VII. Durante il concerto, in casa Dionisy.

Nel salone del concerto: la folla degli invitati: il maestro Arnaldi, del Conservatorio, eseguisce mirabilmente le Trascrizioni di Liszt sull'Aida: mormorii di approvazione: il cavalier Venceslao, — la cui bella testa italiana ha maggior risalto col frak e la cravatta bianca — ritto in piedi, accanto al pianoforte, volta le pagine della musica, ringrazia sorridendo, con dignitosa affabilità, il pubblico plaudente, o lancia occhiate terribili se appena uno si muove o dice una parola.

In fondo al salone, nascosti dalla portiera dell'uscio a destra: Guido Bardi e donna Fanny: scena di gelosia, sotto voce, ma vivacissima: quella stessa mattina donna Fanny è stata veduta sul Corso, dopo la messa in duomo delle dieci e mezzo, con Giordano Mari.

Accanto alla portiera dell'uscio a sinistra: Nino Sebastiani, colla faccia stralunata e l'occhio sempre attento con inquietudine ansiosa verso il grande finestrone che mette sul terrazzo: si lascia fare una gran corte dalla contessina d'Arborio: una nanerottola napoletana, pertinacemente signorina dopo i trent'anni, che ha perduto una riputazione e sta formandosene un'altra, tutto ciò con un volumetto di Note e frammenti — versi e prose — assai fisiologicamente psicologici.

Nella sala da giuoco: la marchesa Gonzales, più gonfia per le strettoie del busto, più che mai abbarbagliante per i vividi colori dello sfarzoso abbigliamento, più che mai bisbetica e più che mai rabbiosa, per la smania che la rode di un bicchier d'acqua gelata, si sfoga colle sue conoscenze — tutti uomini e tutti bei giovinotti! — contro quel genio inconcludente di Guido Bardi, che non è corso ancora a complimentarla, e per conseguenza anche contro donna Fanny, che scappa via in furia dalla messa, per trovarsi sul Corso con quel luterano... che nessuno sa chi sia!

Nel salottino verde e quasi buio della biblioteca: la signora Letizia, quella sera più che mai sofferente, e perciò lontana dalla luce, lontana dal caldo, lontana dalla folla. Mollemente sdraiata sulla lunga e morbida poltrona, come in un lettuccio, scintillante di gemme e ancora affascinante, in quel mistero della fida penombra per l'incerto bagliore delle spalle e delle braccia ignude, essa sospira e langue, co' suoi più intimi, per il caldo che l'opprime, per i suoi nervi, per Venceslao che ne fa strazio a suon di musica, per Emma ingrata e disobbediente che non si cura di lei, che non si fa mai vedere, che non le vuol bene affatto.... E di tanto in tanto interrompe il lamento e manda il dottore sulle traccie della figliuola, per tenerla d'occhio, per sapere almeno con chi parla. Ma anche il dottore sembra molto preoccupato, sfiduciato, e se ne va in punta di piedi alla ricerca di quella tosa senza giudizio, scrollando il capo e sospirando.

Sul terrazzo: Emma e Giordano Mari. Ci si vede appena, perchè la notte è bella, ma senza luna, e il salone di faccia, illuminato, lascia il terrazzo ancor più nell'ombra.

Le Trascrizioni di Liszt sull'Aida stanno per finire.

Emma. No! No! Adesso no! Mi lasci andare dalla mamma! Chissà che cosa dirà la mamma!

Giordano Mari. Resti ancora!... Tacerò!... Non ho sempre taciuto tutti questi giorni?... Tacerò! Per me sarebbe una colpa parlare! Per questo l'ho sempre sfuggita! (con una amarezza che mostra i bei denti candidi fra la barba bionda) All'uomo consacrato alla ragione, non è concessa la follia del sentimento!... Eppure... questo le dicevo, questo le voglio dire, questo solo. Era il misterioso fascino della simpatia o la suggestione eterna della bellezza? Era la visione di un'anima o l'incontro fatale del destino? Tutto; la folla, il fragore delle approvazioni, l'ansia del successo, il momento presente, l'evocazione immaginosa del passato, tutto si allontanava, illanguidiva, spariva!.. I suoi occhi soltanto; non vedevo altro che i suoi occhi dolci e buoni; i suoi occhi lucenti e fissi, che si erano impadroniti di me, coll'intimo, profondo turbamento di una nuova commozione, che si eran fatti oramai i visibili e magici conduttori della mia parola e del mio pensiero.... Signorina! (trattenendola perchè il maestro Arnaldi ha finito, scoppiano gli applausi, ed Emma rossa, confusa, intimidita, tremante e fremente, vuole scappar via) Ancora!... Ancora! Vederla soltanto! (Le afferra la mano colla quale Emma tiene il ventaglio, gliela stringe forte, le fa male, molto male).

