XVI.
Le nozze del deputato Barbarò di Panigale, riuscirono magnifiche oltre ogni dire. Il Sindaco in persona, colla sua bella fusciacca e col suo più amabile sorriso, unì civilmente gli sposi, e l'Arcivescovo stesso accettò volentieri di celebrare il matrimonio religioso nella cappella del palazzo nuovamente acquistato dal Barbarò, e appartenuto già all'antichissima casa dei Visconti Bescapè. Il marchese di Rho era il padrino dello sposo, e il marchese di Collalto quello della sposa, la quale fu poi accompagnata in Municipio e assistita, durante la cerimonia religiosa, dalla Mary, la sua dolce amica d'un tempo, che stava adesso per diventar quasi una sua figliuola. La marchesa, colla persona smagrita e incurvata, cogli occhi neri sbattuti, che spiccavano maggiormente sul viso pallido, pareva uscita allora da una gran malattia, sebbene non avesse avuto neanche un giorno di letto. Invece la Mary si era fatta ancora più bella e fiorente; la sua figura aveva acquistato un'aria matronale, una voce più rotonda, modi più risoluti. Quella mattina era poi vestita assai semplicemente, e sembrava anche più giovane: non portava gioielli, ma sul petto aveva appuntato il velo del cappellino, come si usava allora, con una piccola miniatura legata in oro e contornata di grossi brillanti. La miniatura era ancora quella della mamma; invece la montatura era nuova. Stavale dietro, mangiandola cogli occhi, il buon Giulietto Barbarò, un po' impacciato colla sua persona mingherlina, mentre essa dava il braccio a Stefano di Collalto, che per l'occasione pareva diventato più miope e più sottile del solito. Per seguire la moda fino all'ultimo, oltre al gestire e al camminare all'inglese, metteva l'accento inglese anche nelle pochissime parole che diceva. Ma seriissimo e impassibile fuori, dentro di sè era gongolante di quelle nozze: aveva sei cavalli in scuderia, i più belli del reggimento, e, per gratitudine, aveva già cominciato a chiamar papà don Pompeo di Panigale. La calca dei curiosi fuori del Municipio, e alla porta del palazzo era stata enorme. A dar poi anche più lustro a quelle nozze, il Re, che non si era dimenticato di essere stato ospite del deputato Barbarò, mandò a regalare alla sposa uno splendido braccialetto: dono veramente reale. Pompeo Barbarò, che per sua soddisfazione lo avea fatto stimare segretamente dal proprio orefice, ci aveva riscontrato più di quindicimila lire soltanto in pietre preziose.
Alla colazione che precedette la partenza degli sposi per il viaggio di nozze, oltre a tutti gli amici, i migliori del bel mondo, oltre al sindaco, al prefetto, a un paio di generali, e ad una mezza dozzina tra deputati e senatori, c'era pure il marchese Brancaccio, presidente del Luogo Pio dei Sordo-Muti, l'avvocato Terzi, presidente dell'Ospizio di Santa Maria Segreta, e il cavalier Marnulfi, presidente della Congregazione di Carità...: insomma una rappresentanza di tutti i vari luoghi pii milanesi, ai quali il Barbarò nell'occasione del suo matrimonio aveva regalato, complessivamente, la cospicua somma di cinquecento mila lire. Splendida elargizione, che gli procurò lodi universali colla proposta di una medaglia d'oro, da conferirgli al suo ritorno, mentre lo Zodenigo gli telegrafava il proprio plauso da Civitavecchia, con una solo parola: Egregiamente.
C'era stata anche donna Lucrezia al matrimonio, ma giù in strada, dinanzi al Municipio, confusa tra la folla che brulicava in mezzo alle carrozze. La Balladoro aveva scritto di suo pugno prima all'Angelica, poi alla Mary e a quel pandòlo di Giulio, e in fine allo stesso Barbarò, significandogli, in anticipazion, che sarebbe rimasta molto offesa e mortificata se non l'avessero compresa nella lista degli invitati, tanto più che una Balladoro (di quei veri di Venezia) poteva anche essere invitata a corte senza svergognar nessuno. "Ma per via dell'ingratitudine della quale si vedeva ognora corrisposta da tutti quanti, aveva pensato, caso mai, di prevenire lo smacco, non maravigliandosi più di niente!"
