I.

Francesco Alamanni conservava ancora nella sua maschia natura di cospiratore e di soldato le idealità e i poetici entusiasmi dei vecchi romantici del quarantotto. Buono come chi è veramente forte, indulgente come chi è profondamente onesto, era ottimista fino a parere ingenuo. Per le molteplici vicende della sua vita avventurosa, trascorsa fra le cospirazioni, il carcere, l'esilio e le battaglie, non avea avuto tempo nè agio per imparare a conoscer uomini, specialmente gli uomini moderni, e per acquistare la pratica, la vera pratica, delle cose. A sessant'anni, colla bella persona alta e asciutta, col viso in cui spirava la serenità dolce dei forti, e la lunga barba, d'un biondo reso chiarissimo dalla canizie, pareva l'uomo di un'altra epoca; la figura di un eroe magnanimo, che si fosse staccata da un quadro storico dei tempi epici, e che dovesse trovarsi a disagio in mezzo al formicolìo basso e minuto della vita usuale. Quantunque parecchie volte fosse rimasto ingannato dai furbi e dai bricconi, pure l'ipocrisia e la malizia altrui non avevano giovato alla sua esperienza. Egli rimaneva sempre lo stesso; i dolori gli potevano spezzare forse, ma non mutare il cuore. E così era pure del suo carattere, tutto di un pezzo e di grana nitida e lucente, come una statua di marmo pario; così de' suoi sentimenti, così delle sue opinioni. Nulla poteva piegarsi, nè corrompersi in lui; e però se Francesco Alamanni era verso gli altri assai mite e indulgente, era severissimo con sè stesso; e se, come imponeva il dovere di vecchio cospiratore, sapea mostrarsi insensibile alle seduzioni della vita, e dominare e vincere i propri affetti e le proprie passioni, tuttavia, come un soldato, sentiva eccessivamente il punto d'onore.

Mentre si trovava ancora ferito, e gravemente, nello spedale d'Innsbruck, aveva già scritto a qualche suo amico di Milano (gente dell'altro mondo come lui) per avere informazioni intorno al signor Pompeo Barbarò. Queste gli erano state mandate assai contradittorie; ma tali, in ogni modo, da inquietarlo seriamente.

—E Donna Lucrezia,—pensava l'Alamanni fra sè, crollando il capo, dopo aver ricevute quelle notizie,—Donna Lucrezia che mi vantava tanto l'operosità e i talenti del signor Pompeo, e la bontà, il coraggio e il disinteresse del figliuolo?!... Bei talenti davvero!... È proprio senza testa, Donna Lucrezia, proprio senza testa!...—E le scrisse subito una lettera di fuoco, imponendole di allontanare i due giovani quanto più le fosse possibile, e di rimandare ogni risoluzione relativa al matrimonio della nipote, sino al giorno in cui egli avesse potuto recarsi a Milano.

Ma la ferita era assai grave, e fu lunghissima la cura e la convalescenza; l'Alamanni dovette aspettare parecchio tempo prima di potersi mettere in viaggio, e la Balladoro lasciava intanto che i due giovani continuassero a vedersi, brontolando che lo zio Francesco non aveva alcun diritto di mettersi a fare il sior Todero; che non si era mai dato alcun pensiero della Mary; e che bisognava esser matti, proprio matti da legare, a voler porre ostacoli a un'unione che era addirittura un.... un vero idillio, per l'amore sconfinato dei do tosi.... e per tutto il resto.

Ma se era lecito brontolare, quanto a concludere il matrimonio, non c'era verso; bisognava attendere l'arrivo dell'Alamanni. Questi capitò a Milano che non era ancora interamente rimesso in salute, e sulle prime cominciò a dubitare che le informazioni avute intorno a Pompeo Barbarò non fossero veritiere. In fatti i conoscenti, anche i più lontani, lo fermavano per istrada, congratulandosi e compiacendosi con lui per le voci che correvano intorno allo splendido partito che si offriva alla sua bella nipotina. Ma poi, appena ne parlò di proposito con qualche persona fidata, e venne in chiaro del famoso processo dei fornitori, non volle saperne di più; andò sulle furie contro Donna Lucrezia, la rimproverò, la strapazzò per aver messo in pericolo il buon nome della Mary e di tutta la famiglia, e le intimò di dichiarare al figlio di quel certo signor Barbetta di smettere ogni idea, ogni speranza, che avesse potuto concepire sul conto della signorina Alamanni. Alla Mary non parlò meno risolutamente: "Finchè sei minorenne" le disse "mi opporrò sempre a una simile unione; dopo potrai anche accettarla.... qualora ti senti l'animo di far morire tuo zio di dolore e di vergogna." Poi, infine, colla scusa che la sua salute aveva bisogno di rinfrancarsi in un clima più dolce, deliberò di recarsi a Nizza per i mesi d'autunno e d'inverno, e volle che la Mary lo accompagnasse.

