MACARUFFO VENTURIERO O LA CORTE DEL DUCA FILIPPO MARIA VISCONTI

Portano a’ lor cappucci le visiere

E mantelline a la cavalleresca

E capezzali, e strette alle ventriere

Coi petti vaghi alla guisa inghilesca

Qualunque donna è più gaja e più fresca

Più tosto il fa per esser fra le belle.

Pecor. Giorn. XVIII.

Se come vennero personificate altre città e nazioni nascesse in capo ad un poeta epico o lirico o a chi si voglia, di personificare Milano onde far narrare da lui stesso le proprie vicende dal suo nascere sino ai nostri dì, egli è certo che s’aprirebbe un campo di cui non vi sarebbe il più vasto per esaurire tutti gli stili, tutte le immagini, le figure, i giuochi d’affetto, insomma tutto quanto è possible ottenere coll’arte del dire. Esso infatti avrebbe nel suo amplissimo monologo a descrivere i Romani in tutte le fasi della loro grandezza; farebbe passare in mostra i Galli e i Germani qui discesi, prima seminudi colle barbe arruffate, armati di clavi e di scuri; poi ricoperti di fitte maglie e pesanti armature colle lande e le mazze; indi calati di nuovo con penne agli elmi, loriche dorate, conducendo pesanti bombarde; ritornati in seguito con cappelli a tre punte e larghi stivali, portando moschetti e colubrine; e discesi finalmente colle assise succinte, la bajonetta al fucile, le artiglierie volanti. Avrebbe eziandio a ragionare a lungo della baldanza spagnuola, e far cenno persino delle aquile russe e delle lancie cosacche.

Il proposto soggetto dovrebbe poi essere specialmente fecondo di quelle pagine che la moderna scuola oltremontana chiama palpitanti, poichè racchiudono descritte con tutta evidenza le angoscie della disperazione, gli strazj della tortura, del fuoco e dei patiboli. Poche città per vero dire ebbero nei fasti de’ tormenti a vantarne del genere della quaresima di Galeazzo o dei forni di Monza, senza parlare delle gabbie di ferro, delle tanaglie, degli aculei, delle ruote, ch’erano leggiadrìe sociali, un giorno comuni a tutti i popoli europei. — E chi potrebbe in tale argomento dimenticare i mastini del duca Giovan Maria, che venivano unicamente nutriti onde squarciassero gli uomini, e coi quali inseguiva di notte i cittadini nelle contrade a guisa di animali feroci? — Il solo nome di lui faceva inorridire, eppure (ch’il crederebbe!) egli contava appena ventiquattr’anni quando cadde esanime sotto il ferro de’ congiurati.

Non erano trascorsi che due giorni da che aveva resa l’anima quel giovine sanguinario, secondo fra i Visconti nella linea Ducale[2], allorchè l’eroe di questa narrazione, Macaruffo, veniva di buon mattino alla volta di Milano con un drappello de’ suoi commilitoni, tutti soldati venturieri, appartenenti alle bande di Facino Cane, il più celebre e possente condottiero di ventura che fosse allora in Italia.

Il loro numero era di diciotto o venti; marciavano a piedi, disgiunti e senz’ordine. Portavano gli elmi, le corazze, i cosciali, ma scorgevasi che non curavano gran fatto il pulimento e la lucentezza di quegli arnesi, poichè oltre d’essere pieni d’intacchi e d’ammaccature apparivano tutti neri e irruginiti. Tenevano le spade a bandoliera e recavano neglettamente abbandonate sulle spalle all’indietro chi le alabarde e chi le partigiane.

Macaruffo fra quegli uomini d’armi poteva chiamarsi primus inter pares, vale a dire, che sebbene non avesse un grado speciale, poichè quella milizia non ammetteva distinzioni subalterne, pure a causa della predilezione del Conte Facino e della confidenza che gli era accordata, godeva verso gli altri di una supremazìa che sapeva esercitare a tempo debito, e, vuolsi dirlo, con profitto di tutti. Le sue forme però erano poco vantaggiose; una rilevata prominenza che aveva sul dosso lo faceva apparire tozzo della persona; il suo volto abbrunito dal sole mostrava lineamenti irregolari e rozzi sebbene i suoi occhi fossero sommamente vivi e penetranti. Era dotato di grande scaltrezza; instancabile nella fatica, d’un coraggio senza limiti, e consacrato con tutta l’anima agli interessi del suo Capo, di cui la moglie, la contessa Beatrice di Tenda, era stata sua antica signora.

Nato egli nelle alpi marittime entro il castello dei Lascari conti di Tenda, era cresciuto insieme alla Contessa, e fanciullo soleva prestarle ufficio di palafreniero, di guida, di porta-astore, quand’ella seguiva la caccia nei monti nativi, solendo ella trasceglierlo fra gli altri valletti, quantunque deforme, siccome il più pronto in ubbidire e il più destro di tutti. Divenuta sposa di Facino Cane, Beatrice ottenne dal padre che Macaruffo facesse parte del suo seguito; onde questi le stette lungo tempo ancora d’appresso, e palesava per lei in ogni incontro, misto alle memorie di patria e di famiglia, un sentimento di riconoscenza indistruttibile. Da ciò più grande sembrava rendersi il suo attaccamento verso lo stesso condottiero Facino, pel quale sentiva eziandìo quell’enfatica venerazione che sempre ispira nel soldato avido di gloria un capitano esperto, ardimentoso, che lo conduce spesso alla vittoria.

Camminava quella mattina Macaruffo di buon passo innanzi agli altri, e sembrava assorto in pensieri di tale natura che tutta gli occupassero la mente. La novella dell’uccisione del Duca era pervenuta al suo orecchio nella rocca di Canturio in Brianza, ove Facino lo aveva spedito coi compagni tre mesi addietro a rinforzo dei signori di quel paese, di fazione ghibellina, minacciati dai guelfi d’Incino; e quasi contemporaneamente aveva ricevuto avviso da parte di Facino stesso, il quale trovavasi ammalato in Pavia, d’abbandonare quella rocca e recarsi nel castello di Milano, lo che appunto eseguiva.

Dopo avere alquanto meditato tra sè allentò il passo, e lasciatosi raggiungere dal soldato che gli veniva subito dietro, gli disse a mezza voce:

«Che ne pensi, Uguccio, di queste novità?

«Io per me ci ho un gusto pazzo (rispose l’altro) ch’abbiano fatta la festa a quel ragazzaccio frenetico di Giovan Maria.

«Sì: meritava veramente di finir male i suoi giorni. Ha fatto ammazzare tanti bravi signori e cavalieri che a dirlo è incredibile.

«Per lui far morire un cristiano se lo aveva come una bagatella. È arrivato per sino a dare il tossico alla stessa sua madre in Monza.

«Lo so; e poi uccise il Pusterla come se ne fosse stato il reo.

«Altro che uccidere! lo fece mangiare dai cani insieme coi suoi figli. Ma per provare s’era un’anima scellerata, senti che brutto giuoco si prese un giorno di me. Trovandomi io colle squadre a Milano, il nostro conte Facino mi comandò lo seguissi al palazzo negli appartamenti della Duchessa, ch’egli si recava a visitare. Entrati colà m’appostò per guardia in un camerone a cui mettevano capo due scale. Io passeggiava quivi sbadatamente con questa partigiana così in ispalla, gettando un’occhiata di quando in quando entro i vetri della finestra d’una stanza ove stavano alcune damigelle che attendevano a varii lavori. Ad un tratto sento un abbajamento infernale e vedo comparire da una scala e corrermi addosso sei o sette mastini che sembravano lupi affamati. Balzarono per addentarmi al collo, alle braccia, alle gambe e gran mercè ch’aveva l’armatura intiera colla buffa al viso e le manopole, altrimenti non avanzava di me neppure un osso; intanto ch’io mi dibatteva a tutte forze contro quelle bestie inferocite, indovina?... il Duca stava ad uno spiatojo e mi guardava ridendo smascellatamente insieme a quel satanasso di Squarcia Giramo. Liberatomi appena dai mastini ritornò il nostro Conte, e vedendomi ansante e rabbuffato mi addomandò che fosse avvenuto; io glielo narrai, ed egli portossi tosto dal Duca e lo minacciò di unirsi ai guelfi e di assediarlo nel suo castello, se non rendeva tostamente ragione dell’ingiuria a me fatta che prendeva come fatta a sè stesso, ed ebbe termine la faccenda con dieci fiorini d’oro dati a me, e cento colpi di curlo al canattiere che non aveva una colpa al mondo.

«Se non fosse stato il nostro Conte avrebbero invece appiccato te per avere malconci i cani del Duca, e sarebbe stato dato un premio a quell’altro. Questi principi della razza del biscione sono tutti d’una pasta velenosa, ed io li odio a morte, e ne vorrei vedere distrutta la stirpe. Quando spirò Giovan Galeazzo primo Duca, che fu padre di questo Giovan Maria, le nostre bande trovavansi a Parma e mi ricordo che il nostro Conte ragionando colla signora Beatrice manifestò certi pensieri sopra Milano, che mi davano la più gran consolazione del mondo, e sì che a quel tempo il Conte non era padrone di Pavia, Alessandria, Novara e tante altre città che possiede adesso e da cui può trarre molto maggior numero d’uomini e di danari.

«Per San Matteo! (esclamò Uguccio) quello era un colpo degno di lui: oh perchè non l’ha tentato?

«Nacquero in quell’incontro altri trambusti gravissimi e dovette recarsi altrove. Il bel momento (proseguì Macaruffo più piano, con un sorriso significante e aggrottando le ciglia) il bel momento, caro Uguccio, sarebbe questo! Chi ha forze bastevoli per poterglisi opporre? I ghibellini sono per lui; Ottobon Terzo, il Casati e gli altri guelfi se li mangia come la balena i pesciolini. Filippo Maria ch’è fratello di quegli che hanno scannato e che dovrebbe diventar Duca, se lo tiene in Pavia nelle sue unghie. Tutto presentemente andrebbe a meraviglia, ma farebbe d’uopo muoversi alla spedita onde non lasciar campo ai partigiani di Filippo d’unirsi e farsi forti.

«Ti giuro che per un’impresa di questa sorta non vi sarebbe uno solo de’ nostri uomini che non ci metterebbe allegramente la pelle. Diventare padroni di Milano! d’una cittadona sì splendida, ricca, così piena di belle donne!

«E salutare per duca il nostro Conte, e per duchessa la signora Beatrice. Ella sì saprebbe bene occupare quel posto come si deve. Io darei il sangue per vederle in capo la corona ducale. Mi punge però il pensiero che pare che il demonio vi ci si caccia per entro, poichè il messo venuto jeri sera mi disse che appunto in questi giorni il nostro Conte assalito dalla sua doglia al fianco, giace tormentato senza potersi levare.

«La doglia che lo prende di consueto. Ma sai che suole presto sparire, e giuocherei che a quest’ora è al tutto risanato e cammina e cavalca come potremmo far noi.

«Così fosse, che non frapporrebbe indugio a porsi a capo alle squadre, per venire a dar l’ultimo scacco alla malnata vipera divoratrice.

Facendo tali e simili discorsi erano giunti a vista di Milano, ed appressatisi alla Porta Comasina trovarono chiuso il ponte e calata la saracinesca, onde dovettero penare assai a farsi aprire ed intromettere coi compagni nella città.