Il Barbarò, invece di rispondere, le mandò un suo ragioniere con un biglietto da mille lire, e coll'incarico di farle intendere che, quanto all'ingratitudine, non aveva ragione di lamentarsi, perchè viveva, e viveva bene, colle elargizioni di donna Mary, la quale, non avendo un soldo, era sempre lui che pagava; e circa poi all'invito, doveva capire una volta per sempre, che Don Pompeo avrebbe continuato a chiudere un occhio su ciò che faceva sua nuora, purchè la signora Balladoro se ne stesse tranquilla e sopratutto in disparte.
Donna Lucrezia strepitò, pianse, parlò di ricorrere ai tribunali, ma alla fine prese le mille lire facendosi promettere dal ragioniere che sarebbe ritornato da lei un altro giorno, con più comodo, perchè aveva bisogno di sfogarsi, di aprirgli tutto il suor cuor, di esporgli tutte le enormi ingiustizie delle quali era "vittima giornaliera" per parte della Mary, dell'Angelica, di quel pandòlo del signor Giulio, ed anche del commendatore, quantunque omo de gran talento, ma messo su, contro di lei, da quel birbante dello Zodenigo. Il ragioniere non era più ritornato, ma Donna Lucrezia non avea potuto resistere, era andata al Municipio, il giorno delle nozze, contentandosi, per non dar nell'occhio al Barbarò e non disgustarlo, di rimaner fuori in istrada, a vedere, e a far sapere alla gente che la marchesa Angelica, la sposa, era sua cugina, come marchesa di Collalto e come contessa di Castelnovo, per cui quel gran milionario del commendator Barbarò di Panigale, veniva a essere da quel giorno in poi, suo cugino anca lù, e in primissimo grado.
Don Pompeo e Donna Angelica rimasero lontani da Milano parecchi mesi: visitarono Vienna, Parigi, Londra, poi fecero una lunga dimora in Iscozia. Quel viaggio era argomento di molte curiosità e di molti discorsi, e Diego di Collalto ne riferiva l'itinerario e gli episodi al Club e al Caffè Cova, ridendo cogli altri di Don Pompeo che, poco pratico del francese, faceva un gran studio di dizionari, e lasciava sempre parlar la moglie e il cameriere.
Ma quando gli sposi ritornarono a Milano, e il marchese Diego andò ad incontrarli alla stazione, non rise più. Il Barbarò, più grasso e più elegante, pareva ringiovanito, dacchè smesso l'uso del cerone, aveva adottata una tintura inglese, famosa. Angelica invece non era più riconoscibile: era invecchiata, con quasi tutti i capelli bianchi, col viso livido e smunto, colle guance infossate.... Soltanto gli occhi erano lucidi come prima; ma guardavano fissi, smarriti, con un'espressione di sbalordimento e di terrore: pareva chiedessero pietà e aiuto. La poveretta era molto ammalata: la febbre e la tosse la rovinavano.
—Nipotina mia,—le disse il marchese Diego che si sentiva scosso mal suo grado,—bisogna mettersi in quiete, e curarsi.
—Eh, sicuro,—rispose il Barbarò con un gran sospiro di compunzione,—bisogna curarsi: del resto l'ho fatta visitare dai migliori medici inglesi!—poi soggiunse con una risataccia—e come si fanno pagare, quei ladri!... costa caro anche il crepare in quei paesi!...
I medici avevano dichiarato al Barbarò che la marchesa Angelica, per quante cure facessero, non avrebbe potuto durare lungamente... e il Barbarò riferì subito, appena a Milano, quella sentenza, facendosi compiangere dalle signore, anche presente sua moglie, alla quale poi soleva dire, quando c'era gente, in tono piagnucoloso:—che cosa farò mai, io, senza di te?... che solitudine, se tu mi venissi a mancare!... non potrei più vedermi in una casa così grande: dovrei venderla!
