CAPITOLO XI.

Oh voce!... Oh vista, oh gioia!...

Parlar... non... posso... O meraviglia!.. E fia

Ver ch’io t’abbraccio?..

Oh quale

Qual mi dà forza il sol tuo aspetto! Io tanto

Per te lontan tremava.

Alfieri. Saul. At. 1.

Era di poco scorso il mezzodì del giorno seguente, allorquando un messo del principe si presentò alla casa del marchese Azzo, a chiedere di Palamede de’ Bianchi. Fu ad Enzel Petraccio, il quale oziando presso la porta del palazzo, che quel messo diresse tale richiesta. Enzel gli domandò con gran premura che volesse da Palamede; e il messo rispose che aveva ricevuto ordine da Giovan Galeazzo d’invitarlo a recarsi all’istante alla di lui corte. A primo tratto si volsero dubbii a tali parole i pensieri in capo all’aríolo, poichè l’essere chiamati al cospetto del principe non era sempre indizio di riportarne segni di benevolenza; ma allorchè fece riflessione che quell’invito poteva essere effetto del racconto, che dovevano aver fatto quei signori di Francia dell’avvenimento dei ladri, lieto salì rapidamente alle camere di Palamede a dargliene avviso come di felice novella.

Il cavaliero, avendo fede nella parola datagli e nella dignità del duca, stava attendendo ansiosamente quella chiamata, e le sue speranze all’annunzio di essa si fecero più che mai vive e sicure. Nobili vesti frettolosamente indossò; e colmo il cuore della lusinga di pervenire alfine al possesso del desiato bene, discese, s’avviò col messo al palazzo del principe. Giunto a quelle soglie, le guardie, come ne avevano avuto comando, il lasciarono liberamente entrare, e i paggi lo guidarono per molte camere ad una sala in cui trovavasi Giovan Galeazzo con Lodovico.

Il duca corse ad abbracciare Palamede, e il principe l’accolse con un benigno sorriso. Il cavaliero però nel mirare Giovan Galeazzo sentissi ridestare un lampo di quello sdegno che contro di lui aveva per tanto tempo nutrito; ma la cortesia di Lodovico e la dolcezza dell’aspetto del principe gli temperarono quell’ira involontaria, e fecero sì che, frenando i moti del proprio cuore, a lui si volse con rispettoso saluto.

«Il vostro valore (gli disse Giovan Galeazzo con affabile e insieme dignitoso modo) e il segnalato servigio che avete reso a questo mio caro parente, e quindi a me stesso, vi danno diritto a tutta la mia riconoscenza. Seppi con dolore che voi foste quello di cui disgustose circostanze mi costrinsero replicatamente a rigettare un’inchiesta; ma voglio ora che vi sia caparra della mia gratitudine e della stima che sento per voi, il concedervi volontariamente ciò che bramate. Domani allo spuntar del giorno due miei capitani d’armi ritroveransi alla vostra abitazione, e voi, se ancora vi piace, partirete seco loro alla volta di Trezzo, nel cui castello sarete per mio comando accolto colle distinzioni al vostro merito dovute. Quivi potrete trattenervi il tempo richiesto a disporre la vostra fidanzata alle nozze, a celebrare le quali però desidero che a questa città ritorniate, poichè voglio intervenirvi io stesso, e bramo che stiate poscia presso di me, poichè non debbono essere per la vostra patria negletti la guerresca perizia e il valore che possedete.»

Queste espressioni di bontà cancellarono in un baleno l’astio che durava in cuore a Palamede contro il principe: egli ne porse a lui affettuose grazie, dandogli fede che quanto bramava sarebbe stato da esso puntualmente eseguito, e appena Ginevra si fosse congedata dai parenti, l’avrebbe a Milano condotta, dalle cui mura non sarebbesi in seguito allontanato che per prestargli il suo braccio in guerra.