Nelle contrade era un subuglio, una confusione, un movimento di popolo straordinario. Pressochè tutti, i signori, gli artieri, la plebe mostravansi muniti d’armi e ve n’aveva d’ogni specie; parte di essi n’andavano in compagnie ordinate; parte movevano in turba per le vie. Gli uni passavano gridando — Viva Estore; vivano i figli di Bernabò; viva Baggi e il Pusterla che ci hanno vendicati[3]. — Altri seguivano imprecando invece morte a questi ed acclamando — Filippo Maria legittimo Signore — Alcuni volevano s’andasse ad assalire il castello per ammazzare il Marliano che lo teneva per Filippo, altri all’incontro facendo sventolare le bandiere cercavano di formare grossa massa onde muovere alla volta di Pavia a prendere il nuovo Duca e qui condurlo in trionfo. Ve n’avevano eziandio di quelli che non andavano esclamando che — Viva Milano — e volevano si proclamasse la repubblica come nei primi tempi, ma questi essendo in pochissimo numero non esercitavano sulla moltitudine alcuna influenza. Per le piazze e pei crocicchii, sui gradini delle colonne o sovra carri e trabacche eranvi frati, magistrati, cavalieri che arringavano a tutta voce il popolo; ciascuno però oppostamente ed a norma soltanto dell’interesse di quei capi il cui dominio poteva essere per loro una fonte di migliori speranze. Or qua or là udivansi urli furiosi ed acutissime grida, e le campane di questa o di quella parrocchia suonare a stormo, e ciò perchè scontrandosi le contrarie fazioni nascevano risse sanguinose, e si moltiplicavano gli ammazzamenti. Insomma tutto concorreva a presentare il quadro d’una città senza alcun regime, abbandonata al furore dei partiti e nella quale l’ambizione, la forza, l’astuzia gareggiano con ogni mezzo onde afferrare il potere.

Il nostro venturiero Macaruffo sebbene durasse non poca fatica ad aprirsi la via col suo drappello frammezzo a tanto tumulto, pure godeva internamente alla vista di quel disordine ch’ei sperava propizio al progetto che aveva supposto volersi eseguire dal suo signore. Due o tre volte fu serrato d’appresso dalla plebe che lo inseguiva gridando — Dàlli al gobbo co’ suoi sgherri; ammazza, ammazza — ma le punte delle partigiane abbassate a tempo, le fisonomie intrepide e risolute, il non avere assise che indicassero a quale delle parti appartenevano li sottrassero dal periglio.

Pervenuti al castello di Porta Giobia, n’andarono lungo la fossa sino al Portello detto del Pozzo: quivi Macaruffo diede alla scolta che stava sul battifolle la parola d’ordine; questa comunicò l’avviso al Castellano e fu indi a poco calata la trave e que’ soldati ricevuti dentro.

Il dì seguente Macaruffo avido ed impaziente di conoscere a qual termine inclinassero le cose andò con arte interrogando or questo or quell’altro de’ capitani di masnada ch’erano nel castello, ma tutti ignoravano al pari di lui la somma delle vicende, nè potevano che abbandonarsi a fantastiche congetture. Vedendo riuscire vana l’opera sua, salì sul vallo, e quivi appoggiato neghittosamente alla torre fisava sulle campagne che gli si stendevano alla vista, uno sguardo acuto per iscoprire se mai qualche vessillo spuntasse sulla via dalla parte di mezzodì, o si vedessero luccicare punte di lancie od elmi, ch’ei teneva per fermo che il suo conte Facino non dovesse star guari a presentarsi sotto le mura di Milano e non dubitava, a causa di quanto aveva veduto il giorno passato, che, compresse le fazioni, si sarebbe prontamente impossessato della città.

Ogni qual volta questo pensiero gli si affacciava alla mente, i bruni e ruvidi tratti del suo viso esprimevano una soddisfazione, un contento singolarissimo. Ed in ciò, all’opposto di quello che naturalmente arguire si dovea, l’orgoglio e la brama delle prede o degli onori avevano lievissima o nessuna parte. Un sentimento indiviso, senza speranze, celato all’aria stessa, pur sempre vivo e profondo quanto essere lo può in anima umana, formava da lunghi anni la cura assidua e l’unico movente di quel Venturiero, il cui sformato aspetto, i costumi e la vita sprezzata e soldatesca facevano rassembrare il più duro ed insensibile degli uomini.

Mentre pure guardando dall’elevato baluardo nei sottoposti piani lasciava errare lo spirito fra le sue consuete idee, che i casi recenti vestivano di più lusinghieri colori, ode venire dalla parte della città rumore di grida festose e di plausi vivissimi. Discende frettoloso dal vallo, e scontra nel cortile vairii cittadini pervenuti a fatica a ricoverarsi nel castello, i quali circondati da una folla d’uomini d’armi narravano, che all’alba di quello stesso giorno era venuto a Milano da Monza Estore Visconti con molti armati ed aveva sconfitto i ghibellini che parteggiavano per Filippo Maria; e che sendo già gli animi disposti in favore di Estore dalle calorose ed incessanti prediche di frate Bartolomeo Caccia, presso i popolari avuto in estimazione di santo, venne il medesimo accolto e proclamato signore di Milano insieme al nipote Giovan Carlo Visconti nato dal sangue di Bernabò.

A tale notizia Macaruffo indispettì gravemente, ma pure non depose la lusinga che da un istante all’altro potessero arrivare le masnade del conte Facino a rovesciare quella nuova signorìa, priva d’ogni valido appoggio ed alla quale rimaneva a compiere la più ardua impresa ch’era quella d’impadronirsi del castello.

Assiso la sera con Uguccio sopra un pancone presso la porta dello stemma (la maggiore della fortezza, dalla larga volta della quale pendeva accesa un’affumicata lucerna), andava ragionando sui fatti stati riportati là dentro, ed esponeva con fervore gli argomenti che s’aveva per non dubitare che il loro Condottiero avrebbe mosso il campo ed ottenuta la vittoria. Interruppe quell’animato dialogo la voce della sentinella che s’udì dallo spalto annunziare che s’appressava al castello un soldato a cavallo. Tosto l’araldo s’affaccia alla feritoja del ponte, e vedendo giungere vicino il cavaliere, gli grida chi sia, e cosa voglia. «Sono messaggiero e reco dispacci da Pavia» fu la risposta che venne data. Il capitano d’armi fece disporre gli arcieri di guardia in ordinanza, poi ordinò s’abbassasse il picciolo ponte levatojo laterale, e il messaggiero entrò.

Appena ebb’egli posto piede a terra, e consegnato all’araldo un involto suggellato di carte dirette al Castellano, il nostro Venturiero e il compagno gli balzarono con tutta cupidigia d’intorno, giacchè in lui riconobbero un commilitone, un uomo delle loro bande a cavallo.

«E così vengono i nostri? — gli domandarono sommessamente ad una voce.

«Chi diavolo volete che sappia se si va o si viene; per me credo che sia tutto finito.

«Il Conte non vorrebbe forse...

«Oh! con lui a quest’ora già si sarebbero fatte gran cose.

«Ma dunque perchè non si muove?

«Perchè non si muove?... Oh bella!... domandate a un morto perchè si sta fermo.

«Che?... dici tu il vero?... (chiesero pure entrambi colpiti come da un fulmine).

«E voi non lo sapete?... Pur troppo è la verità!... Il nostro povero Conte chiuse gli occhi per sempre l’altro jeri a sera.

«Io non posso persuadermene (esclamò Uguccio).

«L’ho veduto io nel suo palazzo in Pavia disteso sopra un catafalco col padiglione di broccato oscuro ricoperto delle sue armi più ricche. Tutti gli uomini delle squadre recavansi a rimirarlo, e vi dico ch’era una compassione a pensare che un battagliero come il nostro Conte dovesse essere serrato giù a marcire fra quattro pietre. Per noi la sua perdita è la piu grande delle disgrazie. Egli era la perla de’ condottieri di ventura; il soldato con esso lui doveva bensì menare delle braccia, ma poteva poi essere certo del fatto suo, e le coreggie si foderavano spesso di buoni zecchini. I principi, le città andavano a gara onde trarlo dalla loro, e per averlo bisognava che mettessero lì pile d’oro e d’argento da riempierne le staja.

«Quando però egli s’era collocato agli stipendi d’una parte ci si adoperava davvero (disse Uguccio), e chi l’assoldava poteva incominciare a cantar vittoria; nè egli ritiravasi colle schiere prima che si ponesse capo alla guerra, come fecero il Branda e molt’altri, i quali dopo numerate le caparre passarono co’ loro uomini dal lato del nemico perchè offriva più grosse paghe.

«No: il conte Facino non commise mai di queste ribalderie. A Novi, Ziaratone che non fece per toglierlo al marchese Teodoro? Soltanto per determinarlo a levarsi dall’assedio gli promise in danaro il carico di quattro muli, e davagli il figlio in ostaggio. Ma tutto fu inutile, anzi ti ricorderai che Ziaratone rimase ucciso nell’assalto da Facino stesso.

«E fu adunque quella maledetta doglia nel fianco la cagione dalla morte del nostro Conte?

«Ohibò: i signori della veste negra, i dottori, che in Pavia son più numerosi delle zanzare, sostengono che è morto per il colpo nella testa che prese due anni sono qua in Milano, quando a motivo della sommossa del popolo, spingendo a corsa il cavallo, urtò nell’arco della porta interna del palagio del Duca, e perdette molto sangue. Vogliono che quella botta macinasse dentro dentro, sin che gli diede l’ultima stretta.

«Qual malavventura!... Ora che non abbiamo più il nostro capo che faremo noi? (proferì Uguccio con voce addolorata)... Staremo qui con questi Visconti a rischio qualche giorno da farci mangiare dai cani, e senza sapere nemmeno chi di loro comanda?... Si getteremo alla campagna coi banditi, o andremo ad offrirci a qualch’altro capitano? Vi sarebbero veramente lo Sforza, Braccio, e...

«Che osi tu dire? Saresti tu mai un traditore? (l’interruppe esclamando Macaruffo ch’era stato silenzioso sino a quel momento, immerso ne’ proprii pensieri). Perchè è morto Facino dovremo noi abbandonare vigliaccamente la sua casa, e lasciare che sfumino in un lampo tutte le conquiste che abbiamo fatte seco lui, spendendo tanto sangue e fatica? Non rimane forse Beatrice di Tenda, la nostra Contessa da noi sempre obbedita come Signora? Vorremo noi permettere che la vedova d’un Capo sì glorioso sia scacciata da’ suoi dominii, e venga oppressa ed avvilita come una femmina da trivio?

«A quanto pretendi dovremmo noi dunque rimanere sotto il comando d’una donna?

«Non vi sono con lei ancora molti capitani ed i migliori d’Italia? Non v’è Castellino? non v’è Carmagnola? questo solo ne vale dieci dei più famosi che vivono al presente.

«Io credo bene (disse il soldato messaggiero) che la contessa Beatrice abbia prescelto il Carmagnola per comandare le nostre bande. Da che è morto Facino tutti gli ordini vengono dati da lui. Egli fu che ingiunse all’armata ch’era intorno a Bergamo di levare il campo e condursi a Pavia, ed io mi sono qui recato perchè mi vi spedì egli stesso.

«La signora Beatrice non poteva fare una scelta più lodevole e giudiziosa (disse Macaruffo con satisfazione). Francesco Carmagnola era la mano destra del Conte, ei lo considerava come un altro sè stesso, quindi nessuno rifiuterà di obbedirgli.

Stette muto alcun tempo, poi aggiunse: «Quand’è che tu fai ritorno a Pavia?

«Ho l’ordine di non retrocedere se non quando mi vien consegnata la risposta dal signor Castellano.

«Ebbene ora va e bada che il tuo cavallo sia governato a dovere; ma ti prego di non partire di qua senza parlare nuovamente con me».

