V.
Giulio Barbarò era ritornato da Nizza a Milano appunto in quei giorni, essendo partito poco dopo ch'era partita anche la Mary, e fu tra i primi a leggere l'articolo scritto dal Cammaroto contro suo padre. Fin dalle prime righe si sentì montare il sangue alla testa, poi, pallido, tremante, senza profferir motto, corse difilato all'ufficio della Colonna di fuoco: voleva schiaffeggiare il direttore.
"Per Dio era troppo!... Era troppo!... Avrebbe pigliato quel manigoldo a calci, a frustate!" Se Giulio Barbarò aveva pur dovuto persuadersi che suo padre non si era condotto negli affari troppo scrupolosamente, tuttavia non lo avrebbe mai potuto credere colpevole delle infamie di cui lo accusava il Cammaroto. Perciò, oltre al dovere, si sentiva il diritto di difenderlo e di vendicarlo. Suo padre, vittima di calunnie atroci, riacquistava nel suo cuore tutta la stima antica e l'affetto.
"Povero vecchio!... Per mene elettorali, basse e vigliacche, gli si erano scagliati addosso come cani arrabbiati!..." Ma lui, suo figlio, lo avrebbe ben saputo vendicare... Per Dio, e come lo avrebbe vendicato! Sì, sì, voleva dare una lezione a quel frate velenoso, a quell'ispido e sudicio ricattatore!
Era sicuro che l'Alamanni, l'avversario di suo padre, onesto e generoso, sarebbe stato il primo a biasimare quelle calunnie, a sconfessare que' suoi amici.
"Perchè mai suo padre era andato a cacciarsi in un simile vespaio?... Maledetta la politica!..."
Quando Giulio Barbarò giunse alla direzione della Colonna di fuoco era già troppo tardi, e trovò chiuso l'ufficio. Allora, dopo aver dato un calcio furioso contro la porta, andò a girare lungo il Corso e in Galleria, dove gli era accaduto sovente d'incontrare il Cammaroto; ma per quella sera, gira e rigira, non gli fu possibile d'imbattersi in lui.
"—Si nasconde, ha paura, quel rospaccio rinnegato!..."
Invece trovò due amici, due garibaldini, compagni suoi di battaglione, che accettarono subito di andare in suo nome, la mattina appresso, all'ufficio della Colonna di fuoco, per sfidare Salvatore Cammaroto.
Dato questo incarico, e sfogatosi a lungo cogli amici, Giulio Barbarò cominciò a calmarsi un poco. "Sì, sì... avrebbe vendicata, lavata col sangue, la terribile offesa fatta all'onore di suo padre!..." E con questa risoluzione nell'animo, fattosi ormai più sicuro di sè, potè recarsi dalla Balladoro, la quale lo accolse con tante espansioni e con tante proteste e dichiarazioni di affetto e di stima per lui, per suo padre, da dargli subito a divedere che il numero della Colonna, col Candidato della disperazione, era giunto a quell'ora anche in Via della Spiga.
Ma dalla Balladoro, dolcissimo e caro conforto, egli trovò la signorina Mary, che adesso doveva stare sempre collo zio anche a Milano, e che avea ottenuto di venire con Angelica a fare un salutino a Donna Lucrezia.
Anche la marchesa Angelica, per una favorevole combinazione, era in quei giorni a Milano. Vi era appena arrivata da Gallarate, dove dimorava abitualmente, per passare le feste del Natale e del Capo d'anno vicino a Stefanuccio, ch'era stato messo nel Collegio militare. E siccome la marchesa si trovava pure alloggiata all'Albergo Roma, dov'erano anche gli Alamanni, che non avevano potuto trovar subito un buon quartierino in affitto, così le due cugine, che dopo tanto tempo che non s'eran più viste, si volevano sempre un monte di bene, naturalmente stavano insieme a tutte le ore.
Tuttavia, la marchesa Angelica non aveva ancora ricevuto confidenze dalla Mary, e non sapeva che avrebbe incontrato Giulio Barbarò da Donna Lucrezia, quantunque avesse notato che l'amabile cuginetta aveva insistito assai per volerci andare. Vedendoselo, per ciò, comparire dinanzi all'improvviso, non potè a meno di sentirsene contrariata, per il ricordo odioso di suo padre. La Mary invece, sebbene colle guance sempre accese, sebbene parlasse e si movesse con insolita animazione, si mostrava abbastanza disinvolta, e abbracciava la zia con certe strette appassionate, e le dava certi bacioni grossi e scoccanti, che il giovanotto doveva sentir risonare nel proprio cuore, come una promessa.
