CAPITOLO VII.

La bellicosa ampia Milan di lieti

Inni eccheggia, e di cantici devoti.

Splendon del maggior tempio le pareti

Per cento fiammeggianti auree lumiere.

Grossi.

Allorchè Palamede schiuse gli occhi dal sonno, che avea ristorate le sue forze e recatagli la calma nel cuore, splendeva già il sole sul rustico muro che di prospetto alla finestra della sua camera chiudeva il giardino. La luce, gli addobbamenti, gli arnesi che ornavano quella stanza, destarono un’impressione vivissima nel suo spirito, che rinfrancato dal riposo si riaprì pieno di sensibilità alle tenere sensazioni. Ancora fanciulletto avea Palamede perduti entrambi i genitori. Alberto de’ Bianchi, conte di Velate, suo padre, essendo stato creato console di giustizia della città di Milano, era perito, vittima dello zelo pel pubblico bene, nella peste che desolò questa città nel 1361; e sua madre Gella Pusterla scese col marito nella tomba, uccisa dal velenoso miasma che le sue cure per lui le avevan fatto assorbire. Alberto andava congiunto in istretto parentado con Ricciarda, venuta allora a nozze col marchese Azzo Liprando, uno de’ più fidati di lui amici, per cui, vicino a spirare, fece ad essi loro consegnare l’infante Palamede, affidandogli la cura d’educarlo e d’amministrarne il ricco patrimonio. Troppo era sacra pel generoso Liprando la parola d’un moribondo amico, onde egli ne tradisse i voti usurpando gli averi, o trascurando pensatamente il suo pupillo: ciò che in que’ tempi sarebbe stato per un iniquo assai facile impresa, poichè ne porgevano agevoli mezzi e i molti chiostri, in cui racchiusi giovinetti inesperti venivano con lusinghe o spaventi forzati a vestir l’abito monacale, ed a rinunziare a doviziose sostanze, e i facili raggiri forensi in tanta confusione e assurdità di leggi, e le molte guerre, in cui se aizzato con mal consiglio un giovane guerriero rimaneva indubitatamente estinto. Azzo all’incontro tenendo sempre il giovinetto Palamede presso di se, ne coltivò con tutto il potere il mansueto animo, lo svegliato e dolce ingegno, la destrezza e la forza; e fece di lui uno de’ più compiti giovani signori di quell’età, che a tutti veniva proposto a modello di bravura nelle armi e di moderatezza e leggiadria di costume. Tante doti e il suo candido animo l’avean reso assai caro a tutte le persone di quella famiglia, dove era amato qual figlio e qual fratello, e nella cui casa, prima della sua guerriera spedizione, avea sempre dimorato.

Quante aurore nella sua infanzia e ne’ primi anni della giovinezza lo avevano veduto in quella camera istessa, nella quale nulla era alterato, risvegliarsi, colmo il cuore del sentimento felice che abbella la prima esistenza, e di cui non si perde mai la rimembranza, o colla mente assorta nei pensieri della gloria dell’armi, o nella speranza e le gioie d’amore! Trapassò al cavaliero come un lampo fugace della fantasia la memoria delle sue lontane imprese, e di ogni fatto accaduto; e ripensando ai dolci momenti che prima della sua partenza egli aveva in Milano e in quella istessa casa trascorsi, immerso nel pensiero della sua Ginevra, gli sembrava che l’ora consueta battesse in cui concesso gli era vederla nel di lei palazzo; e stava in questa soave illusione, quando un rumoreggiare di turbe e gridi di Viva Giovan Galeazzo, Viva il conte di Virtù, che a lui dalla sottoposta contrada salivano, gli ridestarono con maggior vigore l’amara riflessione della realtà: onde un dolor cupo l’invase, poichè pensò al suo ed al destino della fidanzata prigioniera.

Al tumultuare del popolo, ch’ora s’allentava, ora andava crescendo, si frammischiò il tintinnare delle campane delle chiese vicine e delle lontane torri. Palamede stette sulle prime in forse, fosse nata qualche sollevazione di plebe; ma distinguendo fra i suoni, a cui porse attento orecchio, il tocco grave e rimbombante della campana del gran consiglio, si persuase che dovea essere la chiamata a radunanza degli ottocento, onde stabilire qualche nuova legge o statuto: per tale fatto egli determinossi di recarsi fra il popolo, o riunirsi, secondo avrebbe dato il caso, agli uomini d’armi della sua parrocchia, di cui era uno de’ capitani, e al possedimento del qual grado tanto maggior titolo s’aveva per la fama di valoroso ed esperto acquistata nelle guerre dei Veneziani. Così operando, rifletteva fra se, gli sarebbe dato scoprire quali pensieri nutrissero i Milanesi intorno alla loro nuova signoria; e se nulla egli poteva intraprendere a favore di Bernabò, avrebbe cercato almeno di guadagnar l’animo d’alcuno fra quelli che avvicinavano il principe, onde ottenere che gli fosse conceduta in isposa Ginevra.