Ciò detto si separarono.

Macaruffo trovò modo, alcuni giorni dopo, d’abbandonare il castello seguendo il messaggiero, e uscito sull’alba per istrade appartate da Milano, arrivò la sera senz’altri inciampi a Pavia.

Quella città era ingombra di soldati che appartenevano alle squadre di Facino, ed ivi giungevano da ogni parte, siccome aveva ordinato il Carmagnola, il quale divenuto supremo comandante calcolò tosto essere opportuno di adunare tutte le forze in un punto solo, onde più facilmente dominarle, e dirigerle là dove lo stato degli eventi l’avesse richiesto. Il nostro Venturiero recossi tosto al palazzo dell’estinto Conte. Stanziavano continuamente colà numerose guardie, poichè continuavansi a rendere i principeschi onori alla vedova Contessa, divenuta per la morte del marito sovrana signora di Pavia e di gran numero d’altre città appartenenti prima al Ducato.

Macaruffo da lunga mano conosciuto da tutti quegli uomini d’armi, scambiò, passando in mezzo a loro, parole di saluto ed entrò liberamente nelle camere inferiori del palazzo. Al vederlo i servi gli furono intorno festeggiandolo e Matteo, vecchio scalco, uno de’ piu antichi suoi compagni, che scendeva in quell’atto dagli appartamenti superiori, venutogli lentamente incontro dimenando il capo, gli strinse la mano, poi s’asciugò gli occhi e disse:

«Vedi qual cangiamento, Macaruffo? Siam tutti vestiti a bruno; non regna che lutto nella casa di Facino, quello che ne formava la gloria è andato sotto terra.

«Pur troppo! (rispose Macaruffo) lo seppi nel castello di Milano con indicibile cordoglio e m’affrettai a qui venire per conoscere quali provvedimenti la signora Beatrice....

«Oggi avrai fatto lungo cammino (l’interruppe lo Scalco) e abbisognerai di refiziamento e di riposo?

«No per ora veramente, e vorrei prima udire appunto da te....

«Voi altri sfaccendati (gli troncò di nuovo la parola Matteo rivolgendosi ai servi) state qui a guardarlo come babbuini e non gli avrete nemmeno esibito da cena? Sapete pure che questa è la prima offerta che il Conte voleva sempre si facesse a chi arrivava: possibile che s’abbia già da perdere ogni buona usanza? Presto andate a preparare la tavola nel salotto vicino alla mia camera, portatevi l’occorrente poi lasciateci colà tranquilli».

Invitò Macaruffo a seguirlo, precedendolo col lume su per lo scalone; passò varie loggie e da un andito riuscì in una stanza ove stavano appesi alcuni quadri. Quivi accesa una lucerna sopra un doppiero di ferro gli accennò di sedere e passò in una contigua cameretta. Allorchè fu disposta la mensa Matteo ritornò portando una damigiana che andava spolverando con un pannolino; la depose sulla tavola, quindi chiuse l’uscio a chiave; venne poi a sedersi in faccia a Macaruffo, e nello sturare la damigiana disse:

«Non ho amato d’entrare in alcun ragionamento là abbasso alla presenza di quelle gazze scilinguate, che ripetono tutto ciò che ascoltano e potrebbero farmi cadere addosso qualche mala tempesta. Ma sappi che ho desiderato ansiosamente il tuo ritorno per comunicarti delle novelle che ti faranno stupire.

«Ben temeva che la morte del Conte sarebbe stata cagione di molte novità (profferì in tuono dolente il Venturiero). Al certo v’ha discordia tra i capitani, i soldati disertano, od i vassalli minacciano d’insorgere contro la Contessa...?

«Nulla di questo (rispose lo Scalco versando il vino in due bicchieri e riempiendo di vivande il piatto di Macaruffo), anzi per grazia del cielo tutte le bande armate e i loro capi rinnovarono il giuramento di fedeltà alla nostra padrona, e questa città ha già protestato della sua devozione, lo che pure faranno prestamente le altre. Alla testa de’ soldati v’è quel sì eccellente ed avveduto...

«Il Carmagnola, lo so (disse Macaruffo con impazienza). E dunque quali sono queste novelie che vuoi narrarmi?

«Le teneva sepolte qui (ed indicò il gorgozzule), e sono sì importanti che non oserei dirle con alcuno. Ma tu sei di quelli della vecchia stampa, tu ami sinceramente la casa, con te posso parlare.

Si guardò d’intorno quasi volesse meglio accertarsi che nessun altro lo stesse ad ascoltare; MacarufFo gli affisò in volto uno sguardo acuto, indagatore, ed ei proseguì con voce bassa in aria misteriosa.

«Si sta per combinare un matrimonio! (e comprimendo un labbro coll’altro rimase a ciglia inarcate).

«Un matrimonio... e con chi?

«Sai che nella Rocca qui di Pavia v’è quel giovine che il Conte teneva, non veramente come prigioniero, ma poco meno, perchè lo faceva custodire da Antonio Bogero il cremonese, onde non avesse colle sue pretensioni alla signoria della città a far nascere tumulti.

«Sì: è Filippo Maria fratello del Duca che hanno ammazzato a Milano. Ebbene?

«Si tratta (pronunciò Matteo piu pianamente, data di nuovo un’occhiata all’uscio) si tratta di farlo sposare alla contessa Beatrice.

«Sarebbe ciò possibile? (esclamò Macaruffo cui salì una fiamma al volto).

«Non v’ha ombra di dubbio. Facino era appena sepolto quando ne venne fatta la proposta alla Contessa.

«Ed ella come l’accolse? (disse con freddezza e impallidendo il Venturiero).

«Sulle prime esitò; ma poi vi s’inframmise un tale che la trasse ben presto al suo partito.

«Chi è costui?

«Oh! l’uno de’ grandi della cappa pavonazza e la croce di gemme: un Arcivescovo.

«Quel di Milano?

«Sì quello.

«È un fautore acerrimo de’ ghibellini. Moverà cielo e terra per far trionfare il figlio di Giovan Galeazzo. Chi sa con quali armi assalì il cuore della Contessa; e quali mezzi adoperò per guadagnarla!

«Domilda che le sta sempre al fianco, mi accertò che non gli fu d’uopo usare grande fatica a farla persuasa; s’arrese ai primi assalti. Quest’è una prova dell’amore che portava al suo sposo!

«Ma Filippo Maria conta poco piu di venti anni ed ella ne oltrepassa quaranta...

«Ecco forse la ragione che l’ha più fortemente e più presto convinta (s’espresse lo Scalco con sorriso sdegnoso e maligno). D’altronde quel giovine è di sangue ducale, ha faccia bianca, pelle fina, begli occhi; tutto ciò insomma che vale ad appagare i capricci d’una donna.

«Non credo che la signora Beatrice possa essere stata sedotta da così semplici e leggiere apparenze, che son frascherie da pulcella (rispose con risentimento Macaruffo). Ella ha pensato ognora nobilmente e fu degna compagna dell’uomo potente e famoso che venne a sceglierla in moglie nel castello paterno.

«Sia come tu vuoi, ma, diciamolo in estrema confidenza, essa mostra soverchia inclinazione pei giovinetti ch’hanno visi leccati e capigliature che sembrano di lino.

«Matteo tu eccedi (esclamò fremendo il Venturiero e vibrandogli un’occhiata minacciosa). Pensa che le tue parole offendono l’onestà della nostra padrona, e se non fosse l’amore che portavi al Conte ch’ora a torto ti slega la lingua...

«Se parlo è perchè le veggo le cose (replicò lo Scalco più piano ma in tuono d’asseveranza). Non ha ella sempre tra piedi quel Michele Orombello qui mandato dai Conti di Ventimiglia onde divenisse valente cavaliero alla scuola di Facino? invece di lasciare che si eserciti nel maneggio delle armi e che il poltroncello sudi e s’addestri col cavallo e la lancia, se lo tiene tutto il giorno vicino a strimpellare il liuto e canticchiare alla provenzale.

«Sono i suoni e le canzoni del suo paese nativo e vuoi fargliene accusa se dopo tanto tempo ama sentirle ripetere da un fanciullo? chi sarà sì temerario d’immaginarsi che in ciò vi sia colpa? Ella non ebbe il diletto di dirsi madre e quindi predilige l’età di chi le potrebbe essere figlio.

«Anche Filippo Maria, quanto agli anni, potrebbe essere suo figlio, eppure se lo prende per isposo, e non è quasi freddo ancora il letto di Facino.

«Se ciò avvenisse mai, egli è, mi credi, per la forza degli intrighi e della violenza esercitata sul di lei animo dal Ghibellino venuto qui appositamente da Milano. — E dopo essere rimasto alquanto taciturno riprese: — «L’astuzia sua è profonda; ben m’avveggo ch’egli pensò che collo stringere le nozze tra Filippo Maria e la contessa Beatrice, i sudditi e le bande armate ch’ella possiede diventeranno del marito, e questi potrà con tali mezzi ricuperare lo Stato e farsi proclamare nuovo Duca, mentre da solo, misero e derelitto come egli è, non sarebbe mai divenuto in grado di farlo.

«Che la nostra padrona fosse vittima d’una trama sì iniqua?... Ma, or che ci penso, ella a fine del conto diverrebbe duchessa di Milano, e caspita è tal leccarderìa da stuzzicare il palato d’ogni cristiano.

«Per diventare signora di quella città ella non abbisogna di farsi moglie o piuttosto schiava d’un suo proprio prigioniero!... (e piegandosi verso di lui, proseguì con tuono di voce più basso ed accentato) «Tenga il Visconte rinchiuso nella torre della Rocca dov’è stato sin ora, faccia intendere le sue volontà al Carmagnola, e lasci poi operare da esso lui e da noi soldati. Buone parole a tutti, una tagliata alle gabelle, dar bando ai guelfi sanguisughe dei poveri cittadini, e noi saremmo accolti a larghe braccia dal popolo milanese.

«Oh se fosse al mondo il signor Facino!...

«A quest’ora era cosa fatta. Ma non disperiamo (disse Macaruffo animandosi in volto), il matrimonio non è finora celebrato, nè forse concluso. La volpe ghibellina può ancora cogliere in falso, vi possono nascere di mezzo ostacoli impreveduti... Ma che rumore è quello che s’ode abbasso?

«Sarà qualche visita (disse Matteo vôtando l’ultimo bicchiero).

Alzatisi entrambi osservarono da una finestra nel cortile, e videro accorrere i servi coi lumi intorno ad una lettica che entrava dalla porta con seguito di stambecchieri armati. Apertasi la lettica ne uscì un personaggio d’alta levatura, in età avanzata, coperto da grande cappa di colore violato come la sua ampia veste, il quale avviandosi verso la scala maggiore compartì colla mano benedizioni ai servi stessi ed alle sentinelle ch’eransi alineate sul suo passaggio.

«Ecco è desso: è l’Arcivescovo che recasi dalla Contessa Beatrice (disse Matteo ritraendosi dalla finestra). Fa d’uopo ch’io discenda, poichè ei non viene mai qui senza che s’abbiano a mescolare anfore e tazze. Andiamocene che al suo partire potrai collocarti in modo da vederlo vicino».

Macaruffo dopo avere mormorate tra sè alcune parole, rispose in tuono di noncuranza: «Ciò poco m’importa; anzi se non t’è discaro additami la camera che me ne andrò a dormire.

«La camera per te è la consueta sotto la galleria. Prendi il lume e implora da Dio che abbiano buon termine queste faccende.

«Se tu sapesti i miei voti...» — pronunciò il Venturiero con fervida espressione, ma troncati bruscamente i detti, gli diè un addio, ed uscito da quella stanza s’avviò pel lungo androne al luogo di riposo.

