CAPITOLO SESTO.

Il dì seguente allorch'aperte sono
Del lucido orïente al sol le porte,
Di trombe udissi e di tamburi un suono
Onde al cammino ogni guerrier s'esorte.
Non è sì grato ai caldi giorni il tuono
Che speranza di pioggia al mondo apporte,
Come fu caro alle feroci genti
L'altero suon de' bellici instrumenti.
TASSO, G. L., C.° I.°

Sul finire di quella burrascosa notte in cui storditi e confusi dall'inaspettato assalto del formidabile abitatore della rupe di Nesso lasciaronsi strappare dalle mani la preda che tenevano di sì certo ed importante possedimento, Alessandro Gonzaga ed i suoi armati giunsero colla nave rotta e sconquassata dal vento e dalle onde alla vista di Como. Scorto che fu dalla città l'inalberato vessillo Ducale, venne dato di subito ordine a varie navicelle che s'affrettassero a recare soccorso a quel legno che mostravasi in manifesto pericolo, poichè vedevasi il suo bordo radere a filo le acque, e i rematori affaticarsi invano per vincere l'impeto del vento che aveva rapidamente cangiata direzione. Quando rimorchiata da freschi e robusti remiganti giunse la nave in porto, il capitano Gonzaga sceso a terra, e ordinato a quartiere il suo drappello, recossi prontamente al palazzo del Governatore della città onde narrargli tutto l'occorso, e procurare di giustificare in quell'evento la propria condotta, ciò che ad esso lui forte premeva, poichè il Governatore era in obbligo di tenere esattamente istruiti con doppio rapporto la Corte Ducale e il De Leyva d'ogni avvenimento relativo alla guerra col Medici, la quale era tenuta per affare di sommo momento, ed a cui stava rivolta l'attenzione dell'intera Milano.

S'aveva allora Como per governatore il cavaliere spagnuolo Dom Lorenzo Mugnez Pedraria, successo in tal carica a Federico Bosso, e nominatovi dal duca Francesco Sforza per consiglio, o, diremo meglio, per espresso comando di Antonio De Leyva, che, come s'intese, era Generale supremo delle forze di Carlo V in Lombardia. Importava assaissimo a questi che la città di Como, considerata per una delle piazze più forti, e che aveva avuta decisa influenza nelle ultime contese tra il Ducato e l'Impero, si trovasse nelle mani d'un suddito dell'Imperatore per farla affievolire e decadere, poichè di tal modo qualunque avvenimento nascere potesse per l'avvenire, era pur sempre una città che avrebbe opposto minore ostacolo ad essere conquistata e sottomessa, e un gran punto d'appoggio per le consecutive militari operazioni. La scelta fatta dal De Leyva della persona del Governatore serviva mirabilmente al suo scopo, imperciocchè in tutti i vasti possedimenti del Monarca Spagnuolo al di qua e al di là del mare non eravi vassallo la cui fedeltà si potesse asserire più intera e incorrompibile di quella di Dom Lorenzo Mugnez Pedraria.

Era questi uno di quegli uomini che si potrebbero dire nati colla scala delle dignità e delle gradazioni sociali stampata nel cerebro, per i quali diventa natura il sottomettersi ciecamente ai voleri delle autorità superiori e l'esigere d'essere nell'egual modo dagli inferiori ubbediti: era desso in somma l'uno di que' tali che por ordinacion de su Magestad sarebbe saltato a piè pari in una voragine o in un forno, ma v'avrebbe fatto saltare altresì il più prossimo parente od amico se così gli fosse stato imposto.