Entrarono in questo mentre i servi nella stanza di lui ad abbigliarlo, ed egli fece chiamare Enzel Petraccio, il quale si presentò recando una fiala d’acqua ch’ei diceva portentosa, onde rimedicargli la ferita del braccio, già quasi all’intutto rimarginata. Allorchè furono i servi allontanati, «Da che proviene (disse il cavaliero all’aríolo) il gridare di popolo e suonar di campane che già da qualche tempo mi ferisce l’orecchio? — Oh! (rispose Enzel) non vi potete immaginare, signor cavaliero, qual movimento ci sia quest’oggi in Milano! da che provenga, di certo io ancora non lo potei scoprire; ma parmi da ciò che si va narrando qua e là, che sia a causa delle novità che il signor Giovan Galeazzo ha ordinate, le quali debbono riuscire molto gradite a questa gente. — Pur troppo (mormorò fra se Palamede) Bernabò lasciò largo e facile campo a chi gli successe nel dominio di farsi amare dai soggetti!... — Per tutto (proseguì l’aríolo) s’incontrano uomini e donne festeggianti e genti allegre che fanno gli evviva; per tutto veggonsi ricchezze, che sembra che l’oro e l’argento sian caduti dalle nuvole; i soldati delle porte e delle parrochie hanno pulite le loro armature e infisse le penne nei morioni; i capitani si scorgono risplendenti come soli; le tuniche nere dei signori del consiglio appaiono in ogni strada, e dicesi che l’arcivescovo, i vicarii di provvisione e il podestà s’abbiano a raccogliere nel broletto nuovo. Non vi saprei ben dire quanti forestieri trovansi ora in questa città, tanto si è il loro numero: Pavesi, Veneziani, Francesi, se ne incontrano assai. Basta ch’io vi narri che a causa della solennità di questo giorno, per sino messer Beltramo speziale avea tutta adorna la sua bottega con paramenti, quand’io v’entrai per comperar quest’acqua, segreto mirabile che possiede egli solo, e mi narrò, che deve verso il mezzodì recarsi a Sant’Ambrogio, per porsi a fianco di maestro Arnolfo capo del Paratico degli speziali, il quale ha ad assistere al gran consiglio. — Ho grand’uopo, in questo giorno, dell’opera tua (l’interruppe Palamede abbassando la voce, e dispiegandola in modo d’additargli che gli confidava un importante incarico); tu devi recarti fra il popolo, ascoltare, penetrare, interrogando ciò che si pensa di Giovan Galeazzo e Bernabò e ritenere quanto si va dicendo di questo e di quello; scoprire, se puoi, quali siano i partigiani dell’uno e dell’altro, ed isvelare se il principe prigioniero possegga ancora qualche caldo amico; devi spiare cosa sente il nuovo signore ed i suoi, de’ partigiani di Bernabò, e se contro questi si tramino sorprese o tradimenti; e fra i forestieri devi porgere orecchio per udire se qualcuno mal vegga questa usurpazione di stati, e se ne mediti vendetta: in somma cerca di scoprire i pensieri, i divisamenti del popolo, dei signori, degli estranei, per riportarmeli fedelmente, poichè tutto io mi prometto dalla fina arte tua. — Non dubitate, signor Palamede, io farò tutto quello che sarà in mio potere per compiacervi; poichè vi assicuro che tanto la vostra, quanto la felicità della signora Ginevra mi stanno veramente a cuore — Ebbene sappi (rispose Palamede a tai detti, stringendogli una mano affettuosamente), quanto io ti debbo per avermi salvo da un assassinio, sarà un nulla nella misura della mia riconoscenza a fronte di quanto meriterai da me se giungerò per tuo mezzo ad ottenere la figlia di Donnina.»

Dopo queste parole, l’aríolo, fatta riverenza al cavaliero, pieno di allegrezza per la persuasione che possedeva la confidenza e l’affezione di lui, uscì aguzzando gli occhi, tutto in se raccogliendosi, torcendo il collo ed avanzandolo, come se si trovasse di già fra la moltitudine di cui dovea osservare i moti e raccogliere le parole. Palamede, preceduto da un valletto, lasciò le sue camere e recossi nella sala dove l’attendeva la famiglia di Azzo.