Era arcivescovo di Milano Bartolomeo Della Capra, personaggio dotato di non comune ingegno, il quale accoppiava modi arditi, imperiosi ad una somma solerzia. Sendo partigiano caloroso dei ghibellini aveva tosto considerato che pel trionfo di sua fazione era necessario rimanesse il sovrano potere nella casa di Giovan Galeazzo, poichè quella famiglia s’era sempre dimostra implacabile nemica de’ guelfi, i quali venivano all’incontro favoreggiati dall’opposto partito. Appena quindi restò vacuo il ducal seggio, si dichiarò per Filippo Maria, la cui sovranità era eziandio per nascita devoluta, e si mise a tutt’uomo nell’impresa. Non lo disanimò lo stato di totale impotenza a cui il giovine Visconte trovavasi ridotto, giacche per fornirgli armi e ricchezze pensò trarre profitto dell’avvenimento quasi contemporaneo della morte di Facino, e formò sulla Vedova di lui quel disegno di nozze, il vero e importante scopo del quale non fu difficile al nostro accorto Venturiero di penetrare.

Trasferitosi l’Arcivescovo a Pavia aveva partecipato il progetto a Filippo, il quale mostrandosi in tutto a lui sottomesso tostamente l’accolse, poscia s’adoperò con ogni possibile mezzo per ottenere l’assentimento della contessa Beatrice, importandogli particolarmente di concludere in breve le cose, poichè necessità voleva si accellerasse la mossa dell’esercito, affine di non lasciar prendere radice nella Signoria ad Estore Visconte ed al nipote di Bernabò, che già padroneggiavano Milano.

Mercè molte sollecite cure e le più pressanti parole, pervenne quel Mitrato, nel giro di pochi giorni, a far accogliere a Beatrice la proposizione delle nozze, cui susseguì da vicino il primo abboccamento col giovine fidanzato. Stabiliti i preliminari volle che senza indugio venisse prefissa l’epoca in cui si dovessero formalmente segnare i patti matrimoniali.

Il Carmagnola, i capitani d’armi, i rappresentanti della città, non che molte altre cospicue persone, ricevettero invito d’assistere a quella conferenza, poichè il Prelato s’aveva di mira di rendere solenne l’atto delle stipulazioni nuziali, onde riuscisse pubblico, per così dire, e irresolubile l’impegno.

Il dì ch’ebbe luogo l’adunanza, più numerose e scelte dell’usato erano state poste le guardie a quel palazzo, sulla fronte del quale sventolava sola ancora e sovrana la bandiera di Facino.

Lo splendido convegno fu tenuto entro la sala maggiore del palazzo, ch’era sostenuta in giro da archi e colonne di longobardica forma. Ad ognuna delle quattro porte d’ingresso stavano colle lancie due soldati coperti d’armature di ferro lucentissimo dalla sommità del capo alle piante. I seggi fra gli archi erano occupati dai più distinti patrizii di Pavia, dietro i quali si sospingevano a gara le genti della casa della Contessa onde mirare nella sala. Innanzi ai patrizii stavano que’ del Consiglio coi pomposi lucchi magistrali e fra loro varii de’ capitani d’armi in diverse, ma eleganti assise. Nei più avanzati e ricchi sedili vedevasi il giovine sposo, Filippo Maria Visconte, alla cui destra stava assiso sulla porpora l’Arcivescovo della Capra, allato del quale, benchè alcun poco all’indietro, v’aveva uno de’ suoi vicarii; così pure poco indietro ed a mancina del Visconte stava Zanino Riccio già suo precettore ed allora suo intimo consigliere.

Ad equa distanza, di prospetto al Visconte, sedeva Beatrice Tenda in una dorata scranna a bracciuoli; le stavano a diritta il Carmagnola, ed a sinistra Domilda de’ Ferrieri signora d’Albenga sua confidente. Dietro a lei v’avevano varie damigelle, e più dietro sovra un rialzamento presso uno degli archi, ch’era chiuso da gran tenda di colore verde bruno trapunta a fiori d’oro, stavano ritti in una linea i paggi della Contessa, tra i quali spiccava pe’ biondi arricciati capelli e le rosee tinte del volto, il giovinetto Orombello. A destra di Beatrice chiudeva lo spazio, lasciato vacuo dai sedili, una tavola da pesante tappeto ricoperta, alla quale sedevano il Cancelliere del collegio de’ Notaj con due scrivani ch’avevano innanzi a loro carte e pergamene.

Gli occhi di tutta l’assemblea erano rivolti curiosamente sopra Filippo Maria il di cui prossimo cangiamento di sorte formava il soggetto delle strane congetture d’alcuni, del timore e delle speranze di molti altri, tanto pei singoli personali interessi, quanto per quelli che riguardavano la patria.

Egli stava contegnoso, ritto dalla persona ed in silenzio. A cagione della morte del fratello, ed anco per conformarsi allo stato vedovile della Contessa, vestiva a lutto. Il mantelletto ch’aveva a spalle era nero, il corsetto e tutto il vestimento erano pure di drappo bruno, stretti alle membra, e profilati d’un ricamo in oro di quella foggia ch’or noi diciamo alla raffaellesca. Aveva deposto il berretto sopra un guanciale di velluto messogli appositamente d’accanto. La sua capellatura era nera; aveva alta fronte, pallida la faccia, il naso lievemente adunco, sottili le labbra, neri gli occhi che soleva tenere come socchiusi. Il complesso di sua fisonomia accuratamente esaminata, dinotava un misto d’acume intellettuale, d’orgoglio, di fermezza, di dissimulazione ed anco in certi momenti palesava una preoccupazione di spirito sì profonda che s’assomigliava quasi al delirio; ma tutti questi sentimenti erano allora velati o sepolti sotto una tinta di tranquillità e di modestia che consuonavano mirabilmente colla situazione in cui era.

I due personaggi che lo fiancheggiavano, uno, l’Arcivescovo, di lineamenti pronunciati e severi, addobbato co’ sontuosi abiti di sua dignità sacerdotale, spirava dall’aspetto imponenza e maestà; l’altro, Zanino Riccio, abbigliato d’una semplice sopravveste foderata di vajo, co’ capelli corti e la barba rossigna, s’aveva ne’ tratti del volto improntato un sorriso che a prima giunta sembrare poteva di sincera affabilità, ma non era invece che l’espressione d’una beffarda ironìa, poichè partiva da un’anima la più altera, fraudolente e maligna.

Al bisbigliare che questi fece alcuni motti interrotti, Filippo Maria alzò lo sguardo a mirare con affettuosa significazione la Contessa Beatrice, la quale già da alcun tempo teneva rivolte su di lui le pupille.

Ella abbenchè avesse varcati gli otto lustri serbava ancora molta venustà e grazia di forme; alla snellezza e giovanile vivacità suppliva in lei un non so che di gentile e soave nel portamento, ed una agevolezza di moti nè forzata, nè stanca. Aveva candida carnagione; le sue treccie state del colore dell’oro s’erano alquanto abbrunite, ma tuttavia liscie e voluminose le ornavano il capo, commiste a fregi di perle; molte file delle quali insieme ad altre preziose gemme le guernivano la serica veste che era di fondo nero rabescata a rilievo da più oscuri fogliami. I suoi occhi azzurri spiravano un certo molle e tenero abbandono, lo che formava pure il carattere principale di sue fattezze, ma ciò non escludeva però in essa altresì molta forza ed attività di spirito. La dominavano allora a vicenda il dubbio, la fiducia, la peritanza, i desiri ed una certa secreta mestizia che invano cercava respingere dal cuore.

Allo sguardo animatore del giovine fidanzato ella parve dolcemente risentirsi; si volse prima a Domilda che le sorrise, e poi con timidità girò gli occhi verso il Carmagnola, quasi per spiargli in volto, se approvate o condannate venivano da lui quelle nozze.

L’intrepido Capitano, stavale come si disse al destro fianco. Egli vestiva una guarnacca di drappo rosso cupo, sotto cui portava il corsaletto d’acciajo, ed aveva appesa ad un budriere di semplice cuojo la sua lunga spada. Era desso a que’ giorni sul fiore dell’età, pieno di alte speranze nell’intrapresa carriera, e ardente di conquistarsi fama e celebrità guerresca (ch’ebbe poi, sì fatale!). Vedeva quindi con molto piacere l’appressare di un avvenimento, pel quale non dubitava che alle antiche bande di Facino, affidate alla sua condotta, verrebbe aperto un campo d’importantissime azioni, mentre rimanendo sotto l’impero della vedova Contessa avrebbero dovuto o disciogliersi o rimanere per sempre inoperose. Tale interno sentimento gli improntava i maschii e vigorosi lineamenti di un’espressione di compiacenza completa e veritiera, che Beatrice vi scorse con sommo giubilo, e parve affidarsi poscia con maggior letizia agli eventi.

Compiuta ch’ebbero gli scrivani la trascrizione delle convenzioni matrimoniali, il Cancelliere levatosi e fatta un’inclinazione di capo ne diede avvertimento all’Arcivescovo. Questi allora impetrata l’universale benignità, incominciò un ampio ed ornato discorso, nel quale magnificò gli sponsali, tessendo le lodi dell’uno e dell’altro de’ conjugi futuri, ed auspicando dalle nozze tanto ad essi che all’intero Ducato i più felici e prosperi risultamenti.

Quand’egli ebbe detto, Beatrice con atto gentile gli rese grazie, indi con chiara e ferma voce rispose: essersi ella condotta a quel passo a causa precipuamente delle vive richieste e de’ consigli suoi, che lo stato, l’eminente grado, la matura sperienza, facevale reputare ottimi e sapientissimi, poichè altramente era suo saldo proposito di serbar fede al defunto consorte, rinunziando per sempre all’attrattiva di nuovi nodi. Che a vincerla e persuaderla avevano possentemente cooperato il quadro delle virtù e l’eccelsa stirpe del proposto marito, non che molte importanti considerazioni relative alla stabilità del proprio dominio ed al bene de’ soggetti. Dover ella far noto poi che per agevolare al suo sposo il ricuperamento della sede ducale e di molte altre sue principali città, era stato considerato necessario che la celebrazione del matrimonio venisse affrettata; che questa si era l’unica cagione per cui sì prestamente, e in mezzo a grave lutto vedevasi un convegno nuziale nella casa di Facino; pregava caldamente non si volesse ciò considerare per disamore od onta alla memoria di quell’illustre guerriero e sovrano, ch’ella avrebbe ognora serbata cara e preziosa, siccome ne accertava sulla religione e l’onore tutti quelli che l’ascoltavano».

Un plauso unanime seguì queste parole e si protrasse in lungo dimostrando quanto fossero ben accette, e come tutti commendavano la sua scelta ed i suoi voti. Ristabilito il silenzio si levò di nuovo il Cancelliere, e lesse ad alta voce la scrittura nuziale; a questa, sottosegnata che fu da Filippo e da Beatrice, apposero i proprii nomi Zanino Riccio ed il Carmagnola.

Così ebbe compimento la ceremonia, dopo la quale tutti si levarono e il Visconte accompagnatosi alla Contessa la corteggiò con umili e seducenti detti sin oltre le soglie della sala, ed ivi le baciò la mano, profondamente inchinandola, quindi si divise da essa lei che rientrò nelle proprie camere. Egli quindi venuto a fianco dell’eccelso Prelato discese innanzi a tutti le scale, e partì di là fra mezzo alla accorsa moltitudine.