Il duca Lodovico, giojoso e soddisfatto oltremodo nel vedere appagato Palamede, mostrandosi di ciò gratissimo a Giovan Galeazzo, stringendo al cavaliero la destra, a lui rivolto disse: «Vivete sicuro, o principe, che se questo guerriero ha tanta scienza di campo quanta forza e destrezza di spada, egli sarà uno de’ più periti duci d’eserciti, nè alcuno straniero assoldare potreste che più di questo valoroso Milanese valga a far trionfare le vostre insegne.»

Di null’altro era più desideroso Giovan Galeazzo che di rinvenire tra i suoi soggetti prodi capitani, giacchè sapeva per esperienza che quelli che si assoldavano a ventura, non bramosi che dell’oro, facilmente venendo dagli avversarii corrotti, commettevano ogni sorta di tradimenti: quindi fu lieto assai in apprendere che Palamede avea sostenute molte battaglie dei Veneziani, seguendo esperimentati capitani, e guidando egli stesso non rade volte gli assalti; e perciò gli nacque tanta brama di lui, che usò seco sì gentili espressioni allorchè prese congedo, che Palamede ebbe intimo cordoglio d’avere odiato un principe di tanta cortesia dotato.

Quando fu partito il cavaliero, Lodovico prese commiato, e Giovan Galeazzo si ritrasse solingo nella sua appartata e consueta stanza. Appena si fu quivi assiso, il funesto pensiero che soleva frapporsi e rompere i suoi più arditi disegni, lo assalse più che mai spaventosamente. Egli meditò, fremendo, a ciò che avea concesso: dare assenso ad un guerriero esperto e forte di recarsi nel castello ove stava Bernabò rinchiuso, per isposarne una figlia, era porgere un certo mezzo al prigioniero di concertare secreti maneggi a propria salvezza. Il cavaliero uscito dal castello si sarebbe adoperato ad ordire trame in seno alla sua stessa corte; gli amici del vecchio principe, la propria moglie, diverrebbero per ciò suoi secreti nemici: quindi non viverebbe più vita sicura da domestiche insidie, nè dalle esterne terrebbe lo stato difeso.

Da sì fatte idee agitato già rivocava la data concessione a Palamede, già stabiliva esiliarlo da Milano e da tutte le terre a lui soggette, quando, riflettendo più maturamente, e pensando alle calde richieste di Lodovico pel cavaliero, alla promessa fatta in compenso del suo valore, si persuadeva che oramai l’opporsi diverrebbe un atto troppo indegno, che avrebbe gli animi contro di se inaspriti.

Combattuto da tali opposti pensieri, e meditando più addentro in se stesso, si convinse che mai tranquillità di vita nè certezza di dominio vi sarebbero state per lui, sinchè respirasse Bernabò; che l’esistenza di questo era la vera causa d’ogni sua più fiera pena; e che vivente lo zio non l’avrebbero abbandonato un momento quei palpiti crudeli. Questo convincimento in quell’istante, più che in ogni altro tempo profondamente sentito, superò i terrori della sua coscienza. Vinte tutte le altre voci del cuore, e solo compreso da una tremenda risoluzione che accolse e fermò irrevocabile, chiamò immediatamente un paggio, e il mandò in traccia di Giovanni Ubaldino, imponendogli d’inviarlo tostamente a lui.

Era Ubaldino quello stesso capitano d’armi che aveva condotto Rodolfo dal castello di Trezzo a quello di San Colombano: uomo di duro cuore e d’una impenetrabile segretezza, odiava mortalmente Bernabò ed i suoi figli, da cui era stato con molti insulti inasprito; per ciò Giovan Galeazzo lo adoperava nelle esecuzioni che comandava contro di loro. Quando questi giunse a corte fu subito nella secreta stanza del principe introdotto.