Fra le segrete istruzioni che vennero date dal De Leyva a Dom Lorenzo Mugnez appena fu nominato Governatore, la principale era quella di sguarnire Como di difese, e guastarne e demolirne il più ch'ei potesse le fortificazioni, compiendo però tutto questo di maniera tale che apparisse fatto a solo interesse del governo del Duca, adducendone sempre motivi che valessero a togliere dall'animo dello Sforza ogni sospetto di causa opposta al proprio vantaggio. Infatti, dopo brevissimo tempo da che Mugnez Pedraria era Governatore, accadde che Gian Giacomo Medici, vinta e sconfitta la flotta Ducale, pervenne colle proprie navi sotto le mura di Como, mise a fiamme i sobborghi della città, e per poco stette non si rendesse assoluto padrone della città medesima. Colse tosto occasione da quel fatto il Governatore, che bramosissimo era di dare esecuzione ai comandi del De-Leyva, ch'ei riguardava come sola legittima autorità a lui superiore, e riferì al Duca che la sicurezza della città da esso governata richiedeva che si atterrassero tutte le opere forti esteriori, ed in ispecie il Castello, poichè avendosi moltiplicate prove dell'audacia e dell'abilità del Medici nell'impossessarsi delle Rocche le più diligentemente custodite, siccome aveva fatto di quelle di Chiavenna, di Morbegno, di Lecco, di Perego e di Incino, era da temersi che con qualche stratagemma potesse giungere ad ottenere anche le fortezze che contornavano Como, da dove avrebbe poi facilmente colle artiglierie costretta la città ad arrendersi; opinava quindi essere prudente ed utile partito lì concentrare le forze dentro le mura della sola città, dando tosto mano all'atterramento di tutte le esterne fortificazioni. Il De-Leyva chiamato dal Duca a consiglio sostenne con tutto il suo potere l'avviso del Governatore, e il Duca, o fosse che rimanesse convinto delle ragioni addotte nella proposta, o più probabilmente stimasse inutile l'opporvisi, sperando ben anche coll'acconsentire d'ottenere in quella guerra maggiori e più costanti rinforzi di truppe Imperiali, rescrisse a Dom Lorenzo Mugnez operasse quanto meglio stimava opportuno alla difesa della città a lui affidata. Appena lo Spagnuolo s'ebbe nelle mani tale consenso, impiegò quanti potè soldati e popolo a smantellare pel primo il Castello Baradello, antico e famoso Forte che sorgeva a ponente della città sovra una altura, e di cui si vede tutto giorno unico avanzo una quadrata torre, ch'è quella stessa in cui morì rinchiuso entro una gabbia di ferro il Milanese guerriero Nappo Torriano che, vincitore de' Comaschi in tante guerre, cadde alla fine lor prigioniero nella battaglia di Desio, e fu da essi per vendetta fatto in sì barbaro modo miseramente perire. Come il Baradello vennero distrutte le rocche, i ridotti e i baluardi che munivano a qualche distanza quella città, e colle ruine e le macerie ne furono colmi i fossati. D'uopo è però dire che per rendere più verisimile agli occhi del Duca la cagione di quel disfacimento, ed eziandio per non rimanersi affatto scoperto ed indifeso, stante la minacciosa vicinanza del Castellano di Musso, furono dal Governatore fatte restaurare ed afforzare le mura e le torri che cingevano immediatamente la città dal lato del lago, dove il bastione era guasto e cadente per gli infiniti colpi a cui era stato meta nei tanti quivi tentati assalti.

Il governo però che Dom Lorenzo Mugnez Pedraria esercitava sui Comaschi non era duro troppo nè gravoso, avuto riguardo alle circostanze dei tempi: voleva che nessuna resistenza s'opponesse a' suoi cenni, nessun ostacolo od indugio si frapponesse all'esecuzione degli ordini che venivano da lui emanati, esigendo che gli uomini di tutte le classi indistintamente li eseguissero, ma siccome ei non era per se stesso nè capriccioso, nè spogliatore, nè iniquo, manteneva in Como un regime equabile e scevro di que' tirannici e mostruosi eccessi di cui erano stati sì feraci i tempi del Bosso e del Martinengo. Ciò poi che faceva a tutto suo vantaggio piegare la bilancia di confronto co' due suoi accennati predecessori, si era la castigatezza esemplare de' suoi costumi, per cui non solo rispettava egli stesso, ma costringeva gli altri tutti ad avere scrupoloso riguardo alle donne ed alle fanciulle altrui, nessuna colpa sì severamente multando quanto quelle che in cose di tal fatta si commettevano. Dicevasi che nella sua giovinezza avesse seguiti i costumi alquanto liberi e gentili del Duca di Medina-Celi, sotto il cui comando aveva militato, ma venuto poscia in Alemagna alla Corte di Carlo, e vedendo che l'Imperatore, tutto involto in teologiche disputazioni, ne aveva sbandita ogni galanteria, s'accasò immediatamente con Dona Graciana, figlia del conte di Vandesten di Anversa, e non affisò più mai lo sguardo se non accigliato in volto ad altra femmina.