Nell’ora che la luna levatasi dietro i colli del Po, mandava sulla declina Pavia irta di torri, il suo smorto raggio, Macaruffo da tristi pensieri travagliato uscì solitario sul ballatoio, il quale sporgeva dall’alto del muro del palagio, inferiormente alla merlatura, e metteva capo sul terrazzo costruito al lato meridionale in luogo contiguo ai baluardi, d’onde la vista spaziava lungo le sponde del Ticino, che bagna il piede alla città.

Dopo l’assentimento che in forma solenne era stato dato dalla Contessa, egli non nutriva più speranza che avessero a rompersi le trattative nuziali col Visconte sì destramente annodate dal Pastore di Milano. Questa persuasione lo addolorava amaramente. Fossero i costumi strani e crudeli del fratello, fosse la fisonomia stessa di Filippo Maria sulla quale i suoi occhi leggevano a nudo la violenza e l’orgoglio, fosse un arcano presentimento, egli abborriva profondamente quel giovine. E ben comprendeva che tratto esso unicamente dalla cupidigia e dall’ambizione ad un matrimonio per età sconvenientissimo, raggiunto che avesse lo scopo di riporsi ed affrancarsi nella signoria, non avrebbe sentito che il peso e il fastidio della conjugale catena, e pagherebbe il beneficio coll’indifferenza e col disprezzo, se pure non avesse anche avuto l’anima scellerata a segno di mirare ad uno di quegli atroci espedienti che non costano che un desiderio a chi considera la volontà per solo limite al potere. A tali riflessioni s’univa poi un cruccio intimo, desolante, che rendeva più gravi le tristi previsioni della mente. Beatrice stava per divenir donna di chi ella inclinava ad amare, ed ei l’avrebbe veduta assorta pel Visconte in un affetto, che non le aveva forse mai ispirato l’estinto marito.

Non già che folle ardimento destasse in lui ombra di speranza per sè medesimo. Sino dal tempo in cui, fanciulli entrambi, egli seguivala per le chine delle alpi di Tenda, e, vigilantissimo nel sorreggerla, nell’obbedirla allorchè essa si slanciava su per l’erte perigliose o dentro il folto de’ boschi, riceveva poi la sera nelle ampie sale del castello, dalle labbra di lei parole di lode e di predilezione (preziose, inestimabili al suo animo, continuamente oppresso dagli scherni e dai dileggi con che ogni altro lo feriva pel difettoso aspetto datogli dalla natura); sino da quel tempo, in cui l’invase e lo dominò una passione quanto immensa, inestinguibile, altrettanto gelosamente sepolta, mai gli aveva sorriso la lusinga di potere ottenere un segno solo, il cenno d’un istante, che al suo ardore rispondesse. Pascevasi quel sentimento in sè medesimo, pago d’ogni bene di lei; ed egli sarebbe stato completamente felice del non saperla in possesso di altr’uomo, ma vivente in una calma di cuore, che potesse lasciarle scorgere in uno de’ suoi servi la più costante devozione, per età, per vicende inalterabile. I nuovi sponsali interamente distruggevano questo stato di cose tanto sospirato e che sembrava quasi raggiunto.

Volgendo simili idee Macaruffo or procedeva per quell’alto loggiato, or s’arrestava alzando gli occhi alla luna o guardando la sommità dei circostanti edificii, ai quali i trafori dei gotici ornati e l’ombre taglienti davano in quell’ora un aspetto fantastico.

Quando pervenuto alla estremità del ballatoio pose piede sul terrazzo, vide spalancarsi la vetrata imposta d’una delle porte che quivi metteva dalle sale, ed uscirne la Contessa con Domilda. Esse avanzatesi a lenti passi verso il parapetto scambiando alcune brevi parole vi si affacciarono, e stettero ivi mirando le scorrenti acque del sottoposto fiume, dall’astro della notte in varii punti inargentate. Il Venturiero le riconobbe e forte gli tremò il cuore. Volle, retrocedendo, discostarsi di là, ma il rumore de’ suoi passi fu udito da Domilda, che spiccatasi dal fianco della Contessa gridò chiamando chi vi fosse.

«Un soldato e servo dell’eccellentissima signora Contessa Beatrice» — rispose egli tosto rivolgendosi, poichè temeva col tacere d’essere loro cagione di sospetto o timore.

«Come ti chiami o soldato?» — chiese con curiosità la Contessa cui parve avere riconosciuta quella voce.

«Sono Macaruffo» — tornò questi a rispondere apparendo sul terrazzo e avanzandosi in atto rispettoso verso di essa.

«Oh sei tu mio buon Macaruffo! (profferì Beatrice cortesemente accogliendolo). Quanto mi doleva di non vederti! credetti fosti ancora nei castelli della Brianza ove t’aveva mandato il mio povero Conte.

«Vi fui e di là per suo comando passai a Milano, d’onde qui venni appena udii l’irreparabile perdita di quell’illustre nostro Capo tanto amato e compianto da tutte le sue squadre.

«Ah si! Facino era degno dell’intero amor vostro (disse la Contessa sospirando).

«Ho stimato sacro dovere, o mia Signora, (proseguì con voce più ferma Macaruffo) di non rimanere in luogo discosto da Voi; quando un colpo sì funesto mutando gli eventi, poteva farvi abbisognare del braccio d’ogni vostro fedele.

«Ti son grata oltremodo; e sventurata o felice ch’io sia puoi vivere certo che saprò sempre apprezzare la tua fede. Essa poi mi rammenta che la nostra conoscenza è antica e che noi siamo nati sotto lo stesso cielo; non è egli vero?

«Per me sarebbe più agevole dimenticare il mio proprio nome che perdere le rimembranze della patria. Sono nato soggetto alla famiglia di Vostra Signoria, e posso considerare il castello di Tenda come mia casa paterna. I miei parenti più vecchi nacquero e vissero colà agiatamente sotto la protezione degli antecessori nobilissimi del Conte vostro genitore, il quale per colmo di benignità elesse mio padre a suo scudiero.

«Ah si! Ernoldo lo scudiero era tuo padre. Ogni qual volta ritorno colla mente agli anni di mia fanciullezza mi ricordo con piacere di lui. Egli era quello che quando concedevalo la mia buona madre, riponevami in sella, e con mio gran diletto spingendo a corsa il cavallo, mi conduceva o al laghetto de’ palombi, o al Maniero de’ Gualdi, ove da ognuno io veniva festeggiata.

«In que’ tempi, se la Signoria Vostra si degna sovvenirsene, fu dato a me pure di prestarle frequentemente i miei servigi» — così disse Macaruffo con voce temperata e insinuante, e proseguì con accento più animato — «Quante volte al primo spuntare dell’aurora me ne stava tenendo i segugi alla lassa, e il girifalco in pugno, aspettando nel cortile fosse allestita la caccia! allorchè finalmente erano tutti riuniti e si prendevano le mosse, io ponevami dietro alla chinea falba da voi salita, per eseguire subitamente ogni vostro cenno. Non si rientrava di consueto che a notte chiusa, e chi avesse saputo numerare i passi che si facevano in una di quelle giornate sarebbe stato valent’uomo.

«Erano tali, è vero, i miei prediletti sollazzi, e tu ne fosti il compagno più pronto, e indefesso di tutti. Oh con qual foga giovanile, con qual giubilo purissimo l’anima s’abbandonava a quei passatempi pieni di variati e giojosi accidenti! Non dolorosi pensieri, non affanni di cuore: quant’era allora sorridente per me l’avvenire!... (Una emozione soave compose ad atteggiamento meditativo il viso di Beatrice, che il raggio della luna imbiancava, rilevandone dolcemente i contorni)

«Voi Contessa (entrò a dire Domilda) vi compiaceste adunque ne’ faticosi esercizii della caccia? Ora intendo come siate sì destra nel cavalcare, e come, ad onta della dilicata apparenza del vostro corpo, abbiate potuto dimostrarvi infaticabile nel seguire tante fiate il campo in disastrosi incontri, e specialmente ne’ fatti della Bormida, ad Acqui ed Alessandria.

«Le prove virili d’agilità e di forza furono per me sino dall’infanzia oggetto d’invidia. Mio padre m’idolatrava, e gioiva al vedermi gareggiare cogli uomini in ispeditezza e coraggio. Ad ogni mio tratto ardimentoso, m’abbracciava e baciava ripetutamente, chiamandomi sua vera figlia, sincero sangue de’ Lascari. Questo mio buon servo Macaruffo, sa piu d’ogni altro quale io mi fossi, poichè tanto sconsideratamente soleva affaticarlo, nè egli mai moveva lamento.

«Ogni fatica imposta da voi mi riucì sempre piacevole e gradita. Così fossero ancora que’ tempi! (esclamò il Venturiero con entusiasmo). Vederla seduta in arcione, caracollando coll’asta o il giavelotto! Vederla passare, o piuttosto trascorrere a volo pei poggi e pe’ dossi se si levava il daino o la lepre! Il conte Facino fra tante dame e donzelle che ambivano la sua destra, perchè venne a ricercare la sposa al nostro castello? Egli è perchè la sola Beatrice di Tenda fu da quell’intrepidissimo Condottiero stimata degna de’ suoi affetti.

La Contessa inclinò con mestizia il capo, e dato un grave sospiro, disse «Facino m’onorò, mi distinse, ma l’amor suo io non l’ebbi mai: egli non seppe amare che la sua spada e la guerra, ogni affettuoso sentimento era straniero al suo cuore.

«Il continuato armeggiare non poteva concedere al Conte di gustare le domestiche dolcezze; ma i severi suoi costumi, la celebrità del suo nome vi rendevano invidiata tra le mogli de’ principi e de’ signori più ricchi e possenti. Nessun uomo, credetelo, potrà fregiarvi di tanta gloria, se pur v’è chi aspira a possedere la donna che fu di Facino.

«Sì: ragione di Stato mi astringe a nuove e prossime nozze. Ciò sarà noto a te pure? (disse Beatrice non senza esitanza).

«Lo so, lo so, mia Signora (rispose Macaruffo con mal celata amarezza). Voi donate il dominio al giovine Visconte ch’era prigioniero di vostro marito.

«Non io gli dono il dominio (rispose placida la Contessa); il Ducato a lui spetta per diritto, ed ei lo divide con me porgendomi la sua mano.

«Se vi fosse bilancia, su cui si potesse pesare ciò che ciascuno di voi reca in questa unione, si vedrebbe l’oro posto a confronto del ferro. Ma voi così avete deciso, tutti debbono rispettare i vostri voleri.

«Tu disapprovi adunque il mio maritaggio? (disse la Contessa con sorpresa e rizzando la testa a rimirarlo).

«Non conviene ad un infimo servo arrogarsi la facoltà di scrutinare le azioni de’ suoi Signori, ma l’attaccamento mio antico alla vostra casa m’ha portato a pensare profondamente sul legame che state per contrarre, ed ohimè! perdonate, la mia mente ha formati funesti presagi.

«Non fu dietro il capriccio d’un istante che mi sono a ciò determinata. Uomini gravissimi me ne diedero il consiglio; quegli stessi ch’erano i più caldi amici di Facino, lo approvano ed assecondano, e le mie principali città espressero favorevole il loro voto pel mio connubio col figlio di Giovan Galeazzo.

«Ove si ritroverebbe diletto e consolazione (disse Domilda vivacemente) se l’unirsi ad un bello e gentil giovine potesse esserci annunzio di sciagure e di mali?

«Sotto le più belle scaglie sta il serpente più velenoso: guai per chi si lascia affascinare dal suo sguardo e da’ suoi leggiadri colori! (esclamò Macaruffo con voce cupa e solenne).