—Basème, basème, viscere mie!—mormorava intanto Donna Lucrezia gemendo col naso gonfio e chiuso, mentre la Filomena compariva sull'uscio, zoppicando, e rammendando la sua calzetta, per mangiarsi cogli occhi la signorina.—Basème, basème, viscere mie, a dispetto di tutti i... i bucefali del mondo!
Il buon Giulietto, quella sera, non sembrava nè timido, nè confuso com'era di solito, e anche la marchesa, passato il primo momento, n'ebbe un'impressione favorevole. Egli pensava che il giorno dopo si sarebbe battuto assai seriamente, che forse... avrebbe dovuto restar molto tempo senza più poter rivedere la signorina Mary; che forse... le sarebbe stato cagione di nuovi dolori, di nuove angosce, e per tutto ciò la sentiva più sua, più intimamente sua, e trovava il coraggio di esprimerle, almeno cogli occhi, tutto il suo immenso amore. Fu ardito al punto di trafugarle uno dei suoi piccoli guantini... voleva averlo sul cuore quando sarebbe andato a battersi....
Poi, mentre le due cugine, sole in un brum, ritornavano all'albergo, successero, fra loro, alcune spiegazioni.
—Dimmi la verità,—cominciò la marchesa,—tu sapevi di incontrare Giulio Barbarò da Donna Lucrezia?...
—Sì, Angelica mia, lo sapevo!—mormorò la fanciulla abbracciando la cugina con un abbandono, con un languore inesprimibile, e sospirando, facendosi pallida.
—Mary, Mary!... è proprio per me questo bacio?—domandò Angelica sorridendo.
—Questo... è proprio per te!—rispose la Mary dandogliene un altro.
Angelica ricevendo quel nuovo bacio si fe' pallida alla sua volta; rispose alla stretta della fanciulla con un tremito di tutto il corpo, e anch'essa sospirò, profondamente. Poi, come volendo scacciare il nuovo pensiero che si era impossessato di lei, si sciolse dall'abbraccio e le domandò con tono più grave:
—Ma... e tuo zio?... Che pensi di fare?...
—Giulio ha in animo di lavorare, di crearsi uno stato indipendente, e appena sarà possibile ci... ci sposeremo. Lo zio, del resto, conosce benissimo le nostre intenzioni.
E la Mary riferì alla marchesa Angelica il colloquio avuto a Nizza con Francesco Alamanni.
—Lo ami tanto?...—domandò Angelica quando la fanciulla ebbe raccontato ogni cosa.
—Oh sì, Angelica... tanto!
—E...—la marchesa esitava, ma poi dopo un momento, spinta dall'affetto e dalla simpatia che nutriva per la Mary, si fece animo e continuò a domandarle:—e... lo credi proprio degno... del tuo amore, e dell'immenso sacrificio che sei disposta a compiere per lui!...
La fanciulla non disse una parola, ma sorrise fissando la cugina e sfavillò negli occhi. Angelica si chinò commossa verso di lei.... Abbassò la bella testina bionda sulla testina bruna della Mary, e le baciò le labbra rosse e fragranti come un fiore. Tacquero tutte due lungamente; i loro occhi si fecero pieni di lacrime, il loro seno gonfio di sospiri.
Il brum, che correva sobbalzando, rallentò a un tratto il monotono frastuono e voltò adagio, per imboccare il corso Vittorio Emanuele. Allora la luce più viva dei fanali e dei negozi ancora aperti, il moto e il rumore delle carrozze e della gente, scossero un poco la marchesa.
—Chi sa—esclamò, dimostrando il più vivo interessamento,—chi sa come il tuo povero Giulio dovrà soffrire in questi giorni....
—Assai, figurati!... Per ciò appunto ho voluto vederlo; per fargli animo.
—Quell'omaccio non ha nè affetto di padre, nè prudenza, nè astuzia!... Non è altro che un farabutto volgare!—esclamò la marchesa con tono aspro e arrossendo subitamente per un impeto di collera.—Non doveva mai arrischiare di porsi in un simile pasticcio.
—Forse chi sa,—soggiunse la Mary chinando il capo,—saran stati gli altri a metterlo in mezzo... a ingannarlo.
—Tu, bimba mia, con queste elezioni, ti trovi proprio tra l'incudine e il martello. Da una parte tuo zio, dall'altra.... Giulio: perchè già, indirettamente, è in ballo anche lui. Ma quel benedetto ragazzo, non ha nessun ascendente in casa?... Non poteva distogliere suo padre da un passo così pericoloso?... Fargli intendere un po' la ragione?