Emma (non si oppone, non dà il più piccolo grido. È lui: essa è contenta che la faccia soffrire; è contenta di quel dolore: essa lo sente; essa sola lo sa!)

Giordano Mari (continuando a stringere la povera manina) Vederla così!... Così bella!... Tacerò... o parlerò, ma come parlerebbe un babbo colla sua figliuola.

Emma (interrompendolo, urtata, offesa da quel confronto nella poesia del suo cuore) No! No! (ed alza l'altra mano rimasta libera per chiudergli la bocca... ed anche per nascondere quei denti bianchi di cui sente istintiva la vicinanza e l'insidia) No! No! Così no!... Così no! Non dica così!

Giordano Mari (lasciandole la mano rimasta tutta rossa, tutta livida) Eppure, signorina, è la verità: la verità che io non devo mai dimenticare che domando alla vita, al passato, che cerco di evocare dalla storia e di concretare colla filosofia e colla scienza: la verità; l'inesorabile e spietata verità che mi nega Dio... e mi toglie lei.

Emma (alza gli occhi sbigottita, poi rimane a guardarlo maravigliata: il cielo profondo, immenso, è pieno di stelle, e il pensiero di quell'uomo vi spazia solo, libero, sicuro. Egli impone un nome e una legge ad ognuna di quelle stelle e ne diventa il padrone. E, inconsapevolmente, la giovinetta superstiziosa e pia, la signorina cattolica e aristocratica, pensa che doveva essere così, così biondo, così bello e così forte — e pure in frak collo sparato bianco — l'angelo ribelle, il Lucifero di Milton. Essa ritrae da quell'uomo l'immagine della grandezza, e si sente umile al suo confronto, si sente debole, piccina. China il capo confusa; rimane intimidita, ma non lo fugge, gli si avvicina invece con un moto irresistibile, pieno di grazia, di verecondia e di abbandono.... gli si avvicina palpitante, attratta da un misterioso e nuovo sgomento, attratta, commossa, dall'irresistibile poesia dell'amore).

Giordano Mari (guardandola, trovando maravigliosi quei capelli, i contorni di quel collo sottile, di quelle spalle candide e delicate, sboccianti colla fragranza d'un fiore dal modesto decolleté) Dunque?... papà... no?

— No.

— Eppure... è così. È perchè sono oramai un giovine vecchio, che lei deve avere in me tutta la fiducia, ed io devo impormi la calma e il ragionamento. Per questo ho aspettato che il Barbarani me lo dicesse tre volte, in tre occasioni diverse, prima di farmi presentare a sua madre, prima di venire in casa sua. Per questo è la prima volta che oso parlarle da solo a sola... (si avvicina di più, quasi a toccarla).

Emma (trasalendo: allontanandosi) È finito! (infatti il pianoforte tace) Mi lasci andare.

Giordano Mari (senza muoversi: rimanendo appoggiato alla ringhiera del terrazzo) Ricominciano. Chi è quel signore calvo e pingue che si accinge a cantare?

— Il maggiore Costamagna.

— Che cosa viene adesso?

— Il Credo di Jago.

— Ecco, incomincia. Suo padre volta le pagine lanciando occhiate terribili: chi oserebbe muoversi adesso? Entrare in sala?

Emma (sorride e resta).

Giordano Mari (ritornando a guardarla molto e riprendendo il discorso di prima per ispirarle sicurezza e far combattere da lei stessa l'ostacolo dell'età, che egli capisce sarebbe stato il primo sollevato dalla gente contro di lui) Se non come suo padre... pensi, signorina, io avrò per altro... quasi l'età del ministro Albertoni!... Di suo zio!

Emma (subito) Ma lo zio è molto più giovine del babbo!... È fratello della mamma! (mettendosi, sorridendo con una cert'aria maliziosa, l'indice sulla bocca per raccomandare il segreto di quella sua gran confidenza) Ha due anni meno della mamma!

Giordano Mari (trovandola ancora più graziosa e piacente in quel passaggio dal candore sentimentale alla furberia birichina) Lei, vuol bene a Sua Eccellenza?

Emma.... Sì; è molto simpatico.