La severità del Governatore, sebbene non valesse a por argine a tutti i disordini cagionati dalla sfrenata licenza della soldatesca, giovò non per tanto sommamente agli abitanti di Como, perchè essendo la città a molte riprese piena d'uomini d'armi la maggior parte Spagnuoli inclinatissimi ad ogni libidine, oltre la roba che questi giornalmente al popolo consumavano, oltre il fastidio che dell'albergarli arrecavano, e la necessità in cui ponevano di concorrere i doviziosi colle sostanze, i poveri coll'opera al rintegramento della flotta, alla compera delle armi e delle salmerie, avrebbero eziandio date gravissime molestie d'altro genere e commesse le più odiose e crudeli violenze, se alcuni potenti cittadini Comaschi non avessero ottenuto col mezzo del Pedraria clamorose soddisfazioni a simili ingiurie.

Il Governatore albergava in un palazzo che s'avea l'aspetto di Castello abbellito da varii fregi e dagli stemmi ducali e del municipio, e sorgeva a mezzodì della città poco lungi da Porta Torre: all'entrata di esso stava sempre a guardia un corpo d'alabardieri Spagnuoli, e un drappello di Micheletti pronti ad eseguire quanto fosse necessario per fare rispettare gli ordini e le leggi.

Allorquando entrò Alessandro Gonzaga in quel palazzo, il Governatore trovavasi in una delle interne sue sale, ove stava tutta raccolta la di lui famiglia, imperciocchè era l'ora del distillado. Chiamavasi con tal nome una bevanda d'uso comune a que' tempi tra i ricchi Spagnuoli [11], la quale veniva composta di essenza di drogherie consumate negli spiriti, e stillata nell'acqua frammista allo zucchero: ed era costume il prenderla il mattino da tutte le persone della stessa famiglia riunite insieme, la quale usanza è praticata tuttogiorno in alcune città per bibite d'altra specie. La sala del distillado era addobbata con arazzi fiamminghi: in mezzo ad essa vedevasi sopra un tavolo, coperto da ricco tappeto, un gran vaso d'argento che conteneva l'odoroso liquore, e avanti a ciascuno de' seduti stava collocato un alto calice di cristallo entro cui veniva versata la bevanda. Dom Lorenzo Pedraria era quivi assiso in un gran seggiolone: grande e magro mostravasi di corpo, i di lui capelli, che incominciavano ad incanutire, vedevansi corti e smozzicati, ad eccezione d'un picciol ciuffo che gli stava ritto sulla fronte; portava un ampio elevato collare, ed il suo viso, scarno e improntato d'un'aria grave imperiosa, andava distinto da due mustacchi e da un fiocchetto di pelo sul mento, tagliato in forma triangolare, ch'era alla moda del re Dom Filippo. A fianco a lui da destra stava Donna Graciana, nel cui pingue e imponente aspetto appariva tutto il sussiego che conveniva alla moglie d'un hydalgo, d'un governatore: aveva dessa d'intorno al collo ornamenti di pietre di gran valore, ed il suo abito nero a larghe maniche era adornato di pesanti ricami in oro; presso ad essa stava una sua giovinetta figlia, la cui bionda capigliatura rilevata ed intrecciata di perle consuonava mirabilmente colla singolare bianchezza del suo volto: gli abiti di lei non erano meno ricchi di quelli di sua madre. A sinistra del Pedraria sedevano Diego e Fernando suoi figli, ardenti, leggiadri ed orgogliosi giovani che aspiravano ai primi gradi della milizia e che avevano già cinto il fianco della lunga spada Ibera. Nè mancava in quel convegno quegli che aveva la spirituale supremazia nella famiglia: stava desso a capo al desco in contegno umilmente fiero, e dalla foggia dello scapolare e dalla bianca tonaca che indossava appalesavasi un monaco dell'ordine dei Domenicani.

