XII.

L'aria frizzante della strada lo rimise in calma; cascava un nevischio minuto, e lui si levò il cappello per sentir sulla fronte il contatto di quelle goccioline ghiacciate. Così rinfrancatosi, sorrise del suo spavento.

—Un leggero deliquio; forse Cammilla lo ha fatto apposta. No, no; questo no,—Sentì rimorso di un tale sospetto, e nel tempo stesso si vergognò e s'arrabbiò di ciò che aveva fatto e tentato.

—In casa nostra: la nipote di mio padre, mia sorella, quasi!

Era stato sul punto di commettere un delitto, un odioso delitto; e senza un perché, senza una scusa.

La Cammilla?… Egli l'aveva sempre vista, senza curarsene nè punto nè poco; non gli era mai piaciuta, non l'amava.

No; sentiva di non amarla; non l'amava. Era stato un turbamento, un capriccio. Sopito l'eccitamento dei sensi, la Cammilla era ritornata quella di prima, indifferente, anzi seccante per le sue premure e per quegli occhi sempre facili al pianto e sempre in adorazione. Non sentiva più l'odore, l'acuta fragranza dei capelli biondi: non sentiva più l'allegro e giovanile tic-tac degli stivaletti risonare nei cameroni del fondaco: tutto il fascino era dileguato; essa era tornata come una volta, la Cammilla di Melegnano col naso lungo e il mento storto, la Cammilla che cucinava e lavava i piatti colle mani gonfie, rosse, screpolate.

E la ripugnanza s'accrebbe in lui per il pericolo corso di sposarla.

Ah no; sposarla no; non l'avrebbe mai sposata. Voleva essere libero; voleva divertirsi; e poi con quella lì? legato alla catena per tutta la vita? Ah no; con quella lì, anche meno che con un'altra.

Era proprio sfuggito a un gran rischio: era un galantuomo lui! e un po' più, ci restava impaniato per davvero!

—E adesso?… Che fare?

—Tornare a casa? Ritrovarsela tra i piedi? Tutti i giorni, tutte le ore, aver sempre davanti quegli occhi imploranti che lo avrebbero tormentato colle tante accuse, o peggio angustiato coll'umile e devota rassegnazione?

Oh Dio, che bisogno aveva di un po' di Fanny, la Fanny ridente, la
Fanny sempre allegra!

Ma no, partire piuttosto, per sempre, in mare, in capo al mondo, come voleva sua madre.

Anche questa del partire però sarebbe stata una bella penitenza. E sospirò: era proprio disgraziato.

Intanto bisognava tornare a casa; non c'era verso, bisognava tornare a casa e spiegarsi con Cammilla.

L'aveva ingannata, doveva disingannarla.

Che cosa le avrebbe detto?

Che aveva scherzato?… che aveva fatto per chiasso?… E lei, che cosa avrebbe potuto rispondere?—Se scherzavi tu, sapevi che non scherzavo io. Sapevi ohe ti davo, coll'anima, il mio sangue, il mio onore, e ti sei comportato con me, con la nipote di tuo padre, in casa tua, come con una servaccia d'albergo.

Ma che! la Cammilla non avrebbe risposto così, non avrebbe risposto niente; tutt'al più un singhiozzo represso, e sarebbe stato peggio.

Eppure, sì, bisognava spiegarsi, parlar chiaro, una volta per sempre.

Ma era ancora presto: poteva aspettare una meza'oretta. E continuò a passeggiare sotto il nevischio, col vento gelato in faccia, per le viuzze buie, diguazzando nelle pozze e affondando nel fango e nella neve. Finalmente, stracco e rifinito—non aveva ancora desinato; e la fame, senza che lui se ne accorgesse, gli raddoppiava l'uggia ed il freddo nelle ossa—si trovò, per caso, sulla piazza del Duomo, anch'essa, in quella prima ora della sera, deserta e melanconica sotto il vento e la neve. Soltanto attorno al Duomo le vetture da nolo ferme e nere, e i tram risonanti che passavano al trotto dei cavalli, pieni di ombre vaghe dietro i cristalli appannati… più oltre, sotto la galleria e sotto i portici, una lunga distesa di luce squallida, donde, tra le falde della neve, echeggiavano le vociacce degli strilloni:

—La gran vittoria degli Italiani in Africa!