Giordano Mari (con aria disinvolta, senza parere: ma ha parecchie domande da fare che gli premono assai: fissando, ammirando la fanciulla tutta bianca e vaporosa, come l'evocazione fantastica di quella notte calda di giugno, egli non le dà, per sfondo al bel quadro, il cielo immenso e stellato: ma invece tutte le finestre illuminate dello splendido e ricco palazzo, in cui si raccoglie il superchic della nobiltà e dello sfarzo milanese. Quel fiore candido e profumato, quella fanciulla soave deve essere l'apportatrice di pace nelle preoccupazioni finanziarie che lo turbano, che lo agitano, che diventano di giorno in giorno più gravi e più minacciose: e nello stesso tempo la nipotina prediletta di Sua Eccellenza il ministro Albertoni deve essere pure l'araldo gentile della sua gloria: ed anche sotto questo rispetto la sua fortuna: e guardandola pensa con compiacenza) Non una fortuna cieca, ma con due occhi maravigliosi. (Forte) E Sua Eccellenza, vedendola così bella, vedendola così buona, le vorrà molto bene?

— ... Sì; credo.

— Per altro... non vivono insieme?

— Lo zio è quasi sempre a Roma.

Giordano Mari (con voce timida, commossa, profonda — un capolavoro — anche perchè sta perdendo sinceramente la testa) Voglia un po' di bene anche a me, signorina!

Emma (diventa rossa, poi pallidissima).

Giordano Mari (supplichevole, umile, implorandola, domandandole scusa) Non ho detto niente! Non ho detto niente! Non mi risponda! Non mi risponda! Non mi mandi via!... Stiamo a sentire. Non parlo più! Che meraviglia di musica!

La voce baritonale del maggiore Costamagna è un po' aspra, un po' sforzata, ma la signorina Emma e Giordano Mari non se ne accorgono e la trovano davvero deliziosa. Emma sente che comincia allora un'altra vita per lei: che non è più la fanciulla di poco prima: sente che essa ormai appartiene a quell'uomo, il quale, fino dal primo momento che le è apparso, l'ha subito dominata, si è impadronito della sua immaginazione e dei suoi sensi... e Giordano Mari, in quel punto, è vinto a sua volta da un desiderio solo, quello di abbracciarla; dal desiderio ardentissimo di quei capelli odorosi, di quel bel corpo flessuoso e candido come giglio. Non fosse la ricca ereditiera; non fosse la nipote di un'Eccellenza, non la bacerebbe ugualmente molto volentieri?.. E per questo egli sente che il suo amore è spontaneo e disinteressato, e che egli dunque ha tutto il diritto di amarla.

Costamagna finisce il Credo: Venceslao ringrazia il pubblico: il buon dottore approfitta del movimento della folla e capita sul terrazzo in punta di piedi.

Il dottore (ad Emma: Giordano Mari si è allontanato a tempo) Ma con l'umidità del giardino, la mia tosa, vuoi anche buscarti un po' di febbre?... Qui! Da brava! (le prende il braccio e lo mette sotto il suo) Andiamo — vero? — dalla mamma!... È un po' nervosina stasera... (sospiro, pausa) non bisogna tenerla agitata. E Sebastiani? (pausa) Hai veduto Sebastiani?

Emma (assai distratta, tenendo dietro coll'occhio a Giordano Mari, che entra nel salone e si avvicina a donna Fanny) No!

Il dottore (osservandola) Non hai la cerina solita... hai le labbra pallide... (toccandole la mano e tastandole il braccio) sei fredda... fredda. Sei stata troppo sul terrazzo senza niente sulle spalle. (Pausa: torna a fissarla, a studiarla) Hai preso — vero? — le cartine di fosfato?

Emma. Sì; le ho prese.

Il dottore. Allora — vuoi? — andremo dopo dalla mamma. (Pausa, fa due o tre passi, conducendo Emma verso Nino Sebastiani, il quale, appena vede il conferenziere entrare nel salone, fa un sospiro di sollievo e, voltando le spalle alla finestra del terrazzo per mostrarsi affatto indifferente con Emma, parla forte e gestisce molto animatamente colla contessina D'Arborio. — Il dottore ad Emma con una strizzatina d'occhi assai espressiva) Dobbiamo sentire anche noi che cosa dice il nostro Nino Sebastiani?

Emma (che ha visto Giordano Mari allontanarsi dal salone con donna Fanny: nervosissima) No. Non seccarmi sempre con quel tuo antipatico Sebastiani! Andiamo dalla mamma!

