III.

Mentre lo Zodenigo sfruttava gli amici del Moderatore, quelli della Colonna di fuoco sfruttavano invece, colla medesima disinvoltura, Salvatore Cammaroto.

La Colonna di fuoco non era sostenuta, com'è di solito, da un manipolo di uomini politici, ma apparteneva a un editore, che ne ricavava un sufficiente utile, e retribuiva con un onorario fisso l'ex frate catanese, al quale lasciava per altro piena ed assoluta indipendenza nella direzione del giornale.

Gli amici dunque della Colonna di fuoco erano amici platonici... ma la grazia di quel platonismo!

Più scaltri e prudenti del Cammaroto, che infervorato della sua vanagloria d'apostolo, in mezzo all'affaccendarsi di un lavoro incessante e turbinoso, e allo scatenarsi violento delle passioni, aveva sempre la testa in gran subbuglio e si lasciava facilmente menar per il naso da chi lo secondava e gli dimostrava ammirazione, essi, col pretesto di illuminarlo sopra uomini e avvenimenti milanesi, che il Cammaroto, forastiero, non poteva conoscere a fondo, gli svisavano quella stessa verità che gli era tanto cara, facendolo molte volte servire ai propri fini, e sfogando, per mezzo suo, odi e rancori di parte, o anche soltanto personali.

Ma il direttore della Colonna di fuoco non sospettava nemmeno di essere vittima di quei raggiri. Si credeva l'uomo più indipendente del mondo, e non voleva ricevere inspirazione e consiglio altro che dalla propria coscienza, e in secondo luogo "dalla sua signora," l'Apollonia Cammaroto.

L'ex frate, dopo la trista solitudine del chiostro, dopo i faticosi sconvolgimenti di una vita avventurosa, dopo tante persecuzioni, si era in singolar modo affezionato a quella sua compagna un po' burbera e rozza, ma bonacciona, che gli recava il nuovo conforto della casa e della famiglia, che viveva della sua vita e delle sue lotte, che gli dava spesso del somarone perchè non sapeva farsi pagare abbastanza dall'editore cane (la signora era pratese e diceva 'ane, aspirando la c), ma che gli dimostrava la fede più cieca, l'ammirazione più calda e costante, mentre sapeva alternare praticamente le alte attribuzioni di Ninfa Egeria alle altre più modeste di cuoca e di fattorino.

Per tutto ciò, naturalmente, anche gli amici della Colonna di fuoco, sebbene non godessero le simpatie della signora Apollonia, le dovevano fare un po' di corte per rispetto al Cammaroto, e sopportarne i musi e gli sgarbi. E non c'era verso di liberarsene!... La signora Apollonia e il direttore (com'essa chiamava il marito) erano sempre insieme in casa, in ufficio e fuori. Peraltro c'era questo di buono, che sebbene la signora fosse poco divertente non era, in compenso, niente affatto da temersi, e con quattro complimenti e un po' di furberia la rimorchiavano anche lei dietro al direttore.

Era verissimo che il Cammaroto non pubblicava due righe nel giornale senza prima leggerle "alla sua signora;" ma le domandava un consiglio perchè era sicuro di ricevere in cambio un applauso; e tutt'al più l'Apollonia inebriata dai periodoni risonanti e dalla potenza degli aggettivi, mentre gli esprimeva col faccione volgare, sempre gonfio per un qualche bitorzolo in suppurazione, l'ammirazione la più entusiastica, lo eccitava a volerci mettere anche una 'annonata contro que' 'ani de' preti e contro le moderne Bersabee... i due odii innocenti della signora Apollonia, e che medesimamente non incutevano alcun timore agli amici del giornale.

Povera donna!... Essa odiava i preti perchè attribuiva alle loro persecuzioni palesi e occulte le varie peripezie del direttore, e odiava quelle schifosacce (l'aggettivo era proprio suo) che tradivano i loro mariti quasi per un sentimento di riconoscenza verso il matrimonio. Dacchè era divenuta moglie legittima adorava con ardore di neofita l'istituzione che l'aveva come rimessa a nuovo, e difendeva le prerogative coniugali con una virtù arcigna e spietata.