—Mia nipote—pensava il brav'uomo—ha un paio d'anni da aspettare, prima di essere maggiorenne. E in un paio d'anni si può guarire anche di una ferita d'amore!

Ma lo zio Francesco in vita sua non aveva avuto altro amore che l'Italia, e però non era molto pratico di certe cose, e dovette avvedersene subito, nelle prime settimane che si trovava a Nizza, perchè mentre lui si rimetteva in salute, la nipote dimagrava e intristiva ogni giorno.

E appunto per lo stesso motivo, cioè per la sua ignoranza delle donne e dei misteri e dei bisogni del loro cuore egli, in quell'occasione, non aveva neppur saputo prendere la Mary per il suo verso; e quantunque le volesse molto bene, aveva finito col parere, e fors'anche coll'essere, un po' troppo severo, un po' troppo crudo, nella sua inflessibilità.

Da quel giorno in cui aveva dichiarato alla Mary di opporsi al suo matrimonio, l'Alamanni, sperando che la fanciulla in tal modo riuscisse più presto a dimenticare, non le aveva più detto una parola che potesse riferirsi al suo gran dolore, alle sue speranze distrutte.... Più nulla; come se Giulio Barbarò fosse morto o, peggio, come se non fosse mai esistito.—Non lo doveva più sposare; perchè ricordarlo, perchè parlarne ancora?...—Da quel suo silenzio medesimo, così fiero, così assoluto, essa doveva convincersi sempre più che ogni tentativo di nuovi accordi sarebbe stato respinto.

Ma Francesco Alamanni non sapeva intanto che, se lui ragionava colla testa, sua nipote, invece, ragionava col cuore, e per ciò essa doveva condursi a risoluzioni meno salde e a conclusioni assai diverse.

La Mary, prima ancora dell'arrivo a Milano dello zio Francesco, e precisamente all'epoca del Processo dei fornitori, aveva cominciato a non sentirsi più tanto sicura sul conto del vecchio Barbarò. L'ambiente del salotto, non più giallo, ma cremisi, colla tappezzeria nuova, rimaneva fedele e molto favorevole al signor Pompeo; ma la fanciulla era inquieta, impensierita, e spesso, dopo aver fatto animo al buon Giulietto, che si sfogava con lei lagnandosi delle calunnie infami che la malignità e l'invidia della gente mettevano in giro contro suo padre, si ritirava in un cantuccio, dove non potesse esser vista, e si scioglieva in lacrime, tutta sconsolata. Ma poi, dopo aver pianto lungamente, il suo cuore medesimo finiva ancora per rassicurarla: il figliuolo non doveva portare la pena delle colpe del padre. E questa massima umana e democratica essa aveva tentato pure, nel primo colloquio avuto collo zio, di farla accettare anche a lui; ma lo zio, pur troppo, non ne era rimasto persuaso.

—Sta bene,—aveva risposto alla ragazza,—sta benissimo, come tu dici, ma in regola generale. Nel caso presente il figliuolo fa il signore e si diverte coi danari rubati dal babbo, e se questo matrimonio dovesse mai succedere, tu, un'Alamanni, una mia nipote, andresti in casa Barbarò a.... a fare altrettanto!

La Mary, in sul primo, n'era rimasta scossa e atterrita; ma poi, ritornando a ragionare a modo suo, sempre col cuore, andava pensando che "il figliuolo" avrebbe potuto rinunciare ai danari del babbo, procurarsi un impiego, vivere del proprio lavoro, e allora.... allora anche lo zio Francesco non avrebbe avuto più niente da dire!

Ma c'era anche un altro ostacolo, e questo creato dalla Mary stessa, e che si opponeva alla sollecita effettuazione del suo disegno. Essa non avea voluto che fosse palesata a Giulio tutt'a un tratto, brutalmente, la vera cagione per cui lo zio Francesco era contrario al loro matrimonio.