Stava Giovan Galeazzo scrivendo sovra un foglio; un visibile turbamento gli si scorgea nella fronte e negli occhi, e un’inquietudine nelle membra. Veduto ch’egli ebbe Ubaldino, compì frettolosamente e chiuse il foglio; indi consegnandoglielo, con voce da sensibile interno commovimento alterata, gli disse, che nel mattino del seguente giorno dovesse recarsi con altro capitano d’armi, ch’egli avrebbe trascelto, alla casa del marchese Azzo Liprandi, d’onde guiderebbero il cavaliere Palamede de’ Bianchi nel castello di Trezzo; ed ivi giunto desse a Iacopo del Verme quel foglio; ma due cose gli imponeva colla minaccia di tutto il proprio sdegno se le trasgrediva o palesava, ed erano: che sullo scritto a lui dato nessuno dovesse portare lo sguardo, eccetto quello a cui era diretto, al quale, pervenuto nel castello, doveva in tutto ciecamente ubbidire; e che siccome lo avrebbe in quella spedizione fatto seguire da Ambrogio Lanza proprio fidato domestico, dovesse tenerlo celato sotto nome di suo scudiero, e come tale a chi ne chiedesse annunziarlo.

Ubaldino rispose, giurando al principe che come non aveva mai per l’addietro violati i suoi comandi qualunque si fossero, così anche quelli che attualmente gli imponeva verrebbero da lui con ogni esattezza adempiuti. Giovan Galeazzo, tanto da Ubaldino ottenuto, il licenziò, e fatto chiamare Lanza famoso manipolatore di farmaci potenti, che qual famigliare in corte abitava, secreti discorsi tenne pure a lungo con questo, il quale allontanatosi dalla presenza del principe, si chiuse tutto quel giorno e la notte in una recondita cameretta ad ogni persona impenetrabile, che era l’officina delle sue distillazioni, dei filtri e di altre arcane preparazioni.

Appena Giovan Galeazzo ebbe gli ordini distribuiti pel compimento del terribile meditato disegno, sentissi da più violenta interna guerra assalito: la solitudine di sua stanza gli piombò con ispavento al cuore: balzò dal sedile esterrefatto, e verso il contiguo oratorio rapido si mosse; ma come se un’invisibile mano da quelle soglie il respingesse, ne ritorse con terrore lo sguardo: compressa l’anima sua da troppo orrendo peso, già stava per annullare i dati comandi, quando gli si attraversò più evidente allo spirito l’immagine di Bernabò trionfante: a questa idea la di lui sorte fu decisa: per non cedere ad un più aspro conflitto della mente, Giovan Galeazzo abbandonò quel solingo ricetto, e venuto tra suoi, fatti allestire i destrieri, cercò distrazione al pensiero, velocemente con numerosa comitiva per le aperte campagne cavalcando.

Palamede in questo frattempo, pieno il cuore della dolce aspettativa del tanto desiato momento, era corso in seno della famiglia di Azzo a versare tutta la sua gioia colla felice novella del concessogli ingresso nel castello di Trezzo. Il marchese, i suoi figli, Ricciarda, Adelaide, da tale impreveduto annunzio maravigliati, ne risentirono la più viva contentezza. Narrato il fatto lietamente scorse per loro quel giorno, dei nuziali arredi ragionando, e delle festose pompe da disporsi pel pronto ritorno del cavaliero colla fidanzata, che doveasi guidare all’altare tosto che fosse giunta in Milano: l’un d’essi parlava degli addobbi della casa, l’altro delle vesti e dei doni; chi assumevasi di far allestire i conviti con vivande dorate come era costume, chi si accingeva all’ordinamento dei giuochi e delle feste: quanto in somma era stato il dolersi agli affanni di Palamede, altrettanto fu il gioire a’ suoi contenti.