Beatrice rimase un istante ammutolita volgendo gli occhi al suolo, colpita a queste parole come da interno spavento; ma tosto levando lo sguardo e sorridendo affabilmente «No, Macaruffo, (disse) non temere per me. Filippo Maria ha cuore umano e virtuoso, egli provò la sventura, e terrà sempre impresso ciò che mi deve. Vedrai tu stesso, ne ho somma lusinga, quanto sarà felice la nostra unione. Tutti i miei fedeli gioiranno nel mirarmi sì onorata e contenta. Tu poi, affinchè non abbi mai ad allontanarti da me, sarai capo de’ sergenti d’armi del mio palazzo.

Ciò detto si appoggiò al braccio di Domilda e abbandonando il terrazzo rientrò nell’appartamento.

Macaruffo la segui collo sguardo, rimanendo immobile colà ove l’ultime parole di lei pronunciate con tanta espansione e fiducia avevano dissipata la tetra nube de’ suoi pensieri. Quando intese venire dalle sale l’armonia d’un liuto, si scosse, e movendo lentamente pel ballatojo con fronte meno intorbidata, si ricondusse al basso.

Celebraronsi fastosamente le nozze; e quando Beatrice fu proclamata Duchessa, i capitani d’armi di Facino prestarono omaggio al Duca Filippo Maria, che ricevette pure dai rappresentanti delle città da lei possedute giuramento di fedeltà e sommissione. Il Carmagnola ebbe titolo di comandante supremo delle forze ducali, e fu a lui anzi tutto imposta la riconquista di Milano.

Mosse desso prontamente da Pavia con gran parte dell’esercito e s’appressò a queste mura. Estore Visconte, che col nipote Giovan Carlo da un mese vi regnava, fece pronti preparativi di difesa. Combattuto però da quelle bande valorose, assalito nella città stessa dai ghibellini e dagli altri numerosi partigiani, che l’Arcivescovo Della Capra aveva in pro del Duca infervorati, sgombrare dovette, e tentare di rinvenire altrove salvezza[4].

Filippo Maria fece colla moglie Beatrice il suo solenne ingresso in Milano fra le acclamazioni ed i festeggiamenti della nobiltà e del popolo, il quale oltrechè ad ogni novella signoria sorgeva in isperanza di migliori politiche condizioni, amava a preferenza un principe cui potevasi legittimamente attribuire il titolo di Duca, titolo che agli occhi della moltitudine insigniva il potere e faceva primeggiare Milano fra le circostanti città non dominate che da tirannelli indistinti.

Tutto andava a seconda al nuovo Duca. I sudditi ubbidivano; le sue armi guidate dal Carmagnola trionfavano ovunque[5]; altri Stati gli offrivano amistà ed alleanza, l’imperatore d’Allemagna Sigismondo validava in lui il diploma concesso da Venceslao a suo padre.

Abitava Filippo Maria nella rocca interna del castello di Milano, d’onde usciva rade volte per recarsi a quello d’Abbiate a cacciare nel parco. Sommamente difficile si era l’avere accesso presso di lui. Nel castello stanziava numeroso corpo d’arcieri, di balestrieri e lancie spezzate, ed egli si aveva altresì nella rocca una scelta guardia di cavalieri che splendidamente rimunerava ed erano a lui fidatissimi. Fra questi sceglieva per suoi paggi i più giovani ed avvenenti, ai quali non concedeva che di là uscissero fuorchè seco lui, nè voleva ch’altri entrasse a visitarli.

Aveva affidata ad un supremo Consiglio la direzione di tutti gli affari dello Stato, e di questo Consiglio era capo Zanino Riccio, nel quale il Duca riponeva la più cieca confidenza lasciandosi da lui interamente guidare. Suoi intimi famigliari, e consci de’ secreti voleri erano eziandio Ottolino d’Ignigo e Gasparo de’ Grassi, il primo maestro d’armi, il secondo giureconsulto; accordava pure qualche momento del giorno a Ciriaco Anconitano che istudiavasi co’ suoi dettati di rendergli gradite le umane lettere. Quegli però col quale ogni dì secretamente e per lunghe ore intrattenevasi era un filosofo ebreo di nome Elìa, dal quale facevasi rivelare i secreti dell’astrologia, della geomanzia, della chiromanzia, di tutte le scienze che chiamavansi occulte, non che delle arti cabalistiche e divinatorie.

La mente del Duca guasta dei pregiudizi, e già per natura esaltata, inclinava a tutto ciò che s’aveva dello straordinario e del soprannaturale. Secreti terrori l’agitavano; paventava le tenebre che si figurava popolate di fantasime; una voce, un canto, uno strido bastavano a sconvolgere l’animo suo; da ogni oggetto traeva pronostici, e la stessa sua brama insaziabile di penetrare negli arcani dell’avvenire gli moltiplicava intorno le cause di perturbazione e di terrore.

Queste naturali disposizioni, benchè non prendessero pieno sviluppo che nella sua più avanzata età, pure anche al principio del suo dominio fra certa quale mansuetudine giovanile che a lui fu propria, si manifestarono chiaramente pel modo che teneva di vita. Oltre lo stare rinchiuso nella Rocca, ch’era il suo ducale palazzo, ed ammettere assai di rado stranieri alla sua presenza, indizio certo di diffidenza e selvatichezza, egli parlava poco e talora interrogato non rispondeva, o pronunziava parole che sembravano non avere alcun significato. S’occupava assiduamente di sapere tutto ciò che avveniva nella città e nello Stato, e voleva specialmente essere istruito del modo di pensare e d’agire delle persone che lo approssimavano; a questo fine teneva molti esploratori ed operava in modo che l’uno ignorasse dell’altro. La Duchessa Beatrice presa pel marito da caldissimo affetto, stargli voleva continuamente vicino, e procurava guadagnarne il cuore e renderselo benevolo ed amoroso col rallegrarlo e dissiparne i tetri umori, giungendo pure talvolta a far prevalere in lui i proprii miti e benefici consigli a quelli fraudolenti e iniqui di Zanino Riccio e degli altri suoi cortigiani.

A capo però ad un anno l’animo di Filippo Maria facendosi sempre più cupo e insofferente, non vide nella moglie che un oggetto di noja. Cominciò dall’accoglierla freddamente, poi la respinse accigliato e con aspri modi, indi si sottrasse del tutto alle sue visite.

A dare incremento all’odio del Visconte per la Contessa di Tenda congiurarono non so se la sorte, o l’arte profonda e la malizia de’ principali di quella Corte che a causa di sue virtù, divenuti secreti di lei nemici, ne agognavano la perdita.

Quando si trattò di ricongiungere Genova al Ducato, dalla cui sovranità erasi sottratta dopo la morte di Giovan Galeazzo, e per mezzo d’ascosi maneggi coi ghibellini di quella città cercavasi d’ottenerne il possesso senza esporsi ad una lunga incerta guerra, ebbe a trovarsi in Milano il marchese Spinola colla marchesa Eliana sua consorte stretta di sangue ai Castiglioni e ad altri nobili casati lombardi. Zanino Riccio esortò tosto il Duca a ricevere alla Corte quel ricco e potente genovese onorandolo personalmente, per disporlo ad entrare nella lega cui poteva sommamente giovare. Filippo Maria prima di risolvere volle consultare il suo sapiente maestro Ebreo, il quale soleva sempre leggere negli astri, ciò che Zanino Riccio, più potente di lui, bramava vi si leggesse, onde il Duca ne ebbe favorevole responso; anzi si seppe che il chiromante di Palestina disse allora al Visconte con misterioso sogghigno, che Venere dovendo passare nella casa di Giove si sarebbe operato un congiungimento di pianeti, oroscopo a lui faustissimo, sotto l’influsso del quale nulla poteva nè fallire, nè volgersi in contrario. Venne quindi assecondata la proposta dell’accorto ministro.

Il giorno del ricevimento il Duca stava nella sala bianca, così detta perchè candidi arazzi ne ricoprivano le pareti, su ognuna delle quali vedevasi ripetuto il grande stemma di sua famiglia. Egli era assiso in elevato seggio; s’aveva una veste di stoffa d’oro, e il ducale berretto ch’esso portava d’una foggia particolare cioè liscio ed eretto intorno alle tempia, avente il capperuccio ricadente alla sommità. Gli facevano intorno corona que’ del Consiglio, co’ suoi più confidenti tra cui spiccavano per aspetto audace e petulante l’Ottolino, per truce viso Gasparo il legista, per pallidezza il letterato Anconitano, per l’aggrinzamento della pelle e il colorito fosco l’astrologo Elìa, il di cui capo interamente calvo e scoperto rassomigliava a quello d’una statua di basalto rappresentante Ermete o Zoroastro.

Apparve ben tosto colà Zanino Riccio annunziando, e introducendo il genovese Spinola, colla moglie, la quale venne in gran pompa seguita da molte damigelle appartenenti alle più distinte famiglie.

Furono fatti sedere: Filippo Maria parve straordinariamente animarsi e diresse le più affabili parole al Marchese, il quale lusingato da quella inusitata bontà del Duca protestò di sua devozione alla casa dei Visconti; indi venendo da Zanino Riccio con arte finissima condotto a varii ragionamenti rapporto a ciò che potevasi sperare per la ricupera di Genova, promise in faccia al Duca di tutto operare in suo favore. Questi alla sua volta encomiò i Genovesi pel valore marittimo, elevandoli sopra tutti i navigatori d’Italia non esclusi i Veneziani e i Pisani da essi colle galee tante volte rotti e disfatti; enumerò le franchigie che intendeva accordare alla loro città, e disse come voleva giovarli nell’esercizio della mercatanzia, accertandone libero lo smaltimento nel Ducato. Allora ad avvalorare le parole del Principe tutti entrarono a dire dell’utilità somma che recare doveva al Genovesato la preminenza nelle contrattazioni con Milano ch’era la città più ricca d’ogni manifattura; e qui l’uno espose la sua estesa industria nelle arti della lana, l’altro in quelle delle sete; questi parlò de’ lavori d’oro e d’argento; quegli del rame e del ferro, e tutti poi magnificarono la fabbricazione delle armi a cui più di venti mila artefici attendevano, facendo tributarie alle nostre fucine pressochè tutte le città d’Europa.

Il conversare si protrasse in lungo. Vennero recati squisitissimi rinfreschi in vasi e sottocoppe d’oro e d’argento, su cui erano sparsi pure de’ giojelli e vezzi preziosi, i quali, così volendo il costume, furono dai cavalieri astanti distribuiti alla Marchesa ed alle damigelle.

Fra quest’ultime una ve ne aveva nel più verde della giovinezza, non forse di rara avvenenza, ma sì ben composta della persona, di tinte sì fresche e dilicate, che dir si poteva una rosa sullo sbucciare, colma d’olezzo. La morbidezza gentile de’ suoi nascenti contorni, lo scintillare delle nereggianti pupille da lunghe palpebre velate, l’ingenuità del sorriso che le errava sulle labbra, corallo vivissimo tra l’avorio, presentavano un complesso sì seducente che attraeva e incantava gli occhi di tutti. Una vestetta grandinata di argentei globetti e un corsetto vermiglio con larghe maniche da cui sporgevano le bianche falde del sottoposto drappo, formavano l’abbigliamento di questa adorabile giovinetta tutta spirante candore e soavità — Era Agnese Del Maino.

Zanino Riccio benchè sembrasse occupato in gravissimi parlari col Marchese, pure misurò con gioja infernale tutte le gradazioni dell’effetto (forse antiveduto e calcolato!) che provava il Duca alla vista di quel bello eloquente d’età e di forme, che gli assorbiva l’anima ritraendola con dolce potenza dal cerchio tremendo di magiche e spaventose fantasie fra cui incessantemente s’aggirava.