—Chi sa—pensava spaventata—chi sa come il poveretto resterebbe colpito da una simile scoperta!—E per ciò volle facessero credere a Giulio Barbarò che lo zio rifiutava il suo consenso per antipatia personale, per divergenza d'opinioni politiche, perchè gli era parso che Giulio Barbarò fosse ancora troppo ragazzo, perchè voleva aspettare a maritar la nipote che fosse maggiorenne; in somma per una specie di capriccio: tutte scuse che non persuadevano Giulio, e che invece impedivano alla Mary di parlar chiaro.

Ma la verità non doveva tardar molto, in ogni modo, a venire a galla, e la fanciulla medesima lo sperava pur consigliando, per il momento, di nasconderla al povero giovane. Desiderava solo che il Giulio, indovinandola a poco a poco, avesse più forza di sopportarla, e di prendere quell'unico partito che rimaneva loro per essere ancora uniti e felici.... sì, felici. La buona Mary si sentiva capace di guarire, di lenire almeno, col suo grande amore, la ferita di Giulio, per quanto profonda e dolorosa!

E con questa speranza da cui solo traeva coraggio per reggere al doloroso distacco scrisse, di nascosto dello zio, una lunga lettera al suo innamorato, prima di partire da Milano; in essa gli diceva aperto "di sperar molto nell'avvenire," e lo assicurava che "se mai non avesse potuto essere sua moglie, non avrebbe sposato nessun altro e che, piuttosto, si sarebbe fatta monaca."

Ma nonostante questi conforti Giulio Barbarò rimaneva accasciato, come istupidito, sotto quel colpo terribile: non aveva la forza di reagire, di lottare, di difendersi; soffriva un gran dolore e un grande avvilimento; si sentiva il cuore rotto, spezzato, e non osava lamentarsi; aveva vergogna e insieme paura delle sue stesse lacrime.

I pietosi inganni della fanciulla non gli avevano giovato: la verità gli era subito apparsa, dinanzi agli occhi, inesorabile, spietata, rendendo vana ogni consolazione, distruggendo ogni speranza.

Donna Lucrezia aveva un bel protestare contro "quel mato che metteva la politica prima del cuor;" aveva un bel gridare il signor Pompeo che l'Alamanni, "ad onta della sua rep.... pubblica cercava pretesti e scuse per non imparentarsi col figlio del suo.... di chi, insomma, non discendeva dalla costola di Adamo." Giulio pallido, stralunato, li lasciava dire, ma pensava sempre alla risposta dello zio che la fanciulla gli aveva riferito a Desenzano: "egli non faceva caso nè della nascita nè delle ricchezze; voleva soltanto che il nome fosse di gente onorata." Dio, Dio! C'era dunque qualche cosa di vero nelle infamie ch'erano state messe in giro?... E l'infelice si chiudeva in casa, non voleva più veder nessuno; non osava interrogare suo padre, nè pretendere una risposta esplicita, nè chieder ragione all'Alamanni.... pensava di partire, di fuggire lontano, ma finiva sempre col non risolvere nulla e collo struggersi sempre più, chiamando la Mary fra le lacrime, disperandosi, invocando la morte.

In quanto poi al signor Pompeo, sebbene avesse indovinato il segreto travaglio del figliuolo, non era molto preoccupato. Gli consigliò, per distrarsi, di fare un viaggio di piacere, di andar a vedere Parigi e Londra. Il signor Pompeo sperava nel tempo; era intimamente persuaso che quel matrimonio, presto o tardi, si sarebbe combinato ugualmente; ma se poi, non per colpa sua, doveva proprio andare a monte, egli, tranquillo nella propria coscienza, e sicuro di aver fatto anche più di quanto avea promesso alla povera Betta, non se ne sarebbe troppo addolorato.

Adesso Pompeo Barbarò era in auge: dopo il prestito delle ottocento cinquanta mila lire offerto spontaneamente alla Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali, il Prefetto lo aveva proposto cavaliere e il Consiglio di Amministrazione, con a capo il marchese di Rho, gli aveva offerto un pranzo d'onore al Ristorante della Borsa. Suo figlio, dunque, non aveva più bisogno, per mettersi a posto in società, d'imparentarsi cogli Alamanni e di sposare una ragazza che non aveva un soldo di dote! Il posto gliel'aveva procurato lui... col sudore della fronte!

Chi un giorno doveva pentirsi di quello sproposito era il Signor rep... pubblicano: Francesco Alamanni!... Bel matto, davvero!... Ma lì sotto, in tutto il pasticcio delle informazioni e del rifiuto, vi doveva entrare anche lo zampino della marchesa Angelica.