Il dottore (scrolla il capo, diventa sempre più tenebroso: con un sospiro) Mah!.. (Poi, mentre passano vicino al cavalier Venceslao) La signora Letizia... ti raccomanda di non stancarti troppo. Prendi un bicchierino di Bordeaux, con due dita di Vichy.

Il cavalier Venceslao (calmo, affabile, sorridente) Adesso daremo le Trascrizioni di Liszt sul Don Carlos.

VIII. Durante e dopo le Trascrizioni di Liszt sul Don Carlos e il «Pace, mio Dio!» della Forza del Destino.

Giordano Mari e donna Fanny dietro la stessa portiera che nascondeva prima donna Fanny e Guido Bardi.

Giordano Mari (tenero) Finalmente!

Fanny. Bravo, professore! (Quando è stizzita o vuole scherzare lo chiama sempre professore). Vi ricordate che ci sono anch'io a questo mondo!

Giordano Mari (inchinandosi graziosamente ed osservando con un sorriso di compiacenza e una cert'aria di ricognizione tutto ciò che rivela lo scollo del busto o che lasciano trasparire i veli e le trine) Bellissima!...

Fanny (percuotendolo leggermente sui capelli col ventaglietto lungo, chinese) E... soltanto per lei!

Giordano Mari (continua ad ammirarla, approvandola per la toilette e il resto) Brava! Brava! Patet dea!

Fanny (calmandosi; fissando, come Emma, i bei denti bianchi di Giordano Mari) Con questi calori!... Con un programma storico-biografico di dodici numeri!.. Dall'Oberto di San Bonifacio al Falstaff!.. (Sempre come sopra e cogli occhi sempre più lucenti) Se proprio non fosse stato per il signor professore, avrei inventata l'emicrania; oppure che mio marito doveva arrivare da Roma!

— Vi offrirò un quadretto votivo: Per grazia ricevuta!

Fanny (Percuotendolo ancora col ventaglio, ma più forte e sul naso) Sciocco!.. (Tornando in collera) Tutta sera, sempre con Emma!.. Ed io, invece, per tutta sera, rimproveri, minaccie, disperazioni e lacrime! Un bel divertimento! Musica e gelosia! E intanto Emma si monta la testa. Non dica di no! Si vede subito! Si monta la testa! Voglio sapere di che cosa parlavate, vicini vicini, come due colombe, sulla ringhiera del terrazzo, il professore fissando le stelle, la signorina, la punta dei piedi! — Voglio saperlo!

— Si parlava di cose indifferentissime! Di arte, di letteratura, di filosofia; di Nietzsche e... di Puvis de Chavannes.

— Una conferenza! Un'intiera conferenza! (Più stizzita che mai) Lei, caro signore, doveva farsi presentare alla marchesa Gonzales, come le avevo imposto; doveva far la corte alla marchesa Gonzales e tenerle alla marchesa le sue conferenze! Invece, il grand'uomo si diverte a farsi ammirare, a farsi adorare dalle fanciulle sentimentali, dalle fanciulle poetiche, ispirate! (Con un sorriso e un'occhiatina maliziosa) Ma... no, professore! (Scrollando il capo e cantarellando sottovoce) No! No! No! Con Emma, tempo perso! Appartiene alla drammatica! (battendo comicamente le sillabe) Alla dram-ma-ti-ca!

— Vede dunque? Le sue accuse sono ingiuste! Ho preferito la signorina Dionisy alla marchesa Gonzales, semplicemente per il senso estetico.

— Lei non professa l'estetica, ma la storia: deve, dunque, preferire la marchesa, per il senso storico.

Donna Fanny (continua a scherzare, a punzecchiare Giordano Mari a proposito della signorina Dionisy: continua a scrollare il capo, a dir di no, ma, colla bocca mobile e quasi scintillante, si avvicina, come attratta irresistibilmente, alla bocca di Giordano Mari) Lei, no!... Mai! Giammai! Emma appartiene alla drammatica, al-la dram-ma-ti-ca!

Giordano Mari (punto sul vivo, ma trattenendosi) Lei vorrebbe rendermi anche ridicolo! Crede che io non mi veda bene?.. Non mi conosca a fondo? La signorina Emma? Troppo ricca e troppo giovane: potrei quasi essere suo padre.

Fanny (risentita e prorompendo) Adagio, col padre, perchè anch'io allora, l'avverto, non ho che tre o quattro anni più di Emma!

Giordano Mari. Appunto; anche lei. Se avessi dovuto chiederla ai suoi genitori, mi avrebbero risposto di no.