Quivi entrato abbracciò Leone e Guido, ed a Ricciarda, che amorosamente qual madre l’accogliea, baciò con trasporto la mano. S’immaginò bentosto la cagione per cui vedeva Guido involto in una bruna zimarra col nero berretto del consiglio, e Leone vestito a tutto punto d’una armatura lucente colle piume ondeggianti sul cimiero. Stava per ritrarne, interrogandoneli, più certa cognizione, allorchè spalancati i battenti della porta entrò colà il marchese Azzo. Una ricca veste di colore scarlatto broccata in oro lo ricopriva, e vedevasi su di essa nella parte che gli vestiva il petto, da destra ricamato lo scudo argenteo di Milano colla croce rossa, da sinistra due vipere ondeggiate, collocate paralellamente in senso opposto, chiuse in gira da questo motto in caratteri gotici colore di sangue: Vipera victrix audet, lo che era lo stemma della famiglia Liprando; tenea sul capo un berretto pure scarlatto con fiori d’oro, sotto cui rìcadeangli sul collo le chiome che incominciavano a incanutire; a fianco gli pendea una lunga spada in ricca guaina, e tale era l’abito dei vicarii di provvisione, uno de’ quali era appunto il marchese Azzo. I figli e Palamede al suo apparire gli si fecero incontro ad abbracciarlo; il marchese rendendo l’amplesso, e fissando con molta compiacenza gli occhi in volto a Palamede, ad un tratto si turbò, scorgendogli nelle pupille le lagrime che stavano per ispuntare. Palamede abbassò il capo; Leone e Guido si fecero muti, e tutti intesero qual segreta causa spingeva sul ciglio di lui quella stilla involontaria di pianto.

«Mio diletto figlio (rompendo pel primo il silenzio, disse il marchese con voce affettuosa rivolto a Palamede), conosco che tu sei già fatto consapevole del grande avvenimento che cangiò le sorti nostre e di tutta questa città, per cui vedi che siamo stati in oggi chiamati a riordinare e creare nuovi statuti, onde migliorare le condizioni generali della nostra patria. Se la mano di Dio e del glorioso Sant’Ambrogio hanno gravitato sul capo di Bernabò, egli, è d’uopo confessarlo, provocò questo castigo colle sue azioni, poichè eravamo oramai da’ suoi capricciosi scialacquamenti, dalle sue tirannie e dalla prepotenza de’ suoi figli ridotti agli estremi; nè sicurezza di vita, di sostanze o di onore più ci rimaneva. Ciò che al cuore veramente mi pesa, si è che la marchesa Donnina de’ Porri, mal fidente nella moderazione del conte di Virtù, s’abbia condotta seco in prigionia la tua Ginevra. Pensai quanto recasse affanno a lei l’essere strascinata lontana da queste sue native mura, pressochè nello stesso istante in cui tenea per fermo che il tuo ritorno avrebbe coronate le sue vive speranze; e sento per te quanto t’angosci una sì ardente brama delusa, da poi che tanto ti eri adoprato ad ottenerla. Ma ti conforta, mio Palamede, e t’assicura: Giovan Galeazzo è principe umano, saggio, generoso, egli non vorrà or certo opporsi a’ tuoi desiderii negando concederti che ritrar possi dal castello Ginevra; nè ciò ti negheranno Bernabò e Donnina che teco l’han fidanzata. Io, te ne accerto, non poserò in quiete il capo sugli origlieri che non abbia con tutte le posse adoperato per ottenerti la donna che il tuo cuore ha scelta a compagna.»