—Che!... Il signor Barbarò sembra non fidarsi di Giulio!... Lo tratta ancora come un ragazzo.... Lo tien sempre lontano da tutte le sue faccende.
—Si capisce!...
—Sono così diversi. Il mio Giulio è buono.... Schietto, leale, onesto.... Non ti ricordi a Villagardiana?...
A Villagardiana!... Angelica non rispose.... Tornò a distrarsi, e non pensò più a Giulietto Barbarò. La sua mente corse invece al bel lago azzurro... alla Casina delle Romilie... e le due giovani signore tacquero, e si riscossero tutte due con un sussulto quando il brum si fermò dinanzi all'albergo.
La Mary, durante tutta la corsa, avea pensato a Giulio vicino.... Angelica, al Martinengo lontano. Andrea, forse un po' anche per merito del Ministro della Guerra che lo teneva sempre di guarnigione nell'Italia Meridionale, aveva mantenuta la sua promessa: non si era più fatto vedere da Angelica: ma Angelica, in ricambio, aveva pure mantenuta la sua, scrivendogli tutti i giorni.
Il capitano Ippolito Redaelli e il dottor Carlo Franchi si presentarono la mattina seguente, un po' prima delle dieci, come avevano promesso a Giulio Barbarò, all'ufficio della Colonna di fuoco; si avvicinarono al tavolino di Peppino Casiraghi, ch'era accanto all'uscio, e domandarono di parlare col signor Salvatore Cammaroto.
Peppino guardò i due, spalancando gli occhi, poi, senza aprir bocca, allungò la cannuccia della penna da scrivere, indicando il tavolino di faccia.
—Salvatore Cammaroto, sono io!—esclamò il direttore ficcandosi le lenti sul naso e alzando il capo, coi capelli e la barba arruffati più del solito.
I due amici si avvicinarono, e fecero prima un grande inchino.
—In che vi posso servire?—domandò il Cammaroto sdraiandosi sulla seggiola, e guardando i due bene in faccia.
In quel punto la granata, ch'era stata buttata in un angolo in tutta fretta dalla signora Apollonia, appena aveva sentito che capitava gente in direzione, strisciò e cadde, battendo forte col manico sul pavimento.
—In che cosa vi posso servire?—ripetè il Cammaroto.
—Ma, si vorrebbe...—e il capitano Redaelli accennò alla signora Apollonia seduta immobile e imbronciata, come un idolo indiano, accanto al direttore.—Si vorrebbe parlare con lei... da soli....
—Parlate pure: non uso aver segreti colla mia signora!
I due padrini fecero un secondo inchino, e il Redaelli accennò al Casiraghi che, ficcata la penna dietro l'orecchio, e appoggiata la spalliera della seggiola contro la parete, s'era messo tutto comodo, e col muso in su per sentire.
—Parlate pure: non uso aver segreti coi miei collaboratori!—ripetè il Cammaroto.
Allora il capitano Redaelli, mentre il suo compagno rimaneva muto, mostrò il mandato che avevano ricevuto da Giulio Barbarò per domandare una soddisfazione all'autore dell'articolo: Il candidato della disperazione.
Appena ebbe udito le parole "domandare una soddisfazione" Peppino Casiraghi ricominciò in fretta, e colla testa bassa, a correggere le bozze.
—Soddisfazione?... Soddisfazione, la dice?—si mise a gridare scattando la signora Apollonia.—Soddisfazione?! Il direttore ha usato del suo dritto di pubblicista!... O che, non ci ha da essere la libertà di stampa, non ci ha da essere?...
Ma il Cammaroto, alzandosi in piedi maestosamente, e stendendo le braccia, impose il silenzio.
—Calmati, calmati, Polonnì!...—Poi si rivolse ai rappresentanti di Giulio Barbarò, e dopo essersi di nuovo ben fermate sul naso le lenti e ravviata la zazzera, continuò con grande solennità di tono e di gesto:
—In teoria, noi siamo avversari aperti del duello: di questo barbaro costume, di barbari tempi. Ma, poichè vincere consuetudinem dura est pugna, come lasciò scritto sant'Agostino, e d'altra parte non dovendosi precorrere coll'evoluzione dei fatti l'evoluzione del pensiero, come ho scritto io medesimo nelle Mie confessioni al Padre Passaglia, pubblicato nel Mediatore di Torino e riprodotte dal Der Staat und die Kirche, di Lipsia, così accetto, ho l'onore di accettare, il cartello di sfida che mi portate in nome di Giulio Barbarò. Solamente nel caso presente dovremo pensare a trovare il modo di conciliare il desiderio del vostro primo colle più alte prerogative della libertà di stampa, coll'inviolabilità intangibile del sacro ministero di pubblicista, coi miei doveri di scrittore e di uomo pubblico.... Però vi prego in cortesia di volermi indicare il luogo e l'ora in cui potrete abboccarvi con due amici miei, che saranno a tal uopo delegati coll'incarico di rappresentarmi e di riferire le mie condizioni.