[Nota 11:][ (ritorno) ] Lopez Her. Hisp. mor.

Al momento della venuta colà del Gonzaga regnava quivi perfetto silenzio, perchè il Governatore, mentre andava vuotando a sorsi il suo calice di distillado, leggeva con somma attenzione frammista a sorpresa un foglio che teneva nella destra e che gli era stato recato pochi istanti prima da un messaggiero giunto da Milano. Al rumore dei passi fatto dal Gonzaga nell'avanzarsi, levò gli occhi di sfuggita, e appena vedutolo, gli fece una dimostrazione giuliva del volto indicando essere desso appunto la persona che in quel momento desiderava: scorse rapidamente le ultime linee del dispaccio, e vuotato d'un fiato il fondo del bicchiero, il depose sul tavolo, s'alzò, e fattoglisi incontro, "Avrei mandato, disse, in questo istante a ricercare di lei, signor Capitano, se per buona sorte non si fosse ella stessa recato in palazzo: ho a comunicarle un ordine pressantissimo del signor Duca e dell'Eccellentissimo signor Generale, che mi è pervenuto brevi minuti sono, e che si è della massima importanza". Ciò detto, chiamò i servi ad alta voce, salutò della mano la sua famiglia, e preceduto da due paggi che spalancarono le porte, entrò col Gonzaga in una camera di poca dimensione, occupata in gran parte da uno scrittoio ornato d'arabeschi dorati e tutto ingombro di libri, di carte e di fogli stampati, al di sopra del quale vedevasi in un gran quadro il ritratto in piedi di Carlo V coll'abbigliamento guerresco, avente sul petto una collana in cui tenevano luogo di gioie gli stemmi di tutte le provincie del suo impero.

Il capitano Gonzaga, tosto che si fu quivi adagiato, pria che il Governatore prendesse la parola, disse doversi a lui perdonare l'essersi recato in sua presenza colla corazza e coll'abito soldatesco lordo e disordinato, poichè era venuto esso pure premurosamente, e appena tocca terra di ritorno da una perigliosa e sfortunata spedizione onde dargliene pronto ed esatto ragguaglio. Il Governatore l'invitò a narrare tosto l'evento, ed esso raccontò la presa da lui fatta del fratello e del cancelliere del Castellano di Musso, ponendogli poscia l'avvenuta loro liberazione sotto l'aspetto il meno che potè obbrobrioso pel proprio valore e per la propria vigilanza. Fece esagerato novero delle forze e del numero degli assalitori da cui si disse sorpreso nel più forte incalzare della tempesta, e ad irrecusabile scusa di sua sconfitta nominò siccome capo di quella masnada Falco di Nesso, il cedere al quale non era intero scorno anche ai più esperti Capitani d'armi.

Dom Lorenzo Pedraria quand'ebbe udito con faccia scura e meravigliata tutta la narrazione del Gonzaga, scosse il capo lentamente, animando il volto d'un misterioso sorriso; e "Speriamo, rispose, signor Capitano, che questa sarà l'ultima che ci fanno, e che il Medici e i suoi banditi non avranno più gran tempo da rimanersi nei loro ripari e molestare con ruberie ed assassinii gli abitatori di tanto paese d'intorno, come pur troppo avviene da qualche anno, contro l'intenzione del signor Duca e dell'Eccellentissimo signor Generale. Ora è preciso volere della Maestà dell'Imperatore (e rizzossi in piedi inclinando il capo nanti il ritratto, indi si riassise) che il dominio Ducale sia libero da tali masnadieri, vengano dessi cacciati in paese straniero, o presi e messi a morte. Bene adunque comprende, signor Capitano, che avendo i soli desiderii, non che gl'imperiosi voleri d'un tanto monarca ottenuto sempre prontissimo e pieno soddisfacimento, andar guari non può che eziandio questa espressione della suprema volontà sia completamente adempiuta; onde i felloni incalzati e stretti dalle gloriose armi sue congiunte alle Ducali ed a quelle della Lega de' Grigioni, dovranno cercare salvezza in precipitosa fuga, o perdere con meritata pena la vita".