Enzel Petraccio per l’udita fausta notizia era sovra ogni dire lieto e soddisfatto: le ascose fila da lui tese con arte aveano finalmente condotto al preveduto scopo, ed egli in se stesso si dava tutto il vanto della riuscita di quell’avvenimento. Chiamato in quella sera da Palamede, salì alla sua camera, e venne accolto da lui colla più grande espansione d’affetto: ripetendo che solo a causa della intromissione del duca di Francia s’era piegato volonteroso il principe alle sue richieste, il cavaliero confessò che tale favore del duca eragli derivato dall’impresa eseguita contro Aldobrado, e da lui suggerita, e disse che perciò anche questo evento era a lui dovuto, e gli rinnovò la promessa che sempre lo terrebbe presso di se, che di tutto ciò che aveva desiderio ed era in suo potere liberamente disponesse, perchè i molti resigli servigi non potevano essere mai da lui abbastanza ricompensati. L’aríolo, porgendogli grazie per sì generose offerte, ed accertandolo che egli null’altro bramava che di rimanersi tra i suoi servi, gli disse che volentieri, se glielo concedeva, l’avrebbe seguito al castello di Trezzo, poichè aveva gran desiderio di rivedere la signora Ginevra per narrargli come avesse eseguita la commissione datagli l’ultima volta che aveva con lei favellato: «Nè adesso (proseguì) dovrò temere che i soldati mi ardano temerariamente i panni indosso, poichè vestendo abiti vostri saranno forzati ad avermi rispetto.» Palamede acconsentì di buonissimo grado a questa brama dell’aríolo, perchè ovunque si ricasse seguito da lui s’aveva fiducia che nulla di avverso potesse accadergli, e il pregò vegliasse per tempo nel seguente mattino per attendere i due capitani d’armi che Giovan Galeazzo avrebbe inviati. Enzel rispose che prima che il gallo salutasse il giorno egli porrebbe in piedi tutti i famigli, ed augurando lieti sogni a Palamede, discese al riposo.

Giovanni Ubaldino, Marco Ferro, altro capitano d’armi, e Ambrogio Lanza in abito da scudiero, posti in sella, quando fu l’albeggiare si presentarono al palazzo del Liprandi: le porte ne erano di già aperte, e il destriero di Palamede, tratto dalle scuderie, stava nel cortile coi servi che il ponevano in arnese. Entrati que’ capitani, Palamede, il marchese Azzo ed i suoi figli scesero loro incontro, e dopo uno scambio di gentili saluti, salito il cavaliero in arcione, il che pur fece sovra un proprio cavallo l’aríolo, tutti congiuntamente presero cammino.

Era ciascun d’essi involto in un mantello foderato di soffici pelliccie per difendersi dalla rigidezza del mattinale aere dicembrino, che quando ebbero lasciate le mura della città fecesi sentire più rigoroso, accusando le molte nevi cadute dalla sommità delle Alpi ai colli verso cui dirigevano il loro viaggio. Pensando Ubaldino che la strada presso l’Adda tra Vaprio e Trezzo esser dovea più che mai malagevole e perigliosa per l’alta neve che ricoprendola celerebbe gli scoscendimenti che la fiancheggiavano, tenne proposito di prender la via di Monza, e per Vimercate giungere a Trezzo. Palamede, abbenchè non ardesse che di pervenire alle mura che chiudevano Ginevra, e sarebbe passato per mezzo alle spade onde giungere alcuni istanti più presto a quella meta, convenne esso pure per cortesia nella proposta di prendere la via più comoda. Seguendo tale direzione, e cavalcando di buon trotto, pervennero prestamente a Monza. Entrati in quella città, giunsero, fiancheggiato il castello, innanzi alla chiesa di San Giovanni; ivi presso la porta maggiore fermarono i cavalli in ischiera, e, trattisi i berretti, orarono brevemente; indi riprendendo il cammino, attraversato il Lambro su gotico ponte, uscirono dalla città per opposta parte. Fatto poco viaggio, incominciarono a vedere il suolo biancheggiante di neve, la quale mano mano che s’avanzavano facevasi più alta. Essa però non fu a loro sino a Vimercate di così fastidioso inciampo, quanto allorchè, passata questa terra, pervennero al di là della Molgora.