Il capitano Redaelli, a nome anche del dottor Carlo Franchi, rispose allora che avrebbero aspettato gli amici del signor direttore della Colonna di fuoco, nella prima sala del Caffè Cova, dalle quattro alle cinque pomeridiane.
Salvatore Cammaroto ringraziò con un cenno ossequioso del capo, e volle accompagnare fino sulla soglia dell'uscio i due signori che se ne andarono dopo avergli stretto la mano, ed essersi inchinati col più profondo rispetto all'Apollonia che invece di rispondere voltò le spalle crucciata.
"Che vi pigli un accidente a tutt'e due!"
Chiuso l'uscio dietro ai secondi del giovane Barbarò, Salvatore ritornò in fretta per sedersi al suo tavolo e ripigliare il lavoro che avea dovuto interrompere, ma la signora Apollonia e Peppino gli furono addosso con un monte di parole. La moglie, spaventata, voleva farsi promettere dal direttore che non si sarebbe lasciato sopraffare da quelle millanterie, che avrebbe dichiarato di non volersi battere co' birbaccioni, e che la stampa aveva il dritto di far la luce. Peppino Casiraghi, invece, era solo premuroso di sapere chi avrebbe scelto per padrini e come avrebbe fatto il duello, e propendeva per l'ultimo sangue.
—Polonnì, oh Polonnì!... Per conservare al proprio nome l'autorità necessaria per compiere, coll'aiuto del Sign.... per compiere sulla terra qualche cosa di bene, bisogna, spesse volte, soffocare i propri convincimenti, bisogna chinare il capo e seguire la corrente!... E voi, Peppinuccio mio, statemi in pace e vedrete che, come san Pietro a Malco, troncherò le orecchie a chi osa levare "la proterva mano" sul... sulla Dea Libertà!... Ma, son già le dieci e un quarto—continuò dopo aver guardato l'orologio a pendolo, appeso alla parete.—Presto capiterà in Direzione l'avvocato Gian Paolo... Lui e un altro, il primo che verrà dopo, porteranno a quei signori la mia risposta. Sebbene sfidato, lascio a Giulio Barbarò la scelta delle armi, del luogo, e il fissare le condizioni. Io ne metto una solamente: non voglio battermi prima di lunedì prossimo se le elezioni saranno compiute domenica, o di lunedì a quindici, se vi sarà ballottaggio!...
Ma, in tutta la mattina, nè l'avvocato Gian Paolo, nè gli altri assidui della Colonna di fuoco, non si lasciarono vedere. Era già corsa voce per Milano che Giulio Barbarò avea mandato a sfidare il Cammaroto; che ci dovea essere un duello molto serio; e lo sdegno di questo figliuolo che esponeva la vita per l'onore del padre aveva commossa la sensibilità volubile e retorica del solito pubblico dei caffè, motivo per cui gli amici del Cammaroto stavano al largo, non amando d'incorrere nella impopolarità, nè d'aver brighe.
"Già" mormoravano fra loro "avean sempre predicato inutilmente, a quel benedett'uomo, di conservare la misura nella sua polemica!..."
Peppino, intanto, non vedendo capitar nessuno, perdeva la pazienza, mentre la signora Apollonia, quantunque volesse mostrarsi indifferente, allungava il collo ad ogni passo che sentiva nella strada per vedere se passava dalla finestra la tuba lustra dell'avvocato. La buona donna sperava che il Serbellini avrebbe dissuaso il direttore dall'accettare la sfida, e in ogni modo le premeva di essere presente a tutte quelle pratiche.
—Son le undici e mezzo.... Sono i tre quarti.... Son presto le dodici!—diceva ogni momento Peppino Casiraghi, che pareva avesse l'argento vivo addosso.—Ormai può star sicuro, direttore, che non vien più nessuno!... Vuole che faccia io una corsa, per chiamare l'avvocato?
—E che ci deve pensar lei, in tutti i modi?... Lasci un po' stare!...—borbottò la signora Apollonia, stizzita.—Ha una gran smania, lei, di far ammazzare la gente!...