Così dicendo pose con gravità sott'occhio al Capitano il pervenutogli dispaccio, improntato al piede da due grandi suggelli, l'uno del Duca, l'altro del De Leyva. Conteneva desso primieramente a modo d'informativa essere volontà di Carlo V si riducesse il Medici all'obbedienza o il si sterminasse; seguiva l'ordine al Governatore ed al Gonzaga, che capitanava le bande ch'erano allora in Como, dessero immediata mano ad allestire ed accrescere la flotta disponendola a tutto punto per uscire a combattimento; aumentassero le vettovaglie, facessero accatto d'armi e munizioni, e disponessero magazzini per riceverne in gran copia da Milano: chiudevasi lo scritto coll'annunzio che tra pochissimi giorni sarebbero giunti in Como un Commissario del Duca per la suprema direzione dell'armata, uno di Spagna, ed uno degli Svizzeri con gran numero di soldati e d'artiglierie.

A tenore di tali comandi non vi fu veglia o fatica a cui perdonassero, sì il Governatore Pedraria, che il Gonzaga per dare compiuta esecuzione a tutto il prescritto. I lavoratori vennero triplicati intorno alle navi, che calefatate e munite d'ogni specie d'attrezzi, fecero ben tosto in porto sontuosa mostra: i cittadini e quei del contado furono posti in obbligo di pagare gravi contributi; i monasteri, i capitoli, le chiese stesse non andarono esenti da grossi balzelli in granaglie o danaro da pagarsi in misura de' proprii tenimenti. Le doglianze per tale enorme aumento di tributi divennero nella Comasca popolazione universali e risentite: già il progetto d'una aperta resistenza manifestavasi in più luoghi, già il tumulto minacciava di farsi generale e imponente, quando l'arrivo di quattrocento archibugieri spagnuoli guidati dal capitano Alonzo Canto, ponendo in tema i più arditi e furiosi agitatori della plebe, sedò e fece sparire ogni sintomo di ribellione.

Dopo quella prima banda giunse in Como Giovan Battista Speziano capitano di giustizia e commissario generale del campo per il Duca; con esso lui vennero da Milano i provveditori della milizia seguiti dai carri che recavano vettovaglie, armi, foraggi sotto scorta di cinquecento e più fanti d'ogni arma con varie bandiere di cavalli. Arrivò poscia il Commissario di Spagna, e quello della Lega, indi un nuovo battaglione d'archibugieri, due di lanzinechi, uno di bombardieri con molte artiglierie, e finalmente un centinaio di Lancie libere, ch'erano così detti que' giovani patrizii di Milano, o d'altre città soggette al Duca, che si recavano a combattere per elezione, mantenendo sè, lo scudiero ed i paggi col proprio danaro, vestendo svariate armature, e portando sullo scudo, sul cimiero o la sopravveste quegli stemmi od imprese che meglio bramavano.

Poichè tutta l'armata si fu congiunta in Como, raccoltisi i Commissarii nel palazzo del Governatore, chiamarono quivi a conferenza il Gonzaga e gli altri principali Capitani per deliberare in pieno consiglio del modo da tenersi nella distribuzione di quell'esercito, onde far seguire un assalto generale contro le forze del Medici, perchè si voleva annichilirlo, o sloggiarlo per lo meno da tutti i luoghi che possedeva. In quell'unione d'uomini periti nell'arte della guerra per essere tutti o condottieri d'armati o sovrintendenti agli eserciti, molti e discordi essere dovevano i pareri in quella bisogna. Varii infatti furono i progetti ed i piani di battaglia che vennero quivi proposti e discussi talora con moderate, ma più spesso con caldissime parole. Coloro che non s'erano trovati mai a giornata campale contro Gian Giacomo, siccome il Commissario spagnuolo e molti de' Capitani di recente venuti in queste terre d'Italia, opinavano che vincere e disperdere quel branco di banditi, di cui esso era capo, fosse facile e certa impresa per tanti e sì agguerriti armigeri, quanti erano quelli che si stavano in allora colà disposti ad assalirli: essere quindi inutile macchinare a lungo intorno il piano di guerra: non doversi che cercare il nemico e combatterlo. Alessandro Gonzaga all'incontro, e molti altri Comandanti di squadre che avevano più volte battagliato contro il Castellano, e ne conoscevano la potenza, non cessavano dal far presente che desso era tal uomo da dare una rigorosa lezione a qualunque esercito s'azzardasse venire seco lui a zuffa disordinatamente e senza un ponderato e perfetto accordo d'operazioni, ed in ispecial modo allora che trovavasi favorito dal luogo e già in possesso delle più vantaggiose posizioni.