Lo Spinola prese alfine commiato e nuovamente corteggiato dal Riccio uscì da quel palagio colla Marchesa e le di lei seguaci. Il Duca si ritrasse nelle sue camere, e fece chiamarvi Elìa; stette seco rinchiuso piu di un’ora, poscia volle inaspettatamente partire pel castello d’Abbiate.

Ivi lo raggiunse Riccio la notte stessa, e la sera seguente, rimanendo tutta la Corte ad Abbiate, Zanino e il Duca ne partirono seguiti da soli dieci uomini della guardia de’ cavalieri. La forza e le minacce, ovvero una sacrilega ambizione avevano già vinti i genitori d’Agnese; il Duca penetrò in quella casa e l’innocente fanciulla divenne l’amata d’un adultero potente[6].

I nuovi amori inasprirono vie maggiormente l’animo di Filippo Maria contro Beatrice. Egli impose che gli appartamenti di lei fossero totalmente divisi da’ suoi: ch’ella s’avesse nel palazzo una corte separata, di cui solo la rigorosa custodia continuasse ad essere affidata alle stesse sue guardie.

Macaruffo, il quale dal giorno delle nozze della Duchessa aveva sempre abitato nel castello e vissuto presso di lei, si consumava d’ira e di dolore al vedere quei tratti ognora crescenti dell’avversione e della fierezza del Visconte.

Riandando il passato, e spingendo il pensiero nell’avvenire, la sua mente non iscorgeva ovunque che oggetti d’amarezza e di tema, e mirava oscurarsi più e più l’orizzonte. Quegli uomini d’armi venduti al Duca e posti a sentinella intorno a Beatrice per ispiarne ogni passo, ogni moto; il disprezzo che ormai più non celavanle i cortigiani, e l’aria di trionfo che affettavano; la passione già pubblicamente conosciuta che nutriva il Duca per Agnese, alla quale si attribuivano nella Corte tutte le lodi e gli onori, ben manifestavano a quali estremi passi s’incamminassero le cose per la misera Contessa di Tenda.

Straziato così in cento modi il Venturiero soleva andare tra sè cupamente meditando, e un dì gli sorse un pensiero arrischiato, terribile, ma pieno di grandi speranze. Egli l’accolse con ebbrezza; l’andò lungo tempo coltivando, ed operò tutto ciò che stava in lui, affinchè nell’opportuno momento riuscisse ad effetto.

Quando credette fosse quasi maturo il colpo, una notte nell’ora che le lampade sotto le gotiche arcate impallidivano ed era universale nel Castello il silenzio, egli salito a taciti passi da una scala interna si presentò arditamente nella stanza della Duchessa.

Al vederla però rimase sospeso e indeciso. Non eravi Domilda; allontanato s’era pure Orombello, il di cui liuto miravasi sospeso alla parete. Stava dessa sola piegata sopra un inginocchiatojo innanzi l’immagine del Salvatore, tenendo appoggiata ad una mano la fronte, e lasciando cadere l’altro braccio abbandonato. Le sue treccie erano allentate, e dolente mostravasi la posa di sua persona.

Dopo averla per alcuni istanti contemplata dalla soglia della porta, gonfio il cuore di cento affetti, Macaruffo s’avanzò e «Mia Signora?» profferì con voce sommessa addomandandola.

Beatrice volse il capo, nè senza stupore riconoscendolo s’alzò. Macaruffo le fece cenno di tacere, ed appressatosi «Duchessa (disse sempre pianamente ma con vigorosa espressione), l’oggetto che m’ha spinto a quest’ora sin qui è grave, è sommo, è pressante.

«Cos’è? che avvenne?» (chiese Beatrice con premura e spavento).

«Non temete no, tutto anzi sperate. Forse stanno per finire i giorni di vostra tristezza, e voi ritornerete alla pace ed allo splendore di cui siete sì degna.

«Rechi tu la novella che il mio sposo mi richiama a sè vicino? (esclamò Beatrice cui lampeggiò in volto un sorriso di speranza).

Macaruffo, vibrandole severo uno sguardo, disse in tuono di compassione sdegnosa — «Misera voi! se attendete grazia alcuna da quel mostro implacabile. La vipera ch’è lassù (e additò uno stemma di marmo) lascierà di stringere il fanciullo fra i denti, prima che Filippo Maria conosca umanità e giustizia.

La Duchessa abbassò gli occhi e la testa e portò una mano al cuore. Macaruffo proseguì con voce più aspra e incalzante — «Bando all’amore per questo Visconte se voi volete esser salva. Egli non vi fece sovrana, ma schiava; ei vi opprime, v’insulta: e sprezzando i sacri vostri nodi s’è dato ad altra donna.

Beatrice proruppe in dirotte lagrime e i suoi singhiozzi troncarono la parola a Macaruffo. Questi commosso sin dall’intime fibre rimase incerto, ammutolito, ma dopo alcuni momenti forzandosi ad essere calmo riprese — «Alla Contessa di Tenda, alla vedova di Facino Cane non deve rimanere il solo conforto del pianto. No: basta il suo volere per farla risorgere in tutta l’antica possanza.

«Ohimè! (rispose flebilmente Beatrice) il mio volere è un nulla: io donai ogni cosa a quell’ingrato.

«V’ha ancora chi non conosce e rispetta per sovrano altri che voi» — disse il Venturiero con forza; poscia inclinandosi verso di lei aggiunse in tuono misterioso — «Le vecchie alabarde del Conte sono per noi; uomini di ferro maleati alle battaglie, che trasaliscono ogni qual volta intendono il nome di Facino. Guasco e il Frisone capitani delle bande a cavallo hanno fatto giuramento d’obbedirvi sino alla morte; i fanti del Taro conservano come una reliquia preziosa la bandiera da voi donata alla vittoria di Castel Leone, e non saranno restii alla chiamata... Tutte queste forze stanno, se il volete, in vostra mano. Fate che i capi intendano i vostri comandi, e le nuove milizie del Duca, i suoi vili cortigiani, i suoi sgherri scompariranno come nebbia al vento.

«Oh cielo! che mi proponi tu? (esclamò Beatrice con sorpresa e terrore) farmi ribelle al marito?... tentare di rapirgli il potere? Ah taci... taci...! Guai se alcuno giungesse a penetrare questo tuo pensiero! la tua vita...

«Non temete per me. So che qui cent’occhi ttraditori vegliano per sorprendere se potessero aanche i battiti del cuore. Ma se voi non eesitate a risolvere, le spade de’ vostri fedeli aavranno trionfato prima che i satelliti del Visconte ggiungano a scoprire il nostro secreto. Abbandonatevi aa noi; una parola, un foglio...

«No giammai! parti... lasciami... cela a ttutti questa visita fatale, annienta ogni progetto; iio te ne scongiuro.

Così parlando ella tentò allontanarsi, ma la trattenne Macaruffo dicendo con tutto il fuoco: — «Ah mia Signora, per la memoria di vostro padre, per voi stessa, cedete! richiamate nell’animo la risolutezza e il vigore dei primi vostri anni. Pensate che da voi sola dipende la possanza di quell’uomo iniquo che vi calpesta; che potete strappargli dal capo la ducale corona che gli avete cinta, e vederlo ai vostri piedi invocare la vita a nome del legame istesso che ora abborrisce, e che sta forse colla nuova druda pensando di spezzare per sempre.

La Duchessa tremante, impallidita, col petto ansante d’affanno, s’abbandonò sul sedile. Lottavano a lei nel cuore le più contrarie e crudeli passioni; vedeva a nudo il proprio stato; sentiva quanta fosse la perfidia del marito, la trafiggeva come acuta spada l’amore di lui per la Del Maino. Stette silenziosa, mandò lunghi sospiri; ma superata al fine la propria angoscia — «Egli non mi ama (profferì) pure gli perdono. Io sono sua, e sia di me ciò ch’ei vuole; non pretendo al suo dominio, nè concederò che si versi per me il sangue di tanti valorosi, che pur forse lo spanderebbero invano... So, o mio fedele, quale zelo ti anima per me; esso solo ti spinge a meditare un’impresa ardita, irreparabile, di cui tu il primo potevi esperimentare i perigli. Una prova di tanto affetto non si paga con tesori, lo comprendo: io nulla posso per te, ma la gratitudine mia sarà eterna, lo attesto a questa divina immagine (indicò il Salvatore) che riceve ogni giorno le mie preghiere... Ora tu va; deponi il pensiero della vendetta, riposa tranquillo poichè non dispero che s’abbia a far migliore tra poco il nostro destino.

Il Venturiero non osò rispondere; i suoi occhi erano ottenebrati, bollenti gli spiriti, trambasciato ed anelante il cuore. Abbandonò quella stanza rivolgendo a lei gemente un ultimo sguardo.

Nell’ora stessa della notte all’altra estremità del palazzo vegliava il Duca in convegno coll’astrologo Ebreo.

La camera ove essi stavano sorgeva a guisa di torre all’angolo orientale della Rocca, e non si poteva colà pervenire che per mezzo di un ponte coperto e chiuso, il quale veduto dal basso s’aveva forma d’un arco altissimo che congiungeva due parti dell’edifizio. Quella camera conteneva ogni specie di macchine, stromenti e arnesi ch’erano stati sino a quell’epoca inventati per segnare la misura del tempo, e per lo studio delle sfere celesti; era insomma un osservatorio astronomico, quale si può immaginare ginare che fosse al principio del secolo decimoquinto; e ciò che meglio caratterizzava il tempo e le idee erano gli utensili alchimistici che si vedevano ovunque frammisti a quelli che unicamente servivano alle operazioni dell’astrologia.

Fra i quadranti, i lambicchi, i cerchii, le clessidre e i gnomoni, distinguevasi sopra larghi sostegni d’oro un ampio globo stellato e dipinto a figure d’uomini e d’animali. Il Duca lo aveva comperato per ingente somma da un mercante saraceno, e pretendevasi fosse il celebre Planetario arabico, stato mandato in dono dal Califfo di Bagdad ad Abderamo re di Granata.

Una gran lampada rifletteva la sua viva luce su quel globo, di cui gli anni avevano alquanto annerito lo splendido azzurro. Il Duca stava seduto in atto attentivo, tenendo fisi gli occhi sul Planetario, mentre il vecchiardo Elìa con una verga d’ebano nella destra, toccando i segni rappresentanti lo zodiaco, andava spiegandogli i nomi, i moti, gli influssi delle varie costellazioni, le quali erano ripetute in un grosso libro ch’ei sosteneva coll’altra mano.

Un colpo dato al battitojo di bronzo di quella camera fece sospendere le parole alll’Astrologo; il Duca porse orecchio, e avendo udito succedersi due altri tocchi leggierissimi, quindi uno più risentito — Entra — gridò con impazienza.

La porta s’aprì, ed avanzossi un uomo pressochè interamente avvolto nel mantello; s’accostò al Duca e gli parlò all’orecchio. Filippo Maria ai detti di colui mostrò prima sdegnarsi, poi sogghignò fieramente; dopo pochi istanti di secreto colloquio tra loro, fecegli un cenno, quegli uscì, e la porta si serrò di nuovo.

Elìa era intanto rimasto immobile cogli occhi sul suo libro, nella lettura del quale sembrava interamente assorto.

«Proseguite, maestro (disse con calma il Duca). Non parlavate voi delle stelle che compongono la coda allo Scorpione?