Del resto, 'annonate a parte, la Ninfa Egeria della Colonna di fuoco faceva umilmente da serva al suo caro Numa.

Così la mattina dopo ch'era uscito il Moderatore colla candidatura del cavalier Barbarò, mentre il Cammaroto preparava l'originale per la Colonna di fuoco, la sua signora invece di inspirarlo e consigliarlo era, come al solito, tutta affaccendata a mettere in ordine l'ufficio: uno stanzone a terreno, umido e tetro. Col suo cappello di forma straordinaria, e che non si levava mai, forse nemmeno di notte, collo scialle a colori appuntato sul petto da uno spillone col ritratto di Ugo Bassi, essa spazzava lentamente l'ufficio, cercando di fare il meno strepito possibile per non disturbare il direttore, e fermandosi ogni poco per raccattare le penne e i mezzi foglietti che ancora potevano servire.

Ma poi, quando a un tratto udì battere con un fascio di carte alla finestra che dava sulla strada, nascose subito la granata in un angolo, e si mise a sedere maestosamente vicino al direttore.

—L'avvocato Gian Paolo!...—esclamò Peppino Casiraghi, un giovanottino lungo, giallo, senza barba, seduto al tavolino di faccia al Cammaroto, di cui si professava il più caldo ammiratore. Correttore di bozze e cronista dilettante, era appassionato del giornalismo fino al punto di far debiti a babbo morto per imprestar quattrini all'editore della Colonna.—Cominciano presto, stamattina!...

—Scaldapanche maledetti!—borbottò la signora Apollonia chinandosi e spingendosi fin sotto il tavolino per prendere il fazzoletto turchino che il direttore perdeva sempre, o dimenticava in qualche posto.

—Cascassero morti que' chiacchieroni!—continuò poi mettendo il fazzoletto sul tavolino, vicino al bicchier d'acqua.—A sentirli, promettono sempre Roma e toma, e poi non sono stati boni nemmeno a persuadere quel 'ane del sor Urbano (era il nomo dell'editore) di mettere la direzione in un posto più da cristia....

Ma si fermò a mezzo con la parola: in quel punto, sbacchiato l'uscio, con violenza entrava in ufficio precipitosamente l'avvocato Gian Paolo Serbellini, il quale, senza levarsi il cappello, senza salutar nessuno, cogli occhi spiritati si fermò dinanzi al tavolino del Cammaroto esclamando:

—Hai letto il Moderatore?

Ma il Cammaroto continuò a scrivere in fretta, col naso sulle cartelle, senza risponder nulla.

—Ha letto il Moderatore?—chiese allora l'avvocato alla signora Apollonia, che seria, imbronciata, non si voltò nemmeno a guardarlo.

—Avete letto il Moderatore?—domandò in fine per la terza volta il Serbellini, rivolgendosi a Peppino Casiraghi che gli accennò col capo di sì.

L'avvocato Gian Paolo era uno dei frequentatori più assidui della Colonna di fuoco. Da molti anni egli era dominato da un desiderio innocente, e sempre insoddisfatto: voleva entrare nel Consiglio comunale. Ma per essere eletto dimostrava troppa smania, e gli elettori lo mettevano in ridicolo, eleggendo poi sempre qualcun altro in vece sua, e che magari valeva anche meno. Una simile ingiustizia aveva reso l'avvocato Gian Paolo malcontento di tutto e di tutti; astioso, maldicente, pettegolo; avversario sistematico e accanito di ogni candidato amministrativo e politico. Per farsi mettere in lista era passato dalla Destra, che accusava di servilismo, alla Sinistra, che accusò poi di partigianeria, terminando, in seguito a tali voltafaccia, col rovinarsi moralmente perdendo il credito, e finanziariamente, perdendo anche i clienti.

—Spero bene—ricominciò a gridare voltandosi di nuovo verso il Cammaroto—che gli risponderai per le rime!

L'altro continuava a scrivere, riempiendo le cartelle, come una macchina.