—Non arrabbiarti, Polonnì!... Peppino ha ragione. In queste faccende non bisogna ridursi all'ultimo momento, col pericolo, magari, di non trovar più nessuno!...—esclamò il Cammaroto alzandosi e cominciando a spolverarsi le scarpe rotte, col fazzoletto turchino.—Adesso anderò io stesso in cerca di Gian Paolo nostro. Se non è venuto, vuol dire che avrà da fare, e lo troverò ancora allo studio.
E dalle scarpe, col medesimo fazzoletto, passò a spolverarsi il cappello. Poi, dopo aver fatte alcune raccomandazioni, per il giornale, a Peppino Casiraghi gli voleva affidare, per quel tempo che sarebbe rimasto assente, anche la sua signora, ma questa,, che s'era messa ad aggiustargli il nodo della cravattina bianca, e a levargli qualcuna delle frittelle più vistose dell'abito, non ne volle sapere.
—Come?... Anche lei, sora Apollonia, vuol andare in cerca dei padrini?
—Sicuro, gua'!... E non mi tiene nè manco un reggimento di soldati!
Salvatore, con un sorriso di tenerezza indulgente, voleva persuadere la moglie di attendere il suo ritorno in ufficio, promettendole che le avrebbe riferito tutto esattamente, ma non ci fu verso. La signora Apollonia gli cacciò il fazzoletto in tasca, il cappello in testa, se lo prese sotto il braccio e uscirono insieme, per quanto Peppino brontolasse che la cosa era sconveniente e contraria a tutte le regole della cavalleria.
Il direttore, dunque, e la sua signora, si avviarono direttamente, prima di tutto, allo studio dell'avvocato Spinelli. Ma allo studio l'avvocato non c'era; e non c'era un'anima. A forza di sonare venne una donna sulla scala, col grembiale bianco e la cuffietta, la quale non potè trattenersi dal sorridere vedendo il cappellone smisurato della signora Apollonia, e rispose, come aveva ordine di rispondere sempre a chi veniva in cerca del padrone:
—Il signor avvocato è al Tribunale.
—Ci credo poco al Tribunale!—mormorò la signora Apollonia quando furono in istrada.
Il direttore sorrise, le offrì il braccio, si cacciò le mani dentro le maniche, e si avviò verso il Tribunale, colla sua solita andatura.
Al Tribunale nessuno aveva veduto l'avvocato Pietro Paolo Serbellini, ma un usciere, al quale si erano rivolti per saperne qualche cosa, tenendo gli occhi fissi, anche lui, sul cappello della signora, rispose "di provare a cercar l'avvocato al Caffè delle Colonne, che a quell'ora ci poteva essere a far colazione."
Passarono dal Caffè delle Colonne... l'avvocato non c'era più.
—Sarà un cinque minuti che se n'è andato!—esclamò il cameriere, ma questi senza badare al cappello della signora che aveva già veduta più volte...—Provino alla Patriottica!...
I coniugi Cammaroto si avviarono verso la Patriottica, ma quando furono in fondo al Corso videro l'avvocato che attraversava la piazza del Duomo.
Lo avevano riconosciuto dalla tuba lustra e dal grosso fascio di carte che gli usciva dalla saccoccia del paletò.
—Eccolo, Polonnì!
—Eccola quest'anima dannata!
L'avvocato li avea già sbirciati di lontano colla coda dell'occhio, e affrettava il passo per scansarli.
—Avvocato! avvocato!—cominciò a gridare il Cammaroto, correndogli dietro colla moglie sotto al braccio; ma l'altro tirava di lungo più duro che mai.
—Avvocato!
—Avvocato!—cominciò a strillare anche la signora Apollonia, tutta scalmata.—Avvocato!
Non c'era verso di cavarsela; Gian Paolo si volse col capo, strinse le palpebre dietro le lenti, poi fingendo di riconoscerli in quell'attimo, si fermò facendo le più alte maraviglie.
—Oh Salvatore carissimo! Donna Apollonia, i miei complimenti!
—Siete sordo, giuraddina!—borbottò la signora ansante.
—Sordo no, ma sono intontito dal gran lavorare. È una giornataccia disperata, come non ne capita altro che a me. Ho avuto da discutere una causa in civile per turbato possesso—e mostrò il fascio di carte da una parte.—Adesso devo presiedere un consiglio di famiglia—e mostrò le carte dall'altra parte.—Insomma... non ho tempo da respirare.
—Buono!... E anch'io venivo in cerca di te per una piccola noia che ho da darti!—esclamò il Cammaroto sorridendo, mentre la signora Apollonia fissava muta l'avvocato con un'occhiataccia piena di diffidenza.
—Sempre a' tuoi ordini...—rispose il Serbellini con un tono pochissimo incoraggiante.
—Mi spiccio in due parole: Giulio Barbarò....