Giacomino non attraversò la galleria, continuò a passeggiare fuori dei portici; nondimeno, pensando che sotto i portici c'erano il Biffi e il Savini, sentì quasi il tepore e il profumo dei cibi e si accorse che aveva fame. Ma non aveva un soldo in tasca; bisognava tornare a casa.

E il giorno dopo?… Sempre quella vita. Partire, per dove?… E poi suo padre non lo avrebbe lasciato partire.

Giacomo aveva notato il gran mutamento avvenuto nei rapporti fra il babbo e la mamma; e credendo di aver indovinato, spiegava tutto a suo modo: il babbo aveva avuto il gran coraggio dei disperati, aveva messi i piedi al muro perché la cambiale fosse pagata e Giacomino non fosse imbarcato, tantoché la mamma aveva dovuto finire col baciar basso.

—La gran vittoria degli Italiani in Africa!

Il vento si era fatto più forte e più gelato, e Giacomo non poteva più andare avanti. Si calcò il cappello in testa perché non gli volasse via, e facendo una giravolta si trovò in faccia ad una donna cenciosa, che pareva una strega, con una cassetta di fiammiferi e di giornali appesa al collo.

—Supplemento straordinario!—borbottò con voce da ubbriaca.—La gran vittoria degli Italiani in Africa!

Giacomo scansò la donna e tirò dritto, giù per il Corso; ma poi a un tratto esclamò:

—In Africa! Saperlotte!

La sua risoluzione era presa.

La Cammilla, quella sera, non si era fatta vedere. Il signor Daniele era salito domandandole, di dietro l'uscio, perché non scendesse a pranzo, ed essa gli aveva risposto che era a letto coll'emicrania, che non aveva bisogno di nulla, che il giorno dopo sarebbe stata bene. E il giorno dopo, infatti, si alzò prestissimo; sapeva, presentiva che si sarebbe incontrata con Giacomino, e che quel loro colloquio sarebbe stato l'ultimo; il suo cuore non aveva più speranza. Quando nella sua cameretta si era riavuta e riaperti gli occhi si era trovata sola, per terra, aveva capito che l'abbandono di quel momento era l'abbandono di tutta la vita. Non pianse, non sospirò. Si alzò pallida, aggrottando le ciglia, e una prima ruga solcò la sua fronte candida e serena.

—Io sì però; io sempre. Lui solo, e nessun altro.

S'incontrarono nel fondaco e daccapo nell'ultimo stanzone.

Giacomo era là ad aspettarla: a lei nessuno glielo aveva detto, ma vi andò difilata.

—Sai—le disse subito Giacomino—oggi vado al Distretto per arruolarmi: sono già inteso con mio padre. Farò la domanda per entrare nel ventiquattresimo fanteria, a Torino; c'è un capitano che è mio amico.

La fanciulla lo guardava fisso, restando immobile e muta. Egli aveva altro a dirle, e lei voleva udir tutto.

—Sai perché non vado più in cavalleria, com'era stata la mia prima idea? Questo, ancora non l'ho detto a mio padre; lo saprà a suo tempo. Perché voglio andare in Africa a battermi.

Gli occhi grandi e celesti che fissavano Giacomo si empirono di lacrime; il seno della fanciulla batteva forte forte sotto il grembiule di percallina; ma essa rimaneva immobile e muta: voleva udir tutto.

—Capirai—ripigliò il giovinetto dopo un momento—io resterò lontano molti anni.

—Aspetterò—rispose semplicemente la Cammilla con una voce così grave e lenta, che pareva uscisse dal più profondo dell'anima.