—È una sfacciataggine, un'impudenza inaudita!... Vorrei scriverlo io, un articolo tale, da levar la pelle al Barbarò! E sarei capace di firmarlo col mio nome e cognome!

La signora Apollonia alzò le spalle infastidita da una tale proposta, facendo segno col capo di non disturbare il direttore.

Ma Gian Paolo era troppo fuori di sè per calmarsi, e battendo forte sul tavolino col grosso fascio di carte, che portava sempre in giro per far credere di aver molte cause da trattare, esclamò con voce ancora più concitata:

—Per Dio, bisogna dare una lezione, ma in piena regola!... Devi dire che è l'usura, il furto patentato che invadono il Parlamento!... Scrivi, scrivi, Salvatore, ti detterò io: scrivi che nel corpo elettorale c'è del putrido... più che in Danimarca.

A questo punto il Cammaroto si alzò di scatto; prese in mano i due ultimi foglietti che aveva appena finito di scrivere, e guardando la signora Apollonia dette in una sghignazzata.

Salvatore Cammaroto rideva sempre a quel modo prima di leggere la roba sua; pareva un cavallo che nitrisca mettendosi in ardenza.

La signora Apollonia si rizzò più impettita che mai per ascoltare: Peppino Casiraghi, cacciata la penna dietro l'orecchio, si sdraiò sulla seggiola e alzò, sorridendo, il viso scialbo, pregustando la prosa del direttore.

Era l'articolino che più tardi dovea recare tanto dispetto e tanta paura al Barbarò.

Letto il titolo Amenità elettorali, il Cammaroto fece una prima pausa, guardando la signora Apollonia a traverso gli occhiali per vederne l'effetto. Quindi, soddisfatto, cominciò la lettura, lentamente, colla voce squillante e nasale dei predicatori, spiccando ogni sillaba, sottolineando ogni frase, fermandosi ancora alla stoccata dei gettoni, delle medaglie di presenza, per guardare di nuovo la moglie, poi il Casiraghi, poi l'avvocato Gian Paolo, e ripetendo in fine la risata fatta in principio, ma assai più lunga e più sonora, colla testa alta, cogli occhi scintillanti dietro le lenti, camminando su e giù per lo stanzone, lisciandosi e accarezzandosi l'ispida barbaccia.

Il Casiraghi intanto ballava sulla seggiola fregandosi le mani dalla contentezza, la signora Apollonia offriva l'acqua al direttore, ma l'avvocato non pareva soddisfatto.

—Ci dovevi mettere un'allusione al processo dei fornitori, e dire nel medesimo tempo che a Panigale lo chiamano il Mercante di Pellagra....

—Questo verrà poi; per incominciare la lotta va bene così!

—Una 'annonata alla volta!—brontolò la signora Apollonia.

In quel punto entrò nell'ufficio un altro amico del giornale, poi un terzo, poi un quarto ed altri ancora, finchè lo stanzone fu pieno di gente; e il Cammaroto voleva leggere e leggeva a tutti l'articolo-scaramuccia, riscaldandosi fra gli applausi, mentre si accendeva sempre più e montava in furore per le informazioni intorno al Barbarò, che gli riferivano, a mano a mano, i nuovi venuti.

—Sai, Salvatore, il Barbarò faceva lo strozzino al cento per cento... lo devi mettere sulla Colonna!

—È un villan rifatto della peggiore specie!

—Un ignorantaccio, che non apre bocca senza dire uno strafalcione!

—È un bancarottiere!

—È un ladro!

—Pochi anni fa aveva un'agenzia, in cui faceva commercio... di ragazze!

—Orrore!... Orrore!... Orrore! urlava il Cammaroto gesticolando, pestando i piedi, saltando come uno spiritato, mentre Peppino Casiraghi rideva e piangeva ubriacato dal baccano, e la signora Apollonia tirava il direttore per le falde dell'abito, cercando di calmarlo e di farlo star fermo.

Ma era fatica sprecata: gli amici del giornale, sotto sotto, continuavano ad aizzarlo, come un toro nel circo.