—Il figlio di qui' ccane!—grugnì fra i denti la signora Apollonia.
—....mi ha mandato a sfidare!
—Eh... siamo giusti...—l'avvocato strizzava l'occhio sorridendo—v'è di che! sei proprio stato senza misericordia!... E... come hai risposto?...
—Ho risposto che in questo caso, credendo conveniente di derogare ai miei principii, accettavo la sfida....
Gian Paolo sospirò e si strinse nelle spalle, mentre approvava col capo.
—Al mio avversario lascio il dettare tutte le condizioni; io non ne metto altro che una: mi voglio battere a elezioni finite.
L'avvocato Gian Paolo continuava a sospirare e a guardare il Cammaroto con una faccia, come se gli preparasse le esequie.
—Eh... già... quell'articolo, se vogliamo... era assai violento... forse, direi quasi, anche troppo violento.
—Senti! senti!... Troppo violento!... La mi 'anzona, sor avvocato?—si mise a gridare l'Apollonia, ohe cominciava a uscir dai gangheri.—La mi 'anzona?... S'è stato lei a metterlo su?... Se dopo letto l'articolo, saltava come un matto e piangeva come un vitello?...
—Certo... certissimo... ho detto e ripeto... quell'articolo era un torrente di verità sacrosante... ma forse... ci voleva in alcuni punti, un po' più di forma!...
—Be'... adesso, non è di questo che si tratta—interruppe il Cammaroto, ch'era pure un po' seccato per il contegno strano dell'amico Gian Paolo.—Adesso volevo dirti che, naturalmente, avevo pensato a te, prima che ad ogni altro per....
Ma l'avvocato, a questo punto, non lo lasciò finire, e prendendogli una mano e premendola sul proprio cuore—grazie di questa novella prova di amicizia, ma con te già si può parlare chiaro... ti prego... di cercarne un altro. In affari simili, io non ci ho punto pratica. Sono un pacifico padre di famiglia; mia moglie patisce di convulsioni; poi, come t'ho detto—e tornò a mostrare le carte—mi mancherebbe il tempo necessario....
—Ma...—balbettò il Cammaroto—gli è che il tempo stringe e non vorrei trovarmi in... in impiccio....
—Perchè non ti sei rivolto al Nannarelli?... Quello è l'uomo fatto apposta per queste cose!... È anche membro del Tiro a segno.
—Ma... stamattina non s'è visto neppure lui!... E poi, non so bene dove abita....
—Non sai dove abita il Nannarelli?... Ti servo io: Corso Venezia, numero cinquantatrè! Vai dritto, e non puoi sbagliare. Se prendi un omnibus ti ci porta in due minuti.... Guarda, guarda che bella combinazione!—e l'avvocato indicò al Cammaroto un omnibus, che attraversava la piazza a non molta distanza da loro,—l'omnibus del Corso Venezia parte proprio adesso!... Se fai presto, lo puoi raggiungere ancora....
Il Cammaroto si voltò, vide l'omnibus, si cacciò una mano sul cappello a cilindro perchè non gli volasse via e gli corse dietro seguìto dalla signora Apollonia ansimante, mentre l'avvocato, agitando in alto il fascio di carte, faceva segno al conduttore di fermarsi, e continuava a gridare:—Corri, corri, Salvatore!... I miei rispetti, donna Apollonia!
Poi quando vide l'omnibus fermarsi, e il conduttore imbarcare la signora e il Cammaroto, respirò mormorando: "Tant'è, me la sono cavata a buon patto!... Figurarsi, se mi volevo compromettere con quel mattoide!..."
Nel medesimo tempo la signora Apollonia, stretta nell'omnibus, mentre si aggiustava il cappello, che durante la corsa aveva perduto l'equilibrio, dichiarava al marito che "se quel canchero d'un avvocato" avesse avuto tanto ardire da tornare a ficcare il naso in direzione, gliene voleva dir tante, da svergognarlo.
—Calmati, calmati, che non ne mette conto. Tanto o lui o il Nannarelli per me fa lo stesso!...
La signora Apollonia tacque, ma non si calmò, e cominciò subito a guardare i numeri delle case, cogli occhi torvi. Quando l'omnibus fu arrivato al numero cinquantatrè, lo fece fermare.
—Ci siamo, Salvatore.
Scesero, e tutt'e due mormorarono con un sospiro di sollievo, quando il portinaio disse loro che il Nannarelli era in casa:
—Almeno avremo finito di girare!...
Ma invece, povera gente, dovettero girare dell'altro, e per un pezzo!
Anche il Nannarelli, quel giorno, era pieno di faccende.