Fanny (pensa, riflette, ridiventando seria per quanto le è possibile) Appunto; e allora, anche per ciò... ho ragione di non fidarmi! Lei... (fermandosi colla punta del ventaglio, in atto di possesso, sullo sparato bianco della camicia di Giordano Mari) lei potrebbe architettare un bell'intreccio, romantico-sentimentale, col lieto fine del matrimonio...

Giordano Mari (diventa attentissimo: è anche un po' inquieto, ma si mostra indifferente e cerca di fare lo spiritoso) Per rubare anche il mestiere al commediografo Sebastiani?

Fanny. Sicuro. Il mestiere e la signorina Dionisy, in un colpo solo. Lei...

Giordano Mari. Io?..

Fanny... Sì, lei; lei potrebbe pensare, per esempio: io faccio perdere la testa alla ragazza parlandole anche di Nietzsche e di Puvis de Chavannes, visto che tutte le strade conducono a Roma; e, una volta ben bene innamorata, la ragazza stessa può volere e imporsi al dispetto degli amati genitori... oppure la sensitiva comincia a perdere i colori e l'appetito, comincia a dimagrare, a languire, a soffrire, finchè salta in iscena il buon dottor Speranza; tasta il polso, scrolla il capo, pausa, sospiro, caso grave... e subito, recipe, il professore!

Giordano Mari (sentendosi diventar rosso, ride forte, troppo forte).

Donna Fanny (mettendogli il ventaglio sulla bocca) Sst!.. Silenzio! Non sentite? Pace, mio Dio! Ispiriamoci... e facciamo la pace anche noi.

— Chi è quel brutto sgorbio di soprano?

— La maestra Perticari. Ha insegnato a stonare, a bocca stretta, a tutta Milano.

— E il cavalier Venceslao?.. Come è grave, solenne in quel voltar del foglio!

— Ha una gran bella testa decorativa!

Finchè dura il canto. Giordano Mari e donna Fanny continuano a parlare molto sottovoce.

Donna Fanny (quando il «Pace, mio Dio» sta per finire) Cessa il canto; bisogna andare. — Io di qua: (indicando nel salone Guido Bardi) Ecco pronta... l'espiazione. Voi scappate in fretta di là, e speriamo che non vi abbiano veduto.

— E... domani?

— Domani?.. Due giorni di seguito? È impossibile.

— Sì! Sì! Da brava!

— Come si fa?...

— Un telegramma dell'onorevole! Arriva l'onorevole! Dovete andare alla stazione.

— Mai più: è una scusa che mi può servire soltanto per il pubblico; non per Guido Bardi. (Con arguzia e molti sottintesi) Vorrebbe venire anche il poeta incontro all'onorevole... alla stazione!

— Ah no!... Viva Dio!

Giordano Mari insiste, prega, supplica: donna Fanny risponde che non può e ripete:

— È impossibile!

Ma continua a scherzare, a ridere, a guardarlo, a fissarlo.

Ad un certo punto, lui si fa molto vicino; lei, pronta, si tira indietro e lo minaccia col ventaglio:

— È impossibile. E poi... lo avete meritato? — No. Dunque... non voglio.

La signora Perticari ha finito. Scoppiano gli applausi: anche Venceslao ringrazia col solito sorriso dolcemente dignitoso; tutti si muovono: bisogna andare, scappar fuori dal nascondiglio: non c'è più tempo di ostinarsi, c'è appena il tempo di cedere e di intendersi.

Donna Fanny. Alle due? Può alle due?...

Giordano Mari. Sempre! Quando vuole! Qualunque ora!

Donna Fanny (gemendo) Ma, Dio mio, come farò?... (ci pensa: l'ha trovata) Sì, va bene; alle due. Per essere libera, inviterò mia suocera a colazione.

Guido Bardi (la lente ficcata nell'occhio; i baffi da gatto più irti che mai, avvicinandosi a donna Fanny colla faccia da volerla mordere: l'ha veduta mezzo nascosta dalla tenda della portiera, ma non ha potuto capire se quell'altro era proprio Giordano Mari) Con lui? Ancora?

Donna Fanny (comicamente tragica) Sì; con lui! (percuotendolo col ventaglio sul braccio: con un'occhiata che lo calma) E col Barbarani! Lui non è stato solo altro che con Emma. Sapete?... È il Sebastiani che mi pare molto in pericolo!

Guido Bardi (ridendo con precauzione perchè gli può cadere la lente dall'occhio) Oh! Oh! Oh! Povero Nino!