—Potrei anche non tornar più. Io, peraltro, non posso, non devo ingannarti—riprese Giacomo abbassando lo sguardo, titubando, sentendo tutto il rossore della vigliaccheria che stava per commettere.—Io lo dico, perché devo dirtelo francamente, per il tuo avvenire, perché tu devi essere libera… affatto libera… capirai, interamente libera.

—Ho capito—rispose la fanciulla interrompendolo.—Ho capito tutto, ma non importa, aspetterò—sempre.

—E se io ti dicessi…—principiò l'altro con un fremito d'impazienza nella voce rauca; poi si fermò.

—Che cosa puoi dirmi, che non mi sia detto anch'io?… Ma non importa; per me è così, è sempre stato così, sarà sempre così.

Tre mesi dopo, il fondaco Monghisoni era sossopra. Doveva arrivare
Giacomo da Torino, per salutare la famiglia e ripartire per l'Africa.

La signora Maddalena aveva ripreso da due o tre giorni, e per questo fatto, a dar le sue grandi strapazzate.

Chi la capiva più? Lei che aveva sempre voluto liberarsi di quel manigoldo, mandandolo in mare, in capo al mondo, adesso che egli si era arruolato, che doveva proprio ripartire quella sera stessa irremissibilmente, adesso la signora Maddalena era su tutte le furie e strillava contro tutti, cominciando da quell'Africa maledettissima, la rovina del commercio, poi contro il Governo, contro i commessi e i facchini che si perdevano in chiacchiere, contro Temistocle e Gian Maria che non avevano cuore. Fissava sulla Cammilla certi sguardi rabbiosi; pieni d'ironia e di sarcasmo, come per dirle:

—Nemmeno tu sei stata capace di tenerlo a casa. Se tu avessi saputo fare, quello lì, invece di andare in Africa, avrebbe potuto sposarti e mettere giudizio.—Stupida! Stupida la Cammilla! Stupida io!

—Forse—pensava la signora Maddalena—anzi, senza forse, certo, certissimo, se ci fosse stato di mezzo un po' di tempo, tre mesi, un. mese, quindici giorni, avrei potuto avvezzarmi. Ma così, detto fatto, da un'ora all'altra, senza remissione, senza nemmeno potersi fermare fino al treno dopo, per non passare da disertore…

Sicuro, essa aveva voluto imbarcarlo, quando Giacomino ne faceva di tutti i colori, anche adesso lo avrebbe mandato via per un anno, per due, perché si facesse uno stato indipendente. Ma non a farsi scannare in quella maledettissima Africa!

Soltanto quando c'era Daniele, taceva; marito e moglie si scansavano il più possibile; l'uno avendo quasi vergogna dell'altro, pel proprio dolore.

Daniele, per conto suo, si spiegava quella risoluzione del figliuolo col suo amore per la signorina Fanny, amore che il povero ragazzo non era riuscito a vincere.

—Certo non può…. non potrà mai dimenticarla!

E il buon Daniele, fra le lacrime che gli solcavano le gote smorte e gli rigavano il naso verdognolo, nella sua grande ambascia pel figliuolo che partiva, sospirava, sospirava pure per quell'altra, dietro a quell'altra lontana… il sogno, la visione; il solo punto luminoso della sua vita oscura e misera: la figuretta nera nell'amazzone attillata, a cavallo di Gladiator, il cappello a cilindro e il garofano rosso…

E Gladiator, tutto dritto, che zampava in aria? e il grido, quel grido dalla vocina acuta e ridente: hop!

Il signor Daniele rabbrividiva, poi sorrideva, poi tornava a sospirare profondamente.

No, no, no; il povero ragazzo non avrebbe mai potuto dimenticarla.

Intanto Giacomino, coi distintivi di caporal maggiore sulla giubba di tela e coll'elmetto dei soldati d'Africa, destava la meraviglia dei commessi, dei fattorini, di tutta la gente del fondaco. Colle mani in tasca e colla sigaretta in bocca, battendo a terra la punta del piede in atto di spavalderia soldatesca, raccontava i fasti del quartiere, come aveva saltata la barra, come aveva risposto a tono al tenente, come avrebbe fatto in Africa e tornando d'Africa a passare in cavalleria, perchè, già, non voleva rimanere a lungo fra i pista pauta.