—È arrivata da Barzanò una cugina di mia moglie, e tutta la santa mattina ho dovuto andare attorno con lei. Auf... non ne posso più!... Ho fatto visita si può dire a tutti i magazzini del Corso. Figurati, Salvatore, ha una figliuola che si fa sposa: non ho più fiato, nè gambe... e non siamo alla fine! Ho appena il tempo di mangiare un boccone lesto lesto e poi... nuovamente di servizio!... Ma s'accomodi, signora Apollonia; e tu, Salvatore... perchè vuoi star in piedi?... Dieci minuti, per bacco, li posso rubare anche a mia cugina!
—Ma... ho... avrei....
—Abbiamo premura anche noi!—esclamò l'Apollonia col solito fare stizzoso. Dal preambolo essa aveva già capito che nemmeno su quello c'era da fare assegnamento.
—Anch'io—continuava intanto il Cammaroto,—avrei una piccola noia da darti.... Amicus fidelis, protectio fortis, secondo l'Ecclesiastico...—e mentre l'Apollonia guardava di traverso il Nannarelli, Salvatore gli prese una mano e sorridendo gli raccontò quanto gli era accaduto, e lo pregò di volersi assumere la briga di fargli da padrino.
—Volentierissimo... sempre a' tuoi comandi... ma... tienmi in serbo per un'altra occasione.
—Andiamo, Salvatore—borbottò l'Apollonia tirando il marito per un braccio.
—Sarebbe un onore, per me, signora mia, si figuri; ma dica lei se non sono proprio disgraziato. Uno zio di mia moglie è ragioniere capo alla Banca del Credito Popolare, dove il Barbarò può fare alto e basso. Se io, come vorrei, accettassi l'incarico del nostro caro direttore, quella canaglia, per vendicarsi di me, che sono andato a sfidare suo figlio, farebbe perdere il posto a mio zio e.... Vedi bene, Cammaroto... vede bene, signora Apollonia, si tratta di un padre... di cinque figli.
—Andiamo, Salvatore!—ripetè l'Apollonia tirandosi dietro il marito, senza badare al Nannarelli. Ma questi volle accompagnare i Cammaroto fin sulla scala, e più li spingeva verso la porta, più si profondeva in offerte e in complimenti, dicendo fra l'altre cose alla signora Apollonia che, alla prima occasione, avrebbe voluto aver l'onore di presentarle sua moglie.—Oggi è tutta sossopra anch'essa per questo benedetto matrimonio di nostra nipote!—E sulla porta, dopo aver fatto i più cordiali augurii all'amico Salvatore, strizzando l'occhio e stringendogli forte la mano, gli raccomandò, se gli fosse stato possibile, di intiepidire un pochino quel suo gran bollore meridionale.... Il Cammaroto gli rispose con un'alzata di spalle, e se ne andò senza nemmeno salutarlo.
—Hai sentito, Polonnì!... Anche lui come quell'altro!...
—Figli di 'ani!...
—E adesso, chi si va a pescare?
Salvatore Cammaroto si strinse nelle spalle, e collo sgomento in cuore d'essere abbandonato sul più bello da tutti gli amici, dai collaboratori morali della Colonna, andò a battere ancora a diverse porte, ma sempre collo stesso bel frutto.
Tizio era spiacentissimo di non poter accettare "quel grande onore che gli voleva fare l'amico Cammaroto" ma partiva sul momento per la campagna: aveva i buoi collo zoppino!—Caio era desolato di non poterlo servire. Suo fratello era amicissimo di Giulio Barbarò, e non doveva accettare per riguardi di famiglia. Un altro non voleva assumersi l'incarico perchè era della Congregazione di Carità insieme col Barbarò; un altro perchè faceva affari colla Banca degli interessi lombardi provinciali, e temeva di crearsi difficoltà per lo sconto; e così di seguito, tutti colle più vive espressioni di rincrescimento; tutti ringraziando dell'onore e impegnandosi per la prima occasione, lo lasciavano in asso, compiangendolo per quella tegola che s'era tirata sul capo; facendo cuore alla povera signora Apollonia, e raccomandando in ogni tono, mentre gli aprivano la porta per farlo uscire "la forma!... la forma!... la forma!..."
—Oh, Polonnì, questa gentaccia mi farà perdere la testa!...—esclamava scorato il Cammaroto che vedeva avvicinarsi le quattro e ancora non avea trovato i padrini da mandare al Caffè Cova.