Tra i nevosi sentieri di folto bosco inceppati dai rami che il verno e l’età avevano schiantati, trovavano i destrieri penoso passaggio. Per alleviare la noia prodotta dalla lentezza a cui i disagi di quel cammino li costringeva, trasse Marco Ferro argomento a ragionare dai molti fatti che si narravano accaduti in quei boschi istessi per cui camminavano. Fece racconto dell’Eremita bruno, terribile abitatore di quella selva, ripetè le maravigliose istorie che intorno a lui correvano; disse pure dei ladri che vi dimoravano, e d’un loro nascondiglio in cui nessuno aveva avuto l’ardimento di penetrare. Non nuove riuscirono al certo a Palamede le narrazioni di Marco Ferro, poichè egli era stato istruito del vero essere di quell’Eremita e dei ladri dalla bocca stessa di questi nella loro segreta tana del cervo: tacque però d’averne cognizione; e siccome dolorosa anzi che piacevole impressione recavangli quelle memorie, così tutto abbandonando il pensiero alla dolcezza dell’istante che lo attendeva, e l’occhio rivolgendo alla strada, seguiva il cammino senza porgerli orecchio.

L’aríolo, investigatore e conoscente com’era, per indole e per uso, degli altrui pensieri, aveva al cominciare di quel viaggio esaminato collo sguardo lo scudiero che seguiva i capitani d’armi. Una certa aria che vi scorse nella fisonomia, non dura, non franca, come ad un milite servo si conveniva, ma piuttosto meditabonda, e che appalesava abitudine al riflettere anzi che all’affaticare, gli fe’ nascere alcun sospetto sulle qualità di quella persona. Lontan lontano, lungo il cammino, con fina arte, il venne prendendo con ragionamenti di guerreschi esercizi e delle servili incombenze di sua professione.

Lanza, accostumato agli agi di corte ed al lambicco della sua officina, rispondeva alla cieca alle parole di Enzel: per lo che questo accortosi fondatamente che esso non era mai stato uomo d’armi o di battaglie, sentì svegliarsi gran desiderio di scoprire chi mai esso si fosse, e come due guerrieri si facessero seguire da uno scudiero che ignorava tutti gli usi di tale servigio. A questo fine approfittando delle angustie della strada in que’ boschi, standogli d’appresso, mentre i cavalli mutavano lenti i passi, fingendosi uomo affatto rozzo, di varie cose l’andava interrogando con sembiante di chi tutto ascolta maravigliando. Il finto scudiero, credendo che quello a cui parlava fosse di massiccia ignoranza, pensando recargli sommo stupore, dopo varii ragionamenti venne a discorrere dei prodigii e delle trasmutazioni ch’egli sapeva far prendere alle erbe, ai sassi, ai metalli, e nel calore del suo dire, narrando delle prove che aveva date della sua arte maravigliosa non istette sì guardingo di non lasciar penetrare all’attento e veggente spirito dell’aríolo, ch’egli aveva molto uso di corte e la confidenza del principe stesso.

Grande fu la sorpresa di Enzel a tale scoperta. Chi poteva essere quel personaggio, non di certo nè uno scudiero nè un servo? A qual fine seguiva i capitani al castello? Chi ve lo mandava? Tali riflessioni volgendo l’aríolo pieno di diffidenza, e agitato da mille dubbii, stava tentando di disvelare più addentro quell’arcano, quando, terminata la via tra i boschi, uscì la comitiva allo scoperto, e si vide da lato il borgo di Trezzo, e di fronte il suo castello.