No, non era più Giacomino: come si era mutato in quei tre mesi!

Aveva perduto l'aspetto fanciullesco e l'umore allegro, aveva perduto quell'ingenua freschezza che rendeva simpatiche anche le sue mariuolerie. Sogghignava, invece di sorridere, e la bocca giovanile, coi denti bianchi sotto i baffi impeciati, puzzava di acquavite; nel parlare, mischiava un po' di piemontese a un po' di napoletano, e mentre Temistocle ammirava la sua daga e Gian Maria si provava l'elmetto, egli seguiva con l'occhio freddo e indifferente ogni passo della Cammilla per essere pronto a schivarla se gli fosse venuta appresso.

—Com'è diventata secca!—Accidenti!—E che naso!

Il signor Daniele, sempre più agitato e affannato, girava attorno al figliuolo; gli si accostava, lo chiamava; voleva pigliarselo lui una buona volta, lui solo, tutto per sè. Era l'ultimo giorno, le ultime ore, erano gli ultimi momenti! Gli voleva parlare, voleva sapere tutte le sue intenzioni, voleva che Giacomino gli aprisse il suo cuore.

—E se fosse pentito di andare in Africa?

Gli fé cenno col capo: poi gli battè sulla spalla.

L'altro non gli badava, nè si moveva, sempre beato di farsi ammirare da tutto il fondaco. Daniele aspettava che Giacomino avesse finito; rideva anche lui cogli altri; ma soltanto a fior di labbra. Aveva bisogno di star solo con lui, ma non osava interromperlo.

No, non era più il suo Giacomino; non era più quello di una volta; adesso era diventato più alto, più forte, più bello; si era fatto uomo e il signor Daniele si sentiva intimidito dalla sua divisa, dal suo gergo soldatesco, dal suo piglio di spaccamontagne.

Finalmente si fece coraggio: sapeva o immaginava che anche Maddalena avrebbe avuto da parlare al figliuolo e voleva essere il primo.

Lo prese a braccetto:

—Scusa, un momentino, due parole soltanto.—E se lo portò in fondo allo stanzone, dietro al banco, dove aveva la sua seggiola.

—Dimmi la verità… proprio la verità….—balbettò il signor
Daniele con voce supplichevole, e rotta da un singhiozzo.

—Sicuramente!—rispose Giacomo coll'aria seccata, e tenendo sempre le mani in tasca e la sigaretta in bocca.

—Sei pentito d'andare in Africa?

—Niente affatto.

—Se lo avessi saputo in tempo, io mi sarei opposto; non lo avrei permesso. Capisco tutto, ma una simile risoluzione, no, abbandonarmi, no!

—Due o tre anni, e poi si torna.

—Ma, non sai, per me che sono vecchio, come son lunghi, come possono essere lunghi due o tre anni?

—Che ci posso fare?—esclamò Giacomino con una gran boccata di fumo.

—Ho indovinato tutto, capisco tutto; ma dovresti avere un po' di cuore, anche per me.

—E che ci posso fare? Non c'è rimedio!

—Io non me ne intendo; ma se si potesse mettere un cambio, io sono disposto a spendere quanto occorre. Oggi, ti pare così, ma domani ti pentirai. No? Ti pentirai. Lontano dalla tua famiglia, lontano da tutti. Credi così di… di dimenticare?… Quando ti troverai laggiù… solo; sarà peggio.

Giacomo non capiva dove suo padre andasse a parare. Ma tre mesi di quartiere, se lo avevano cambiato molto, non lo avevano cambiato del tutto. La faccia stravolta, le lacrime del povero uomo, a poco a poco, ritrovavano la via del suo cuore, ed egli si stizziva per paura d'intenerirsi come una volta.

—Laggiù ci sarà da menar le mani. Farà caldo laggiù; e non ci sarà tempo da pensare al resto.