—Figli di 'ani!—rispondeva sempre la signora Apollonia colla voce rauca e tutta rossa in viso. Era stanca, aveva sete, aveva caldo, quantunque fosse di dicembre; e mentre schiattava di rabbia contro quegli altri, guardava di tanto in tanto il direttore che, abbattuto, piegava il collo sempre di più; lo guardava con un'espressione di tenerezza, di mestizia, d'inquietudine e non aveva più testa nemmeno per aggiustarsi il cappello che ormai le stava tutto di sbieco.
—Se fossi in te, manderei Peppino da que' du' così e farei dir loro che noi non si vuole imposizioni. Poi sulla Colonna vorrei dire le mie ragioni all'avvocato, al Nannarelli... e a tutti quanti!
Ma dei due consigli della moglie il Cammaroto non accettò altro che il secondo. Lasciata l'Apollonia, che non aveva più animo d'insistere per accompagnarlo ancora, all'ufficio della Colonna, prese un brum, si fece condurre alla Società dei reduci, dove gli fu indicata l'abitazione del presidente, vi si recò difilato, e col mezzo suo ebbe i due padrini che gli abbisognavano e che prima delle cinque entravano al Caffè Cova. Poi, accomodata questa faccenda, scrisse la sfuriata, come gli aveva suggerito la signora Apollonia, contro l'avvocato Gian Paolo Serbellini, contro il Nannarelli e compagnia, chiamandoli leoni-conigli, e sfogò tutto il malumore, tutto il dispetto e l'ira sua, narrando per filo e per segno la faticosa via crucis compiuta inutilmente dall'uno all'altro, e l'abbandono in cui era stato lasciato per egoismo, per bassezza, per viltà. E dichiarava che voleva rompere tutti i vetri dell'ufficio "per ritemprare colle aure ossigenate l'ambiente saturo dei loro pestiferi miasmi." "A me solo" prorompeva il Cammaroto nel punto massimo del suo furore "a me solo il disonor del Golgota" e mandava gli apostoli "sfibrati e simoniaci" dove "stava di casa la bramosìa plebea camuffata di gentilomeria accattona; l'astuzia e la vigliaccheria mascherate di prudenza," dove "per forma e per misura si spacciava l'ipocrisia e il gesuitismo."
Ma in questa sua ira il Cammaroto avea fatto un passo falso, e lo Zodenigo se ne approfittò subito, traendo occasione dall'abbandono in cui era stata lasciata la Colonna di fuoco per mostrare come l'opinione pubblica fosse disgustata dall'intemperanze della polemica Cammarotiana.
Era il primo caso in cui il Moderatore si degnava rivolgere la parola direttamente al giornale dell'ex-frate catanese; ma lo faceva coll'aria schifiltosa d'una damina che fa una smorfia e si restringe tutta in sè stessa, mentre sta per lasciar cadere un soldo nel sudicio cappello di un mendicante. Compiangeva più che altro il Cammaroto "che riusciva a lordare, ma non a ferire," e faceva intendere, fra le eleganze dello stile compassato, che era forse ancora più matto che non canaglia, "un soggetto più da processo clinico che da processo penale." E dichiarava pure che il Moderatore "da cortese gentiluomo" sarebbe stato ben lieto d'offrire al Serbellini, al Nannarelli e ai loro egregi amici quella ospitalità che "l'iracondo apostolo... della bugia" voleva infligger loro come una punizione.
"Del resto, Milano aveva giudicato. Milano, che a buon diritto poteva vantarsi come la capitale morale e intellettuale d'Italia; Milano la seria, la forte, l'operosa, l'onesta; Milano aveva già irremissibilmente ripudiata una stampa senza freno e senza pudore; che non aveva nulla di inviolabile, nemmeno le pareti domestiche, nemmeno i più gelosi segreti della vita privata; che non rispettava nulla, nè amici nè avversari, e contro la quale il buon ambrosiano, sulle cui labbra scoppiettava sempre viva la satira di Carlo Porta, aveva inflitto il marchio di un soprannome che avrebbe vissuto più del nome vero, e che sarebbe stata l'unica memoria superstite di quella lotta infelice, di quella polemica sciagurata:
La Colonna... di feccia."
Infine, come se il Cammaroto ormai fosse proprio morto e sotterrato, e di Francesco Alamanni non fosse più nemmeno il caso di discorrerne, annunciava solennemente che "il giovedì di quella stessa settimana (le elezioni erano indette per la domenica) alle ore 11 antimeridiane precise il cavalier Pompeo Barbarò, invitato dal Comitato elettorale degli agricoltori liberali-moderati," avrebbe tenuto una conferenza nella sala del Teatro Sociale di Panigale, per intendersi cogli elettori e manifestar loro le proprie idee intorno alla politica del Governo e alle riforme amministrative.