i bei riccioli bianchi attorno alla faccetta vispa e buona. Anche la Filomena pregava per il signor Francesco, per quella lettera benedetta, e pregava per il signor Giulio, sospirando nel guardare con tenerezza la figura elegante della fanciulla che le stava inginocchiata dinanzi. Tutte le pene e i dolori della padroncina erano pur sentiti dalla Filomena, che piangeva e temeva e sperava con essa.
Colle sue premure umili, ma insistenti, non la perdeva d'occhio un minuto, e tutto il giorno era un continuo andar su e giù della vecchiarella dalla cucina alla camera della Mary. La confortava co' suoi presentimenti sempre lieti, e con certi ragionamenti che, se non avevano un gran valore, pure ottenevano sempre un buon effetto; e quando poi le parlava della sua povera mamma, di quella santa della signora Lucia "ch'era in Paradiso di sicuro e che doveva assistere i suoi figliuoli" allora negli occhi della Mary appariva un sorriso fra le lacrime, sorriso che veniva colto a volo dalla Filomena, per far mangiare alla padroncina qualcosetta di sostanzioso.
Ma presto nemmeno la Filomena non seppe più come darle animo. La battaglia di Custoza, che dissipò tante balde speranze, aveva messo la fanciulla in uno stato di continuo sbalordimento. Pallida, smunta, non parlava più, non piangeva nemmeno più. Guardava in viso la zia, la Filomena, cogli occhi smarriti che esprimevano una domanda angosciosa, ma alla quale nessuno poteva rispondere, perchè mancavano affatto le notizie dal campo Garibaldino.
—Povareta mi!... La perde tutti i sentimenti!—esclamava donna Lucrezia.
—Seguitando così, muore sfinita—sospirava la Filomena.
E davvero la povera ragazza non avrebbe potuto continuare ancora per molto tempo in quello stato; ma per fortuna la lettera tanto attesa arrivò finalmente a rimetterla in vita, e a ridarle un po' di speranza.
Giulio Barbarò aveva scritto a Milano, dal Ponte del Caffaro fino dal ventisette giugno; ma la lettera non era arrivata in via della Spiga prima del due di luglio.
La Mary, appena l'ebbe fra le mani, andò subito a rinchiudersi nella sua camera per quanto la zia le fosse corsa dietro e picchiasse all'uscio gridando che anch'essa era tuta in convulsion e che voleva saper qualcosa. Tuttavia non aspettò molto. L'altra uscì quasi subito, ancora colla lettera spiegata in mano, ma affannata e piangente.
—Santi Numi, una disgrazia?...
—S'è... s'è.... s'è battuto!
—È rimasto ferito?
—No... no....
—E allora consoliamoci senza tanti spasimi, creatura benedetta!
—Ma zia... pensa che.. poteva...—e la fanciulla si buttò sul canapè, e proruppe in un pianto dirotto.
—Bisogna compatirla—mormorò la Filomena ch'era venuta anche lei per sentire, portando un bicchiere d'acqua alla Mary:—sono scosse che fanno perdere la testa a una povera ragazza. Beva, beva un sorso d'acqua!... Vuole che ci metta anche un dito di caffè?
La Mary fece segno di no, col capo, poi andò a sedersi presso la finestra, e balbettando e singhiozzando cercò un brano della lettera che voleva leggere.
Le due donne aspettavano in piedi, con grande ansietà.
—Andiamo... comincia dal principio!
Ma invece la Mary ostinata, cominciò a leggere in fondo della prima pagina:
—"...ie... ieri... fi... finalmente."
—Santa pazienza!... Guarda, Filomena, dove ho messo gli occhiali! Leggeremo insieme o non si va più avanti!...
—..."ieri finalmente—ricominciò la giovane con voce più sicura—abbiamo avuto il primo scontro a Ponte del Caffaro...."
—Dov'è?... Dov'è questo Ponte del Caffaro?
—Sarà in Tirolo—osservò la Filomena.
—Grazie tante, siora mammalucca!
—..."eravamo in pochi: la mia compagnia e quella del capitano Egisto Bezzi, che si è battuto come un leone...."
—L'ho conosciuto questo Egisto Bezzi; sicuro, sicuro. Non ti ricordi, Mary, a Desenzano? Un bel pezzo d'omo?
—..."fummo assaliti inaspettatamente, ma quantunque i nemici fossero al doppio di numero e molto meglio armati di noi, con certe carabine che non sbagliavano d'un punto, dopo una lotta accanita, disperata, li abbiamo respinti.
—Bravi tosi; evviva l'Italia!
—"Ma—e qui la voce della Mary tornò a farsi tremante—ma pur troppo dobbiamo lamentare fra i nostri molti morti e feriti. Io poi ho perduto un compagno che mi era affezionato; un antico agente di mio padre; un bravo soldato che fino dal quarantotto aveva fatte tutte le campagne con Garibaldi...."