A tali parole, che la dolce ed autorevole voce e la fisonomia imponente, ma nel tempo stesso assicurante, del marchese rendevano insinuanti e solenni, il cuore di Palamede fu penetrato da consolatrici riflessioni che lo riapersero alla speranza: quindi il rasserenarsi dell’anima si palesò sul di lui volto con un sorriso, e Guido e Leone gli si accostarono, parlandogli ciascuno della bontà di Giovan Galeazzo, e traendone sicuro argomento che avrebbe ottenuta l’amata fanciulla. Ricciarda e la figlia Adelaide avevano, siccome il lungo amichevole affetto ad esse imponeva, appressate Donnina e Ginevra sino agli ultimi momenti in cui eran rimaste libere in Milano; e fu innanzi a loro che l’innamorata donzella diè libero sfogo alla piena di dolore che opprimeva il suo cuore, lacerato dall’orribile idea di essere condotta lontana, e forzata, come ella pensava, a perdere per sempre l’oggetto dell’amor suo più ardente, alla cui mano per le nuziali promesse avea acquistato diritto. Avevano esse miste le loro alle lagrime di Ginevra, ed ogni via tentata per consolarla, ma vanamente: per cui, quando videro Palamede trafitto dall’angoscia della di lei perdita, cedere al pianto, nella mente loro s’appresentò l’immagine della desolata Ginevra; e vivamente commosse dalle sventure di que’ fidanzati, intenerite, a grave stento frenavano i singhiozzi e le lagrime; ma al racconsolarsi di Palamede per le parole di Azzo, esse pure si allegrarono, sperando che un giorno esso sarebbe felice; ed Adelaide a lui s’appressò con seducente ingenuità, e fisandogli in viso gli occhi ancor umidi di pianto, disse: «La tua Ginevra m’impose d’invocare ogni giorno dalla Vergine il tuo ritorno, e ti assicuro che mai non passò sera che io prostrata innanzi alla sua immagine, a cui offriva i più freschi fiori, non gli chiedessi con tutto il fervore una tal grazia, ed ella m’esaudì, ed esaudì pure nostra madre, che tante volte mi guidò nella chiesa a pregar seco per la tua salute.» Palamede affettuosamente abbracciandola palesò a lei, a Ricciarda e ad Azzo la sua gratitudine per la cura che di lui s’eran presa, e disse a Leone che bramava, qual capitano dei militi della parrocchia, porsi in arnese guerriero, ed uscire seco lui ond’essere spettatore della radunata del gran consiglio, se però l’essere stato uno degli amici di Bernabò non gli poteva attirare l’odio o le insidie dei governanti. Leone gli rispose che erano stati prescelti alcuni de’ capitani d’armi per accompagnare i gonfaloni delle Porte al Broletto nuovo, e ch’esso, come uno de’ più distinti, ne verrebbe ricercato; e l’assicurò che scacciati i figli di Bernabò e i ministri delle loro perfidie, nessun altro cittadino era stato molestato; per cui poteva ciascuno vivere tranquillo, e più di ogni altro gli uomini valorosi, pe’ quali il Conte di Virtù avea grande stima. S’allontanò Palamede, e ritornò coperto delle sue armi, portando a tracolla la ciarpa azzurra, dono di Ginevra, da cui pendeva la ricca sua spada; s’accompagnò con Leone, e, seguito dagli scudieri, lasciò il palazzo.

Era prossima la metà del giorno, e le campane ripetevano coi romorosi suoni la chiamata al gran consiglio. Per tutte le molte strade che conducevano da Sant’Ambrogio al Carrobbio di Porta Ticinese, di là per San Giorgio alla Piazza del Broletto nuovo (ora de’ Mercanti) era un’onda di popolo innumerevole. Dovea l’arcivescovo, che trovavasi essere in quell’epoca Antonio di Saluzzo, assistere coi principali del clero alla grande adunata. Abitava esso nel monastero di Sant’Ambrogio, imperocchè il palazzo arcivescovile, che sorgeva poco lungi dall’attuale, ma più dal lato di santo Stefano, ruinoso e disadorno com’era, non offriva una degna abitazione a sì eminente prelato. Al tempio di Sant’Ambrogio s’eran quindi recati sei vicarii di provvisione, un distinto numero di consiglieri, consoli di giustizia, rettori della comunità scelti da ogni porta, e due vicarii del principe Giovan Galeazzo, onde assistere alla celebrazione de’ divini ufficii, indi condurre l’arcivescovo alla sala del consiglio. Dopo avere con gran pompa Antonio compite le sacre funzioni, s’avviò col numeroso seguito al Broletto.

Sui terrazzi delle case, sui balconi e sotto gli acuti archi delle finestre stavano affollati i fanciulli e le donne spettatrici del generale movimento, e in attenzione del passaggio dell’arcivescovo colla sua nobile comitiva. Ai balconi de’ palazzi scorgeansi le dame e le ricche donzelle far gran mostra di drappi d’oro, di piume, di cinti e catenelle, ed aversi da un lato panieri di fiori, onde tenere profumata l’aria d’intorno. Anche nelle case però de’ meno agiati cittadini e della plebe miravansi le donne non prive di ornamenti, ed alcune portare assai preziosi gioielli: il che non doveva a que’ giorni recar meraviglia, poichè nel sacco dato dal popolo ai palagi di Bernabò che era la rocca di Porta Romana, ed a quelli de’ suoi figliuoli, furono rinvenuti ed involati gioielli, addobbamenti, preziose vesti e suppellettili pel valore di molte migliaia di fiorini d’oro, oltre ingenti somme di denaro, e ciò tutto era passato nelle mani delle persone del popolo e de’ cittadini.