Giordano Mari (nell'altra sala, incontrandosi col nobile Barbarani) E l'architetto? Don Carlo Borghetti? Non è ancora venuto?

Il Barbarani. Adesso! Adesso! In questo momento! Te l'ho detto, non è vero, che si è tagliata una mano con una bottiglia?... Cioè con un bicchiere?

Giordano Mari. Andiamo a cercarlo! Mi presenterai.

Il Barbarani (per cavarsela) Non è venuto in sala: appunto, per via della mano fasciata. Ha salutato appena la zia, la signora Letizia, poi si è messo subito a giuocare all'écarté, una partita interessantissima, colla marchesa Gonzales.

— Andiamo anche noi a vedere; così mi presenterai a tutti e due.

Barbarani (imbarazzato) Ti dirò — come vuoi, ma proprio stasera, quel lunatico nervosissimo...

È la terza volta che il Barbarani cerca scuse per ritardare quella presentazione: Giordano Mari, a cui invece preme assai dopo la lettera dell'editore Amodei, dopo certi discorsi fatti a Brera e all'Ambrosiana, e per altri suoi fini particolari, di entrare in amicizia con don Carlo Borghetti, il cugino della signorina Emma, lo guarda, lo fissa diventando serio.

Barbarani (subito) Felicissim... (Tossendo più forte) Felicissimo!... Soltanto, volevo dir questo: un'ora di tête-à-tête colla signorina Emma sul terrazzo; lunghissima conversazione e intimissima, sotto la tenda dei segreti, con donna Fanny... Diventi troppo pericoloso.

Giordano Mari (con fatuità: prendendolo a braccetto) Ormai, passò quel tempo, mio caro. Non sono più pericoloso per le signore.

— Ma sei pericolosissimo per me.

— Per te?...

— Precisamente!... E questa sera, per esempio, non ti presenterei una seconda volta, per tutto l'oro del mondo, nè al poeta, nè al commediografo. — Ohi! Furiosissimo l'Otello! E, per vendicarsi, ha promesso di scrivere un dramma in collaborazione con la contessina d'Arborio. La conosci? No? Quella brutta sagoma, più larga che lunga?... Quell'originale che fa la Sand?

Giordano Mari (vivamente: coll'interesse di chi vuole acquistar cognizioni che, non si sa mai, possono sempre diventare utili) La contessina d'Arborio? Una signorina letterata?

Barbarani (spiritoso) Signorina e letterata... press'a poco.

— È ricca? Molto ricca?

— Questo poi sì. In mancanza di doti, ha una gran dote: un milioncino.

— Dov'è?... Voglio conoscerla.

Barbarani (con entusiasmo) Subito! Benissim! Son proprio content!

Giordano Mari (con calma) No, no; dopo. Prima mi presenterai a don Carlo Borghetti.

Nella sala da giuoco: soli, ad un tavolino, la marchesa Gonzales e l'architetto. La marchesa sta facendo la partita all'écarté, per far passare il tempo e farsi passare la sete. Essa è in fortuna, marca sempre il re; e prova un ristoro alla compressione del busto — sforzo sovrumano di tre persone, la sarta e due cameriere — gridando addosso a donna Fanny.

La marchesa (giuocando) È una matta! Non si può dir altro, è diventata matta! E per chi? Per un maestro di scuola. Sì; me l'ha detto uno dei miei amici, per mettermi in guardia; a Padova faceva il maestro di scuola. Un antipatico predicatore di spropositi!... Dev'essere anche un repubblicano, un socialista. Io, col mio colpo d'occhio famoso, appena visto, l'ho subito giudicato: è un po' di tutto... Peuh! — Ho fatto il punto (lo nota).

Carlo Borghetti (risponde per lo più a monosillabi e giuoca distratto. Ha la faccia stralunata, un certo sorriso strano, melenso: ha una mano fasciata).

La marchesa. Finirà, quella matta, a far nascere uno scandalo; a disgustare anche Guido Bardi, e... allora?

Carlo Borghetti. Allora... poco male.

La marchesa (facendo due occhi e una bocca da mangiarselo vivo) Poco male?!

Carlo Borghetti. Sicuro! Se donna Fanny si lascia far la corte da un altro, vuol dire che il Bardi non le preme; e se non le preme, anche se lo perde... poco male.

La marchesa. Poco male?... Malissimo! Una donna di giudizio deve pensare innanzi tutto alla propria riputazione; e il giorno nel quale Fanny non ha più l'usbergo del Bardi, addio, ti saluto. La sua riputazione è andata! (Rabbiosissima) Non avete atouts?