Il signor Daniele rabbrividì: se glielo ammazzavano il suo figliuolo? Lo abbracciò strettamente, lo accarezzò, e gli disse sottovoce, baciandolo sui capelli:

—Dovevi pensare anche a me, e non soltanto a lei.

—A lei?… A chi?

—Ho capito subito; ho capito tutto. Ti compatisco, ti compiango; ma non dovevi pensare soltanto a lei, dovevi pensare anche a me.—E continuava a stringerselo al cuore, ad accarezzargli e baciargli i capelli, a bagnargli il viso di lacrime.

—Ma lei?… Lei, chi?—continuava l'altro a ripetere, a domandare.—Lei?… Chi?

Il signor Daniele appoggiò tutta la faccia sul capo del figliuolo, e gli bisbigliò nei capelli con un lungo sospiro, con tutto lo strazio del suo cuore.

—La signorina… la signorina Fanny.

—La cavallerizza?…—La generalessa?—esclamò Giacomino con una gran risata, sciogliendosi vivamente dalle braccia del babbo.—Ma non sai…—E stava per raccontarne una molto bellina al babbo: stava per dirgli che monsieur Richard non era mai stato monsieur Richard, cioè che non era mai stato il fratello di sua sorella, quando ad un tratto fu interrotto dalla voce squillante della signora Maddalena che lo chiamava nello scrittoio.

—Vengo, mamma!

Giacomino si avviò, ma poi, vista la Cammilla, tornò indietro girando fra i barili e le botti; ma la ragazza che stava in vedetta, gli andò incontro risolutamente e lo fermò.

—Mi ha chiamato la mamma—disse Giacomo duramente.—Lasciami passare.

Cammilla non si mosse; lo guardò fisso cogli occhi aridi, bruciati dalle lacrime.

Io, sempre.—Questo volevo dirti, e nient'altro. Io, sempre. Adesso va,—E sparì con un singhiozzo, mentre la signora Maddalena continuava a chiamare; Giacomino.

—Eccomi, mamma, eccomi!—ripetè il giovanotto, entrando in due salti nello scrittoio, e presentandosi dinanzi a sua madre ritto, impalato, come dinanzi al colonnello.

—Dentro, e chiudete l'uscio.

Giacomo eseguì prontamente, e tornò a mettersi in posizione.

—Lì.—La signora Maddalena, ch'era seduta nella poltroncina, gl'indico il canapè.

Il giovanotto sedette, e sdraiandosi un poco, sorridendo, cacciò la daga fra le gambette lunghe e sottili.

—Ci deve essere un perché sotto questo nuovo capriccio dell'Africa. Che c'è? Sentiamo.

—No, mamma. Quello che ti ho detto è la verità. Laggiù c'è da menar le mani e da far fortuna.

—Bella fortuna! La fortuna che ci manda tutti quanti in malora—borbottò rabbiosamente, diventando pallida per la stizza, la signora Maddalena. Poi si calmò.—Non si fa un progetto simile… senza dir niente a nessuno, se non c'è il suo perché. Per tua regola, io ho la testa sulle spalle, e ho sempre un occhio aperto, anche quando dormo. Tu hai fatto perdere la testa alla Cammilla; poi, dopo, averla stregata, te ne sei seccato, e per cavartela pulitamente hai pensato di andare in Africa. Già, ventiquattr'ore, il capriccio del momento, il caffè del dopopranzo, e poi non ci si pensa più! Eppure, vedi, le donne, tutte, anche le peggiori valgono meglio, molto meglio di tutti voialtri. E quella ragazza lì, quella povera stupida… ha un tesoro qui e qui.—E così dicendo la signora Maddalena si era dato un pugno sul petto e un altro sulla fronte.

Giacomo guardava sua madre sbalordito.

—Quella povera stupida, che formerebbe la felicità e la fortuna di un galantuomo, ha tanta bontà, tanta pazienza e tanto cuore da poter convenire, meglio di ogni altra, anche a una testa matta come te. Il giudizio che non c'è da una parte, ci sarebbe dall'altra.