«In cauda venenum» — profferì lentamente il Filosofo israelita come se ripetesse le parole che stava leggendo; poscia alzò la testa e divisi sulle labbra i peli della bianca barba, ritoccando colla verga sul globo la nera figura, proseguì in sua nasale cantilena — «Quest’è il celeste Scorpio che s’abbranca al Sagittario e colla coda percuote la Libra. Efraim Afestolett Mammacaton ne’ precetti del decimo mese, insegna essere tre volte sette il numero degli effetti nefasti che piove sul mondo questo freddo animale. Esso è propizio a chi annoda occulte trame, e attenta colpi proditorii; siccome d’indole sua penetra nelle case e sta celato presso le coltri ove ferisce nel sonno...

«Un mostro di tal natura, uno scarabeo avvelenito in sembianza umana, abita presso di noi (disse interrompendolo e con subitaneo rancore Filippo Maria).

«Non vi prendete di ciò pensiero (rispose l’Ebreo); quando la sua traccia verrà scoperta tutti si affretteranno a schiacciarlo.

«Eppure non è così. Una donna lo accoglie, lo accarezza e si lascia da lui aizzare contro di me (replicò il Duca misteriosamente, fatto più truce nell’aspetto). Ma essi non sanno che queste mura s’infuocano e fanno contorcere le membra ai traditori come se fossero collocati sopra lastre roventi.

«Le tenebre non lo terranno lungamente avvolto. Guai se lo scellerato si palesa!

«Io li conosco già i suoi delitti: essi sono troppo gravi (profferì Filippo con feroce freddezza). Gettate per lui le sorti, o maestro, questa notte medesima. Domani allo svegliarmi entrerete a riferirmi ciò che avrà prescritto il destino; rammentatevi che attendo voi pel primo.

Elìa chinò il capo in segno d’obbedienza. Il Duca alzossi; poscia ad una sua chiamata si spalancò di nuovo la porta, ed ei ne uscì preceduto per le scale ed i corritoi da due paggi che recavano i doppieri.

Da quanto fu detto colà è agevole comprendere che i progetti di Macaruffo non erano rimasti ignoti. L’intrattenersi ch’ei faceva soventi ora con uno, ora coll’altro dei capi delle antiche bande di Facino; il trarli seco a convegno nei battifredi più appartati del Castello mentre mostravasi taciturno e selvatico con tutte l’altre genti di Corte, aveva eccitati i sospetti e destata la vigilanza della turba dei delatori del Duca. Ogni suo passo fu quindi numerato, sorvegliate diligentemente le sue azioni.

La notte susseguente a quella in cui avvenne il colloquio da noi riferito, il Venturiero passando meditabondo sotto il portico che dal cortile interno della Rocca metteva all’andito della torre, sentì afferrarsi per un braccio. Rivoltosi riconobbe Scaramuccia, valletto di confidenza del Duca, con cui aveva stretta conoscenza militando insieme sotto le insegne del Conte.

«Rendi grazie a’ tuoi santi protettori ch’io t’abbia ritrovato — disse pianissimo Scaramuccia traendolo in un canto dietro le spalle dell’arco, fuori della lista di luce che mandava la lampada. Il Venturiero con voce aspra rispose:

«Renderei grazie sì, ma quando potessi al tuo padrone....

«Zitto, zitto (proseguì l’altro) non è tempo da far parole. Ascolta. Se fra poche ore non sei lontano le molte miglia da queste mura tu finirai di mala morte. Hanno girato per te la luna, il sole e le stelle: il tuo nome sta in mano al Giudeo, e la gola del pozzo in fondo alle vôlte fu aperta e t’aspetta. Pensa a’ tuoi casi. Addio. — Ciò detto lo lasciò frettolosamente e scomparve nell’ombra.

Macaruffo benchè non suscettivo di timidi pensieri e omai indifferente ad ogni sventura, non dubitò a tale inaspettato avvertimento, che in realtà la sua morte fosse stata ordinata da Filippo Maria, sia per avere scoperto i di lui tentativi, sia per togliere un amico fedele alla Duchessa. Quindi non volendo cadere vittima invendicata dell’abborrito Visconte determinò di cercare salvezza nella fuga.

Deposta ogni arma e tramutate le vesti, presso l’albeggiare potè uscire inosservato dal Castello. Comunque grande però fosse il suo pericolo rimanendo in queste vicinanze, non sapeva staccarsi dai luoghi ove l’infelice sua Signora, serbando solo i titoli e le apparenze della sovranità, gemeva prigioniera d’un inesorabile tiranno.

Per lunghi giorni andò errando nelle terre prossime a questa città, e la notte accostavasi guardingo alla tremenda ducale dimora, spiando se qualche lume apparisse nelle finestre dal lato occidentale della Rocca, e s’affisava in quello come in una luce amica, consolatrice, poichè sembravagli illuminasse la camera della Duchessa, ch’ei si rappresentava assisa a quel mesto chiarore in atto pensivo e col volto irrigato di lagrime. Chi potrebbe ridire quanta fosse la potenza che l’immagine di lei esercitava su quell’anima, chiusa in ributtanti spoglie, ma sì nobile e generosa che avrebbe con gioja, e senza ch’ella pure il sapesse, sagrificata l’esistenza per procurarle un istante di contento e di pace?

Dovette però convincersi alfine Macaruffo ch’era vano ogni tentativo per rivederla, e sarebbe stata follìa l’intraprendere di sottrarla suo malgrado alle mani del Duca. Pensando d’altronde che se si fosse scoperto ch’ei s’aggirava quivi d’intorno avrebbe potuto far cadere su di lei il dubbio che per suo mezzo tramasse congiure o tradimenti, si decise con pena indescrivibile ad abbandonare questo suolo, e riprese cammino verso la patria.

Allorchè calando da una delle Alpi che fiancheggiano il mare di Liguria, distinse tra il verde della valle le torri del castello di Tenda, vide il lago de’ palombi, e poco lungi scorse tra il folto degli alberi le merlate mura del maniero de’ Gualdi, non dolci affetti si sollevarono in lui con soave tumulto, non esclamò, non sorrise; solo un grave sospiro uscì dal suo petto affranto dalla fatica e dalla doglia, e s’asciugò due amare stille di pianto che gli caddero sulle arsiccie guancie.

Visse colà inconsolabile, solingo.

Quando nelle paterne mura ribombò con terrore e desolazione l’orrendo annunzio che Beatrice, dannata per scellerata sentenza dal Marito, aveva lasciata la testa sul patibolo nel castello di Binasco, il Venturiero quivi più non si rinvenne.

Alcuni giorni dopo apparve un Pellegrino in vicinanza al castello del supplizio, e fu veduto starsi ogni notte immobile per lunghe ore, pregando alla ferriata della cappella dei morti, ove i resti della Contessa erano stati deposti. Nè andò guari che chiuse gli occhi esso pure alla vita, e nessuno scoprì mai la sua storia o il suo nome.

Un Cadavere antico[7]

.... Orrendo e vero

Simulacro di morte!...

H.

Era il cielo cinericcio; oscurava. Ad ogni istante rendevasi più fosco il colore delle alte mura della Basilica, che la Longobardica Regina eresse in Monza al divino Precursore, e più visibile traspariva dalle sue arcuate finestre il chiarore delle lampane solitarie.

Io camminava a lenti passi sotto l’atrio contiguo a quella vetusta Chiesa attendendo l’un de’ custodi. Il silenzio universale, la tenebria della sera che s’avanzava m’avevano reso mesto e meditabondo, onde le impressioni della mia mente consuonavano all’intutto coll’idea del lugubre oggetto che una viva curiosità mi aveva tratto quivi ad ammirare. Venne alfine la guida recando un torchio acceso e m’accennò di seguirla; le tenni dietro: ed essa arrestatasi ov’era un’imposta alla parete, la spalancò ed offrì al mio sguardo un cadavere, una specie di mummia, quivi serbata in una nicchia.

Fatto immobile, affisai avidamente gli occhi in quella salma antica, e i molti gravi pensieri che sorsero in me, attutarono il profondo ribrezzo che suol sempre assalire alla vista di umane carni inanimate. Sta ritto quel cadavere, rigido, giallognolo: il diseccare de’ muscoli, de’ tendini, l’indurare delle cartilagini l’ha alcun poco contratto e impicciolito, ma mantiene tuttavia intatte le forme, conserva i denti, i capelli, le ciglia, e mostra illesa ovunque la cute, fuorchè alla nocca d’un piede. Lo esaminai con tutta attenzione facendo appressare mano mano il lume ad ogni sua parte, e provava il mio spirito certo qual solenne diletto nel contemplare un corpo, che senza bende egizie o balsami trinacrii, si sottrasse alle possenti consuntrici leggi della natura; un corpo, che serbando per quattro secoli le primiere sembianze, giunse da spente e trapassate generazioni sino a noi come l’unico resto d’un gran naufragio sopra ignoti lidi.

Quella salma non fu d’uomo volgare, poichè s’ascrisse anch’esso fra i dominatori dei popoli. Oltre d’avere padroneggiato Monza, venne salutato signore di Milano, e sebbene qui non tenesse il comando che per brevissimo spazio di tempo, collegò milizie, impose tributi, stampò monete, attribuzioni esclusive della sovranità. Portò il nome di Estore, e vanta per padre Bernabò Visconte, principe temuto e crudele, che perì di veleno nel Castello di Trezzo.

Estore non condusse una fiacca o codarda vita. Pugnò possentemente contro i due duchi suoi cugini, Giovanni e Filippo Maria, figli di Galeazzo. Seppe tenere il campo a fronte di Facino Cane, di Lancillotto Beccaria e di Valperga ch’erano fra i più valenti condottieri dell’epoca. A Filippo Maria contrastò con vigore il possesso dello Stato; assalito in Milano da forte schiera d’uomini d’armi, oppose nelle stesse contrade della città la più ostinata resistenza. Cedette alfine e ritirossi in Monza nel di cui Castello sostenne un lungo assedio, respingendo più volte gli assalti di tutto l’esercito ducale. Per ordine di Filippo, che sterminato voleva un sì audace rivale, non cessavano mai le offese contro le assediate mura, le quali dall’assiduo lavoro de’ mangani e delle bricolle già scoperchiate e cadenti in più luoghi, non offrivano ai difensori che debole e incerto riparo.

Un giorno (era in settembre del 1412) Estore Visconte se ne stava nel mezzo del cortile del suo Castello presso al pozzo ove si abbeveravano i cavalli. Nel momento forse che all’udire le esterne grida de’ nemici meditava sdegnato una tremenda uscita, o che l’anima sua sorpresa dall’idea dell’instante periglio cominciava a vacillare invilita, una grossa pietra slanciata con tutta veemenza venne dall’alto e lo colse in una gamba che gli spezzò presso l’attaccatura dei piede, onde cadette, e perdendo sterminata quantità di sangue, in capo a poco tempo rimase esanime.

Eccolo innanzi a me coi segni del fatal colpo, che ha lacerate le carni, infranto l’osso, e lasciò su quello le traccie del sangue aggrumolato.

— O arido ed annerito carcame, tu dunque fosti un guerriero d’intrepido cuore, e ricoperto di ferro vivesti tra l’armi e le battaglie? Ah perchè schiavando i denti che serrò morte, non puoi narrare tu stesso i fatti de’ tuoi giorni, o rivelare ai mortali i segreti delle tombe tra cui sì lungamente dimorasti! Ma l’ironia ferale dei tuoi tratti è fisa e impassibile, e nel rimirarti mi fai sentire più amaro e truce il pensiero che mentre ogni oggetto vivente con somma rapidità trapassa e si solve, un cadavere s’innoltra incorrotto verso le ridenti età future.

FINE.