Ma non erano veramente questi i suoi disegni. Don Pompeo pensava già di ammogliarsi una terza volta: ma voleva una giovane sana e allegra... non più un funerale di prima classe. Si era ammogliato una volta per compiere una buona azione, per far tacer la coscienza fino all'ultimo scrupolo, per far la fortuna del marchesino Stefano, che era rimasto forse un po' danneggiato dall'amministrazione di Villagardiana; ma avendo soddisfatto ai suoi scrupoli di galantuomo e di gentiluomo, quest'altra volta voleva soddisfare i suoi gusti: voleva allegria in casa, e voleva ricevere e divertirsi!
Gli affari non lo occupavano più; guadagnava, guadagnava, guadagnava, continuamente, favolosamente, ma senza fatica; i milioni affluivano spontaneamente nella sua cassa. Ormai non era più Pompeo Barbetta che correva dietro ai denari, erano i danari che correvano dietro a Don Pompeo Barbarò. Lui, data appena una capatina alla Banca, per far come il solito e per godere il reverente omaggio de' suoi sudditi, del resto passava le ore in un ozio sfarzoso. Amava adesso la vita politica, e anche la vita mondana: si compiaceva della voga acquistata dal suo nome e dalle sue ricchezze. Dava pranzi sontuosissimi, che dettavan legge alla moda; feste, che facevano chiasso, e alle quali accorreva, con tutta Milano, anche il meglio di Milano.
Ma c'era Donna Angelica che non era fatta, pel tenore di vita prescelto dal commendatore. Intanto, dopo i primissimi giorni, la passione del signor Pompeo per la bella marchesa, si era subito dileguata. Una donna sempre in lacrime, che lo guardava con gli occhi spaventati e che cadeva in convulsioni ogniqualvolta egli le si accostasse, non poteva certo riuscirgli molto gradevole.
—Le lacrime delle donne,—diceva Don Pompeo quando si sfogava su tal proposito col marchese Diego,—sono come il pepe nella minestra: un po' la rende più gustosa: troppo, secca, e va a traverso!...
E oltre alla passione, così presto svanita, nemmeno il suo amor proprio aveva di che esser contento. Dopo tanti anni di desideri e di sospiri, dopo tanti e tanti ostacoli che avea dovuto combattere e vincere, si era trovato... colle pive nel sacco. Invece di rapire l'innamorata al proprio rivale, lui, buonuomo, aveva sollevato l'altro da un peso. E che peso!...
In fatti, Andrea Martinengo si era messo quasi subito a far la corte, con buon successo, alla contessa Florio... e il Barbarò, ch'era stato dei primi a saperlo, andò in bestia contro la moglie, maltrattandola, e dicendole ogni sorta di villanìe, come se essa l'avesse messo in mezzo.
Non poteva più vedersela dinanzi, con quel muso sfatto da moribonda!—se c'era pranzo, levava l'appetito ai comensali; se c'era una festa, la rendeva un mortorio: era una donna insopportabile!—Lui l'aveva sposata per fare il galantuomo fino all'ultimo;—ma costava d'essere galantuomo!... eccome se costava!...—Per il nome, per il titolo non l'aveva sposata davvero!... non aveva da far altro che scegliere, e gli avrebbero dato anche una duchessina di diciott'anni, bella come il sole!—E per di più avea da pagare debiti sopra debiti a quello scimmiotto del figliastro: ma avrebbe pensato lui a farlo rigar diritto; gli voleva assegnare un tanto al mese, e se spendeva di più, lo avrebbe costretto a dar le dimissioni, e lo avrebbe relegato a Villagardiana, a fare il contadino.
Già... lui era un uomo di cuore, e non voleva togliere ai propri figli, per dare agli altri: la sua discendenza l'aveva, erano i figli di Giulio e della Mary. Quelli lì erano Barbarò di Panigale autentici; erano la seconda generazione dei nobili di Panigale!...—E Pompeo, voleva molto bene davvero ai suoi nipotini; era forse il primo affetto sincero, che gli fosse spuntato nel cuore. Amava l'ultimo specialmente, che aveva nome Pompeo, che assomigliava alla Mary, ed era bello come un amorino. Tutti dicevano al Barbarò che era lui, nato e sputato, e il nonno trovandosi grazioso nel visetto del piccolo nipote, se la godeva.