—Ma io, mamma, io ho preso la ferma; io devo partire; parto oggi stesso.—E Giacomino si alzò; pareva che volesse andarsene sul momento.

—Lì,—intimò la madre, facendolo sedere sul canapè per la seconda volta.

La signora Maddalena, che metteva in tutto l'aritmetica e accomodava tutto coll'aritmetica, anche i rimorsi e gli scrupoli, non voleva rinunciare al suo disegno. Giacomino, sposando la Cammilla, diventava nipote da una parte come era figlio dall'altra, e la signora Maddalena, facendo la somma delle parentele, degli affetti, degli interessi, dei diritti, ne ricavava un totale che la metteva in regola col patrimonio e in pace colla coscienza.

—Lì.—Quando poi il figliuolo si fu rimesso a sedere, essa, come faceva qualche rara volta, lo guardò spianando la fronte con grande compiacenza. Anch'essa lo accarezzò sui capelli, poi gli guardò a lungo la bocca bella, dai denti bianchi, e la baciò.

—Non ti dico di sposarla adesso. Hai tempo davanti a te. Quando torni, vuoi continuare a fare il militare? Puoi sposarla lo stesso. La Cammilla è di quelle donne rare, che si trovano sempre quando si vogliono, e non seccano mai. Poi avrà una dote grossa. A questa, se non ci penserà suo zio, ci penserò io. E tu, ricordati, starai male a quattrini, ne avrai meno de' tuoi fratelli, perché essi hanno il capo a lavorare, e tu a divertirti.

—Oh, mamma! io non ci penso a queste cose!

—Sicuro;—esclamò Maddalena, ridendo ironicamente del disinteresse, un po' altezzoso e sprezzante, del figliuolo.—Tu non ci pensi a queste cose, perché trovi sempre la minestra scodellata, e il babbo ti paga le cambiali.

—Allora, per tornare all'altro discorso, ti dirò che non ho nessuna intenzione di prender moglie.

—Adesso, ma fra qualche anno? E ricordati bene: se non vuoi quella lì, nessun'altra. Io, in casa, non voglio facce nuove. Quella lì la conosco; sposandola, faresti la tua felicità, la sua e la mia. E faresti il tuo dovere, perché colle ragazze non si scherza, signor mio. Ce ne son tante delle pazzarelle che non domandano altro che di rovinarsi; ma le ragazze a modo si rispettano, e quella lì poi… la nipote di tuo padre… Non l'hai vista, poverina? Che faccia! che occhi! Non fa che piangere.

—No, mamma—rispose Giacomino, diventando serio alla sua volta, con accento risoluto.—No. Avrò fatto male; ma farei peggio a sposarla. Le avrò dato un dolore; sposandola, la renderei infelice per tutta la vita. Io non voglio prender moglie. Voglio fare il militare. Ormai ci sono, mi piace, ci sto.

La signora Maddalena continuò ad accarezzare il figliuolo; era paziente perché capiva che in quelle cose lì, e con un tomo come quel suo ragazzo, non si può riuscire alla prima e ci vuol molta pazienza, dolcezza e persuasione.

—Fra un anno, fra due, fra tre; quando sarà. Per ora non le devi dir altro che una parola per consolarla, per rimediare alla tua condotta con lei, per mostrarti galantuomo. Oh, quella povera ragazza aspetterà, e anch'io, ti perdono tutto, anche questo capriccio maledettissimo dell'Africa e anch'io ti aspetterò più tranquilla, e mi farai proprio contenta, e ti vorrò molto più bene.

Giacomo rimase confuso e sorpreso da quella nuova effusione, da quella improvvisa tenerezza; non osava rispondere, non sapeva che dire.

La mamma singhiozzava! Sì; lo bagnava di lacrime, abbracciandolo stretto stretto, appassionatamente. Lo abbracciava così per la prima volta.