Quel luccicare dell’oro e delle gemme, lo splendore delle vesti per le finestre ed i balconi, che si prolungava variatamente lungo le pareti delle contrade, ottenea vivace risalto dal contrasto che vi faceano i bruni colori delle rozze muraglie delle case, delle chiese, de’ palazzi, le quali ove erano costrutte di pietre le aveva il tempo annerite, ed ove formate di mattoni, si lasciavano senz’intonaco, chè così volea l’uso de’ tempi: quindi gli edifizii nuovi rosseggiavano, e i vecchi imbrunivano a norma dell’età rispettiva.

La folla eziandio, nelle vie stivata, non presentava il monotono aspetto che a’ nostri giorni offrono le adunate di gente per il quasi uniforme moderno vestire d’ogni classe di persone tanto ne’ colori degli abiti che nella forma. Era in quell’epoca una varietà grandissima di maniere e di coloriti; e sempre o nelle armi o negli adornamenti risplendevano i metalli, il che ammirabile e svariatissimo spettacolo porgeva, atto a recare una viva e profonda impressione, ne’ nostri tempi svanita.

Vedeansi in allora uomini d’armi tutti ruvidi di ferro dai capelli alla punta de’ piedi; e diverse erano le forme delle armature, poichè l’uno copriva il capo col semplice elmo, ed aveva giaco di maglia; l’altro portava visiera e gorgiera a lamine sovrapposte, e corazza d’acciaio; questi tenea cimiero cesellato con piume ondeggianti, e quello berretto di ferro puntuto; spade, targhe, brandistocchi pendeano a’ fianchi, sospesi a ciarpe e pendagli di varii colori. I nobili, i semplici cittadini e gli artigiani vestivano abiti con proprie foggie, e scorgevansi agli uni sopravvesti guernite di pelliccie e di passamani di molte maniere; agli altri, guarnelli, farsetti a più colori, e brache che aderivano alle membra, o s’allargavano alle coscie smisuratamente: collari larghi ed elevati, berretti ora acuminati, or distesi, variatamente tinti, diversificavano gli abbigliamenti delle molte classi di patrizi, ricchi ed artieri. Così eran pure distinti i magistrati ed i dottori per le toghe e le assise. Ma ciò che fra tanta diversità di costumi produceva un singolare contrasto, si erano gli abiti de’ numerosi frati, de’ confratelli, de’ pellegrini e degli uomini della plebe. Per le vie talvolta scorgevasi un eremita curvato dagli anni, coperto il dosso da un rozzo saione olivastro, e il capo d’un largo cappuccio, la di cui incolta barba e il macilento viso mostravano la rigida astinenza, collocato fra un baldo guerriero lucente d’acciaio, e un patrizio sfolgorante per drappi d’oro, porgere una vivente immagine congiunta della forza, della umiltà, dell’orgoglio. In quella età, meno dal sociale attrito contusi e rammorbiditi i costumi, i sentimenti animavano gli spiriti ed i volti d’un’aria originale e caratteristica: maniere franche, risolute, e fors’anco fiere, lineamenti risentiti, variati e pittorici, e gli abbigliamenti che davano alle forme un piccante risalto, manifestavano lo spirito d’un secolo incolto, pregiudicato e feroce, ma in cui però erano passioni ardentissime, affetti infrenati e robusti, e un non so che di più vivo, animato e risentito delle altre successive età.

Il Broletto nuovo, verso cui dirigevasi tutta la folla del popolo, era il palazzo del comune o del podestà, perchè colà questi abitava: contenea esso la loggia degli Osii, che è quell’antico edifizio che ancora esiste nella parte meridiana della Piazza de’ Mercanti, adorno d’antiche statue di santi, ed in una fascia, sul prospetto del quale vedonsi scolpiti degli scudi con varii stemmi, che erano quelli delle diverse porte di Milano. Antichissimo fabbricato era quello, e venne nel 1316 ristorato, abbellito ed ampliato da Matteo Visconte, il quale, fatte atterrare molte casupole che lo deformavano, lo ridusse ad un vasto edifizio oblungo ed isolato, che da San Michele al Gallo si prolungava sino al vicolo della Foppa. Era in esso una grandissima sala in cui si radunava il consiglio degli ottocento, e contenea con quella del podestà l’abitazione de’ suoi ufficiali: s’aveva congiunta una piccola chiesa dedicata a Sant’Ambrogio, e gli sorgea nel mezzo una quadrata torre, su cui stava una grossa campana e tre altre più piccole per chiamare a raccolta i consiglieri ed il popolo. Dalla parte ove ora sta l’archivio notarile, la piazza era affatto sgombra e si stendea sino al cominciare di Santa Margherita, cinta intorno di alte case e palagi; questa piazza era destinata a contenere il popolo accorrente ad intendere le decisioni del consiglio.