Dom Lorenzo Mugnez Pedraria appoggiò eloquentemente i detti del capitano Gonzaga, ed asserì con tutta imponenza, che ogni cura era lieve, ogni studio dovere, ogni sagrificio necessità allorchè trattavasi di soddisfare i desiderii e il volere della Maestà dell'Imperatore, Re delle Spagne e del Brabante, del serenissimo Duca e del Generale supremo. Lo Speziano, commissario Ducale, uomo autorevole, accorto e prudente, in mano del quale stava in quel momento la somma delle cose concernenti la guerra, rimase ben tosto persuaso dell'importanza e difficoltà di essa, e pose termine ad ogni differenza convenendo coi più sperimentati, che si dovessero prendere tutte quelle accurate ed opportune misure che valessero ad assicurarne prospero il risultamento. Accedettero i dissidenti all'avviso dello Speziano sulla necessità d'adottare un piano di battaglia, ma allorchè si diè principio a discuterne le particolari disposizioni, vennero in campo tali ostacoli e dispareri, che ne fu protratta oltre modo la definitiva conclusione. E qui cade in acconcio il notare che per un Duce era più malagevole di quell'età il condurre e disporre a generali fazioni alcune poche migliaia di combattenti, di quello che a' nostri giorni non sia il capitanarne un mezzo milione. De' nostri dì fitti battaglioni, immense squadre di fanti e di cavalli s'avanzano, retrocedono, si volgono a destra o a mancina ad un cenno, ad una parola di speciali comandanti che tutti pendono pure da un segno, da un moto d'un duce supremo, il quale stando a centro della grande massa armata imprime a tutte le parti di essa un impulso unico, consentaneo, regolare. Tale assoluta concentrazione di potere che s'emana con sì rapido ed ordinato concatenamento di comandi opera è tutta della attuale soldatesca disciplina e dei moderni militari istituti, condotti a perfezione dal calcolo, dalla sperienza, dal genio dei sommi capitani di cui fu ricca l'età nostra, in cui si videro e si mirano tuttora eserciti infiniti essere mossi con maravigliosa agevolezza, e un numero immenso di volontà e di forze venire spinte, frenate, dirette a desiderio d'una volontà e d'una mente sola. Nei secoli trascorsi, benchè alle armate presiedesse un capo supremo, i comandanti delle singole squadre che le componevano non erano tutti così a di lui ordini sottomessi da eseguirli alla cieca: alcuni vi si opponevano per orgoglio, altri per ignoranza, altri per invidia o per odio, e ben di frequenti non era in podestà del Generale il forzarli all'obbedienza, perchè la difettosa costituzione e la tenuità dei governi degli Stati e degli eserciti dava facile accesso alle rivolte, ai tradimenti, alle diserzioni; quindi avveniva che per evitare difficoltà maggiori d'uopo era spesso pel primo duce piegarsi a perfetto accordo co' suoi capitani e di tutto seco loro tenere anticipato consiglio.

Così dopo avere ponderate diligentemente le circostanze, udite tutte le voci, si venne in quella adunanza di Commissarii e di Capitani a stabilire alla fin fine il seguente piano di battaglia.

"Ciascuna delle dieciotto grosse navi che stavano preste nel Porto di Como verrebbe armata di quattro cannoni e porterebbe quaranta uomini d'armi, cioè venti bombardieri e venti archibugieri, oltre dieci rematori e un pilota; ad ogni nave presiederebbe un capo-bandiera, ad ogni tre un capitano. Alessandro Gonzaga terrebbe il supremo comando quale ammiraglio e generale di tutta la flotta.