— Sì.

— Allora state attento!... Prendete.

Carlo Borghetti prende, ritira le carte. La marchesa ripiglia il giuoco e il discorso:

— Lui, come lui, il Bardi, ormai è stato accettato: dunque finchè c'è lui, non c'è nessuno; e finchè lui resta al suo posto, nessuno ha il diritto di accorgersi degli altri, di mormorare. — Marco il re! — (nota il punto, e si calma un poco). Sicuro; bella novità! Il Bardi, anche versi a parte, non è divertente. Ma quello scrivano di Padova è per di più un ineducato. Con me, per esempio, il suo obbligo era di farsi presentare. Ma, però, io sono una donna giusta e sincera: in fatto di sgarberia, anche quell'altro, anche il poeta può darsi il vanto! In tutta la sera non ha trovato un momento per venirmi a salutare. Ma io so come vendicarmi: invito a pranzo la Fanny coi miei amici: tutti giovanotti! tutti simpatici! e lui, quel noioso insopportabile... niente!... A casa.

Carlo Borghetti (non sorride più: è diventato molto scuro) Dunque avevo ragione io: poco male.

— Voi?

— Se questo Bardi è noioso, è insopportabile, donna Fanny merita indulgenza.

— Niente affatto: lo ha voluto? Adesso è in dovere di tenerselo; così vuole la morale!

Carlo Borghetti (si ferma dal giuocare: la guarda).

La marchesa. Tocca a voi (Si china, vedendoci poco, per enumerare colle dita gonfie e corte, coperte di grosse gemme, le marche del piattello) Sono nove; dieci per nove, novanta. Se perdete anche questa partita, sono cento lire, per i miei poveri. Tocca a voi!

— Giuoco il re di cuori.

— Lo piglio io e allora faccio il punto. (Mescolando le carte) Anche quell'altra, sapete? Anche la Dionisy... l'amica... (Mettendo il mazzo di carte sul tavolino) Alzate.

— Mia cugina?

La marchesa (fa cenno di sì col capo) Alzate.

Carlo Borghetti (rauco, torvo) Con.... Giordano Mari?

La marchesa (più forte) Alzate! Bravo! (Dando le carte, poi guardando le proprie e mettendole a posto) A' miei tempi — e non sono lontani — le ragazze oneste, come si deve, usavano di prender marito prima di farsi far la corte dal terzo e dal quarto!... Ma adesso? Ragazze e maritate... non c'è più distinzione; è tutta una charlotte!

Carlo Borghetti (ancora più rauco e ancora più torvo) E... credereste?

La marchesa. Credo tutto. (Storce la bocca nera con ironia maligna e appunta come un istrice i peli corti dei baffetti) Mi hanno fatta diventare.... di una fede straordinaria!

Entrano in quel punto nel salottino il nobile Barbarani, saltellante, e Giordano Mari impettito, maestoso.

La marchesa (sottovoce, in fretta) Giuocate! Giuocate! Arriva il grand'uomo col servitore di piazza!

Il nobile Barbarani (avvicinandosi alla marchesa col suo compagno dietro: due o tre colpetti di tosse) Permetta, cara marchesa gentilissima, che finalmente possa avere l'onore di presentarle io stesso il mio amico Giordano Mari, illustre pensatore, filosofo, illustre letterato, di cui la bellissima fama, certo... certissim... (e si fermerebbe anche da sè, ma la marchesa lo interrompe, offrendo la mano, assai graziosamente, anche al luterano).

La marchesa (perfettissima: vieux régime) Giordano Mari, e basta il nome, caro Barbarani. Basta il nome. Non sono poi così dell'altro mondo: anch'io ho applaudita, ho ammirata la sua bellissima conferenza. (Abbassa gli occhi, si dà una rapida occhiata orizzontale: tutto è a posto: amabilmente, facendo scorrere la collana di perle) Tutti speriamo di sentirne un'altra; sarà presto?

Giordano Mari (rivolgendosi collo sguardo anche a Carlo Borghetti) Per ora, no. Ho dovuto interrompere il ciclo delle mie conferenze per un lavoro più serio, più importante... (alzando gli occhi al cielo e mostrandosi stanchissimo) che mi occupa assai.

Barbarani (pronto, pigliando la palla al balzo) Un lavoro storico, alla Momsen, interessantissimo: Ambrogio vescovo, nella civiltà de' suoi tempi.

La marchesa (coi peli dei baffetti che tornano a rizzarsi, per pungere) Cioè... Sant'Ambrogio?