Zeppa per la moltitudine era quella piazza, quando il ridestarsi più rumoroso del suono delle quattro campane della torre, e lo stivarsi più fitto della folla, annunziò l’avvicinarsi dell’arcivescovo. Precedevano que’ ch’eran puri membri del consiglio, seguivano questi i consoli di giustizia, i quattro vicarii di provvisione, indi i priori, gli abbati de’ principali conventi, ed i sacerdoti maggiori delle basiliche di Sant’Ambrogio, San Lorenzo e Santa Maria Iemale; dietro a questi veniva l’arcivescovo sovra un bianco cavallo, con gualdrappa d’oro e ricchissima bardatura, guidato a mano da un giovine patrizio pomposamente vestito, con bianchi guanti di serica stoffa ricamata in oro; ai lati del cavallo stavano i due vicarii di Giovan Galeazzo, e due di provvisione, e dietro altri monaci, sacerdoti, magistrati e municipali. Seguivano la comitiva i vessilli delle sei principali porte della città, portati ciascuno da un gonfaloniere, fiancheggiato da quattro capitani d’armi delle quattro più distinte parrocchie d’ogni porta. Precedeva il vessillo di Porta Ticinese, ch’era una candida bandiera con asta d’oro, e questo fu il primo, siccome quello che apparteneva ad una parte della città già soggetta alla signoria di Giovan Galeazzo prima del consolidamento in lui di tutto il dominio di Milano; quindi non volle andar a paro con quello di Porta Orientale, come soleva per lo addietro, perchè il signore di questa era caduto: onde l’Orientale veniva seconda, portando nel suo vessillo un leon nero. Notavansi fra i capitani d’armi, che seguitavano questo vessillo, Palamede e Leone, il primo de’ quali per la lunga assenza, la ricca armatura, il nobile e mesto aspetto s’attraeva gli sguardi della moltitudine; seguiva lo stendardo di Porta Vercellina, ch’era bruno con una bianca stella; poscia quel rosso di Porta Romana; indi lo scaccato bianco e rosso di Porta Comasina, e finalmente il vessillo di Porta Nuova col leone bianco; chiudevano la comitiva gli anziani de’ Paratici, ossia capi delle università delle arti, gli operai di ciascuna delle quali, come barbieri, armaiuoli, tessitori, fabbri, pellicciai, avevano un capo o maestro, che era loro giudice e presidente, ne decideva le controversie e manteneva i diritti. Il podestà, ch’era Liarello da Zeno, veneziano, accompagnato da’ suoi militi ed ufficiali, venne al peristilio della maggior porta del palazzo per farsi incontro all’arcivescovo, il quale, disceso dal suo cavallo, offrì al bacio del podestà l’anello che tenea in dito contenente una rara reliquia, e dopo essersi rivolto a benedire il popolo che stava prostrato, entrò, con tutti quelli che ne formavano il seguito, nel gran consiglio.

Cessò in quell’istante il rimbombare dei bronzi, e quattro trombettieri con trombe d’argento, ed altrettanti banditori, sopra i cui cappelli stavano alte piume, apparvero sulla loggia del palazzo. Si fece universale silenzio, ed essi annunziarono che il gran consiglio dava incominciamento alle decisioni.

Una sana e previdente politica, anzi direm piuttosto il solo amor dell’ordine, tanto necessario nelle cose di pubblico momento, non avevano fino a quell’epoca portata luce alcuna o chiarezza nella direzione delle città e dei popoli. Il principe, sdegnando i consigli d’una scelta di personaggi sapienti ed esperimentati, dettava a capriccio assurdi ed ingiusti decreti; un’unione di uomini ignoranti o servili che rappresentava la popolazione, riceveva, o rigettava tumultuariamente, contendendo sulle leggi e gli statuti ciò che quasi sempre le era svantaggioso. Le armi, le rapine, i patiboli costringevano i meno resistenti a sostenere il carico di enormi spese fatte per guerre ingiuste, per lusso esorbitante, per largizioni delittuose. Non registrazione di pubblici atti, non raccolte o promulgazioni di leggi e prescrizioni: per tutto era un operare alla cieca, un eludersi e paralizzarsi di forze mal dirette, e un dominare dell’astuzia, della ribalderia, della prepotenza. Se pubbliche calamità o penuria affliggevano i popoli, si consultavano del rimedio gli astrologi, che da sognate combinazioni di pianeti, dall’apparizione di sanguigne comete, o dalle meteore facean sempre derivare i mali di questa terra; si erigevano chiese e conventi, e si trascuravano tutti gli altri mezzi che poteano recare riparo o salvezza.