Don Pompeo, quando non aveva pranzi di gala, o ricevimenti, quando non era a qualche Banca, quando non era a Roma, finiva col passar tutto il suo tempo nel quartiere della Mary, dove, con quei ragazzi, c'era più vita, e più allegria: e così Angelica riusciva ad ottenere l'unico bene che potesse desiderare: quello di morire in pace. Non vedeva più nessuno: nemmeno lo zio Diego non veniva quasi più a vederla, perchè gli faceva troppo pena; la Mary passava spesso da lei, ma eran visitine corte; aveva tanto da fare!... entrava dappertutto: asili infantili, visite all'ospedale, fondazione delle piccole suore, feste e fiere di beneficenza: poi le caccie a cavallo, poi le corse a Castellazzo, poi le regate, poi le recite: non aveva un minuto libero. E con tanto da fare stava sempre bene, anzi se s'ha da dire, fin troppo bene. Le sue fattezze si facevano alquanto pienotte, le forme si arrotondavano; la voce e il riso non avevano più lo squillo argentino d'una volta; Giulietto peraltro non se ne accorgeva: il suo amore per la moglie cresceva ogni giorno, come lei e più di lei.
Anche rispetto ai pranzi e alle feste Angelica aveva un po' di tregua: Don Pompeo, pareva li avesse sospesi per il momento, aspettando miglior occasione.
Una delle ultime feste, anzi l'ultima forse alla quale avea assistito Angelica, era stata più che altro una cerimonia di gran parata: le deputazioni dei Luoghi Pii che avevano avuto il mezzo milione, e che avevano in benemerenza decretato una medaglia d'oro con una pergamena miniata al Barbarò, dovevano recarsi in pompa magna a fargliene la presentazione; e quindi ci sarebbe stato un gran rinfresco.
—Patti chiari,—avea detto Don Pompeo alla moglie, annunciandole quella grande solennità,—non ci vogliono smorfie, nè deliqui: ti domando di star bene per un paio d'ore soltanto!... dopo, se ti accomoda, potrai tornare a star male quanto vorrai. Ho telegrafato a Stefano perchè venga anche lui. Tu sciogli la lingua, mi raccomando: prima puoi farti fare una puntura di morfina, per esser sicura di star bene. E ricordati di metterti in gala: ti darò i finimenti di lusso.
Così, Don Pompeo, chiamava le gioie di famiglia (le più antiche delle quali rimontavano fino all'Agenzia di Via del Pesce), gioie che il Barbarò teneva sempre sotto chiave. Quando voleva che la moglie le mettesse, gliele dava, numerandolo a una a una sotto i suoi occhi: poi le riprendeva tornandole a contare, e le chiudeva nello scrigno.
La medaglia d'oro, da presentarsi a Don Pompeo Barbarò di Panigale, non era stata votata a unanimità; anzi aveva suscitato vivaci discussioni, ma finalmente il partito era stato vinto, e il marchese Brancaccio, come presidente del comitato, aveva avuto l'incarico di farla coniare e di portarla in forma solenne a Pompeo Barbarò.
Egli, in fatti, a capo della deputazione (di cui facevano parte tra gli altri il cavalier Marnulfi e l'avvocato Terzi), nel giorno stabilito, fu ricevuto nel Palazzo Barbarò tra due file di servitori, in gran livrea, che facevano ala lungo lo scalone magnifico, coperto di soffici tappeti, adorno di pregevoli statue e di piante bellissime. Altri servitori, ma questi con calze e scarpini a fibbia, erano disposti nelle anticamere, sotto il comando del maggiordomo, il quale invitò la deputazione a entrare in una gran sala. dove la pregò di compiacersi di attendere Don Pompeo di Panigale.
—Che sfarzo!—balbettò uno della Deputazione, un giovanetto magro e irrequieto, che metteva il piede per la prima volta nel palazzo Barbarò. Ma il marchese Brancaccio non rispose: guardava i quadri appesi alle pareti della gran sala, dentro ricchissime cornici dorate.
Dovevano essere ritratti antichi, di famiglia; matrone in guardinfante; guerrieri nelle armature lucenti; magistrati in toga e porporati col cappello cardinalizio... Ma appunto, in uno di quei guerrieri dal viso arcigno e superbo, il marchese Brancaccio, che apparteneva ad una grande famiglia andata in rovina, avea riconosciuto uno de' suoi avi più illustri.