La sommità delle mura e delle torri del castello erano coperte di neve, che stando rilevata eziandio sulle pietre e gli ornati sporgenti dalle muraglie, faceva colla sua candidezza singolare contrasto al loro bigio colore. L’aspetto di esso ne era reso per ciò più tetro e imponente, e sembrava che quelle torreggianti mura minacciassero della loro ertezza i riguardanti.

Palamede non risentì però a quella vista che i più vibrati moti d’amore. Ivi stava Ginevra, ivi la rivedrebbe fra un istante: in questo pensiero si concentrarono tutte le memorie dei proprii e de’ di lei passati affanni, e amore, pietà, timori, dolci speranze gli assalirono con un sol palpito il cuore.

Giunti in vicinanza del castello, Ubaldino fece tutti gli altri sostare, e da solo accostossi alla porta di esso che ferree imposte chiudevano. Diè il grido di Viva il conte di Virtù, ed al soldato che dalla vedetta gli intimò di palesare chi fosse, e che chiedesse, rispose che era un capitano di Giovan Galeazzo che recava ordini per Iacopo del Verme, e chiedeva l’ingresso nel castello. Comunicato alle altre guardie tale avviso, venne tosto recato al Del Verme, che affrettossi alla porta, e riconosciuto dagli spiragli della vedetta Ubaldino, diè comando si calasse il ponte levatoio per riceverlo. Entrato questi gli consegnò immediatamente la lettera del principe, dicendogli che conteneva l’ordine che altre persone che stavano presso al castello dovessero quivi essere ammesse. Del Verme aprì il foglio, e lo scorse collo sguardo rapidamente, dando non pochi segni in viso di inaspettate e gravi sensazioni; ma lettolo, spedì tosto varii soldati ad invitare i fermati ad avanzarsi. Mossero essi i cavalli a quella volta, e venuti al ponte, Del Verme si fece loro incontro accogliendo Palamede con onorevoli parole: questi ricambiandole, giunto sotto l’arco della porta balzò da sella, il che fecero tutti gli altri, e stringendo la mano a quel duce, garbatezza per garbatezza rendendo, seco lui avviossi coll’altre persone verso il cortile.

Due paggi furono tosto mandati ad annunziare a Bernabò l’arrivo di Palamede, e questi nel frattempo venne condotto nelle proprie sale da Del Verme, onde prendesse ristoro del faticoso viaggio. Ma il cavaliero nessun altro uopo sentendo che quello ardentissimo d’appresentarsi a Ginevra ed a’ suoi, accertò il duce che nulla abbisognavagli, e il richiese istantemente lo conducesse da Bernabò. Del Verme, ch’aveva avuti ordini d’accondiscendere in tutto al cavaliero, s’offrì pronto a compiacerlo.

Il vecchio principe, immerso ne’ suoi tristi pensieri, stava in una delle stanze a lui destinate insieme a Donnina ed a frate Leonardo, che rade volte scostavasi da lui; ivi gli venne l’avviso recato della venuta di Palamede al castello: maravigliando cogli altri ch’erano seco, udì tal novella, e stava dubbiando se libero o prigioniero vi fosse giunto, quando Palamede istesso entrò in quella sala.

Somma consolazione recò l’apparire di lui a Bernabò e a Donnina, che gli si levarono incontro ad abbracciarlo e affettuosamente richiederlo se volontariamente od a forza era egli quivi venuto; ma soddisfatta con loro contento tale richiesta, reiterarono gli amplessi. Allorchè fu calmata in loro quella piena d’affetto che invade potentemente il cuore al rivedere dopo lunga lontananza amate persone, ricomposti, stettero per chiedersi l’un l’altro delle loro vicende. Ma, volgendo la mente al passato, occorse alla memoria di ciascuno d’essi l’istante in cui si separarono; e il confronto delle grandezze e delle speranze di quel momento posto a paraggio colle presenti sventure, mosse in tutti sì dolorosi sentimenti, che, abbassando al suolo gli sguardi dalle lagrime inumiditi, stettero immobili e silenziosi: così fu manifesta con maggior eloquenza che di discorso quanta fosse la forza dell’affanno che a loro pesava sul cuore.