—Ah Marchesa, Marchesa!... Bisogna stare in guardia!... Presso la Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali vi sono alcune cambialette colla firma vostra e del marito, e per quella via forse, chi sa, potrò avervi ancora fra le mani.... e vendicarmi!

—E... e Giulio?... Giulio che diventa ogni giorno più magro e sparuto?... Deve mettersi a viaggiare per distrarsi; non c'è altro rimedio!... Deve andare a veder Parigi e Londra!

Ma invece il povero ragazzo, ostinato a rodersi l'anima da solo e in silenzio, non volle muoversi da Milano e finì coll'ammalarsi. Poi, quando cominciò a lasciare il letto, non potè più resistere e scrisse un'ultima lettera alla Mary, facendole intendere, senza dirle nulla apertamente, tutte le pene e le angosce del proprio cuore; soggiungendo che era stanco della vita oziosa e disoccupata, e che avea pensato di procurarsi un impiego... che voleva avere uno stato indipendente... che voleva vivere del proprio lavoro.

Era insomma la risoluzione desiderata, sperata, sognata dalla fanciulla. Essa baciò e ribaciò la lettera cara: si sentì orgogliosa del suo Giulio, e lo amò in quel punto come tanto non lo aveva amato mai. No, no! Non si era ingannata nel giudicarlo; sapeva bene che il suo Giulio era buono, onesto, fiero; che avrebbe tutto sacrificato per lei; che non avrebbe esitato un momento dinanzi all'idea del dovere e dell'onore. Chi si era ingannato invece era stato lo zio Francesco; sì, sì, lo zio Francesco era stato ingiusto... era stato... sì, era stato cattivo, col suo Giulio; povero Giulio caro!... E così la lettera del giovanotto ebbe subito in risposta un'altra letterina della Mary che riuscì, se non a consolarlo, a calmarlo un poco, che gli ridonò un filo di speranza, che lo fece correre a Nizza, perchè anche la fanciulla gli scriveva di essere ammalata e che "lo voleva almeno vedere!..."

Lo zio Alamanni, come per lo più succede in simili casi, non ne avea saputo niente di questi nuovi disegni; soltanto cominciò in breve a tranquillarsi a proposito della Mary, vedendo che riprendeva a poco a poco i bei colori e che tornava a mostrarsi espansiva, colla sua solita allegrezza, piena di brio e di vivacità.

—Abbiamo vinto!... Abbiamo vinto!...—mormorava il buon vecchio fra se, pienamente soddisfatto.—Lo dicevo io che il tempo doveva risanare anche le ferite del cuore!

E tanto più l'Alamanni si compiaceva di questo ottimo esito avendo ricevuto da Milano, appunto in que' giorni, nuove rivelazioni importantissime e non meno edificanti delle altre sul conto "di quella buona lana del cavalier Barbetta!"

—Donna Lucrezia deve proprio aver perduta la testa—mormorava fra sè—per consigliare un simile matrimonio. È troppo di buona fede e troppo facile agli entusiasmi, quella benedetta donna!... si lascia commuovere dalle romanticherie sentimentali e intanto fa continui spropositi per eccesso di buon cuore!... Ma per fortuna sono capitato ancora in tempo.

E contentissimo della risoluzione presa, e soddisfatto assai per il contegno della Mary, una sera, appena ritornato a casa, dopo aver fatto con essa una piacevole passeggiata lungo la spiaggia, mentre la ragazza stava preparando il thè entrò, per la prima volta dopo tanto tempo, a parlare ancora di quel matrimonio, quasi coll'aria di voler ricambiare la sua docile arrendevolezza con altrettanta confidenza.

—Sai, Mary cara, devi proprio ringraziarmi di aver fatto la parte del tiranno, e puoi chiamarti ben fortunata di avermi dato retta.

—Perchè, zio?—domandò la ragazza cogli occhi scintillanti, in cui pareva ci fosse ancora un riflesso della deliziosa passeggiata fatta in riva al mare e al chiaror delle stelle.—Perchè, zio?—e gli offrì la tazza fumante del thè.

—Perchè quel cavalier Barbetta-Barbarò è più canaglia ancora di quanto si credeva. È proprio vero che teneva per suo conto un'Agenzia di prestiti in cui strozzava la gente!... Ma tutto ciò è ancora poco... è un niente in confronto del resto che ho saputo.... Sai come ha incominciato a mettere insieme i primi soldi?... Col far la spia!