Da un altro canto l'avvocato Terzi (vecchio legale dell'aristocrazia milanese) chiamatisi vicini i colleghi, disse loro con comica gravità, indicando i ritratti:
—Sono i nobili antenati di Don Pompeo di Panigale, comprati a ribasso dal Baslini e dall'Arrigoni!
—Sì?... davvero!...—esclamò ringalluzzito il piccino, che poco prima era rimasto mortificato vedendo lo sfarzo del palazzo Barbarò,—davvero?...
Era costui un giovane rampollo di una ricca famiglia della provincia, stabilitasi da poco a Milano, e l'avevano messo nella Congregazione di Carità, perchè non aveva niente altro da fare.
—Davvero?... già ne ho sentito dire delle belle sul conto del Panigale!...—E rideva, rideva sommessamente, fiutando la maldicenza, col nasetto petulante.
—Che cosa avete sentito dire?—domandò colla sua solita prudenza e gravità, il solenne cavalier Marnulfi.
—Ci saranno esagerazioni,—osservò il Brancaccio,—si sa... l'invidia... ma per dire il vero quella vita esemplare che avete voluto mettere nell'epigrafe, mi par proprio un di più!
—Ci voleva quella parola per la simmetria dell'iscrizione,—osservò l'avvocato Terzi.—Del resto lasciate correre, marchese; uno che dal niente si fa un patrimonio di una trentina di milioni... è un gran bell'esempio!
—È stato creato nobile da poco, non è vero?... e prima, faceva soltanto il banchiere?—domandò il giovanetto provinciale.
—Prima si chiamava Barbetta, e faceva il portinaio!—esclamò l'avvocato.
—Il portinaio?—e l'omino spalancò la bocca e gli occhi dalla maraviglia,—e da portinaio è diventato... trenta volte milionario?
—Parlate piano,—avvertì il cavalier Marnulfi.
—Non ha fatto soltanto... il portinaio,—soggiunse il marchese Brancaccio, accarezzandosi le fedine bianche, e sorridendo.
—No, no!—risposero insieme, pure ridendo, tutti gli altri della commissione.
—Ha fatto anche un pochino... l'usuraio!—osservò uno.
—Già... un pochino!—rispose un altro strizzando l'occhio.
—Ha tenuto persino un'Agenzia di Prestiti sopra Pegno....
—E di collocamento delle ragazze... non da marito!—interruppe l'avvocato.
—Oh!...—fece il provinciale scandolezzato—oh!...
—E colle forniture?—soggiunse il Brancaccio,—ha guadagnato tesori.
—Dava il cartone per cuoio!
—Ferri vecchi per fucili nuovi!...
—Oh!...—continuava a esclamare l'altro,—oh!...
—E ha avuto un processo....
—Anche un processo?... Oh!... oh!... oh!...
—Per altro se l'è cavata bene.
—Ma il paese è stato derubato!
—Parlate piano!—tornò a raccomandare il cavalier Marnulfi, che teneva sempre d'occhio la porta da cui era uscito il maggiordomo.
—Se ha derubato il suo paese... ha fatto lo stesso altrove; a Verona, nel cinquantanove... quando c'erano ancora i Tedeschi....
—Già,—interruppe il marchese Brancaccio, colla voce stridula e tagliente,—i primi danari... gli ha fatti... coi Tedeschi.—Il marchese guardò l'avvocato; l'avvocato guardò il marchese e sorrisero insieme.
—Chi sa poi, se è vero!—disse il cavalier Marnulfi,—ma piano, piano, pianissimo.
—Fra i praticanti del mio studio,—riprese l'avvocato Terzi,—avevo un giovinotto, un buon diavolaccio lui, ma figliuolo d'un figuro, d'un commissario austriaco... d'un tale che chiamavano allora Don Miao... e costui mi ha proprio assicurato....
—Per Dio! parlate piano!—esclamò il Marnulfi, che aveva veduto aprirsi la porta.
In quel momento, in fatti, entrò il maggiordomo, e fece passare la deputazione nella gran sala dei ricevimenti, dov'era Don Pompeo Barbarò di Panigale, circondato dalla sua famiglia.
Il marchese Brancaccio corse ad ossequiarlo, seguìto da tutti gli altri, e fece la presentazione di quelli che non erano conosciuti personalmente dal commendatore.