E Maddalena mormorava sotto voce, premendosi il capo del figliuolo contro le gote calde e molli di pianto:—Forse ti sarò sembrata ingiusta, cattiva certe volte; senza cuore. Ebbene, accontentami in questo; sposa la Cammilla, e vorrò più bene a te, molto più bene a te che a tutti gli altri.

—No, mamma; è impossibile—rispose Giacomo arricciandosi i baffetti scomposti. Parlava tranquillamente, senza nessuna commozione, da uomo che fa un ragionamento e nient'altro.

—No, mamma; colla Cammilla sarò stato imprudente, avrò avuto torto; ma ho scherzato, nient'altro: come ha scherzato anche la Cammilla del resto. Sposarla no,—e la faccia del giovanotto così dicendo diventava dura, gli occhi si facevan torvi; capiva di dover combattere contro l'amore di quella testarda, e combatteva accanitamente.—Sposarla, no; nè quella lì, nè nessun'altra; ma quella lì poi, meno di ogni altra. Sarà così, perchè è mia cugina, perchè l'ho sempre veduta, perchè non l'amo, perchè sento che non l'amerò mai, perché non mi piace, perchè…

—Perchè non hai cuore! Te lo dico io! Perchè non hai cuore!—interruppe Maddalena, frenando la voce per non farsi sentire nel fondaco, ma diventando livida di rabbia.—Sei un egoista senza cuore! Un vizioso, un mostro, una canaglia! Tutti, cominciando da.. quel balordo—si riferiva certo al signor Daniele—dovrebbero imparare da me a valutarti secondo i tuoi meriti. Vattene! Vattene! In Africa, in malora, a casa del diavolo! Va via!

E Giacomino, se ne andò; dopo qualche ora partì, chissà per quanto tempo, chissà per quanti anni; e partì sorridendo, sempre colla sigaretta in bocca, levandosela appena per ricevere i baci dell'addio, per asciugarsi le gote bagnate di lacrime, lacrime non sue, ma degli altri che lo baciavano piangendo.

Un momento solo fu lì lì per commuoversi, tornando il Giacomino d'una volta; e fu nell'abbracciare suo padre.

Il pover'uomo era così pallido, così disfatto… ed era sempre stato buono!

Giacomino non volle assolutamente che lo accompagnassero alla stazione; lo seccava di dare spettacolo alla gente.

—Addio! Scriverò!… Buon dì, Teresa—e saltò in fretta nella vettura, gridando al cocchiere:

—Alla stazione centrale! Allez! vite!

La Cammilla non era stata presente a quella partenza. Nessuno, del resto, se n'era accorto, fuorchè Giacomino e la Maddalena. Lui, che temeva di quell'incontro, dapprima aveva avuto piacere di non vederla; ma poi ne era rimasto quasi seccato; e la zia dal canto suo non aveva avuto cuore di chiamar la ragazza per farla assistere a quella partenza.

La Cammilla era rimasta sola, accasciata, nell'ultimo standone del fondaco, immota, cogli occhi asciutti e spalancati nel buio.

Era rimasta così lungamente, insensibile al tempo, insensibile al dolore; non aveva nemmeno la forza di pensare a colui che era partito, senza salutarla, senza dirle una parola, lasciandola forse per sempre, con un moto di stizza e con una spallata.

Che cos'era successo? cos'era morto in lei?… Il suo cuore era stato spezzato, e anche la sua vita era stata spezzata… era finita.

No, la vita no. A poco a poco cominciava a riaversi, a sentirsi viva, ancora viva, per un primo fremito di collera e di ribellione.

—No, basta…—più!

Si alzò, si asciugò gli occhi colla palma della mano così forte da schiacciarsi quasi le pupille, e ritornò al suo posto come gli altri giorni, al suo banco, a scrivere, a far conti, a lavorare.