Bernabò non ebbe mai più di due vicarii e tre consiglieri; non volle segretarii, scrittori, persone istruite in somma che tenendo conto delle entrate, dei consumi della corte e della nazione, ne accennassero le fonti, le cause, e ne dirigessero i modi. Suo fratello Galeazzo, padre di Giovan Galeazzo, dotato d’uno spirito intraprendente, ingegnoso, pel primo pensò che gli uomini scienziati potevano giovare, concorrendo allo sviluppo delle ricchezze, del commercio, della popolazione, ad ingrandire la potenza del principe. Spinto da tale considerazione e dal consiglio di alcuni letterati e filosofi de’ suoi tempi, e in ispecie da Signorello Amadio e Baldo giureconsulti, da Emanuello Crisolora bizantino e da Ugo sanese, diede principio alla famosa università di Pavia, ch’era la capitale de’ suoi stati; quivi raccolse con generosi stipendii molti uomini dotti, ed aviò la gioventù alle scientifiche discipline.

Giovan Galeazzo, la cui mente profonda e intellettiva era stata, nella corte del padre, da uomini saggi, con una educazione per que’ tempi raffinatissima, resa adorna, acuta, calcolatrice e ripiena di vastissime idee, aveva fatto tesoro di molte massime della sapienza politica degli antichi filosofi e legislatori, che quel maraviglioso ingegno di Francesco Petrarca, uno de’ suoi precettori, gli svolgeva, corredandole di gravissimi ed esperimentati consigli.

Dappoi che per un ritrovato della propria mente con somma astuzia condotto, ebbe fatto il primo passo verso l’elevata meta a cui mirava fisso in suo segreto, concentrando nelle proprie mani l’impero degli stati dello suocero zio, lasciò scorgere con universale sorpresa parte di quell’energia ed intelligenza di cui era dotato; giacchè più non necessitava a’ suoi scopi il farsi credere un ignorante pinzochero, stupidamente dato ai soli atti d’una superstiziosa devozione, coi quali ingannando sul proprio carattere non il solo Bernabò lontano, ma ben anco i suoi più intimi famigliari, era giunto a far cessare nello zio ogni pensiero di vigilanza sovra di lui, a segno di trarlo nell’agguato che gli aveva disposto sotto le mura della stessa Milano. Conceduto, pei primi momenti del suo insignorirsi dell’intera città, uno sfogo all’ira della plebe e de’ cittadini, lasciandoli scagliare sulle dimore di Bernabò e de’ suoi figli, d’onde trassero gli ammassati tesori, permettendo di lacerare i libri delle gabelle e de’ dazii, e di imperversare liberi per qualche giorno; assodato il suo potere col favore dell’aura popolare, meditò di dar opera al compimento del suo disegno di perfezionare il dominio. Aveva appreso Giovan Galeazzo, e teneva per assoluta sentenza, che l’ordine era il primo cardine d’ogni civile consorzio; considerava che le magistrature, i regolamenti distribuiti a seconda de’ diversi bisogni dello stato, ed una forza coattiva congiunta a ciascun d’essi per l’esatta esecuzione delle incumbenze, doveano produrre inesprimibile vantaggio alla politica società. Meditava sulle greche e le romane istituzioni; quegli areopaghi, que’ senati, que’ tribunali erano gli ordini ch’egli agognava di costituire ne’ suoi dominii; ma a’ suoi concepimenti frapponevano sommo incaglio le cangiate circostanze de’ tempi e delle indoli nazionali, e la di lui ostinatezza nel non volere che s’allentasse menomamente nelle sue mani il potere, onde l’ardimento altrui non rendesse vani i suoi divisamenti.

In tale tenzone di pensieri, riservando a più opportuno momento l’esecuzione di vasti disegni, pensò che gli era d’uopo giustificare la sua usurpazione presso la propria e le estranee nazioni; fece a questo fine stendere dai giureconsulti un atto d’accusa contro Bernabò, in cui enumerandosi i molti di lui delitti, attentati e malie a danno della vita di Giovan Galeazzo, si deducesse non essere stato l’imprigionamento di Bernabò che un atto di difesa, di giustizia e la liberazione della patria; volle nello stesso tempo, onde accaparrarsi sempre più l’amore dei popoli, esentarli da varie imposizioni pesantissime, le quali alla fin fine venivano dai gabellieri consunte: a fin poi di fondare le prime radici dei futuri più stretti regolamenti, fece stendere varii statuti pei quali alle università delle arti, i cui membri essendosi attribuiti molti privilegi che le consuetudini avevano resi inviolabili, erano insubordinati all’autorità, congregandosi ne’ proprii quartieri, e così congiunti ammutinandosi, veniva prefissa una dipendenza in varii determinati casi dai consoli di giustizia, la quale dovea metter freno al loro insorgere; ma negli statuti però s’accordavano titoli d’onore agli anziani ed alcune facoltà illusorie. Finalmente ad esecuzione delle leggi fece decreti che i consigli tenessero registro delle decisioni, le quali scritte, venissero solennemente depositate negli archivii. Statuite queste disposizioni, Giovan Galeazzo ne dimostrò il vantaggio a Liarello da Zeno podestà, a Piosello da Saratico vicario di provvisione; e fatti molti de’ consiglieri, del clero, de’ capitani d’armi, degli anziani favorevolmente prevenire, ordinò l’adunanza del gran consiglio, ch’era quella che in quel giorno si raccolse, onde i suoi decreti venissero letti, approvati, ed ottenessero esecuzione; mandò quivi suoi vicarii, ossia rappresentanti, Biagio Pelacane parmigiano e Demetrio Cidonio di Tessalonica, il primo eletto ingegno, il secondo parlatore facondissimo.