Tutta quella gente gridava e smaniava nel nome della giustizia e della moralità; ma appunto in tutto quel gran rumore, la moralità e la giustizia ci entravano soltanto di nome. Erano i malcontenti, che non facevano guerra al Barbarò perchè lo stimassero disonesto, ma perchè lo invidiavano. Anch'essi avevano tentato di farsi innanzi, di salire, ma non c'erano riusciti, e vedendo montare in alto il Barbarò, lo volevano buttar giù.

C'era di tutto un po' fra gli amici della Colonna di fuoco. Oltre all'avvocato Serbellini, che non aveva mai potuto essere consigliere comunale, c'era il medico, l'ingegnere rimasti a terra in un qualche concorso; l'impiegato che non avea ottenuto il trasloco desiderato, o l'avanzamento; l'artista, lo scrittore, il poeta non apprezzato; l'industriale, il commerciante a cui erano andati male gli affari. C'era il benemerito della patria che non era stato fatto cavaliere: il vigliacco ohe l'aveva a morte coi coraggiosi; l'avaro offeso dal fasto dei prodighi, e così via via, si accumulavano, si univano in lega, tutte le inimicizie, tutti i livori, tutti gli odi più disparati contro il Municipio, contro il Governo, contro il merito, contro la fortuna; contro tutti e contro tutto!... Era l'agitarsi e lo sfogarsi delle piccole ambizioni, più astiose assai delle grandi; il lamentìo petulante dei piccoli bisogni, delle piccole contrarietà, delle piccole disgrazie.... Erano le passioncelle meschine e grette che schizzavano, non già dal cuore, ma dallo stomaco e dal ventre, malamente mascherate sotto la sembianza della giustizia o della moralità... di carta pesta!

Nel frattempo il rumore e la confusione erano arrivati al colmo. Salvatore Cammaroto, per farsi ascoltare, era montato in piedi sopra una seggiola e imponeva il silenzio. La signora Apollonia imbronciata voltava le spalle a tutti, guardando fuori dalla finestra, e brontolando.

—Chi bisogna attaccare e svergognare—gridava l'avvocato Gian Paolo—più ancora del Moderatore, più dello stesso Barbarò, è l'Associazione Costituzionale, che non dà segno di vita, che non si prepara alla lotta!

—Bisogna scrivere contro il governo, che, pur di guadagnare un voto, appoggia i ladri e gli usurai!—esclamava un altro.

—Lasciate fare a me!... Lasciate fare a me!... Sono vecchio del mestiere!... Non ho bisogno di consigli! La tromba d'Israello suonerà un'altra volta, non dubitate, sotto le mura di Gerico; ma se adesso non fate silenzio e continuate a intronarmi la testa, vi faccio saltar dalla finestra, in parola d'onore!

—Sarebbe tempo!—mormorò la signora Apollonia, avvicinandosi di nuovo al direttore e mettendogli il fazzoletto nella tasca di dietro dell'abito.

Era subentrata un poco di calma: Salvatore Cammaroto saltò giù dalla seggiola e spiegò il disegno che aveva in testa alla sua signora.

—Prima di sciogliere le campane, bisogna star a vedere se l'Associazione Costituzionale e il grande partito moderato vorranno poi accettare il verbo dello Zodenigo....

—Il partito moderato?—brontolò l'avvocato Gian Paolo.—Un branco di pecore!... La Costituzionale? Un'accademia!

—Bisogna mettersi d'accordo con tutte le associazioni liberali e democratiche—continuò il Cammaroto, cercando cogli occhi Peppe Casiraghi, e senza badare affatto al Serbellini;—bisogna guadagnar terreno a Panigale, nel cuore del collegio, nel tabernacolo dei nostri nemici!... bisogna far lega cogli altri giornali del partito, per un'azione comune: bisogna in fine raccogliere tutti i nostri suffragi sopra un candidato di valore... da contrapporre al candidato dei valori....

—Bene!

—Bravo, Salvatore!