Il fondaco Monghisoni, dopo una breve sosta nel momento degli addii a Giacomino, aveva ripreso la solita vita affaccendata e rumorosa. Di nuovo c'era questo soltanto: Temistocle e Gian Maria, che s'eran messi a chiamarsi per ischerzo, l'uno Menelik e l'altro Mangascià. Era l'ultimo ricordo e quasi l'ultima traccia del giovane soldato, oramai partito e andato lontano, lontano…. in quei brutti paesi del malaugurio, come borbottava la signora Maddalena.

—Mangascià!… Menelik!…

La Cammilla volle ridere anch'essa, a quello scherzo—perché no?—Ormai basta;…—più! E sforzandosi volle chiamare anch'essa Temistocle, Menelik. Poi si volse, coll'animo disperato, laggiù, nel fondo buio, dove dondolava il lampadino acceso dinanzi alla Santa Casa di Loreto. Ed esclamò trucemente:

—Tutto falso! tutte bugie!

Guardò fissa, con aria di sfida, l'immagine benedetta, e, col sogghigno beffardo di… di quell'altro, ripetè:

—Tutto falso! Tutte bugie! Non c'è nulla di vero, nè di qua, nè di là.

Tuttavia c'era quaggiù qualche cosa di vero e di grande: il dolore del signor Daniele. Quando la Cammilla guardò quel povero babbo, quando tutti e due si guardarono negli occhi, quelli della fanciulla lampeggiarono; essa scappò via dal fondaco, fece le scale di corsa, e si rinchiuse nella sua camera, dove si buttò sul letto, prorompendo in singhiozzi disperati.

Lei sì, sempre, come prima!

Ricominciava a piangere e a sentire il dolore: ricominciava a vivere.

—Giacomo! Giacomo!…—Oh, egli era partito! Era lontano!… Non la udiva più!—Giacomo! Giacomo!…—e il cuore di Cammilla tornava ansioso a cercarlo, e il suo pensiero a seguire una nave fumante nel mare plumbeo, nel mare immenso… una nave che si allontanava sempre, e scompariva sull'orizzonte bigio e nella densità della notte.

Si asciugò le lacrime, facendo uno sforzo per cercarlo, per vederlo, per seguirlo sempre….

Egli era solo solo, colla nostalgia profonda di quel primo tramonto, in quel deserto di acqua bigia e di cielo buio; e allora Cammilla non soffrì più del proprio dolore, ma soltanto della nuova tristezza di lui, e con uno slancio supremo di tutta l'anima, di tutto il suo amore, di tutti i suoi baci, gli disse ancora, non per sè, ma per lui, come a consolarlo ed a rinfrancarlo, perché non si sentisse più solo in quel mare immenso; in quel mare ignoto:

—Io sì! Io sì! Io sempre!

Quella sera, appena scodellata la minestra, il signor Daniele scese nel fondaco. Si avvicinò allo scrittoio, si fermò un istante ancora titubante, poi risoluto, aprì l'uscio di colpo.

Maddalena ebbe appena il tempo di nascondere il fazzoletto col quale si asciugava gli occhi e di rimettersi a scrivere.

—No, no, Maddalena; non aver paura di me… Vedi… anch'io come soffro, come sono ridotto.

Il signor Daniele si mise a sedere sul canapè, si trasse la moglie vicina, se la strinse forte contro il petto e le disse ancora con tutta l'angoscia del suo cuore di babbo, con tutta l'effusione della sua timida e grande bontà:

—Non fingere più con me; non fingere più. Oggi abbiamo tanto bisogno
di sfogarci insieme. Nelle stanze di sopra, non mi posso vedere:
Temistocle, Gian Maria… non fanno altro che ridere e scherzare.
Lasciami star qui con te…

E avvicinandosi di più, le bisbigliò pianino all'orecchio:

—Sai?… quella tua storia, di quel giorno, non l'ho mai creduta!….

L'accarezzò ancora, le diede un bacio sui capelli, e accortosi che singhiozzava, se la strinse più forte al petto, esclamando con un gran sospiro:

—Povero il nostro figliuolo!… Chissà, a quest'ora, dove sarà!
Maddalena… di', di'… Maddalena, dove sarà?…