—Lo Sbornia—esclamò la Balladoro.—Oh povero Sbornia!... Chi sa, chi sa, il signor Pompeo! ne sarà disperato!
La Mary alzò gli occhi, guardando la zia come per interrogarla. Essa non si rammentava d'averlo conosciuto questo agente del Barbarò.
—Da parecchio tempo non si vedeva quasi più col signor Pompeo, ma una volta era il suo factotum.... Tira via....
—... "Egli è morto, si può dire, fra le mie braccia. Durante il combattimento, il Micotti...."
—Bravo; il suo nome era appunto Micotti, ma tutti lo chiamavano Sbornia per... per antonomasia, come dice quel cane d'un... del.... Tira via, tira via!
—"Durante il combattimento, il Micotti era rimasto ferito a un piede da una palla morta. Ci tenevamo tutt'e due per riparo, inginocchiati dietro il grosso tronco di un albero; anche ferito egli non aveva detto una parola; aveva continuato a far fuoco, e per ciò, non m'ero accorto di nulla. Ma poi, quando i nemici cominciarono a ritirarsi ed io mi alzai, volendo raggiungere i compagni, egli allungò il braccio, e traballando mi afferrò con una mano.—Sei ferito?—gli chiesi subito notando il suo pallore.—Non è niente—mi rispose sforzandosi per camminare. Allora cercai di aiutarlo e di reggerlo quanto più potevo, e lo condussi passo passo, verso l'ambulanza. Eravamo soli (i nostri compagni ci avevano preceduti perchè era stato sonato a raccolta) eravamo soli in fondo a una valletta angusta, chiusa fra le rocce, e che dovevamo attraversare. A un tratto, in alto, su per que' dirupi, scorgo appena due Jägere il luccicare delle carabine, e quasi nello stesso tempo sento il fischio di una palla passarmi vicino all'orecchio; sento echeggiare nella valle il fragore delle fucilate, e il mio compagno che stramazza mormorando:—Buona notte!—Mi chinai per soccorrerlo; era morente. Una palla lo aveva colpito giusto in mezzo al petto.—Rialzai subito il capo, aguzzai l'occhio: gli Jäger si allontanavano, arrampicandosi come camosci. Presi di mira il più vicino, feci fuoco, ma che!... i nostri fucilacci sbagliano anche le montagne!... Guardai di nuovo: gli Jäger si arrampicavano ancora tutt'e due... e a un tratto sparirono per quelle gole...."
—Misericordia!... Un filo; proprio per un filo!—esclamò la Balladoro, mentre la Filomena, senza poter parlare, con le lacrime che le gocciolavano dagli occhi, tremante, avvicinava il bicchier d'acqua alla Mary, che vi bagnò appena le labbra, poi di colpo, corse via esclamando:—E lo zio Francesco?... Lo zio Francesco?!—e andò in camera nuovamente, e vi si richiuse.
—Dio, Dio, Dio, che angosce!—gemette allora Donna Lucrezia buttandosi sulla sedia, dov'era prima la nipote.—Senti il polso. Filomena!... Scommetto, non ho più sangue.... Dammi quell'acqua... no, aspetta... con una goccia di vermut.... Io già sono così; mi sforzo, per far coraggio a quella creatura; mi sforzo, mi sforzo, mi sforzo e poi non posso più reggere e soffro l'impossibile!... Dio, Dio, Dio, per un filo; proprio per un filo!...
Alcuni giorni appresso arrivava a Milano un'altra lettera di Giulio; ma diretta a suo padre, il quale dopo la battaglia di Custoza era scappato da Brescia. Questa seconda lettera conteneva pure una brutta notizia: Francesco Alamanni era stato ferito e fatto prigioniero. E Giulio pregava il babbo, se avesse creduto opportuno di comunicare la cattiva nuova alla signorina Mary, di farlo con molto garbo, preparandola a poco a poco, perchè non le cagionasse troppo dolore.
—Be'... be'!... Questa seccatura è per Donna Lucrezia. Quattro parolette, quattro smorfiette, e tutto è presto passato!
E Pompeo Barbarò, che alla notizia della morte dello Sbornia aveva esclamato colla signora Veronica "una bocca inutile di meno!" pensò adesso, in cuor suo, che se Francesco Alamanni non fosse più ritornato da quella guerra, non sarebbe stata una grave disgrazia.
—Ma invece—borbottava—pareva proprio che anche la mitraglia avesse rispetto per gli spiantati.... Anche quel Florindo del capitano Martinengo s'era trovato a Custoza, e l'avea passata liscia senza rimetterci nemmeno un pelo dei mustacchi!... Saranno state le orazioni della marchesa—continuava facendosi verde—che gli avran portato fortuna. Come sono ipocrate le donne!... Ficcano Domeneddio anche a fare il terzo coi loro amanti!...