"Questa partirebbe una prefissa notte per trovarsi sul far del giorno in vista di Musso ove accetterebbe la battaglia se la flotta nemica stesse parata in ordinanza a presentarla, o l'assalirebbe nel Porto medesimo del Castello se non ne fosse ancora uscita.

"Alonzo Canto con cento Spagnuoli, quattro bombarde e due colubrine andrebbe a bordo della flotta sino a Bellaggio, ove, messo a terra, occuperebbe il promontorio postando le artiglierie in modo da impedire il passaggio alle navi di soccorso che potessero essere spedite al Medici da Lecco. Tridelberg con duecento lanzinechi, tre bandiere di cavalli, cinquanta Lancie libere, movendo per la Brianza, andrebbe a sorprendere Monguzzo difeso da Battista fratello del Castellano; mentre Rinaldo Lonato con altrettante forze assalirebbe Lecco dalla parte del ponte, per tentare l'uno e l'altro d'atterrirne e vincerne le guarnigioni, impossessarsi delle Rocche, o togliere almeno ogni possibilità ai nemici di comunicazioni e d'aiuti.

"Nel frattempo que' Grigioni (di cui, come dicemmo, si trovava in quell'adunanza un Commissario) i quali stavano in grosso numero accampati presso il Lago di Chiavenna, penetrando per le valli secretamente, apparirebbero sull'alto delle montagne di Musso il mattino stesso stabilito alla battaglia, recando quivi quel numero d'artiglierie che meglio potrebbero pei difficili cammini dei monti trascinare, e di là fulminando il Castello, e scendendo a squadre sopra Domaso, Gravedona, Dongo, e sopra Musso stesso, cercherebbero penetrare nel Castello se ne venisse il destro".

Chiaro apparisce da tale progetto di guerra ch'era pensiero dei Duci spagnuolo-ducali d'assalire le forze di Gian Giacomo partitamente sui diversi punti in cui si trovavano sparse, per isolare quanto più loro fosse possibile quelle che si stavano con esso lui a Musso, contro le quali dirigendo il maggior nerbo delle soldatesche con impeto vigoroso verrebbero costrette a cedere per la disparità del numero, e la contemporanea moltiplicità degli assalti. Essi supponevano inevitabile dei due casi l'uno: o il Medici prevedendo l'inoltrarsi della flotta Comasca uscivale allo scontro colla sua da Musso, e allora mentre il combattimento era nel massimo calore impegnato tra le navi, i Grigioni calando dai monti penetravano senza ostacolo nel Castello indifeso, e fattisene padroni, toglievano ogni speranza di ritirata e di rifugio al Castellano, le cui milizie, sminuite dalla battaglia, scoraggiate alla vista della caduta del vessillo Mediceo dalle sue torri, sarebbero compiutamente fugate e tagliate a pezzi dalla flotta vittoriosa: o Gian Giacomo, conscio anche dello accostarsi de' Grigioni, non osava abbandonare le mura del suo Castello (chè dividere le proprie forze già scarse a tanto impegno nol farebbe, credevano, il più imperito de' condottieri), e allora la flotta investendo quella fortezza dal lago, li Svizzeri dai fianchi e dalla sommità battendo accanitamente da ogni parte, la diroccherebbero e ne farebbero un mucchio di ruine, sotto cui rimarrebbero sepolti gli ostinati difensori.

Quanto s'avverassero questi micidiali supposti, lo apprenderanno tra poco i nostri lettori: che se tra questi mai vi fosse alcuno edotto per lunga esperienza nelle cose della guerra, nella quale tanti uomini vennero educati al principio di questo secolo, pensando e rammentandosi quanto il caso, la fortuna e la destrezza abbiano impero, più che sull'altre umane cose, sulle vicende dell'armi, potrà con giusta lance ponderare le esposte ducali previggenze ed estimarne la probabile riuscita senza scostarsi gran fatto dal vero.