Don Pompeo vispo, gaio, ridente, accolse la Deputazione con molta cordialità. Egli era pienamente contento, beato. Una volta sola i suoi occhietti ebbero un lampo d'inquietudine: Angelica, assai sofferente, avea piegato il collo assottigliato, aveva chinato la testa, pareva stesse per mancare.
—Ti senti poco bene?—le domandò Pompeo a denti stretti; e poi, dandole un forte pizzicotto nel braccio:—su, su, animo!—le disse piano,—non è questo il momento di svenire.
Angelica si fece forza, e trattenendo un sospiro, rialzò il capo, coperto di gemme.
Scambiati i primi complimenti da una parte e dall'altra, il marchese Brancaccio con acconce parole, in cui si lodavano le virtù private e pubbliche, e la preclara filantropia dell'illustre benefattore, gli consegnò in un astuccio aperto, insieme con una pergamena artisticamente miniata, la medaglia d'oro. Anche la medaglia era un capolavoro: da un lato si ammirava, riprodotto con finissima incisione, il ritratto del Barbarò; dall'altra, la seguente epigrafe:
A POMPEO BARBARÒ
NOBILE DI PANIGALE
CHE NELLA VITA OPEROSAMENTE ESEMPLARE
CON ILLUMINATA BENEFICENZA
DEL PROSSIMO TERSE LE LACRIME
DELL'UMANITÀ SOFFERENTE ALLEVIÒ I DOLORI
LE RAPPRESENTANZE DEI LUOGHI PII MILANESI
INTERPRETI DELLA GRATITUDINE CITTADINA
IL I DI MARZO DEL MDCCCLXXVIII
O. D. C.
La medaglia, l'iscrizione, la pergamena, tutte quelle persone egregie e rispettabili che lo encomiavano e lo ossequiavano, levando a cielo il suo cuore, le sue virtù, la sua bontà, commossero al vivo Don Pompeo.
Guardò attorno... e non vide altro che visi sorridenti: anche la povera Angelica impaurita, si sforzava di sorridere. Allora pensò, sentì nell'animo, con un dolce tepore di contentezza, che l'epigrafe diceva il vero. Nella sua vita operosamente esemplare (esemplare per operosità) egli aveva asciugato le lacrime del prossimo, aveva alleviato i dolori dell'umanità misera e sofferente.—E come no?... aveva regalato mezzo milione ai luoghi pii, aveva fondato ospedali e asili, bonificato terreni.... I suoi occhietti s'inumidirono: lo spettacolo della sua propria bontà lo inteneriva al pari della meritata gratitudine che lo circondava.
—Sì... sono buono,—pensava tra sè,—ma fa bene l'esser buono; fa bene, l'esser galantuomo!
Se involontariamente aveva fatto qualche torto, come aveva saputo rimediarci!... La Mary l'aveva fatta sua figlia, le aveva dato tutto il suo; aveva dato uno stato alla marchesa di Collalto, e a Stefano.... Sì... sì, dovevano adorarlo tutti quelli che lo avvicinavano!...
Il coperto dei Figini era stato abbattuto da molti anni, e da molti anni l'orefice del Gobbo d'oro si era dileguato dalla memoria del Barbarò.... Egli guardò sorridendo la medaglia d'oro, ma sul primo non potè parlare... si strinse la medaglia sul cuore, mentre il marchese Brancaccio, l'avvocato Terzi, il cavalier Marnulfi, tutti i membri della deputazione si mostravano commossi alla lor volta.... Si asciugò una lacrima, poi rivolgendosi alla Mary e a Giulio, che avevano pur gli occhi rossi, balbettò:
—Fate... fate sempre del bene... figliuoli miei... ci troverete una... una grande soddisfazione!...
A questo punto non potè frenarsi e proruppe in un singhiozzo dolcissimo, mentre tutti gli altri assentivano in coro... e s'innalzava nell'ampia sala un mormorio di approvazione.
Fine.
NOTE DEL TRASCRITTORE:
—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.
—L'indice non è compreso nell'opera originale. Ne è stato prodotto ed aggiunto uno dal trascrittore.
—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dell'opera originale. L'immagine è posta in pubblico dominio.