Barbarani (con acume e competenza) A' suoi tempi, non era ancora santo: era soltanto vescovo!

Giordano Mari (sempre rivolgendosi cogli occhi e col discorso all'architetto) Per questa mia monografia, per rivederla, per completarla, mi sono fermato a Milano. Qui, sul luogo, ho molte ricerche da fare; moltissimi documenti da consultare. E, perciò, devo scusarmi con lei, signora marchesa, se, dopo aver ottenuta la gentile permissione di esserle presentato, non ho potuto, prima d'ora, procurarmi l'onore e il piacere della sua ambita conoscenza.

La marchesa. Appunto: pensavo anch'io: — che mai vuol dire questo ritardo? — Forse qualche... divieto? Ma, adesso, capisco benissimo: Sant'Ambrogio! E quando si ha da fare coi santi, non si scherza e non c'è più tempo per i poveri mortali. Dico bene, Barbarani?

Barbarani. Benissim! Son proprio content!

E il nobile Barbarani era davvero molto contento. Ormai, per le leggi dell'etichetta, era la marchesa che doveva presentare Giordano Mari a quel lunatico impetuoso del Borghetti.

Carlo Borghetti (alzandosi e offrendo alla marchesa, con un inchino, un biglietto di banca) Se permette, marchesa... il mio debito.

La marchesa (mostrando le cento lire a Giordano Mari e poi chiudendole nel portamonete colle dita tremanti e con un lampo di gioia ingorda negli occhi spelati) Sono... per i miei poveri. (Trattenendo Carlo Borghetti mentre le dà la mano e fa per andarsene, e presentandolo) L'architetto Carlo Borghetti: Giordano Mari.

Giordano Mari (Un grande inchino, e tutti i soliti complimenti: molto espansivo. L'altro risponde appena senza guardarlo, occupandosi solo della sua mano che gli si è un po' sfasciata).

La marchesa. Soffrite?

— No.

Barbarani. Dovresti farti fasciare di nuovo e un po' meglio col taffetà, dal dottor Speranza.

— No.

La marchesa (che ha sempre bisogno di muoversi per quella sete che la brucia viva, ma non la dimagra: alzandosi adagio, appoggiando le mani al tavolino, soffiando e sbuffando; due minuti per ripigliar fiato; poi, accettando il braccio del Barbarani, e avviandosi con un po' di ondulamento) Andiamo in cerca del dottore (si sentono gli accordi al pianoforte) Sst! (ascolta un momento) il Falstaff!... Andiamo a farci vedere nel salone, da Venceslao. È troppo buono; non merita dispiaceri.

Giordano Mari, per lasciar passare tutta la magnifica marchesa col Barbarani, resta indietro, vicino a Carlo Borghetti.

Quella presentazione è stata troppo breve, troppo superficiale; egli ha paura che Carlo Borghetti gli sfugga; vuol trattenerlo ad ogni costo; ma, per trattenerlo, bisogna parlare.

Che cosa dire? Che cosa dire?

Giordano Mari ha la smania di parlare e non trova una parola. È rimasto ad un tratto, per combinazione, per dispetto, col cervello vuoto e colla lingua di piombo. Eppure bisogna parlare, parlare! Bisogna rompere il ghiaccio, o lasciarselo scappare!

Ma ogni istante che passa è un'occasione perduta; ad ogni istante cresce l'impiccio del momento... Giordano Mari si sente persino ridicolo.

Parlare? Parlare?... bisogna trovar le parole per parlare!

Carlo Borghetti rimane sempre più impenetrabile, freddo, muto, in un atteggiamento quasi ostile: si sforza per annodare la fasciatura di seta nera attorno alla mano.

Giordano Mari (a un tratto, con premurosa gentilezza) Permette? Potrei aiutarla?

Carlo Borghetti (cacciando subito la mano nella sottoveste) Grazie; ho finito. (Gli volta le spalle e fa per andarsene).

Giordano Mari (tenendogli dietro ostinatamente, dicendo il primo scherzo, le prime parole che gli corrono sulle labbra) È stato un duello, non è vero? Me l'ha detto l'amico Barbarani! Un duello con una bottiglia!

Carlo Borghetti (fermandosi, voltandosi, fissandolo serio) No, non è vero; non l'ha detto. Il Barbarani non dice sciocchezze! (Guarda ben fisso Giordano Mari ancora per un istante, poi dà un'alzata di spalle e se ne va).

L'altro rimane sbalordito, a bocca aperta.