—La spia?!—esclamò la fanciulla senza poter reprimere, in sul primo, un moto di ribrezzo e quasi di terrore. Ma poi si calmò prontamente, mormorando:—Non è possibile, zio mio, non è possibile!... Sono esagerazioni, non bisogna credere a tutte le ciarle.

In quel punto, dalla strada, e proprio sotto alle loro finestre, si udì lo strisciare del ferro di un bastone contro il marciapiede. La Mary arrossì leggermente, i suoi occhi scintillarono di nuovo, e cominciò a mostrarsi un po' nervosa e distratta.

—Eppure—continuò lo zio Francesco—quanto ti dico è la pura verità. Il signor cavaliere ha cominciato la propria carriera facendo la spia all'Austria. Per il momento ci mancano i particolari del fatto; ma c'è chi li sta raccogliendo e gli avremo in breve, e allora... allora faremo la festa a questo imbroglione che ci ha mandato a combattere in Tirolo con fucilacci rugginosi, da comparse! È ora di finirla; e di questo signor cavaliere, appena avrò in mano le prove, me ne incaricherò io stesso!

—Ah no, zio, te ne supplico!

—No?... Perchè no?—esclamò l'Alamanni fermandosi a mezzo dal sorbire il thè, colla tazza alzata in una mano, il piattino nell'altra, e fissando attentamente la ragazza.—Perchè no?

Ci fu un momento di silenzio; la Mary pareva confusa, impacciata.... Lo zio crollò il capo, vuotò la tazza d'un fiato, e la posò con un atto di stizza sul vassoio.

—Per Dio, non ci vogliono debolezze verso le canaglie; e ripeto e sostengo che me ne incaricherò io, io stesso, del signor cavaliere!

—No, no, zio mio, sii buono!... Te ne prego, sii buono!... Intanto vedrai... non sarà vero che abbia fatto la spia....

—È verissimo: lo abbiamo saputo da buona fonte!

—In tal caso... gli devi perdonare.—E la fanciulla lo guardava supplichevole, cogli occhi atterriti. Adesso non era più nervosa, nè distratta, quantunque lo stridore del bastone strisciante sul lastrico della strada, che si era un poco allontanato, ritornasse un'altra volta ad avvicinarsi, e a ripassare sotto le finestre.

—Perdonare?... Gli devo perdonare?!—domandò l'Alamanni maravigliato e crucciato insieme....—Perdonare?... A una spia?!

La casetta era posta in riva al mare, e il buon vecchio udiva solo il rumore monotono delle onde che si rompevano contro la scogliera. All'altro rumore, a quello del ferro del bastone, non ci aveva badato.

—A noi, in fine,—riprese la fanciulla balbettando nel cercare una scusa attendibile, e senza pensar bene a quanto stava per dire,—a noi, in fine, non ha fatto niente di male!

—Niente di male... a noi?... E sei tu, la Mary, che parli in tal modo?... Ma dove hai la testa, per ragionar così?... A che cosa pensi in questo momento? Appunto, s'egli avesse fatto del male soltanto a noi, direttamente, allora gli si potrebbe perdonare: ma invece no. È un dovere, un sacro, un imperioso dovere lo smascherare i falsi amici, i mercanti della patria. Noi abbiamo l'obbligo di bollare col ferro infocato questi vermiciattoli che fanno piaga e le infettano il sangue. Le canaglie come il Barbarò sono più dannose e pericolose degli stessi Tedeschi! Questi infine erano nemici aperti, dichiarati; volevano opprimere la patria, opponevano la forza della tirannide alle ribellioni della libertà; ma combattevano alla luce del sole, soldati contro soldati. Costoro invece, dopo averla tradita nell'ombra per arricchirsi, adesso sfrontatamente, sicuri dell'impunità che loro accorda la debolezza, la vigliaccheria e l'interesse altrui, vorrebbero fare della patria nostra il mercato delle loro cupidigie; il porto franco delle loro ladrerie!... Ma noi, gente onesta, noi, come abbiamo combattuto quegli altri, dobbiamo levarci a combattere i nuovi, i più esosi nemici: li dobbiamo combattere all'ultimo sangue, a viso aperto, a costo della nostra pace, dei nostri interessi, del nostro cuore, della nostra vita. Il Barbetta che faceva la spia, o il Barbarò che ci frodava, che ci tradiva durante la guerra è uno di costoro?... Ebbene, lui per il primo, alla berlina!... Alla berlina!...