La sala del consiglio era un’aula amplissima, la cui volta, non molto elevata, andava dipinta a fondo azzurro con stelle d’oro, le mura delle pareti erano di marmo con una fascia superiormente d’ornati in rilievo rappresentanti figure d’animali ed arabeschi; in ciascuno dei quattro angoli stava uno stemma della città di Milano. Sur un gran seggio elevato coperto di velluto cremisino sedeva il podestà, a’ suoi fianchi stavano pur seduti i due vicarii del principe, e dietro a loro eran paggi e cancellieri, poscia quei di provvisione, indi tutti i consoli di giustizia, i rettori delle comunità, i consiglieri a varii ordini; di fronte al podestà stava sur una elevata sedia, protetta da un baldacchino con frangia d’oro, l’arcivescovo circondato dal clero. Alla destra parte del podestà, dietro ai consiglieri, stavano ritti in piedi i gonfalonieri coi vessilli ed i capitani d’armi, alla sinistra gli anziani delle arti ed i loro collaterali. Quando furono quivi tutti raccolti e disposti i numerosi componenti del consiglio, s’avanzò un cancelliere, davanti a cui un giovinetto paggio recava una guantiera d’argento su cui vedeansi varii rottoli di pergamena coi contorni dorati; il cancelliere venuto innanzi a Demetrio Cidonio vicario del principe, che stava alla destra del podestà, l’inchinò profondamente, e dal paggio, che piegò un ginocchio sui gradi dell’alto sedile, fece a lui porgere quelle pergamene. Demetrio, alzatosi in piedi, una ne prese, la svolse e si fece a leggerla con robusta voce. Era l’accusa di Bernabò. Quasi tutti gli uditori, o vinti da Giovan Galeazzo, o stati offesi dall’altro signore, applaudirono e confermarono quelle imputazioni, sebbene molte ve ne fossero false ed altre assurde, siccome quella delle arti magiche che si dicevano adoperate da quel principe onde il nipote non avesse prole; ed allorchè il vicario conchiuse che per giustizia e diritto, imperocchè Venceslao imperator d’Alemagna avea il solo Giovan Galeazzo investito della signoria degli stati Lombardi, a lui solo appartenea il dominio, tutti si alzarono gridando: Viva Giovan Galeazzo, viva il conte di Virtù nostro signore; e s’udirono le trombe annunziarlo al popolo, ed il popolo far eco con altri viva.

Fra i pochi avversi all’applaudire al nuovo signore, il più ardente si era Palamede che, offeso dalle calunnie con cui udiva venir Bernabò incolpato, poco stette, dimentico d’ogni altro affetto, dallo slanciarsi in mezzo al consiglio a difenderlo colla voce e la spada; ma Leone che gli era al fianco il trattenne colle parole, e il marchese Azzo cogli sguardi che a lui volgea imperiosi dal seggio ove stava assiso.

Dopo l’accusa di Bernabò venne letto il decreto di abolizione e diminuzione delle gabelle del grano, e degli istrumenti, che così chiamavasi la tassa che veniva esatta nei contratti, e delle ruote ferrate che si sborsava da chiunque teneva cocchi o carri. Non ponno descriversi le espressioni di gratitudine e i segni di contento che dai consiglieri e dal popolo si diedero alla lettura di tale decreto. Quindi generale fu l’assentire alle innovazioni ordinate nel modo di tenere i consigli, ed agli statuti per le università delle arti; per cui chiuso che fu il consiglio, uscendo i vicarii di Giovan Galeazzo dal Broletto nuovo, vennero coi più rumorosi applausi ricevuti dal popolo che si disperse, persuaso essere venuta l’età della vita felice.