—....un uomo—concluse il Cammaroto dopo aver riso del proprio frizzo—un uomo la cui vita sia tutta un esempio e valga un programma; il cui nome rappresenti il labaro trionfante dell'onestà e del patriottismo: in hoc signo vinces!

—Oh finalmente!... Queste sono idee! esclamò la signora Apollonia!

—Queste sono idee, evviva!—ripetè come un'eco il Casiraghi.

Ma gli amici invece stringevano le labbra e scrollavano il capo: l'avvocato Gian Paolo fischiettava, battendo il tempo sul palmo della mano col fascio di carte; poi tutti insieme tornarono daccapo a dar consigli e a spronare il Cammaroto.

"Non c'è tempo da perdere!... La Colonna di fuoco deve mettersi alla testa del movimento; aprire la lotta con un attacco a fondo; abbassare, distruggere il Barbarò; smascherare, sventare le trame... amministrative dello Zodenigo!... Deve sperdere la camorra degli affaristi, dei corrotti e dei corruttori che stende le sue reti da un capo all'altro di Milano; deve mettere a nudo coraggiosamente, audacemente le magagne dei nuovi ricchi arruffoni e...."

A un tratto tutte quelle brave persone si calmarono come per incanto, sentendo bussare all'uscio dell'ufficio.... Ma non era altro che un fattorino dell'Unione Operaia, con una lettera per il Direttore della Colonna di fuoco, in cui veniva invitato particolarmente ad una adunanza indetta per quella sera medesima dalla Presidenza dell'Unione Operaia, insieme col Consiglio Direttivo della Lega Democratica, "allo scopo di prendere gli opportuni concerti e deliberare in proposito alla prossima elezione politica del Collegio di Panigale."

Alleluja! Alleluja!—esclamò festante il Cammaroto, appena ebbe riletto l'invito ad alta voce.—Così va bene; riunirsi per andare tutti d'accordo...: Virium concordiam sequitur victoria!... Ed ora, amici miei, lasciatemi in pace!

La signora Apollonia a queste parole tirò un sospirone di sollievo.

—Ho da scrivere tre altri articoli per il giornale; una rassegna critica sui Quadri fisiologici del Büchner e, in fine, alla vigilia delle grandi lotte bisogna ritemprare le forze nel riposo della mente, nella tranquillità salutare dello spirito!

Chi, proprio, la tranquillità salutare non poteva più averla, era Pompeo Barbarò. Ogni ora che passava gli portava una nuova inquietudine, un nuovo timore. Pochi si mettevano a discorrere con lui dell'elezione di Panigale; pochissime erano le strette di mano gratulatorie.

Gli altri giornali moderati di Milano, come la Perseveranza, il Corriere, il Pungolo, se non si erano schierati subito contro il suo nome, tuttavia avevano giudicata la candidatura del Moderatore una candidatura-sorpresa, e si tenevano in un gran riserbo. Il Barbarò lo aveva capito, ne era mortificato e montava sulle furie contro lo Zodenigo, che gli aveva promesso a priori "l'appoggio unanime di tutta la stampa libeeale-modeeata!"

—Sto fresco, se aspetto l'appoggio unanime—borbottava il signor Pompeo.—Mi odiano tutti perchè mi invidiano e mi temono!... Com'è basso... com'è cattivo il mondo!... Appena un pover'uomo riesce a forza di lavoro e d'intelligenza ad innalzarsi un poco sugli altri, subito si cerca di tagliargli le gambe!

Ma se il dispetto lo rodeva, l'interna inquietudine lo accasciava.

È lunga la via di Damasco?—ripeteva poi tra sè, pensando all'articoletto del Cammaroto.—Che cosa avrà voluto dire quel sudicio ricattatore?... Mah!... Non ne capisco un'acca!

Per altro s'egli non capiva l'allusione biblica, l'accenno alla prudenza gli faceva indovinare il succo della minaccia.