—Ah no!—gridò la Mary con impeto, sempre più spaventata dalla collera e dalla terribile minaccia dello zio.—No, per carità; abbi compassione di me....

—Di te?!

—Di Giulio. Egli ne morrebbe!...

—E che importa?—rispose l'Alamanni fuori di sè.—Meglio così. Sarà dispersa, sarà distrutta la razza maledetta degli spioni!

—Ebbene—proruppe la fanciulla non più supplichevole nè tremante, ma pallida, risoluta, forte e fiera del suo amore—ebbene, fa ciò che vuoi, ma pensa che io pure sarò disonorata con Giulio, pensa che io pure morrò con lui!

—Tu?... Con lui?... Con Giulio Barbarò?—domandò l'Alamanni rimanendo come oppresso e atterrito.

—Sì,—rispose la Mary semplicemente; ma c'era tutto il sacrificio della sua vita, tutta la più ferma volontà del suo cuore in questa sola parola.

—Ma... ma non sai....

—So ch'egli non è colpevole delle colpe di suo padre, e non ne deve rispondere.

—Sì, ne deve rispondere perchè ne gode i frutti, ed è quasi come se ci tenesse mano!

—Egli ha sempre fatto il suo dovere: è stato soldato: s'è battuto; è un valoroso.... Adesso vuol procurarsi col suo lavoro uno stato indipendente, decoroso.... Quando ci sarà riuscito... ci sposeremo.

—Sposar... te?!

—Sì... e avrò diritto di andar superba del suo amore.

—Ma questi sono romanzi!—esclamò l'Alamanni soffocando la collera e il dolore per trovar modo di persuadere la ragazza.—Come vuoi che da un giorno all'altro possa procurarsi uno stato se non ha mai fatto nulla, se ha sempre vissuto col capo nel sacco?... Sono romanzi, ti ripeto; assurdità, stupidaggini! È Donna Lucrezia, colle sue fanfaluche, che ti riscalda la testa.

—No, la zia non c'entra. È stato Giulio che m'ha fatto questa promessa, e la manterrà.

—Giulio?... Quando?

—La prima volta che mi ha scritto, dopo di essere stato ammalato, e gravemente.

—Ma come?... Ti ha scritto ancora?

—Sempre, zio.

—Se credevo tutto finito fra voi due?

—No, zio.

—Dunque le tue promesse....

—Io ti ho obbedito, ma non ho promesso nulla. In casa del signor Pompeo non ci devo andare, nè ci andrò. Noi vivremo del nostro lavoro colla zia e con te... se vorrai.

Ci fu un altro po' di silenzio: poi l'Alamanni mormorò, crollando il capo e sospirando:

—Ed io, povero illuso, che ti credevo guarita....

—No, zio,—rispose la fanciulla sorridendo;—ammalata... peggio di prima.

L'Alamanni, cupo, imbronciato, non disse più una parola e si ritirò nella sua camera prima del solito, senza nemmeno abbracciare la Mary, come faceva sempre ogni sera.

Passeggiò su e giù per un'ora, e a mano a mano il dolore vinceva la collera. In fine si confortò un poco pensando che la battaglia non era ancora perduta, che aveva quasi due anni di tempo dinanzi a sè, e che certo, per quanto dipendeva da lui, non avrebbe mai avuto il rimorso di aver ceduto d'un punto. Occorrendo avrebbe anche trovato il modo di dare una buona lezione al signorino!

Intanto, era ciò che più premeva per il momento, voleva continuare a tenere la Mary a Nizza... lontana dalle chiacchiere di Donna Lucrezia che le facevano perdere il cervello... e lontana, specialmente, da Giulio Barbarò.

—Che coraggio, per altro, in quella ragazza! E quanta fermezza!

Poi, prima di andare a letto, pensò di scrivere appunto alla Balladoro, lagnandosi anche con lei per quanto era accaduto, e ingiungendole d'imporre in suo nome, al signor Giulio Barbarò, di tralasciare immediatamente di corrispondere anche per lettera, colla signorina Alamanni.

Bisognava tentare ogni via per dividerli quei due ragazzi, e per fare in modo che finissero col dimenticarsi.

Mentre l'Alamanni scriveva a Donna Lucrezia era tutto quiete e silenzio, dentro e fuori della piccola casetta. Solamente fra mezzo al gorgoglìo incessante delle onde del mare si udiva ancora, a volte vicino vicino, a volte più lontano, lo stridore del ferro di un bastone che strisciava sul lastrico della strada... e c'era sempre lume alla finestra della Mary.


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