Bernabò vincendo però pel primo il doloroso risentimento delle proprie disgrazie, diradata la tristezza dal volto, drizzò la parola a Palamede, interrogandolo del modo con cui era pervenuto al castello. Questi, in risposta narrò, come nutrendo sempre vivissimo l’amore e la fede per sua figlia Ginevra, a cui esso stesso l’aveva fidanzato, ritornasse dalle lontane guerre colla ferma speme di compire i suoi voti, nè deponesse tale pensiero saputa la di lui prigionia, ma con replicate inchieste, intercedendone Giovan Galeazzo, giungesse dopo molte ripulse, per un singolare avvenimento, a vincerne la renitenza, per cui gli era stata data concessione di venire entro quelle mura per guidare alle nozze quella donzella che dal sacro nodo d’una giurata parola era a lui legata, e che s’avea certezza che esso non avrebbe alle sue brame ed alla sua costanza rifiutata.

Dolce insieme e tormentoso fu questo parlare di Palamede tanto a Bernabò quanto alla madre di Ginevra: diletta idea era per loro che la propria figlia, anzi che languire in tristo carcere, tornasse alla libertà ed alle agiatezze, congiungendosi in decoroso e splendido maritaggio con sì nobile e valoroso cavaliero; ma li angosciava ad un tempo il pensiero di doversi da lei disgiungere, e di viverne forse per sempre lontani. Simili idee volgendo nella mente, rimasero il principe e Donnina per qualche tempo ammutoliti; ma Bernabò ruppe ancora il silenzio, dicendo: «Insanabile è la ferita che lascia ogni ramo che si tronca dall’albero antico, altiero un giorno e frondoso, ora sterile e presso a morte; ma se il ramo deve trapiantarsi in dolce suolo per dare soavi frutti, è d’uopo soffrirne il distacco. Io sento appressarmi al mio tramonto, nè conforto deggio altrove trovare che in cielo; ingiusto ed empio per ciò sarei se trattenessi spettatrice del misero avanzo di mia esistenza una figlia alle cui preghiere forse concesse la Vergine più venturosi giorni. Sì, cavaliero, a te è dovuta, e tua sia Ginevra; ed io renderò azioni di grazie ai santi del poterti chiamare marito d’una mia figliuola.» Indi rivolto a Donnina, soggiunse: «Voi, sua madre, ite a Ginevra, e qui conducetela a rivedere un cavaliero a lei per sposo in dì più felici promesso, e di cui non le avranno il tempo e gli affanni cancellata la memoria dal cuore.»

Palamede a tali detti, non sapendo esprimere l’immenso suo trasporto, precipitossi ai piedi di Bernabò, che, rialzatolo, l’accolse al suo seno coll’effusione del più grande paterno affetto; Donnina intanto, obbedendo agli ordini di questo ed alle voci del proprio cuore, che era a Palamede inclinato, recossi frettolosa a ricercar della figlia.

Dopo alcun tempo da che ella era uscita, udendo l’alternare di passi femminili che s’appressavano a quella sala, la trepidazione di Palamede fu al colmo; e quando, spalancata la porta, vide Ginevra entrare, seguita dalla madre e dalla sorella, a lei incontro slanciatosi, senza articolare parola, la mano prendendole, se la compresse con forza alle labbra. Diè un grido Ginevra a sì inaspettata vista, e oppressa, vinta dalla piena di gioia, non reggendo le sue forze a quel potente assalto, svenne, abbandonandosi, pallida come neve, nelle braccia di Palamede: egli stesso era per venir meno all’eccessiva violenza della tenerezza, se non fosse stato penetrato in quel punto da un sentimento di terrore e pietà, che allo svenire di lei tutto il comprese. S’atteggiò a sostenerla, appoggiandone il capo al proprio petto, e l’andò chiamando coi più dolci nomi, sinchè, fosse effetto del suono di sua voce, o vigor di natura, ricomparvero i segni di vita sul viso di lei, che aprendo gli occhi, languidamente in quelli fissandoli di Palamede che la riguardava, entrambi con un lungo inenarrabile sguardo tutta espressero l’immensa fiamma d’amore di che ardevano nell’anima.