Convertirsi alla prudenza?... Chi sa, chi sa, che cosa andranno a pescare, a rimuginare il padre Salvatore e compagnia!... Maledetto quel poetastro scilinguato!... In che vespaio m'ha messo per la smania di affermare il suo giornale! Ma... e se invece il professore Zodenigo l'avesse fatto apposta?... Se fosse stato comperato dai miei nemici per rovinarmi?

E oltre alla Colonna di fuoco, Pompeo Barbarò aspettava e leggeva con ansia tutti gli altri giornali avversari; ma dopo l'articoletto del Cammaroto, nessuno aveva più parlato della sua candidatura.

Anche quegli altri stentavano a risolversi.... C'era la discordia nel campo d'Agramante: chi voleva addirittura un candidato radicale; chi invece riputava più utile un rappresentante della sinistra monarchica. La Lega Democratica e l'Unione Operaia proponevano un nome, e si ostinavano per farlo accettare: i Reduci e il Fascio ne sostenevano un altro con pari calore. Finalmente, per acquetare gli animi di tutti, si stabilì di non darla vinta a nessuno dei contendenti eleggendo un terzo candidato, che all'ultimo momento fu proposto da Salvatore Cammaroto fra gli applausi di tutta l'assemblea.

Per altro, volendo essere sinceri, bisogna dire che non era stato il Cammaroto che avea pensato per il primo a quel nome così illustre e simpatico, no; ma invece era stato suggerito in un orecchio al direttore della Colonna di fuoco dall'avvocato Gian Paolo Serbellini, il quale a sua volta c'era arrivato solamente dopo un discorso che gli era stato fatto dal nipote di un certo Nicola Mazza, banchiere milanese, che da molti anni, scampato per miracolo dalle segrete austriache, si era rifugiato e continuava a vivere a Londra.

—Se fosse proprio vero!... Se il Barbarò fosse proprio una spia!...—pensava l'avvocato—che figura barbina ci farebbero il Moderatore e la Costituzionale!... E gli avversari che gli contrappongono il fratello di una delle vittime?!... Che fracasso deve succedere!... E che colpo, che vergogna per il partito delle livree!... Non vogliono saperne della gente onesta?... Ebbene si godano le spie per loro candidati!...

In quanto a Salvatore Cammaroto, appena egli ebbe sentito il nome che gli proponeva il Serbellini non pensò più, di primo colpo, nè al Barbarò, nè al Moderatore; abbracciò l'avvocato; poi cominciò a correre come un matto su e giù per lo stanzone saltando e battendosi la fronte, e rimproverandosi perchè quel nome non era venuto in mente prima a lui, a lui solo!... In fine si fermò dinanzi alla signora Apollonia, la fissò un momento negli occhi e scoppiò in lacrime.

"È il mio più diletto amico!... Il mio fratello d'armi e di fede!" continuava a gridare il Cammaroto, mentre la signora Apollonia senza commuoversi, seria, impettita, andava in giro per l'ufficio, in cerca del fazzoletto turchino. "È un apostolo, fra i più illuminati e operosi, del patrio vangelo!... È un'anima serafica nel petto di un Arcangelo; è uno di que' pochissimi, rari nantes nel mare putrido di Sodoma, che attestano alle genti scadute come l'uomo sia stato creato a immagine di Dio!..." Poi si avvicinava a Peppino Casiraghi che lo guardava attonito cominciando pure a intenerersi per ispirito d'imitazione, e stringendogli le mani lo assicurava che quella scelta doveva essere l'Arca dell'Alleanza, il gomor della vittoria, e in fine passando dalle lacrime al riso tornava a correre presso la signora Apollonia promettendole con una risata di compiacenza che gli rischiarava la faccia e gli allargava il petto, che quel nome avrebbe fatto più colpo di dieci, di cento cannonate!

E in tutto il giorno Salvatore Cammaroto, infervorato, continuò ad agitarsi e a predicare a onore e gloria del suo candidato... poi la sera, appena lo ebbe proposto all'assemblea dei sodalizi democratici, e lo sentì accogliere da una salva d'applausi, tornò a commuoversi, a piangere nel bel mezzo del suo discorso, e in fine, quando sciolta l'adunanza si presentò alla sua signora che in compagnia di Peppino Casiraghi lo aspettava, sonnecchiando, al Caffè delle Tre Rose, di faccia alla casa dove avea avuto luogo la riunione, era pallido, sfatto, col viso ancor molle di sudore e di lacrime.