Ritornate intiere a Ginevra le smarrite forze, staccossi lentamente da Palamede, ed al braccio affidossi della madre, con un soave sorriso misto a lagrime di gioia, tutta significando la dolcezza di quel momento.

Allo scorgere sì fatte prove della potenza del loro amoroso trasporto, quelli che stavano mirandoli, pensarono agli affanni che in tanto tempo di loro separazione dovevano quegli amanti aver durati. Bernabò con più affettuosa voce che non solesse, dimenticando i propri mali, e perdendo la severità del volto: «Questo tuo amato (disse), o mia diletta figlia, ti sarà sposo: il cielo, di tante nostre sventure pietoso, volle un suo raggio mandare sovra di noi; e te, la più degna, consolando nelle tue fervide brame, far risplendere per tutti un giorno sereno. Seguiranno, è vero, neri nembi la bella calma d’un momento; ma il mio spirito, già a lungo provato nei giorni dell’avversità, riprenderà vigore da questo lampo di luce, che mi convince che il mio soffrire è accetto a Dio, e cancella le mie colpe alla sua presenza. Io accolgo devotamente questa grazia come un segno della divina clemenza, e benedico al nodo che fra poco vi stringerà, abbracciandovi come i miei più cari figli: se l’indegna mia voce sale al trono dei Celesti, invoco che tu, o Ginevra, dimentica della funesta dimora in questo mio carcere, porti, premio alla fede del tuo sposo, ogni ventura in lieto soggiorno; e tu, o cavaliero, fatto padre di bella prole, non possa negli anni di tua vecchiezza vederti strappare i figli barbaramente d’intorno.»

A questi accenti Ginevra e Palamede, che s’erano precipitati negli amplessi di Bernabò, versarono nel suo seno più largo pianto di contentezza e di commozione.

Donnina obbliando essa pure il dolore che l’attendea nel disgiungersi dalla figlia, e non mirando che al di lei contento, l’accolse dopo Bernabò nelle braccia, unendo alle sue, materne lagrime di tenerezza. Lodovico, accorso alle sale del padre, Damigella e Leonardo a tale affettuosa scena inteneriti, attestavano col pianto quanta parte prendessero alla felicità di quegli amanti. Così tra i più dolci sentimenti e l’espressione della reciproca gioia tutto scorse il giorno dell’arrivo di Palamede al castello di Trezzo.

La profonda ambascia che avea per tanto tempo l’anima angosciata di Ginevra, e spentale ogni speranza in cuore, all’apparirle innanti del cavaliero, al saperlo suo, sparve, quasi da portentoso balsamo sanata; nuove soavi idee rifluendo in lei, recaronle in cuore una beata aura di vita. Quel bene che si era convinta che non sarebbe più mai stato suo in terra, e collocandolo colla mente in cielo, ivi contemplava, agognando, per ottenerlo, la morte, inaspettatamente le era dato possedere; più volte in un istante dubitava essere in preda ad una tenera illusione; ma quanto ha di più puro e di più espressivo l’amore, la convinceva che era reale quel suo sentire.

In Palamede, quando fu al di lei fianco assiso, svanirono dal pensiero le rimembranze delle passate cure: assorto ne’ di lei sguardi, sentì paghi tutti i suoi voti; e la sua felicità sarebbe rimasa a lungo inalterata, se al dividersi da lei nelle ore notturne, una sinistra novella, che gli venne secretamente recata, riempiendolo di sospetto e d’agitazione, non gli avesse amareggiato il cuore.