Sursum corda!... Sursum corda!...—balbettò abbracciando l'Apollonia....—È stata una serata memorabile! Le Pentecoste del mio sacerdozio politico!

—Dunque—domandò la signora alzandosi e accomodandosi lo scialle per uscire—Il tu' omo è stato accettato?

—Fra l'esultanza, mia cara, fra l'esultanza e gli osanna del popolo eletto!—Così dicendo, e dopo aver fatto una grande scappellata al proprietario del caffeino, offrì il braccio alla moglie e uscirono, passando come al solito per il Corso, prima di ridursi a casa. Salvatore Cammaroto andava sempre col collo torto e col naso in su, tenendo, per abitudine fratesca, le mani contro il petto, nascoste l'una sull'altra dentro le maniche, mentre salutava tutti affabilmente, e parlava ad alta voce col Casiraghi; la signora Apollonia più grande, più grossa, più larga del marito, se lo teneva stretto sotto il braccio all'ombra del cappellone magnifico, e camminava fiera, come se portasse attorno il Direttore per spaventar la gente.

Pompeo Barbarò non seppe il nome del candidato che gli avevano contrapposto altro che alla mattina dopo; ma il colpo fu così forte che traballò, come se avesse ricevuta una mazzata sul capo, e rimase molto tempo oppresso e sbalordito. In fine, quando riuscì un poco ad orientarsi, corse ancora tutto stralunato dallo Zodenigo.

—Sono rovinato... è un tiro assassino che mi vogliono fare!... Professore, professore... trovate modo d'impedire uno scandalo... a qualunque costo... fate che possa ritirare la mia candidatura... non voglio più saperne!

Lo Zodenigo, che per la prima volta non si era alzato dalla sua poltroncina presso lo scrittoio per salutare il Barbarò, rimase freddo, impassibile davanti a tanta agitazione.

—Caro amico,—gli disse poi lentamente, soffiando ancora più del solito,—voi... non mi avevate detto tutto!

—Ma... sono calunnie....

—Allora... se proprio sono calunnie... e potete provarlo, è un altro paio di maniche.

—Ma... provarlo....

—Non potete... provarlo?—e l'occhio nero dello Zodenigo pareva volesse penetrare in fondo all'anima del suo interlocutore.

—Sicuro che... se volessi.... In ogni modo... vi ripeto... desidero ritirare la mia candidatura, per non aver noie!

—Se vi ritirate in questo momento siete peeduto e peer sempre... ricordatelo bene.

Pompeo si sentì tremar le gambe e si appoggiò con una mano allo scrittoio.

—La vostra rinuncia... ora... sarebbe la più esplicita conferma delle voci che corrono.... Certo... se io avessi saputo... se avessi potuto supporre... non vi avrei certo consigliato un passo simile....

A questo punto la freddezza dello Zodenigo che fissava cogli occhi immobili il Barbarò diventava aspra... quasi minacciosa.

—Facciamola finita!—balbettò allora Pompeo con voce soffocata, ma pure con un certo piglio di risolutezza che gli era dato dalla disperazione,—facciamola finita... sono nelle vostre mani... accetterò tutte le vostre condizioni!

Lo Zodenigo tornò a soffiare chiudendo le palpebre e stirandosi sulla poltrona.

—Prendete una seggiola, caao cavaliere.... Prendete una seggiola e accomodatevi.

Pompeo accasciato, avvilito, prese la seggiola che gli era stata indicata e sedendo e guardando a sua volta lo Zodenigo con una espressione supplichevole, balbettò sospirando:

—È un anno terribile, questo, per me.... Mi sono anche rovinato mezzo coi fondi turchi.

L'altro sorrise storcendo le labbra: "Diamine! quel furbacchione del sor Pompeo piangeva miseria per poter lesinare sul prezzo!"


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